Rassegna stampa 11-12 dicembre 2019

10/12/2019 – Trentino

Energia e tutela ambientale nata un’ alleanza strategica

STORO. Il Gruppo Dolomiti Energia e il Consorzio Elettrico di Storo (Cedis) alleati per la produzione idroelettrica e la tutela ambientale. Questo, stando ad un comunicato congiunto diffuso dalle due società, l’ obiettivo dell’ intesa siglata ufficialmente fra di esse nei giorni scorsi. Primo passo concreto all’ orizzonte, la produzione di elettricità dalle acque del fiume Chiese. Hydro Dolomiti Energia è proprietaria di 222 centrali idroelettriche con una potenza installata di 1.300 MW e gestisce 5 impianti mini-idro(piccole derivazioni) con una potenza totale di 114 MW.Nuove prospettiveIl protocollo d’ intesa fra Dolomiti Energia e Cedis è stato firmato nei giorni scorsi dai rispettivi presidenti, Massimo De Alessandri e Giorgio Rossi. Nelle intenzioni esso aprirà «nuove prospettive di collaborazione per concretizzare sinergie e convergenze sulle attività di interesse comune nell’ ambito della produzione idroelettrica e della tutela e valorizzazione del patrimonio ambientale dell’ asta del fiume Chiese». Soluzioni miglioriSpiega ancora la comunicazione di Cedis e Dolomiti Energia: «Al centro dell’ accordo la volontà di lavorare insieme per trovare le soluzioni migliori per tutti dal punto di vista economico, ambientale e sociale. Tra le finalità del documento l’ ottimizzazione degli investimenti, il migliore coordinamento di due protagonisti dell’ idroelettrico Trentino, al fine di incrementare la loro rappresentatività e la loro capacità industriale nel campo della produzione di energia pulita».La prima tappaI 2 presidenti si sono detti pienamente soddisfatti per l’ accordo, definendolo «la prima tappa di un lungo percorso di cooperazione ad ampio raggio nel comune amore per il territorio, nell’ interesse delle comunità e nel rispetto dell’ ambiente». Rossi e De Alessandri hanno inoltre sostenuto che: «Questo accordo non sarebbe potuto avvenire in un momento migliore visto il periodo di cambiamento che interesserà nel futuro prossimo il settore dell’ idroelettrico, questa collaborazione si rivela un’ opportunità fondamentale per il futuro di entrambe le realtà».L’ asta del ChieseQuanto agli interventi concreti, manca ancora l’ ufficialità, ma pare probabile che la prima azione congiunta si avrà sull’ asta del Chiese, all’ altezza del campo sportivo “Grilli” di Storo, un tratto di fiume su cui entrambe le società avevano piani per la realizzazione di una centralina idroelettrica di ultima generazione.©RIPRODUZIONE RISERVATA.

10/12/2019 – Gazzetta di Reggio
Hera sfida Iren: con Aimag punta a Unieco Ambiente

multiutility
Offerta di 21 Comuni modenesi e mantovani: tra i soci c’ è il colosso di Bologna Alla finestra anche l’ azienda controllata dai reggiani, che non svela però le carte
REGGIO EMILIA. Unieco Ambiente è una tra le prime sei aziende italiane nella gestione dei rifiuti. È per questo motivo che il ramo sano dell’ ormai fallita Unieco – in liquidazione coatta da un paio d’ anni – è sul tavolo di molte concorrenti. Tra queste c’ è il colosso Iren, multiutility controllata anche dal Comune di Reggio con Torino, Genova e Parma. Iren ha presentato un’ offerta e a metà dicembre Unieco Ambiente dovrebbe diventare pubblica.Intanto, a giocare a carte scoperte in questi giorni, sono stati i “cugini” modenesi e mantovani di Aimag, altra multiulity ma della Bassa, in attesa del via libera – che semba abbastanza scontato – dai 21 consigli dei Comuni associati per partecipare al bando con offerta vincolante per l’ acquisto della “divisione ambiente” dell’ ex colosso cooperativo reggiano. L’ operazione verrà presentata in tutti i municipi dei soci di Aimag per spiegare agli amministratori i vantaggi di questa opportunità, in termini economici e di prestigio. È partita l’ 8 ottobre, quando il commissario liquidatore del colosso reggiano ha pubblicato l’ invito a partecipare alla “procedura competitiva per l’ acquisto” del ramo in questione. Vista da Reggio e soprattutto dagli azionisti di Iren, l’ operazione di Aimag sembra quella del cavallo di Troia. Dentro ad Aimag, infatti, c’ è anche l’ altro grande colosso italiano dell’ energia e dei rifiuti, la bolognese Hera, che è comunque minoranza. Il resto delle quote è detenuto dalla Fondazione Cassa di Carpi (7,5%), Fondazione Cassa di Mirandola (2,5%).Hera ha il 25% e da tempo ambisce a incorporare Aimag con la quale, se dovesse andare in porto l’ acquisto di Unieco Ambiente, diventerà invece concorrente.Aimag, esaminate le carte disponibili, ha deciso intanto di presentare la “manifestazione di interesse non vincolante all’ acquisto”, chiedendo l’ accreditamento alla procedura di vendita. «L’ analisi della documentazione accessibile – ha spiegato il dg di Aimag Davide De Battisti – conferma il potenziale interesse industriale e strategico all’ acquisto, la convenienza economica e la sostenibilità finanziaria dell’ operazione». La Divisione Ambiente di Unieco gestisce impianti di smaltimento rifiuti nel Reggiano, in Emilia e in gran parte del Nord Italia, dal Piemonte alle Marche, soprattutto in Toscana. Attraverso partecipazioni in 19 società, che gestiscono 39 impianti operativi, di cui 19 di proprietà. In Toscana Unieco gestisce anche il servizio di raccolta rifiuti e non solo le strutture. «L’ acquisizione – spiegano da Aimag – consentirebbe alla società di espandere le proprie attività al Centro Nord, e di gestire un nuovo sistema ambiente», con un volume di rifiuti per milioni di tonnellate, effettuando un salto dimensionale «tra i principali operatori dell’ ambiente in Italia». Nelle sue prime valutazioni, la multiutility modenese intravede anche benefici per il territorio e i cittadini, con «opportunità di riduzione delle tariffe di raccolta per i cittadini, di investimenti sul territorio e di creazione di posti di lavoro». Certo è che la vendita di Unieco Ambiente porterà a un rilancio di offerte, potendo far chiudere la procedura di Unieco con un eventuale attivo. –© RIPRODUZIONE RISERVATA.

12/12/2019 – Gazzetta di Modena
Biogas, il parlamento boccia la proposta della produzione locale

concordia. lega accusa
CONCORDIA. Qualche mese fa sembrava che solo l’ intervento a livello normativo e parlamentare potesse risolvere la questione del biogas contestato all’ ex Kermar.Un trasloco di responsabilità che per ora non ha funzionato, almeno a seguire la denuncia dell’ onorevole della Lega, Guglielmo Golinelli: «Prima è stato respinto l’ emendamento al Senato a firma Borgonzoni e Corti, e ieri anche l’ ordine del giorno alla Camera al decreto clima. Noi avevamo chiesto di concedere gli incentivi ai soli impianti di biometano, la cui biomassa fosse preveniente dalla regione o dalle regioni limitrofe all’ impianto stesso. Il collega Verducci del Pd ne aveva proposto uno identico, stringendo il campo ai soli rifiuti prodotti in regione. La disposizione era richiesta dai sindaci della Bassa, in particolare da quelli del Pd di Concordia e San Possidonio e avrebbe permesso di limitare impianti dalle dimensioni spropositate, che per funzionare hanno bisogno di Forsu (frazione organica raccolta differenziata) proveniente da tutta Italia, con la conseguenza che per produrre energia verde si devono fare girare dei camion per migliaia di km, con conseguente consumo di gasolio ed emissioni di co2. Io avevo proposto per la Lega il nostro, sollecitando il Pd locale ad attivarsi presso i suoi parlamentari. Invece è stato tutto respinto: gli emendamenti al Senato e l’ odg alla Camera, avrebbero permesso di stoppare l’ impianto nell’ area ex Kermar, ma il Pd ha preferito dire una cosa sul territorio e fare il contrario a Roma, strizzando l’ occhio alle grandi società di Multiutility, a Concordia, come a Gavassa (Re)». —

12/12/2019 – Il Resto del Carlino (ed. Ferrara)
«È il primo passo per privatizzare i servizi»

I sindacati unitari attaccano la decisione del Comune di vendere un pacchetto di azioni ‘libere’ di Hera per un valore di 120 mila euro
BONDENO Il Comune ha già deliberato la vendita di azioni cosiddette libere di Hera per un valore di 120 mila euro, ma i sindacati provinciali (Cgil, Cisl, Uil) mettono in guardia: «Non apprezziamo minimamente questa decisione – dicono Cristiano Zagatti, Bruna Barberis, Massimo Zanirato -. Anche se non siamo ideologicamente prevenuti, avanziamo dubbi sugli effetti di operazioni simili». Il Comune possiede 623 mila azioni di Hera, era stato spiegato in Consiglio comunale, di cui 56 mila sono libere e le altre vincolate. Il prossimo passaggio, al quale la delibera ha aperto la strada, è quello di mettere sul mercato 31.800 azioni, per incassare 120 mila euro da destinare, aveva annunciato il sindaco Fabio Bergamini «ad opere pubbliche». Il Consiglio comunale, ha disposto che le azioni non possano essere vendute al di sotto della soglia di 3,78 euro ciascuna, incaricando il tesoriere della Bper di mettere le azioni sul mercato. «Il timore – aggiungono i sindacati – è che per questa via, si apra definitivamente la strada alla privatizzazione di servizi che, per la loro natura sono e devono rimanere pubblici». Per Cgil, Cisl, Uil, la contrarietà non nasce dalla considerazione che «la scelta non sia legittima, ma dal fatto che sia risibile: non riuscire a trovare 120 mila euro in un Comune delle dimensioni di Bondeno ci sembra impossibile. E a sostegno della nostra posizione ci sono elementi sia economici che politici. Vendere azioni che in questi anni hanno sempre garantito cospicui dividendi alle casse del Comune è come ”brusàr la cà par vendàr la zèndar”». E ancora: «Da un punto di vista politico invece, privarsi di azioni da parte degli enti Locali significa continuare a non voler svolgere un ruolo vero e incisivo di indirizzo e controllo di un’ azienda che eroga servizi pubblici ai cittadini. E poi si lamentano per la qualità dei servizi»… Non la pensa di certo così il Comune, dove la giunta ha proposto l’ ordine del giorno al Consiglio, senza trovare forte contrarietà neppure dall’ opposizione. Resta sul tavolo il rapporto che Hera è riuscita a costruire sul territorio e su questo i sindacati, pongono una riflessione: « Ad Hera andrebbe chiesto di mantenere adeguati presidi e rapporti territoriali. Andrebbe chiesto un piano di rilancio degli investimenti per le politiche ecosostenibili, di cura e manutenzione del territorio, anche di Bondeno». Insomma, occorre potenziare i servizi che Hera può garantire, invece di «scegliere di disinvestire», lanciando una funzione anticiclica che in un periodo di congiuntura sfavorevole, potrebbe favorire uno sviluppo anche locale». Claudia Fortini © RIPRODUZIONE RISERVATA.

