Rassegna stampa 13 gennaio 2020

10/01/2020 14.01 – Quotidiano Enti Locali e Pa
Partecipate, razionalizzazione e costi sotto la lente della Corte dei conti

Sostanziale inefficacia del processo di razionalizzazione delle partecipate introdotto a regime dal Dlgs 175/2016. È un primo dato che emerge dall’analisi della Sezione delle Autonomie della Corte dei conti che, con la delibera n. 29/2019, ha approvato la relazione 2019 sugli organismi partecipati dagli enti territoriali e dagli enti sanitari. Nonostante ciò, i giudici contabili hanno osservato che ben 1367 società degli enti, pari al 27 per cento del totale, versano in condizioni tali da richiedere interventi di razionalizzazione da parte delle amministrazioni socie, a causa di riscontrate difformità rispetto alle regole imposte dal testo unico. Un processo frammentato In aggiunta a questo macroscopico rilievo, il referto include le risultanze delle verifiche svolte dalle Sezioni regionali di controllo, ed evidenzia come queste abbiano rilevato in più occasioni che la governance delle partecipate non sempre viene esercitata in modo consapevole da parte degli enti proprietari, che hanno talora declinato il loro compito spostando il potere decisionale dall’organo politico al sistema delle holding. Le valutazioni degli enti soci sono state per lo più informate a un burocratico ossequio delle prescrizioni normative, senza lo svolgimento di vere e proprie analisi degli assetti societari nella direzione indicata dal testo unico. Per esempio, secondo la Sezione regionale di controllo per la Lombardia il percorso di razionalizzazione è stato inteso dagli enti soltanto in vista delle dismissioni societarie, mentre non sono state adeguatamente analizzate ipotesi di accorpamento e fusioni con altre società, o con altri organismi gerenti attività similari in vista della riduzione dei costi di funzionamento. Ad analoghe conclusioni è pervenuta la Sezione regionale di controllo per l’ Umbria , che ha stigmatizzato come la riduzione erronea della razionalizzazione all’alternativa di dismettere o mantenere la partecipazione in molti casi ha indotto gli enti a disattendere l’esigenza, immanente alla scelta di mantenere la partecipazione, di analizzare ed eventualmente contenere i costi delle partecipate. Per altro verso, la Sezione regionale di controllo per l’ Abruzzo ha rimarcato come la misura di razionalizzazione è stata indirizzata dagli enti a una compressione della spesa piuttosto che a un ridimensionamento strutturale dei costi delle partecipate, frustrando per tale aspetto le finalità della ricognizione societaria imposta dal legislatore. Le partecipazioni totalitarie Sul fronte economico, la relazione 2019 evidenzia che i debiti delle società partecipate ammontano nel complesso a 91,9 miliardi di euro, di cui quasi il 40 per cento è da attribuirsi alle partecipazioni totalitarie. Proprio nelle società interamente pubbliche si registra una preminenza dei crediti verso soci sul totale, sintomo questo della spiccata dipendenza di tali partecipazioni dagli enti controllanti, pur in presenza di un rilevante indebitamento verso terzi. Tale dipendenza è confermata anche da talune situazioni di eccedenza delle erogazioni (tra cui quelle per contratti di servizio) rispetto ai valori della produzione delle società. Un dato interessante riguarda i valori medi di incidenza del costo del personale sul costo della produzione, che risultano più elevati negli organismi a totale partecipazione pubblica (21,20 per cento), là dove il dato complessivo medio evidenzia una percentuale limitata al 18,75 per cento. Si tratta di risultati che assumono una particolare valenza in talune Regioni come la Calabria, la Sicilia e il Lazio , dove l’incidenza del costo del personale nelle partecipazioni pubbliche totalitarie supera il 50% del costo della produzione. Secondo i giudici, questo fenomeno è sintomatico della scarsa efficacia delle politiche di contenimento del costo del lavoro e dei vincoli assunzionali nei confronti delle società partecipate dalla Pa. Nel quadro descritto gioca poi un ruolo di fondamentale rilievo la predominanza degli affidamenti diretti, che incidono sul totale nella misura del 93 per cento. Per dare un’idea di questa percentuale, basti dire che su un totale di 14.626 affidamenti le gare per affidare i servizi sul mercato sono state soltanto 878, mentre gli affidamenti a società mista, con gara a doppio oggetto, sono stati 178. In tema di in house providing, il referto sottolinea l’esigenza di monitorare la sussistenza dei requisiti del «controllo analogo» ai fini della legittimità degli affidamenti, specie con riguardo al «controllo analogo congiunto» nelle ipotesi di partecipazione plurima. In conclusione, il referto punta ancora una volta il dito sulle criticità strutturali che hanno caratterizzato la nascita e la proliferazione delle società in mano pubblica a partire dal 2000, e mostra con dati alla mano che, a distanza di due decenni dall’avvento del fenomeno societario, permangono radicati i fattori negativi che penalizzano lo sviluppo e la crescita dell’intero settore.

10/01/2020 13.21 – quotidiano energia

Risparmio idrico, 52 progetti nel 2020 per 500 mln €

Un totale di 52 interventi per 500 milioni di euro da attivare nel 2020, che fanno seguito a 67 opere già in corso di realizzazione per 629 mln €. Sono i dati su cui poggia la Strategia nazionale per il risparmio idrico, la tutela territoriale e la lotta al dissesto idrogeologico presentata ieri a Roma dal ministero dell’Agricoltura.
Un insieme di lavori che assicurano “una manutenzione importante delle infrastrutture irrigue di cui l’Italia ha bisogno per dare servizi sempre più efficienti ai cittadini e alle imprese”, commenta la ministra Teresa Bellanova.
“In Italia ci sono oltre 120 miliardi di euro destinati a opere grandi e piccole, bisogna attivarli per determinare nuove opportunità di lavoro. L’acqua è un bene prezioso che deve essere consumato con intelligenza e può dare risultati importanti sulla qualità dei prodotti e la redditività delle aziende”.
Secondo la titolare del dicastero sono fondamentali anche le strutture Casa Italia e Italia Sicura, “sciaguratamente cancellate”. Per quanto riguarda le norme, invece, “spero che nel prossimo semestre il Parlamento possa licenziare la legge sull’uso del suolo”.

La necessità di approvare “al più presto” una legge su questo tema è stata ribadita nel corso dell’evento anche dal presidente di Anbi, Francesco Vincenzi, per il quale “la strategia nazionale Mipaaf conferma il ruolo centrale dei consorzi di bonifica nell’interesse del Paese. Non è accettabile che siano necessari troppi anni per realizzare opere pubbliche. dobbiamo lavorare per ridurre il gap infrastrutturale fra regioni, con quelle del Sud che continuano a pagare decenni di errate politiche. Insieme dobbiamo puntare a un Piano nazionale di manutenzione e infrastrutturazione del territorio per salvaguardarne la bellezza e le ricchezze agroalimentari. I cambiamenti climatici stanno evidenziando la necessità di adeguare la rete idraulica del Paese, migliorando la capacità di gestire le acque anche attraverso la realizzazione di invasi in una logica di multifunzionalità e sostenibilità. In questo – conclude Vincenzi – è necessaria un’azione congiunta con la politica per affermare, in sede europea, l’indispensabile funzione dell’irrigazione per le agricolture del Mediterraneo”.

Tra i progetti illustrati ieri anche quelli del Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria (Crea). Il suo Centro di ricerca politiche e bioeconomia, si legge in una nota, “fornisce un importante contributo grazie a due distinti accordi di cooperazione con il ministero per l’assistenza tecnica ai programmi di investimento in atto (Programma di sviluppo rurale nazionale e Piano operativo agricoltura – Fsc), mirati allo sviluppo e alla gestione di adeguati strumenti informatici di supporto, quali il Sigrian (Sistema informativo nazionale per la gestione della risorsa idrica in agricoltura, database nazionale unico di riferimento per la raccolta dati e informazioni sull’uso irriguo dell’acqua a scala nazionale) e la Banca dati investimenti irrigui”.

