Rassegna stampa 08 gennaio 2020

07/01/2020 – RADIOCOR

Umbria: bando da 3,5 milioni per infrastrutture green

(Il Sole 24 Ore Radiocor Plus) – Roma, 07 gen – Sono stati riunificati sotto un’unica scadenza, quella del 31 gennaio 2020, i quattro bandi del Psr della Regione Umbria, destinati a favorire la diffusione di servizi di base e rinnovamento dei villaggi nelle zone rurali. Di 13,9 milioni l’entita’ complessiva – con una intensita’ dell’aiuto all’80% della spesa ritenuta ammissibile – a beneficio di enti pubblici, fondazioni, cooperative sociali, associazioni senza scopo di lucro e partenariati tra soggetti pubblici e privati, oltre che, in due casi, ad enti gestori di aree protette. Beneficia di 3,5 milioni il bando per gli investimenti rivolti al ripristino delle infrastrutture verdi, agli interventi di mitigazione paesaggistica, alle operazioni di restauro e risanamento conservativo di strutture e immobili funzionali al progetto d’area.

08/01/2020 – Avvenire
Entra nel vivo il «risiko» delle ex municipalizzate

Il nuovo anno sarà caratterizzato nel settore delle utilities italiane da un processo di aggregazione, sviluppatosi lungo tutto il 2018, che farà nascere gruppi importanti. Il contesto evolutivo del comparto delle imprese multiservizi italiane registrerà infatti, a fronte della progressiva apertura alla concorrenza, l’ accelerazione di un inevitabile trend di consolidamento che sta portando alla formazione di un ristretto numero di operatori di dimensioni maggiori. Nei mesi scorsi si è molto parlato di un ‘risiko’ dell’ industria che ha visto a fine dello scorso anno il fondo F2i rilevare Sorgenia dalle banche creditrici e, quasi contestualmente, il via da un lato alla partnership nel Nord-Est fra la trevigiana Ascopiave e la bolognese Hera e dall’ altro ai negoziati per una joint-venture tra Agsm Verona, Aim Vicenza e A2A. Quest’ ultima, in particolare, ha mostrato grande attivismo quando a metà dello scorso ottobre ha firmato una lettera d’ intenti con il gruppo Ambiente Energia Brianza (Aeb) per realizzare una possibile partnership e la costituzione del polo lombardo delle multiutility. Il gruppo Aeb (che controlla la utility Gelsia attiva nella vendita di gas metano ed energia elettrica) conta più di 600 dipendenti e opera principalmente nei comuni della Brianza, servendo un totale di 450.000 abitanti e oltre 200.000 clienti e il totale dei ricavi consolidati del 2018 è stato pari a oltre 220 milioni di euro. Le public utility costituiscono un asse economico portante del Paese, contribuendo con infrastrutture e servizi allo sviluppo economico, alla sostenibilità ambientale e al progresso sociale, creando valore per i cittadini e il territorio. Le aziende ‘top 100′ hanno generato nel 2018 un giro d’ affari di quasi 120 miliardi di euro, impiegando più di 145.00 persone. Queste imprese forniscono servizi essenziali investendo risorse cospicue in impianti, reti e tecnologie per un controvalore di 6 miliardi di euro. Poche grandi aziende (solo il 12% supera il miliardo di euro di ricavi) convivono con numerose medio- piccole (il 53% ha ricavi inferiori ai 100 milioni di euro) dalla forte vocazione territoriale, e questo spiega il perché del progressivo consolidamento. Le imprese del settore sono in prevalenza pubbliche: il 67% di loro, infatti, è a capitale interamente pubblico, il 20% sono a capitale misto, il 9% sono quotate e solo il 4% sono completamente in mano a soci privati. Esattamente dieci anni fa ebbe inizio il processo di aggregazioni fra le utility italiane. La prima a partire fu A2A il cui azionariato oggi è diviso equamente fra i comuni di Brescia e Milano e le cui origini datano nel 2008 quando la società nacque dall’ unione di AEM, ASM e AMSA. Un anno dopo, sempre in Lombardia, vide la nascita Acsm Agam, anch’ essa quotata, e frutto della fusione fra la comasca Acsm e la monzese Agam. E nel 2010 i comuni di Genova e Torino da un lato e Parma, Piacenza e Reggio Emilia dall’ altro misero a fattor comune le loro utility facendo decollare in borsa la nuova Iren come derivante fusione tra IRIDE, la società che nel 2006 aveva riunito AEM Torino ed AMGA Genova, ed ENÌA, l’ azienda nata nel 2005 dall’ unione tra AGAC Reggio Emilia, AMPS Parma e Tesa Piacenza. Al di là del risiko passato e futuro e del +35% fatto segnare in borsa nell’ ultimo anno dall’ indice Ftse Italia All Share utilities che raggruppa le principali aziende del settore, restano aperte alcune questioni di governance. I consigli d’ amministrazione di queste imprese, infatti, hanno una composizione del board di medie dimensioni, una forte tendenza ad accentrare le funzioni direttive in poche figure di leadership (amministratore delegato e presidente), con particolare rilievo per la figura del presidente che nel 52% dei casi è dotato di deleghe e poteri esecutivi. La valutazione delle variabili ‘demografiche’ registra alcuni elementi, dalla necessità di incrementare la presenza di donne nel board (la media è del 30%) all’ ancora troppo forte legame degli amministratori con il territorio in cui opera l’ impresa, visto che circa l’ 80% di loro risiede nella provincia di attività. RIPRODUZIONE RISERVATA. ANDREA GIACOBINO

08/01/2020 – Corriere del Veneto (ed. Verona)
Agsm e la nuova super multiutility Anche gli industriali in campo