12/12/2019 – Il Sole 24 Ore
Comuni, assunzioni al via: 1.552 a Milano, 1.292 a Roma

ENTI LOCALI
Sbloccato il turn over: possibili fino a 40mila posti Bilanci rinviati a fine marzo
ROMA Più assunzioni, più tempo per fare i bilanci, più anticipazioni di liquidità da Cassa depositi e la griglia delle regole per l’ accollo del debito allo Stato. Tra la Conferenza Stato-Città e l’ esame parlamentare della manovra quella di ieri è stata una giornata ricca per i sindaci. Che, prima di tutto, potranno presto dire addio al vecchio turn over e avviare un’ ondata di assunzioni aggiuntive nei propri enti. Secondo i calcoli del governo a regime significa fino a 40mila dipendenti in più. Ma sono i numeri delle città a parlare la lingua più chiara: per Milano, ad esempio, calcoli Anci indicano un surplus possibile di 1.552 posti, per Roma di 1.292, per Genova 524, 415 per Firenze, 199 per Bari e 196 per Cagliari. A determinare queste cifre, dopo dieci anni di dieta stretta che hanno ridotto del 20% il personale dei Comuni, è il cambio di rotta realizzato con il decreto attuativo passato ieri in Conferenza, che mette in pratica un capitolo chiave del decreto crescita approvato dal Conte-1. Il senso è questo: addio al turn over, che parametrava la possibilità di nuovi ingressi ai risparmi prodotti dalle uscite dell’ anno precedente, e briglia più sciolta per i Comuni che spendono meno e hanno i conti più in ordine. Nel nuovo quadro, le prospettive degli organici dipenderanno in ogni Comune da un “valore-soglia”, diverso per ogni fascia demografica, e basato sul rapporto fra spesa di personale ed entrate correnti. Chi ha entrate più solide e oggi spende meno per gli stipendi, quindi, potrà assumere di più. La soglia oscilla fra il 29,5% dei Comuni più piccoli e il 28,8% di quelli più grandi, con l’ eccezione di Roma che si dovrà fermare al 25,3%. Chi si colloca sotto questa soglia potrà far crescere la spesa negli anni, fino al raggiungimento del limite. Chi invece oggi spende troppo (le soglie di allarme sono un po’ più alte, e viaggiano fra il 33,5% dei piccoli Comuni e il 29,3% dei più grandi) dovrà tirare il freno, avviando un percorso di adeguamento per rientrare nei ranghi. «Bene l’ intesa – sottolinea la ministra della Pa Fabiana Dadone, che per questa via riesce a sbloccare un altro dei dossier ereditati dal Conte-1 -, permetteremo ai sindaci non soltanto di coprire i buchi di organico, ma di rilanciare davvero la loro attività amministrativa». «Oggi festeggiamo», rilancia il presidente dell’ Anci Antonio Decaro riferendosi anche all’ accordo sul Fondo di solidarietà che incorpora il recupero della vecchia spending review “scaduta” (100 milioni in più l’ anno prossimo, per arrivare ai 560 milioni pieni nel 2024). Sempre dalla Stato-Città di ieri è arrivata anche la proroga dei termini entro i quali i Comuni potranno approvare bilanci e aliquote dei tributi locali. Il rinvio al 31 marzo, ormai rituale, serve per far assestare le regole di una manovra che anche quest’ anno è ricca di novità per i conti locali. La principale, a cui ieri si è lavorato tutto il giorno, riguarda l’ accollo allo Stato del debito locale, che oggi vale 42 miliardi. Il salva-Roma generalizzato, che nella prima versione della legge di bilancio (anticipata sul Sole 24 Ore del 31 ottobre) era rappresentato solo da una norma-gancio, è stato sviluppato con le regole di dettaglio che permetteranno di bussare alle porte del Mef a tutti i Comuni che hanno un debito di almeno 50mila euro o comunque un costo per rimborsi e interessi superiore all’ 8% della spesa corrente. Il passaggio allo Stato serve ad abbassare la spesa per interessi, che in molti vecchi contratti superano un 4-5% ormai indigeribile in un mondo di tassi piatti, senza costi aggiuntivi per il bilancio statale perché la spesa (ridotta) rimarrebbe a carico degli enti locali. Il problema, che ieri ha inasprito il confronto tecnico, è che sulle spalle dei Comuni rimarrebbero anche le penali che scattano quando la ristrutturazione porta a un’ estinzione anticipata totale o parziale del mutuo. Un ostacolo, secondo gli amministratori locali, che rischia di far naufragare la convenienza dell’ intera operazione. Ma anche per lo Stato c’ è un costo. Perché a gestire il tutto dovrebbe essere una nuova società in house del ministero dell’ Economia, con un finanziamento da 2 milioni nel 2020 e 4 milioni all’ anno nel 2021. gianni.trovati@ilsole24ore.com © RIPRODUZIONE RISERVATA. Gianni Trovati

10/12/2019 – Il Messaggero
Ilva, il governo: lo Stato parteciperà Trattativa con le società pubbliche

Oggi Conte incontra Cgil, Cisl e Uil al termine della manifestazione sulle crisi industriali L’ esecutivo al lavoro sulle controllate per fare affiancare Invitalia nel capitale di AmInvestco
IL SALVATAGGIO ROMA Non c’ è solo la richiesta delle terza proroga per altre 13 settimane (fino a marzo) della cig per 1.273 dipendenti del siderurgico di Taranto. Ci sono anche i contratti per l’ energia che l’ ad Lucia Morselli ha rinnovato proprio l’ altro giorno. Segnali che lasciano pensare che, salvo sorprese dell’ ultima ora, ArcelorMittal sia intenzionata a cercare un’ intesa con il governo per la definizione di un nuovo piano industriale per il siderurgico di Taranto e restare in Italia. Dal governo ieri hanno smentito categoricamente la notizia pubblicata da alcuni quotidiani di una lettera con la quale ArcelorMittal proponeva un miliardo per andarsene dall’ Ilva. «È una bufala totale» ha detto il ministro dello Sviluppo, Stefano Patuanelli. «Smentisco» ha tagliato corto il premier Conte. IL NEGOZIATO Non per questo l’ accordo è alla portata di mano. Si lavora h24, per dirla con le parole del premier. Un po’ di tasselli devono ancora trovare la giusta collocazione. Tant’ è che l’ incontro previsto ieri al Mise con i vertici di ArcelorMittal per esaminare la controproposta del governo è stato rinviato ad oggi. In questo momento la concentrazione è tutta sui veicoli che il governo sceglierà per entrare direttamente in partita al fianco di AmInvestco Italy, la società creata da ArcelorMittal per gestire l’ ex Ilva. È da qui che poi, a cascata, si definiranno tutti gli altri aspetti, compreso quello relativo all’ organico. Per ora nessuno vuole sentire parlare di piano B. L’ idea alla quale si sta lavorando prevede una partecipazione pubblica nel capitale di AmInvestco intorno al 18% con un esborso di circa 700 milioni. Invitalia sarà sicuramente tra i protagonisti del salvataggio. Non a caso ieri l’ appena riconfermato amministratore delegato dell’ agenzia, Domenico Arcuri, è andato al Mise per incontrarsi con Francesco Caio, il manager al quale il governo ha affidato l’ incarico di seguire la vertenza. Ma lo schema vede accanto ad Invitalia anche altri veicoli pubblici ancora da individuare (si parla di Snam, di Fincantieri e non si esclude, nonostante la contrarietà delle fondazioni, l’ intervento diretto di Cdp). Ieri il premier lo ha confermato ai cronisti: «Dovete comprendere che quando il dossier è tanto complesso e delicato né io né il ministro Patuanelli, possiamo ogni dieci minuti rivelare i dettagli sul negoziato in corso. Quello che posso anticipare, però, è che è prevista anche la partecipazione di aziende pubbliche, a partecipazione pubblica». GLI INCONTRI Oggi pomeriggio probabilmente Conte dirà qualcosa in più ai leader di Cgil, Cisl e Uil che varcheranno il portone di Palazzo Chigi alle 15,30: l’ incontro era stato programmato nell’ ambito del tavolo sulle crisi industriali e segue la manifestazione nazionale che porterà a Roma decine di migliaia di operai in cassa integrazione o che rischiano il loro posto di lavoro per le oltre 150 vertenze aperte. Ci saranno anche migliaia di lavoratori Ilva, in sciopero da ieri sera. Poi dopodomani, giovedì, ci sarà un nuovo incontro al Mise, presieduto dal ministro Patuanelli, con i sindacati metalmeccanici e i commissari straordinari. Stavolta al tavolo non parteciperà l’ azienda, la quale invece ha già un altro appuntamento ufficiale per il giorno dopo, venerdì. Insomma, dopo il rifiuto categorico dei sindacati (ma in realtà anche del governo) di prendere in considerazione il piano proposto dalla multinazionale con 4.700 esuberi, si cerca di stringere. La deadline resta il 20 dicembre, data in cui si terrà l’ udienza al Tribunale civile di Milano per la causa di urgenza promossa dai commissari straordinari contro la volontà di recesso dell’ azienda. «Bisogna decidere in fretta, ogni giorno che passa diventa più complicato raggiungere un’ intesa, anche alla luce degli interessi contrapposti tra chi tifa per la continuità produttiva e chi per la chiusura dell’ acciaieria» osserva Carmelo Barbagallo, numero uno Uilm. Il governo vorrebbe ridurre gli esuberi a mille (massimo 1.500) da riassorbire nei prossimi 4-5 anni, man mano che il nuovo piano industriale con la sua svolta green va a regime. Ci vorranno circa due anni per realizzare e mettere in funzione il forno elettrico (lo Stato parteciperà alle spese per la metà) che dovrebbe affiancare i due altoforni tradizionali. L’ obiettivo è portare la produzione di acciaio dagli attuali 4,5 milioni di tonnellate a 6 milioni l’ anno; il forno elettrico potrebbe contribuire per 1,2 tonnellate. Nel frattempo si utilizzerà l’ Altoforno 2, per il quale ormai sembra quasi certa la concessione della proroga della facoltà d’ uso in attesa del completamento delle migliorìe prescritte dai magistrati: i pm ieri hanno dato l’ ok alla richiesta dei commissari. L’ ultima parola spetta al giudice che si esprimerà tra domani e dopodomani. Giusy Franzese © RIPRODUZIONE RISERVATA.