Secondo Raffaella Zucaro, ricercatrice Crea e responsabile dei due accordi, “le informazioni per il settore irriguo, oltre a essere necessarie per rispondere alle attuali condizionalità ex-ante per le risorse idriche nella Pac 2014-2020, sono importanti nella definizione di adeguate politiche per l’acqua e l’agricoltura, nella pianificazione dell’uso nei distretti idrografici e nella preparazione della futura programmazione della Pac, sempre più orientata verso uno sviluppo sostenibile e un’efficiente gestione delle risorse naturali”.
Bisogna considerare, conclude la ricercatrice, “la scarsità idrica non è più prerogativa delle regioni del sud Italia ma si è estesa in frequenza ed intensità alle aree settentrionali del Paese, storicamente ricche di acqua”.

10/01/2020 – Corriere dell’Alto Adige
Alperia, nuove accuse dalla Bulgaria

Ganchev sentito dalla Guardia di Finanza. Sparber: accertamenti in corso
BOLZANO La questione delle partecipazioni bulgare di Alperia torna di attualità. Oggi Zhelyu Ganchev, l’ imprenditore bulgaro che ha denunciato il saccheggio della filiale carpatica di Alperia e Dolomiti energia, terrà una conferenza stampa in cui fornirà nuovi dettagli sulla truffa. Nel frattempo Ganchev, che è socio di minoranza di PvB Bulgaria, è stato sentito per diverse ore dalla Guardia di finanza che gli ha chiesto di dimostrare le accuse mosse. Alperia, dal canto suo, ha reagito inviando a Ganchev una lettera firmata dal direttore Johannes Wohlfarther e firmata anche dall’ ad di Dolomiti energia Marco Merler e dal Ceo di Finest spa Eros Goi in cui si chiede di smettere di infangare il buon nome della società. «Non riusciamo a comprendere come lei intenda tutelare gli asset di PvB Bulgaria con queste azioni. Ci chiediamo infatti come mai Lei non abbia fornito documenti in suo possesso che documento le sue affermazioni» si legge nella lettera in cui i vertici di Alperia e Dolomiti energia minacciano anche azioni legali contro Ganchev. L’ imprenditore bulgaro però non sembra per nulla intimidito, anzi. Dopo essere stato sentito per cinque ore dalla Finanza, Ganchev ha chiesto un incontro ai principali sindaci della regione. Rovereto, Trento, Bolzano e Merano. Tuttavia nessuno ha voluto riceverlo. Le accuse mosse da Ganchev sono pesanti. Nel mirino c’ è l’ ex direttore di PvB Bulgaria Plamen Dilkov che, secondo Ganchev, si sarebbe fatto pagare ingenti commissioni da tutti i fornitori di PvB Bulgaria. Accuse tutte da dimostrare: nel frattempo però, e questo è un dato di fatto, PvB ha licenziato Dilkov e ha anche svalutato la partecipazione bulgara mettendo in vendita la società. «Gli incentivi per le energie rinnovabili non ci sono più quindi non conviene più investire» spiega il presidente Wolfram Sparber chiarendo che gli accertamenti sul ruolo di Dilk ov sono ancora in corso. M. An.

11/01/2020 – Alto Adige
Energia green, Alperia fa sconti alle aziende altoatesine

Il nuovo accordo con il Wirtschaftsring Riduzioni di prezzo in base al consumo annuo
Bolzano. Südtiroler Wirtschaftsring – Economia Alto Adige e Alperia hanno firmato un nuovo accordo quadro per la fornitura di energia elettrica da fonti rinnovabili. Avere prezzi più convenienti dell’ energia è un vantaggio competitivo strategico per ogni azienda. In base al nuovo accordo quadro, le aziende associate a Economia Alto Adige riceveranno uno sconto sul prezzo in base all’ ammontare del consumo annuo. L’ approvvigionamento garantito di fornitura di energia elettrica da centrali idroelettriche altoatesine è allo stesso tempo anche una collaborazione nell’ impegno per la costruzione di un futuro sostenibile. L’ accordo garantisce alle aziende associate all’ Unione commercio, all’ Unione Albergatori e Pubblici Esercenti, all’ Unione Agricoltori e Coltivatori Diretti, ad Assoimpreditori dell’ Alto Adige, all’ Associazione liberi professionisti Alto Adige e alla Confartigianato Imprese una riduzione dei prezzi dell’ energia graduata in base al consumo annuo.” Oltre alla rinegoziazione delle condizioni, l’ attenzione verso il tema della sostenibilità è stata per noi un criterio decisivo per estendere la nostra proficua collaborazione con Alperia. Alperia infatti fornisce energia prodotta dalle centrali idroelettriche altoatesine. In tal modo, le aziende che scelgono energia green danno un prezioso contributo alla sostenibilità”, sottolinea Hannes Mussak, presidente di Economia Alto Adige. Ulteriori vantaggi della cooperazione con Alperia è lo stretto legame con l’ Alto Adige e la vicinanza alle aziende grazie ad una presenza capillare sul territorio, nonché la possibilità di uno scambio diretto con le associazioni imprenditoriali. «Per Alperia, la pluriennale collaborazione con le aziende altoatesine, è molto importante. Desideriamo sostenerle nell’ ambito delle nostre possibilità e quindi dare anche un contributo concreto allo sviluppo economico. Inoltre, il contratto con la fornitura di energia verde vuole essere un contributo a favore della protezione del clima e nella direzione dell’ abbattimento di emissioni di CO2», ha sottolineato Giovanni Filippi, Chief Operating Officer di Alperia Smart Services, alla firma del contratto.

11/01/2020 – Il Sole 24 Ore
Hera, lo shopping continua: «Il modello multiutility premia»