Vertice sul progetto: da Sboarina i presidenti Confindustria di Verona e Vicenza
VERONA Insolito quanto importante vertice, ieri pomeriggio nell’ ufficio del sindaco di Verona, per concordare nel modo migliore le modalità della grande operazione che porterà alla nascita, entro il primo luglio, della Multiutility del Veneto (Muven), frutto dell’ accordo tra Agsm Verona, Aim Vicenza ed il colosso lombardo A2A. Assieme a Federico Sboarina si sono infatti ritrovati attorno allo stesso tavolo il sindaco di Vicenza, Francesco Rucco, il presidente di Agsm, Daniele Finocchiaro e quello di Aim, Gianfranco Vivian, ma stavolta erano anche presenti (novità assoluta) il presidente di Confindustria Verona, Michele Bauli, ed il presidente di Confindustria Vicenza, Luciano Vescovi. Proprio ai due leader degli imprenditori, infatti, è stato chiesto di indicare, in maniera informale ma di comprensibile rilievo, le vie da seguire per armonizzare la nuova colossale realtà energetica che sta nascendo con le esigenze delle imprese che operano nelle due province. Durante l’ incontro, cui a preso parte anche il direttore generale del Comune di Vicenza, Gabriele Verza, sono state esaminate le molte ricadute concrete che la nascita di MuVen (il nome della nuova società è stato indicato dalla società Roland Berger ma è provvisorio) non potrà non avere sulle aziende veronesi e vicentine, sol che si pensi alle rispettive bollette energetiche, ma anche all’ accelerazione delle esperienze di Smart City (che l’ accordo firmato tra Agsm, Aim e A2A definisce più ampiamente come «Smart Territory») e alla gestione futura dei rifiuti. Nessuna dichiarazione al termine dell’ incontro (quando era ormai già sera) ma la sensazione offerta da alcuni dei partecipanti è stata la conferma dell’ ottimismo mostrato al cronista dal sindaco Rucco, prima che la riunione iniziasse. Un passo avanti importante, dunque, anche tenendo presente che il primo traguardo, quello più direttamente collegato alla riunione di ieri, è ormai vicino: le linee guida per il Piano Industriale della nuova società, infatti, dovranno essere pronte entro il 29 febbraio. All’ interno del Piano dovrà essere prevista, tra le altre cose, anche la crescita del settore indotto dell’ economia, ed anche su questo punto è probabile che Michele Bauli per Verona e Luciano Vescovi per Vicenza abbiamo fatto pesare la visione delle rispettive associazioni imprenditoriali. Così come i due leader confindustriali hanno sicuramente letto con attenzione la parte dell’ accordo in base al quale il piano industriale della futura MuVen «espliciterà le sinergie e le opportunità di creazione di valore, con l’ obiettivo comune di valorizzare le eccellenze operative, le relazioni con i Territori serviti e la tradizione delle rispettive realtà». Dopo il vertice di ieri sera, tornerà adesso all’ opera il gruppo di lavoro creato e costituito da nove persone, tre per ciascuna delle società coinvolte. Nella sede bresciana di A2A, intanto, si lavorerà alla creazione di una newco (nuova società) cui saranno conferiti gli asset industriali (a partire dal termovalorizzatore, che dovrebbe essere quello di Parona di Lomellina, in provincia di Pavia): proprio quella newco si fonderà poi con Agsm e Aim, creando quella che sarà la quinta multiutility italiana del settore. Se tutto filerà liscio, il Piano Industriale vero e proprio, sulla base delle linee guida, sarà predisposto entro il 31 marzo. Contemporaneamente, Agsm e Aim presenteranno al Comune di Verona e a quello di Vicenza la bozza finale del protocollo di fusione delle due società, mentre Agsm, Aim, A2A e la newco di A2A firmeranno l’ intesa entro il 30 aprile. I consigli comunali di Verona e Vicenza voteranno la relativa delibera entro il 30 maggio, e l’ operazione sarà completata entro il 30 giugno. Lillo Aldegheri

08/01/2020 – MF
I Comuni rafforzano la presa su Iren

Si rafforza la presa pubblica su Iren. I maggiori azionisti della mulitutility guidata da Massimiliano Bianco, ossia i Comuni di Genova, Torino, Reggio Emilia e Parma, a seguito dell’ introduzione del voto maggiorato detengono ora diritti pari al 55,318%. In particolare, Fsu, la holding del Comune di Genova, detiene il 18,851% con diritti di voto per il 23,74%, Finanziaria Città di Torino Holding ha diritti di voto per il 18,63% con una quota del 13,8% del capitale, mentre Reggio Emilia detiene il 6,42% con i diritti di voto per l’ 8,67% e il Comune di Parma ne ha per il 4,27%. A confermarlo è l’ elenco, pubblicato ieri, degli azionisti con una partecipazione superiore al 3% dei diritti di voto iscritti nell’ elenco speciale per la legittimazione al beneficio del voto maggiorato e che hanno conseguito il voto doppio dopo 24 mesi dalla data d’ iscrizione. Ieri, infine, a Piazza Affari il titolo Iren ha ceduto lo 0,6% a 2,716 euro per azione. (riproduzione riservata) NICOLA CAROSIELLI

08/01/2020 – Azienda Banca

PROJECT FINANCING DA 30,4 MILIONI PER L’IMPIANTO EOLICO DA 26 MW A LUCERA IN PUGLIA

Molino Facchinelli Zerbini & Partners e Grimaldi Studio Legale hanno fornito assistenza alle parti nell’ambito dell’operazione.

SEA s.r.l., società detenuta da Repower Renewables S.p.A. e controllata da Repower Italia S.p.A., ha completato la negoziazione di un project financing di complessivi 30,4 milioni di euro per il finanziamento di un impianto eolico da 26 MW sito nel comune di Lucera in Puglia e dell’intervento previsto nei prossimi anni di sostituzione di alcuni componenti delle turbine Vestas V90 volto ad un incremento del diametro da 90 mt a 100 mt.

Il finanziamento, suddiviso in tre diverse linee, è stato concesso da Banca Nazionale del Lavoro S.p.A. in qualità di Mandated Lead Arrangers. Una caratteristica distintiva ed innovativa di questo finanziamento è che la linea destinata al finanziamento dell’intervento di reblading sarà rimborsata oltre il termine degli incentivi.

Repower Renewables S.p.A. è la JV tra Repower Italia S.p.A. ed un fondo di investimento gestito da Omnes Capital, nata nel 2018 e finalizzata alla gestione, acquisizione e sviluppo green-field di impianti da fonti rinnovabili.

Molino Facchinelli Zerbini & Partners ha assistito SEA s.r.l. nella negoziazione con un team coordinato dal partner Giulio Facchinelli Mazzoleni Berlucchi che con l’associate Federico Ceruti, ha agito come financial e model advisor dello sponsor.

Gli aspetti legali dell’operazione sono stati seguiti per Banca Nazionale del Lavoro S.p.A. da Grimaldi Studio Legale con un team guidato dal partner Giovanni Bocciardo coadiuvato, per i profili finanziari e societari, dalla senior associate Silvia Beccio e dall’associate Celeste Mastrangelo e, per i profili di diritto amministrativo, dalla partner Daniela Fioretti e dall’associate Clementina Bombacci e per il beneficiario dal team legale interno di Repower guidato dal direttore affari legali e compliance di Repower Italia, Andrea Bordogna, coadiuvato da Sara Mambretti.

I profili notarili dell’operazione sono stati seguiti dal prof. Avv. Ubaldo La Porta, coadiuvato dal dott. Cosimo Sampietro.