11/12/2019 – MF
Ilva, lo Stato verso una quota pesante

incontro al mise, apertura del governo sull’ azionariato
Passi avanti nella trattativa tra governo e Arcelor Mittal sull’ ex Ilva. Secondo quanto risulta a MF-Milano Finanza, ieri durante il nuovo incontro al ministero dello Sviluppo Economico il governo avrebbe messo sul piatto un’ apertura sull’ effettiva disponibilità a un ingresso nel capitale dell’ acciaieria, con una quota non solo simbolica ma rilevante, seppur di minoranza. Al tavolo l’ azienda era rappresentata dall’ ad Lucia Morselli mentre per il governo erano presenti i commissari di Ilva, (Francesco Ardito, Alessandro Danovi e Antonio Lupo), il negoziatore delegato dall’ esecutivo Francesco Caio e il vice capo di gabinetto del ministero Francesco Fortuna, che segue da vicino la trattativa su Taranto. Non sarebbe tuttavia ancora stato definito il soggetto o i soggetti che dovrebbero rappresentare il socio pubblico. Nei giorni scorsi si era parlato di Invitalia e Cassa Depositi e Prestiti (quest’ ultima come ipotesi più remota), ma il ministro dello Sviluppo Stefano Patuanelli solo lunedì si era limitato a spiegare che sulle modalità dell’ ingresso nel capitale dell’ acciaieria è al lavoro il ministero dell’ Economia, mentre il Mise si sta occupando degli aspetti industriali dell’ operazione. Se ieri le posizioni si sarebbero avvicinate sul tema dell’ azionariato, restano comunque da sciogliere il nodo degli esuberi e la questione dello scudo penale, che saranno verosimilmente affrontati nei prossimi incontri. La trattativa però dovrebbe concludersi entro il 20 dicembre, quando è stata rinviata l’ udienza sul ricorso cautelare d’ urgenza presentato dai commissari dell’ ex Ilva contro l’ addio annunciato a novembre da ArcelorMittal. La parte più sensibile della trattativa, comunque, sarà probabilmente proprio quella che riguarderà la forza lavoro, soprattutto perché la scorsa settimana l’ azienda ha deluso le aspettative su questo fronte presentandosi all’ incontro con governo con una richiesta di esuberi praticamente identica a quella iniziale: 4.700 uscite al 2023, cui andrebbero a sommarsi i 1.700 lavoratori ora assorbiti dall’ amministrazione straordinarie. Una cifra considerata irricevibile dalla controparte pubblica e dai sindacati. L’ esecutivo ha annunciato di avere già allo studio una serie di interventi sull’ area di Taranto, per cercare di assorbire quanti più lavoratori possibile, e per farlo sta coinvolgendo tutte le partecipate, a partire da Cdp e Snam. Ma l’ asticella fissata dall’ azienda è considerata non realistica. Bisognerà capire quanto tatticismo ci sia in questi primi incontri e se in realtà gli anglo-indiani siano disposti a cedere terreno su questo fronte per il buon esito del negoziato. Intanto domani al Mise Patuanelli metterà di nuovo al tavolo i sindacati, che ieri hanno protestato proprio contro la situazione di stallo a Taranto, e Arcelor Mittal Italia. (riproduzione riservata) LUISA LEONE

10/12/2019 – Il Sole 24 Ore
Doppio vertice sul negoziato Conte: lo Stato in campo

OGGI INCONTRO CON MORSELLI
Giovedì Patuanelli illustra il piano del ministero alle organizzazioni sindacali
ROMA Un incontro riservato al ministero dello Sviluppo economico, terminato intorno alle 14, tra il consulente del governo Francesco Caio e i tecnici di Mise e Mef impegnati sul dossier, ha ridato ieri continuità al negoziato. Oggi i rappresentanti dell’ esecutivo vedranno l’ amministratore delegato di ArcelorMittal Italia, Lucia Morselli, ed il ministro dello Sviluppo Stefano Patuanelli ha convocato per giovedì alle 17 le organizzazioni sindacali e i commissari di Ilva in amministrazione straordinaria per illustrare il piano, anche alla presenza dello staff del ministro del Lavoro. L’ esecutivo, con le parole del premier Giuseppe Conte e dello stesso Patuanelli, in questi giorni ha sottolineato come la linea tenuta della Morselli, con la conferma di 4.700 esuberi, diverga dalle rassicurazioni che erano state fornite direttamente dal patron del gruppo, Lakshmi Mittal. La proprietà aveva dato l’ assenso a un piano industriale improntato alla graduale decarbonizzazione: in funzione gli altiforni 4 e 5 e aggiunta di un forno elettrico caricato con il preridotto (un semilavorato prodotto mediante processi basati sull’ utilizzo del gas). Nel piano industriale suggerito dal governo, si punterebbe a mantenere all’ incirca la produzione di 8 milioni di tonnellate ma in un orizzonte più lungo (7 anni anziché 5) con una riduzione della forza lavoro ritenuta ormai inevitabile ma da contenere entro le 3mila unità comprensive dei circa 2.000 lavoratori oggi in capo a Ilva in amministrazione straordinaria e che Arcelor non intende assorbire. Ci sarebbero 50 milioni per le misure di sostegno al lavoro. La cassa integrazione e i prepensionamenti sono tra gli strumenti nelle mani del governo. Mentre è da verificare la fattibilità di uno sgravio contributivo al 100% per tre anni per l’ assunzione di personale in esubero da parte di altre imprese. L’ ingresso dello Stato In queste settimane di gestione confusa del dossier da parte del ministero dello Sviluppo, si sono incrociate le ipotesi più disparate sul veicolo che lo Stato intenderebbe utilizzare per entrate nella holding AmInvestco Italy accanto ad ArcelorMittal Italia. Una presenza necessaria per controllare l’ esecuzione del piano industriale – ha detto ieri Patuanelli – «lo Stato entra attraverso il Mef, il ministro Gualtieri sta lavorando a una serie di ipotesi». Nessun riferimento esplicito a un ingresso diretto attraverso il Mef è arrivato dal premier Conte che ha però ribadito il coinvolgimento dello Stato, attraverso la partecipazione di «aziende pubbliche, a partecipazione pubblica». Resta difficile, per vincolo di statuto e per la contrarietà delle Fondazioni, l’ entrata nel capitale di Cassa depositi e prestiti. Già alcune settimane fa (come anticipato dal Sole 24 Ore del 28 novembre) era poi emersa l’ intenzione dell’ esecutivo di coinvolgere Snam nell’ equity, legando il suo intervento al progetto di parziale riconversione a gas della produzione. L’ azienda però non è mai andata oltre l’ annuncio di investimenti sul territorio che possono arrivare fino a 40 milioni di euro, «ma non ci occupiamo di acciaio» aveva precisato l’ a.d. Marco Alverà in quell’ occasione. Lo stesso Patuanelli ieri ha fatto riferimento a interventi sul territorio parlando di un lavoro in corso «per dare altre opportunità occupazionali attraverso la disponibilità di Fincantieri, di Snam, l’ accelerazione sul Tecnopolo». Patuanelli ha anche smentito, definendola «una bufala totale», l’ ipotesi riportata da alcuni giornali di una lettera inviata da Mittal con la disponibilità ad accollarsi fino a 1 miliardo di euro per disimpegnarsi dall’ Ilva: «Non esiste interlocuzione in tal senso con Mittal, né con Palazzo Chigi, né con il Mise, né con il Mef». In allarme il fronte sindacale Preoccupati i sindacati dei metalmeccanici per la quantità di voci incontrollate emerse in questi giorni. Il timore è che questa vertenza possa avere lo stesso sviluppo della vicenda Alitalia. Da ieri sera è iniziato lo sciopero di 24 ore in tutti gli stabilimenti dell’ Ilva. Oggi sfileranno a Roma insieme a Cgil, Cisl e Uil alla manifestazione indetta per il rilancio degli investimenti al Sud. «ArcelorMittal deve rispettare i lavoratori, gli accordi non sono carta straccia» dice Annamaria Furlan, leader della Cisl. © RIPRODUZIONE RISERVATA. Carmine FotinaGiorgio Pogliotti

10/12/2019 – Italia Oggi
PagoPa al via. Ma non da subito

MANOVRA 2020/ Slittano le graduatorie dei concorsi pubblici. Stabilizzazioni fino al 2021
Obbligatorio dal 30/6/2020. Prorogato il bonus verde
Pagamenti alla pubblica amministrazione solo attraverso la piattaforma PagoPa ma non da subito. L’ obbligo per gli enti pubblici di aderire alla piattaforma e quindi consentire ai contribuenti di pagare tributi e multe esclusivamente con il nuovo sistema entrerà in vigore il 30 giugno 2020. Un «termine congruo», secondo il governo, per consentire gli adeguamenti tecnici necessari e la stipula delle convenzioni che potrà avvenire anche in via sussidiaria, attraverso un altro soggetto (amministrazione o partner tecnico) già operante sulla piattaforma. È quanto prevede il pacchetto di proroghe messo a punto dal governo e che potrebbe trovare posto nella Manovra oppure confluire in un decreto legge ad hoc. Come anticipato da ItaliaOggi il 21/11/2019, con una soluzione di compromesso tra la necessità di garantire da la certezza nei concorsi (cristallizzata nella norma della legge di bilancio 2019 che sancisce la validità annuale delle graduatorie) e le istanze dei sindaci che chiedono più tempo per lo scorrimento delle stesse, viene confermata la durata triennale delle graduatorie 2018-2019. Dal 2020 in avanti la durata delle graduatorie sarà di due anni. Per il passato il ministro per la p.a. Fabiana Dadone dà ancora una speranza al popolo degli idonei allungando fino al 31 marzo 2020 la validità di quelle più risalenti (relative all’ anno 2011), mentre le graduatorie dal 2012 al 2017 saranno valide fino al 30 settembre 2020. Resta confermato anche lo slittamento a fine 2021 della dead line per procedere alle stabilizzazioni avviate dalla riforma Madia (dlgs n. 75/2017) per porre fine al precariato nella pubblica amministrazione. La possibilità di assumere a tempo indeterminato lavoratori con contratto a termine, inizialmente prevista per il triennio 2018-2020, potrà avere un anno in più di tempo. Potranno essere stabilizzati i dipendenti pubblici (non i dirigenti) che abbiano i seguenti requisiti: – essere in servizio alla data di entrata in vigore della legge n. 124/2015 con contratti a tempo determinato presso l’ amministrazione che procede all’ assunzione; – essere stato reclutato con procedure concorsuali anche espletate presso amministrazioni pubbliche diverse da quella che procede all’ assunzione; – aver maturato, al 31 dicembre 2017, almeno tre anni di servizio, anche non continuativi negli ultimi otto anni, alle dipendenze dell’ amministrazione che procede all’ assunzione. Per la sanità si prevede che, al fine di fronteggiare la grave carenza di personale e superare il precariato, nonché per garantire la continuità dei livelli essenziali di assistenza (Lea), per il personale medico, tecnico-professionale e infermieristico, dirigenziale e non del Servizio sanitario nazionale, le procedure di stabilizzazione siano estese fino al 31 dicembre 2022. Una misura che, secondo il ministro della salute Roberto Speranza, «è una scelta giusta» che migliorerà la qualità di vita dei lavoratori della sanità e renderà il Servizio sanitario nazionale «più forte, a vantaggio di tutti». Nel pacchetto di proroghe ha trovato posto al fotofinish anche il rifinanziamento per il 2020 del cosiddetto «bonus verde», ossia la possibilità di beneficiare della detrazione del 36% delle spese fino a 5 mila euro sostenute per interventi di sistemazione a verde di aree scoperte private di edifici e unità immobiliari. E sempre in vista della Manovra 2020 ieri, a conclusione di un incontro con i sindacati a Palazzo Chigi, il governo ha messo ulteriori 200 milioni a regime sul piatto del rinnovo dei contratti del pubblico impiego. Risorse che vanno ad aggiungersi ai 3,4 miliardi già stanziati. Secondo il ministro Dadone ora si creano «condizioni ancor più favorevoli per un pronto avvio della contrattazione». Ma i sindacati non festeggiano visto che, lamentano, le risorse stanziate in più (100 milioni nel 2020 e 100 nel 2021) sono comprensive dei fondi destinati al riordino delle carriere della polizia e dei vigili del fuoco e sono invece mancanti dei 240 milioni necessari per la stabilizzazione dell’ elemento perequativo a partire dal 1° gennaio 2020. © Riproduzione riservata. PAGINA A CURA DI FRANCESCO CERISANO