L’ INTERVISTATOMASO TOMMASI DI VIGNANO
Parla il presidente esecutivo: «Il mercato è frammentato, c’ è spazio per crescere» Presentato ieri il piano che alza a 3,5 milioni il target finale dei clienti
«La multiutility è un modello vincente, che nel tempo ha dato risposte e benefici a tutti gli stakeholder, e in Italia c’ è ancora spazio per consolidare un mercato troppo frammentato rispetto all’ estero». Parte da questa convinzione il presidente esecutivo Tomaso Tommasi di Vignano, alla guida del gruppo Hera dal 2002, per illustrare i punti cardine del nuovo piano industriale al 2023, che alza l’ asticella rispetto al precedente business plan grazie ai conti superiori alle attese del 2019 (mol +4,8% a 1,081 miliardi) e alla joint venture nel Nord-Est con Ascopiave, grazie a cui il target di clienti viene portato a 3,5 milioni. «Sono arrivato qui che avevamo 200mila clienti energy e neppure un call center: se oggi siamo terzi in Italia dietro solo Enel ed Eni e la prima multiutility italiana per capitalizzazione – sottolinea Tommasi – è anche grazie a una governance che ha lavorato molto bene, in cui il management è sempre stato vicino ai territori e i soci non mi hanno mai chiesto un cambiamento di rotta improprio». Questo assetto, secondo il manager che nel 1997 ha guidato la completa privatizzazione di Telecom Italia, dimostra come «la presenza del pubblico, se gestita con equilibrio e correttamente, è un fattore positivo, anche se per giocare su scala più ampia, magari per ridurre il gap infrastrutturale Nord-Sud, lo Stato deve fare la propria parte con risorse e stabilità regolatoria». Partiamo dal piano al 2031: quali sono i punti chiave? Un ulteriore sviluppo industriale grazie a investimenti per 2,9 miliardi. Il mol al 2023 è stimato a 1,25 miliardi, in aumento di 219 milioni sul 2018 grazie al contributo di tutte le filiere. Tra cinque anni il rapporto debito/mol sarà a 2,8 volte (dai 3,05 di fine 2019 post operazione Ascopiave) e continueremo a garantire dividendi in progressiva crescita fino a 12 centesimi per azione dai 10 del 2019. Rafforziamo inoltre l’ attenzione alla sostenibilità. Tutto questo, però, con un presupposto: la multiutility è un modello vincente, che permette di fare efficienze e di assorbire al meglio le innovazioni. Grazie alla partnership con Ascopiave avete centrato con due anni d’ anticipo il target sui clienti. C’ è chi sostiene, tuttavia, che il prezzo pagato sia stato elevato. Abbiamo investito una cifra importante su un’ operazione per cui si era mosso tutto il mercato. Per noi Ascopiave rappresentava un completamento importante in un’ area come il Veneto in cui crediamo molto. Per l’ esperienza che abbiamo maturato con la nostra clientela energy puntiamo a estrarre sinergie importanti, pari a 28 milioni su arco piano; anche per Ascopiave, che si è rafforzata sulle reti gas, l’ operazione è stata vincente. Questo schema è replicabile? Su che scala? Certamente sì. Abbiamo la solidità, le competenze e gli asset per farlo. Puntiamo a raggiungere 3,5 milioni di clienti energy attraverso l’ espansione organica ma anche con la crescita per linee esterne: abbiamo una flessibilità finanziaria che ci permetterà di cogliere eventuali opportunità non inserite a piano. Attenzione però: non c’ è solo l’ M&A classica ma anche quella verticale, con joint venture su singole filiere come l’ ambiente, e credo che oggi rappresenti una grande opportunità. Tempo fa l’ indirizzo del Governo per le grandi utility era quello di aggregare le piccole. Ora questa fase può dirsi definitivamente archiviata? Le nostre dimensioni sono già ottimali e le abbiamo raggiunte con una politica di fusioni e acquisizioni sulle zone geografiche a noi attigue, rivolgendo sempre grande attenzione ai territori. Aggiungo che io nella grande M&A non ho mai creduto e, tanto più oggi, la ritengo superata. Ma spazio per le aggregazioni c’ è… Vedo ancora significativi margini di consolidamento per le realtà medio-piccole, vista la frammentazione del mercato se paragonato ad altri Paesi europei. Questo processo deve proseguire e la strada da percorrere è lunga: guardiamo con favore a tutti gli orientamenti governativi e legislativi che rafforzino questa prospettiva. In quest’ ottica abbiamo apprezzato la nascita di un’ Autorità unica, che copre interamente il perimetro delle multiutility. Per Hera un ulteriore consolidamento dove potrebbe portare? Aimag, Tea Mantova o ancora in Veneto, dove tuttavia Vicenza e Verona hanno avviato di recente un negoziato con A2A? Di Aimag siamo già azionisti al 25% ma è difficile immaginare evoluzioni a breve, mentre con Mantova c’ è stato un tentativo di dialogo qualche tempo fa ma non ne è nato nulla. Su Vicenza e Verona abbiamo presentato una manifestazione d’ interesse ma ritengo che il modo in cui è stata scelta la strada non corrisponda pienamente alle regole del gioco. Noi aspettavamo di essere chiamati come altri, vista anche la nostra presenza e dotazione impiantistica in Veneto, per essere valutati dall’ advisor ma nessuno ci ha contattato: è un passaggio che ci ha lasciato perplessi e ci rifletteremo. Vedremo come andrà la trattativa con A2A. Aggiungo anche che il caso Ascopiave dimostra che la crescita dimensionale e le partnership possono nascere anche dalle gare. Per allargare un po’ l’ orizzonte di recente si è parlato anche della possibile creazione di una multiutility del Sud, con il sostegno di Cdp, per aiutare quest’ area a ridurre il gap infrastrutturale con il Nord. Credo sia un progetto di cui Cdp ha compreso la necessità da molto tempo e la stessa Utilitalia ha ben affrontato il tema. Prima o poi qualcosa bisognerà farla, però nel modo giusto: lo Stato deve garantire stabilità normativa e risorse, che non devono essere necessariamente economiche. Con questi presupposti si possono trovare formule di collaborazione, magari su singole filiere. Certo, un progetto simile va affidato ad aziende con competenze forti. Intanto, negli ultimi tempi, in Italia la presenza pubblica nelle aziende sembra avere ritrovato un certo appeal. Il modello della multiutility ci dice che la presenza del pubblico, se gestita con equilibrio e correttamente, non è un fattore negativo. In generale, guardando gli ultimi 30 anni, credo che il principale errore che si possa fare è applicare ricette in base a prese di posizione ideologiche o ascoltando solo la pancia. Basta vedere quante volte si è cambiata idea sulle grandi privatizzazioni. A proposito, la completa liberalizzazione del mercato elettrico è stata rimandata al 2022. Certamente è un appuntamento che guardiamo con grande interesse. Speriamo che questo tempo in più serva per mettere a punto una metodologia di riassegnazione dei clienti credibile e trasparente. A valle di essa, noi puntiamo a mantenere l’ attuale quota del 4% circa sul mercato libero. Lei guida Hera da 19 anni e in primavera ci sarà il rinnovo del cda Preferisco non parlare di cose che non dipendono dalla mia volontà. Qui non ci si annoia e sono molto orgoglioso di quanto ho realizzato, che ci viene riconosciuto dai soci e dal mercato. © RIPRODUZIONE RISERVATA. Cheo Condina

12/01/2020 – Il Piccolo
Si riaccende il grande risiko delle multiutility a Nordest

LE GRANDI FUSIONI
Dal via libera allo scambio di asset fra Hera e Ascopiave con il rafforzamento della triestina Estenergy ai venti di intesa A2A-Aim Vicenza-Agsm Verona
Luigi Dell’ Olio MILANO. Il progetto di creare un unico operatore di taglia europea, mettendo insieme le grandi multiutility della Penisola, probabilmente resterà per sempre sulla carta. Troppo accentuati nel nostro Paese i campanilismi perché si arrivi a uno sbocco simile a quello che negli anni Ottanta portò alla nascita in Germania di Rwe, il secondo operatore tedesco dopo E.On. Sta di fatto però che il processo di aggregazione prosegue e vede sempre il Nord-Est come baricentro. Secondo rumors di mercato, entro maggio è attesa la chiusura dell’ accordo tra A2A, Aim Vicenza e Agsm Verona. Dovrebbero dunque sfociare in un accordo le trattative iniziate a dicembre per consentire alla multiutility milanese di entrare a far parte come socio industriale del progetto di fusione fra le altre due società per creare un grande gruppo del Triveneto. Secondo uno studio messo a punto da Roland Berger, A2a potrebbe conferire asset rilevando in cambio il 30% del nuovo gruppo. Una realtà capace di generare un margine operativo lordo intorno ai 200 milioni di euro. Centrare il traguardo entro la primavera non sarà comunque semplice, dato che all’ accordo preliminare tra le parti dovrebbero seguire le intese di dettaglio e il disco verde dei principali azionisti, che sono tutti pubblici e di differente colore politico. Secondo gli analisti, se l’ operazione come sembra andrà in porto, si produrrebbero due effetti: lo spostamento verso Est da parte di A2A, che è già da tempo la principale multiutility italiani, ma con una presenza preponderante in Lombardia; l’ effetto calamita verso altre piccole utility del Nord-Est, che faticano a essere redditizie tra evoluzione normativa, necessità di investire nell’ innovazione e crescente concorrenza sui territori di rispettiva competenza. A questo proposito va ricordato che A2A è già presente in Friuli Venezia Giulia e che nelle scorse settimane ha annunciato un investimento da 500 milioni di euro che porterebbe alla dismissione della centrale a carbone di Monfalcone per un nuovo impianto a gas a impatto ridotto. Le mosse del gruppo lombardo si confrontano con quelle di Hera, che dall’ Emilia-Romagna si è progressivamente allargata nel Nord-Est tramite AcegasApsAmga, società nata dalla fusione tra le multiuility di Udine, Padova e Trieste e poi entrata a far parte del gruppo con headquarter a Bologna. L’ ultimo tassello risale a poche settimane fa con il via libera allo scambio di asset con Ascopiave (da una parte le attività commerciali nell’ energia e dall’ altra nella distribuzione di gas), dal quale prende corpo EstEnergy, che debutta come il principale operatore energetico del Nord-Est, con oltre un milione di clienti. L’ operazione vede l’ azienda veneta acquisire nuovi asset nella distribuzione gas, rafforzando la propria posizione nel settore e arrivando a 775mila utenti gestiti. Hera arriva invece a circa 3,3 milioni di clienti energy complessivi. Sull’ area punta anche Alperia, che nei mesi scorsi ha corteggiato prima Ascopiave, quindi Agsm Verona e Aim Vicenza. L’ utility bolzanina nata tre anni e mezzo fa dalla fusione di due società dell’ Alto Adige e caratterizzata da un azionariato al 100% pubblico, resta alla finestra in cerca di opportunità. –© RIPRODUZIONE RISERVATA.