08/01/2020 – Il Fatto Quotidiano
Grandi opere, altri 28 miliardi spesi senza criterio

Zero valutazioni. Dalla Napoli-Bari alla Palermo-Catania: i 5S dicono sì ai progetti senza calcolarne i benefici
“Sei miliardi di opere davvero utili!”. Questo è il titolo di un’ immagine pubblicata su Facebook nel luglio scorso dalla comunicazione del Movimento 5 Stelle della Camera e rilanciata su Twitter in questi giorni. A cui si aggiunge una perentoria chiusura: “Altro che Torino-Lione”!, e poi l’ elenco delle 5 “grandi opere buone”, tutte ferroviarie. Ora, per la Torino-Lione è stata fatta un’ analisi economico-finanziaria che diceva un chiaro “No”. Però riguardo a queste altre, per quattro di esse non è stato consentito fare alcuna analisi al gruppo incaricato da Toninelli, e per una l’ analisi è stata negativa, anche se il governo giallo-verde decise di farla ugualmente. Vediamo sommariamente l’ elenco delle opere buone, per le quali le analisi costi-benefici non dovrebbero valere, perché appunto “buone a prescindere”. Sono: la linea Palermo-Catania, il nodo ferroviario di Genova, il Terzo Valico (Milano-Genova), la linea Napoli-Bari, e l’ accesso al Brennero, cioè il raddoppio della linea da Fortezza a Verona. Ora, definire un’ infrastruttura “utile” senza mostrare o consentire alcuna analisi o dibattito è esattamente nella logica delle Grandi Opere berlusconiane, cioè è una valutazione arbitraria. Nemmeno si conoscono previsioni di traffico o di costo totale, o il rapporto tra costi e ricavi. Forse tutto è ben nascosto nel sito web delle Ferrovie, ma comunque di difficile accesso e totalmente di parte (figuriamoci se chi deve ricevere dei soldi pubblici dice dei No a qualcosa). Nel merito, mancando i numeri ovviamente si possono fare solo stime a buon senso. Per la linea Palermo-Catania esiste un’ analisi indipendente che dimostra che rimarrà deserta, anche se velocizzata a carissimo prezzo. Non c’ è né ci sarà mai abbastanza traffico. Costerà, si stima, non meno di 5 miliardi Del nodo ferroviario di Genova senza dati nulla si può dire. Del Terzo Valico Milano-Genova si sa invece tutto: l’ analisi ufficiale del ministero dimostra che i benefici sociali sono nettamente inferiori ai costi, anche se si è deciso di finire lo stesso l’ opera. Costerà alla fine non meno di 6 miliardi. Della linea Napoli-Bari fu fatta anni fa un’ analisi indipendente con risultati molto negativi, sempre per scarso traffico. Si parla di un costo totale di 7 miliardi. Della linea Fortezza-Verona si sa solo che è lunga 200 km, e dovrà essere fatta per lunghi tratti in galleria. Una stima di 50 milioni a km sembra ragionevole, quindi un costo totale dell’ ordine dei 10 miliardi. Oggi ci passano sulla linea esistente 140 treni al giorno, e ne potrebbe portare 220. Facendo le somme, una rozza e incompleta stima dei costi totali è dell’ ordine dei 28 miliardi, tutti a carico delle scassate casse pubbliche. Cioè quei 6 miliardi sono i soldi necessari non a finire le opere, ma solo a mandare avanti i cantieri, che in questo modo diventano politicamente inarrestabili, casomai a qualcuno venisse in mente di fare i conti dei benefici sociali per il Paese di queste opere. Ma uno potrebbe dire: con l’ enfasi anche europea per l’ ambiente, macchine e camion si sposteranno per forza sulla ferrovia, negli anni futuri. Niente affatto: proprio l’ enfasi per l’ ambiente accelererà ancora il passaggio a motori sempre meno inquinanti, cosa già in corso da due decenni, rendendo inutile quel (costosissimo) passaggio. Certo che questi 6 miliardi sono per opere che sono ben altro che il Tav! A occhio sono per sprechi molto maggiori: quello costerà in tutto all’ Italia non più di 4 miliardi. Marco Ponti

08/01/2020 – Italia Oggi
Gualtieri, dicendo che in Italia serve più stato, seppellisce, senza fare i funerali, la politica che fu di Prodi e di Ciampi

Con i soldi della Cdp che però non possono essere utilizzati in gruppi distressed
«In Italia serve più Stato». Ha avuto certamente il merito della concisione il ministro dell’ Economia, Roberto Gualtieri. E può essere soltanto un dettaglio curioso che si sia conquistato la prima pagina di un quotidiano appena acquisito dalla famiglia Agnelli: la più importante dinastia del capitalismo privato italiano. Sicuramente il proclama neo-statalista di Gualtieri pone almeno due questioni di primo e pari livello. La prima questione attiene allo stato dei conti. L’ Italia è il secondo Paese più indebitato dell’ eurozona dopo la Grecia, molto al di sopra della media Ue. Per questa ragione la scorsa primavera è incorsa in una procedura d’ infrazione senza precedenti da parte della commissione Ue: poi ritirata (ma non definitivamente cancellata) quando già si profilava il rovesciamento della maggioranza di governo. Ma continua a piangere anche la parte corrente del bilancio italiano, come ha confermato la manovra appena approvata (e nella quale la clausola di salvaguardia Iva è stata neutralizzata per un solo un anno). Dove lo Stato italiano possa trovare risorse per ri-nazionalizzare Ilva o Alitalia, Autostrade, o Popolare di Bari non è davvero dato capire. Parrebbe più’ razionale e raccomandabile riprendere (per quanto possibile) le privatizzazioni, come annunciato da tutti gli immediati predecessori di Gualtieri: dal tecnico Vittorio Grilli (che aveva messo nero su bianco 100 miliardi di dismissioni) al collega democratico Pier Carlo Padoan, che si era impegnato a collocare una seconda tranche di Poste e una prima di Fs. Il Mef sembra invece intenzionato a usare la Cassa depositi e prestiti come leva strategica ripubblicizzatoria, lasciando correre la suggestione di una «nuova Iri». Premesso che la «vecchia Iri» (pilotata nell’ ultimo decennio da Romano Prodi) ha concluso in sostanziale dissesto la sua parabola sessantennale, la Cdp è sì un’ istituzione controllata dal Tesoro, ma intermedia il risparmio privato: principalmente gli oltre 300 miliardi di depositi postali di molte decine di milioni di famiglie Italiane (soprattutto le meno abbienti). Le risorse della Cdp non sono «statali»: sono suoi debiti bancari verso privati cittadini. Equipararle a prelievo fiscale da cittadini contribuenti è scorretto e rischioso: soprattutto nei giorni che registrano un ennesimo fallimento bancario legato anche alla cattiva allocazione di credito presso imprese che non lo meritavano. Nonostante lo sviluppo del suo gruppo, la Cdp non sembra, almeno al momento, attrezzata per operare come banca universale, assumendo importanti partecipazioni dirette diverse da quelle (solide), parcheggiate dal Tesoro stesso, come Eni, Enel, Poste, Terna. Gli investimenti in gruppi distressed restano vietati dallo statuto della Cassa e su di essi c’ è il veto dalle Fondazioni bancarie azioniste al 15%. Sulla possibile svolta rinazionalizzatoria pesano interrogativi politici non meno rilevanti. Che in Gran Bretagna il Labour abbia appena regalato così una storica vittoria al Tory brexiter Boris Johnson può riguardare in apparenza solo la strategia elettorale di M5S e Pd. Ma quanto autenticamente «europeista» e «antisovranista» apparirebbe ora a Bruxelles l’ Italia giallorossa del Conte-2? Gualtieri (giunto al Tesoro direttamente da Strasburgo) sembra invece voler intensificare il neo-assistenzialismo inaugurato da reddito di cittadinanza e quota 100, su cui l’ Ue sembra aver chiuso gli occhi ma per una volta sola. Su un piano politicamente più alto la questione è anche più impegnativa. Annunciare «più Stato» significa dichiarare chiusa la lunga stagione delle privatizzazioni, liberalizzazioni e internazionalizzazione dell’ Azienda Italia concepita e condotta fin dagli anni 90 da Carlo Azeglio Ciampi e Prodi (con Mario Draghi in cabina di regia) per meritare all’ Italia l’ ingresso nell’ euro. È stata una «lunga marcia», quella verso l’ affermazione dell’ imprenditorialità privata nella competizione di mercato, che non ha riguardato solo l’ economia che un tempo era di Stato (e magari un po’ lo è ancora). Il lascito socioeconomico di quella transizione è forse anzi più visibile nei ventimila campioni globali del Made in Italy che nelle ex partecipazioni statali (banche comprese). Gualtieri sta forse ritirando la fiducia a questa Italia? © Riproduzione riservata. GIANNI CREDIT

