Rassegna stampa 07 gennaio 2020

07/01/2020 – La Repubblica

Dismissioni TerniEnergia cede un terzo impianto

Prosegue il piano di dismissioni di TerniEnergia, che dovrebbe portare la utility umbra fuori dalla crisi. La società quotata ha ceduto NewcoEnergy, proprietaria dell’ impianto di biodigestione e produzione di biometano in costruzione in provincia di Lecce, alla società di servizi ambientali Buttol per 2,9 milioni. Il closing è previsto entro il mese di marzo. Questa è la terza cessione nell’ arco di poche settimane e si inserisce nel piano di risanamento del gruppo, che prevede la dismissione di vari impanti, con un complessivo beneficio finanziario di circa 90,7 milioni (di cui circa 51,2 milioni di riduzione dell’ esposizione finanziaria).

07/01/2020 – Il Tirreno
Il Comune si affida a Toscana Energia Green

CASTELFIORENTINO. Abbattimento del 65% dei consumi di energia elettrica e di oltre il 20% su quelli per il riscaldamento. Servizi più efficienti e tempi drasticamente ridotti per la manutenzione e il monitoraggio degli impianti. Investimento da oltre 2.500.000 euro per un piano di efficientamento energetico e di riqualificazione impiantistica sulla illuminazione pubblica e sulla climatizzazione di scuole, impianti sportivi, edifici pubblici (municipio, biblioteca, ecc..). Sono questi, in estrema sintesi, i contenuti del “Project financing” mediante il quale il Comune ha dato in concessione a “Toscana Energia Green” la gestione di tutti i servizi energetici integrati, e che saranno illustrati alla cittadinanza giovedì 9 gennaio, alle ore 21, al Teatro del Popolo. Alla serata interverranno il Sindaco, Alessio Falorni, il presidente di Toscana Energia Green, Valter Tamburini, e il direttore tecnico di Toscana Energia Green, Katia Masala. Il “project financing” si configura come una virtuosa partneship pubblico-privato, finalizzata alla realizzazione di un piano per l’ efficientamento energetico di tutti gli impianti presenti nel territorio comunale che non ha precedenti dal dopoguerra ad oggi. Sul piatto, un investimento stimato di oltre 2.500.000 euro da parte di “Toscana Energia Green”, a fronte di un canone annuale corrisposto dal Comune di 225.964 euro oltre IVA (1° anno, soggetto adeguamento ISTAT oppure in seguito a un’ eventuale implementazione degli impianti). Durante il periodo della concessione – che ha una durata di 15 anni – “Toscana Energia Green” garantirà inoltre un consumo max garantito di 643.729 kwh annuali (anziché 1.951.800 Kwh, con una riduzione del 65%) e di 189.876 smc di gas metano (anziché 241.000 smc, con una riduzione di oltre il 20%). Nel caso in cui il consumo massimo garantito venga superato, i costi in eccesso saranno interamente a carico del concessionario (ipotesi prevedibile soprattutto all’ inizio, fino a quando non si faranno sentire gli interventi per rendere gli impianti più efficienti da un punto di vista energetico); nel caso inverso, ovvero, di un consumo minore rispetto a quello stimato, i risparmi ulteriori saranno equamente ripartiti al 50% tra Comune e concessionario. –

 

07/01/2020 – Italia Oggi

Appalti, la stretta non fa sconti

La norma che prevede, da parte del datore di lavoro, il versamento senza compensazione delle ritenute con F24 separati per committente, coinvolge anche le agenzie per il lavoro e il distacco