10/01/2020 – Italia Oggi
Servizi pubblici, in house il 93%

Relazione Corte dei conti 2019 sugli organismi partecipati dagli enti territoriali e sanitari
Affidamenti diretti predominanti, ma pochi controlli
Gli affidamenti diretti di servizi pubblici, secondo il modello dell’ in house providing costituiscono il 93% del totale degli affidamenti disposti dagli enti locali; su 4.326 società affidatarie, 1.804 sono a totale capitale pubblico. È quanto si legge nella relazione della Corte dei conti per l’ anno 2019 sugli organismi partecipati dagli enti territoriali e sanitari di cui alla delibera n. 29 del 10 dicembre 2019 della sezione autonomie. Uno dei numerosi profili esaminati dalla corposa e dettagliata delibera, riguarda la parte concernente l’ affidamento di servizi pubblici locali e strumentali e in particolare l’ utilizzazione del modello dell’ in house providing definito dall’ art. 16 del Testo unico. La norma consente l’ affidamento diretto di contratti pubblici alle società in house qualora sussistano i seguenti requisiti, già prescritti dalle norme vigenti 241 e, comunque, di derivazione comunitaria: che sia una società a capitale interamente pubblico, fatta salva la partecipazione privata di minima entità; che svolga attività prevalentemente per l’ ente pubblico affidante (qualora «oltre l’ 80% del loro fatturato sia effettuato nello svolgimento dei compiti a esse affidati dall’ ente pubblico o dagli enti pubblici soci»); che vi sia un controllo analogo da parte del socio pubblico (o dei soci congiuntamente). Nel report si fa presente che, sotto il profilo del rispetto dei principi della concorrenza, si registra «la netta prevalenza di affidamenti in house mentre le gare con impresa terza risultano essere soltanto 878 (su un totale di 14.626 affidamenti) e gli affidamenti a società mista, con gara a doppio oggetto». Stante la predominanza degli affidamenti diretti, che incidono sul totale nella misura del 93%, la Corte pone l’ accento sull’ esigenza di monitorare la sussistenza dei requisiti del «controllo analogo» ai fini della loro legittimità, e del «controllo analogo congiunto» nelle ipotesi di partecipazione plurima. Delle 4.326 società con dati di bilancio 2017, 1.804 sono infatti interamente pubbliche e di queste, 1.276 sono partecipate da un esiguo numero di enti (fino a 9), mentre 528 sono partecipate da oltre 9 enti (di cui 226 partecipate da almeno 40 enti). I dati sugli affidamenti sono stati comunicati alla Corte dagli enti partecipanti soltanto per 2.097 società: in altre parole, sembrerebbe che soltanto il 48% delle 4.326 considerate sia beneficiario di affidamenti, mentre così non può essere. Al netto di ipotizzabili lacune informative, imputabili agli enti tenuti alla comunicazione, per i magistrati di viale Mazzini appare evidente «la scarsità dei dati, considerata la centralità del servizio affidato nella valutazione di acquisizione-mantenimento di una partecipazione societaria». Con riferimento all’ insieme delle società osservate (le 4.326 con dati di bilancio 2017) emerge, inoltre, che le partecipazioni dirette e indirette degli enti territoriali sono distribuite sul territorio con una prevalente concentrazione nella regione di appartenenza dell’ ente socio; vi sono anche partecipazioni presenti fuori regione, ma con evidenti differenze gestionali tra enti appartenenti a realtà regionali diverse. Il fenomeno, ha detto la corte, è evidente per le partecipazioni indirette, che risultano distribuite sull’ intero territorio nazionale per la maggior parte degli enti dell’ area nord. Con riguardo alle partecipazioni dirette, la distribuzione fuori regione è più contenuta e, comunque, più frequente al Nord e al Centro, mentre al Sud il fenomeno appare alquanto circoscritto. In linea generale, nella relazione si fa presente come vi sia una corrispondenza tra il possesso di partecipazioni dirette fuori regione e l’ affidamento di servizi da parte degli enti possessori di tali quote, sia pure con dinamicità diverse. © Riproduzione riservata. PAGINA A CURA DI ANDREA MASCOLINI

10/01/2020 – Italia Oggi
Appalto, suddivisione in lotti solo se funzionale

coerenza con interessi pubblici-privati
La scelta di suddividere in lotti un appalto costituisce una decisione ancorata a valutazioni di carattere tecnico-economico, nel rispetto dei principi di proporzionalità e di ragionevolezza. Lo ha stabilito il Consiglio di stato, sezione sesta, con la sentenza del 2 gennaio 2020 n. 25. I giudici, in primo luogo, hanno precisato che la discrezionalità amministrativa che sovrintende alla scelta della stazione appaltante circa la suddivisione in lotti di un appalto pubblico deve essere funzionalmente coerente con il bilanciato complesso degli interessi pubblici e privati coinvolti dal procedimento di appalto. In ogni caso, si tratta di scelta di carattere tecnico-economico, che resta sempre delimitata, oltre che dalle specifiche norme del codice dei contratti, anche dai principi di proporzionalità e di ragionevolezza, oltre che dall’ obbligo di motivazione «perché il precetto della ripartizione in lotti è funzionale alla tutela della concorrenza». I giudici hanno ricordato anche come in precedenza fosse già stato affermato il principio per cui la suddivisione in lotti, ancorché finalizzata a favorire l’ accesso alle gare da parte delle microimprese, piccole e medie imprese alle gare pubbliche, «non è posto in termini assoluti e inderogabili, giacché il medesimo art. 51, comma 1, secondo periodo afferma che le stazioni appaltanti motivano la mancata suddivisione dell’ appalto in lotti nel bando di gara o nella lettera di invito o nella relazione unica di cui agli articoli 99 e 139». Il principio della suddivisione in lotti può dunque essere derogato, motivando. Dal punto di vista della sua sindacabilità, il Consiglio di stato ha ribadito che può esserlo soltanto nei limiti della ragionevolezza e proporzionalità, oltre che dell’ adeguatezza dell’ istruttoria, in ordine alla decisione di frazionare o meno un appalto «di grosse dimensioni». Infatti, nonostante l’ ampiezza del margine di valutazione attribuito all’ amministrazione, la scelta della stazione appaltante circa la suddivisione in lotti di un appalto pubblico, deve comunque costituire una decisione funzionalmente coerente con il complesso degli interessi pubblici e privati coinvolti dal procedimento di appalto, da valutarsi nel quadro complessivo dei principi di proporzionalità e di ragionevolezza. © Riproduzione riservata.

