Rassegna stampa 14-16 dicembre 2019

13/12/2019 00.00 – Mondo Utilities

Italia: BEI sostiene la multiutility Acsm Agam

-Prestito di 100 milioni per il piano di investimenti quinquennale con la garanzia del Piano Juncker
-I progetti localizzati in cinque province del Nord della Lombardia
-Opere nei settori dell’ambiente, reti idriche ed elettriche, centrali idroelettriche, teleriscaldamento ed efficienza energetica

-Interessati in totale 900.000 abitanti, tra famiglie e imprese

MONZA, 13 dicembre 2019 – La Banca europea per gli investimenti (BEI) sostiene il piano di sviluppo di Acsm Agam, la multiutiliy quotata alla Borsa di Milano attiva nel Nord della Lombardia (province di Monza, Como, Lecco, Sondrio e Varese). È stato perfezionato un finanziamento di 100 milioni di euro, con una durata fino a 16 anni, finalizzato alla realizzazione del piano di investimenti nel quinquennio 2019-2023 del Gruppo Acsm Agam. Il prestito ha la garanzia del Fondo europeo per gli investimenti strategici (FEIS), uno dei pilastri dell’Investment Plan for Europe, il Piano Juncker.

Nel dettaglio, i progetti sono tutti concentrati nei territori di riferimento del Gruppo, e riguardano il settore dell’ambiente, le reti idriche ed elettriche, le centrali idroelettriche, il teleriscaldamento, l’illuminazione pubblica, efficienza energetica e smart city, la sicurezza informatica. Gli abitanti complessivamente interessati dagli investimenti della multiutility lombarda sono circa 900.000.

Per il Gruppo Acsm Agam l’operazione rappresenta un importante contributo al consolidamento della propria struttura finanziaria, consentendo di allungare la durata media del debito a condizioni competitive, avviando la collaborazione con un primario operatore di riferimento internazionale, quale è la banca della UE.

14/12/2019 – Corriere del Mezzogiorno (ed. Bari)

«Il Sud chiede investimenti»

Bari La sfida è quella di provare a rovesciare lo stereotipo del sud piagnone che chiede assistenzialismo e a ristabilire la verità: il divario con il nord del Paese c’ è, ma il mezzogiorno non parte da zero. L’ ex ministro per la Coesione territoriale e il Mezzogiorno nel governo Gentiloni, Claudio De Vincenti, approda a Bari per presentare il suo Manifesto «Un nuovo Sud in una nuova Europa», che vanta 500 sottoscrizioni. Tra gli altri, molti pugliesi, dal rettore dell’ Università di Bari, Stefano Bronzini (insieme a diversi docenti universitari) agli imprenditori Vito Pertosa e Pasquale Natuzzi. Tutti d’ accordo gli ospiti che si sono confrontati sull’ argomento nella sede della Città Metropolitana – con il sindaco di Bari e presidente Anci, Antonio Decaro, a fare da padrone di casa – sulla ricetta per colmare il divario economico e sociale tra Nord e Sud. Servono investimenti produttivi in una industria capace di produrre lavoro «buono», nel segno del binomio con l’ ambiente. Occorre accompagnare la transizione, i spendere bene e in tempi rapidi i fondi e il rapporto tra università, territorio e imprese deve essere potenziato. La ricetta economica è chiara. «È quella degli investimenti, non assistenzialismo, ma investimenti produttivi – sottolinea De Vincenti, che è presidente onorario dell’ associazione Merita- sia pubblici sia a sostegno di quelli privati che in capitale umano, perché le competenze dei lavoratori del mezzogiorno sono il vero fattore di sviluppo». E la Puglia, secondo l’ ex ministro, «è sicuramente una delle regioni più dinamiche del sud d’ Italia. Naturalmente sappiamo he ci sono anche problemi drammatici». Il riferimento principale è all’ Ilva. «Non sta scritto da nessuna parte- chiosa De Vincenti – che sviluppo e ambiente debbano essere incompatibili. L’ Ilva rappresenta plasticamente la necessità di portare a sintesi i due elementi. A meno che non si scelga deliberatamente di ammainare la bandiere italiana della produzione di acciaio, con tutte le conseguenze negative, come insegna Bagnoli, proprio sul fronte ambientale e occupazionale. La decrescita è sempre infelice». Hanno partecipato ai lavori della giornata: Giuseppe Coco (docente universitario), Federica Stella Blasi (ricercatrice e blogger), Pietro Pallini (lavoratore ex Ilva), Enzo Tucci (imprenditore), Stefano Bronzini (rettore università di Bari), Giorgia Cecere (regista), Angelo Colombini (segretario confederale Cisl), Domenico De Bartolomeo (Presidente Confindustria Puglia), Alessandro Russo (vicepresidente Utilitalia). Sull’ autonomia regionale differenziata, il giudizio è praticamente unanime. «La legge quadro va bene, ma bisogna che la definizione dei livelli essenziali delle prestazioni e delle risorse necessarie preceda la firma delle intese specifiche sull’ autonomia».

14/12/2019 – Il Piccolo (ed. Gorizia)
«Il futuro è soltanto gas, sul piatto 500 milioni»

il dibattito in commissione consiliare
L’ ad di A2A: «Impiegheremo 50 addetti. No al termovalorizzatore perché nel Fvg non c’ è materiale per alimentarlo»
Laura BlasichA2A Energie future presenterà lunedì ai ministeri dello Sviluppo economico e dell’ Ambiente il suo progetto per la realizzazione di un impianto a ciclo combinato alimentato a gas nell’ area dell’ attuale centrale termoelettrica. Lo ha comunicato l’ amministratore delegato della società Giuseppe Monteforte rispondendo alle domande, un fuoco di fila, dei consiglieri comunali componenti della commissione Programmazione economica territoriale. L’ ad ha chiarito, cercando di fugare le forti perplessità in merito del sindaco Anna Cisint, che la società ritiene il progetto valido a prescindere dal bonus garantito dal capacity market, alle cui aste A2A non ha partecipato. «Queste aste non hanno però esaurito la richiesta di Terna, mancano ancora 1500 megawatt al Nord e quindi ci sarebbe spazio per la centrale di Monfalcone», ha aggiunto Monteforte, confermando il volume dell’ investimento in città: 320 milioni per il ciclo combinato che salgono a 500 con la realizzazione delle altre azioni necessarie a saturare l’ intera occupazione attuale.Dipendenti. Nel nuovo impianto A2A conta di impiegare 50 addetti sui 113 ora presenti nella centrale, dove la società punta a realizzare un impianto fotovoltaico. In questo caso il progetto sembra già a buon punto, tanto da poter essere presentato a marzo alla Regione. Si sta invece ancora ragionando, secondo quanto affermato dall’ ad, sulla conversione degli attuali alternatori per consentire servizi di regolazione del servizio elettrico. Tra le componenti del piano complessivo anche la creazione di un sistema di storage dell’ energia sempre in funzione di regolazione del sistema elettrico. Materiali riciclabili. A2A ha ribadito come potrebbero essere realizzate azioni di economia circolare nel campo della gestione dei materiali riciclabili e dei rifiuti industriali, oltre che nella produzione di biogas con l’ impiego della frazione umida. «Solo nel caso in cui ci sia però un interesse del territorio», ha chiarito Monteforte, scartando in modo netto la realizzazione di un termovalorizzatore. «In regione non ci sarebbe il materiale per alimentarlo», ha detto. Esclusa anche una produzione in contemporanea del nuovo impianto, che la società pensa possa entrare in funzione a gas in 24 mesi dall’ autorizzazione (quindi entro il 2023, due anni prima del termine stabilito a livello nazionale per l’ uscita dal carbone), e dei gruppi alimentati a carbone. La bonifica. L’ attenzione di diversi commissari, a iniziare dal dem Gianfranco Zorzin, si è concentrata, quindi, anche sul futuro dell’ attuale impianto, ciminiera compresa. Le risposte potrebbero in questo caso non essere state soddisfacenti per una parte dei commissari, dei rappresentanti dei comitati rionali e delle associazioni ambientaliste che giovedì pomeriggio hanno voluto essere presenti all’ audizione, assieme ai rappresentanti dei lavoratori della centrale e al segretario della Cgil Thomas Casotto. La società, che tenterà di vendere i macchinari ora in uso, di fatto è tenuta solo a mettere in sicurezza le strutture esistenti per evitare dispersione di materiali inquinanti o rischi connessi alla loro presenza. Sul fronte demolizioni non pare quindi ci sia al momento alcuna previsione.Curiosità. Sul futuro della ciminiera alta 150 metri la società si è detto aperta al volere del territorio rispetto sia alla sua distruzione sia alla sua trasformazione «in attrazione turistica», assicurando invece una bonifica del carbonile. E la volontà di valorizzare il sito, anche nel caso in cui il progetto del nuovo impianto non sia autorizzato, anche se, come ha detto Monteforte, la società ha solo un piano A ed è quello relativo alla costruzione del nuovo impianto e degli interventi collegati. –© RIPRODUZIONE RISERVATA.