08/01/2020 – Italia Oggi

Battisti, l’ingresso di Atlantia in Alitalia condizionato da altre vicende

Audizione dell’a.d. di Ferrovie dello Stato italiane: Fs in qualità di capocordata ha contattato circa 30 soggetti finanziari, con i nostri advisor, ma non abbiamo avuto un riscontro positivo. Sono stati avviati anche contatti con Atlantia ed altri potenziali investitori che non sono stati ritenuti idonei a prosecuzione della trattativa

Alitalia

“E’ emerso in maniera chiara che l’approccio di Atlantia” al rilancio di Alitalia con un ingresso nella cordata “fosse condizionato alla risoluzione di altre vicende”. Lo ha detto Gianfranco Battisti, a.d. di Ferrovie dello Stato italiane, durante un’audizione sul decreto legge Alitalia alla Camera. Battisti ha inoltre riferito che “Atlantia, ad un certo punto delle negoziazioni, ritenendo che Delta non desse un impegno particolarmente forte, ha detto ‘perche’ non riproviamo con Lufthansa'”. Battisti ha quantificato l’impegno di Delta che prevedeva, “oltre ai 100 milioni iniziali, una valorizzazione di ulteriori 240 milioni, per un totale di 340 milioni di euro in 4 anni di piano”. Al contrario, ha proseguito, Lufthansa “non ha mai risposto formalmente a nessuna iniziativa” lanciata dalle Fs per creare un consorzio con l’obiettivo di rilanciare Alitalia. Per il rilancio di Alitalia, ha spiegato Battisti, Fs in qualita’ di capocordata ha “contattato circa 30 soggetti finanziari, con i nostri advisor, ma non abbiamo avuto un riscontro positivo”. Fs ha avviato anche “contatti con Atlantia ed altri potenziali investitori che non sono stati ritenuti idonei a prosecuzione della trattativa”. La scorsa procedura di vendita, ha proseguito il numero uno di Fs, “per noi e’ chiusa, lo ha dichiarato anche Patuanelli. Ne siamo gia’ usciti, abbiamo chiuso la fideiussione e i rapporti con gli advisor e quella operazione e’ tramontata”. Dal nuovo Governo “non siamo stati coinvolti in questa nuova procedura” di vendita di Alitalia ma Fs e’ disponibile a essere sentita “dal punto di vista della valorizzazione della nostra esperienza”. Inoltre, “chi sta gestendo” la nuova procedura di vendita “valutera’ o meno l’opportunita’ di riprendere i contatti con Delta, non sta a Fs dirlo perche’ la procedura e’ chiusa. Con gli a.d. di Delta e Lufthansa non siamo andati avanti con le interlocuzioni di carattere industriale, li ho sentiti a Natale ma per pura cortesia”.

07/01/2020 – HuffPost

Modello Blue Panorama per Alitalia

Per il commissario Leogrande ci sono solo due alternative: o si trova un compratore o si fa una newco. Proprio come fatto in passato con la low cost

By Alberto Sisto

Alitalia è come il maiale, non si butta via niente. E così, dopo la trasformazione del triumvirato commissariale in un quadriumvirato con la nomina di Giuseppe Leogrande e il mantenimento in panchina dei tre precedenti professionisti, ora arriva l’annuncio di un nuovo acquisto: un direttore generale. Giancarlo Zeni, attuale Ad di Blue Panorama la cui designazione è stata annunciata proprio dal supercommissario.

L’occasione è stata una delle ultime audizioni in commissione Trasporti alla Camera dove si sta discutendo il decreto per il nuovo finanziamento da 400 milioni per Alitalia e domani scade il termine per la presentazione degli emendamenti. Ma che ha provocato forse più sconcerto che chiarimenti.

Ai parlamentari, anche della maggioranza, che chiedevano conto della situazione surreale in cui il governo si aspetta di poter vendere Alitalia entro il 31 maggio, appuntamento ritenuto congruo anche dal ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Paola De Micheli, anche lei audita, Leogrande ha fatto saltare i nervi. Dopo aver interrotto la propria esposizione per l’ingresso dei fotografi e guadagnandosi un rimbrotto dal presidente, l’avvocato ha ghiacciato la commissione ammettendo di “non avere i dati definitivi sulla società a tre settimane dall’insediamento, né un piano industriale” e con l’annuncio che non essendoci un acquirente lui al momento cercherà, e non sarà comunque “un lavoro facile, “di far venire fuori dalle secche dell’amministrazione straordinaria Alitalia”.

Le possibilità offerte della legge sono due, ha spiegato l’avvocato bolognese, confermando quanto scritto da HuffPost a fine dicembre: “La vendita a terzi è l’evoluzione naturale, ma se non c’è un compratore si fa un conferimento in una newco e poi si vende la newco, ma cercando di tirare fuori la società dall’amministrazione straordinaria che lega le mani impedendo lo sviluppo. Lo abbiamo già fatto con Blue Panorama e ora stiamo cercando di capire se e come sia eventualmente possibile farlo per Alitalia”. È quello che è scritto nel decreto di nomina di Leogrande dove non si parla di vendita ma di trasferimento dei complessi aziendali.

Il supercommissario nel corso dell’audizione, ha voluto tacitare anche le voci sulla legittimità della sua nomina. La designazione dei commissari di Ilva e Alitalia è corretta perché la procedura d’urgenza, oggetto di critiche in questi giorni dopo una sentenza del Tar, “è una deroga prevista”. Poi con l’innocenza del bambino ha affermato “sono un esperto di cose legali, non ho ancora i dati della chiusura dell’anno e quindi non posso dare cifre o presentare un piano industriale. Per queste cose, nei prossimi giorni nominerò un direttore generale” con uno stipendio di 250 mila euro lordi l’anno. In commissione, Leogrande, ha solo aggiunto che Alitalia ha bruciato 300 milioni di cassa nei due anni, 2017 e 2018, di amministrazione straordinaria e forse anche di più nel 2019.

