Rassegna stampa 04 dicembre 2019

04/12/2019 – Brescia Oggi

A2A accelera nelle energie rinnovabili

L’ UTILITY. La quotata, tramite una controllata, sigla l’ accordo con Talesun»: svilupperà progetti fotovoltaici per 1 GW
Impianti senza incentivi Camerano: «Confermiamo la strategia, modificando il nostro mix produttivo»
A2A prosegue nel suo cammino green e ribadisce la volontà di crescita nel settore delle rinnovabili e nel ruolo di operatore attivo nella transizione energetica. Un impegno ribadito all’ operazione ufficializzata dal gruppo quotato in Borsa, presieduto da Giovanni Valotti e guidato dall’ amministratore delegato Luca Valerio Camerano. Attraverso la controllata A2A Rinnovabili è stato siglato un accordo con il gruppo cinese Talesun: prevede l’ acquisizione di una pipeline (linea) di sviluppo di progetti fotovoltaici per una capacità totale di circa 1 Gigawatt. Contempla la realizzazione di impianti senza incentivi e consente all’ utility di accelerare nel piano di decarbonizzazione e rinnovamento della capacità di generazione. Questo accordo – che segue le acquisizioni di impianti fotovoltaici avvenute in precedenza in Trentino Alto Adige, Piemonte, Lombardia, Emilia-Romagna, Toscana, Lazio, Abruzzo, Marche, Puglia, Campania, Calabria, Sicilia e Sardegna per una capacità installata di circa 100 Megawatt – consentirà al gruppo A2A «di posizionarsi fra i primi operatori del settore in Italia», sottolinea un comunicato. Un ulteriore passo avanti sul fronte dello sviluppo del fotovoltaico, inoltre, sarà compiuto nei primi mesi del 2020, quando la quotata avvierà la costruzione, nel territorio della provincia di Foggia, del primo impianto «market parity» di grande dimensione del gruppo e tra i primi in Italia. «La costruzione del primo impianto senza incentivi e un portafoglio molto significativo di opportunità future nel solare conferma la direzione strategica di modifica del mix produttivo verso soluzioni nel settore delle rinnovabili – ha sottolineato l’ amministratore delegato di A2A, Luca Valerio Camerano -. E consente di valorizzare alcune competenze chiave nel gruppo, come la gestione del portafoglio produzione e la base clienti». Con una potenza complessiva di circa 10 MW, l’ impianto sarà orientato alla sperimentazione di nuove tecnologie e di sistemi di stoccaggio «utility scale» per il supporto alla rete. Il nuovo annuncio di A2A segue a breve distanza quello relativo all’ ingresso del gruppo nel network internazionale «Circular Economy 100» (CE100) della Fondazione Ellen MacArthur: riunisce imprese, istituzioni, governi, amministrazioni cittadine, università e innovatori emergenti in un circuito dedicato alla condivisione di conoscenze ed esperienze. © RIPRODUZIONE RISERVATA.

04/12/2019 – Giornale di Brescia

Fotovoltaico, A2A sigla accordo con la cinese Talesun

MILANO. Un’ operazione che ribadisce la volontà del gruppo di crescere nel settore delle rinnovabili e contestualmente nel ruolo di operatore attivo nella transizione energetica. A2A ha siglato, attraverso la controllata A2A Rinnovabili, un accordo col gruppo Talesun, che prevede l’ acquisizione di una pipeline di sviluppo di progetti fotovoltaici per un totale di 1.000 MW. In sostanza, un’ operazione che permetterà la realizzazione di impianti senza incentivi e che consente ad A2A di accelerare nel piano di decarbonizzazione e rinnovamento della capacità di generazione. Un’ operazione che secondo le stime molto attendibili potrebbe generare investimen ti per mezzo miliardo di euro e che inevitabilmente interesserà anche il territorio lombardo. L’ accordo siglato con il Talesun segue peraltro le acquisizioni di impianti fotovoltaici da parte di A2A in Trentino Alto Adige, Piemonte, Lombardia, Emilia-Romagna, Toscana, Lazio, Abruzzo, Marche, Puglia, Campania, Calabria, Sicilia e Sardegna per circa 100 MW e consentirà dunque alla «nostra» multiutility di posizionarsi fra i primi operatori del settore in Italia. La strategia. Un ulteriore passo avanti nel fotovoltaico verrà compiuto da A2A nei primi mesi del 2020, quando avvierà la costruzione in provincia di Foggia del primo impianto «market parity» di grande dimensione del gruppo e tra i primi in Italia, con potenza complessiva di circa 10 MW, per la sperimentazione di nuove tecnologie e di sistemi di stoccaggio «utility scale» per il supporto alla rete. «La costruzione del primo impianto senza incentivi ed un portafoglio molto significativo di opportunità future nel solare conferma la direzione strategica di modifica del mix produttivo verso soluzioni nel settore delle rinnovabili – ha affermato Valerio Camerano, amministratore delegato di A2A – e consente di valorizzare alcune competenze chiave nel nostro Gruppo come la gestione del portafoglio produzione e la base clienti». //

04/12/2019 – La Provincia di Lecco
Lario reti gas annuncia un piano d’ investimenti per quattro milioni

Multiutility La società ha inaugurato la nuova sede L’ ad di Acsm-Agam Paolo Soldani: «I presidi di Lecco sono per noi molto importanti, il gruppo ha 120 addetti»
Taglio del nastro per la nuova sede di Lario reti gas, la società lecchese che si occupa della distribuzione di oltre 170 milioni di metri cubi di gas naturale all’ anno, servendo 80mila utenze in 36 comuni, grazie a una rete di 810 chilometri di tubi. Presidi importanti Il nuovo insediamento si sviluppa su 4mila metri quadri in via Belfiore 34, andando a recuperare una parte dell’ ex area industriale dismessa della Tognetti. Lario reti gas da un anno fa parte del gruppo Acsm Agam, la multiutility che ha aggregato le società del settore gas delle province di Lecco, Como, Monza, Sondrio e Varese. «Questa nuova sede e l’ acquisto degli uffici di via Amendola – spiega Paolo Soldani, amministratore delegato di Acsm-Agam – sono la riprova che per noi i presidi di Lecco sono importantissimi. In questo territorio per il nostro gruppo lavorano 120 persone nella distribuzione e vendita del gas. Una sede bella e funzionale come questa, per un territorio dove abbiamo portato avanti investimenti importanti e altri ne faremo, con altri 4 milioni di euro». Gruppo forte A guidare Lario reti gas, realtà da 15milioni di euro di fatturato e una quarantina di dipendenti, in questi anni è stato il presidente uscente Maurizio Crippa: «Fra un mese scadrà il mio incarico, quindi voglio esprimere la soddisfazione di aver lavorato con l’ amministratore delegato Giancarlo Benedetti, un vero condottiero, e con un gruppo forte come questo, un gruppo che con il proprio lavoro ha dato la possibilità all’ azienda di investire e quindi di essere utile alla comunità locale». Lario Reti Gas, infatti, confluirà, insieme alle società proprietarie delle reti di gas ed elettricità nelle altre province presenti nella multiutility (per Como anche idriche), nella nuova “LeReti”, realtà sempre parte del gruppo Acsm-Agam. Soddisfatto il sindaco di Lecco, Virginio Brivio: «C’ è un sentimento di soddisfazione, per un’ area della città che in questo modo viene parzialmente recuperata, con un risultato estremamente importante. La ex Tognetti è stata rilevata dal fallimento ed è già completamente bonificata. Inoltre la proprietà provvederà alla sistemazione dei marciapiedi entro l’ inizio del nuovo anno. Lario Reti Gas subentra in un primo lotto, con un contratto di affitto con riscatto. Sulle altre parti ci saranno presto sviluppi. La bonifica dell’ amianto era per noi la priorità, vista la presenza anche di scuole nelle vicinanze». Stefano Scaccabarozzi

04/12/2019 – La Repubblica
Utilities, Enel e Italgas alla campagna di Grecia Puntano alle reti di gas e luce