di Fabrizio G. Poggiani e Francesco Zuech

La stretta sulle ritenute negli appalti non fa sconti. La norma che, per le opere o servizi di valore complessivo annuo superiore a 200 mila euro, prevede da parte del datore di lavoro il versamento senza compensazione delle ritenute con F24 separati per committente (risoluzioni delle Entrate 108/E e 109/E/2019), coinvolge anche le agenzie per il lavoro e il distacco. In compenso, la disposizione, che ricordiamo riguarda le prestazioni c.d. «labour intensive» ed è in vigore dal 1° gennaio 2020, frutto dell’articolo 17-bis del decreto legislativo n. 241/97 come modificato dall’articolo 4 del dl 124/2019 (decreto fiscale), esclude le prestazioni di trasporto (che avvengono sul mezzo) e quelle di logistica effettuate presso le sedi del prestatore. Al netto della scrematura conseguente all’introduzione della soglia dei 200 mila euro, i dubbi interpretativi non mancano, così come gli effetti paradossali: su tutti quelli che, come visto sopra, coinvolgono pure le prestazioni rese dalle agenzie di somministrazione lavoro le quali, per definizione, effettuano appalto lecito di manodopera.

I parametri del nuovo art. 17-bis. A fronte di una formulazione originaria esageratamente ampia («compimento di un’opera o servizio»), l’ambito applicativo effettivamente in vigore risulta significativamente ridimensionato. Parametro quantitativo a parte dal lato oggettivo, infatti, sono stati ricalcati i medesimi parametri previsti per l’estensione (subordinata ad autorizzazione comunitaria) del reverse charge di cui alla nuova lettera a-quinquies dell’articolo 17, comma 6 del dpr 633/72 ossia: prestazioni caratterizzate «da prevalente utilizzo di manodopera presso le sedi di attività del committente con utilizzo di beni strumentali di proprietà di quest’ultimo o ad esso riconducibili in qualunque forma». La norma in vigore richiama, in sostanza, tre parametri: esecuzione presso il committente, prevalente utilizzo di manodopera e utilizzo dei beni del committente.

Luogo di esecuzione. Il parametro «geografico» (esecuzione presso «le sedi di attività del committente») consente di evitare incubi a tutti gli appaltatori, subappaltatori o affidatari che, con i loro dipendenti, eseguono l’opera o la prestazione presso la propria sede. Si pensi, ad esempio, a tutte le imprese terziste oppure anche all’esagerata situazione che – senza modifiche – avrebbe coinvolto le autofficine con dipendenti per la riparazione delle auto aziendali. A dispetto dell’originaria relazione illustrativa sono da ritenersi escluse anche le prestazioni di trasporto (che avvengono sul mezzo) cosi come quelle di logistica effettuate presso le sedi del prestatore. Rimane incluso invece (ma solo sopra soglia annua) il puro facchinaggio presso le sedi del committente mentre va chiarito il caso degli appalti e subappalti in edilizia che (alla lettera) non avvengono presso «le sedi» dei committenti ma in «cantieri».

Beni strumentali del committente. Fra gli aspetti dubbi vi è anche la correlazione fra prevalenza della manodopera e utilizzo dei beni strumentali del committente. Per un’impresa di pulizie, ad esempio, che eroga prestazioni di manodopera indubbiamente presso le sedi dei committenti, v’è differenza se la strumentazione utilizzata (l’aspirapolvere, il mocio lava pavimenti, ecc) e, perché no, i materiali d’uso (detersivi, sacchi ecc.), sono forniti dal prestatore anziché dal committente? La risposta, letteralmente, parrebbe affermativa (vedi preposizione «con») ma quello dell’utilizzo dei beni strumentali del committente potrebbe non essere un requisito dirimente altrimenti la norma risulterebbe svuotata proprio del caso più evidente che vorrebbe contrastare ossia la somministrazione illecita di manodopera. Giova osservare, a tal riguardo, che la rubrica dell’art. 17-bis così recita: «Ritenute e compensazioni in appalti e subappalti ed estensione del regime del reverse charge per il contrasto dell’illecita somministrazione di manodopera».