Per farsi un’idea della situazione dei possibili sviluppi della procedura Leogrande ha spiegato che incontrerà Delta nei prossimi giorni e “prendo atto delle dichiarazioni di Lufthansa, che apprendo avrebbe annunciato l’intenzione di non impegnarsi in Alitalia ma incontrerò anche loro”.

Leogrande infatti si è seduto sulla sedia ancora calda lasciata qualche minuto prima da Joerg Eberhart, amministratore delegato di Air Dolomiti, la compagnia aerea con base a Verona controllata dal gruppo tedesco, che era stato delegato a rappresentare il punto di vista dalla casa madre. Il manager ha dato ufficialità alle posizioni che in modo ufficioso la società aveva veicolato nei due anni in cui ha affiancato la procedura e i commissari, contribuendo ad aumentare le perplessità dei parlamentari.

Eberhart ha detto che Alitalia non è così male come si dice, “è puntuale e sicura” ed è ben integrata nell’hub di Fiumicino, mentre Malpensa soffre la “concorrenza di Linate”. E comunque è necessario metterci mano.

“Lufthansa non ha un mandato è un osservatore” ha detto il delegato di Carsten Spohr, ma l’esperienza dice che “un piano di risanamento è un intervento a 360 gradi e pluriennale, non si fa in diciotto mesi. Bisogna abbassare i costi, con accordi, usufruendo del fatto che c’è il commissario e si possono riveder taluni contratti, e ci vuole un maggiore utilizzo degli aerei e del personale”. Tutte cose che richiedono tempo e poi, “solo come ultima chance si può anche pensare ad un ridimensionamento, con riduzione delle macchine e delle tratte che non sono in utile, ma questa è solo l’ultima ratio. Personale ed infrastrutture sono vero potenziale. Non so se 100, 90 o 85 aeromobili sia il numero giusto di aerei per Alitalia. Non credo però che sia possibile risanare senza fare interventi”. Sul piatto ha riproposto l’alleanza commerciale che porterebbe ad Alitalia “secondo le stime un profitto di 100 milioni all’anno”.

Cosa si fa nel frattempo e come faccia a continuare a volare Alitalia chiaramente non è affar suo, ma del commissario che, aiutato dall’ex ministro dei Trasporti Maurizo Lupi, ha ricordato a tutti anche un’altra possibile tegola. Dal 31 dicembre è scaduto l’accordo per i voli intercontinentali con l’alleanza SkyTeam. Per anni è stata considerata la palla al piede della compagnia aerea italiana perché prevedeva una distribuzione sfavorevole dei ricavi dalle vendite in code sharing. Ora però, con solo 4 mesi davanti per rinegoziarla e i 18 mesi necessari 18 per superare il vaglio antitrust europeo e americano qualora Alitalia volesse cambiare partner, si pone il problema di come guadare il fiume visto che quell’intesa garantisce 480 milioni di ricavi sui 3 miliardi complessivi.

08/01/2020 – RADIOCOR

Atlantia sale in Borsa, analisti scommettono su piano investimenti Aspi

Il titolo in controtendenza a Piazza Affari dove, in una seduta nervosa a causa delle tensioni Usa-Iran, riesce a guadagnare oltre il 2%. A sostenere gli acquisti l’ipotesi di un maxi-piano di investimenti allo studio della controllata Autostrade per l’Italia, visto come “l’ultima carta” da giocare con il governo Conte per evitare la revoca delle concessioni

di Enrico Miele

Atlantia in controtendenza a Piazza Affari dove, in una seduta nervosa a causa delle tensioni Usa-Iran, il titolo della galassia Benetton riesce a guadagnare oltre il 2%. A sostenere gli acquisti sul titolo le indiscrezioni, riportate dal Sole 24 Ore, sul maxi-piano di investimenti allo studio della controllata Autostrade per l’Italia, visto come “l’ultima carta” da giocare con il governo Conte per evitare la revoca delle concessioni. Il cda di Aspi, infatti, si dovrebbe riunire il prossimo 16 gennaio per discutere il nuovo piano industriale di tre anni che rappresenterebbe un cambio di passo rispetto al passato, con significativi investimenti in manutenzioni mentre il sottosegretario Margiotta ha sottolineato come il minimo che il governo possa chiedere alla società sia un risarcimento economico sostanzioso, una revisione dei pedaggi ed un vero piano di manutenzioni.

Analisti scommettono su dialogo con governo

«Continuiamo a ritenere – spiegano gli analisti di Equita – che l’obiettivo del governo sia di rafforzare la propria posizione nella rinegoziazione del contratto con Aspi. Andrà monitorata quale sarà la decisione del vertice di maggioranza che dovrebbe esserci oggi e verificare se si riaprirà un dialogo con Atlantia». Secondo un’altra primaria Sim milanese, Atlantia e governo hanno qualche settimana di spazio per una trattativa, almeno fino alla fine del mese in corso, «quando scadono i 30 giorni a disposizione della società per chiedere la revoca di diritto e quando ragionevolmente potrebbe arrivare il via libera al decreto Milleproroghe da parte del primo ramo del Parlamento».

08/01/2020 – Italia Oggi

Ex Ilva, l’altoforno 2 non sarà spento

Il Tribunale del Riesame di Taranto ha accolto il ricorso dei commissari straordinari

Il Tribunale del Riesame di Taranto ha accolto il ricorso dei commissari straordinari di Ilva contro lo spegnimento dell’Altoforno 2 dello stabilimento dell’ex Ilva. I giudici del riesame dovevano esprimersi in merito al ricorso dopo che il giudice monocratico, Francesco Maccagnano, lo scorso 10 dicembre aveva deciso che l’Afo2 dovesse essere spento, respingendo la richiesta di proroga della facoltà d’uso per un anno. La decisione era cruciale per la prosecuzione delle trattative sul futuro dell’acciaieria tra governo e Commissari con l’attuale proprietà, ArcelorMittal Italia. “Grande soddisfazione” è stata espressa dai commissari straordinari di Ilva. Fonti vicine alla struttura commissariale hanno fatto sapere che la stessa “ha sempre mantenuto la fiducia nei confronti della magistratura”. Lo scorso 30 dicembre si è svolta l’udienza che ha esaminato il ricorso dei commissari straordinari di Ilva contro lo spegnimento e il collegio del Riesame si è riservato di decidere entro il 7 gennaio, dato che le modifiche impiantistiche che saranno implementate dall’8 gennaio in poi rappresentano un punto di non ritorno in quanto non consentirebbero la successiva ripresa del normale esercizio dell’Afo2. Subito prima di Natale, il 20 dicembre, ArcelorMittal ha firmato “un accordo non vincolante con i commissari Ilva nominati dal Governo che costituisce la base per continuare le trattative riguardanti un piano industriale per Ilva, incluso un investimento azionario da parte di un ente partecipato dal Governo”. E’ previsto che le trattative proseguano per tutto il mese di gennaio, ma la prosecuzione dell’attività dell’Afo2 è considerato imprescindibile da tutti gli stakeholders per il rilancio del gruppo. Il memorandum of understanding è stato firmato a pochi minuti dall’inizio dell’udienza al tribunale di Milano per il ricorso contro la richiesta di recesso del contratto d’affitto presentata da ArcelorMittal, che è stata quindi rinviata al 7 febbraio 2020.