L’ e nergia
Si aggiungono a Snam e Fs che hanno già vinto le gare indette da Atene
MILANO – Dopo Ferrovie dello Stato e Snam, anche Italgas è pronta a sbarcare in Grecia. Secondo fonti finanziarie la società italiana – che ha come socio di riferimento la Cassa Depositi Prestiti – è una delle favorite nella gara per la privatizzazione dell’ azienda che gestisce la rete locale del gas in tutta la penisola ellenica. Nel piano di privatizzazioni imposto alla Grecia dalla “Troika” dopo il salvataggio dei conti pubblici, il governo di Atene ha messo in vendita il 65% di Depa Infrastrucuture, la società che distribuisce il metano in tutto il paese. E giusto per iniziare a prendere confidenza con il mercato greco, Italgas avrebbe già raggiunto un accordo preliminare con Eni per rilevare il 49% di Eda Thess, azienda che gestisce la rete locale delle regioni della Tessaglia e attorno a Salonicco, nel Nord del paese. Italgas – fanno notare gli analisti – è un candidato naturale per almeno due motivi. Intanto per le dimensioni, visto che con i suoi 4,47 miliardi di capitalizzazione di Borsa è il terzo operatore del settore a livello europeo. Poi c’ è un motivo geopolitico: per la vicinanza e per i buoni rapporti tra i due governi, le aziende pubbliche italiane sono state protagoniste di questa stagione di privatizzazioni. In particolare del settore delle utility energetiche, ma non solo. La prima operazione è stata messa a segno dalle Ferrovie dello Stato: nel luglio del 2016, Fs spa hanno preso il controllo di Treinose, l’ azienda che gestisce la rete ferroviaria della Grecia. Una rete limitata, ma che ha nel suo perimetro una delle tratte più importanti d’ Europa: la linea Atene-Salonicco. È l’ equivalente della nostra Milano- Roma, visto che collega la capitale politica del paese – nonché la città di gran lunga più popolosa – con il centro economico della Grecia. Nel 2018 è stata la volta di Snam: a capo di un consorzio di cui controlla il 60% delle quote, la società che è tra i leader europei nella gestione di reti del gas, ha rilevato il 66% di Desfa, l’ operatore nazionale del settore, per una cifra pari a 535 milioni di euro. Una acquisizione che non ha solo un valore industriale ma anche strategico: dalla Grecia passa il Tap, il gasdotto che porterà in Italia e da qui in tutta l’ Unione Europea il gas in arrivo dall’ Arzebaijan e di cui Snam è uno dei soci. Per completare l’ elenco delle utility italiane protagoniste nella stagione delle privatizzazioni di Atene bisogna poi aggiungere il gruppo Enel. L’ ex monopolista, dopo aver inaugurato nell’ ottobre scorso il più grande impianto eolico del paese, è in gara per il 50% di Hedmo, la società che distribuisce l’ elettricità in tutta la Grecia, che ha un valore attorno ai 3,5 miliardi (con un fatturato di 710 milioni). Enel se la dovrà vedere con i francesi di Edf e uno dei colossi pubblici cinesi. Anche in questo caso, l’ operazione ha un valore strategico, visto che Italia e Grecia sono unite da un elettrodotto gestito dal gruppo Terna. Quest’ ultimo ha partecipato alla gara per la privatizzazione della rete elettrica greca, ma è stata sconfitta dal colosso cinese State Grid. ©RIPRODUZIONE RISERVATA. DI LUCA PAGNI

04/12/2019 – Il Messaggero
Autonomia, l’ altolà di M5S e Italia Viva: «Serve più tempo, no in Cdm domani»

IL RETROSCENA ROMA Nel Vietnam quotidiano del governo rosso-giallo, assieme al Fondo salva Stati e alla prescrizione, rischia di finire stritolata anche la riforma dell’ autonomia differenziata. Luigi Di Maio e Matteo Renzi vogliono imporre una brusca frenata alla legge quadro che il ministro agli Affari regionali, il dem Francesco Boccia, ha depositato a palazzo Chigi in vista della riunione di governo di domani. Eppure, durate l’ intera giornata, erano arrivati messaggi rassicuranti dai 5Stelle: «Nessuna contrarietà all’ autonomia, solo qualche perplessità di alcuni parlamentari come Lezzi, Gallo e Giarrusso. La riforma di Boccia infatti non penalizza il Sud». In serata, invece, è arrivato lo stop su input di Di Maio, impegnato ormai quotidianamente nel tentativo di far saltare i nervi al Pd: «L’ accelerazione è eccessiva. Il Movimento chiede un surplus di approfondimento per capire e ragionare meglio sul testo». Non molto diversa la linea di Italia Viva. I renziani non scandiscono un no scolpito sulla pietra, ma avanzano un’ obiezione di metodo. «Il tema è delicatissimo e importantissimo», dice il coordinatore Ettore Rosato, «eppure ancora non ci è stato mostrato alcun documento». E aggiunge il vicecapogruppo alla Camera, Luigi Marattin: «La questione va approfondita molto bene, non è pensabile che un provvedimento che potenzialmente potrebbe cambiare la storia del federalismo vada subito in Consiglio dei ministri. L’ istruttoria deve essere meditata». Nonostante la doppia frenata, Boccia è convinto di riuscire a convincere gli alleati a dire sì alla legge quadro. Se non nel Consiglio dei ministri di domani, in quello della prossima settimana. Anche perché né i grillini, né i renziani avanzano controproposte o obiezioni di merito. LE RASSICURAZIONI L’ occasione per provare a sbloccare la situazione sarà il vertice di oggi tra l’ esponente dem e i capigruppo della maggioranza. Nell’ incontro Boccia, che ha già incassato il sì delle Regioni, spiegherà che «il Parlamento avrà tutto il tempo per intervenire ed eventualmente migliorare il testo». E, soprattutto, garantirà che nella riforma «non c’ è alcuna penalizzazione del Sud»: «Grazie ai Lep, i livelli essenziali delle prestazioni, a tutte le Regioni verranno assicurate prestazioni adeguate su sanità, trasporti locali, assistenza e istruzione professionale». Al contrario dell’ approccio leghista, infatti, il ministro del Pd ha inserito nella riforma anche l’ articolo 119 della Costituzione. Quello, appunto, che definisce la perequazione tra le aree più o meno sviluppate del Paese. «Io non ho mai chiesto di forzare, non avrei mai violato le regole», spiega Boccia, «se ci sono le condizioni e c’ è l’ unanimità si porterà avanti la legge quadro secondo i meccanismi che decideranno tutti i gruppi parlamentari». Ancora: «Nella nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza ho assunto un impegno che ci sarebbe stato un collegato alla manovra economica chiamato disposizioni per l’ attuazione dell’ autonomia differenziata ed è quello che sto facendo nei tempi previsti, ossia dicembre. Dal 2 gennaio per quanto mi riguarda possiamo andare in Parlamento. Il problema è che la «riforma dal basso», cioè partendo dal confronto con i governatori, rischia di andare a sbattere contro il muro alzato da Renzi e da Di Maio. I due appaiono intenzionati a voler negare al Pd un successo sul fronte da cui è uscito sconfitto Matteo Salvini durante l’ era del governo giallo-verde. E proprio a causa della contrarietà dei 5Stelle, preoccupati dalle ripercussioni che l’ autonomia di marca leghista e dunque a trazione nordista, avrebbe avuto sulle Regioni meridionali. Ripercussioni che Boccia, proprio grazie all’ attenzione al tema della perequazione, ha sventato. «Ma, come dimostra lo scontro sul Fondo salva Stati, per i populisti conta la propaganda, non la realtà», sospirano nel quartier generale dem del Nazareno. Segue postilla: «La pazienza ha un limite». Alberto Gentili © RIPRODUZIONE RISERVATA.

 

04/12/2019 – Italia Oggi
Al via task force per tagliare gli oneri amministrativi

Una commissione presso la Funzione pubblica per lo snellimento degli oneri amministrativi. Con un particolare focus sulle norme in materia di trasparenza e prevenzione della corruzione. L’ insediamento della nuova task force, presieduta dal professor Bernardo Giorgio Mattarella, è stato tenuto a battesimo ieri dal ministro della pubblica amministrazione Fabiana Dadone. Sarà un organo a costo zero, visto che i 17 componenti della commissione lavoreranno a titolo gratuito, con un obiettivo ambizioso e spesso rimasto una pia intenzione di tutti i governi: semplificare la legislazione mettendo ordine nella foresta di norme che spesso si accavallano creando confusione e difficoltà applicative. «Anche una normativa lodevole, come quella sull’ anticorruzione, si è tradotta negli anni in adempimenti burocratici molto pesanti per gli enti», ha osservato il ministro. La commissione avrà il compito di fare una ricognizione del quadro delle regole e di proporre interventi per un concreto snellimento, soprattutto sul versante degli oneri amministrativi. «I commissari dovranno anche studiare i risultati della consultazione pubblica su trasparenza e anticorruzione che lanceremo a brevissimo», ha anticipato Dadone. Tra i componenti della commissione ci sarà anche un rappresentante dei piccoli comuni (Vito Burgio, segretario comunale di Bene Vagienna e Sommariva del Bosco in provincia di Cuneo). Una presenza non casuale, ha spiegato il ministro. «Ho voluto che sedesse al tavolo anche un responsabile del piano anticorruzione proveniente da un piccolo comune. Chi lavora ogni giorno con queste norme, deve poter dire la propria opinione sulla traduzione della teoria in pratica. I responsabili dei Piani per la prevenzione della corruzione si mettono ogni giorno le mani nei capelli e senza una vera semplificazione non esisterà mai reale trasparenza e sarà sempre facile aggirare la legalità». © Riproduzione riservata.

