Rassegna stampa 09 gennaio 2020

08/01/2020 10.47 – Adnkronos

Energia: Cao, ‘servono nuove infrastrutture per trasporto gas’

Roma, 8 gen. (Adnkronos) – “Nel settore dell’energia stiamo vivendo quella che tutti amano definire transizione energetica. Se ne parla tanto, ma c’è ancora molto da fare per garantirla. Il gas, e in particolare il Gnl, sarà il protagonista per i prossimi decenni di questa transizione energetica in quanto è la fonte energetica che possiamo definire più accettabile da un punto di vista di tutela dell’ambiente perché garantisce il passaggio alle rinnovabili con le minori emissioni possibili. Avremo, dunque, sempre più bisogno di infrastrutture per il trasporto di questa commodity come gasdotti e impianti di liquefazione e rigassificazione”. Ad affermarlo è Stefano Cao, l’ad di Saipem, in un suo articolo pubblicato sulla rivista ‘Formiche’ di Paolo Messa.

L’Italia, continua Cao, “dispone di importanti riserve di gas che non utilizziamo, soprattutto nel mar Adriatico, per paura di gestire il territorio rischiando però in questo modo di danneggiare l’intera nazione. Infatti, potrebbero essere altri Paesi a perforare e ad attingere a risorse che sono anche nostre. Risorse che, oltre ad essere a Km 0, se non sfruttate, a valle della transizione energetica perderebbero qualsiasi valore”.

09/01/2020 – Quotidiano Energia
Tutela gas, Tar: I rimborsi per il 2010/12 non pesino solo su alcuni clienti

Il Tribunale accoglie parzialmente il ricorso delle Pmi contro la delibera Arera 32/2019 sul coefficiente K della materia prima gas I rimborsi ai venditori previsti dalla delibera Arera 32/2019 in tema di materia prima gas per il 2010/2012 (QE 31/1/19) non devono pesare solo su alcune categorie di clienti. E’ quanto sancisce il Tar Milano in una sentenza che accoglie parzialmente i ricorsi di alcune Pmi e di associazioni rappresentative (tra cui Confartigianato). Con la delibera in oggetto, l’Autorità era intervenuta proprio per ottemperare alle decisioni della giustizia amministrativa sul coefficiente K della materia prima gas per la fornitura ai clienti in tutela, ritenuto penalizzante per i venditori e quindi annullato. Il Regolatore aveva deciso di rimborsare i venditori istituendo dal 1° aprile 2019 una sotto-componente della componente tariffaria UG2 a copertura dei costi di commercializzazione di vendita al dettaglio da applicare a tutti i clienti con consumi fino 200.000 mc/anno, incluse le utenze relative ad attività di servizio pubblico. Soluzione ritenuta migliore rispetto all’alternativa del recupero delle somme da parte dei venditori presso i clienti che nel 2010/2012 avevano effettivamente usufruito dello sconto. Pur ritenendo legittima la socializzazione in sé, il Tar afferma che le modalità sono irragionevoli. In particolare, risulta incoerente la fissazione di limiti soggettivi alla socializzazione stessa, ossia il confinarla ai soli utenti con consumi inferiori a 200.000 mc annui. Soluzione che peraltro fa cadere il peso del rimborso anche su coloro che non erano serviti in tutela nel biennio 2010 2012, perché non ancora costituiti, o, comunque, perché rimasti per scelta estranei al servizio di tutela. Secondo il Tribunale Arera stessa riconosce che la socializzazione sottende la tutela di interessi di generali e di sistema, non limitati ai soli clienti che erano o che sono in regime di tutela, ma estesi ai clienti serviti nel mercato libero, che sarebbero verosimilmente sottoposti ad aumenti del prezzo non controllabili a causa del mancato incasso da parte dei venditori dei crediti derivanti dall’annullamento del fattore K. Per cui così come sono generali gli interessi tutelati dalla socializzazione, altrettanto generale deve essere l’ambito cui essa si riferisce, estendendosi a tutti coloro che sono portatori degli interessi alla cui soddisfazione tende. Resta quindi irrilevante che i clienti avessero astrattamente titolo a beneficiare di un prezzo di tutela ridotto nel biennio 2010-2012, perché la socializzazione disancora il recupero dallo specifico rapporto contrattuale inserito nel servizio di tutela, sicché è irragionevole riferirsi ad esso laddove si tratta di delimitare la socializzazione stessa. Nel dco 516/2018 l’Autorità aveva stimato in 273 milioni i rimborsi da effettuare ai venditori ma l’importo dovrebbe essere inferiore, dal momento che il Regolatore ha deciso di tenere conto dell’unpaid-ratio medio del biennio in questione, in quanto rientrante tra i rischi specifici di mancato incasso a cui va incontro ogni venditore. Da segnalare infine che il Tar ha giudicato inammissibile la costituzione in giudizio ad opponendum di Anigas, Assogas, Energia Libera e Utilitalia in quanto l’atto è privo dell’esplicitazione delle ragioni dell’intervento. Ammessa invece Igas Imprese Gas.

09/01/2020 – Gazzetta di Mantova
Mazzata per la causa del gas Il Comune va a caccia di fondi