10/01/2020 – Italia Oggi
Concessioni servizi sociali, la disciplina è da rivedere

Parere del Consiglio di stato sulle linee guida dell’ Anac
È illegittimo estendere la disciplina del codice alle concessioni di affidamento di servizi sociali. Lo ha affermato il Consiglio di stato con il parere reso il 27 dicembre 2019 sulle linee guida Anac in materia di affidamento dei servizi sociali. In particolare, l’ autorità ha chiesto alla sezione consultiva un parere in ordine al regime applicabile alle concessioni di servizi sociali che in base alla direttiva 23/2014 non sono soggette all’ applicazione integrale del codice ma soltanto ad alcune norme. Ad avviso dell’ Anac, «l’ esclusione delle concessioni di servizi sociali dall’ ambito di applicazione del codice comporterebbe la necessità di rimettere ad atti interni delle stazioni appaltanti l’ intera regolazione di elementi fondamentali dell’ istituto e, in specie, tutta la disciplina contenuta nella parte III del codice per le concessioni di servizi». Da qui, l’ ipotesi formulata dall’ autorità in base alla quale, per evitare un vuoto normativo, si potrebbe prevedere l’ applicazione «alle concessioni di servizi sociali delle disposizioni indicate all’ articolo 164 del codice dei contratti pubblici». Per il Consiglio di stato la «soluzione deve essere rimeditata» perché in base all’ articolo 213, comma 2, del codice dei contratti pubblici l’ Anac, per l’ emanazione delle linee guida, deve rispettare non soltanto la qualità della regolazione ma anche «il divieto di introduzione o di mantenimento di livelli di regolazione superiori a quelli minimi richiesti dalla legge n. 11 del 2016 e dal presente codice». In particolare, fa presente il Consiglio di stato, che «costituiscono livelli di regolazione superiori a quelli minimi richiesti dalle direttive comunitarie l’ estensione dell’ ambito soggettivo o oggettivo di applicazione delle regole rispetto a quanto previsto dalle direttive, ove comporti maggiori oneri amministrativi per i destinatari». Da questi riferimenti il parere trae la conclusione che «il divieto di introduzione o di mantenimento di livelli di regolazione superiori a quelli minimi (cosiddetti gold plating) esclude l’ applicabilità di una disciplina aggravata introdotta attraverso le linee guida». Se, quindi, per un verso, è vero che si tratta di linee guida non vincolanti, per altro verso, è altrettanto vero che le stesse, anche alla luce della giurisprudenza, per essere disattese richiedono che l’ amministrazione specificamente motivi la ragione per cui decide di discostarsene. Si tratta, dunque, di atti che assumono una propria vincolatività in quanto «provenienti da un’ autorità, particolarmente qualificata, con la conseguenza che devono mantenersi nell’ ambito della cornice delineata dalle direttive e dal legislatore». Interessante è anche la precisazione preliminare sul potere dell’ autorità a emettere linee guida anche dopo il decreto sblocca cantieri che ha reintrodotto il regolamento di attuazione del codice appalti: «la categoria delle linee guida vincolanti appare significativamente ridimensionata dalla prospettata adozione del regolamento, ma esso non investe la totalità delle norme del codice dei contratti pubblici il cui contenuto precettivo può essere attuato o integrato dall’ Anac con linee guida vincolanti richiamate nel codice». Permane la facoltà dell’ Anac di suggerire soluzioni o prassi interpretative attraverso gli strumenti di regolazione flessibile non muniti di efficacia obbligatoria. © Riproduzione riservata.

12/01/2020 – La Repubblica
Appalti, tre ricorsi al giorno Ecco come si bloccano le gare

Chi perde cerca la rivincita al Tar e al Consiglio di Stato con motivazioni spesso pretestuose come la mancanza della firma “in calce”
Mancava la firma “in calce”. Intendiamoci, la firma c’ era, soltanto che era sul frontespizio dell’ offerta. Tutto per giunta in busta chiusa, elaborati compresi. Ma tanto è bastato perché l’ impresa che aveva perso la gara per la manutenzione della Casa dello studente di Perugia, un appalto da oltre 8 milioni, facesse ricorso al Tar. E poi, sconfitta dal buonsenso in primo grado, ricorresse in appello al Consiglio di Stato lamentando che i giudici di primo grado avrebbero «omesso di considerare che, se è vero che la giurisprudenza ormai non prevede più l’ obbligo di sottoscrivere tutte le pagine dell’ offerta, ciò nonostante prevede l’ obbligo della sottoscrizione, per tale dovendosi intendere almeno la firma in calce». Ricorso, ovviamente, respinto. E respinto anche quello dell’ impresa battuta alla gara del Comune di Caserta per la sistemazione di una caserma (opera da 4,8 milioni) che chiedeva l’ esclusione del concorrente aggiudicatario per «mancata sottoscrizione in calce » dell’ analisi giustificativa dei prezzi di lavori non previsti nei listini ufficiali. Stesso destino subito dal ricorso della ditta soccombente alla licitazione per la copertura del Palazzo civico di Cagliari. Così ostinata nella pretesa di far escludere il vincitore per la mancanza di una firma “in calce” da fare addirittura ricorso al Consiglio di Stato per la revoca della sentenza dello stesso Consiglio di stato. Ecco che cosa succede, e con una frequenza sempre più impressionante. Chi perde una gara d’ appalto o per una fornitura pubblica fa subito ricorso: non per la sostanza o il merito, bensì per formalismi spesso al limite della comicità. Sperando così di mettere fuori gioco l’ avversario. La firma che manca “in calce” o su tutti i fogli dell’ offerta, anche se poi la firma c’ è da qualche altra parte, è ormai un classico. E ci sarebbe quasi da sorridere se non fosse per ciò che sottintende il fenomeno e per le sue conseguenze. I numeri, innanzitutto. C’ è chi ha fatto i conti scoprendo che nei primi dieci mesi del 2019 e solo al Consiglio di Stato, dove si giudicano in appello le cause discusse ai Tribunali amministrativi regionali, sono stati presentati 907 ricorsi su appalti e contratti pubblici. A un ritmo di tre al giorno. Ed è un fatto senza precedenti. La sola quinta sezione presieduta da Giuseppe Severini, competente sui ricorsi riguardanti gare per forniture e servizi pubblici, se n’ è vista recapitare 602, dei quali ben 408 sugli appalti dei servizi di enti locali. Le scuole sono la materia più contesa: 63 cause. Seguono i rifiuti (46) e la riscossione dei tributi (41). Il moltiplicarsi esasperato di litigiosità con motivazioni del genere può essere considerato un segnale di crescente allergia alla concorrenza che si sta diffondendo nel mondo delle imprese che hanno a che fare con la pubblica amministrazione. Una specie di riflesso condizionato che scatta automaticamente dopo ogni gara perduta, qualunque sia la situazione. Non c’ è da stupirsi che ormai molte società impegnate negli appalti pubblici abbiano a libro paga più legali che ingegneri, progettisti o tecnici esperti. Certo, c’ è da sospettare che la ricerca del pelo nell’ uovo sia in qualche modo anche l’ effetto della cultura che ha imbevuto ormai fino al midollo la nostra burocrazia. Immersa in tale profondità nei formalismi da aver spostato su procedure, cavilli e timbri il terreno di confronto con la società reale e quindi con le imprese. Che quindi, avendo fatto di necessità virtù, si sentono autorizzate a utilizzare gli stessi codici. Incuranti però delle conseguenze che può avere il dilagare del ricorso a tutti i costi. A cominciare dall’ intasamento della macchina della giustizia amministrativa. Dicono tutto i dati sui ricorsi effettivamente discussi. Soltanto quelli relativi ad appalti e contratti pubblici cono stati 1.038, il 40 per cento del totale delle 2.623 cause dibattute nei primi dieci mesi del 2019 al Consiglio di Stato. Il giovedì a Palazzo Spada è ormai consueto veder piovere sul tavolo delle udienze anche un centinaio di dossier. Avete letto bene: proprio un centinaio. ©RIPRODUZIONE RISERVATA Le aziende interessate assumono più avvocati che progettisti e la giustizia amministrativa si ingolfa Metro C Uno dei cantieri ancora aperti della metro C di Roma che collegherà San Giovanni con piazza Venezia Filippo Patroni Griffi È il presidente del Consiglio di Stato. Nel governo Monti è stato il ministro della Pubblica amministrazione. DI SERGIO RIZZO