04/12/2019 – Il Sole 24 Ore
Così la Cdp può acquisire partecipazionie ridurre il debito statale

Nel corso degli ultimi decenni – e specialmente a partire dagli anni ’90 del secolo scorso – molti Paesi (tra cui l’ Italia) hanno in varie forme operato privatizzazioni. Lo hanno fatto prima trasformando in società per azioni le grandi imprese di Stato e poi cedendone le azioni, direttamente sul mercato o in alternativa concentrandole in società miste pubblico-privato, comunque qualificabili come market unit. Sabino Cassese e Giulio Tremonti Le ragioni alla base di questi processi sono state molteplici, ma due le principali: la ricerca di una maggiore efficienza, all’ interno di un mercato europeo che prima si integrava Europa su Europa e poi via via si globalizzava; il vincolo europeo posto per la riduzione dei debiti pubblici. Costituita alla metà dell’ 800 e trasformata di recente in società per azioni, la Cassa Depositi e Prestiti è stata fin dall’ origine, ed è oggi un efficiente canale di trasmissione dal risparmio privato all’ investimento pubblico. Qui di seguito se ne ricostruisce molto brevemente la storia e si indicano possibili ulteriori azioni, per incrementarne l’ efficienza, per una ulteriore riduzione del debito pubblico, per una addizionale canalizzazione del risparmio previdenziale verso gli investimenti. Cdp, cosa è stata e che cosa è oggi Dalla seconda metà dell’ ‘800, e fino al 2003, pur mutando nella sua forma giuridica, CDP ha sistematicamente svolto la funzione essenziale cui fin dal principio era stata assegnata, quella di canalizzare verso il finanziamento degli enti pubblici locali la raccolta dei capitali ed, in specie, la raccolta postale. Nel 2003, CDP è stata trasformata in società per azioni e, congiuntamente, con l’ ingresso di soci privati, è uscita dal perimetro della pubblica amministrazione, configurandosi come una market unit. Le ragioni per operare questa trasformazione-riforma sono state essenzialmente tre: a) su scala prima europea e poi globale venivano ad essere via via sempre più evidenti, crescenti e pressanti tanto la integrazione quanto la competizione economica. Ciò portava i governi europei a dotarsi, a loro volta, di strumenti economici sempre più efficienti; b) in parallelo, si facevano via via sempre più stringenti i vincoli imposti, alle finanze nazionali, dalle regole contabili europee. Ciò portava quasi tutti i governi europei a ricercare, pur nel rispetto delle regole contabili europee, strumenti alternativi per una gestione “flessibile” dei loro conti pubblici; c) nel caso specifico dell’ Italia, l’ esigenza di dotare il paese di strumenti di mercato assegnati alla funzione di promozione internazionale dell’ economia nazionale. Dati questi obiettivi, l’ orientamento espresso per la trasformazione-riforma di CDP fu verso un modello che fosse quanto più prossimo possibile ai principali modelli europei: quello tedesco della Kredit für Wirtschaft (KFW); quello francese della Caisse des Dépôts et Consignations. La trasformazione-riforma di CDP fu conseguentemente operata: a) prima con la sua incorporazione nel tipo civilistico della S.p.A.; b) poi con l’ apertura del suo capitale a soggetti privati. Dato questo obiettivo strategico, l’ alternativa per l’ apertura del capitale sociale di CDP era tra le tre seguenti ipotesi: a) apertura al “mercato finanziario”; b) apertura agli Enti e/o alle Casse attivi nel campo previdenziale; c) apertura alle Fondazioni di origine bancaria; La scelta fu infine operata verso le Fondazioni di origine bancaria. Una scelta adottata per tre ragioni: perché questi erano (e sono) soggetti privati; perché, rafforzandoli, si sarebbe almeno pro tempore stabilizzato il sistema bancario italiano; infine perché, potendo contare sull’ aspettativa di rendimenti significativi e stabili le Fondazioni avrebbero garantito od incrementato il loro ruolo sociale sui territori, ruolo questo che era allora e che è ancora positivamente tipico delle Fondazioni. Trascorso più di un decennio, periodo nel quale sono tra l’ altro compresi gli anni (2008-2009) in cui CDP S.p.A. ha svolto una essenziale funzione anticrisi, oggi si può concludere che la sua struttura istituzionale e statutaria ha con efficienza assicurato un pieno equilibro tra il suo status di market unit e la funzione pubblica cui era stata ed è assegnata. È anche in questi termini che, al servizio della Repubblica, oggi si può ipotizzare un nuovo ulteriore sviluppo della sua missione. Che cosa oggi può ancora fare Oggi l’ azione di CDP S.p.A. può essere sviluppata verso due obiettivi essenziali: a) apertura di una terza via, tra privato e pubblico, che combini insieme, ed al più alto grado possibile di efficienza, la logica privata e la logica di assicurare adeguati presidi pubblici; b) ulteriore riduzione dello stock di debito pubblico. Dati questi due obiettivi, è possibile ipotizzarne il congiunto raggiungimento nei termini che seguono: A) come premesso, una politica di privatizzazione di partecipazioni societarie mirata alla riduzione del debito pubblico può essere operata non solo via mercato, ma anche via CDP S.p.A. La natura di market unit, propria di CDP S.p.A., natura particolare ma pur sempre propria di soggetto privato, non ha infatti escluso finora, e non esclude in assoluto ulteriori possibili riduzioni del debito pubblico generate da ulteriori privatizzazioni operate a condizioni di mercato via CDP S.p.A.; La privatizzazione via CDP, a condizioni di mercato, e nei limiti derivanti dalla sua qualifica come market unit, produce in effetti i seguenti effetti positivi: a) concentrando il controllo in un soggetto come CDP S.p.A., si semplificano i problemi di golden rule relativi alle società privatizzate, garantendo il mantenimento in capo al MEF di adeguati presidi di controllo indiretto sulle partecipazioni trasferite, nonché la possibilità, proprio tramite il controllo indiretto, di esercitare i poteri dell’ azionista nella definizione degli indirizzi strategici; b) assicura autonomia di gestione a CDP S.p.A. Soluzione, questa, che è funzionale a garantire la stabilità dell’ azionariato e a perseguire obiettivi di lungo periodo, ad esempio nel caso di asset strategici di rilevanza nazionale; c) assicura sia le entrate derivanti dalla alienazione che quelle derivanti dai flussi di dividendi che arriverebbero tramite CDP S.p.A.; B) non è questa la sede per identificare e calcolare le operazioni di privatizzazione operabili via CDP S.p.A. Ma è ragionevole supporre che l’ obiettivo europeo di riduzione del debito pubblico possa essere raggiunto prospettandone un piano di riduzione graduale e progressivo, e perciò realistico proprio perché effettivamente realizzabile attraverso la CDP S.p.A. Dal lato del bilancio pubblico, il calcolo degli effetti che ne deriverebbe va operato tanto dal lato dello stock, quanto dal lato dei flussi. Dal lato dello stock non ci sono dubbi possibili in ordine agli effetti: il debito pubblico scende in funzione diretta dell’ importo incassato via cessioni. Dal lato dei flussi è certo vero che (i) a fronte del risparmio per interessi (oggi tra l’ altro bassi) conseguenti al minore onere per debito, (ii) si realizza una perdita, da calcolare in funzione dei minori dividendi (questi oggi relativamente elevati), (iii) ma è anche certo che gli stessi dividendi possono essere recuperati, in quota significativa e in tempo reale, sotto forma di maggiori dividendi distribuiti da CDP S.p.A. (questi per un importo che va oggi solo calcolato al netto della quota minoritaria di pertinenza delle Fondazioni di origine bancaria, che peraltro investirebbero sul territorio e nel sociale i maggiori dividendi così di loro spettanza); C) per quanto riguarda le modalità di finanziamento delle operazioni di trasferimento di partecipazioni in CDP S.p.A., le principali soluzioni in concreto individuabili sono le seguenti: (i) mezzi propri, a questo fine eventualmente utilizzando anche il risparmio postale, come consentito dalla normativa di riferimento relativa all’ acquisto di partecipazioni strategiche o all’ acquisto, già perfezionato nel 2012, di SACE, SIMEST e Fintecna; (ii) se necessario, previo rafforzamento patrimoniale (ad esempio, tramite conferimenti in aumento di capitale ovvero tramite apertura del capitale di CDP S.p.A. a soggetti terzi); (iii) altre forme tecniche, quali, ad esempio, operazioni miste cassa-aumento di capitale, ovvero finanziamento tramite emissione da parte di CDP S.p.A. di titoli subordinati o azioni prive di diritto di voto; D) una ipotesi che, in aggiunta, potrebbe essere considerata è quella di un’ estensione della base azionaria di CDP S.p.A. ai soggetti del cosiddetto secondo pilastro previdenziale. Tra questi rientrano in specie i fondi pensione che, a differenza degli Enti e delle Casse previdenziali, sono al di fuori dal perimetro PA. Soprattutto si noti che questa ipotesi potrebbe avere un rilievo positivo eccezionale, non solo perché accentuerebbe il carattere di mercato dell’ operazione, ma anche perché avvierebbe la rimozione del differenziale negativo che, rispetto agli altri, caratterizza il capitalismo italiano. L’ apertura di questo canale potrebbe essere la linea su cui tracciare il percorso futuro di CDP S.p.A., per una sua ancor più ampia missione al servizio della Repubblica; E) dopo le necessarie verifiche industriali, aziendali, economico-finanziarie e così via, è comunque quasi certo, e comunque consigliabile, che nel realizzare nuove privatizzazioni, l’ immissione nel contenitore CDP S.p.A. di nuovi contenuti, costituiti da nuove e/o diverse e/o eterogenee partecipazioni azionarie, renda necessaria la ristrutturazione del c.d. parteciprogramma di CDP S.p.A., per differenziarlo da quello tipico di una conglomerata. Non a caso, la razionalizzazione del portafoglio delle partecipazioni di CDP S.p.A. è uno dei punti qualificanti del Piano Industriale 2019-2021. L’ operazione qui ipotizzata potrebbe in specie costituire occasione per un ridisegno complessivo delle strutture azionarie sottostanti a CDP S.p.A. E questa riorganizzazione potrebbe essere sviluppata non solo in senso verticale, ridefinendo il rapporto tra CDP S.p.A. e partecipate, ma anche in senso orizzontale, ridefinendo il rapporto tra le varie partecipate attuali e future (fusioni, incorporazioni, etc.). Lo sviluppo sostanziale dell’ operazione qui in oggetto rende consigliabile, dato che questo è un punto potenzialmente critico, evitare l’ attuale scissione e/o divisione, tra MEF e CDP S.p.A., scissione tra i diritti di proprietà (titolarità delle azioni e dei dividendi) ed i diritti di governance (poteri decisionali in merito a nomine e indirizzi) delle partecipazioni trasferite. Va infine notato, a questo proposito, che evitare la scissione e/o divisione risponde all’ esigenza, da un lato di confermare che le operazioni di cessione di partecipazioni a CDP S.p.A. siano da considerare, specialmente a livello europeo, “vendite effettive”, utili alla riduzione del debito; dall’ altro lato, di assicurare che, tramite la governance “pubblica” di CDP S.p.A., questa assicuri una gestione coordinata e sinergica, anche in ottica industriale, delle partecipazioni trasferite. © RIPRODUZIONE RISERVATA.Sabino Cassese e Giulio Tremonti