11/12/2019 – Il Messaggero
Autonomia, i veri numeri della spesa al Nord più soldi pubblici che al Sud

LO SPACCA ITALIA ROMA Non è vero che la spesa pubblica corrente nel Mezzogiorno è superiore a quella delle Regioni del Nord. Anzi. È esattamente il contrario. Lo Stato, se si considera nella sua accezione più allargata che ricomprende, per esempio, anche gli enti previdenziali, impiega decisamente più risorse nel Nord del Paese che nel Mezzogiorno. A ribaltare la prospettiva sono i dati consegnati ieri dalla Svimez alla Commissione finanze della Camera dei Deputati, dove il presidente Adriano Giannola e il direttore generale Luca Bianchi, sono stati ascoltati in un’ audizione sul regionalismo differenziato chiesto da Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna. Fino ad oggi il dibattito sulla spesa pubblica nelle Regioni è stato basato sulla spesa regionalizzata al netto degli interessi sul debito pubblico elaborata dalla Ragioneria generale dello Stato. Ma il problema dei dati utilizzati dalla Ragioneria, spiega la Svimez, è che considerano soltanto una piccola fetta della spesa pubblica nelle Regioni. Meno della metà del totale della spesa statale, e meno di un terzo di quella dell’ intero settore pubblico e del settore pubblico allargato. Un limite che non può essere sottovalutato perché, spiega ancora la Svimez, lascia fuori dal conteggio le politiche previdenziali, la spesa per i diritti sociali, le politiche per la famiglia. Si tratta di «comparti cruciali» per le richieste di autonomia differenziata avanzate dalle tre Regioni. Così, se si prende in considerazione il dato della Ragioneria generale dello Stato, la spesa pubblica pro-capite nel Mezzogiorno risulta di 3.853 euro, più alta dei 3.375 euro del Centro-Nord. Ma se invece di prendere in considerazione i dati della Ragioneria si fa riferimento a quelli più completi dei Conti pubblici territoriali il dato si ribalta: Il Mezzogiorno riceve mediamente 400 euro in meno pro-capite rispetto al Nord. E il divario cresce ancora se si considerano le spese del «Settore pubblico allargato», che ricomprende anche le società e gli enti controllati direttamente dalle amministrazioni pubbliche. In questo caso la spesa destinata al Sud si ferma a 13.394 euro pro-capite contro i 17.065 euro di quella per il Nord. IL DATO Se si guarda la spesa pubblica nelle Regioni da questa prospettiva più larga, si scopre anche che Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto che si collocano agli ultimi posti nella classifica della Ragioneria generale dello Stato, risalgono all’ undicesimo, al settimo e al sedicesimo posto considerando il complesso della spesa della Pubblica amministrazione. E si piazzano davanti a Regioni meridionali come la Campania, la Puglia, la Sicilia, la Calabria e la Basilicata. Se dunque si considerano la spesa previdenziale e il comparto sanitario, spiega la Svimez, «le classifiche regionali risultano completamente diverse, smentendo la vulgata di un eccesso di spesa pubblica nelle Regioni meridionali». Chiarito che il Sud non riceve più risorse del Nord, la Svimez, pur giudicando un passo avanti la legge Quadro del ministro Francesco Boccia sulle autonomie differenziate, ne evidenzia alcuni limiti. Il primo riguarda l’ assenza dell’ individuazione di criteri di accesso al regionalismo differenziato. Il secondo, più importante, è che chiesto che le domande di autonomia differenziata vengano motivate «dall’ interessa nazionale». Insomma, a muovere le autonomie è piuttosto l’ interesse particolare delle Regioni che ne fanno richiesta. LE DOMANDE In sostanza, spiega la Svimez, non intervenendo su questi due aspetti il disegno di legge di Boccia lascia inevase due domande. La prima è se «le richieste di autonomia rafforzata che verranno accolte, saranno motivate adeguatamente da giustificazioni economiche nell’ interesse pubblico nazionale». La seconda è «come e quanto verrà valutato il fatto ampiamente certificato di aver fruito dal 2009 di un improprio privilegio nel riparto di risorse pubbliche erariali di conto corrente ed in conto capitale sottratte ad altri territori». È vero che la riforma Boccia propone un fondo perequativo per le infrastrutture. Ma questo fondo, dice la Svimez, rischia di essere un’ ennesima riserva che corrisponde alla rinuncia di orientare l’ intera politica infrastrutturale del Paese all’ obiettivo della rimozione del deficit di strade, ferrovie e altre infrastrutture de Mezzogiorno rispetto al Nord. Andrea Bassi © RIPRODUZIONE RISERVATA.

11/12/2019 – La Repubblica
Riforma degli appalti Contrordine compagni si torna alla burocrazia

OPERE PUBBLICHE
Sorpresa: d’ ora in poi chi verrà incaricato di progettare un’ opera pubblica avrà l’ obbligo di prendere in considerazione anche l’ “opzione zero”. Cioè quella di non realizzarla. Ecco una delle meravigliose perle che ci regalerà il “Regolamento di esecuzione, attuazione e integrazione” del codice degli appalti approvato tre anni e mezzo fa dal governo di Matteo Renzi, e che il governo di Giuseppe Conte due si appresta ora a partorire. Un nuovo delirio della burocrazia che si stende su 273 articoli, 53 in più rispetto al codice di cui sopra, che ne conta appena (si fa per dire) 220. E rende chiaro, una volta per tutte, perché in questo Paese non c’ è commissario o decreto “sbloccacantieri” che tenga, e ogni promessa di semplificazione finisca per arenarsi in un immenso pantano di articoli, commi, lettere e timbri. Con il risultato di ottenere una splendida paralisi. Spuntano così, nel monumentale regolamento che porta a 493 le norme necessarie a gestire i contratti pubblici, prescrizioni stupefacenti che fanno slalom fra sigle stravaganti. Alcune, come l’ “opzione zero”, che dev’ essere prevista nel DocFAP (il Documento di Fattibilità delle Alternative Progettuali) da non confondere con il DIP (Documento di Indirizzo alla Progettazione), sono chiaramente lo specchio dell’ ostilità per le opere pubbliche dell’ attuale partito di maggioranza relativa (parlamentare, s’ intende). Basta dire che il regolamento rende obbligatoria anche la famosa analisi costi benefici, quella che ha scatenato un putiferio politico sulla Torino- Lione innescando la crisi del governo Conte uno. Procedura che, naturalmente, andrà “effettuata secondo la disciplina applicabile a ogni tipologia d’ intervento”. E già immaginiamo stuoli di geometri alle prese con il rompicapo dell’ analisi costi-benefici per la rotonda tra via Roma e via Garibaldi, mentre tecnici comunali con i cervelli che friggono per un sovrappasso pedonale sulla Tiburtina scartabellano nei manuali (ancora da scrivere) sulle “discipline applicabili alle tipologie d’ intervento”. Altre disposizioni contenute nella voluminosa bozza di 204 pagine del regolamento sono invece il marchio inconfondibile dell’ ottusità dilagante nella pubblica amministrazione. Qualche esempio? I progettisti, insieme ai disegni, devono produrre perfino “l’ elenco delle normative di riferimento”: cioè sono loro a dover dire all’ amministrazione in base a quali leggi, regolamenti e circolari fanno quel che fanno. Leggi, regolamenti e circolari che le stessa amministrazioni hanno scritto e tengono nei cassetti. In più sono sempre i progettisti a dover fornire le “indicazioni per la prosecuzione dell’ iter progettuale”. Con i funzionari pubblici che intanto, presumiamo, si girano i pollici. E il bando per un concorso di progettazione deve specificare, udite udite, se la “decisione della commissione giudicatrice” è “vincolante o meno”. Abbiamo capito bene? Si fa una gara pubblica per scegliere un progetto ma poi il rispetto del verdetto della giuria può essere facoltativo? Proprio così. Per la serie: abbiamo scherzato. Come per i collaudi. L’ articolo 171 del regolamento prevede al comma 2 che il collaudatore di un’ opera pubblica debba essere laureato in ingegneria o architettura? Il minimo sindacale, ovvio. Chi altrimenti può certificare se un ponte sta in piedi? Ma il comma 4 dice che se il collaudatore è un dipendente pubblico può essere anche soltanto diplomato, oppure laureato in legge o economia. Una furbata che serve evidentemente a mantenere in vita l’ attuale sistema dei collaudi, di cui beneficiano molti funzionari dello Stato. Dice tutto la storia del Mose, opera ancora non completata ma per cui sono stati già distribuiti in passato 130 incarichi di collaudo, compresi quelli all’ epoca assegnati a dirigenti apicali dell’ Anas e a ben 36 alti funzionari del ministero vigilante delle Infrastrutture. Molti dei quali lautamente retribuiti dalla ditta vigilata per collaudare soltanto le carte. Per inciso, fra quei 130 incarichi ce n’ era anche uno assegnato a un diplomato geometra. Niente di nuovo sotto il sole, con tutto il rispetto per i geometri. Purtroppo si potrebbe andare avanti, tanto vasto è il campionario. Ma più delle assurdità di cui i 273 articoli del regolamento sono pieni zeppi, pesa la filosofia che c’ è dietro. Questa è una controriforma degli appalti che riporta indietro l’ orologio all’ epoca dei governo Berlusconi, demolendo l’ impostazione data appena tre anni fa. Allora un ruolo centrale era affidato all’ autorità anticorruzione di Raffaele Cantone, che aveva il compito di stabilire le linee guida per l’ applicazione del codice degli appalti. Nessun regolamento monstre come quelli fatti ai tempi del Cavaliere, per non privare di responsabilità l’ amministrazione. C’ era però chi storceva il naso.Le burocrazie evidentemente non gradivano, preferendo invece essere sollevate da qualunque responsabilità. E cosa di meglio per ottenere questo risultato che un regolamento dettagliatissimo per ribaltarle all’ esterno dei loro uffici, per esempio sui progettisti? In più si è visto subito che nel governo Conte uno l’ Anticorruzione non era molto popolare. Tanto più dopo le critiche (più che fondate) di Cantone a certi provvedimenti come l’ ancora fantomatico “sbloccacantieri”. Il bello è che l’ Anticorruzione continua a essere altrettanto impopolare con il Conte due, dove c’ è il partito che fece nascere quell’ autorità. Dopo l’ uscita anticipata di Cantone l’ incarico di presidente è ancora vacante, e i poteri del consigliere anziano che lo sostituisce non sono mai stati precisati. A riprova del fatto, comunque la si possa pensare sull’ Anac, che la stagione d’ oro di quell’ authority è ormai finita. Va detto che pure la riforma fatta dal governo Renzi, con il codice degli appalti che aveva sostituito il precedente codice berlusconiano, zoppicava assai. E questo a voler essere generosi: è sufficiente ricordare gli strafalcioni che erano nel primo testo pubblicato sulla Gazzetta ufficiale. Ma il paradosso è che ora a smontare quella riformicchia, ritornando alle logiche di quindici anni fa, è lo stesso partito che l’ aveva fatta. Cioè il Pd. Il quale si è assunto con Paola De Micheli la responsabilità delle Infrastrutture. E adesso dovrà bollinare un regolamento dov’ è riconoscibile, oltre a quello delle burocrazie impenitenti, anche il marchio di Danilo Toninelli. Proprio colui che il Pd aveva eletto a emblema dell’ incompetenza ©RIPRODUZIONE RISERVATA Sarà Paola De Micheli ministra in quota Pd a smontare il codice del governo Renzi Con le nuove norme obbligatoria l’ analisi “costi benefici” cara al 5S Toninelli. DI SERGIO RIZZO