08/01/2020 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Dal contenzioso Anas al commissario per le strade siciliane: le novità del decreto Milleproroghe

Mauro Salerno

In rassegna le principali misure del Dl 162/2019 di interesse per le costruzioni

Più tempo per definire il contenzioso dell’Anas e per scegliere il commissario che dovrà occuparsi di ammodernare la rete stradale siciliana. Se si esclude la norma sulla revoca delle concessioni autostradali, di cui si è già tanto discusso nelle scorse settimane, sono queste le principali novità contenute nel decreto Milleproroghe (Dl 162/2019). Il decreto, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 305 del 31 dicembre 2019, in materia di infrastrutture ha concentrato l’attenzione sulla rete viaria, a partire dal ruolo e dai compiti assegnati all’Anas .

Tre anni in più per risolvere il contenzioso Anas

L’Anas avrà tre anni in più per risolvere il contenzioso monstre con le imprese. Il programma straordinario partito nel 2017 è ancora in corso e sconta una partenza al ralenti. Per questo c’è bisogno di più tempo per concludere il lavoro. Il piano è stato avviato sulla base di oltre 10 miliardi di richiesta da parte delle imprese e con una dote finanziaria di circa 800 milioni, giudicata sufficiente dall’azienda, che all’epoca stimava di poter chiudere le varie partite riconoscendo ai costruttori un valore medio dell’8% del «petitum».

Il decreto 162 (articolo 13, comma 4) autorizza la prosecuzione del piano, che avrebbe dovuto chiudersi lo scorso 31 dicembre, per altri tre anni. Anas e imprese avranno tempo fino a tutto il 2022 per mettersi d’accordo sul valore delle controversie. In più il decreto estende la misura anche al contenzioso sollevato dai contraenti generali. Viene invece rimandata al prossimo contratto di programma l’applicazione delle norme che prevedono il pagamento di un canone annuale da parte dell’ex ente strade al Mit.

Strade siciliane: commissario entro il 28 febbraio

Dovrà essere definito entro il 28 gennaio il nome del commissario che sarà chiamato a occuparsi delle strade siciliane. Una partita complicatasi in corsa e su cui il Governo sta lavorando da mesi. Evidentemente il tempo trascorso dall’approvazione del decreto Sblocca-cantieri (converto in legge a metà giugno 2019) non è bastato a sbloccare la situazione, su cui ha pesato anche il cambio di maggioranza e di Governo della scorsa estate.

Il decreto Milleproroghe non si limita a far slittare in là la scadenza prevista in origine (30 giorni dall’entrata in vigore del Dl Sblocca-cantieri) ma chiarisce anche che il commissario non dovrà limitarsi a sovraintendere al piano. Spetterà a lui il compito di gestire in prima persona l’intero progetto di ammodernamento delle rete realizzando «la progettazione, l’affidamento e l’esecuzione» di tutti gli interventi .

Per portare a termine il piano il commissario potrà stipulare convenzioni con gli enti pubblici, a partire dall’Anas.

Rispetto al testo dello scorso aprile, in cui si parlava genericamente di rete viaria, stavolta il campo di applicazione è ristretto alle strade provinciali. Si tratta dei tracciati che, in Sicilia, soffrono peraltro più di tutti le carenze nella manutenzione e i ritardi cronici negli investimenti.

Quanto al nome del commissario, in pole position dovrebbe esserci ancora quello di Gianluca Ievolella, dalla scorsa primavera ai vertici del Provveditorato opere pubbliche Sicilia-Calabria, su cui l’ex ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli e il presidente della Regione Sicilia Nello Musumeci avevano trovato un’intesa già lo scorso luglio. © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

08/01/2020 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Anas/2. Nel 2019 bandi in crescita del 50% e sbloccati cantieri per 2,5 miliardi

Al. Le.

Positivi i risultati per il piano assunzioni rispetto alla previsione iniziale: entrate in organico circa 1.250 unità, di cui oltre la metà a tempo indeterminato

Un 2019 di crescita per l’Anas nel settore degli appalti. L’Ente nazionale strade ha chiuso l’anno con un incremento dei bandi di gara del 50% rispetto al 2018 per un valore complessivo di 4,2 miliardi di euro. Nel corso dei 12 mesi si è registrata una crescita rilevante negli investimenti in manutenzione programmata, attestati a 647 milioni, pari a un +13% rispetto all’anno precedente. Sbloccati o riavviati cantieri per2,5 miliardi di euro.

Nel 2019 la società del Gruppo Fs Italiane ha riavviato la fase di appalto delle nuove opere con 9 bandi di gara pubblicati per un importo complessivo di oltre 1,6 miliardi di euro, in controtendenza rispetto all’anno precedente. La produzione complessiva è stata pari a 1,066 miliardi di euro, con una minima flessione rispetto al valore del 2018 di 1,076 miliardi.

Flessione dovuta all’impatto della crisi delle aziende di settore e alle criticità legate all’iter autorizzativo delle opere. Le principali 20 commesse in sofferenza, infatti, incidono per il 72% rispetto al portafoglio lavori complessivo.

Positivi i risultati per il piano assunzioni rispetto alla previsione iniziale. Nel 2019 Anas ha assunto circa 1.250 unità, di cui oltre la metà a tempo indeterminato, e per il 2020 prevede di assumere ulteriori 900 unità. Questo risultato, unitamente al percorso di valorizzazione del personale interno, permette all’azienda di potenziare la sua operatività.

«È stato per Anas – ha dichiarato l’amministratore delegato Massimo Simonini – un anno intenso, ricco di sfide e di risultati importanti, grazie anche al consolidamento dell’appartenenza al Gruppo Fs Italiane. Nel 2019 abbiamo realizzato un processo di pianificazione degli investimenti e di programmazione dei lavori che ci ha permesso non solo di sbloccare alcuni cantieri fondamentali, ma di investire ingenti risorse nella manutenzione programmata. La riorganizzazione della struttura aziendale, che ha assicurato la razionalizzazione dei processi e la maggiore rapidità decisionale, potenziando al contempo il presidio del territorio, ha permesso ad Anas di migliorare gli standard di sicurezza della nostra rete, garantendo agli utenti continuità territoriale e qualità dei servizi».