Il paradosso del lavoro interinale. Tralasciando che il richiamo del «reverse charge» nella citata rubrica è inappropriato (il 17-bis si occupa solo di ritenute e compensazioni) non può però passare inosservato come nel «copia incolla» del wording del reverse charge è stato omesso il riporto dell’esclusione applicativa per le prestazioni rese dalle agenzie per il lavoro disciplinate dal capo I, titolo II, del decreto legislativo n. 276/2003. Come deve essere interpretata tale omissione? Una svista oppure una sottesa volontà di introdurre ulteriori paletti (rispetto a quelli introdotti nel 2018 dal decreto «dignità») mirati a scoraggiare l’uso del lavoro interinale over 200.000 annui? Chiarimenti, infine, paiono opportuni anche per l’altra forma lecita di appalto: il distacco ex art. 30 del dlgs 276 considerato che la novella coinvolge i «rapporti negoziali comunque denominati». © Riproduzione riservata

 

07/01/2020 – Italia Oggi

Autostrade, Conte: negligenze gravi e imperdonabili

La decisione sulla revoca della concessione si baserà su “valutazioni tecnico-giuridiche sull’inadempimento del concessionario. Così rispetteremo la memoria delle vittime della tragedia del ponte Morandi”, ha detto Conte. Aspi intanto ha avviato un monitoraggio sulla rete autostradale

Il governo intenzionato ad accelerare sulla revoca della convenzione ad Autostrade. “Giunti a questo stadio di analisi è evidente che qualcuno ha commesso negligenze gravi e imperdonabili”, ha detto il premier Giuseppe Conte a Repubblica, facendo anche riferimento alla norma contenuta nel dl milleproroghe che farebbe subentrare Anas nella gestione della rete autostradale. “Stiamo per chiudere il dossier. Ci confronteremo nella maggioranza perché tutti siano coinvolti” nella decisione, che si baserà su “valutazioni tecnico-giuridiche sull’inadempimento del concessionario. Così rispetteremo la memoria delle vittime della tragedia del ponte Morandi”. Aspi, dal canto suo, ha avviato nuovi controlli sulla rete. Su input dell’amministratore delegato Roberto Tomasi, Aspi ha iniziato un censimento straordinario dei trafori, dopo il crollo nel tunnel Bertè, a Masone.

Le verifiche a tappeto, ha promesso il nuovo numero uno di Aspi al ministro Paola De Micheli, si concluderanno in un paio di mesi. Proprio questi controlli straordinari hanno dato vita a un cortocircuito su internet. Dopo che gli operai hanno tolto un’ondulina nella galleria Pietraguzza, sulla A26, secondo fonti vicine alla società proprio per avviare accertamenti sul cemento coperto dalla lamiera, alcuni automobilisti hanno fotografato la scena e l’hanno diffusa sui social network, segnalando il fatto come una caduta accidentale.

Il tema, in ogni caso, interessa la Procura di Genova e la Guardia di Finanza, che dopo il cedimento avvenuto il 30 dicembre, hanno cominciato a indagare anche sulla manutenzione dei tunnel autostradali. Tutto nasce dal rapporto trimestrale di Spea, società di monitoraggio controllata da Aspi, che ancora aveva valutato il tunnel con il voto 40 (in una scala da 10 a 70, un giudizio sostanzialmente rassicurante). Dal soffitto, ha appurato la polizia stradale, si sono staccate due tonnellate e mezzo di cemento, che solo per un caso non hanno colpito nessuno. Spea ha immediatamente sospeso i due tecnici.

07/01/2020 – Italia Oggi

Attività innovative, bandi per 68 mln in sei regioni

Ricognizione delle agevolazioni finanziarie per start up e pmi

di Cinzia De Stefanis

Sono oltre 68 i mln di euro messi a disposizione da sei regioni in questo inizio d’anno per il sostegno alle attività innovative. Parliamo delle regioni:

– Lombardia (bando 2020 fondo europeo sviluppo regionale «Ricerca & Sviluppo»);

– Piemonte (bando SC-UP, contributi per lo sviluppo di start-up);

– Emilia-Romagna (delibera di giunta regionale del 18/11/2019, n. 2088);

– Marche (bando aree di crisi per sostegno a start up, sviluppo e continuità di impresa nelle aree colpite da crisi diffusa delle attività produttiva Asse 3 – Attività 7.1);

– Friuli-Venezia Giulia (decreto dell’08 aprile 2019 n. 859);

– Sardegna (aiuti per l’acquisizione di servizi di innovazione e di supporto all’innovazione per le pmi del settore turistico e culturale).