12/12/2019 – Il Sole 24 Ore
Appalti innovativi, un potenziale da 1,35 miliardi

CONVEGNO ALLA LUISS
Nuove procedure accelerano la spesa in ricerca e sviluppo
Le procedure di appalti innovativi rappresentano solo lo 0,17% della domanda pubblica in Italia, il raggiungimento dell’ obiettivo dell’ 1% potrebbe generare un incremento annuo di spesa in ricerca e sviluppo pari a circa 1,35 miliardi di euro, circa 6 volte il valore attuale. L’ obiettivo è stato rilanciato ieri a Roma, in un convegno alla Luiss che ha ospitato la quinta e ultima tappa del road show, organizzato per diffondere i contenuti del protocollo di intesa siglato a settembre del 2018 da Confindustria, AgId, Conferenza delle Regioni e Province autonome e Itaca per favorire una migliore conoscenza degli appalti innovativi e supportare la Pa e il mercato ad adottare queste procedure previste dalla legislazione italiana e comunitaria. «La domanda pubblica può essere una leva di politica industriale nel segno dell’ innovazione – ha sottolineato il vicepresidente di Confindustria, Stefan Pan -. Vogliamo favorire il dialogo tra soggetti che spesso non si parlano, creare un ecosistema per mettere insieme un potenziale innovativo inespresso. Se in manovra venisse indicato il target dell’ 1% destinato a pratiche innovative, si avrebbe un grande volano per la crescita del valore aggiunto». Nelle prossime settimane è attesa l’ adesione formale della Luiss al protocollo: «Bisogna costruire nuove forme di collaborazione funzionali alla generazione di soluzioni innovative – ha evidenziato Christian Iaione, docente di regulatory innovation alla Luiss -. A Reggio Emilia creeremo il primo city science office per veicolare aspetti innovativi, ad esempio lavoreremo alla semplificazione amministrativa». Il sottosegretario al Mise, Alessandra Todde ha sottolineato come «la domanda della Pa, per la sua imponente massa critica, va indirizzata in direzione dell’ innovazione, integrando i vari mondi: la ricerca, le imprese, le start up». C’ è ancora molto da fare. Mattia Fantinati, in rappresentanza del ministro per l’ innovazione tecnologica ha spiegato che «il gap di ritardo digitale rispetto agli altri paesi si sta riducendo», ma abbiamo «l’ eta media dei dipendenti pubblici di 53 anni e poche competenze Stem». La tappa romana è stata anche l’ occasione per tracciare un primo bilancio dell’ attuazione del protocollo, con i cinque eventi organizzati negli ultimi 12 mesi che hanno coinvolto 400 soggetti dell’ ecosistema, il ruolo attivo sia del Mise (il Fondo per l’ attuazione di bandi di domanda pubblica intelligente ha una dote di 50 milioni) che del Miur (nella firma del patto per la ricerca), la nascita del portale appaltinnovativi.gov.it, il coinvolgimento di Aci, Fs, Consob, e Cnr che ha inserito nella relazione annuale un capitolo proprio su ricerca e innovazione. «La domanda pubblica di innovazione – ha spiegato il presidente del consiglio nazionale delle ricerche, Massimo Inguscio – si lega indissolubilmente al mondo della ricerca. L’ effetto leva della domanda pubblica incide nel privato come nel pubblico, attivando nuove risorse per le università e i centri di ricerca. Secondo la Commissione europea, il 30% dei contratti di pre commercial procurement finanziati dall’ Ue ha università e centri di ricerca come partner di consorzio». La domanda pubblica di innovazione rappresenta anche «una leva per spingere le aziende ad aggregarsi, ad offrire sistemi di prodotti», ha aggiunto Andrea Bianchi, direttore delle politiche industriali di Confindustria, un ruolo importante lo possono svolgere i «competence center e la rete dei digital innovation hub come porta d’ accesso a Industria 4.0 per le Pmi». © RIPRODUZIONE RISERVATA. Giorgio Pogliotti

12/12/2019 – Il Sole 24 Ore
La crisi senza fine dell’ edilizia «No alla stretta creditizia»

IL TAVOLO AL MISE
Patuanelli: il settore è parte importante della politica industriale del Paese Le imprese: sì al piano «Edilizia 4.0» ma contrari alle norme sulla liquidità
ROMA Eliminare le norme che impattano in modo negativo sulla liquidità delle imprese edili – come la stretta creditizia, lo split-payment o le ultime norme sulle ritenute sugli appalti – norme di semplificazione dell’ attività di cantiere e poi un vero piano «Edilizia 4.0» per accompagnare l’ innovazione e la digitalizzazione del settore. Queste le priorità indicate dall’ intera filiera dell’ edilizia e consegnate ieri al ministro dello Sviluppo, Stefano Patuanelli, nel tavolo convocato ieri pomeriggio al Mise con le imprese dell’ Ance, le cooperative, gli artigiani, i sindacati di settore (Filca-Cisl, Feneal-Uil, Fillea-Cgil), oltre alle società di progettazione dell’ Oice e ai proprietari immobiliari di Confedilizia. Con la consapevolezza – sottolineata in modo unitario – che per l’ edilizia è «l’ ultima chiamata: o si trovano soluzioni oppure il settore muore». La risposta del Mise, comunicata da Patuanelli nel corso dell’ incontro, avverrà in due fasi: entro il prossimo 15 gennaio imprese e sindacati sono invitati a presentare una lista di priorità sulle quali il Mise definirà una «griglia» di temi, i quali – se ci sarà un consenso di tutti – saranno approfonditi in singoli gruppi di lavoro con l’ obiettivo di definire misure normative ad hoc. Il tavolo – ha riconosciuto Patuanelli dovrà essere interministeriale, in modo da poter sviluppare questioni sulle quali si intrecciano le competenze del ministero dell’ Economia (è il caso dell’ edilizia 4.0 o della stabilizzazione dell’ eco-sisma bonus in chiave industriale e di crescita dimensionale delle imprese) ma anche del ministero della Giustizia, per quanto attiene al Durc (documento unico di regolarità) e del Mit e o del dipartimento della Semplificazione, per la riduzione dei tempi di autorizzazione delle opere. L’ obiettivo finale, ha sintetizzato Patuanelli, è verificare la «possibilità di modificare alcune misure agevolative, al fine di meglio adattarle alle esigenze del settore dell’ edilizia». Prima occorrerà «individuare nuove misure e verificare gli strumenti esistenti, attraverso il coinvolgimento sinergico sia del Mef e che del Mit, in modo da dare risposte funzionali al rilancio di un settore da anni in difficoltà». «L’ edilizia – ha riconosciuto – rappresenta, sia per numero di imprese e lavoratori coinvolti, sia per il volume di fatturato prodotto, uno dei settori di traino dell’ economia italiana e quindi parte importante della politica industriale del nostro Paese». «Il tavolo che si insedia oggi al Mise e che è stato chiesto dall’ Ance a gran voce al governo – ha sottolineato l’ associazione per bocca del presidente Gabriele Buia – consente, per la prima volta, di discutere politiche e interventi specifici per il settore in modo organico e in un luogo istituzionale adeguato». Dai rappresentanti datoriali arriverà quasi certamente un solo contributo unitario e concordato. Stessa cosa per le rappresentanze sindacali. Dai sindacati è arrivata la richiesta di affrontare la crisi di diverse grandi aziende e relativi indotti (dopo i casi, tra gli altri, di Astaldi, Cmc, Glf e Tecnis) allargando il perimetro di Progetto Italia «che non deve essere solo un intervento a favore di Salini-Impregilo, ma di sistema, attraverso un Fondo di garanzia specifico». Anche l’ Oice (società di ingegneria) ha sollecitato soluzioni contro i ritardi dei pagamenti da parte della Pa: per il 65% delle imprese, riferiscono le engineering, non segnalano cambiamenti rispetto al passato e per un altro 25% la situazione è peggiorata. © RIPRODUZIONE RISERVATA. Massimo Frontera

12/12/2019 – Italia Oggi

L’equo compenso trova riconoscimento in tribunale

Accolto il ricorso dell’Ordine dei commercialisti di Ancona, contro un bando del comune di Macerata per la nomina dell’Organo di controllo di una società in house, nel quale veniva previsto un compenso di 2 mila euro/anno per il professionista

di Michele Damiani

Accolto il ricorso dell’Ordine dei commercialisti di Ancona, contro un bando del comune di Macerata per la nomina dell’Organo di controllo di una società in house, nel quale veniva previsto un compenso di 2 mila euro/anno per il professionista

L’equo compenso trova riconoscimento in tribunale. Per di più, per un incarico svolto per la Pubblica amministrazione e non a titolo gratuito, ma che prevedeva un emolumento per il professionista, quindi per la violazione di parametri ministeriali. Il Tar Marche ha infatti pubblicato ieri una sentenza con cui ha accolto il ricorso presentato dall’Ordine dei commercialisti di Ancona, che aveva contestato un avviso pubblico del comune di Macerata per l’acquisizione di candidature ai fini della nomina dell’Organo di controllo di una società in house, nel quale veniva previsto un compenso di 2 mila euro annui per il professionista. Secondo il tribunale, l’avviso violerebbe la norma perché il compenso previsto violerebbe il minimo tariffario, sia per l’incarico di revisore dei conti sia per quello di sindaco della società.