san martino dall’ argine
In attesa del ricorso l’ amministrazione pensa a come reperire i 700mila euro chiesti da A2A. Si guarda alla Cassa depositi e prestiti
San Martino. Nel dibattito consiliare sul contenzioso col gestore del gas A2A, la sensazione prevalente è stata che il recente ricorso in Cassazione porterà al massimo a una riduzione di quanto dovuto. Il problema è reperire i fondi e si guarda alla Cassa depositi e prestiti. Difficile il “miracolo” – a cui comunque il consiglio spera – dell’ annullamento o quasi della sentenza di appello del tribunale di Bologna che ha confermato quella del lodo arbitrale del 2015 che a sua volta aveva comunque dimezzato la richiesta di un milione e 300mila euro di A2A, ora Unareti. Tutto perché il Comune, come tanti, nel 2005 aveva tolto il servizio di gestione del gas metano per affidarlo a Tea. La cifra da sborsare non è stata ancora quantificata con esattezza. Per la maggioranza si aggira attualmente sui 700mila euro e rimarrà lontana comunque dal milione, che invece ipotizza la minoranza se tutto andrà male in Cassazione. Secondo l’ opposizione, per bocca del capogruppo Idalgo Zigliani, l’ attuale maggioranza doveva quanto prima istituire un fondo di rischio quando già nel 2009 partì il lodo che si chiuse nel 2015. Invece, ancora nelle note di aggiornamento del recente bilancio, non riteneva di prendere misure in proposito. Poteva utilizzare parte dei 90mila euro percepiti annualmente da Tea e soprattutto perseguire il tentativo di una transazione amichevole. Per la maggioranza sono intervenuti il sindaco Alessio Renoldi, il vice Cedrik Pasetti, il capogruppo Lorenzo Renoldi e il consigliere Giorgio Gandolfi. Per questi, senza voler incolpare nessuno per l’ alto indebitamento del Comune (circa 2, 7 milioni), i problemi sono storicamente sorti quando lo stato ha introdotto la “spending rewiev” che ha ridotto drasticamente i trasferimenti. Il Comune ha reagito con un impiego più oculato del personale, ha venduto immobili, aumentato la tassazione e non poteva accantonare niente dei 90mila euro che servivano per mantenere i servizi senza assumere mutui se non quello per la sistemazione delle scuole e i marciapiedi.Pasetti si è soffermato anche sui continui tentativi dell’ amministrazione di aprire una trattativa con Unareti che continua a tenere le porte chiuse. Ora si è in contatto con la Cassa depositi e prestiti che sembra orientata a finanziare la parte relativa all’ investimento (il valore della rete). In questo caso il Comune, su una spesa di 700mila euro, dovrebbe reperirne solo 200mila che però non è in grado di finanziare. Il ricorso in Cassazione pertanto è essenziale per diversi motivi: quello di assicurare alla Corte dei Conti che si è tentato di tutto per evitare spese per il Comune, quella di prendere tempo e non per ultimo la possibilità di vincere di cui è convinto l’ avvocato del Comune, che percepirà solo il rimborso spese senza compensi. -Attilio Pedretti© RIPRODUZIONE RISERVATA.

09/01/2020 – HuffPost
Autostrade, ipotesi maximulta alternativa alla revoca

Il governo potrebbe chieder ad Aspi compensazioni per 3,5-4 miliardi di euro, attraverso una riduzione del 5% delle tariffe, un tetto massimo agli aumenti del 2% e una remunerazione del capitale investito del 6-7%

Appesa alla decisione del Governo sulla revoca o meno della concessione, Autostrade per l’Italia si prepara a mettere in campo anche il nuovo Piano industriale per dare un segnale di cambiamento e discontinuità con il passato. Il nuovo progetto triennale è sul tavolo dell’a.d. Roberto Tomasi, che conta di portarlo in consiglio di amministrazione nella seconda metà di gennaio. Sul dossier della concessione potrebbero fare il punto domani il premier Giuseppe Conte e la ministra dei trasporti e infrastrutture Paola De Micheli a margine del consiglio dei ministri.

Non dovrebbe essere invece il cdm di giovedì a prendere l’attesa decisione, per la quale si starebbe pensando anche ad una maxi-multa come alternativa alla revoca. Si rincorrono anche indiscrezioni sulla richiesta di compensazioni: su queste punta la Borsa, dove il titolo ha chiuso una seduta positiva in rialzo del 3,93% a 21,42 euro. Il piano 2020-23, cui Tomasi lavora da tempo, si preannuncia come un piano di svolta e di discontinuità e punta su manutenzione, innovazione tecnologica e sostenibilità. Uno dei punti fondamentali del progetto è che entro la fine di quest’anno tutti i sistemi di monitoraggio sui principali viadotti (circa 2 mila sui 3.020 chilometri di rete gestita) saranno svolti attraverso un sistema ad intelligenza artificiale sviluppato con Ibm.

Una piattaforma che consentirà il controllo in tempo reale, la cui sperimentazione inizierà in questi giorni su uno dei viadotti che nei mesi scorsi è finito sotto la lente dei magistrati per i mancati controlli, il viadotto Bisagno in Liguria, sull’autostrada A12 Genova-Livorno. Tra le linee guida del piano, anche i forti investimenti in manutenzione e il tema centrale della qualità del servizio. Aspi sta infatti mettendo in campo tutto il possibile per dare il segnale del cambio di passo in atto, come spiegato in una recente intervista da Tomasi che, alla guida di Autostrade da poco meno di due mesi, ha chiarito anche la disponibilità a fare “importanti investimenti” e compensazioni: l’intenzione è di realizzare investimenti per 13 miliardi di euro nei 18 anni rimasti della concessione. Tutte misure che Tomasi mette sul piatto insieme alla disponibilità a trattare con il Governo per salvare la concessione.

E anche il futuro della società (con ripercussioni anche per la controllante Atlantia), che con la revoca e l’indennizzo ridotto previsto dal Milleproroghe (che lo porta da 23 a 7 miliardi) si troverebbe davanti al rischio fallimento. Una trattativa ufficialmente non risulta avviata. Ma viene invece indicata da indiscrezioni di stampa, che parlano della richiesta da parte del governo ad Aspi di compensazioni per 3,5-4 miliardi di euro, attraverso una riduzione del 5% delle tariffe, un tetto massimo agli aumenti del 2% e una remunerazione del capitale investito del 6-7%. Voci che risollevano il titolo in Borsa, dopo le pesanti perdite dei giorni scorsi. Una strada possibile potrebbe essere anche quella di una maxi-multa, anche alla luce delle “negligenze” sulla manutenzione riconosciute sia dal premier Conte che dalla ministra De Micheli.