14/12/2019 – Italia Oggi
Acsm Agam ottiene 100 milioni

dalla bei
La Bei (Banca europea per gli investimenti) sostiene lo sviluppo di Acsm Agam, la multiutiliy attiva nelle province di Monza, Como, Lecco, Sondrio e Varese. È stato perfezionato un finanziamento di 100 milioni di euro, con durata fino a 16 anni, per la realizzazione del piano di investimenti nel periodo 2019-2023. Il prestito può contare sulla garanzia del Fondo europeo per gli investimenti strategici (Feis). Gli interventi riguardano il settore dell’ ambiente, le reti idriche ed elettriche, le centrali idroelettriche, il teleriscaldamento, l’ illuminazione pubblica, l’ efficienza energetica e le smart city, la sicurezza informatica. «Dopo la realizzazione di un’ importante operazione di aggregazione nei territori di riferimento e l’ approvazione di un ambizioso piano industriale, avere oggi il sostegno di Bei per realizzarlo, con un orizzonte di lungo periodo, rappresenta un ulteriore fondamentale passo per lo sviluppo del nostro gruppo», ha sottolineato Paolo Soldani, amministratore delegato di Acsm Agam. © Riproduzione riservata.

15/12/2019 – Corriere della Sera
«A2A investe sull’ innovazione Start-up, fondo da 70 milioni»

Camerano: progetto con 360 Capital, cerchiamo nuove idee per il nostro business
MILANO «Il business delle utility cambierà molto nei prossimi anni perché stiamo vivendo tre transizioni: energetica, ambientale e urbana. Queste trasformazioni sono anche influenzate dalle nuove tecnologie, come l’ intelligenza artificiale, la blockchain, i data analytics. È chiaro che non si può fare tutto da soli». Valerio Camerano, amministratore delegato di A2A, la multiutility controllata dai Comuni di Milano e Brescia, ha lanciato due anni fa Innova2a, un programma per la creazione e la gestione dell’ innovazione «corporate e di business», con un budget dedicato e una squadra di 20 persone. Avete raggiunto risultati? «Il processo di ricerca di innovazione è stato strutturato sull’ Open innovation, attraverso una rete di alleanze con università e centri di ricerca. Sono state analizzate in un anno centinaia di idee e poi tradotte in 60 iniziative e circa 15 progetti messi in cantiere. Abbiamo ad esempio sviluppato degli algoritmi intelligenti per fare manutenzione alle reti in modo predittivo. Ci siamo però resi conto che ci serviva un ulteriore acceleratore per promuovere l’ innovazione del gruppo, a rafforzamento del modello attuale di gestione delle iniziative di innovazione esterne. Per questo abbiamo creato un fondo apposta di corporate venture capital». Che dotazione avrà? «Il fondo fa parte del programma A2A Horizon e avrà una dotazione di circa 60-70 milioni, con una strategia di investimento focalizzata su startup in fase iniziale, con un paio di anni di vita, e più avanzate (tre-quattro anni), che operino su ambiti di business strategici per il gruppo, per favorire anche una ricaduta positiva sul territorio. In pratica? «Puntiamo a individuare start up che ci permettano di proteggere il nostro business, che sta subendo una profonda trasformazione, e anche di svilupparne di nuovi nel medio-lungo periodo. Vogliamo diffondere in modo continuativo l’ innovazione in azienda e ottenerne un ritorno finanziario sugli investimenti». Chi farà parte del progetto? «Lavoriamo con alcuni partners: il fondo principale sarà 360 Capital ma investiremo anche nel fondo Poli360 del Politecnico di Milano, che conta sulla ricerca dell’ università, sul Technology Transfer Office e sull’ incubatore PoliHub. Questo ci permette di allargare notevolmente la nostra capacità di intercettare idee utili al nostro business. Stimiamo che ai nostri partner possano arrivare circa 6-10 mila dossier all’ anno». A livello europeo c’ è una spinta per raggiungere la neutralità climatica al 2050. Che ricaduta ha sulle utility? «Si parla di emissioni complessive. In un gruppo come il nostro vuol dire che si devono adottare una serie di misure per ridurre l’ impronta carbonica e adottare un mix produttivo a zero emissioni. A2A ha deciso di fare propri gli obiettivi della Cop 21 ancora prima che fossero adottati in modo formale dai Paesi. Stiamo sviluppando investimenti che sono coerenti e stiamo accelerando su due grandi aree: la generazione di energia da forni rinnovabili e iniziative nel campo del riciclo e dell’ economia circolare». State abbandonando il gas? «No. Il gas è la fonte che garantisce una transizione energetica sicura, puntiamo su impianti puliti ed efficienti. Ma stiamo anche investendo sul solare: siamo entrati nel settore due anni fa e ora siamo diventati uno pei primi cinque operatori. Di recente abbiamo avviato due iniziative di grande valore simbolico: il primo campo solare senza incentivi in Puglia con sperimentazione di stoccaggio elettrochimico, la cui realizzazione partirà a breve; e l’ acquisizione da Talesun di un portafoglio di nuove iniziative nel campo del fotovoltaico pari a mille MW ». Quali progetti sui rifiuti? «Vogliamo sviluppare sempre più impianti nel settore del riciclo – plastica, carta, vetro e recupero energetico – in un’ ottica di economia circolare. Ma per gli impianti in Italia serve un approccio pragmatico e professionale condiviso». Quanto vi costerà la transizione energetica? «Nell’ arco di piano degli oltre 4 miliardi di investimenti circa 3 miliardi saranno destinati alla transizione e allo sviluppo delle reti». FRANCESCA BASSO

15/12/2019 – La Repubblica (ed. Firenze)
Acea ritira il progetto no all’ impianto per i fanghi tra Chiusi e Cetona

L’ annuncio
Acea Ambiente abbandona il progetto di realizzare il più grande decarbonizzatore idrotermale d’ Europa a Chiusi, nel fondovalle ai confini dei comuni di Cetona e Città della Pieve. Il progetto prevedeva la trasformazione ogni anno in biolignite e fertilizzanti di 80 mila tonnellate di fanghi da depurazione urbana delle fogne ( per dare la misura, la Toscana ne rilascia 120 mila tonnellate all’ anno), trasportati in zona da centinaia di mezzi pesanti e treni ( forse), utilizzando un impianto che ogni giorno avrebbe emesso in aria 350 chili totali di ossidi di azoto, particolato (PM10), monossido di carbonio, anidride solforosa, acido solfidrico, azoto ammoniacale, carbonio organico. Il progetto, su cui era stata aperta un’ inchiesta con incontri pubblici, aveva sollevato la protesta di alcune migliaia di cittadini raccolti intorno ad un paio di comitati. E ora Acea alza bandiera bianca. Ne dà notizia su facebook il sindaco di Chiusi, Juri Bettollini ( Pd), la cui amministrazione aveva in passato sposato il progetto e ceduto per 2,5 milioni di euro ad Acea il terreno da bonificare ( l’ area ex macelli) dove realizzarlo. « Acea ha rinunciato all’ istanza autorizzativa del progetto ed ha chiesto l’ immediata interruzione del procedimento con una pec inviata alla Regione Toscana, al nostro Comune e a tutti gli altri enti interessati», scrive Bettollini. Ad Acea, che ora dice di volersi impegnare nella riqualificazione di un impianto già esistente in quell’ area, il sindaco Bettollini rende omaggio per aver ceduto alla necessità di garantire la pace sociale. «Acea – scrive su facebook il sindaco di Chiusi – è un’ azienda con il 51% di capitale pubblico per cui ha come interesse primario la tutela dei cittadini e delle istituzioni pubbliche del territorio in cui opera». È vero il contrario, a norma di legge. Acea è una spa quotata in Borsa che ha come interesse primario (e obbligatorio) – indipendentemente da chi la controlla la creazione di utili per i soci, tra cui i francesi di Suez e Francesco Gaetano Caltagirone, soci a cui la legge attribuisce il diritto di esercitare l’ azione di responsabilità nei confronti del management che devii dal compito di produrre ricchezza. Per questo l’ investimento in un terreno nel Senese difficilmente potrà rimanere improduttivo. Ma se ne riparlerà dopo le elezioni, in Regione a primavera e a Chiusi nel 2021. – ma.bo. k Il sindaco Juri Bertollini, del Pd, è il sindaco di Chiusi: il progetto Acea sarebbe dovuto nascere nel suo territorio.