La norma, introdotta con la legge di Bilancio 2018 (legge 205/2017), prevedeva come il compenso del professionista debba essere commisurato alla quantità e alla qualità del lavoro, nonché alle caratteristiche della prestazione e conforme ai parametri ministeriali. L’obbligo è in capo ai cosiddetti «clienti forti» (banche, assicurazioni, grandi imprese e Pubblica amministrazione). In questi tre anni, però, la norma ha vissuto diverse peripezie. In alcuni casi, la stessa Pa ha pubblicato bandi che non prevedevano la corresponsione di un compenso (come il Mef, si veda ItaliaOggi del 5 marzo 2019). In altre occasioni, sono state delle sentenze di tribunale a contestare l’applicazione della norma: l’ultima in ordine di tempo è quella del Tar Lazio n. 03015/2019 che aveva stabilito come il bando del Mef non fosse contrario alla legge, (si veda ItaliaOggi del 3 ottobre scorso); in precedenza, il Consiglio di stato aveva accolto l’appello del comune di Catanzaro che aveva pubblicato un avviso per la definizione del piano regolatore con un compenso simbolico di un euro (si veda ItaliaOggi del 1° marzo 2019). La sentenza pubblicata ieri riconosce per la prima volta il rispetto della norma dal punto di vista dell’applicazione dei parametri in una sorta di ridefinizione dei minimi tariffari aboliti dalle famigerate «lenzuolate» di Bersani.

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12/12/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Edilizia scolastica/1. In arrivo 2,5 miliardi per riqualificare nido e materne con priorità alle aree svantaggiate

Alessandro Lerbini

Accordo Cassa depositi e prestiti-Emilia Romagna per un prestito da 99 milioni finalizzato a riqualificare gli istituti scolastici

Nuovi fondi per l’edilizia scolastica. Arriveranno «2,5 miliardi per costruire nuovi asili nido, ristrutturare e riqualificare le scuole materne in luoghi adatti alla prima infanzia. Con priorità nelle aree svantaggiate del Paese e nelle periferie urbane, allo scopo di rimuovere gli squilibri sociali presenti ed incentivare la natalità». È quanto prevede un emendamento alla manovra di Italia Viva approvato in commissione Bilancio del Senato che prevede una dotazione di 300 milioni fino al 2023 e 200 milioni l’anno fino al 2034.
Cassa Depositi e Prestiti ha intanto stipulato con la Regione Emilia Romagna un contratto per la concessione di un prestito, con oneri a carico del bilancio dello Stato, di 98,9 milioni di euro per il finanziamento di interventi relativi alla costruzione, ristrutturazione, miglioramento, messa in sicurezza, adeguamento sismico, efficientamento energetico di immobili di proprietà degli enti locali adibiti all’istruzione scolastica.
L’accordo prevede il finanziamento di interventi su 106 edifici scolastici che si trovano nelle province di Bologna, Forlì – Cesena, Modena, Piacenza, Parma, Ravenna, Reggio Emilia e Rimini. In particolare, a Bologna e provincia sono 21 per oltre 21 milioni, a Forlì – Cesena e provincia 6 oltre 9,6 milioni; a Ferrara e provincia sono 10 per quasi 7,4 milioni, a Modena e provincia sono 15 per quasi 16,8 milioni , a Piacenza e provincia sono 17 per quasi 7 milioni, a Parma e provincia sono 10 per oltre 9,3milioni, a Ravenna e provincia 12 oltre 8 milioni, a Reggio Emilia e provincia 9 oltre 12 milioni e 6 a Rimini e provincia per quasi 7,7 milioni.
Il finanziamento rientra nell’ambito del programma di edilizia scolastica 2018-2020 e a seguito della stipula di un protocollo di intesa con il Ministero dell’istruzione, dell’Università e della Ricerca (MIUR – che coordina il piano e monitorerà l’utilizzo dei fondi), il Ministero dell’economia e delle finanze (MEF), la Banca europea per gli investimenti (BEI), la Banca di sviluppo del Consiglio d’Europa (CEB).
Entro la fine dell’anno è prevista la stipula di ulteriori contratti di prestito con altre18 regioni beneficiarie di contributi statali, per un ammontare complessivo di 1.550 milioni di euro, utilizzando la provvista resa disponibile dalla BEI e dal CEB, sempre destinati alla realizzazione di interventi di edilizia scolastica sull’intero territorio nazionale. © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

12/12/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Appalti, illegittimo il prezzo a base d’asta identico a quello di una omologa gara precedente

Dario Immordino

Palazzo Spada: la stazione appaltante non può utilizzare sic et simpliciter l’importo di una gara simile indetta tempo prima

Ai fini della determinazione della base d’asta la stazione appaltante non può utilizzare sic et simpliciter l’importo di una gara indetta diversi anni prima, giacché il decorso di un apprezzabile lasso di tempo comporta l’inevitabile mutare dei fattori che condizionano gli elementi fondamentali della procedura. La pur ampia discrezionalità di cui gode l’Amministrazione, infatti, non può risolversi in arbitrarietà e deve essere esercitata secondo i canoni della logicità e della ragionevolezza. Di conseguenza, nella determinazione della base d’asta, la stazione appaltante deve necessariamente tener conto del fatto che la diversità delle condizioni economico generali, l’andamento dell’inflazione, l’evoluzione normativa e gli altri inevitabili mutamenti del contesto sociale economico e giuridico di riferimento costituiscono indubbiamente fattori in grado di modificare il prezzo dei beni, servizi attività oggetto di affidamento e le scelte degli operatori economici.
Considerato che la disciplina degli appalti pubblici risulta finalizzata all’acquisizione di beni, servizi, attività o alla realizzazione di opere alle migliori condizioni possibili ed all’accertamento della reale ed effettiva capacità dei concorrenti di garantire gli standard qualitativi e quantitativi stabiliti dalla stazione appaltante, è giocoforza ritenere che il prezzo da considerare come base d’asta debba essere determinato cercando di quantificare, nel modo più preciso e appropriato possibile, il costo di approvvigionamento dei quantitativi richiesti, e gli oneri relativi ai servizi, alle attività alle opere indicate dalla disciplina di gara. In ragione di ciò la pedissequa riproposizione dell’importo posto a base di gara di una precedente procedura deve ritenersi illegittima, non essendo ragionevole fissare un valore economico, qual è la base d’asta, senza svolgere un’adeguata attività istruttoria volta ad accertare la effettiva rilevanza ed incidenza su quel valore economico dei prezzi dei prodotti da fornire.
Lo ha rilevato il Consiglio di Stato, con la sentenza n.8088/2019 (V sezione, pubblicata il 27 novembre scorso), sull’assunto che il semplice intervallo di tempo tra le due procedure di gara e l’applicazione in quella “nuova” di requisiti non richiesti nella precedente, quale i criteri minimi ambientali, «costituiscono di per sé elementi idonei a ritenere, secondo l’id quod plerumque accidit, non congruo il prezzo a base d’asta, sostanzialmente confermativo ….. ciò anche nella prospettiva dell’operatore economico che nell’apprezzamento della rimuneratività del prezzo a base d’asta tiene conto normalmente della necessità di coprire i costi del servizio e di conseguire un utile dalla propria attività di impresa, coerentemente con le tipiche delle dinamiche di un mercato in regime di concorrenza». In ogni caso la scelta di confermare, anche per la nuova procedura di gara, la base d’asta indicata nella precedente gara dovrebbe in ogni caso essere sorretta da adeguate e convincenti giustificazioni, mentre non può ritenersi sufficiente che la stazione appaltante si sia limitata «a verificare la pretesa congruità anche per la nuova gara di quello stesso valore posto a base d’asta della precedente gara del 2013, sulla base di elementi sostanzialmente non omogenei sotto una pluralità di aspetti».
Ciò posto la sentenza precisa altresì che la previsione della lex specialis che indichi un prezzo a base d’asta identico a quello della identica gara precedentemente bandita integra le caratteristiche della clausola immediatamente escludente, impugnabile, come tale anche dagli operatori economici che non abbiano presentato domanda di partecipazione alla procedura, giacché rientra a pieno titolo tra le c.d. clausole escludenti, che impedire in modo macroscopico ovvero di rendere estremamente ed inutilmente difficoltoso ad un operatore economico di formulare un’offerta corretta, adeguata e consapevole.
La pronuncia del Consiglio di Stato

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12/12/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Ponte Morandi, cinque indagati per le barriere fonoassorbenti

Maurizio Caprino e Raoul de Forcade

La Guardia di Finanza effettua nuove perquisizioni negli uffici di Autostrade, Pavimental e Spea

Aperto un nuovo filone d’inchiesta, con cinque indagati, sulle autostrade liguri. Nel mirino le barriere fonoassorbenti poste sulla rete di Autostrade per l’Italia (Aspi), già al centro anni fa di una denuncia del testimone Gennaro Ciliberto. Intanto, sui viadotti sono stati fatti controlli straordinari.

L’attività sulle barriere antirumore in A12, coordinata dalla Procura di Genova col supporto della Guardia di finanza, scaturisce sempre dall’inchiesta sul crollo del Ponte Morandi. Dall’esame dell’ingente documentazione sequestrata, fanno sapere i finanzieri, «sono emersi elementi indiziari in ordine a criticità sulla sicurezza delle barriere integrate modello “Integautos”, con specifico riferimento a quelle del primo tronco autostradale (cioè la rete ligure che fa capo ad Aspi, ndr), ove sono stati registrati anche alcuni sinistri». Sono barriere integrate: fungono sia da guard-rail sia da antirumore, quindi richiedono un montaggio più accurato del solito.

Già dieci anni fa erano state denunciate da Ciliberto (tra le altre cose) carenze di montaggio sulla Tangenziale di Napoli, ma si trattava di barriere con funzione solo antirumore.

Ieri la Gdf ha eseguito nuove perquisizioni e sequestri negli uffici di Aspi e delle consociate Spea Engineering e Pavimental, alla ricerca di documenti tecnici (quali progetti, relazioni di calcolo, collaudi, omologazione dei materiali e così via) e amministrativo-contabili (attinenti all’inquadramento economico e contrattuale).

Quest’ultimo aspetto è rilevante soprattutto perché la convenzione Stato-Aspi prevede premi (sotto forma di aumenti tariffari) per il montaggio di barriere antirumore.

Sono cinque, a quanto risulta, le persone indagate nell’ambito del nuovo filone: si tratta di ex manager e dirigenti di Aspi e Spea. L’accusa è di frode in pubbliche forniture e attentato alla sicurezza dei trasporti. L’indagine, a quanto si apprende, è partita da alcuni parziali cedimenti dei pannelli sull’A12.