04/12/2019 – Il Fatto Quotidiano
Tesoro e Palazzo Chigi, la furbata per blindare il presidente Consip

Il guaio. Non essendo più dipendente del Mef, Catalano avrebbe dovuto dimettersi. Ma nei palazzi romani hanno trovato il modo di tenerlo lì affidandogli un “incarico di studi”. Il rischio di contenziosi
È noto che in tema di nomine nelle società pubbliche la legge si applica ai nemici e si interpreta per gli amici. Ma stavolta è pure peggio, perché viene aggirata, con tutti i rischi del caso. Ci si riferisce all’ escamotage studiato per lasciare al suo posto Renato Catalano, presidente della Consip, la centrale acquisti della pubblica amministrazione. Sembra incredibile, ma in Italia si può presiedere una gigante statale anche solo perché non ci sono incarichi alternativi considerati all’ altezza. L’ ultimo guaioper la Consip, già travolta dalle inchieste di Roma e Napoli che hanno coinvolto gli ex vertici ed esponenti del Giglio magico renziano, inizia il 21 ottobre scorso. Il neo ministro dell’ Economia Roberto Gualtieri esercita il cosiddetto spoil system confermando solo tre dei quattro capi dipartimento del Tesoro. A perdere il posto è proprio Catalano, fino ad allora alla guida degli Affari generali e personale del ministero. A via XX Settembre ci era arrivato grazie all’ ex ministro Giovanni Tria che, appena insediato, a fine luglio 2018 lo ha chiamato dalla presidenza del Consiglio, dove Catalano ricopriva l’ incarico di dirigente generale. Palazzo Chigi lo ha volentieri distaccato temporaneamente al Tesoro. Quattro mesi dopo, contro la volontà di Lega e M5S , Tria lo ha nominato presidente della Consip. La norma che ha permesso a Catalano di ricoprire quel ruolo, è la stessa che ora ne imporrebbe la decadenza. Secondo il decreto legge sulla spending review voluto dal governo Monti nel 2012 (il numero 95), infatti, il presidente della Consip dev’ essere un “dipendente dell’ amministrazione economico-finanziaria”, a differenza dell’ amministratore delegato, che può essere anche un esterno. E infatti il cda della società è composto da due dipendenti del Tesoro, Catalano e Ivana Guerrera, mentre l’ ad è Cristiano Cannarsa, esterno all’ amministrazione. Secondo la legge, quindi, Catalano avrebbe dovuto dimettersi dalla Consip il giorno dopo che Gualtieri lo ha fatto decadere dal ministero, cioè dal 21 ottobre, e rientrare a Palazzo Chigi. Non è una cosa insolita. Per lo stesso motivo, in passato sono decaduti diversi presidenti della centrale acquisti: da Giuseppina Baffi (2012-2014) a Luigi Ferrara (2014-2015) a Roberto Basso (2017-2018), senza che nessuno sollevasse obiezioni. Invece da ottobre le amministrazioni coinvolte hanno cercato di fare di tutto per lasciare Catalano lì dov’ è. La soluzione l’ hanno trovata il 15 novembre scorso, quando la Presidenza del Consiglio, rappresentata dal segretario generale Roberto Chieppa, e il ministero dell’ Economia, nella persona di Gualtieri, sottoscrivono un “protocollo d’ intesa” su Catalano, per aggirare le norme e non farlo decadere. Attraverso il protocollo, palazzo Chigi assegna temporaneamente Catalano al ministero dell’ Economia “per lo svolgimento di attività di studio, approfondimento e ricerca nel settore dei contratti pubblici, nonché per la prosecuzione nella carica di presidente della Consip”. Il protocollo è un capolavoro. Per prima cosa assegna Calatano alla Scuola nazionale dell’ amministrazione (Sna), istituzione che si occupa di formare gli alti dirigenti di Palazzo Chigi e presieduta dal suo sponsor Tria. La scelta nasce dal fatto che si intende “realizzare uno specifico focus di ricerca, analisi di studio e formazione sul tema dei contratti pubblici, con particolare riferimento, tra l’ altro, ai benefici e alle criticità del ricorso a centrali di committenza”, come è appunto la Consip. E siccome “il settore dei contratti pubblici può rappresentare un volano di sviluppo” per il Paese, ed “è interesse del Tesoro continuare ad avvalersi” di Catalano in Consip, “ruolo che gli consente di avere una visione privilegiata e qualificata nell’ ambito della contrattualistica pubblica”, Palazzo Chigi lo assegna temporaneamente al ministero di Gualtieri in qualità di studioso. Per svolgere questa ricerca Catalano riceverà 103.925 euro e ogni due mesi dovrà relazionare la sua amministrazione di provenienza sui progressi ottenuti. E per questa attività “assicurerà una disponibilità pari alla metà del proprio impegno lavorativo complessivo”. Secondo il Tesoro il protocollo è sufficiente ad aggirare i vincoli di legge, che imporrebbero invece a Catalano di dimettersi, come accaduto ai predecessori, permettendogli di restare in Consip fino alla scadenza del mandato, cioè fino alla primavera 2020. In molti, sia al ministero sia nella Spa pubblica hanno storto il naso di fronte al capolavoro burocratico, mai visto prima, che potenzialmente espone la centrale acquisti della Pubblica amministrazione al rischio di contenziosi. Catalano, infatti, non compare nell’ organigramma del Tesoro, di cui formalmente non è un dipendente, e c’ è il rischio che le delibere del cda della Consip possano essere impugnate per illegittima composizione dell’ organo deliberante, con il risultato di paralizzare l’ azione della società. Perché esporsi a un tale rischio? Nessuno lo sa. La tecnostruttura ministeriale lo ha sempre considerato un intruso e infatti è l’ unico capo dipartimento non confermato da Gualtieri. A Palazzo Chigi, sostengono i maligni, non sono riusciti a trovargli un incarico considerato all’ altezza. E così è arrivato il risarcimento, infiocchettato dalla pressante necessità di dover studiare il settore dei contratti pubblici. E poco importa dei rischi che ne conseguono. Carlo Di Foggia