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08/01/2020 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Durc negativo, il Tar Calabria chiude sulla sostituzione del mandante in fase di gara

PIetro Verna

In presenza di irregolarità contributive la stazione appaltante è obbligata a escludere dalla procedura l’impresa interessata

Il mancato possesso del requisito della regolarità contributiva impedisce la sostituzione del mandante in fase di gara, altrimenti sarebbe violato il divieto generale di modificazione della composizione dei raggruppamenti previsto dall’art. 48 (raggruppamenti temporanei e consorzi ordinari di operatori economici) del codice dei contratti pubblici, come modificato dal decreto legislativo 19 aprile 2017, n. 56. Lo ha stabilito il Tar Calabria- Sezione Staccata di Reggio Calabria, con la sentenza 14 novembre 2019, n. 665, secondo cui il suindicato art. 48 consente la sostituzione del mandante nei soli casi di modifiche soggettive e non anche nell’ipotesi di perdita dei requisiti di idoneità di cui all’art. 80 del medesimo codice.

Quadro normativo

L’art. 48, comma 9, del codice dei contratti pubblici ( di seguito “codice”) vieta qualsiasi modificazione alla composizione dei raggruppamenti temporanei «rispetto a quella risultante dall’impegno presentato in sede di offerta», fatto salvo quanto disposto dai commi 17 e 18 del medesimo articolo che consentono in via eccezionale e in casi tassativamente indicati (procedure concorsuali a carico del mandatario o di un mandante, oppure morte, interdizione, inabilitazione o fallimento qualora si tratti di imprenditore individuale, o ancora nei casi previsti dalla normativa antimafia) il subentro di un altro operatore economico in possesso dei prescritti requisiti. Casi ai quali l’art. 32, comma 1, lett. e), del d.lgs. 56/2017 ha aggiunto la «perdita, in corso di esecuzione, dei requisiti di cui all’articolo 80» da parte di uno dei mandanti, specificando, al comma 1, lett. h), dello stesso art. 32 ( trasfuso nel comma 19-ter dell’art. 48 del codice) che le suddette previsioni «trovano applicazione anche laddove le modifiche soggettive […] si verifichino in fase di gara».

La sentenza

Il contenzioso era insorto a seguito del provvedimento con il quale la Stazione unica appaltante della Città metropolitana di Reggio Calabria, in applicazione dell’art. 80, comma 4, del codice, aveva escluso dalla gara per «Interventi di riqualificazione del castello medievale di Condojanni e completamento del restauro di Palazzo Vitale a S. Ilario dello Jonio» il Rti aggiudicatario perché in fase di verifica del Durc erano stati accertati debiti della società mandante verso l’ Inps per complessivi euro 24. 416,03. Esclusione che veniva confermata dal rigetto della domanda con la quale il Rti aveva chiesto di sostituire la mandante con un’altra ditta.

Da qui il ricorso al Tar dinanzi al quale il Rti aveva sostenuto che l’ingresso della nuova mandante sarebbe stato consentito dal riformulato art. 48 del codice, che avrebbe introdotto una deroga al principio della immutabilità della composizione dei raggruppamenti.

Argomentazioni che il Tar ha respinto alla luce dell’orientamento giurisprudenziale secondo cui l’inserimento, ai commi 17 e 18 dell’art. 48, dell’inciso «in corso di esecuzione» con riferimento «alla perdita dei requisiti di cui all’articolo 80 «sia da interpretare nel senso che la sostituzione di un componente del raggruppamento « è da ritenersi possibile esclusivamente nella fase dell’esecuzione contrattuale in quanto, in tale fase, concedere la possibilità di sostituzione risponde, in primis, alla necessità di perseguire il preminente interesse pubblico alla prosecuzione dell’esecuzione dell’appalto» ( da ultimo, Consiglio di Stato- Sez. V, sentenza 18 febbraio 2019, n. 1116 e del Tar Lazio- Roma, sentenza 26 luglio 2019, n.10003).

Con la conseguenza che, fatta eccezione per le ipotesi espressamente previste, permane il divieto di modificare la composizione del raggruppamento temporaneo in corso di gara, «onde garantire la migliore affidabilità del futuro contraente dell’amministrazione» (Tar Campania- Salerno, sentenza 8 aprile 2019, n. 1929).

Pronunce che l’Autorità Nazionale Anticorruzione ha richiamato nelle delibere n. 555 del 12 giugno 2019 e n. 862 del 25 settembre 2019 aventi ad oggetto casi analoghi a quello sottoposto al vaglio del Tar Calabria, evidenziando che:

  1. i) il requisito della regolarità contributiva «deve sussistere al momento della scadenza del termine per la presentazione della domanda e deve permanere per tutta la durata della procedura selettiva» (Consiglio di Stato, sentenza 2 luglio 2018 n. 4039) ;
  2. ii) la presenza di un Durc negativo, al momento della partecipazione alla gara, obbliga la Stazione appaltante a escludere dalla procedura l’impresa interessata, «senza che essa possa sindacarne il contenuto ed effettuare apprezzamenti in ordine alla gravità degli inadempimenti e alla definitività dell’accertamento previdenziale» (Consiglio di Stato, sentenza 19 febbraio 2019, n. 1141).

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08/01/2020 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Città: apre il cantiere Bologna per rifare tram, stadio e fiera

Ilaria Vesentini

Il Comune ha approvato un bilancio da 1 miliardo, che triplica gli investimenti. Per il Dall’Ara restyling da 70 milioni, arrivano quattro linee tramviarie

Il Comune ha approvato un bilancio da 1 miliardo, che triplica gli investimenti

Per il Dall’Ara restyling da 70 milioni, arrivano quattro linee tramviarie

L’espansione a nord del quartiere fieristico, con il nuovo palazzetto per lo sport (casa Virtus), poco distante la costruzione del grande parco hi-tech del Tecnopolo e del Data center del centro meteo europeo. La partenza della nuova navetta sopraelevata People Mover che collegherà in sette minuti e mezzo i treni e gli aerei, con la stazione ferroviaria in fase di chiusura dei cantieri che hanno creato la prima piattaforma AV sotterranea d’Italia e l’aeroporto Marconi pronto ad affrontare un piano di ampliamento da 200 milioni. La nuova autostazione per i bus, già oggi la prima in Italia per traffico. Il progetto finanziato con mezzo miliardo per ripristinare il tram in città e quello da oltre 700 milioni per dare il via, dopo trent’anni di discussioni, al passante tra tangenziale e autostrada.

Il piano del Comune

Bologna è al centro di interventi che ne stanno radicalmente cambiando pelle. Merito anche della continuità politica garantita dalla riconferma per due mandati del primo cittadino, Virginio Merola, «ma soprattutto del fatto che abbiamo lavorato insieme, nessuno ha fatto il fenomeno, ognuno ha messo le proprie competenze a servizio della comunità», rimarca il sindaco, la cui Giunta ha da poco approvato un bilancio 2020 da un miliardo di euro che triplica gli investimenti, non aumenta né tasse né tariffe, taglia le rette di nidi e mense scolastiche e nel contempo riduce il debito, che scenderà ulteriormente dagli 89,3 milioni del 2018 a meno di 70 milioni del 2022.