 

14/12/2019 – La Nazione (ed. Umbria-Terni)
Un’ inchiesta pubblica trasformata in un processo

Nei quattro incontri al Teatro la rivolta dei comitati e di tutti i Comuni dell’ area
di Pino Di Blasio SIENA Acea Ambiente ha scelto la Nazione per comunicare ufficialmente una decisione che appariva inevitabile, ma che è ugualmente prova di senso di responsabilità da parte della multiutility romana. Nella lettera del direttore Vivarelli c’ è il rammarico per la bocciatura del progetto di un impianto che per l’ azienda era innovativo, tecnologicamente sostenibile e utile per tutta la Toscana. Le cifre che rappresentano l’ essenza del decarbonizzatore dei fanghi nell’ ex Centro carni di Chiusi sono i 30 milioni di euro investiti da Acea per realizzarlo, le 80 mila tonnellate di fanghi da depurazione che avrebbe dovuto trattare, gli otto piccoli ‘reattori’ modulari, in base allo schema della spagnola Ingelia, che avrebbero prodotto 8 mila tonnellate all’ anno di biolignite e 6 mila tonnellate di fertilizzante. Il resto sarebbe stato acqua da rimettere in circolo. Le aree verdi e le opere di compensazione erano un’ aggiunta al decarbonizzatore che sarebbe servito a tutta la Toscana e avrebbe smaltito i fanghi delle tre aziende partecipate da Acea: Acquedotto del Fiora, Publiacqua, Acque spa. Sono bastati i quattro round dell’ inchiesta pubblica al Teatro Mascagni di Chiusi per evidenziare le carenze del progetto, per catalizzare la rabbia dei Comuni della Valdichiana, di Città della Pieve e del bacino del Trasimeno contro un impianto a rischio cattivi odori, emissioni nell’ aria di monossidi vari, più decine di camion al giorno. Non ha giovato nemmeno la congiuntura politica, con il sindaco i Bettollini e la maggioranza al Comune di Chiusi, prima isolati a difendere l’ impianto poi travolti dalle contestazioni e dalle giravolte di ex sindaci e ex alleati, come il consigliere regionale Stefano Scaramelli. Così come non ha giovato il fatto che la giunta regionale sia nel suo ‘semestre bianco’ e non avrebbe dato l’ autorizzazione al decarbonizzatore, messo alla berlina da migliaia di cittadini. Il resto l’ ha fatto anche Acea non presentandosi con tutte le carte tecniche del progetto e non fornendo le garanzie richieste dai cittadini.

14/12/2019 – Italia Oggi
Fondi di garanzia alleggeriti per i bilanci degli enti locali

rinvio di un anno degli obblighi di accantonamento per accelerare i pagamenti ai fornitori
Fondi di garanzia alleggeriti per i bilanci degli enti locali. Gli emendamenti alla manovra già approvati rinviano di un anno l’ obbligo di accantonare somme per accelerare i pagamenti dei fornitori e riducono il peso degli accantonamenti per sterilizzare le mancate riscossioni. Il primo correttivo rinvia di un anno l’ avvento del c.d. fondo garanzia debiti commerciali. In base ai vigenti commi 859 e seguenti dell’ ultima legge di Bilancio (l 145/2018), a partire dall’ anno 2020, le amministrazioni pubbliche, diverse dalle amministrazioni dello Stato e dagli enti del Servizio sanitario nazionale, dovrebbero accantonare tale fondo (in misura variabile dall’ 1% al 5% degli stanziamenti per l’ acquisto di beni e servizi) se rientrano in una delle seguenti fattispecie: 1) se il debito commerciale residuo, rilevato alla fine dell’ esercizio precedente non si sia ridotto almeno del 10% rispetto a quello del secondo esercizio precedente (se non è superiore al 5% del totale delle fatture ricevute nel medesimo esercizio); 2) se presentano un indicatore di ritardo annuale dei pagamenti, calcolato sulle fatture ricevute e scadute nell’ anno precedente, non rispettoso dei termini di pagamento delle transazioni commerciali, come fissati dall’ art. 4 del dlgs 231/2002. Ora la tagliola non scatterà prima del 2021, dando il tempo al Mef di affinare i relativi meccanismi applicativi e agli enti, anche grazie alla riproposizione delle anticipazioni di liquidità, di provare a centrate i target. La seconda buona notizia riguarda il fondo crediti di dubbia esigibilità, la cui costituzione è diventata obbligatoria a seguito della riforma contabile introdotta dal dlgs 118/2011. Qui la novità è che gli enti, negli anni 2020 e 2021, potranno variare il bilancio di previsione per ridurre il fcde ad un valore pari al 90% dell’ importo iniziale se nell’ esercizio precedente a quello di riferimento sono rispettati gli indicatori di cui al citato comma 859 della legge 145, che come detto misurano la tempestività con cui vengono saldate le fatture e il contenimento dello stock di debiti commerciali. Inoltre, nel corso degli esercizi dal 2020 al 2022, a seguito di una verifica dell’ accelerazione delle riscossioni in conto competenza e in conto residui delle entrate oggetto della riforma della riscossione introdotta dalla stessa manovra, sarà possibile, previo parere dell’ organo di revisione, agire in riduzione sulla base del rapporto che si prevede di realizzare alla fine dell’ esercizio di riferimento tra gli incassi complessivi, in conto competenza e in conto residui, e gli accertamenti. © Riproduzione riservata. MATTEO BARBERO

14/12/2019 – Milano Finanza
Quella Cassa salva-Italia

governo spa/1È chiamata in causa per missioni impossibili: ieri Alitalia, oggi l’ Ilva, domani forse Atlantia. La Cdp guidata da Palermo ormai sembra una sorta di governo-ombra. Ma Bruxelles non starà a guardare
«Sono Cdp, risolvo problemi». In un Paese in cui le emergenze sono all’ ordine del giorno, Mr Wolf-Cassa Depositi e Prestiti viene sempre più spesso chiamata in campo per togliere le castagne dal fuoco all’ esecutivo, dall’ Ilva ad Alitalia, dalla scalata cinese a Borsa Italiana fino alla grana Autostrade, solo per citare gli ultimi dossier. Per la verità non si tratta di una prerogativa dell’ attuale governo ma di un copione che si ripete nel tempo, con tutte le stagioni politiche e chicchessia a essere seduto nel consiglio di amministrazione della società partecipata all’ 83% dal ministero dell’ Economia e delle Finanze. Piuttosto negli ultimi tempi sembra tornata la voglia di sfruttare al massimo Cdp anche come braccio armato di politica industriale, come dimostrano altri due dossier in cui la spa guidata dall’ amministratore delegato Fabrizio Palermo viene tirata per la giacchetta dall’ esecutivo: quello per arrivare alla creazione di una società unica della rete nelle telecomunicazioni, a partire dall’ operazione Tim/Open Fiber, fino all’ idea di creare il campione nazionale dei servizi di pagamento, con le nozze Sia-Nexi. Quanta di questa carne al fuoco finirà davvero nel menù degli investimenti futuri di Cassa si vedrà col nuovo anno, ma intanto si può avere un’ idea di quale direzione stia prendendo. Al di là delle partigianerie, alla base delle possibilità di intervento della Cassa ci sono i 353 miliardi di munizioni (raccolta) evidenziati dall’ ultima semestrale, quella di giugno 2019. Una cifra enorme che però non è utilizzabile come un bancomat per lo shopping di aziende. Innanzi tutto perché la gestione delle partecipazioni industriali è solo una delle attività della holding, ma soprattutto perché di questa montagna di denaro ben il 74%, circa 260 miliardi, deriva dalla raccolta postale (il resto è per lo più bond), tutelata nella così detta gestione separata, per la quale è lo statuto di Cassa ad elencare puntualmente quali siano le attività e i campi in cui tali risorse possano essere utilizzate. Per quanto riguarda in particolare l’ acquisto di asset si prevedono solo due opzioni: l’ acquisto di partecipazioni dal ministero dell’ Economia e «l’ assunzione, anche indiretta, di partecipazioni in società di rilevante interesse nazionale che risultino in una stabile situazione di equilibrio finanziario, patrimoniale ed economico e siano caratterizzate da adeguate prospettive di redditività». Un principio ribadito in una dichiarazione congiunta dell’ 11 aprile 2011 sottoscritta da tutti gli azionisti, con cui sono state ribadite queste condizioni e specificate le responsabilità in capo agli amministratori in caso di loro violazione. Ed è proprio dietro questo scudo che si è sempre trincerata Cassa, tutte le volte che le richieste della politica hanno cercato di coinvolgerla in imprese in difficoltà, Alitalia prima e Ilva ancora adesso. Se è un po’, infatti, che non si parla di un possibile coinvolgimento di Cassa Depositi e Prestiti nel salvataggio della compagnia di bandiera, i ragionamenti dell’ esecutivo su Ilva sarebbero ancora attuali, anche se in campo c’ è anche l’ ipotesi, più semplice da concretizzare, di un intervento di Invitalia. Sul punto però c’ è stata la levata di scudi delle fondazioni bancarie, con il presidente dell’ Acri, e di Compagnia San Paolo, Francesco Profumo, che in merito a un possibile coinvolgimento della partecipata nel capitale dell’ ex Ilva ha detto senza mezzi termini: ««Non è possibile, lo statuto è chiaro», aggiungendo, «non si possono mettere a rischio i risparmi di 27 milioni di cittadini». E l’ argine delle fondazioni bancarie è sostanziale e non solo formale. Nel caso estremo di disaccordo con gli indirizzi impartiti dalla politica, gli enti non profit potrebbero esercitare il diritto di recesso. Il che suonerebbe come segnale di poca indipendenza alle orecchie delle autorità europee, con il rischio concreto di innescare il processo per la riclassificazione di Cdp e del suo inserimento nel perimetro della Pa, con pesanti conseguenze per il debito pubblico italiano. Senza contare che la holding guidata da Palermo deve rendere conto della sua gestione anche alla Banca d’ Italia, in quanto vigilata, seppure in regime speciale, dall’ istituto centrale. Sul dossier Ilva, però, Cassa Depositi si è già attivata per l’ altro pilastro che dovrebbe aiutare a contenere gli effetti di un’ eventuale riduzione dell’ organico della fabbrica, quello che il governo ha chiamato «Cantiere Taranto». Oltre ad aver avviato una ricognizione con le partecipate per un loro possibile contributo, le direzioni infrastrutture e immobiliare della holding si sarebbero già attivate per incontrare gli amministratori del capoluogo pugliese al fine di avviare progetti di sviluppo immobiliare e infrastrutturale, soprattutto nell’ area del porto, sulla falsariga di quanto già fatto a Genova dopo il disastro del Ponte Morandi nell’ agosto del 2018. Se Ilva e Alitaila sembrano davvero fuori dal possibile raggio di azione di Cassa, non impossibili sarebbero invece altri due dossier cari al governo, quello per il ritorno di Borsa spa in mani italiane, e quello per un eventuale affiancamento della famiglia Benetton nell’ azionariato di Atlantia, in veste di presidio pubblico, come anticipato da MF-Milano Finanza. In entrambi i casi le aziende sono sane e distribuiscono dividendi e sebbene i dossier non siano ancora stati recapitati sul tavolo di Palermo, non è da escludere che potrebbero destare un qualche interessamento. Resta poi la questione delle privatizzazioni. Con il governo Renzi prima e Gentiloni poi si era fatta strada l’ ipotesi di un passaggio delle residue partecipazioni industriali in capo al Mef (da Finmeccanica alle altre quote di Eni e Poste Italiane) proprio a Cassa. Il progetto non dispiacerebbe ai vertici della holding ma a patto che questa volta a passare di mano fossero anche i poteri di indirizzo e controllo. Al momento però l’ ipotesi sembra nel cassetto perché per procedere in questa direzione evitando la tagliola di Eurostat, si dovrebbe passare probabilmente per l’ apertura ulteriore del capitale di Cassa ai privati, che per ora non è vista di buon occhio dalla politica, timorosa di perdere la presa sulla sua gallina dalle uova d’ oro. Più semplice invece per Cdp è raccogliere gli input che arrivano dall’ esecutivo su due file con valenza industriale che riguardano sue partecipate, segnatamente Open Fiber e Tim, alle prese con la costituzione della società unica della fibra, e Sia, che l’ esecutivo vorrebbe far convogliare a nozze con il competitor Nexi, con l’ obiettivo di creare un campione nazionale dei servizi di pagamento. Per quest’ ultimo dossier Cdp continua a portare avanti le attività per un’ eventuale quotazione della controllata, ma non sarebbe sorda né ostile all’ ipotesi di un merger tra pari, che la vedrebbe comunque diventare il primo azionista della nuova realtà allargata. Infine, per quanto riguarda il file tlc, Cassa sembra essere il soggetto più determinato ad arrivare all’ obiettivo di creare un’ unica società della rete, possibilmente quella broadband insieme a quella in rame, che dovrebbe però prima necessariamente passare per l’ accordo sulla messa a fattor comune delle infrastrutture in fibra di Tim e di Open Fiber appunto. Un dossier importante e ambizioso, che vede anche il coinvolgimento di fondi infrastrutturali interessati a entrare nel capitale della nuova realtà, già selezionati da Tim, che ha avviato la gara, ma che al momento non sembra ancora maturo. (riproduzione riservata) LUISA LEONE