04/12/2019 – Italia Oggi
Subappalti con il rischio di liquidità

Appalto con subappalto a rischio liquidità. Questa sembra essere una delle conclusioni che si può trarre dalla lettura dell’ emendamento approvato dalla commissione finanze, all’ art. 4 del dl 124/2019, con cui si riformula la disciplina delle ritenute e compensazioni in appalti e sub-appalti. La disposizione. L’ art. 4 dl 124/2019, introduce (a decorrere dal 1° gennaio 2020) una serie di obblighi e responsabilità tra committente, appaltatori, subappaltatori e affidatari per le ritenute Irpef da versare nei confronti dei lavoratori direttamente impiegati per l’ esecuzione delle opere o dei servizi oggetto del contratto. A fronte dell’ attuale versione contenuta nel decreto legge, gli emendamenti approvati dalla commissione finanze, prevedono una profonda revisione di tale istituto, finalizzata ad alleggerire oneri documentali e adempimenti comunicativi . La nuova versione. L’ emendamento in questione prevede per l’ impresa subappaltatrice un duplice obbligo informativo: viene infatti stabilito che tali soggetti devono trasmettere sia agli appaltatori che ai committenti le deleghe di pagamento relative alle ritenute del mese precedente versate per i lavoratori direttamente impiegati nell’ opera, insieme all’ elenco degli stessi identificati per codice fiscale, con il dettaglio ore e l’ ammontare della retribuzione corrisposta al singolo dipendente per l’ opera affidata dal committente. Qualora tale obbligo non venga rispettato, oppure vi sia un carente/omesso versamento di ritenute, il committente ha il diritto di trattenere i corrispettivi dovuti all’ impresa appaltatrice fino a concorrenza del 20% del valore complessivo dell’ opera (con il limite di quanto non versato). Il rischio. La disposizione appena citata ha una formulazione dubbia nei casi in cui il soggetto inadempiente sia il subappaltatore. Si ipotizzi il caso in cui un siffatto soggetto non proceda al versamento delle ritenute dovute rientranti nella previsione dell’ art. 4. Stante la formulazione letterale della norma, in questo caso, il committente avrebbe diritto di trattenere i corrispettivi dovuti all’ appaltatore anche qualora l’ inadempimento non sia a lui imputabile, ma si riferisca ad un suo subappaltatore. Si deve evidenziare che questa lettura della disposizione appare essere estremamente penalizzante, oltre al fatto che nella sostanza «demoltiplica» il limite di euro 200.000 annui per singola impresa, andando cioè a colpire un appaltatore, anche nei casi in cui il subappaltatore debba eseguire lavori per poche migliaia di euro. La certificazione. Un’ altra questione che merita di essere approfondita concerne la possibilità di sottrarsi agli obblighi di comunicazione delle ritenute versate e dei correlati elenchi informativi, rilasciando un’ apposita certificazione. Ci si chiede cosa succeda qualora vi sia un appaltatore e più subappaltatori, alcuni dei quali non hanno maturato i requisiti richiesti dalla certificazione. Le alternative possibili sembrano essere due: la prima prevede che i soli subappaltatori che non possono consegnare la certificazione, saranno comunque soggetti per intero alla disciplina dell’ art. 4. L’ altra soluzione è che nessuno dei soggetti coinvolti possa sottrarsi agli obblighi di comunicazione deleghe e informazioni. Tale ultima interpretazione sembra eccessivamente penalizzante e andrebbe anche al di là dello spirito della norma (che è quello di evitare l’ omesso versamento di ritenute fiscali sul lavoro dipendente), con il risultato che così si avrebbero, anche per gli appaltatori «virtuosi», degli obblighi ulteriori ai quali non è possibile sottrarsi, in virtù della mancanza di requisiti di un soggetto terzo (il subappaltatore). © Riproduzione riservata.

04/12/2019 – Italia Oggi
Super Durc dribbla gli obblighi

MANOVRA 2020/ Nel nuovo art. 4 attività in regola con il fisco per almeno tre anni
Requisiti complicati sul monitoraggio dell’ impresa
Un nuovo documento di regolarità fiscale e contributiva riservato a una élite di imprese, una sorta di super Durc, farà totalmente venir meno gli obblighi del cosiddetto reverse charge per appalti e subappalti introdotti con il decreto fiscale 2020. In realtà, grazie agli emendamenti approvati in fase di conversione del dl fiscale (dl 124 del 26 ottobre 2019), l’ articolo 4 del decreto che appunto introduceva questa nuova e tortuosa disciplina ha preso totalmente la struttura di «reverse» obbligando però il committente, in caso di contratti di appalto, subappalto o affidamento a soggetti consorziati con importi superiori a 200.000 euro, a una articolata e complessa verifica circa i corretti adempimenti relativi al versamento delle ritenute dei lavoratori delle imprese prestatrici. Il nuovo super certificato di regolarità. Un super Durc con due requisiti difficilmente raggiungibili monitorerà la regolarità delle imprese appaltatrici e subappaltatrici dal punto di vista sia fiscale sia contributivo fungendo da esimente ai nuovi obblighi di verifica stabiliti per i committenti. Come indicato nel ridefinito comma 5 dell’ articolo 4 del dl 124/2019 infatti gli obblighi suddetti non troveranno applicazione se le imprese appaltatrici comunicheranno al committente, allegando questa nuova certificazione, la sussistenza a due requisiti: 1) devono risultare in attività da almeno tre anni, essere in regola con gli obblighi dichiarativi e aver eseguito nel corso dei periodi d’ imposta cui si riferiscono le dichiarazioni dei redditi presentate nell’ ultimo triennio complessivi versamenti registrati nel conto fiscale per un importo non inferiore al 10% dell’ ammontare dei ricavi o compensi risultanti dalle dichiarazioni medesime; 2) non devono avere iscrizioni a ruolo o accertamenti esecutivi o avvisi di addebito affidati agli agenti della riscossione relativi alle imposte sui redditi, all’ imposta regionale sulle attività produttive, alle ritenute e ai contributi previdenziali per importi superiori a euro 50.000, per i quali i termini di pagamento siano scaduti e siano ancora dovuti pagamenti o non siano in essere provvedimenti di sospensione. Le disposizioni non si applicano per le somme oggetto di piani di rateazione per i quali non sia intervenuta decadenza. Non tanto il punto 2 quanto il punto 1, di fatto, però taglierà fuori dalla possibilità di ottenere la certificazione un elevatissimo numero di imprese. Oltre infatti a tutte le entità neocostituite o «nate» da meno di tre anni, la seconda parte del punto vincolando i così definiti «versamenti in conto fiscale» non ai debiti d’ imposta risultanti dai dichiarativi ma in maniera illogica ai ricavi, renderà impossibile l’ ottenimento del certificato a tutte le imprese in perdita, a quelle «basso margine» o con reddito imponibile inferiore a circa il 35% dei ricavi. L’ esempio è semplice: fatto 100 euro l’ ammontare dei ricavi, per rispettare i requisiti del punto 1 l’ impresa dovrà versare almeno 10 euro di imposte e per farlo, considerata l’ incidenza di Ires e Irap pari a circa il 30%, dovrà avere in media nel triennio un reddito imponibile di circa 35 euro; di conseguenza, salvo variazioni fiscali in aumento, otterranno la certificazione solo imprese con costi non superiori al 65% dei ricavi e/o con un utile al netto delle imposte minimo pari al circa il 25% dei ricavi stessi. Come richiedere il super Durc. Come disciplinato dal comma 6 dell’ articolo 4 del decreto, a decorrere dalla data di applicazione della presente disposizione, la certificazione sarà messa a disposizione delle singole imprese dall’ Agenzia delle entrate e ha validità di quattro mesi dalla data del rilascio. © Riproduzione riservata.

 

04/12/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Regolamento appalti, parola agli operatori (ma la chiusura del testo rischia di slittare)

Massimo Frontera

Nel pomeriggio di giovedì 5 dicembre maxi-audizione “ecumenica” degli stakeholder a Porta Pia per le osservazioni sulla seconda versione del testo

Il 15 dicembre – termine fissato dalla ministra delle Infrastrutture, Paola De Micheli, per licenziare la bozza definitiva del regolamento attuativo del codice dei contratti – si avvicina rapidamente, ma il lavoro di “limatura” e di definizione del “nuovo” testo applicativo del codice è ancora aperto. Una nuova versione del testo – licenziata il 28 novembre scorso, che si compone di 273 articoli (contro i 256 articoli della precedente versione) – è stata comunicata alle varie categorie e rappresentanze di operatori interessati, principalmente imprese, professionisti, artigiani e società di engineering.
Insieme al testo, agli stakeholder è stata offerta l’opportunità di presentare delle osservazioni in una sorta di audizione collettiva. L’appuntamento è fissato per giovedì pomeriggio, 5 dicembre, presso il ministero delle Infrastrutture, nel parlamentino dei lavori pubblici. I tempi, come si diceva, sono abbastanza stretti. Il testo appare ancora lontano da una messa a punto, basti pensare che la seconda versione del testo conferma l’appalto integrato sul progetto di fattibilità (indicato nell’articolo che ha il nuovo numero di 144). A essere sotto pressione è in particolare la commissione guidata dal consigliere di Stato Raffaele Greco. Ma soprattutto, la condivisione ufficiale del testo con tutti gli operatori apre inevitabilmente la porta a un’autostrada di osservazioni e richieste di modifica con relativo corredo di pressing lobbistico, che appare veramente difficile poter gestire ed esaurire prima della pausa natalizia.
L’ultima versione della bozza di regolamento appalti conferma l’impianto del testo precedente, integrando un pacchetto di articoli dedicato ai servizi e alle forniture (“dimenticata” dalla precedente versione) e tenendo anche conto in modo specifico degli appalti affidati tramite piattaforme telematiche o simili strumenti elettronici.
La bozza della nuova versione del regolamento appalti