 

09/01/2020 – La Repubblica
De Micheli “Autostrade? La loro offerta non basta Per evitare la revoca abbassino i pedaggi”

L’ intervista
ROMA – «Autostrade comprende i 600 milioni della ricostruzione del Ponte Morandi nel risarcimento che offre allo Stato? Sono soldi già previsti per legge. Se la discussione comincia così non è solo insufficiente, è anche irricevibile». Da qualche parte, nel gigantesco ufficio della ministra delle Infrastrutture e dei Trasporti Paola De Micheli a Porta Pia, sono nascoste le slide già pronte per decidere, dopo il crollo di Genova, la sorte di Aspi, la società dei Benetton che controlla 3000 chilometri di rete autostradale. Nei prossimi giorni, con Giuseppe Conte, De Micheli inizierà un primo esame delle carte. Vengono fuori le «imperdonabili negligenze» di cui ha parlato il premier? «Sono emerse carenze nella manutenzione e nei controlli che non sono stati fatti a regola d’ arte, come si dice in cantiere. E non riguardano solo il Morandi». C’ è un modo con cui Autostrade può evitare la revoca? È in corso un negoziato? «L’ adozione dell’ eventuale revoca poggia su due basi: giuridica ed economica. Vanno valutate entrambe. Le decisioni del caso verranno condivise con il premier e con i ministri». Con quali tempi? «Non mi sbilancio. Ma la verifica è praticamente conclusa». Aspi può evitare la rottura della concessione? «Ha fatto diverse proposte anche al precedente governo. Queste interlocuzioni sono sfociate in vari incontri nei quali sono state indicate delle disponibilità. Le abbiamo ritenute insufficienti per le ricadute a vantaggio dei cittadini». Cosa significa? «Che gli effetti sulle persone avrebbero dovuto essere molto più consistenti». I 700 milioni offerti per la riduzione dei pedaggi bastano? «Ci saremmo aspettati una riduzione significativa delle tariffe ai caselli, senza modificare il piano di maggiori investimenti per la rete e per la manutenzione». Uno sconto di quanto? «Non do numeri. Ma la proposta è insufficiente. Comunque, al di là di Aspi, va rivista la cultura del rapporto tra il privato e il pubblico. Il pubblico ha un interesse prevalente e se non ha la forza di farlo valere si crea uno squilibrio che è un danno anche per il privato perché si abbassa la qualità. La tragedia di Genova purtroppo è una lezione». E il ruolo dello Stato qual è? «Anche lo Stato non può limitarsi a puntare il dito. Deve farsi carico di una maggiore capacità di controllo. Abbiamo imposto il monitoraggio da società terze, abbiamo reso operativa l’ agenzia di sicurezza Ansfisa, 50 persone in più della direzione concessioni sono dedicate alla verifica e all’ approvazione dei programmi di manutenzione, c’ è ora un osservatorio sugli interventi e ho chiesto al Consiglio superiore dei lavori pubblici di emanare le linee guida di sicurezza sui viadotti e sulle gallerie perché oggi non ci sono regole chiare». Italia Viva ha annunciato il voto contrario all’ articolo del Milleproproghe che rivede il tema delle concessioni. Il governo può cadere su Autostrade? «La norma non è la revoca ma segna il riequilibrio nel rapporto tra pubblico e privato nella gestione dei beni comuni, prevedendo la responsabilità della cattiva gestione oggi assente dalle convenzioni. Il Parlamento potrà migliorarla». La verifica di gennaio per ora è un flop. Dov’ è la discontinuità del governo giallo-rosso rispetto al precedente? «La discontinuità, quella dei fatti, è nella legge di bilancio. I 23 miliardi di Iva risparmiati, la riduzione delle tasse ai ceti meno abbienti anziché ai ricchi come voleva la Lega. È nell’ impianto sociale che per Salvini andava sbilanciato verso i privati: parliamo di scuola e sanità, settori sui quali invece abbiamo investito soldi pubblici. È nel modello di economia che prima era condizionato da forze esterne e sul tema della sicurezza che era giocato tutto sul racconto senza soluzioni concrete». Manca sempre l’ anima. «Ci vuole uno scatto in avanti della politica. Se ti fermi al dato del fare non basta». E il Pd ha delegato a Conte la bandiera progressista. «Non è così. Ho fatto 184 viaggi in quattro mesi per andare sul territorio a presentare quello che abbiamo fatto al ministero e a condividerlo con le persone». Zingaretti ha indicato Conte come riferimento dei progressisti. «Lo è. Nel senso che ha compreso che ogni scelta concreta va avvicinata alla gente. È quello che fa anche Zingaretti: bisogna consumare le suole delle scarpe, le ruote dell’ auto, le rotaie del treno. Più semplicemente dobbiamo stare con le persone». Non rischiate di apparire subalterni ai 5 stelle, come sulla prescrizione? Continuate a chiedere un’ alleanza vera ricevendo sempre un secco no. «C’ è un travaglio interno ai 5 stelle che rispetto e che capisco perché il Pd ha subito 3 scissioni in 4 anni. È una crisi di crescita. Ma il bene pubblico riportato in auge dal M5S è la giustizia sociale per cui le forze progressiste vivono. Dov’ è la differenza? I valori sono quelli. Quanto alla prescrizione ci sarà una sintesi. Hanno abbandonato alcune posizioni ideologiche anche loro». Se in Emilia vince la Lega il governo cade? «Al governo non succede niente. Anche perché in Emilia vinciamo». Ma se c’ è il tonfo Zingaretti deve dimettersi? «Zingaretti rappresenta la sintesi dei valori del partito. Venivamo da una sconfitta pesante, epocale e abbiamo fatto un congresso molto partecipato, siamo usciti dalla logica autoreferenziale e siamo passati a una vera apertura verso altri mondi. È partito anche un costante e inesorabile ricambio della classe dirigente, come si è visto in Calabria. Siamo passati dall’ io al noi». ©RIPRODUZIONE RISERVATA Ministra alle Infrastrutture Paola De Micheli, 46 anni, è vice segretaria del Partito Democratico ANSA/GIUSEPPE LAMI.

09/01/2020 – Quotidiano Energia
Popolare di Bari, Arcuri (Invitalia): “Decreto non è salvataggio, serve ad alleviare la maggior difficoltà di accesso al credito nel Sud”

I commissari straordinari: “Ora analisi per quantificare l’aumento di capitale necessario”. Poi entro il 30 giugno l’assemblea e entro il 30 settembre “o comunque entro fine anno” le autorizzazioni per trasformare la banca in spa. Il numero uno della società pubblica a cui fa capo il Mediocredito centrale, chiamato a partecipare alla ricapitalizzazione, ha detto che oggi le aziende del Sud pagano interessi più alti del 50%

di F. Q.