16/12/2019 – Affari & Finanza
Grandi opere, utility in campo pronti 50 miliardi di investimenti

Ambiente, acqua, energia: nei settori di competenza le ex municipalizzate propongono una serie di interventi già finanziati dalle rispettive società. Ma chiedono che vengano rimossi i vincoli burocratici nonché la sindrome Nimby
Fino a 50 miliardi di investimenti infrastrutturali nei prossimi cinque anni. Trenta nel settore idrico, dieci ciascuno nell’ambiente soprattutto gestione dei rifiuti e nell’energia. Tutti pronta cassa, già finanziati. Questo il piatto che offre Utilitalia, l’associazione delle utilities italiane ex municipalizzate ambiente, energia, acqua e che sarà annunciato nell’assemblea del 17 dicembre. «Sono investimenti solo da attuare perché già figurano in massima parte nei piani industriali delle nostre aziende, e la residua quota mancante sarà rapidamente mobilizzata se si creeranno le condizioni per lo sviluppo industriale specialmente al Sud», puntualizza Giovanni Valotti, presidente di A2A e di Utilitalia. «L’importante è che ce li lascino fare. Voglio dire che, essendo a differenza di tutte le altre grandi opere i nostri investimenti privi di problemi di finanziamento, sarebbe doppiamente assurdo che si impantanassero nella tagliola delle difficoltà burocratiche che paralizza l’intero comparto infrastrutturale malgrado i vari provvedimenti sbloccacantieri». Razionalizzazione Razionalizzazione e ristrutturazione delle rete di distribuzione idrica dove oggi il 40% dell’acqua potabile va disperso per inefficienze e perdite, miglioramento del ciclo dei rifiuti spingendo sugli impianti di trattamento dell’umido con la sua trasformazione in biogas e biocombustibili, valorizzazione del teleriscaldamento quale unica tecnologia in grado di recuperare su territori estesi il calore di scarto proveniente dai siti produttivi non altrimenti utilizzabile. E così via: una lunga serie di interventi in grado di garantire un salto di qualità al sistema italiano delle utilities (che già oggi investe per 2 miliardi e mezzo l’anno), minori costi per il cittadino, nonché 100mila occupati in più per tutta la durata degli investimenti e anche oltre. «Già oggi le 500 aziende nostre associate aggiunge il presidente Valotti occupano più di 200mila persone direttamente o indirettamente: se si sapranno creare le condizioni per gli investimenti previsti questa quota crescerà del 50%, sempre considerando l’indotto. E quel che è importante migliorando le condizioni e la qualità di vita dei cittadini e diminuendo la loro spesa annua. Senza contare il contributo determinante che potremmo dare al Green new deal del governo». i modelli societari Utilitalia riunisce ogni tipo di ex municipalizzata: società di capitali alcune delle quali quotate in Borsa, private, pubbliche e più spesso a capitale misto, e ancora aziende speciali, comuni (che ancora curano direttamente, per esempio, il 20% dell’acqua italiana), consorzi e altri enti. L’elemento comune è la gestione in maniera il più possibile industriale di quelli che l’Unione europea definisce servizi di interesse economico generale: appunto acqua, luce, rifiuti, gas. Gli investimenti più impegnativi fra quelli che l’associazione propone (25-30 miliardi) riguardano il settore idrico, per la maggior parte nel Sud e nelle isole. «I cambiamenti climatici sono una realtà assodata verificabile da chiunque con le frequenti alluvioni alternate a siccità spaventose spiega Valotti e così si rende non più rinviabile una serie di interventi specialmente nel Mezzogiorno, dal miglioramento dei servizi di fognatura e depurazione che ormai ci costano multe sempre più salate da Bruxelles, fino alla riduzione delle perdite sulla rete». Sul lungo termine bisognerà poi prevedere nuovi invasi per la raccolta dell’acqua piovana che ormai arriva a bomba, con il relativo network di canalizzazioni. Gli altri due settori-chiave sono l’energia e i rifiuti (20 miliardi di investimenti complessivi prospettati), che spesso diventano complementari. Qui la parola chiave è circolarità. modifiche normative Oltre agli investimenti di potenziamento degli impianti, occorrono secondo Utilitalia delle modifiche normative che ci portino su un piano di concorrenza europea. Una delle proposte è la valorizzazione dei materiali di seconda vita attraverso il meccanismo dei certificati bianchi: una revisione che potrebbe interessare oltre alle ex municipalizzate anche un nutrito numero di altre imprese e perfino di privati. I certificati in questione sono in vigore dal 2005 e sono i principali strumenti di promozione dell’efficienza energetica in Italia in quanto titoli negoziabili che attestano il conseguimento di risparmi negli usi finali di energia attraverso interventi e progetti di incremento dell’efficienza. Bene, la proposta di Utilitalia che sarà annunciata all’assemblea di domani è di allargarne il raggio anche alle iniziative che comportino l’utilizzo di materie seconde al posto della materia vergine (l’alluminio riciclato invece di quello originale, il vetro di risulta invece di quello fatto con le sabbie e via dicendo), una volta che il Gse (che rilascia i certificati) abbia accertato che così si conseguirebbe un risparmio energetico. Per le aziende ex municipalizzate così come per i privati si aprirebbe tutto un nuovo fronte di investimenti possibili, e per il consumatore nuove economie: una bottiglia fatta con la plastica tradizionale oggi costa poco più della metà di una con il pet riciclato, inserire nella catena del valore questa nuova forma di reddito potrebbe cambiare in senso virtuoso le economie di scala. Altro esempi di sinergie ambiente/energia: la produzione di biometano dai rifiuti organici è uno degli strumenti più efficaci per il loro trattamento sia dal punto di vista ambientale che energetico e un esempio tipico di gestione circolare dei rifiuti: «Oggi accusa Valotti una erronea interpretazione della norma, che inquadra il biometano come rifiuto, rischia di bloccare gli investimenti in tale risorsa». Ma su tutto questo universo di investimenti e normative grava come un fantasma minaccioso la sindrome Nimby, not in my backyard, che si aggiunge alla burocrazia per rallentare gli investimenti. Eppure a guardare gli esempi più virtuosi non c’è stato alcun danno per l’ambiente né compromissione paesaggistica. A Brescia funziona dal 1998 un termoutilizzatore che fornisce riscaldamento al 70% delle abitazioni della città, tratta 700mila tonnellate l’anno di rifiuti non riciclabili e ha evitato la creazione di 11 discariche. esempi in tutta italia Altrettanto accade a Bolzano, mentre a Foligno l’impianto di digestione anaerobica della frazione umida della raccolta differenziata produce 4 milioni di metri cubi di biometanolo e 15mila tonnellate di compost agricolo trattando 53mila tonnellate di rifiuti organici per decine di comuni. La tecnologia permette il continuo sviluppo di questi servizi: nel Lazio meridionale il gestore del servizio idrico Acqualatina localizza le perdite con droni con termocamera e geolocalizzatore. All’Aquila in occasione della ricostruzione la Gran Sasso Acqua è stata scelta quale stazione appaltante per il progetto di ricollocazione di tutti i servizi sotterranei (acqua, fognatura, energia elettrica, telefonia, fibra) in tunnel intelligenti che permettono le riparazioni senza dover manomettere la sede stradale. L’elenco potrebbe continuare a lungo, e si amplierebbe ulteriormente con tutti i nuovi investimenti previsti: fermare questo circuito virtuoso sarebbe inspiegabile. Eugenio Occorsio