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04/12/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Ponte Morandi, il Tribunale del riesame di Genova contro Aspi: report falsi per risparmiare

Raoul de Forcade

Moody’s taglia il rating di Atlantia a «spazzatura»: Ba1, outlook negativo

I mancati controlli e manutenzioni sui viadotti autostradali non sono frutto di «mera sciatteria o generica inadeguatezza bensì della precisa volontà di rendere false attestazioni», guidata, in particolare, da «una logica di risparmio sui costi di manutenzione». E anche i controlli sul ponte Morandi «vennero esclusi da Spea tramite prescrizioni specifiche». A palesarlo è il tribunale del Riesame di Genova (presidente Massimo Cusatti, estensori Simonetta Colella e Cristina Dagnino), nelle motivazioni, depositate ieri, del provvedimento con il quale aveva accolto le richieste del Pm riguardo alle misure di interdizione per 10 manager e tecnici di Spea, in merito ai falsi report sui controlli. Secondo il Riesame, la volontà di rendere false attestazioni valeva «a tacitare le esigenze di formale controllo senza dare conto della realtà di una sostanziale diuturna omissione, almeno dal 2013, dei doverosi controlli interni per la ricordata inaccessibilità delle strutture cave, o viene da dire, per l’eccessiva onerosità del ricorso ai presidi tecnici di un’appaltatrice esterna con cui superarli».
Avere «riportato, anzi ricopiato, nei rapporti trimestrali i medesimi difetti e voti dei verbali precedenti accampando la giustificazione che non si poteva entrare nei cassoni – sottolineano i giudici – integra una condotta di falso, per di più falso estremamente pericoloso. È stata fornita una posticcia copertura a gravissime inerzie fonte di potenziali, rilevantissimi, pericoli per la sicurezza dei trasporti e l’incolumità pubblica». Il tribunale sottolinea poi che «Aspi e Spea, legate al gruppo Atlantia e pertanto ai medesimi interessi della società controllante, paiono proiettati a una logica di risparmio sui costi di manutenzione per trasmettere l’immagine di efficienza della rete evitando sia impegnativi interventi di manutenzione sia drastiche decisioni dell’organo pubblico di controllo, come la chiusura di tratti autostradali».Anche «in pieno svolgimento delle indagini e dopo gli avvisi di garanzia – rileva il Riesame – si registrano comportamenti allarmanti in quanto non solo idonei a ostacolare attività istruttorie, ma anche rivelatori di personalità del tutto scevre dalla presa di consapevolezza della estrema gravità delle condotte tenute – pur dopo il crollo del viadotto Polcevera – e del tutto inaffidabili».
Riguardo ai viadotti Bisagno e Veilino, si legge, «le relazioni trimestrali registrano ammaloramenti e correlate votazioni estremamente ripetitivi nel corso del tempo anche a distanza di anni e anche da parte di ispettori diversi». In alcuni casi «si modifica un difetto o un ammaloramento senza cambiare il voto». Gli ispettori sentiti dagli investigatori hanno «ammesso espressamente di essersi limitati a riportare i numeri delle precedenti relazioni». Per i giudici le condotte contestate vanno «dalla deviata qualificazione della natura degli interventi, alla disinvolta attribuzione dei voti circa i difetti delle opere ammalorate, fino alla radicale omissione di ispezioni significative finendo sostanzialmente per occultare situazioni potenzialmente e concretamente pericolose per la viabilità e la sicurezza pubblica». Il tribunale parla di reati «gravi, commessi con ripetizione nel tempo, anche dopo il crollo del viadotto Polcevera, a dimostrazione» di «allarmante indifferenza» alle normative. Intanto Moody’s ha tagliato il rating di Atlantia a Ba1 e ad Aspi a Baa3, con outlook negativo. Autostrade, da parte sua, ha comunicato che si sono concluse con esiti positivi le prove di carico sui viadotti Fado e Pecetti della A26 e le risultanze sono state trasmesse al Mit.

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04/12/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Urbanistica Lombardia/1. Rigenerazione urbana, dal 14 dicembre in vigore la nuova legge regionale: tutte le novità

Federico Vanetti (*)

Le principali innovazioni della nuova norma recentemente pubblicata sul Bollettino regionale, in attesa delle successive tappe per il recepimento sul territorio dei singoli enti locali