Sui viadotti, ieri si è appreso che la settimana scorsa i gestori delle autostrade liguri sono stati convocati dall’ufficio territoriale del Mit per presentare una mappa delle opere di loro competenza e tra il 4 e il 6 dicembre sono state eseguite ispezioni straordinarie. Una dimostrazione che non è ancora operativo l’Ainop, il maxi-archivio voluto dal precedente ministro, Danilo Toninelli, col decreto Genova. C’è anche questo alla base della polemica tra Toninelli e Alfredo Principio Mortellaro, direttore dimissionario dalla direzione della nuova agenzia Ansfisa per la sicurezza di strade e ferrovie, a causa dell’impossibilità di renderla operativa. Toninelli, rispondendo alle accuse rivoltegli da Mortellaro lunedì su Report, ha addebitato a lui lo stallo dell’agenzia. Il dirigente ha replicato citando le comunicazioni ufficiali di sollecito che ha inviato all’allora ministro da marzo a luglio. © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

12/12/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Oltre il Ppp: anche nel facility management urbano si può applicare l’«Outcome Based Contract»

Veronica Vecchi (*) e Niccolò Cusumano (*)

Nei contesti urbani lo strumento dell’Obc consente di eliminare diseconomie e ridurre i costi umani

Secondo uno studio della Commissione Europea pubblicato nel 2019 il trasporto su strada in Italia genera dei costi sociali – esternalità negative – pari a 120 miliardi di euro, circa il 7% del prodotto interno lordo. Le principali diseconomie sono attribuibili ai costi legati alla congestione e agli incidenti che valgono circa 37 miliardi di euro ciascuno, seguono i costi legati all’inquinamento acustico (16 miliardi), al cambiamento climatico indotto (11 miliardi), all’inquinamento dell’aria (10,5 miliardi), all’estrazione e produzione di energia per alimentare gli autoveicoli, cosiddetto well to tank, e ai danni sull’habitat naturale.
In termini di vite umane, dati Istat mostrano che nel 2018 è morta sulla strada quasi una persona al giorno (3.428 morti), di cui quasi la metà (42%) su strade urbane. I feriti ammontano, invece, a circa 240mila di cui il 70% su strade urbane. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms, 2019). Gli incidenti stradali sono l’ottava causa di morte al mondo e la prima nella fascia di età 5-29. Ogni anno a livello globale muoiono più persone per incidenti stradali rispetto a malattie quali HIV/AIDS e tubercolosi.
Secondo le stime dell’Agenzia Europea dell’Ambiente (EEA) nel 2018 in tutti gli Stati UE ci sono stati quasi mezzo milione di morti premature nel 2015 a causa dell’esposizione a PM2.5, O3 e NO2. Per l’Italia, la più recente valutazione da parte dell’EEA ha calcolato 60.600 morti premature causate da PM2.5, 20.500 per NO2, e 3.200 da O3 nel 2015 (EEA, 2018). Questi risultati confermano quanto dimostrato da un precedente studio italiano (Scarinzi et al, 2013) che ha esaminato 2.246.448 ricoveri ospedalieri urgenti per cause naturali di pazienti residenti e ricoverati. Nel periodo 2006-2010, lo studio rivela, con riferimento a 25 città italiane, il perdurare di un impatto notevole dell’inquinamento sulla morbidità cardiaca per cause ischemiche e per scompenso cardiaco, e sulla morbidità respiratoria, in particolare sulla patologia asmatica. Sono colpiti in modo particolare i bambini (fascia di età 0-14 anni). L’esposizione a rumore eccessivo, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, può comportare malattie cardiovascolari, come le coronopatie e l’ipertensione.
Si stima inoltre che ogni decibel (dB) in più oltre un limite giudicato non nocivo di 50-55dB comporti una diminuzione del valore delle abitazioni di circa 0,5%. Se è vero che negli ultimi vent’anni si sono registrati notevoli progressi – i morti per incidenti stradali sono calati del 53% dal 2000, i feriti del 33%, le emissioni inquinanti degli autoveicoli sono calate di oltre due terzi dal 1990, l’approvazione del regolamento europeo 540/2014 ha imposto nuovi limiti alla rumorosità di auto e camion – molto, come si vede dai dati iniziali resta da fare e, cosa più preoccupante, i miglioramenti sembrano essersi fermati. Questo richiede nuove misure e nuove modalità, specie in ambito urbano dove la popolazione è maggiormente esposta agli effetti nocivi del traffico. Fino ad oggi ci si è concentrati, infatti su misure tecniche – per ridurre ad esempio le emissioni inquinanti dei gas di scarico, migliorassero la sicurezza delle autovetture – o sui comportamenti alla guida – introduzione di limiti di velocità più stringenti, inasprimento delle sanzioni, campagne di comunicazione.
Un ambito che ha visto minore attenzione è stato quello della strada come infrastruttura fisica. Gli studi in materia sono concordi, sebbene con intensità diverse, nell’evidenziare che la strada abbia un impatto in termini di emissioni inquinanti, rumorosità e di sicurezza. È quindi corretto domandarsi se si stia facendo abbastanza sotto questo aspetto e, nel caso, come si potrebbe fare meglio. Si tratta, in altri termini, di comprendere se le Amministrazioni stiano investendo a sufficienza e soprattutto se le scarse risorse disponibili siano allocate in modo efficiente ed efficace. Poiché è a livello urbano che si hanno maggiori costi sociali legati al traffico, lo studio di SDA Bocconi si è concentrato sull’efficienza ed efficacia della spesa delle amministrazioni comunali per la gestione del facility management urbano, partendo dalle manutenzioni delle strade. Per comprendere quanto gli enti locali spendono si sono analizzate le voci di uscita per funzione (COFOG), così come classificate da ISTAT, riguardo alla spesa per trasporti, servizi di polizia, protezione dell’ambiente escludendo le voci riconducibili al sovvenzionamento del trasporto pubblico locale.
Dagli ultimi dati disponibili, risulta che nel 2017 le Amministrazioni locali abbiano speso complessivamente 9,6 miliardi di euro in queste voci, circa 158 euro ad abitante. Complessivamente la spesa risulta essere sostanzialmente sui livelli del 2007. Tuttavia, se si guardano i dati dal 2007 ad oggi, la spesa per investimenti è calata del 43% e la spesa per la riduzione dell’inquinamento del 23%. Pertanto, è evidente che a causa del blocco degli investimenti le amministrazioni non riescono a ottimizzare la spesa per la gestione del facility management urbano in quanto l’obsolescenza degli asset impone una spesa crescente per garantire livelli qualitativamente inferiori di servizio. Secondo i dati raccolti dalla Commissione Europea (2019) la spesa nazionale per investimenti e manutenzioni della rete stradale, ad esclusione delle autostrade, ammontava nel 2017 a 18 miliardi di euro. Si tratta di circa 34.000 €/km corretti per potere di acquisto, il 22% in più del dato mediano europeo.
Dal punto di vista dell’efficienza della spesa non esistono delle evidenze empiriche che quantifichino l’eventuale “spreco”. Da un punto di vista manageriale appare, tuttavia, chiaro, che oggi la gestione di questa infrastruttura strategica manchi spesso di una governance unitaria, sia interna che esterna all’amministrazione comunale. Internamente, spesso prevale una gestione a canne d’organo, per cui diversi settori comunali intervengono sovente senza coordinarsi tra loro (es. lavori pubblici, urbanistica, mobilità e trasporti, polizia locale, ambiente). Esternamente, non si ha un vero coordinamento tra gli interventi programmati dal comune con quelli delle società che gestiscono le reti (distribuzione gas, energia elettrica, acqua, telecomunicazioni, illuminazione pubblica, teleriscaldamento). Questo, inevitabilmente, può condurre a una frammentazione degli interventi o peggio a ridondanze, con conseguente incremento della spesa che potrebbe essere diversamente allocata. Oltre alla misallocazione di risorse, queste attività contribuiscono in modo non indifferente a maggiore inquinamento acustico e atmosferico e alla congestione della rete.
Per comprendere a livello urbano l’entità dei costi sociali associati all’utilizzo della strada è stata fatta una simulazione su una città di medie-grandi dimensioni, utilizzando la metodologia della Commissione Europa (Update of the handbook on external costs of transport 2014). La città, analizzata in modo anonimo, ha un bacino di circa 400.000 abitanti, con una media di 2.000 incidenti all’anno e un bilancio di circa 25 morti e 2.500 feriti (fonte dati pubblici del comune analizzato). Il costo sociale di questi eventi ammonta a circa 114 milioni di euro per la collettività. Il costo delle emissioni inquinanti da trasporti in quest’area urbana ammonta a circa 60 milioni di euro. Valutando l’inquinamento rumoroso alla luce dei dati sulla popolazione esposta si ottiene un costo di circa 81 milioni di euro. I costi della congestione o di una inefficiente gestione della sosta su strada sono difficilmente calcolabili in quanto non sono interamente pubblici i dati sul traffico, basti pensare però che il costo orario del ritardo per gli spostamenti urbani è di 12,8€/h per viaggi di lavoro e di 5,9€/h per motivi personali a cittadino (EC, 2019). Il totale dei costi sociali dovuti a esternalità negative del traffico ammonta quindi per una singola città di queste dimensioni a circa 250 milioni di euro. Di questi possono considerarsi ricollegabili alla qualità dell’infrastruttura circa 108 milioni di euro in via conservativa.
L’amministrazione comunale presa come esempio spende circa 14 milioni di euro annui per il servizio esternalizzato di facility management urbano (gestione segnaletica, neve e per lavori di manutenzione stradale). La spesa complessiva desumibile dalla contabilità analitica, inclusi i costi del personale, per voci riferibili alla gestione strade indicano circa 75 milioni di euro sostenuti nel solo 2018. Ipotizzando che una gestione più efficace di questi servizi, supportata dall’impiego di una Piattaforma Digitale che metta in relazione i Big Data convogliati dalla Smart City anche attraverso tecnologie IoT, comporti anche solo il 2% di riduzione delle esternalità si otterrebbe un risparmio sociale di circa 2 milioni di euro annui. Si tratta comunque di un risparmio sul costo economico, che è spesso considerato un costo teorico e comunque non rilevante nel bilancio di un ente locale, in quanto pertiene all’efficacia del servizio.
Dal punto di vista dell’efficienza gestionale e degli impatti finanziari sul bilancio dell’ente locale, una migliore gestione del facility management urbano potrebbe portare, per esempio: a ridurre il costo di liquidazione dei sinistri: esperienze nazionali dimostrano che sia possibile ridurre gli importi liquidati, per pagamento della franchigia, del 90% a fronte di una migliore gestione e monitoraggio del patrimonio stradale); a coordinare meglio con gli altri stakeholder gli interventi di scavo/ripristino operati sul manto stradale (ogni scavo costa tra i 2.000€ e i 4.000€ a seconda della tipologia di manto stradale, ipotizzando circa 1.000 scavi annui svolti da società concessionarie dei servizi a rete, escluse gli interventi straordinari per posa di nuove reti di telecomunicazione, una riduzione del 20% per miglior programmazione porterebbe a una riduzione dei costi pari a circa 600.000 annui); a ottimizzare la riscossione delle contravvenzioni (oggi mediamente solo il 50% delle multe accertate vengono riscosse nell’anno di competenza) o ridurne il costo di gestione (oggi per ogni tre euro incassati due sono spesi in gestione della pratica), liberando quindi risorse importanti da investire per migliorare la sicurezza, promuovere forme di trasporto sostenibili, ridurre l’inquinamento rumoroso.
La Commissione Europea, con il supporto della Banca Europea per gli Investimenti, sta promuovendo contratti outcome-based, in luogo delle forme tradizionali di gestione di un servizio. Si tratta di forme contrattuali nate nell’ambito di un nuovo paradigma teorico relativo all’evoluzione del ruolo della PA, che sta progressivamente sostituendo o innovando il New Public Management (NPM), che diede vita negli anni novanta a molte innovazioni manageriali che hanno consentito un rinnovamento dei modelli di gestione dei servizi pubblici. Questo nuovo paradigma prende il nome di New Public Governance (NPG) o Public Value (PV) e si fonda sulla necessaria collaborazione tra pubblico e privato per conseguire non solo maggior efficienza (mantra del NPM) ma anche maggior efficacia, vero focus di questo nuovo paradigma emergente. Tra l’altro questo paradigma non si fonda solo sulla necessità di trovare nuovi modelli di gestione dei servizi che consentano di rispondere ai bisogni sempre più diversificati dei cittadini, in un contesto di risorse sempre più scarse, ma anche nell’evoluzione del ruolo del privato nell’economia e nella società. Da questo punto di vista vanno compresi, stimolati e catturati quei modelli strategici che si stanno diffondendo nel mercato basati sui concetti dell’impact investing, dello shared value creation, del total societal impact.
I contratti outcome-based potrebbero rappresentare una risposta concreta per catturare contrattualmente nel rapporto comune-fornitore di servizi il valore sociale generato da un nuovo modello di facility management urbano. Da un punto di vista operativo, un’amministrazione comunale potrebbe corrispondere all’operatore economico selezionato per l’implementazione di un outcome-based contract lo stesso importo previsto a budget per interventi tradizionali (per esempio il canone corrisposto in un appalto tradizionale) e una premialità per il conseguimento di risparmi sociali. Considerando le ristrettezze finanziarie delle amministrazioni, queste premialità potrebbero essere finanziate con le efficienze gestionali generate dall’operatore economico stesso, per esempio con i risparmi sul personale interno, sui premi assicurativi e sugli importi liquidati sotto franchigia per sinistri o sulla riduzione del divario tra multe per infrazioni stradali accertate e liquidate, al netto dei costi di riscossione. Va considerato che una migliore gestione delle infrastrutture urbane dovrebbe comportare anche minori multe, tuttavia il divario tra accertato e riscosso rimane un problema per molte amministrazioni.
Questi contratti non generano benefici solo da un punto di vista microeconomico, ma sono significativi anche per gli impatti macroeconomici. Infatti, l’investimento iniziale sostenuto dall’operatore economico potrebbe essere finanziato da investitori di lungo termine, che investono i capitali di fondi pensioni e assicurazioni, ovvero i capitali dei cittadini. In Italia, a fronte di un debito pubblico del 132% su PIL la ricchezza privata ammonta al 200% del PIL, che oggi è alla ricerca di rendimenti adeguati in considerazione del trend di tassi quasi-zero dei titoli obbligazionari pubblici. Mobilitare questi capitali in una pipeline di contratti in grado di generare maggiori benefici sociali ha quindi un duplice effetto, di breve termine legato alla possibilità di migliorare la qualità del servizio pubblico per i cittadini, e di medio/lungo termine legato alla possibilità di garantire adeguati rendimenti a questi cittadini, che sono quindi beneficiari e investitori al tempo stesso di un servizio pubblico migliore.
L’implementazione di questi contratti richiede tuttavia una maggior visione da parte degli amministratori locali e dei dirigenti pubblici, che spesso preferiscono soluzioni tradizionali in quanto percepite come più semplici e meno rischiose. L’adozione e la diffusione di questi contratti impone quindi uno stimolo da parte del policy maker nazionale e soprattutto un “endorsement” da quelle istituzioni che sono sempre più percepite come freno all’innovazione, quali Corte dei Conti ed Anac. In realtà, il freno principale sono le competenze e soprattutto una lontananza sempre maggiore tra assetti istituzionali e organizzativi delle amministrazioni e la società.
Lo schema di sintesi dello studio
(*) Associate professor of Practice Sda Bocconi School of Management
Terzo di tre articoli sugli outcome-based contracts, realizzati in collaborazione con Sda Bocconi per discutere come implementare dal punto di vista giuridico questi contratti e individuare possibili ambiti di applicazione in Italia.