13/01/2020 – Corriere della Sera – Economia
ACCIAIO DI STATO L’AZIONISTA CONTA MA CONTANO ANCORA DI PIÙ BILANCI E CONCORRENZA

Ritorna in forza l’ impresa pubblica ? È questa una delle novità dietro l’ angolo? Le recenti vicende bancarie non lasciano dubbio che il tema è nell’ agenda della politica, perlomeno. Non solo la presenza, ma secondo non pochi osservatori, proprio il contrario, l’ assenza, la non sufficiente presenza di interventi pubblici od il ritardo degli stessi vengono, a bocce ferme, additati come concause, se non altro, di aggravamento della crisi finanziaria della fine del primo decennio. Di qui l’ esigenza di riflessioni analitiche sul ruolo dell’ intervento pubblico nel sistema bancario europeo: ruolo che i più recenti contributi in materia (si veda ora nel volume «Governance of Financial Institutions», curato da Busch, Ferrarini, von Solinge per le edizioni Oxford, il capitolo relativo alla proprietà pubblica delle istituzioni finanziarie) non paiono affatto respingere a priori. Sin qui ci si muove nell’ ambito finanziario, ma è evidente come la tentazione dell’ intervento pubblico appaia (il caso Ilva, per tacere di Alitalia, è eloquente), anzi riappaia se non altro per operazioni di ristrutturazione, turnaround. Premono le centinaia di richieste di salvataggi su binari morti. Non è questa, certo, la sede per affrontare in linea teorica il problema dell’ impresa pubblica, ma è un dovere intellettuale ricordare che l’ Italia è istituzionalmente, per dettato costituzionale, un Paese ad economia mista. La libertà di iniziativa economica, e così implicitamente la concorrenza è il caposaldo dell’ articolo 41 della Costituzione, ma la norma costituzionale contempla la connivenza tra attività economica «pubblica e privata» (articolo 41, terzo comma), così come tra proprietà pubblica e privata (articolo 42). Proprietà privata e pubblica possono convivere all’ interno di una stessa impresa. Entrambe non possono svolgersi in contrasto con l’ utilità sociale. Tollerano obiettivi di politica industriale. In questo coacervo si sintetizzano le componenti (liberista, cattolico sociale, socialista) il cui compromesso ha portato alla Costituzione. E in questo coacervo si realizza una struttura complessa, spesso annidata in opachi meandri e labirinti, ma non scevra da potenzialità innovative dell’ economia italiana nelle sue stratificazioni storiche. Le note degenerazioni ( non solo) del passato, il tarlo della politica, dell’ inefficienza, del clientelismo hanno troppo spesso e a lungo occupato l’ impresa pubblica, ma non possono trasformare il sistema economico istituzionale italiano in un sistema esclusivamente privato. Non è neppure questo, del resto, il sistema di «economia sociale di mercato fortemente competitivo» su cui si fonda l’ Unione Europea. Del resto guardiamo alla realtà. Il sistema Cassa Depositi e Prestiti, le grandi imprese a controllo pubblico quotato sono pilastri fondamentali nel sistema. Non si giustifica un atteggiamento negativo a priori ogniqualvolta (certo: spesso anche a sproposito) si ipotizza un intervento pubblico. Occorre procedere ad analisi di costi e benefici, in piena autonomia, al riparo da pressioni elettorali o peggio. È qui, semmai, che sta il punto. È qui, purtroppo, che il pregiudizio a priori trova un forte terreno di cultura. Al pregiudizio ideologico si deve resistere ricorda costantemente, per bocca del suo presidente Franco Bassanini, la meritoria Fondazione Astrid. Con tutte le distinzioni del caso, con adeguati e ponderati controlli la via dell’ intervento in equity o «quasi equity» di fondi sovrani (il pensiero corre, ovviamente, a quelli già esistenti) di matrice italiana può essere perseguito e proseguito con particolare successo rispetto non solo a imprese innovatrici, ma anche a storici marchi, oggi appannati e privi di energia. Il presupposto del non aver alle spalle una situazione di crisi come condizione per attivare questi interventi va rapidamente superato se si adottano criteri e metodi di intervento collaudati, controllati e controllabili. Il mercato dell’ iniziativa privata è destinato, come è di regola, a recepire l’ impresa risanata dalla mano pubblica, ma eccezioni, sempre che il recupero sia avvenuto, sono pure esse compatibili con un’ economia mista. E ciò senza contare che nel mercato globale, la distinzione tra proprietà pubblica e privata ha da tempo lasciato il campo a scenari ove sovrano e privato coesistono, a volte anche con imprese in forme diverse dalle classiche corporation. Ben conosciamo le obiezioni a questa «provocazione» per una nuova fase del pubblico nell’ economia, ma forse non conosciamo a fondo il trade off tra vantaggi e costi di un welfare assistenziale solo apparente, per settori e imprese in coma, così come sfuggono troppo spesso le paludi di politiche, tutt’ altro che attive e felici, di recupero del lavoro. L’ impresa a proprietà pubblica trova importanti baluardi nella disciplina speciale dettata nella recente legislazione speciale sulle imprese pubbliche del 2016 ed in una giurisprudenza costituzionale che va arricchendosi e che vede nella tutela della concorrenza (intesa, ci dice Mario Libertini, in senso dinamico, innovativo, efficientistico, basato sul mercato) la garanzia primaria che la mano pubblica non ripeta o aggravi errori del passato e che «soggetti dotati di privilegi economici operino in mercati concorrenziali». Aveva ragione il Presidente Carlo Azeglio Ciampi quando nelle Considerazioni Finali all’ assemblea di Banca d’ Italia del 1988 osservava come un buon governo non consista nel porre ritmi rigidi al continuo oscillare tra regolazione e deregolazione ( e così tra pubblico e privato), ma nel monitorarne «oscillazioni ad eccesso», anche, ci si permetta di osservare, lungo il mainstream di (apparente) rigoroso liberismo.