La nuova legge regionale sulla rigenerazione urbana (n. 18/2019) entrerà in vigore il prossimo 14 dicembre, modificando e integrando la l.r. 12/2005 e la l.r. n. 31/2014, in anticipo rispetto alla pubblicazione del nuovo PGT di Milano (già definitivamente approvato), prevista tra dicembre e gennaio. Si sta, dunque, completando un importante processo di rinnovo normativo in Lombardia che dovrebbe portare ad un effettivo rilancio degli interventi di rigenerazione urbana sul territorio. Il termine “rigenerazione urbana” è sempre più utilizzato dagli operatori e dai rappresentanti della pubblica amministrazione come best practice per la trasformazione delle nostre città, ma non sempre tale definizione è accompagnata da un sistema di regole effettivamente efficaci per il raggiungimento degli obiettivi desiderati. Il tema della rigenerazione urbana è direttamente collegato al consumo di suolo (due facce della stessa medaglia) e strettamente connesso al fenomeno dei cambiamenti climatici. Gli effetti del consumo di suolo e del degrado urbano, infatti, sono sempre più evidenti a causa degli effetti climatici che molto spesso colpiscono i centri urbani o il territorio, creando danni sempre più gravi. La “rigenerazione urbana”, dunque, è lo strumento attraverso cui contenere il consumo di suolo e modernizzare il tessuto urbanizzato, ma non solo. Tale termine ormai deve essere concepito in senso più ampio così da abbracciare oltre il recupero del patrimonio edilizio, anche politiche sociali e modernizzazione dei servizi (smart city). Diverse Regioni sono già intervenute per agevolare i processi virtuosi, ma le nuove normative si sono rivelate spesso eccessivamente complicate, ovvero poco efficaci rispetto alle reali esigenze del mercato. Ciò doverosamente premesso, è bene procedere ad una prima analisi delle novità introdotte dalla l.r. 18/2019, strumento pensato per superare gli aspetti critici sopra descritti e per rilanciare un moderno sviluppo urbano in Lombardia.
La L.R. 18/2019: obiettivi, attuazione e novità
Gli obiettivi della nuova legge si pone (art. 1) sono chiaramente volti a ridurre il consumo di suolo (azione prioritaria), favorendo interventi di riuso di aree ed edifici, ma non solo. Tra le azioni prioritarie rientrano anche il miglioramento funzionale e paesaggistico del patrimonio edilizio, nonché quello socio economico della popolazione. Parte delle nuove disposizioni ha natura programmatica in quanto la concreta attuazione è demandata al Ptr, al recepimento da parte dei Comuni nei PGT e all’adozione di criteri o decisioni della Giunta regionale o dei Consiglio comunali che dovranno intervenire nei successivi mesi dall’entrata in vigore della legge. Si delineano comunque molte novità interessanti che – se correttamente attuate – potrebbero effettivamente innescare processi virtuosi non solo limitati a Milano (che sta già vivendo un momento di crescita importante) ma estesi a tutte le città satellite che, contrariamente al capoluogo, non riescono a rinnovarsi in modo strutturato. È infatti prevista la possibilità di promuovere una programmazione intercomunale con un coordinamento regionale che potrebbe non solo garantire una corretta applicazione dei principi di rigenerazione anche nei comuni di minori dimensioni o più periferici, ma consentire altresì di accedere più agevolmente ai finanziamenti regionali. Finanziamenti e accordi intercomunali potrebbero consentire un effettivo collegamento infrastrutturale tra il Capoluogo e gli altri Comuni. Si passano, dunque, in rassegna le principali novità introdotte dalla l.r. 18/2019.
A) Ambiti di rigenerazione
Ai Comuni è demandato il compito di individuare nel proprio territorio quelle aree o comparti che necessitino di interventi di rigenerazione. I PGT, quindi, dovranno individuare i c.d. “ambiti di rigenerazione” all’interno dei quali è possibile beneficiare di specifici incentivi volti a garantire un effettivo recupero sociale e funzionale del tessuto urbano, nonché un miglioramento dei relativi servizi e infrastrutture. Poiché il processo di adeguamento del PGT alla nuova legge potrebbe richiedere tempi mediamente lunghi, è comunque riconosciuta ai Comuni (anche tramite azioni partecipative) la possibilità di individuare preventivamente tali ambiti mediante specifica delibera di consiglio comunale, da adottarsi entro 6 mesi dall’entrata in vigore della norma in esame. Per gli ambiti di rigenerazione potranno essere previste procedure amministrative semplificate, incentivi per la realizzazione di aree verdi e servizi, usi temporanei e la possibilità di definire appositi studi di fattibilità urbanistica ed economico-finanziaria. Gli interventi connessi alle politiche di rigenerazione previste dai PGT possono ottenere premialità nell’ottenimento dei finanziamenti regionali, in particolare se riferiti al patrimonio pubblico e agli interventi di bonifica delle aree contaminate da parte dei soggetti non responsabili dell’inquinamento.
B) Incentivi e perequazione
La nuova legge regionale integra anche la disciplina sulla perequazione contenuta all’art. 11 della l.r. 12/05, introducendo la possibilità per i Comuni e gli enti territoriali di prevedere forme di perequazione intercomunale, con istituzione di un registro dei diritti edificatori a livello provinciale. Al fine di agevolare la creazione di parchi sovracomunali, è prevista la possibilità di attribuire alle aree destinate a tale funzione un incremento edificatorio del 20% da perequare entro i successivi 3 anni prioritariamente negli ambiti di rigenerazione comunali. L’incremento del 20% degli indici del PGT è altresì previsto per interventi sul patrimonio edilizio esistente, qualora tali interventi siano finalizzati, tra le altre cose, alla realizzazione di servizi abitativi pubblici e sociali, ovvero riducano i rischi sismici, di esondazioni, idraulico e idrogeologico, migliorino il contesto ambientale e paesaggistico con coperture a verde, prevedano interventi di miglioramento della mobilità o interventi di bonifica attuati da soggetti non responsabili. Per facilitare la realizzazione degli interventi sono altresì previste deroghe ed edilizie urbanistiche. Per i comuni sopra i 5.000 abitanti anche tali incrementi volumetrici sono commerciabili e, quindi, iscrivibili nei relativi registri. Questa tipologia di incentivo, tuttavia, non è cumulabile con altri incentivi previsti dai PGT e i Comuni possono anche restringere il campo di applicazione della norma attraverso l’esclusione di edifici o aree. Il sistema della perequazione ed in particolare a livello intercomunale, è sicuramente uno strumento interessante, ma necessita di una attenta disciplina e strategia comunale. Il tema degli aumenti volumetrici, infatti, è stato tra quelli più dibattuti (non a caso è riconosciuta ai Comuni la possibilità di limitarne l’applicazione) in quanto un eccessivo incremento volumetrico, non solo potrebbe portare ad utilizzi diseconomici (nuove bolle immobiliari), ma potrebbe anche vanificare il meccanismo perequativo che di per sé potrebbe risultare premiante per gli ambiti di rigenerazione (quali aree di atterraggio). Gli aumenti volumetrici, inoltre, aumentando la densità abitativa necessitano di un evidente potenziamento delle infrastrutture e dei servizi che è sicuramente oggetto di valutazione negli ambiti di trasformazione urbanistica, ma potrebbe risultare sottovalutato rispetto agli interventi di rigenerazione edilizia, soprattutto nei comuni meno infrastrutturati, che in ogni caso potrebbero beneficiare dei finanziamenti di legge.
C) Programmi Integrati di Intervento
Le modifiche riguardano anche i grandi progetti di sviluppo urbani assoggettati a PII, i quali possono essere attuati in modalità progressiva con atti di pianificazione di secondo livello che definiscano gli elementi di dettaglio. Tali interventi devono poi essere caratterizzati dal principio di indifferenziazione funzionale delle destinazioni d’uso. Entrambe le disposizioni possono trovare applicazione anche rispetto ai programmi già approvati o in corso di attuazione al momento dell’entrata in vigore della nuova legge, previo aggiornamento delle tavole. Le modifiche, invero, sono importanti non tanto per l’introduzione di novità vere e proprie (l’attuazione per fasi e l’indifferenziazione funzionale, invero, erano già possibili anche prima), quanto, invece, per il messaggio che trasmettono ai Comuni, ossia la necessità di programmare interventi flessibili nel tempo. L’attuazione di un programma urbanistico mediamente complesso richiede non meno di 10 anni, con la conseguenza che, con il passare degli anni, gli scenari di riferimento (economici, immobiliari, costruttivi, sociali) sono destinati a mutare più e più volte. Voler programmare in modo rigido lo sviluppo di comparti rilevanti significa bloccare tali sviluppi dopo pochi anni, in quanto incapaci di adeguarsi alle esigenze sopravvenute. L’attuazione programmatica per stralci con piani di secondo livello e la liberalizzazione delle funzioni ammesse, sono due strumenti che, di contro, consentono una maggior flessibilità e, quindi, un adeguamento – non stravolgimento – del progetto nel tempo, affinché lo stesso possa concretamente rispondere alle esigenze della città.
D) Recupero del patrimonio edilizio dismesso
La legge sulla rigenerazione urbana non poteva non considerare gli interventi di recupero del patrimonio esistente dismesso, a cui viene dedicato il nuovo art. 40 bis, inserito nella l.r. 12/2005. La nuova norma è direttamente applicabile agli edifici degradati o abbandonati già individuati dai Comuni nei propri strumenti urbanistici, ovvero a quelli che saranno individuati entro i primi 6 mesi dall’entrata in vigore della legge con delibera di consiglio comunale che recepisca anche eventuali istanze presentate dai privati. Decorsi i 6 mesi, tuttavia, i privati potranno beneficiare delle nuove previsioni anche senza la formale inclusione delle proprie aree negli strumenti urbanistici o nella citata delibera comunale, risultando sufficiente produrre una perizia asseverata giurata che dimostri la dismissione da oltre 5 anni, nonché le condizioni di degrado urbanistico e ambientale. L’individuazione di tali immobili comporta oneri e diritti. Da un lato, la proprietà deve avviare un intervento di recupero entro 3 anni dall’individuazione dell’immobile (notifica al proprietario), decorsi i quali il proprietario decade dai benefici previsti, il Comune provvede con formale diffida e, successivamente, ordina la demolizione dell’edificio esistente ovvero l’esecuzione degli interventi di recupero, pena l’esecuzione d’ufficio degli stessi. Dall’altro, chi avvia virtuosamente gli interventi di recupero può beneficiare di un incremento del 20% dei diritti edificatori derivanti dall’applicazione dell’indice di edificabilità massimo previsto o, se maggiore di quest’ultimo, della superficie lorda esistente. L’intervento, inoltre, potrebbe risultare esente dall’obbligo di reperimento delle dotazioni. Un ulteriore incremento edificatorio del 5% è previsto per gli interventi di deimpermeabilizzazione delle aree a favore del recupero di verde.
E) Riduzioni e aumenti del contributo di costruzione
Tra le novità di maggior rilievo rientrano sicuramente quelle apportate all’art. 43 della l.r. 12/2005, laddove è previsto che gli interventi di ristrutturazione urbanistica programmati negli ambiti di rigenerazione urbana beneficiano di una riduzione del contributo di costruzione pari al 50% dello stesso, salva la possibilità per i Comuni di prevedere una riduzione maggiore. Per gli altri interventi edilizi convenzionati o per gli interventi di recupero sul patrimonio edilizio esistente, i criteri di riduzione del contributo di costruzione saranno definiti mediante delibera di Giunta regionale e, quindi, dai Comuni, ferma restando la riduzione del 60% degli oneri di urbanizzazione per tutte le ristrutturazioni anche con demolizione e ricostruzione. In ogni caso, la norma individua già le finalità della riduzione, ossia favorire interventi di efficientamento energetico, riduzione del rischio sismico, idraulico e idrogeologico, riqualificazione ambientale e paesaggistica, bonifiche dei siti contaminati, miglioramento della mobilità. Di contro, la medesima disposizione contiene una espressa previsione disincentivante per nuovi interventi che consumino suolo, consistenti nell’incremento percentuale del contributo afferente il costo di costruzione. In particolare, è previsto un incremento tra il 30% e il 40% per gli interventi che consumano suolo agricolo esterni al TUC (percentuale ridotta al 20% se interni al TUC) e del 50% per interventi di logistica o autotrasporto, salvo che non siano ricadenti all’interno di aree di rigenerazione. La l.r. 18/2019, inoltre, prevede semplificazioni per i cambi d’uso tra funzioni urbane, con eccezione per la logistica e le grandi strutture di vendita.
F) Usi temporanei
Infine, merita menzione il nuovo articolo (51-bis) dedicato agli usi temporanei, intesi quale strumento volto ad attivare processi di recupero e valorizzazione di aree dismesse o sottoutilizzate. L’uso temporaneo è consentito previo convenzionamento con il Comune e può avere una durata di 3 anni prorogabile per ulteriori due, eventualmente accompagnato da titolo edilizio in caso di lavori. L’uso temporaneo, quindi, non è oneroso e non richiede il reperimento delle dotazioni di interesse pubblico o generale. Qualora, tuttavia, richieda interventi di urbanizzazione, gli stessi possono essere scomputati qualora funzionali anche al successivo intervento definitivo. Le novità nel loro complesso appaiono – perlomeno ad una prima lettura – sicuramente interessanti e potenzialmente idonee ad innescare processi rigenerativi anche di larga scala. Il successo futuro, comunque, dipenderà dalle modalità attuative che saranno concretamente adottate dalla Giunta regionale e dai Comuni. Rispetto a questi ultimi (soprattutto i Comuni periferici) la programmazione intercomunale potrebbe effettivamente innescare un processo rigenerativo se accompagnata da investimenti infrastrutturali che consentano una effettiva connessione con il territorio.
(*) Studio legale Dentons