Ma andiamo con ordine.

Lombardia. La regione stanzia 30 mln di euro per la promozione di progetti di R&S finalizzati all’innovazione delle Pmi. Possono presentare domanda imprese e liberi professionisti per progetti che comportino attività di ricerca industriale, sviluppo sperimentale e innovazione. I termini per presentare le domande resteranno aperti fino ad esaurimento della dotazione finanziaria. E comunque non oltre il 31 marzo 2021. Il finanziamento, che può concorrere sino al 100% della spesa complessiva, dura tra i 3 e i 7 anni, di cui massimo 2 di preammortamento.

Piemonte. Stanziati 10 mln di euro per il consolidamento e la crescita delle startup. I business plan dovranno essere coerenti con la strategia di specializzazione intelligente regionale o comunque in grado di promuovere la scoperta imprenditoriale in ambiti nuovi, anche di nicchia, che possano rappresentare occasioni ad alto potenziale di sviluppo. Le domande possono essere presentate entro il 31 gennaio 2020.

Emilia-Romagna. Dotazione da oltre 11 mln per i processi di innovazione e sviluppo. Due le azioni. La prima è dedicata a interventi volti a promuovere, sostenere e accompagnare i «sistemi di imprese» del territorio regionale e ad affrontare e cogliere le opportunità di innovazione. La seconda azione vede la possibilità di candidare operazioni direttamente correlate all’azione precedente, per attività di informazione e sensibilizzazione. Domande entro il 5 febbraio 2020.

Marche. 17 mln per lo sviluppo occupazionale e produttivo nelle aree della regione colpite da crisi diffusa delle attività produttive. Domande entro il 31 dicembre 2020.

Friuli-Venezia Giulia. Si tratta di incentivi indiretti a sostegno della creazione e del consolidamento delle start-up innovative del manifatturiero e del terziario e a favore dell’integrazione delle startup anche nelle filiere esistenti. L’obiettivo è aumentare l’incidenza di specializzazioni innovative in perimetri applicativi ad alta intensità di conoscenza, finalizzati a consolidare e rafforzare la competitività del sistema economico regionale sviluppandone le specializzazioni produttive. Domande fino al 31 dicembre 2020.

Sardegna. Dote economica pari a 800 mila euro per due avvisi dedicati all’innovazione nelle micro, piccole e medie imprese nel settore turistico. Domande entro il 31 dicembre 2020. Il primo avviso riguarda i servizi di consulenza e l’intensità di aiuto non supera il 50% dei costi ammissibili. Il secondo progetto sostiene la partecipazione alle fiere.