16/12/2019 – Corriere della Sera – Economia
REGOLE (ANCHE TROPPE) E STRUMENTI CI SONO MALE INFRASTRUTTURE?

Il recente rapporto «Doing Business in the European Union 2020», preparato dalla World Bank in collaborazione con le istituzioni europee, offre l’ occasione per alcune considerazioni sull’ ecosistema legale, amministrativo ed economico italiano. Questo documento cerca di misurare l’ efficienza e l’ efficacia dei sistemi nazionali sulla base di variabili che esprimono quanto essi siano amichevoli per le imprese, giungendo così a una sorta di classifica. La sintesi dei numeri e gli ovvi limiti metodologici di questi approcci, che spesso impongono medie di valori eterogenei e prescindono da elementi qualitativi, suggeriscono prudenza nel leggere i risultati, ma nondimeno essi forniscono informazioni e spunti preziosi. Emerge un quadro di luci e ombre: il rapporto evidenzia, negli ultimi anni, notevoli passi avanti nella semplificazione burocratica, anche grazie alla (parziale) digitalizzazione della pubblica amministrazione, ma l’ Italia continua a registrare performance inferiori alla media europea. I dati sono peraltro disaggregati con riferimento ad alcune città campione che, non sorprendentemente e purtroppo, mostrano grande varianza, seppur con alcune sorprese. Più nel dettaglio, le macroaree esaminate riguardano l’ avviare un’ impresa (permessi, autorizzazioni, costituzione di società, ecc.), l’ ottenimento di licenze edilizie, l’ allacciamento alla rete elettrica come proxy per i servizi, la registrazione di proprietà immobiliari e la tutela giudiziale dei contratti. La prima e l’ ultima categoria sono quelle che più rilevano per questa rubrica e sono quelle che meglio catturano lo stato del nostro diritto commerciale. Non potendo analizzare l’ intera massa di dati, concentriamoci su alcuni di essi. Per l’ avvio di un’ attività d’ impresa, il tempo medio espresso in giorni, in Italia, è di poco più di 7 giorni, meglio della media europea (12). Città come Milano, Padova e Ancona si piazzano molto bene, con tempi tra i 5 e i 6 giorni, ma si notano buoni risultati anche di medie città quali Genova e Palermo. Persino la «peggiore» città italiana esaminata, Roma, non mostra tempi biblici: 11 giorni. Meno roseo il dato sui costi: far partire un’ impresa, espresso in percentuale del reddito pro-capite del Paese, è più oneroso che altrove. In tutte le 13 città italiane considerate siamo intorno al 14%, ben sotto la media europea pari al 3% e molto lontano dai migliori della classe (UK, Slovenia, Francia). Sul fronte della giustizia il quadro è variegato. Negativi, non sorprendentemente, i tempi medi per risolvere una controversia relativa a un contratto: tra fase di cognizione e di esecuzione siamo a oltre 1.200 giorni, oltre tre anni (anche i primi della classe non svettano: tranne Torino, Milano, Bologna e Genova gravitano intorno ai 1.000 giorni. A Bari, Napoli e Reggio Calabria si arriva a 4 anni). La media europea è di poco più di 600 giorni, ossia meno di due anni: la metà. Ancora meglio va in Germania, Francia, Spagna, dove in media bastano 500 giorni. C’ è però ragione di speranza guardando alle sezioni specializzate in diritto dell’ impresa per dispute commerciali, dove il sistema telematico e la specializzazione dei magistrati, soprattutto in tribunali come quello meneghino, garantiscono tempi soddisfacenti; buoni risultati vengono anche dagli arbitrati. La World Bank cerca anche di misurare la qualità della giustizia e, sebbene sia difficile esprimersi su questa variabile, l’ Italia si difende bene. Litigare in Italia costa però ancora più, sebbene non di molto, della media europea: oltre il 25% del valore della disputa, contro il 21% negli altri paesi (proporzionalmente, i costi per avvocati sono una frazione superiore che nella Ue: il 16,6% contro il 12,5%). Con i necessari caveat, cosa possiamo trarre da questi elementi empirici? Essi confermano una nostra profonda convinzione: anche grazie all’ armonizzazione europea, spontanea o imposta, e a una certa concorrenza tra ordinamenti, le regole sostanziali italiane, ad esempio con riferimento alla costituzione di società o il capitale minimo, non sono affatto peggiori che nel resto d’ Europa. Miglioramenti e semplificazioni sono certamente possibili, ma per rendere il sistema più competitivo è necessario investire soprattutto sull’ applicazione di queste regole, tanto a livello amministrativo quanto giudiziario. Tra i suggerimenti che lo stesso rapporto avanza nelle aree richiamate, e che vanno condivisi, vi sono ad esempio una (ulteriore) riduzione delle spese e del ricorso a servizi di terzi per la creazione di un’ impresa, semplificare le regole di tenuta dei libri sociali e della contabilità (come ad esempio fanno alcune Camere di Commercio offrendo un servizio on-line). La competizione è forte: il Portogallo, ad esempio, con un progetto partito nel 2006 e che prevede l’ uso via internet di statuti standard e denominazioni sociali già approvate, consente di costituire una società in poche ore, senza lasciare l’ ufficio o la casa. Sul fronte della giustizia, generalizzare e rendere ancora più autonome le sezioni specializzate in diritto dell’ impresa può essere un’ idea valida, ma occorre fare attenzione a non avere corti di serie A per il ceto imprenditoriale e di serie B per gli altri. Favorire ulteriormente il processo telematico, lo sviluppo di arbitrati e mediazione, ma anche aprire le porte a giudici «onorari», almeno per certe controversie, sono tutte misure che possono aiutare. In sintesi: benissimo le riforme del diritto sostanziale, ove serve, ma forse più che un proliferare di leggi e leggine, spesso confuse, su start-up innovative, società a capitale minimo, e così via, servirebbe un sistema con pochi principi chiari e flessibili e, piuttosto, rafforzare le infrastrutture della giustizia e della pubblica amministrazione. Il giurista può aiutare, ma serve soprattutto l’ estensione di una cultura manageriale anche ad uffici amministrativi e giudiziari.

16/12/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Fondo salva opere, Buia (Ance): bene l’attivazione ma le risorse non bastano

Q.E.T.