Il decreto con cui il governo ha stanziato 900 milioni per soccorrere la Popolare di Bari, “nella nostra interpretazione non ha a che fare con un intervento di salvataggio. Servirà ad alleviare una delle barriere allo sviluppo e alla coesione del Paese”. Cioè un costo di accesso al credito nel Mezzogiorno ben più alto che nel resto del paese: “Se il tasso di interesse medio pagato da una grande impresa al Nord è del 3,3%, al Sud è del 4,9%: il 50% di più”. Parola di Domenico Arcuri, ad di Invitalia, audito dalla commissione Finanze della Camera che sta esaminando il decreto in vista della conversione. I parlamentari hanno ascoltato anche i commissari straordinari che dalla fine dello scorso anno gestiscono l’istituto, che hanno annunciato l’avvio di una due diligence per verificare a quanto ammonta la ricapitalizzazione necessaria per l’istituto, che sarà realizzata da Mediocredito centrale (controllato da Invitalia, che a sua volta è al 100% del Tesoro) e Fondo interbancario di tutela dei depositi.

Il 30 dicembre, quando ha deliberato l’erogazione immediata dei primi 310 milioni, il Fondo interbancario aveva quantificato il rafforzamento patrimoniale in 1,4 miliardi. In audizione i commissari hanno però spiegato che questa è un’ipotesi iniziale “ma non è possibile ancora una precisa quantificazione”. Serve prima un’analisi “sugli attivi, in particolare sui crediti, e anche sui rischi per controversie e rischi legali” prima di dare il via libera a un piano per riportare la banca in equilibrio economico e di redditività.

Dopo la due diligence, ha spiegato Arcuri, “entro metà aprile i commissari dovranno elaborare un piano industriale, e dovrà essere sottoscritto l’accordo di co-investimento fra Mcc (controllata di Invitalia, ndr) e il Fondo di garanzia. Entro il 30 giugno è previsto che si sia svolta l’assemblea, sia stata trasformata la banca, definito l’aumento capitale e adottato un nuovo statuto, e si immagina che entro il 30 settembre o intorno a tale data, o comunque entro fine anno, si possano ottenere tutte le autorizzazioni, nazionali o comunitarie, per trasformare concretamente la banca in spa, che si possa sottoscrivere l’accordo sindacale e avviare una nuova stagione”. Poi il decreto legge per la realizzazione di una banca di investimento “lascia la possibilità a fine percorso di una scissione delle attività che il Mediocredito ha acquisito e che esse possano essere trasferite al Mef”.

La situazione di partenza, hanno spiegato i commissari Antonio Blandini ed Enrico Ajello, presenta delle difficoltà oggettive”. Dopo una perdita di 420 milioni nel 2018, l’istituto ha registrato un rosso di altri 73 milioni al 30 giugno 2019. Ajello ha aggiunto che, nonostante la vendita di crediti deteriorati, non è migliorato il rapporto tra crediti deteriorati (non performing exposure) e il totale dei crediti erogati. Questo “anche per un effetto legato al patrimonio, la cui riduzione ha limitato la capacità di erogare nuovo credito. Questo ha creato una situazione di difficoltà”.

La banca popolare di Bari, ha aggiunto il commissario, ha un peso “poco importante sul sistema” bancario italiano, con appena lo 0,73% dei depositi del sistema italiano. Ma “rispetto alle singole Regioni, il peso cambia in modo significativo: in Abruzzo la quota di mercato è del 13% circa in termini di depositi e del 18% in termini di filiali”, in Puglia del 9% e 7% rispettivamente, in Basilicata del 15% in termini di filiali, e “anche in Umbria ha un suo peso, così come in Molise“. Il tutto in un contesto che, come ricordato da Arcuri, vede il Sud molto svantaggiato in termini di accesso al credito: “I depositi al Sud sono il 28,2% del totale italiano ma nel 2019 i prestiti erogati dalle banche al Sud sono stati solo il 14,3% del totale. La raccolta indiretta si è fermata al 4,5% del totale”. Del resto “il rapporto costi/ricavi delle banche è in media del 64,8% in Italia, ma nel Sud arriva al 75,7%”. Di conseguenza, ha detto Arcuri, il decreto “nella nostra interpretazione non ha a che fare con un intervento di salvataggio, ma servirà ad alleviare una delle barriere allo sviluppo e alla coesione del Paese”.

 

09/01/2020 – ANSA
Barriere A14:Aspi,concluse nuove analisi, domani riunione Mit

Società su rigetto tre istanze di dissequestro

(ANSA) – PESCARA, 8 GEN – “Secondo tutte le analisi tecniche svolte finora da Aspi e da qualificate società esterne, tale limitazione può infatti essere superata”. Lo afferma in una nota Autostrade per l’Italia, in merito alle notizie sul rigetto di tre istanze di dissequestro presentate dalla società all’Autorità Giudiziaria di Avellino, sottolineando che “la prima istanza riguardava la rimozione della limitazione di transito per i mezzi pesanti superiori alle 3,5 tonnellate sul viadotto Cerrano, in provincia di Teramo, che causa la maggior parte degli incolonnamenti registrati negli ultimi giorni sulla A14”. Affermando che la limitazione in questione “può essere superata”, Autostrade sottolinea che “a questo scopo, già nella giornata di domani si terrà una nuova riunione tra i tecnici della Direzione di Tronco di Pescara di Aspi e quelli del Mit per condividere l’esito degli ulteriori approfondimenti svolti negli ultimi giorni: in particolare l’Istituto Italiano della Saldatura sta ultimando la verifica delle cerniere dell’infrastruttura, mentre un pool di esperti de La Sapienza ha eseguito ulteriori verifiche sulle fondazioni. Queste ultime – si legge – sono inoltre costantemente monitorate da sensori, che nell’ultimo anno non hanno rilevato alcun movimento in relazione ai movimenti franosi dell’area circostante”. “Le ulteriori due istanze – prosegue la nota – contenevano proposte tecniche per allestire i cantieri sulla A14 necessari ai lavori di sostituzione delle barriere laterali riducendo il più possibile gli impatti sulla viabilità, a parità di sicurezza per automobilisti e operai. La società interesserà immediatamente gli uffici tecnici del Mit per individuare ulteriori soluzioni tecniche di cantierizzazione, nel pieno rispetto del cronoprogramma dei lavori”. “Per quanto riguarda invece le presunte irregolarità della tipologia delle barriere impiegate da Aspi per delimitare le zone di cantiere sul viadotto Petronilla della A14 – si legge ancora – la società informa di aver già chiarito formalmente al Mit che l’identificativo presente sulle barriere installate equivale esattamente a quello indicato nelle prescrizioni”.
“Autostrade per l’Italia continuerà a fare tutto quanto in proprio potere sul piano tecnico, organizzativo ed economico per lenire le difficoltà degli utenti e dei territori, fornendo tempestivi aggiornamenti sull’evolvere della situazione. La società sta interloquendo con il Mit per valutare una riproposizione, a stretto giro, di una nuova istanza di dissequestro”, conclude la nota. (ANSA).