La città metropolitana

«Siamo sempre più una città metropolitana, ma questo non si traduce in una espansione, perché non occupiamo un ettaro di nuovi terreni – sottolinea Merola – bensì recuperiamo gli spazi dismessi salvaguardando aree verdi come i Prati di Caprara». Un discorso che torna quando si alzano gli occhi alla nuova monorotaia sopraelevata People Mover o quando si viaggia con l’alta velocità nella stazione sotterranea nuova di zecca, ma che stona quando si discute della crescita esponenziale dell’aeroporto Marconi, arrivato quest’anno a trasportare 9 milioni di passeggeri (erano 3 milioni nel 1999): c’è un piano già approvato di 200 milioni di euro di investimenti in cinque anni tra ampliamento del terminal, dei parcheggi per auto e velivoli e una nuova infrastruttura cargo, non senza un sottofondo costante di cori cittadini contro lo scalo per il rumore dei cieli sopra le Due Torri. «È in corso la conferenza dei servizi, i comitati “contro” vanno messi in preventivo, ma Enac è al lavoro per garantire uno sviluppo aeroportuale compatibile con chi vive e dorme nella zona della città sorvolata dagli aerei», precisa il sindaco.

Lo stadio

Consumo zero del suolo anche per il calcio: Bologna ha scelto di valorizzare il vecchio stadio lì dove è da oltre 90 anni, invece di trasferirlo in periferia vicino alle grandi arterie di traffico, preferendo il restyling in uno dei quartieri residenziali più belli del capoluogo, a pochi passi dalle storiche mura. «Stiamo solo aspettando che Joey Saputo valuti le offerte dei privati che in partnership lo costruiranno», aggiunge Merola, che ha stanziato 30 milioni di risorse comunali per il progetto, da sommare ai 40 di Saputo. Sono i tempi biblici per arrivare ai cantieri a smorzare il luccichio di progetti in corso e in divenire a Bologna, che si tratti del rifacimento del Dall’Ara o dell’inaugurazione del People Mover, annunciata per il marzo 2019 e ancora non avvenuta. «Questione di settimane», assicura il primo cittadino. Febbraio 2020 dovrebbe essere il mese clou anche per capire il nuovo volto delle ex caserme bolognesi messo a punto da Cdp e il futuro di polmone verde al pari o più dei Giardini Margherita per l’area orientale dei Prati di Caprara (dove si temeva sarebbe sorto un outlet).

Il masterplan della Fiera

Il 2019 si è chiuso con altre due grosse novità per lo skyline bolognese: il nuovo padiglione multiuso tra ferrovia e autostrada con una arena da 30mila posti (casa Virtus?) disegnati nell’avvenieristico Masterplan della fiera da Mario Cucinella (un piano complessivo da oltre 140 milioni di euro) e il restyling dell’autostazione, «un asset che tutti sottovalutano – fa notare il primo cittadino – perché l’hub degli autobus a lunga percorrenza di fronte ai treni è primo in Italia per efficienza e fa concorrenza all’aeroporto per numero di passeggeri trasportati (8,5 milioni per quasi 230mila corse con una crescita che riguarda sia destinazioni nazionali che internazionali, ndr). Partirà a settimane un concorso di architettura con l’obiettivo di dare il via ai lavori da 5 milioni di euro entro l’anno e chiuderli nel 2023, senza mai interrompere le attività di trasporto.

Il passante

Se nel ventre della città c’è fermento, è però sulla cintura che gli occhi del Paese sono puntati: il via libera del nuovo Governo al Passante di mezzo deve tradursi in un progetto esecutivo e in ruspe, perché è da più di 30 anni che si aspetta una soluzione per sbloccare il traffico nel crocevia-via crucis d’Italia. «Sono in corso le procedure per convocare la Conferenza dei servizi, partirà a breve», conclude Merola. La versione “A evoluta” del Passante tra tangenziale, A13 e A14 che minimizza gli impatti ambientali e territoriali porterà con sé interventi a otto zeri sulla viabilità collegata ancor più agognati dai bolognesi come l’intermedia di Pianura e l’asse Lungo Savena.

Il ritorno del tram

Da Roma sono arrivati in dicembre 509 milioni di euro: serviranno a finanziare la prima linea del tram, la totalità della cifra richiesta dal Comune che coprirà praticamente l’intero costo, per il progetto più premiato dai tecnici del Ministero delle Infrastrutture, ma su cui si stanno accapigliando non solo per finalità elettorali i candidati alle imminenti votazioni regionali ma anche i cittadini bolognesi. «È un traguardo – dichiara il sindaco Virginio Merola – che premia il nostro lavoro e le scelte infrastrutturali di Bologna, la prima città metropolitana italiana ad avere varato il Piano urbano per la mobilità sostenibile e ad avere un progetto interamente finanziato. Si tratta di una grande svolta della mobilità bolognese».

Quattro linee

La svolta è in realtà un ritorno al passato, perché Bologna è stata attraversata dalla rete tranviaria dal 1880 al 1963, anno in cui – sotto l’amata amministrazione Dozza – chiusero con rito solenne le ultime due linee, la n. 6 “Chiesa Nuova” e la n. 13 “San Ruffillo”. Sono quattro le linee previste ora da Palazzo d’Accursio. La prima, quella rossa, collegherà la zona di Caab-Fico Eatalyworld a Borgo Panigale, tagliando da ovest a est tutta la città per 16,5 chilometri con trenta fermate. E la novità più rilevante è che la centralissima via Indipendenza, nel tratto tra via dei Mille e via Rizzoli, già oggi a traffico limitato, verrà riservata esclusivamente al tram, ai pedoni e ai ciclisti sette giorni su sette. Il cronoprogramma vorrebbe che i lavori partissero nel 2022 per arrivare all’entrata in esercizio nel 2026. «Quando potremo guardare Bologna dal tram avremo una città migliore», assicura il primo cittadino. «Il tram non è solo un mezzo di trasporto, è un’opera destinata a contribuire a cambiare il volto della città e che ne migliora la qualità della vita. Avremo il 50% in meno di anidride carbonica».

Il tracciato

Le quattro linee dei tram copriranno in tutto 53,3 chilometri di strade bolognesi. Nei tracciati dentro il centro storico non ci saranno cavi aerei (i mezzi saranno alimentati a batteria) e i binari saranno integrati nella rete portante del Trasporto pubblico metropolitano (Tpm) con otto linee del servizio ferroviario, la rete di filobus e le autolinee extraurbane, tutte accessibili con un biglietto/abbonamento unico metropolitano. Progetto distopico, secondo l’opposizione, che ha chiesto un referendum consultivo popolare per dire “no” alla linea rossa del tram a Bologna.

Ilaria Vesentini

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