«Il fabbisogno delle imprese creditrici è di almeno 10 volte tanto. Occorre consentire a Cdp di anticipare le somme»

«Accogliamo con favore la notizia data dal viceministro delle Infrastrutture Giancarlo Cancelleri, dell’imminente pubblicazione del decreto che dà attuazione al Fondo Salva opere per pagare le imprese creditrici dei grandi gruppi in crisi, ma le risorse previste sono una goccia nello stagno», commenta il Presidente dell’Ance, Gabriele Buia. «Apprezziamo lo sforzo del Governo nel dare finalmente attuazione a una norma che come Ance ci siamo battuti per far approvare nel Decreto crescita della scorsa primavera, ma la provvista di tale fondo che, per il 2019 e il 2020 è stata fissata, rispettivamente a 12 mln di euro e a 33,5 milioni di euro, appare assolutamente inadeguata a soddisfare, in tempi brevi, un fabbisogno che, attualmente, ammonta a centinaia di milioni di euro», spiega il presidente dell’Ance.
Per questa ragione l’Associazione dei costruttori aveva chiesto al governo di inserire una norma all’interno della legge di Bilancio che prevedesse la possibilità per Cdp di anticipare le risorse finanziare necessarie per dare immediato ristoro a imprese a rischio fallimento. «Risorse – sottolinea Buia – che peraltro rientrerebbero alla Cassa annualmente attraverso il contributo dello 0,5% del valore dei ribassi offerti nelle gare di appalti pubblici, che alimenta il Fondo. Auspichiamo che nell’ultima stesura della Legge di bilancio possa trovare accoglimento questa proposta di buon senso che consentirebbe di sanare un’ingiustizia che riguarda numerose imprese del sistema e di non bloccare importanti lavori che sono appesi al destino di queste imprese». © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

16/12/2019 – Il Sole 24 Ore
Appalti, per i contributi dovuti all’ Inps responsabilità solidale fino a 5 anni

RAPPORTO CON GLI ENTI
Per reclamare gli importi dal committente l’ Istituto ha tempi lunghi Solo l’ azione del lavoratore deve essere promossa entro 2 anni dalla cessazione
La responsabilità solidale tra committente e imprese appaltatrici e subappaltatrici tornerà a estendersi all’ ambito fiscale con la stretta sul versamento delle ritenute contenuta del decreto fiscale (Dl 124/2019), all’ esame del Senato per la conversione in legge. L’ ambito sul quale la responsabilità solidale è già in vigore da diversi anni è quello del versamento delle retribuzioni e dei contributi dovuti ai lavoratori impiegati negli appalti. Su questo fronte è intervenuto recentemente l’ Ispettorato nazionale del lavoro con la nota 9993 del 19 novembre, per chiarire che il termine di due anni entro il quale sono responsabili solidalmente il committente e l’ appaltatore (e/o subappaltatore) per i debiti retributivi o contributivi dei lavoratori coinvolti nell’ appalto non si applica all’ Inps. L’ Istituto potrà far valere il suo credito contributivo entro il termine di prescrizione di cinque anni previsto dall’ articolo 3 comma 9 della legge 335/1995 (si veda anche Il Sole 24 Ore del 21 novembre). L’ Inl si è adeguato al nuovo orientamento giurisprudenziale sui termini da rispettare per i crediti degli istituiti previdenziali e assistenziali: il termine di decadenza di due anni previsto dall’ articolo 29, comma 2 del Dlgs 276/2003 riguarda solo l’ azione promossa dal lavoratore nei confronti del responsabile solidale e non, invece, le azioni promosse dagli Enti previdenziali per i crediti contributivi. Per l’ istituto della responsabilità solidale, se non adempie agli obblighi retributivi e contributivi il datore di lavoro (appaltatore o subappaltatore) deve pagare chi, di fatto, si avvantaggia della prestazione dei lavoratori impiegati nell’ appalto (il committente). È una forma di garanzia per lavoratori e istituti previdenziali e assicurativi sul corretto adempimento delle obbligazioni retributive e contributive da parte degli appaltatori e/o subappaltatori. La disciplina nei vari casi La responsabilità solidale è disciplinata, in primo luogo, dall’ articolo 1676 del Codice civile. Questa riguarda il solo profilo retributivo ed è limitata al lavoro subordinato. Inoltre, il debito solidale è limitato a quanto dovuto all’ appaltatore. L’ articolo 29 comma 2 del Dlgs 276/2003 ha ampliato le tutele per i lavoratori, stabilendo che il committente è obbligato in solido con l’ appaltatore e i subappaltatori, entro il limite di due anni dalla cessazione dell’ appalto, a corrispondere ai lavoratori i trattamenti retributivi, compreso il Tfr, i contributi previdenziali e i premi assicurativi dovuti in relazione al periodo di lavoro nell’ appalto. Il Dlgs 81/2008 ha disciplinato un’ ipotesi di responsabilità solidale per il risarcimento dei danni riportati dai lavoratori in conseguenza di eventuali danni da infortuni sul lavoro non indennizzabili dall’ Inail. Una normativa particolare è prevista per i trasporti. Il committente che non esegue le verifiche di regolarità retributiva e contributiva degli autotrasportatori, è obbligato in solido con il vettore, e con ciascuno degli eventuali sub-vettori, entro il limite di un anno dalla cessazione del contratto di autotrasporto, a corrispondere ai lavoratori i trattamenti retributivi, i contributi previdenziali e i premi assicurativi agli enti competenti. Resta escluso qualsiasi obbligo per le sanzioni amministrative di cui risponde solo il responsabile dell’ inadempimento. La linea della Cassazione Con la nota del 19 novembre, l’ Inl riprende l’ orientamento recente della Cassazione. Il rapporto di lavoro e quello previdenziale, infatti, sono distinti, tenuto conto che il secondo discende dalla legge e ha carattere imperativo. L’ applicazione estensiva del termine di decadenza dell’ articolo 29, comma 2, porterebbe a un effetto contrario rispetto a tale assetto normativo ovvero alla possibilità che «alla corresponsione di una retribuzione a seguito dell’ azione tempestivamente proposta dal lavoratore, non possa seguire il soddisfacimento anche dell’ obbligo contributivo solo perché l’ ente previdenziale non ha azionato la propria pretesa nel termine di due anni dalla cessazione dell’ appalto», con conseguente vulnus nella protezione assicurativa del lavoratore che, invece, l’ articolo 29 ha voluto potenziare (sentenze 18004 e 22110 del 4 luglio 2019, 8662 del 28 marzo 2019 e 13650 del 21 maggio 2019). © RIPRODUZIONE RISERVATA. Pagina a cura diDaniele Colombo

16/12/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Concessioni, illegittima la verifica di anomalia fondata su dati noti al solo gestore uscente

Dario Immordino

Palazzo Spada: non si possono assumere a parametro di verifica della congruità dell’offerta i ricavi realizzati nella gestione pregressa

Nell’ambito di una procedura di gara concernente l’affidamento di una concessione pubblica la stazione appaltante non può assumere quale parametro di verifica della congruità dell’offerta i ricavi realizzati nella gestione pregressa non esplicitati dalla lex specialis né altri dati economici rientrante nell’esclusiva sfera conoscitiva del gestore uscente, e comunque difformi dal valore presunto dei ricavi indicato dal bando in modo uniforme per tutti i concorrenti.
L’art. 167, c.4, del codice degli appalti, infatti, fa carico alle stazioni appaltanti di determinare il valore delle concessioni «secondo un metodo oggettivo specificato nei documenti della concessione», anche per garantire il rispetto dei principi di libera concorrenza e non discriminazione posti dall’art. 30, che vietano di attribuire vantaggi competitivi o informativi solo ad alcuni concorrenti.
Di conseguenza l’amministrazione aggiudicatrice è tenuta ad indicare il valore presunto dell’affidamento sulla base dei parametri e secondo le modalità indicate dall’art. 167 d.lgs. 50/2016 (fatturato totale del concessionario generato per tutta la durata del contratto, valore di eventuali forme di opzione ovvero di altre forme comunque denominate di protrazione nel tempo dei relativi effetti, introiti derivanti dal pagamento, da parte degli utenti dei lavori e dei servizi, di emolumenti diversi da quelle riscosse per conto della stazione appaltante ecc).
Qualora si riveli oggettivamente impossibile procedere ad una stima attendibile del valore della concessione (perché, ad esempio, il servizio viene affidato per la prima volta, oppure perché il concessionario uscente non ha voluto fornire i dati relativi al fatturato o altri elementi), la stazione appaltante è comunque tenuta a fornire gli elementi analitici a sua conoscenza concernenti i profili economici dell’affidamento (e cioè, per esempio, le indicazioni circa il potenziale bacino di utenza del servizio da affidare, i costi ed i benefici correlati al servizio stesso, la base d’asta riferibile ai corrispettivi pagati dai precedenti gestori, etc.), in modo da consentire ai concorrenti di formulare un’offerta seria e consapevole.
Nell’impianto delineato dal codice degli appalti, infatti, i principi di uguaglianza e libera concorrenza si rivelano strumentali a garantire l’interesse pubblico alla realizzazione delle migliori condizioni possibili in termini di qualità dei servizi e delle prestazioni da affidare in concessione e di remuneratività per le casse pubbliche, e di conseguenza si rivela indispensabile che tutti i concorrenti siano posti nelle medesime condizioni di partenza ed in grado di valutare ed apprezzare tutti i profili rilevanti ai fini della formulazione delle offerte.