 

09/01/2020 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio
Autofiori: pronto entro il 7 marzo il viadotto dell’A6 distrutto da una frana a novembre

Raoul de Forcade

La nuova struttura sarà realizzata a unica campata di 58 metri e senza supporti intermedi

Il nuovo viadotto Madonna del monte, sull’A6, sarà pronto entro il 7 marzo 2020. Lo ha comunicato la società Autostrada dei Fiori, che gestisce il tronco della Torino-Savona. Un tratto del ponte autostradale è crollato lo scorso 24 novembre, travolto da una frana che ha trasportato a valle, secondo le stime dei tecnici della Protezione civile, circa 30mila metri cubi di materiale da un versante di montagna lungo la Torino-Savona, investendo il viadotto in direzione Nord tra i caselli di Savona e Altare. Da allora la circolazione è possibile solo grazie a un bypass.

Ieri, intanto, il Tribunale del Riesame di Avellino ha bocciato le tre istanze di dissequestro, presentate da Autostrade per l’Italia, per altrettanti cavalcavia, fra i quali quello del Cerrano sull’A14 in Abruzzo. Lo ha riferito il sindaco di Silvi, Andrea Scordella, che sta monitorando la situazione sulla statale 16 dopo l’emergenza di martedì, quando 3.522 tir con rimorchio e 478 senza hanno attraversato il territorio comunale in 24 ore, proprio a causa dell’interdizione al traffico dei mezzi pesanti sul Cerrano . È stata la Procura di Avellino a disporre il sequestro preventivo delle barriere di sicurezza sui viadotti autostradali.

Tornando alla A6, Autostrada dei Fiori fa sapere che «tra dicembre e i primi giorni di gennaio sono state completate le opere di fondazione e le nuove spalle del ponte» . E che «i lavori proseguono nonostante il movimento franoso sia ancora in corso e l’area del versante montuoso non sia ancora stata stabilizzata dagli enti competenti». È, però, «monitorata con appositi sensori che ne registrano l’andamento e che, come avvenuto già in alcune circostanze nel mese di dicembre, a seguito delle forti piogge che hanno interessato l’area, bloccano, al superamento di determinate soglie di sicurezza, sia il traffico autostradale in carreggiata sud sia i lavori di ricostruzione».

In ogni caso, l’impegno della concessionaria è «di ultimare tutti i lavori del nuovo viadotto entro il prossimo 7 marzo, compatibilmente alle eventuali sospensioni dei lavori per motivi di sicurezza legate a possibili nuovi movimenti della frana, con una completa riapertura dell’autostrada in entrambi i sensi di marcia».

Il nuovo viadotto Madonna del monte, comunica Autostrada dei Fiori, «sarà realizzato ad unica campata, della lunghezza di 58 metri, senza supporti intermedi: ciò garantirà, pertanto, l’attraversamento del canalone sottostante scavalcando interamente la zona oggetto della frana». Il ponte sarà «costituito da un impalcato a sezione mista realizzata con due travi in acciaio, a cui si sovrapporrà una soletta in calcestruzzo».

Il cronoprogramma è il seguente: entro la fine di questo mese realizzazione dell’impalcato metallico, assemblaggio e varo; tra gennaio e febbraio 2020 realizzazione della sovrastruttura stradale; a marzo riapertura al traffico. © RIPRODUZIONE RISERVATA

09/01/2020 – ANSA
Alitalia, Patuanelli: impossibile il closing entro 31 maggio

Atlantia: ‘Falso che ci siamo sfilati, disponibili sul rilancio’

“Non c’e’ scritto da nessuna parte che ci sia il closing entro il 31 maggio, è materialmente impossibile”. Lo ha detto il ministro dello Sviluppo Economico, Stefano Patuanelli, alla Commissione Trasporti della Camera sul decreto Alitalia, rispondendo ad una domanda dei membri della Commissione. “Il 31 maggio è il termine che viene dato al commissario per espletare la procedura di cessione”, ha spiegato, sottolineando che “il 31 maggio è paragonabile al 31 ottobre 2018”.

“Continuare a parlare di Atlantia è assolutamente inutile”. Lo ha detto il ministro dello Sviluppo Economico, Stefano Patuanelli, alla Commissione Trasporti della Camera sul decreto Alitalia, circa la vicenda del gruppo Benetton con il rilancio della compagnia.

“Atlantia mantiene ferma la disponibilità a proseguire il confronto per l’individuazione del partner industriale e di un piano industriale condiviso, solido e di lungo periodo per un effettivo rilancio di Alitalia”. Lo afferma il gruppo Benetton nella memoria inviata alla Commissione Trasporti della Camera.

“Non corrisponde a verità che Atlantia si sia sfilata dal Consorzio” per rilanciare Alitalia. Lo afferma il gruppo in una memoria inviata alla Camera, sottolineando che “per la mancanza di presupposti industriali per un rilancio sostenibile e duraturo e di un partner industriale di primario livello, Atlantia non ha rinvenuto le condizioni necessarie per poter aderire al Consorzio, come peraltro costantemente evidenziato nei frequenti incontri di aggiornamento tenutisi con l’amministrazione straordinaria”.