Il primo articolo è stato pubblicato il 20 novembre 2019
Il secondo articolo è stato pubblicato il 3 dicembre 2019

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12/12/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Torino-Lione, riparte il cantiere: a Chiomonte lavori dal 2020

Filomena Greco

Via libera all’intervento per nicchie d’interscambio alla Maddalena. Tunnel di base: entro aprile le offerte delle imprese per i lotti in Francia

Torna a riunirsi a Torino dopo quasi un anno la Cig, Conferenza intergovernativa costituita da Italia e Francia per seguire progettazione e lavori della Torino-Lione. Mentre oggi a Parigi un cda di Telt – società italo-francese responsabile della realizzazione della tratta internazionale dell’opera – darà il via libera all’invio dei capitolati alle aziende che si sono candidate per realizzare lo scavo del tunnel di base in territorio francese e che avranno tempo fino al 17 aprile per presentare le offerte. In totale, lavori per 2,3 miliardi che dovrebbero partire entro la fine del 2020. La stessa procedura – gli Avis de Marches – è in corso anche per il fronte italiano dei lavori – valore pari a un miliardo – sebbene con un disallineamento di circa tre mesi. In totale sono un centinaio le aziende in corsa per aggiudicarsi i lavori. In Francia si lavora nel cantiere di Saint Martin La Porte e in altre due località mentre in Italia si tornerà a scavare a partire dalle prossime settimane. A fare il punto nella sede della Regione Piemonte è il direttore generale di Telt Mario Virano che ha confermato l’avvio di una nuova fase di lavori all’interno del tunnel della Maddalena di Chiomonte: «Telt autorizzerà la firma del contratto per realizzare all’interno della galleria geognostica 23 nicchie, un lavoro che vale circa 40 milioni». Si tratta di un intervento necessario a realizzare spazi di interscambio per i mezzi all’interno della galleria di sette chilometri e mezzo scavata in Valsusa: diventerà il cantiere principale per i futuri lavori di scavo del tunnel di base sul territorio italiano.
Lavori e ritardi
«Per l’Europa il corridoio mediterraneo resta una priorità, a questo punto è necessario accelerare». L’appello arriva dalla coordinatrice dell’Unione europea per il Corridoio mediterraneo, Iveta Radičová, che ha partecipato alla Cig di Torino. «Sulla Torino-Lione – sottolinea – si sono già accumulati ritardi per 18 mesi, bisogna recuperare, vogliamo sia pronta per il 2030». La posizione politica dell’Europa a sostegno delle infrastrutture di collegamento non è cambiata, assicura Radičová: Bisogna puntare sulla realizzazione di questi corridoi per spostare il trasporto su ferro, un tema che si affianca a quello del Green Deal. «L’Europa – aggiunge – ha grandi differenze e discrepanze e la risposta non è la chiusura dei confini ma piuttosto aumentare la capacita di movimento di merci, persone e capitali».In Francia, sono in corso lavori per circa 750 milioni, spiega Virano. Si scava per il prolungamento del tunnel di Saint Martin La Porte, che rappresenta di fatto i primi nove chilometri del tunnel di base. Si sta poi realizzando la tranchée couverte, la galleria artificiale che rappresenterà l’imbocco del futuro tunnel di base, inoltre si lavora costruire i pozzi di ventilazione in località Avrieux, infine si sta attrezzando la stazione di Saint Jean de Maurienne in vista della futura destinazione a polo intermodale. In Italia si tornerà a scavare a inizio 2020 per realizzare le 23 nicchie nel tunnel della Maddalena, inoltre Sitaf, gestore dell’A32, per conto di Telt ha bandito la gara da oltre 60 milioni per realizzare lo svincolo di Chiomonte mentre il prossimo passo sarà la gara per realizzare l’autoporto di Susa. Assegnata invece la direzione lavori sulla tratta italiana del tunnel di base, ad aggiudicarsi il lotto da venti milioni è stato un raggruppamento di imprese italo-svizzero-francese.
Le compensazioni
Sul tema delle compensazioni per i cantieri entra in campo la Regione Piemonte, con il presidente Alberto Cirio che annuncia la costituzione di un Comitato di pilotaggio sulla Torino-Lione, come previsto dalla legge regionale del 2011 (la numero 4). Sullo sfondo, l’empasse dell’Osservatorio sulla Torino-Lione che con la scadenza dell’incarico a Paolo Foietta, ex commissario di Governo per la Torino-Lione, di fatto è fermo da febbraio scorso. «La mancanza di un organismo operativo blocca le procedure per selezionare e finanziare i progetti da realizzare con i fondi per le compensazioni» sottolinea Cirio. La Regione chiederà a Governo, comuni e area metropolitana di indicare un rappresentante con l’obiettivo di avere un tavolo operativo già nel mese di gennaio.Sul piatto ci sono risorse per un centinaio di milioni, 32 dei quali già stanziati da parte dell’Esecutivo e soltanto un milione e mezzo è stato finora erogato. «Di fronte all’inerzia del Governo – dice Cirio polemico – abbiamo deciso di intervenire, la Regione è disponibile anche ad anticipare questi fondi ai Comuni con il contributo della Bei o di Cassa Depositi e Prestiti». Sul tavolo della Commissione intergovernativa anche il tema della sicurezza del tunnel del Frejus destinato, come anticipa Foietta, a dimezzare – da 91 a 45 treni al giorno – la sua capacità proprio per motivi di sicurezza. Un anno fa i francesi hanno chiesto alla Cig di fare un audit per verificare le condizioni di sicurezza e le anticipazioni dello studio, consegnate ieri, vanno in questa direzione. «Abbiamo chiesto che il Comitato di sicurezza notifichi l’esito alle ferrovie italiane e francesi entro il 15 gennaio – spiega Foietta – dopodiché le limitazioni diventeranno operative. Oggi, rispetto ad una capacità massima di 91 treni al giorno, ne passano 46, 30 merci e 16 passeggeri. Con l’attuale traffico, la linea arriva al massimo livello di saturazione».

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