Non a caso l’articolo 30 del Codice, pur sottraendo le concessioni alle disposizioni riferite ai contratti pubblici, le assoggetta comunque al rispetto dei principi generali di trasparenza, adeguata pubblicità, non discriminazione e correttezza, il successivo art. 167 ammette scostamenti limitati rispetto al valore della concessione stimato è calcolato al momento di avvio della procedura, e l’Autorità di vigilanza ha eloquentemente rilevato l’esigenza di informare correttamente il mercato di riferimento sulle complessive e reali condizioni di gara attraverso «l’esatto computo del valore del contratto» (cfr. deliberazione Avcp del 19 dicembre 2013, n. 40; Id., deliberazione del 25 febbraio 2010, n. 9).
La funzione della stima attendibile dell’importo a base di gara, infatti, non è soltanto quella di orientare i concorrenti nel formulare una offerta consapevole, ma anche di porre un vincolo uniforme a tutti i partecipanti allo scopo di neutralizzare il vantaggio competitivo del concessionario uscente. Su queste basi il Consiglio di Stato, con la sentenza n.8340/2019 (sezione III, pubblicata il 5 dicembre 2019) n. 8340, ha rilevato l’illegittimità del giudizio di congruità dell’offerta fondato sull’importo dei ricavi realizzati nella gestione pregressa non esplicitati dal gestore uscente, e quindi non resi noti agli altri concorrenti, e difformi dal valore stimato indicato nel bando di gara.
Ciò sull’assunto che, ammettendo l’idoneità di un dato conosciuto da un solo concorrente a fungere da parametro di verifica della congruità dell’offerta, in deroga al valore presunto dei ricavi posto a base di gara, si aggancia un giudizio che dovrebbe essere fondato su parametri trasparenti ed oggettivi ad un parametro assunto ad nutum dal concorrente interessato, in palese violazione dell’art. 167 del decreto legislativo n. 50/2016, che demanda alla stazione appaltante di calcolare detto valore secondo un metodo oggettivo, e dei principi di libera concorrenza e non discriminazione posti dall’art. 30 del decreto legislativo n. 50/2016, che vietano di attribuire vantaggi competitivi o informativi solo ad alcuni concorrenti.
La pronuncia del Consiglio di Stato  © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

16/12/2019 – Il Sole 24 Ore
I committenti persone fisiche e la Pa sono esclusi

le eccezioni
Nel contratto di trasporto le verifiche preliminari elidono la corresponsabilità
Il vincolo della responsabilità solidale ex articolo 29 del Dlgs 276/2003 è escluso in alcune ipotesi, piuttosto limitate. A parte il caso del superamento del termine di due anni per far valere i crediti, previsto dall’ articolo 29, il vincolo della corresponsabilità è escluso nel caso in cui il committente sia una persona fisica che non esercita alcuna attività d’ impresa. La responsabilità solidale ex articolo 29, poi, è esclusa quando il committente è la pubblica amministrazione, come chiarito dall’ articolo 9 del Dl 76/2013. La responsabilità solidale, inoltre, non si applica nel contratto di spedizione: in base all’ articolo 1737 del Codice civile, questo è un mandato che ha per oggetto l’ obbligo, per lo spedizioniere, di concludere, in nome proprio e per conto del mandante, un contratto di trasporto e di compiere le operazioni accessorie. Il regime della responsabilità solidale, poi, trova una disciplina specifica nel contratto di trasporto. Infatti, in base all’ articolo 83-bis del Dl 112/2008, la verifica preliminare della regolarità del vettore in aderenza alle modalità previste dalla legge, esclude la responsabilità solidale del committente. L’ applicazione della disciplina dell’ articolo 29 è stata estesa alla subfornitura per effetto della sentenza dalla Corte costituzionale 254 del 2017. Secondo la Corte, infatti, se da un lato, la responsabilità solidale del committente per i crediti lavorativi, contributivi e assicurativi dei dipendenti dell’ appaltatore è norma eccezionale, dall’ altro questa norma non può dirsi eccezionale rispetto all’ ambito del lavoro diretto (subfornitura). Ciò perché il contratto di subfornitura conserva rispetto al contratto di appalto dei profili di omogeneità che – ove non si ritenesse applicabile la solidarietà – comporterebbe una disparità di trattamento dei dipendenti del subfornitore rispetto a quelli di un appaltatore. Sulla traccia di quanto statuito dalla Corte costituzionale l’ Inl, con nota 6 del 29 marzo 2018, ha chiarito che il regime della responsabilità solidale prevista dall’ articolo 29 del Dlgs 276/2003 si applichi anche ai rapporti tra consorzio aggiudicatario dell’ appalto e società consorziate esecutrici. Questa corresponsabilità, infine, sempre secondo il Ministero, si applica anche nei rapporti tra società estera distaccante e società utilizzatrice in Italia, non solo nei casi in cui la prestazione di servizi sia riconducibile a una filiera di appalto/subappalto, ma anche laddove la stessa consista in altre operazioni commerciali (articolo 4, comma 4, del Dlgs 136/2016). Su quest’ ultimo punto, sarà necessario attendere la giurisprudenza per comprendere se e come l’ orientamento dell’ Inl sarà confermato. © RIPRODUZIONE RISERVATA.