“Il 31 ottobre abbiamo presentato una proposta di offerta d’acquisto per i rami di Alitalia, una offerta condizionata ad alcune condizioni che noi ritenevamo imprescindibili”. Lo ha detto l’a.d di Fs, Gianfranco Battisti, in audizione alla Commissione Trasporti della Camera, spiegando che l’offerta era condizionata, ad esempio, “all’individuazione di più investitori”. Battisti ha quindi sottolineato che “non eravamo intenzionati a prendere la maggioranza nella compagnia”.

“Atlantia ad un certo punto delle negoziazioni, ritenendo che Delta non desse un impegno particolarmente forte, ha detto perché non riproviamo con Lufthansa”, ha detto l’a.d di Fs in audizione alla Commissione Trasporti della Camera sul decreto Alitalia.

Rifinanziare il fondo di solidarietà per il trasporto aereo, alimentandolo a decorrere dal 2021 con il 50% dei proventi dell’addizionale comunale di 3 euro sulle tasse d’imbarco. Lo chiede un emendamento al decreto Alitalia presentato dai deputati M5S della commissione Trasporti della Camera e sottoscritto anche da Pd e Leu, prevedendo una copertura di 125 milioni. In totale le proposte di modifica presentate dai deputati sono 25, quasi tutte delle opposizioni. Gli emendamenti saranno al voto a partire da domani, al termine del ciclo di audizioni.

La discussione sul decreto legge Alitalia è prevista al Senato il 29 e 30 gennaio. L’ha stabilito la conferenza dei capigruppo di Palazzo Madama che si è riunita nel pomeriggio. La settimana precedente, dal 20 al 24 gennaio, non si riuniranno le commissioni né l’Aula per via delle elezioni regionali del 26 gennaio. Eccezioni potranno esserci per i decreti legge in scadenza, in particolare per quello su Alitalia.

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09/01/2020 – Il Sole 24 Ore
Tar Napoli: trasparenza generalizzata nelle gare

APPALTI
Sull’ accesso agli atti il Cds si affida all’ adunanza plenaria
La ditta che non partecipa alla gara ha diritto di controllare il pagamento dei tributi da parte dell’ aggiudicataria. La possibilità di verificare se nell’ offerta economica è compreso il pagamento dei tributi rientra nel raggio d’ azione della disciplina sull’ accesso generalizzato, tesa a favorire un controllo diffuso dell’ uso delle risorse pubbliche. Con la sentenza 5837/2019 (relatore Anna Corrado) il Tar Campania ha accolto il ricorso di una Srl individuata dal Comune come aggiudicatrice provvisoria per un servizio parcheggi. In sede di verifica la ditta era stata tagliata fuori perché l’ offerta non prevedeva il pagamento della Tari e della Tosap. Il Comune aveva avviato un’ altra gara. La ricorrente aveva specificato che neppure nella seconda gara la legge speciale prevedeva il pagamento dei tributi locali. Alla richiesta di chiarimenti l’ Ufficio tributi aveva risposto che Tari e Tosap erano dovute. Risposta che aveva indotto la ricorrente a fare un passo indietro perché l’ impegno era insostenibile. I “rinunciatari” hanno però chiesto di vedere le carte che provavano i pagamenti del futuro concessionario. Una domanda fatta in base al Dlgs 33/2013 (articolo 5) sull’ accesso civico generalizzato. Pronto è arrivato il no dell’ amministrazione secondo la quale l’ istanza rientrava nella legge 241/1990, che subordina la “trasparenza” ad un interesse qualificato , che mancava perché la società non aveva partecipato alla gara. Il Tar ripercorre le tappe normative e giurisprudenziali sottolineando come sull’ accesso generalizzato, in tema di contratti pubblici il quadro non sia affatto lineare. I giudici amministrativi hanno fornito letture più o meno permissive delle norme. In particolare il Consiglio di Stato (sentenza 5503/2019) nel negare l’ accesso generalizzato agli atti di gara ricorda che questa possibilità non è stata prevista neppure in sede di correttivo del Codice dei contratti pubblici (Dlgs 56/2017). Ma il Tar accoglie il ricorso. I giudici ricordano che i documenti non sarebbero stati mostrati, in assenza di interesse, perché la domanda rientrava tra le ipotesi di esclusione assoluta previste dal decreto trasparenza (articolo 5 bis-comma 3). L’ istanza deve invece rientrare nell’ ambito del decreto 33/2013 che consente ai cittadini di vedere i documenti della Pa non pubblicati. E proprio riguardo alle procedure di appalti, la possibilità di accesso civico -conclusa la gara e venuta meno l’ esigenza di tutelare la par condicio dei concorrenti – risponde alla logica del controllo diffuso per verificare la bontà della scelta dell’ amministrazione. Questo vale, a maggior ragione, per i soggetti, in senso lato, interessati alla gara, che hanno le competenze per un vero “monitoraggio”. Per quanto riguarda la lesione degli interessi dell’ aggiudicatario, come precisato dall’ Autorità anticorruzione, l’ amministrazione deve valutare che il danno conseguente alla disclosure sia un evento probabile se non possibile. Va detto, comunque, che la questione della trasparenza degli atti di gara non è ancora risolta. Non a caso, a pochi giorni di distanza da questa sentenza, il Consiglio di Stato (ordinanza 8501/2019 del 16 dicembre) ha rimesso all’ Adunanza plenaria il problema. Chiedendo se la disciplina del Freedom of information act (Foia), l’ accesso civico generalizzato, sia applicabile in tutto o in parte alla materia dei contratti pubblici. E se, quindi, la consultazione degli atti di gara debba essere sempre consentita, se non c’ è il pericolo di compromettere interessi pubblici o privati. © RIPRODUZIONE RISERVATA. Patrizia Maciocchi

09/01/2020 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio
Appalti, Palazzo Spada: l’interdittiva antimafia non ha scadenza

Massimo Frontera

Il Consiglio di Stato tira le orecchie al Tar Calabria per avere sottovalutato gli elementi indiziari «risalenti nel tempo»

«I fatti sui quali si fonda l’interdittiva antimafia possono anche essere risalenti nel tempo nel caso in cui vadano a comporre un quadro indiziario complessivo, dal quale possa ritenersi attendibile l’esistenza di un condizionamento da parte della criminalità organizzata».