13/01/2020 – Il Sole 24 Ore
Accesso civico, la legge fa e il milleproroghe disfa

DALLA STRETTA AL RINVIO
La trasparenza si ingarbuglia nei commi delle leggi. Succede, infatti, che la legge di Bilancio inasprisca le sanzioni per i dipendenti pubblici che non pubblicano i dati in possesso dell’ amministrazione di appartenenza. Il giorno dopo il decreto legge Milleproroghe mette, con effetto immediato, in naftalina per un anno le nuove sanzioni e ridimensiona l’ obbligo di pubblicità dei redditi di deputati, senatori e loro congiunti e parenti. Un cortocircuito legislativo che rende più complicato esercitare l’ accesso civico, lo strumento previsto dal decreto legislativo 33 del 2013, che permette a tutti i cittadini di conoscere come agisce una pubblica amministrazione, quanti dirigenti ha, qual è il loro curriculum e quali le loro retribuzioni, quali appalti e concorsi bandisce. In una parola, come quella amministrazione si organizza e spende i soldi. Un’ esigenza mutuata dal «Foia» (Freedom of information act) statunitense e fatta propria dal nostro legislatore per rendere più trasparente la Pa. Una rivoluzione che ha visto anche l’ intervento della Corte costituzionale. Andiamo per gradi. L’ accesso civico introdotto nel 2013 – dopo che per decenni la trasparenza degli uffici pubblici si era affidata alla legge 241 del 1990, che presupponeva però un processo più articolato per conoscere gli atti – rende tutto molto più semplice. Viene, infatti, imposto alle pubbliche amministrazioni di creare nel proprio sito istituzionale una sezione ad hoc denominata «Amministrazione trasparente» dove pubblicare tutta una serie di atti indicati dal Dlgs 33. A cominciare delle dichiarazioni dei redditi di chi riveste incarichi politici (parlamentari compresi) e di chi riveste posizioni di vertice, come i dirigenti. A questo accesso civico, detto “semplice”, il decreto ne affianca un altro (il Foia o “accesso generalizzato”) che consente al cittadino di chiedere all’ amministrazione, attraverso un modulo, altre informazioni rispetto a quelle pubblicate nella sezione «Amministrazione trasparente». L’ obbligo viene applicato in modo diverso da ciascuna amministrazione: c’ è chi fa resistenza, chi si adegua di malavoglia, pubblicando i dati ma in modo poco intelleggibile, e chi invece recepisce la nuova necessità di trasparenza. In questo quadro variegato si inserisce la sentenza della Corte costituzionale dello scorso anno, che dichiara l’ illegittimità costituzionale dell’ articolo 14 del Dlgs 33 nella parte in cui prevede un obbligo indifferenziato di pubblicazione dei redditi di tutti i titolari di incarichi dirigenziali, senza distinguere tra dirigenti apicali e non. Ed è proprio dalla pronuncia della Consulta che prende le mosse la norma sull’ accesso civico dell’ ultimo decreto Milleproroghe, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 31 dicembre ed entrato in vigore il giorno stesso. Il giorno prima, però, era arrivata in Gazzetta Ufficiale la manovra 2020 e anch’ essa conteneva una disposizione sulla trasparenza. Viene previsto che il responsabile della mancata pubblicazione dei dati sul sito della propria amministrazione sia punito con la decurtazione dal 30 al 60% dell’ indennità di risultato o, nella stessa misura, di quella accessoria. Fino a quel momento si applicava una sanzione da 500 a 10mila euro. Il giro di vite avrebbe dovuto partire dal 1° gennaio (data di entrata in vigore della legge di Bilancio), se non fosse stato congelato in extremis – il 31 dicembre appunto – dal Milleproroghe. Il decreto, infatti, prevede che fino al 31 dicembre 2020 quelle sanzioni non si applichino ai dirigenti (e sono loro che decidono se comunicare e pubblicare i dati). Un anno che deve consentire al Governo – visto che dopo la sentenza della Consulta niente si è mosso – di mettere a punto un decreto dove indicare quali dirigenti e quali informazioni a loro riferite debbano essere rese pubbliche. I redditi dei parlamentari Non è l’ unica novità dell’ ultima ora. Il Milleproroghe interviene anche sul regime di pubblicità dei redditi dei parlamentari, spiegando che dal 31 dicembre quei dati devono essere comunicati esclusivamente all’ amministrazione di appartenenza. Dunque, Camera o Senato. Il che significa che quelle informazioni d’ ora in poi sfuggono all’ accesso civico semplice e rientrano nel Foia. Dunque, per conoscerli non basta un click per accedere alla sezione «Amministrazione trasparente», ma occorre inoltrare una richiesta. Un passaggio che rende la trasparenza meno immediata. © RIPRODUZIONE RISERVATA La trasparenza si ingarbuglia nei commi delle leggi. Succede, infatti, che la legge di Bilancio inasprisca le sanzioni per i dipendenti pubblici che non pubblicano i dati in possesso dell’ amministrazione di appartenenza. Il giorno dopo il decreto legge Milleproroghe mette, con effetto immediato, in naftalina per un anno le nuove sanzioni e ridimensiona l’ obbligo di pubblicità dei redditi di deputati, senatori e loro congiunti e parenti. Un cortocircuito legislativo che rende più complicato esercitare l’ accesso civico, lo strumento previsto dal decreto legislativo 33 del 2013, che permette a tutti i cittadini di conoscere come agisce una pubblica amministrazione, quanti dirigenti ha, qual è il loro curriculum e quali le loro retribuzioni, quali appalti e concorsi bandisce. In una parola, come quella amministrazione si organizza e spende i soldi. Un’ esigenza mutuata dal «Foia» (Freedom of information act) statunitense e fatta propria dal nostro legislatore per rendere più trasparente la Pa. Una rivoluzione che ha visto anche l’ intervento della Corte costituzionale. Antonello Cherchi

11/01/2020 – ANSA
Mit, 200 gallerie non adeguate norme Ue

Aspi, 90% in corso. Aiscat, non esistono 200 gallerie a rischio

Sono circa 200, 109 in concessione a Aspi e altre 90 in concessione a altre società, le gallerie non a norma con la direttiva europea 54 del 2004. Lo scrive un documento la Commissione Gallerie del Mit, documento che è stato acquisito oggi dalla Guardia di finanza. Replica Aspi: l’adeguamento degli impianti è in corso nel 90% dei casi mentre per il restante 10% sono in corso le gare d’appalto per l’aggiudicazione dei lavori.

Per Aiscat, è “profondamente sbagliato e fuorviante collegare i ritardi nell’adeguamento alla normativa europea con qualsiasi problema di sicurezza strutturale delle gallerie stesse”.

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11/01/2020 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio
Condotte, i commissari per ora restano alla guida

Carmine Fotina

Lo ha stabilito il Consiglio di Stato dopo che il Tar aveva annullato le nomine

Almeno per ora l’amministrazione straordinaria del gruppo Condotte può proseguire con gli stessi commissari. Lo ha stabilito in via d’urgenza il Consiglio di Stato dopo la sentenza del Tar Lazio dello scorso 30 dicembre che ne aveva annullato le nomine. Evitato, temporaneamente, lo stallo completo nella gestione della società (e delle sue controllate), i cui principali asset sono al centro di una procedura di vendita pubblica. Per il Consiglio di Stato l’annullamento degli atti impugnati in primo grado giustifica una sospensiva d’urgenza alla luce del rischio che nel frattempo, fino alla pronuncia di merito, possa essere compromessa «in via definitiva la continuità aziendale e l’occupazione delle diverse migliaia di dipendenti». Senza considerare il rischio di «aggravare lo stato d’insolvenza e pregiudicare irreparabilmente il rilevantissimo portafoglio ordini nazionale ed estero della stessa società» (il dispositivo è disponibile sul sito www.ilsole24ore.com).

Il 20 febbraio 2019, giorno fissato per la camera di consiglio, è prevista la discussione generale. Il Consiglio di Stato si è espresso su richiesta di sospensiva avanzata dai commissari straordinari. Nel frattempo anche lo stesso ministero dello Sviluppo economico, su parere dell’Avvocatura dello Stato, ha deciso di formalizzare ricorso.Il Tar Lazio aveva annullato gli atti relativi alle nomine accogliendo il ricorso presentato contro il ministero dello Sviluppo economico e nei confronti dei commissari da Alessandra de Simone Saccà, che il 6 agosto 2018 fu dichiarata dalla commissione di esperti nominata dal ministero non idonea a partecipare all’estrazione a sorte per la nomina dei commissari straordinari nel «gruppo dei commercialisti».

Lo stesso giorno, in seguito al sorteggio, furono nominati commissari Matteo Uggetti, Giovanni Bruno e Alberto Dello Strologo. Per i giudici del Tar «il procedimento di nomina risulta affetto da diverse irregolarità» legate al mancato rispetto della direttiva dell’ex ministro dello Sviluppo Luigi Di Maio (19 luglio 2018) relativa alle procedure di nomina. Ugualmente irregolare, secondo il dispositivo, fu la successiva nomina a commissario di Gianluca Piredda (22 marzo 2019) in sostituzione di Dello Strologo, nel frattempo dimessosi. La direttiva in questione prevede che una commissione nominata dal ministro, formata da tre esperti, selezioni tra i candidati una rosa di non meno di cinque nominativi considerati idonei sulla base di precisi criteri. La scelta finale dei professionisti deve poi essere effettuata per sorteggio, in seduta pubblica. La sentenza del Tar aveva rilevato che la procedura stabilita da questa direttiva è in pratica un vincolo “autoimposto” dal ministero e in quanto tale prevale anche sulla natura discrezionale del potere di nomina.