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07/01/2020 – Italia Oggi

Assenza e scostamento esclude da gara

Qualificazione, requisiti dell’Ati e quota dei lavori

L’assenza di un requisito di qualificazione in misura corrispondente alla quota dei lavori, cui si è impegnata una delle imprese costituenti il raggruppamento temporaneo (Ati) in sede di presentazione dell’offerta determina l’esclusione dell’intero raggruppamento, anche se lo scostamento sia minimo ed anche nel caso in cui il raggruppamento nel suo insieme (ovvero un’altra delle imprese del medesimo) sia in possesso del requisito di qualificazione sufficiente all’esecuzione dell’intera quota di lavori. È quanto ha stabilito il Consiglio di stato con la sentenza del 18 dicembre 2019 n. 8540 della quinta sezione in merito ad una procedura di affidamento riguardante «servizi a quantità indeterminata di pitturazione e trattamento dei ponti di volo, ponti coperti e scoperti» di unità della Marina militare che, preliminarmente, i giudici riconducono alla nozione di appalto di lavori e in particolare alla categoria dei lavori di manutenzione ordinaria «visto che un servizio non è un opus, ma è un’attività propria del terziario non diretta alla produzione o alla fornitura di beni, e svolta per soddisfare bisogni di singoli oppure di collettività che attengono ad esigenze diverse e che è di suo ripetibile nel tempo, a differenza di un lavoro che si esaurisce una tantum nel suo compimento ed è oggettivamente tangibile nella sua realizzazione». Ciò premesso, la questione principale atteneva alla legittimità o meno della partecipazione di un raggruppamento temporaneo in cui un mandante non possedeva un requisito speciale (fatturato specifico) nella misura corrispondente alla quota dei lavori, cui si è impegnata una delle imprese costituenti il raggruppamento temporaneo in sede di presentazione dell’offerta. Per il collegio giudicante (che richiama l’adunanza plenaria n. 6 del 27 marzo 2019, pronunciatasi «in applicazione dell’articolo 92, comma 2 del dpr 207/2010») in questi casi scatta l’esclusione dell’intero raggruppamento. A nulla vale che lo scostamento minimo e che il raggruppamento nel suo insieme (ovvero un’altra delle imprese del medesimo) sia in possesso del requisito di qualificazione sufficiente all’esecuzione dell’intera quota di lavori. La mancata copertura dei requisiti rispetto alla quota di lavori da eseguire è motivo di esclusione.

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06/01/2020 – Finanza.com

Alitalia e Pop Bari: le croci tutte italiane che si rinnovano nel 2020. E quei bond che nessuno voleva