Lo ribadisce il Consiglio di Stato (sezione III) in una recente pronuncia (n.2/2020, pubblicata il 2 gennaio scorso) che accoglie l’appello della prefettura di Crotone contro una sentenza del Tar Calabria che aveva accolto il ricorso di un’impresa colpita da interdittiva antimafia. Il ricorrente ha valorizzato il fatto che l’interdittiva si riferisse a accadimenti molto risalenti nel tempo, e più precisamente al 1998. Inoltre il ricorrente ha argomentato che un certo passaggio di denaro, frutto di della presunta estorsione, non fosse emerso da un riscontro richiesto dallo stesso Tar Calabria alla Guardia di Finanza.

Del tutto opposta l’opinione del Consiglio di Stato, che ha anzi pesantemente rimproverato il primo giudice per non aver, di fatto, saputo o voluto valutare gli elementi a disposizione. «Tutti gli elementi fattuali sopra descritti – scrivono i giudici della Terza sezione – sono sufficienti a supportare l’informativa impugnata dinanzi al Tar Catanzaro, alla luce dei consolidati principi che governano tale materia, ben conosciuti dal giudice di primo grado che, pur avendoli correttamente richiamati, non ne ha fatto corretto uso».

E ancora: «Il Collegio non condivide le conclusioni del primo giudice. Non ritiene infatti di poter escludere il tentativo di infiltrazione nella società appellata, che emerge dalle indagini del Gip del Tribunale ordinario di Catanzaro, nell’ambito del procedimento penale scaturito in esito all’operazione di Polizia giudiziaria denominata “-OMISSIS-” e riportate nell’ordinanza di applicazione di misura coercitiva ex art. 292 c.p.p., emessa in data 28 dicembre 2017. L’avversa conclusione del Tar poggia, infatti, sul diverso esito delle indagini che lo stesso aveva affidato alla Guardia di finanza, di durata e profondità necessariamente più limitata».

Più in particolare, la circostanza che il fatto estorsivo sia riferito a vari anni fa, è «priva di giuridico», affermano i giudici: «È, infatti, sufficiente sul punto richiamare il principio secondo cui i fatti sui quali si fonda tale misura di prevenzione possono anche essere risalenti nel tempo nel caso in cui vadano a comporre un quadro indiziario complessivo, dal quale possa ritenersi attendibile l’esistenza di un condizionamento da parte della criminalità organizzata. Come chiarito dalla Sezione (21 gennaio 2019, n. 515), il mero decorso del tempo, di per sé solo, non implica, cioè, la perdita del requisito dell’attualità del tentativo di infiltrazione mafiosa e la conseguente decadenza delle vicende descritte in un atto interdittivo, né l’inutilizzabilità di queste ultime quale materiale istruttorio per un nuovo provvedimento, donde l’irrilevanza della “risalenza” dei dati considerati ai fini della rimozione della disposta misura ostativa, occorrendo, piuttosto, che vi siano tanto fatti nuovi positivi quanto il loro consolidamento, così da far virare in modo irreversibile l’impresa dalla situazione negativa alla fuoriuscita definitiva dal cono d’ombra della mafiosità».

La pronuncia del Consiglio di Stato © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

09/01/2020 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio
Regolamento appalti, 12 gruppi al lavoro: nuovo testo entro il 31 gennaio

Mauro Salerno

Torna a riunirsi domani la commissione di 13 esperti nominata dal ministro delle Infrastrutture Paola De Micheli

La commissione nominata dal Mit per mettere a punto il testo del regolamento appalti avrà tempo fino a fine mese per definire una nuova bozza da consegnare al ministro. La nuova scadenza – aggiornata rispetto a quella originaria del 15 dicembre che puntava a non sforare l’ambizioso termine messo nero su bianco nel decreto Sblocca-cantieri – è stata fissata in un nuovo provvedimento firmato dalla stessa De Micheli.

Dopo la pausa natalizia,la commissione di 13 esperti guidata dal consigliere di Stato Raffaele Greco (presidente di sezione) tornerà a riunirsi domani per esaminare il frutto del lavoro svolto dai vari sottogruppi a cui è stato affidato il compito di aggiornare il testo di 273 articoli messo a punto in autunno dai tecnici di Porta Pia. A questo punto è chiaro che quella primissima bozza – pur rimanendo alla base del lavoro – verrà pesantemente rivista, anche perchè in diversi punti – vedi ritorno dell’appalto integrato (addirittura sul preliminare), qualificazione, Bim dimenticato – non aveva mancato di sollevare le obiezioni e le proteste di tanti addetti ai lavori.

La riunione di domani servirà allora a fare il punto della situazione e raccogliere idee e impressioni sui testi messi a punto dai diversi sottogruppi che, dopo la consultazione degli operatori, stanno lavorando al nuovo testo. I 13 esperti sono stati divisi in ben 12 sottogruppi, incaricati di scrivere una parte specifica del provvedimento. In dettaglio le materie in cui è stato diviso l’articolato della prima bozza sono:

1) Ruolo e compiti del Rup
2) Progettazione e verifica del progetto
3) Sistema di qualificazione
4) Appalti sottosoglia
5) Direzione dei lavori e dell’esecuzione
6) Esecuzione dei contratti, contabilità, sospensioni e penali
7) Collaudo e verifica di conformità
8) Affidamento dei servizi di architettura e ingegneria
9) Beni culturali
10) Partenariato e concessioni
11) Settori speciali
12) Servizi e forniture

Dopo la riunione di domani la commissione dovrebbe tornare a riunirsi perlomeno un’altra volta prima del rilascio del testo finale, che comunque potrebbe subire ulteriori rimaneggiamenti.

Il lavoro della commissione non esaurirà, infatti, il lavoro sul regolamento che ha un iter di approvazione piuttosto lungo. Prima dell’approvazione definitiva, dopo il concerto dell’Economia e il vaglio in Conferenza Stato-Regioni, la bozza di Dpr dovrà superare due passaggi in Consiglio dei ministri, con parere del Consiglio di Stato e delle commissioni parlamentari competenti.