Nel parere inviato al ministero dello Sviluppo economico il 7 gennaio, l’Avvocatura dello Stato ha di fatto sconsigliato di rifare un procedimento di nomina, puntando invece sul ricorso. Si parla comunque di «sicura aleatorietà dell’esito del giudizio» alla luce di una serie di osservazioni, tra le quali c’è anche il riconoscimento che in effetti – come sottolineato dal Tar – la commissione di esperti chiamata a selezionare i candidati da portare poi al sorteggio si presenta come organismo per il quale è necessaria la presenza di tutti i componenti (in occasione della procedura di Condotte ne erano invece presenti solo due su tre).

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13/01/2020 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio
Gare, avvalimento del contratto di affitto di ramo di azienda possibile solo se di durata superiore all’appalto

Dario Immordino

Tar Toscana: bisogna garantire che il possesso dei requisiti duri sino alla completa esecuzione delle prestazioni

Il concorrente non può legittimamente avvalersi, ai fini del possesso dei requisiti prescritti dalla legge di gara, del contratto di affitto di ramo di azienda di durata inferiore a quella dell’appalto, anche se superiore ai tre anni minimi previsti dall’art. 76, comma 9, del Dpr n. 207/2010. La regola della durata minima di 3 anni del contratto di affitto, infatti, vale esclusivamente per i requisiti riferiti ad appalti la cui durata non ecceda i 3 anni. La precisazione arriva dal Tar Toscana (Firenze) con la sentenza n. 1706/2019.

Ciò in quanto la durata del contratto di affitto pari o superiore all’intera fase di esecuzione dell’appalto costituisce garanzia del fatto che il possesso dei requisiti, vantato in virtù di detto contratto, duri sino alla completa esecuzione delle prestazioni oggetto dell’appalto. La ratio della disciplina del Codice degli appalti sulla qualificazione e selezione dei concorrenti è quella, infatti, di garantire che i soggetti che partecipano alle gare pubbliche siano effettivamente in grado di realizzare le opere o fornire i beni o i servizi oggetto dell’appalto.

Al riguardo la disciplina che consente la possibilità di avvalersi dei requisiti richiesti dalla stazione appaltante in forza di un contratto di affitto di azienda mira a garantire che il soggetto che può partecipare alla gara e vincerla solo grazie a tale avvalimento sia effettivamente in grado di adempiere alle proprie obbligazioni, e che i requisiti prefissati dalla stazione appaltante in sede di gara non vengano vanificati con la cessazione del titolo su cui poggiava la continuità nel tempo dei requisiti medesimi.

In caso contrario, infatti, si realizzerebbe una grave violazione dei principi di concorrenza uguaglianza e un grave pregiudizio all’interesse pubblico.

Sotto il primo profilo, infatti, un soggetto verrebbe posto in condizione di aggiudicarsi una procedura concernente l’esecuzione di prestazioni da fornire nel corso di una pluralità di anni fornendo la garanzia di possedere i requisiti necessari solo per una parte della durata del contratto.

Tale eventualità non soltanto determinerebbe una ingiusta penalizzazione degli altri partecipanti alla gara, ma comprometterebbe seriamente l’interesse pubblico alla realizzazione delle prestazioni oggetto dell’appalto, in quanto il soggetto aggiudicatario ne garantirebbe l’erogazione solo in parte.

Sotto questo profilo la circostanza che, già in sede di presentazione dell’offerta, il concorrente faccia leva su un contratto di affitto non idoneo a garantire la persistenza del requisito di capacità tecnica per l’intera durata dell’appalto introduce una situazione diversa rispetto al concorrente che possiede in proprio (e quindi a tempo indeterminato) il requisito stesso, talché diverse sono le conseguenze nei due casi (nel primo è doverosa l’estromissione dalla gara, nel secondo l’ammissione). © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

13/01/2020 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio
Sulle opere a scomputo niente incentivi ai tecnici della pubblica amministrazione

Massimo Frontera

PDFIl parere della Corte dei Conti della sezione Liguria

Parere negativo della Corte dei Conti a un quesito di un comune della Liguria

La Corte dei Conti sbarra la strada alla possibilità di poter mettere a carico dei privati l’incentivo interno a favore del Rup nel caso di opere a scomputo. Il quesito in tal senso è stato formulato dal Comune ligure di Taggia (Imperia). Quesito sul quale è però arrivato il no dei giudici contabili, affidato al parere approvato con la delibera n.122/2019, della sezione Liguria. Più precisamente, il comune ha chiesto «se sia possibile inserire in un atto unilaterale d’obbligo relativo alla realizzazione di opere di urbanizzazione a scomputo ai sensi dell’art 16, comma 2, d.p.r. 380/2001 (Testo Unico Edilizia) una clausola che imponga al privato il versamento degli oneri per compensare le funzioni tecniche del Rup. In caso affermativo, l’ente chiede se possa essere erogato l’incentivo in caso di opere a scomputo non inserite nel piano triennale delle opere pubbliche e da realizzarsi senza l’espletamento di alcuna procedura di gara».

La risposta è negativa perché – spiegano i magistrati contabili – il legislatore «nella disposizione in cui assoggetta anche i lavori eseguiti dal privato che realizza opere a scomputo alla disciplina del codice degli appalti esclude espressamente l’applicazione alle opere in questione degli incentivi per funzioni tecniche». L’articolo 113 del codice sugli incentivi a favore dei tecnici interni, infatti, «pone a carico della sola amministrazione la contabilizzazione, la gestione e l’onere finanziario degli incentivi».

Il parere della Corte dei Conti (sezione Liguria)

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13/01/2020 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio
Al Consiglio superiore dei lavori pubblici torna Sessa, al posto del dimissionario Carlea

Massimo Frontera

Porte girevoli a Porta Pia: avvicendamento operativo dal 5 dicembre con reggenza di tre mesi

Massimo Sessa, già presidente di sezione e poi presidente in più occasioni del Consiglio superiore dei Lavori pubblici, torna, ancora una volta, a ricoprire la carica di presidente del massimo organo tecnico dello Stato. L’avvicendamento risale ai primi dello scorso dicembre e si è concretizzato dopo la formalizzazione delle dimissioni di Donato Carlea, insediatosi alla fine del novembre 2018, succedendo allo stesso Sessa, il quale era rimasto in carica protempore dopo la scadenza della nomina da parte del precedente governo.

Donato Carlea, dopo aver firmato il 3 dicembre gli ultimi provvedimenti in qualità di presidente, nella stessa data ha formalizzato le dimissioni in ottemperanza al criterio dello spoil system, essendo stato nominato dal ministro Danilo Toninelli, che lo aveva voluto come successore dello “scaduto” Sessa. I principali dossier affrontati da Carlea in questo anno di lavoro sono stati la gestione attuativa delle Ntc (a cominciare dalla corposa circolare attuativa uscita a gennaio 2019) e poi la complessa situazione seguita al crollo del ponte di Genova. Le dimissioni sono state accettate dalla ministra Paola De Micheli che ha affidato a Sessa la reggenza per tre mesi a decorrere dal 5 dicembre. Il prossimo febbraio 2020 Carlea avrebbe comunque raggiunto la possibilità di andare in pensione chiudendo una carriera nel corso della quale, tra le altre cose, ha ricoperto la carica di provveditore in quasi tutte le articolazioni territoriali del ministero.

Il “neo” presidente del Consiglio superiore, Massimo Sessa, è di casa a Porta Pia, avendo guidato l’organo tecnico dalla fine dell’era Karrer fino alla nomina di Francesco Musci, avvenuta nel marzo 2015. Nomina che però viene subito congelata dall’allora ministro dei lavori pubblici Graziano Delrio che va voluto richiamare come reggente lo stesso Sessa, poi confermato, il quale è rimasto in carica appunto fino alla nomina di Carlea. © RIPRODUZIONE RISERVATA