16/12/2019 – Italia Oggi Sette
Appalti, la certificazione aiuta

Alleggeriti i nuovi obblighi previsti dal decreto fiscale, a partire dal 1° gennaio 2020
Con il sì delle Entrate c’ è l’ esonero sulla documentazione
Ruolo centrale ai documenti e non più alle somme che transitano dalle imprese ai committenti, divieto sostanziale di compensazione dei versamenti dovuti a titolo di ritenute alla fonte per i lavoratori impiegati negli appalti, possibilità di uscita dalla nuova disposizione con la certificazione dell’ Agenzia delle entrate. Il quadro appena descritto, in sintesi, è quello che emerge dalla formulazione dell’ articolo 4 del decreto legge n. 124 del 2019, il cosiddetto decreto fiscale, come riscritto in commissione e in corso di approvazione definitiva in senato. Gli aspetti generali della disposizione. La norma introduce (a decorrere dal 1° gennaio 2020) una serie di obblighi e responsabilità tra committente, appaltatori, sub-appaltatori e affidatari per le ritenute Irpef da versare nei confronti dei lavoratori direttamente impiegati per l’ esecuzione delle opere o dei servizi oggetto del contratto. La norma ora prevede che: – l’ importo degli appalti oltre il quale si applicano le nuove disposizioni siano opere e servizi affidate per un complessivo importo superiore a 200 mila euro; – gli appalti devono essere caratterizzati da prevalente utilizzo di manodopera presso la sede di attività del committente con l’ utilizzo di beni strumentali di proprietà del committente stesso ovvero a lui riferibili in qualunque forma; – il versamento delle ritenute alla fonte deve essere effettuato da parte del sostituto di imposta che impiega i lavoratori. Il versamento in questione non può formare oggetto di compensazione con nessun credito vantato dal sostituto di imposta; – la norma si applica, laddove l’ ipotesi sia quella del contratto di appalto, sia alle imprese appaltatrici che alle eventuali subappaltatrici; – vengono fissati tutta una serie di adempimenti documentali che le imprese devono garantire nei confronti del committente il quale, di fatto, ha un obbligo di riscontro degli elementi comunicati. Le problematiche nel caso di subappalto. Nonostante l’ ultima versione della norma semplifichi alcuni aspetti, sono diverse le problematiche ancora aperte. Alcune riflessioni, in particolare, devono essere formulare in relazione al ruolo che viene rivestito dai sub-appaltatori. Detti soggetti, infatti, devono adempiere un duplice obbligo informativo. Devono infatti trasmettere sia agli appaltatori sia ai committenti, le deleghe di pagamento relative alle ritenute del mese precedente versate per i lavoratori direttamente impiegati nell’ opera, insieme all’ elenco degli stessi identificati per codice fiscale, con il dettaglio ore e l’ ammontare della retribuzione corrisposta al singolo dipendente per l’ opera affidata dal committente. Nell’ ipotesi in cui tale obbligo non venga rispettato, oppure vi sia un carente/omesso versamento di ritenute, il committente ha il diritto di trattenere i corrispettivi dovuti all’ impresa appaltatrice fino a concorrenza del 20% del valore complessivo dell’ opera (con il limite di quanto non versato). Stante la formulazione letterale della norma, nel caso il soggetto inadempinente sia il sub appaltatore, il committente avrebbe diritto di trattenere i corrispettivi dovuti all’ appaltatore anche qualora l’ inadempimento non sia a lui imputabile, ma si riferisca ad un suo sub-appaltatore. Questa lettura della disposizione appare essere estremamente penalizzante, oltre al fatto che, nella sostanza «demoltiplica» il limite di 200 mila euro annui per singola impresa, andando cioè a colpire un appaltatore, anche nei casi in cui il sub-appaltatore debba eseguire lavori per poche migliaia di euro. Si deve dunque ritenere che detta responsabilità debba leggersi in forma parcellizzata e in relazione al soggetto che commette l’ inadempimento Il possesso della certificazione. La norma prevede che gli obblighi di trasmissione della documentazione non sussistano nel caso in cui si sia in possesso di una apposita certificazione (con validità quattro mesi e predisposta dall’ Agenzia delle entrate), con la quale l’ appaltatore e i sub-appaltatori dimostrano di: I) risultare in vita da almeno un triennio e di essere in regola con gli obblighi dichiarativi; II) non avere pendenze per importi superiori a 50 mila euro. La tematica attiene alla ipotesi nella quale, all’ interno della filiera, solo alcuni dei soggetti (per esempio il subappaltatore) non abbiano maturato i requisiti richiesti dalla certificazione. Le alternative possibili sembrano essere due: la prima prevede che i soli sub-appaltatori che non possono consegnare la certificazione saranno comunque soggetti per intero alla disciplina dell’ art. 4. L’ altra soluzione è che nessuno dei soggetti coinvolti possa sottrarsi agli obblighi di comunicazione deleghe e informazioni. Tale ultima interpretazione sembra eccessivamente penalizzante con il risultato che così si avrebbero, anche per gli appaltatori «virtuosi», degli obblighi ulteriori ai quali non è possibile sottrarsi, in virtù della mancanza di requisiti di un soggetto terzo (il sub-appaltatore). Le responsabilità del committente. Se come detto la nuova versione della norma ripristina in capo al soggetto giuridico deputato l’ obbligo di versamento delle ritenute, la responsabilità del committente sussiste comunque nel momento in cui, per esempio, la trasmissione della documentazione venga correttamente effettuata. Il comma 3 afferma come laddove il committente non esegua di fatto un riscontro sul contenuto della documentazione e sulla corretta effettuazione dei pagamenti, lo stesso è soggetto, a norma del comma 4, al pagamento di una somma pari alla sanzione. In prima battuta, il tema della sanzione e della conseguente somma pari alla sanzione medesima, si pone nel caso in cui risulti il mancato pagamento della ritenuta da parte del soggetto diverso dal committente. Infatti, nel caso in cui l’ inadempimento dell’ impresa nei confronti del committente risulti essere quello di una carenza documentale rispetto alla delega di pagamento che riporta un dato afferente un versamento comunque effettuato, mal si comprende quale possa essere la sanzione irrogabile e quindi la somma pari alla sanzione. La comunicazione in questione (per esempio quella riguardante il dettaglio relativo ai dati dei dipendenti) concerne e interessa due soggetti privati ma di fatto, in questa forma, non l’ amministrazione finanziaria. Nel caso in cui, come accennato, risulti non versata la ritenuta (ovvero versata in misura insufficiente), il sistema delinea, tra l’ altro, un obbligo di comunicazione all’ Agenzia delle entrate nel termine di 90 giorni. Se da un punto di vista pratico è del tutto evidente come si possa intervenire attraverso il ravvedimento operoso, risulta difficile immaginare che il committente, una volta riscontrato l’ eventuale mancato versamento della ritenuta provveda ad informare l’ Agenzia delle entrate senza prima sollecitare l’ impresa a sanare l’ inadempimento. Di contro, l’ impresa che ha violato le disposizioni in materia di versamento potrà intervenire proprio con il ravvedimento. In tal senso la precisazione è contenuta anche nelle schede di lettura del provvedimento che richiamano, appunto, la riduzione della sanzione legata al mancato versamento che viene sanato nei 90 giorni successivi alla scadenza. Si deve però ritenere un eventuale ravvedimento effettuato in data successiva ai 90 giorni possa comportare il venir meno dell’ ipotesi di irrogazione di una somma pari alla sanzione a carico del committente laddove, quantomeno, il committente abbia comunque effettuato la segnalazione nei termini di legge. © Riproduzione riservata. PAGINA A CURA DI DUILIO LIBURDI E MASSIMILIANO SIRONI

16/12/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Bandi, mercato ancora in crescita: promossi lavori per 10 miliardi in più rispetto al 2018

Alessandro Lerbini

Cresme: in rialzo l’Anas che ha pubblicato 449 gare (+74%) per 3 miliardi (+274%) e l’edilizia sanitaria con 832 avvisi (+7,3%) per 2,2 miliardi (+95%)

Il mercato dei lavori pubblici si avvia verso la chiusura dell’anno con numeri ancora in crescita. Dopo 11 mesi i dati forniti dall’osservatorio Cresme Europa Servizi sono incoraggianti: il dato complessivo è di 21.146 bandi promossi (+4,5%) per un valore di 32,383 miliardi,+43,8% e quasi dieci miliardi (9,8) di lavori in più andati in gara rispetto allo stesso periodo del 2018.
Le amministrazioni comunali continuano a marciare spedite: da gennaio a novembre hanno pubblicato 12.314 gare (+2,9%) per 6,114 miliardi (+16,5%). Seguono tra gli enti appaltanti le ferrovie che hanno beneficiato del maxiappalto Telt dell’ammontare di circa 3,3 miliardi per la costruzione del tunnel di base della sezione transfrontaliera del collegamento ferroviario Torino-Lione a partire dagli attacchi lato Francia. Per le opere ferroviarie nel 2019 si contano fino a ora 132 procedure (-54%) per 4,659 miliardi (+23%).
In rialzo anche i gestori di reti, infrastrutture e servizi pubblici locali che hanno indetto 1.887 appalti (+10,4%) per 4 miliardi (+49%) e l’Anas che ha pubblicato 449 gare (+74%) per 3 miliardi (+274%). Bene inoltre l’edilizia sanitaria con 832 bandi (+7,3%) per 2,2 miliardi (+95%).
Segni entrambi negativi invece per le regioni che perdono il 19% dei bandi (286) e il 42% degli importi (348 milioni).
Sono due le classi d’importo che non incrementano la quota di mercato rispetto all’anno scorso: gli avvisi inferiori ai 150mila euro (-9,5% per i bandi e -14,3% per gli importi) e quelli tra 5 e 15 milioni (-2,8% e -9,8%). Le maxiopere sopra i 50 milioni sono state 58 (+15,9%) per 13,2 miliardi (+146%).

© RIPRODUZIONE RISERVATA

 

16/12/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Milano, Cmb avvia le opere per il nuovo quartier generale del Gruppo Cap progettato da CL&AA

Paola Pierotti

Una cittadella per 400 dipendenti su 6 piani dove sono previsti open space, uffici, laboratori, caffetteria aperta a tutti, area espositiva, asilo nido

Posata la prima pietra del nuovo quartier generale del Gruppo Cap, il gestore del servizio idrico integrato dei Comuni della Città metropolitana di Milano. Architettura firmata dallo studio CL&AA Claudio Lucchin e Architetti Associati e lavori affidati all’impresa Cmb. Una cittadella per 400 dipendenti in un volume di 6 piani (superficie complessiva di 11.250 mq) dove sono previsti open space (pensati anche per lo smart working), uffici, laboratori, caffetteria aperta a tutti, area espositiva, asilo nido non esclusivamente aziendale e auditorium da 200 posti.

I lavori hanno comportato la demolizione del vecchio capannone per lasciare posto agli scavi e al posizionamento dei pali interrati lungo tutto il loro perimetro. A questo punto si parte con la fase di costruzione vera e propria dell’edificio. Il concept trae ispirazione dal significato che l’acqua ha per la vita delle persone, e che proprio alla comunità intende restituire valore, attraverso un intervento che si apre alla cittadinanza anche come spazio pubblico. L’edificio è stato concepito secondo i più moderni criteri di sostenibilità e risparmio energetico, con l’intento di riqualificare l’area su cui si va ad innestare, tra la stazione di Romolo e la cascina Moncucco.

Come un’arca che fluttua su una piazza d’acqua, a rappresentare la natura pubblica della gestione del patrimonio idrico, l’headquarter sarà un edificio a emissioni zero. Non segue la verticalità dei building della nuova Milano, ma il progetto CL&AA propone uno sviluppo orizzontale per inserirsi nell’equilibrio di un quartiere prevalentemente residenziale. In una logica di condivisione, capitalizzando il valore dei dati, con questo progetto saranno fornite ai cittadini le informazioni sugli aspetti di sicurezza che coinvolgono i lavoratori, i dettagli sull’impatto ambientale dei lavori, le emissioni di CO2 e di polveri, l’uso dell’acqua e lo smaltimento dei rifiuti in tutte le fasi della costruzione.

Al di là della progettazione architettonica, il proposito di evidenziare il valore sociale dell’azienda si concretizzerà in un accurato piano energetico, che permetterà di ottenere il certificato Leed Gold.

© RIPRODUZIONE RISERVATA