Per il governo M5S-PD le nuove-vecchie croci del 2020 saranno, almeno all’inizio, i dossier Pop Bari e Alitalia. (e, ovviamente, anche Ilva). Non per niente nelle prossime ore, alla Camera dei deputati, andranno in scena le audizioni sulla banca barese e sulla compagnia aerea, il cui destino, tanto per cambiare, si conferma a dir poco nebuloso. In particolare, l’audizione su Alitalia si svolgerà presso la Commissione Trasporti della Camera: a parlare saranno i dirigenti di Lufthansa, il commissario Giuseppe Leogrande e la ministra dei Trasporti Paola De Micheli. Domani, invece, mercoledì 8 gennaio, ripartirà l’iter di conversione del decreto per Pop Bari, con le audizioni presso la commissione Finanze alla Camera dei sindacati, dei funzionari di Consob e Bankitalia. Venerdì il dossier sarà affrontato dal ministro dell’economia Roberto Gualtieri. Proprio oggi il Sole 24 Ore comunica i dati – che ha acquisito in via riservata – sull’ennesimo buco dei conti di Alitalia. Così si legge nel quotidiano di Confindustria: “Nei primi nove mesi del 2019 Alitalia ha accumulato perdite della gestione industriale pari a quelle dell’intero 2018. Il margine operativo lordo (Mol) dei nove mesi è negativo, pari a -114 milioni, rispetto ai -120 milioni dell’intero 2018. Il risultato emerge dai dati economico-finanziari relativi al periodo gennaio – settembre 2019 trasmessi dalla compagnia all’Enac il 14 novembre scorso. Sono dati riservati, di cui Il Sole 24 Ore ha preso visione”. Ma alla Camera si parlerà anche dell’altra non proprio nuova gatta da pelare Pop Bari, di cui il governo giallorosso ha deciso di prendersi cura con un decreto ad hoc, nonostante il nome del decreto stesso abbia un’accezione più generica: “Misure urgenti per il sostegno al sistema creditizio del mezzogiorno e per la realizzazione di una banca di investimento”. Ricordiamo che, “in base al decreto verrà disposto un aumento di capitale che consentirà a MCC, insieme con il Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi (FITD) e ad eventuali altri investitori, di partecipare al rilancio della Banca Popolare di Bari (BPB), confermando così la determinazione del Governo nel tutelare i risparmiatori, le famiglie, e le imprese supportate dalla BPB”. Mediocredito e di nuovo, come nel caso di Banca Carige, il Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi (FITD), saranno i registi dell’operazione. In che modo? Attraverso quel decreto che stanzia «fino a 900 milioni» per la Banca Popolare di Bari”. Sempre il Sole 24 Ore riporta oggi sul caso Pop Bari le parole di un banchiere che, dei retroscena dell’istituto pugliese, ne sa parecchio. E’ “Gianluigi Torzi, 40 anni, banker italiano a Londra, fondatore del Lighthouse Group che controlla attraverso il Fint Trust, da 20 anni nella capitale inglese prima come broker poi come esperto di corporate finance, investment banking e real estate. Tra la fine del 2018 e l’inizio del 2019 – spiega il quotidiano – Torzi diventa uno snodo cruciale in due distinte operazioni finanziarie che si dipanano tra Italia, Gran Bretagna, Lussemburgo, Malta e Vaticano: il tentativo di salvataggio della banca Popolare di Bari attuato dall’ex amministratore delegato Vincenzo de Bustis con una operazione dai contorni ancora poco chiari”. “È il 5 dicembre 2018 – racconta Torzi al Sole 24 Ore – quando ricevo sul mio smartphone un messaggio via whatsapp da Vincenzo De Bustis, che conoscevo dai tempi della Deutsche Bank. Mi chiede di contattarlo. Tra il 10 e il 12 dicembre, De Bustis prende l’aereo e viene a trovarmi a Londra per propormi di curare il collocamento di un bond della popolare di Bari da 20 o 30 milioni di euro. Ma l’operazione non è mai decollata. Il nostro team di capital market comprese ben presto, infatti, che nessuno voleva comprare i titoli della banca”. Operazione praticamente mai nata, concepita inizialmente da De Bustis, che – ha raccontato ancora Torzi – “voleva emettere un titolo Tier 1, cioè una obbligazione subordinata alle senior e quindi con un rischio diverso, che in caso di default non sarebbe stata ripagata”. Ma “i feedback ricevuti dai nostri uomini erano che nessuno avrebbe mai acquistato il titolo perché era ad alto rischio e l’eventualità di insolvenza elevata”. Riguardo all’iter che la banca pugliese dovrà seguire per mettersi in salvo, un passo in avanti è stato fatto e comunicato lo scorso 1° gennaio, con una nota di Mediocredito centrale, in cui si legge che il cda ha deliberato di sottoscrivere un accordo quadro con Banca Popolare di Bari e il Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi, che identifica i passaggi essenziali. Passaggi essenziali mediante i quali, nei prossimi mesi, “potrà pervenirsi alla ristrutturazione della stessa Banca Popolare di Bari e alla sua ricapitalizzazione, con un intervento complessivo non superiore a Euro 1,4 miliardi”. Nell’inserto L’Economia, il Corriere della Sera ha però messo in evidenza, lo scorso 5 gennaio, tutte le incognite del dossier:” La più importante di queste riguarda l’esatto ammontare del buco causato dalla gestione Jacobini e le risorse necessarie a ripianarlo. Come detto in apertura, per ora si stimano 1.400 milioni di euro e su questa cifra si è mosso il Fitd deliberando fino a un massimo di 700 milioni di euro di intervento e lasciando la quota restante al Mediocredito centrale controllato dal Tesoro, ma le inchieste in corso della magistratura barese potrebbero aprire a una realtà diversa e più grave, come taluni sospettano: fidi concessi senza garanzia che potrebbero allargare la necessità di intervento anche di altri quattrocento milioni di euro. Un’ipotesi raggelante perché il Fitd, con i denari delle banche italiane aderenti, ha già recentemente dovuto intervenire a Genova, in casa Carige”. Da ricordare che Marco Jacobini, 73 anni, è stato capo di Pop Bari – banca che suo padre aveva fondato nel 1960 – fino a luglio 2019. Una gestione trentennale che ha provocato un buco di 1400 milioni di euro nell’istituto.