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09/01/2020 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio
Vendere (con profitto) un’area a standard ottenuta gratis? Il Comune può farlo

Guglielmo Saporito

Non è illecito arricchimento dell’ente locale, precisa il Consiglio di Stato

Il Comune può liberamente vendere un’area ottenuta gratuitamente, al momento del rilascio di una lottizzazione edilizia. Lo sottolinea il Consiglio di Stato (con la sentenza n. 4068/2019), decidendo a favore dell’ente locale una lite su circa 7mila mq acquisiti come “area a standard” in un piano di insediamenti produttivi. Sull’area ottenuta dal privato, l’ente aveva poi realizzato un magazzino comunale, inserito poi nell’elenco dei beni da alienare (art. 27 DL 201 / 2011) per oltre 1,5 milioni di euro. Secondo i lottizzanti originari, l’operazione avrebbe generato un indebito arricchimento del Comune: di qui il ricorso avverso la trasformazione della destinazione d’uso, passata da verde pubblico e parcheggio (“standard”) ad area utilizzabile per attività produttive. Si sosteneva infatti che le aree acquisite per uso pubblico non potessero cambiare destinazione, nemmeno alla scadenza della convenzione di lottizzazione, dovendo permanere una fruizione collettiva.

Questa tesi non è stata condivisa dai giudici, che ritengono possibile immettere sul mercato aree originariamente destinate ad usi pubblici (standard) in base a convenzioni urbanistiche, se i cambiamenti incidano in modo tollerabile sulle situazioni consolidate dei lottizzanti o dei loro aventi causa. Nel caso esaminato, era emerso che la contrazione delle aree di parcheggio non avrebbe espulso aziende già insediate nè avrebbe generato maggiori costi o disagi: può quindi prevalere l’interesse del Comune alla monetizzazione degli immobili. In altri termini, l’amministrazione gode di discrezionalità nel decidere le sorti delle aree di sua proprietà ritenute non più necessarie all’esercizio delle funzioni istituzionali.

Le convenzioni urbanistiche sono quindi sensibili alla sopravvenienza di interessi pubblici, essendo valide «rebus sic stantibus», purché vi sia un’ adeguata motivazione sulla necessità di sacrificare le eventuali legittime aspettative dei privati. Nel caso specifico, oltretutto, la vendita di un’aria triste come parcheggio manteneva la normale quota di standard urbanistici (art. 3 DM 1444/1968), cioè i corretti rapporti tra spazi edificabili e quelli pubblici. Tali standard assolvono infatti ad una funzione di equilibrio dell’assetto territoriale e di salvaguardia dell’ambiente e della qualità di vita, e non possono quindi essere compressi privando le zone di verde o parcheggi.

Esaminando un caso analogo, il Tar Brescia (366/2002) si è occupato della richiesta di un permesso di costruire su un’area rimasta di proprietà privata anche se avrebbe dovuto essere ceduta come standard (verde o parcheggi): lo stesso Comune, a distanza di tempo, aveva cambiato destinazione all’area, rendendola edificabile, e quindi, secondo i giudici, non poteva negare al privato la possibilità di costruire sull’area che non gli era mai stata chiesta. Diverso è invece il caso dell’area ceduta dal privato, per l’esecuzione di un’opera pubblica che non venga realizzata: la Cassazione (11208/2000) conferma il potere del Comune di cambiare la destinazione all’area, anche se il privato può chiedere (Dlgs 327/2001) la retrocessione della proprietà ceduta al Comune.

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09/01/2020 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio
Bagnoli, 36 gruppi di progettazione in pista al concorso per l’ex Italsider

Al. Le.

Invitalia: coinvolti complessivamente 160 studi, 40 dei quali internazionali, a testimonianza del forte interesse che ha suscitato l’iniziativa

Le grandi fimre dell’architettura mondiale si sfidano per disegnare il nuovo paesaggio di Bagnoli. Si è conclusa con successo la prima fase del concorso internazionale di idee per l’ex area industriale dell’Italsider. Alla scadenza della gara, prevista per le ore 11 del 7 gennaio (dopo una prima proroga dei termini, già fissati per il 12 novembre 2019), sono state presentate 36 candidature di raggruppamenti di studi di architettura, a cui fanno capo oltre 160 studi, 40 dei quali internazionali, a testimonianza del forte interesse che ha suscitato l’iniziativa.

Il concorso è stato bandito da Invitalia, soggetto attuatore del programma di risanamento ambientale e di rigenerazione urbana di Bagnoli, per dare forma al piano urbanistico già approvato col DPR del 6 agosto 2019.

Il concorso fa seguito all’attività progettuale già portata avanti da Invitalia, con l’obiettivo di definire il nuovo assetto paesaggistico del sito di Bagnoli coinvolgendo gli studi di architettura italiani ed internazionali più prestigiosi e specializzati proprio nella progettazione di parchi urbani e di waterfront.

L’importo dei premi che verranno assegnati è complessivamente di 325.000 euro, di cui 150.000 al primo classificato, 100.000 al secondo e 75.000 al terzo.

«La risposta che è arrivata dagli studi di architettura – ha detto l’amministratore delegato di Invitalia, Domenico Arcuri – è assai confortante e conferma la centralità strategica del risanamento di Bagnoli. Una centralità che può davvero contribuire a scrivere una pagina nuova nelle politiche di sviluppo non solo di Napoli e della Campania ma dell’intero Mezzogiorno. Infine, la forte partecipazione al concorso internazionale di idee dimostra che, al di là delle sterili e soliti polemiche delle ultime settimane, serve sempre la pazienza di aspettare che a parlare siano i fatti».

Con la chiusura della call, si apre ora la fase successiva: nei prossimi giorni Invitalia nominerà una commissione che entro la fine di febbraio 2020 selezionerà le 20 migliori candidature basandosi principalmente sulle esperienze accumulate nella realizzazione di progetti con analoghe caratteristiche.

I venti candidati selezionati avranno tempo fino alla fine di maggio per presentare il loro progetto.

Sarà poi una commissione esterna, composta da esperti indicati da Regione, Comune, Mibact/Sovrintendenza, Invitalia e Consiglio nazionale degli architetti, che entro settembre dovrà selezionare la rosa dei 3 migliori progetti, che verranno premiati, e tra questi indicare il vincitore.

Invitalia avrà infine la facoltà, così come previsto dal codice appalti, di affidare al vincitore le successive fasi di progettazione, definitiva ed esecutiva, dell’intervento.

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