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04/12/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Classifiche, i primi 100 costruttori, 150 società di ingegneria, 150 studi di architettura

a cura di Aldo Norsa

I dati di bilancio di 400 aziende (a cura di Guamari). Tra i costruttori 15 società in perdita, la produzione totale ha superato i 19 miliardi di euro

Pubblichiamo in anteprima le Classifiche 2019 complete, elaborate per la società di ricerca Guamari dall’autore con la collaborazione del dottor Stefano Vecchiarino, pubblicate a conclusione del Report 2019 on the Italian Construction, Architecture and Engineering Industry. Si tratta delle prime 100 imprese di costruzioni, 150 società di architettura (e design), 150 società di ingegneria. Le cui anticipazioni (limitate a 50 società per ogni categoria sono state pubblicate tra il 18 e il 28 ottobre).
Esse danno spunto all’incontro-dibattito odierno “Imprenditorialità e Centralità del Progetto” presso l’Aula Maggiore del Centro Congressi FAST a Milano. Si tratta delle consuete elaborazioni sulla base degli ultimi dati di bilancio disponibili (consultando il Registro Imprese) (in questo caso il 2018), una tradizione di “speciali classifiche” che Edilizia e Territorio ha mantenuto fin dal 1997.
Nel 2018 le prime 100 imprese italiane fatturano complessivamente 19,2 miliardi, con una crescita limitata al 2,1%, riducono l’ebitda del 3,3%, ma tornano in utile per 51,1 milioni di euro (dopo una perdita di 115 milioni del 2017).
Le prime 150 società di architettura sommano una cifra d’affari decisamente inferiore a quella dei tre comparti (394 milioni di euro, in aumento del 13,2%, con redditività migliorata del 14,8% (l’ebitda) e 39,8% (l’utile netto).
Infine il vertice dell’ingegneria (ancora le prime 150 società) vale 2,2 miliardi (ma non tutti fatturati nelle costruzioni), in crescita del 4,1% ma con ebitda e utili in calo rispettivamente del 15,1% e del 34%.
La Tp 100 Costruzioni
La Top 150 Architettura
La Top 150 Ingegneria

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04/12/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Taranto, il Tar blocca il nuovo ospedale da 161 milioni, gara da rifare per Invitalia

Domenico Palmiotti

Slitta l’apertura del cantiere:  i giudici hanno accolto il ricorso del secondo classificato Rti Research contro l’aggiudicatario Rti Debar

Resta per ora al palo uno dei progetti più importanti del Contratto istituzionale di sviluppo di Taranto: il nuovo ospedale “San Cataldo”. Arriva dal Tar di Lecce, infatti, il semaforo rosso per un progetto molto atteso, la cui ricaduta va al di là della costruzione del complesso se si considera che Taranto gioca sull’asse ambiente-salute-lavoro-industria la partita più importante per il suo futuro. I giudici amministrativi hanno infatti accolto il ricorso presentato dall’azienda seconda classificata (Rti Research) ed annullato la declaratoria di congruità dell’offerta del Rti Debar (che si era aggiudicato l’opera) e l’aggiudicazione definitiva. Conseguenza, slitta ancora l’avvio del cantiere. E accade non solo mentre il premier Giuseppe Conte invita i ministri a portare iniziative al “Cantiere Taranto” e annuncia per fine anno un decreto legge «in cui faremo confluire progetti per Taranto» perché «noi vogliamo restituire alla comunità tarantina un ristoro», ma anche a pochi giorni dal Tavolo istituzionale convocato il 18 dicembre in Prefettura dal ministro dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli.
Riunione che arriva dopo i vertici di aprile e giugno scorsi presieduti da Luigi Di Maio, allora vicepremier e a capo del Mise, e che fra l’altro ha all’ordine del giorno l’esame di proposte relative all’accelerazione della spesa del Contratto di sviluppo. Anche perché lo stop al nuovo ospedale conferma come lo sblocco di quanto già messo in pista (il Contratto ha una dotazione di oltre un miliardo tra fondi vecchi e nuovi ma la spesa effettuata sinora è ritenuta modesta) sia tra le priorità da affrontare. Ma perché è arrivato l’altolà del Tar?Un passo indietro. A maggio, il Rti Debar ha vinto l’appalto (centrale di committenza Invitalia, società del Mef) con un ribasso del 23 per cento. Opera con base d’asta 161 milioni, appaltata a 122. Il raggruppamento vincitore ha dichiarato che costruirà l’ospedale in un anno e 3 mesi anzichè in 3 anni e mezzo con un taglio di 860 giorni e questo ha determinato una premialità. In prima istanza, l’offerta venne ritenuta anomala e si decise di fare un approfondimento che poi si è chiuso con l’aggiudicazione definitiva. Adesso, a fronte del ricorso di Rti Research (la cui ammissione alla gara è stata annullata dai giudici), il Tar osserva che proprio il rilevante taglio dei tempi non regge. Perché il Rti Debar ha dichiarato 5 giorni su 7 di lavoro, h24, mentre, dice il Tar, ci sono lavori rumorosi, come gli scavi, che in determinati orari non si possono eseguire per legge regionale.
Per il Tar, «emerge in tutta evidenza come la riduzione temporale offerta da Debar non sia sostenibile, né effettivamente realizzabile, limitando l’esecuzione di attività disturbanti agli intervalli temporali previsti»: 7-12 e 15-19. C’è stato da parte dell’amministrazione «un difetto integrale di istruttoria su un elemento fondamentale», rileva il Tar. Per il quale «la previsione della relativa esecuzione si pone in insanabile contrasto con la normativa e col progetto». «Contrapposizione» che «non è in alcun modo mitigata, né tantomeno esclusa, dalla presenza di impianti di contenimento e/o di rilevazione delle immissioni». In attesa degli sviluppi al Consiglio di Stato, si tratta ora di vedere che ne sarà della gara. Fonti Asl Taranto escludono che si rifaccia. Ipotizzano una correzione di rotta da parte di Rti Debar o il ricorso al terzo in classifica, Rti Matarrese, essendo Rti Research fuori gioco. Fonti Invitalia (che ha gestito tutta l’operazione) invece affermano: «Stiamo studiando la sentenza e vedendo come fare una nuova aggiudicazione nel modo più corretto e nel minor tempo possibile». © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

04/12/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Stretta sullo stadio della Roma, l’immobiliare ceca Cpi compra i debiti di Eurnova

Paola Dezza

La società acquisterà a breve 50-60 milioni di crediti da Unicredit. Poi seguirà la cessione dei terreni per lo sviluppo di impianto e business park

Se lo stadio della Roma si farà sarà grazie a un gruppo ceco. È infatti Cpi, dell’immobiliarista Rodovan Vitek, che sta per acquistare dalla banca di Jean Pierre Mustier i crediti ipotecari che gravano su Eurnova. Trattative serrate dovrebbero portare, secondo quanto risulta al Sole24 Ore, alla firma del preliminare per l’acquisto di tali crediti nel giro di meno di due settimane. Eurnova ha, infatti, debiti per 50-60 milioni di euro con Unicredit. Gli altri debiti del gruppo Parnasi, a lungo la spina nel fianco della banca, sono in capo a Parsitalia e Capital Dev. In tutto, compresi i debiti di Eurnova, almeno 500 milioni accumulati negli anni e ai quali non si è trovata finora alcuna soluzione.
In capo a Capital Dev, che ha debiti con Unicredit per 300 milioni di euro, c’è tutto lo sviluppo del centro commerciale Maximo a Roma. Ma a fare gola sono, in primis, lo sviluppo dello stadio della squadra calcistica Roma e, poi, del business park da 140mila mq di Slp che insisterebbe sugli stessi terreni. Si tratta di due progetti che insieme valgono 1,3 miliardi di euro sugli quali Vitek vuole mettere le mani, per poi rivenderli. Per i nuovi progetti ci sono 250 milioni di investimento di opere urbanistiche, infrastrutture al servizio dello Stadio, anche se la convenzione urbanistica non è stata ancora firmata. Sull’asset stadio sono puntati gli occhi della squadra calcistica stessa, che non è proprietaria di nulla al momento ma che in futuro dovrà trattare con Vitek. Per il tema stadio il tavolo è a tre, tra Comune, società sportiva Roma ed Eurnova, proprietaria dei terreni di Tor di Valle dove sorgerà la nuova struttura, abbinata a un retail park di 20mila metri quadrati.
Per una cifra che arriverà a 600 milioni di euro, basando le stime su circa 10mila euro di costo a posto seduto. Il nodo è oggi legato alla ristrutturazione di Eurnova, operazione alla quale è legata tutta l’operazione con Cpi. Un iter tutto in salita. Senza l’importante passaggio della ristrutturazione del debito, l’operazione non si può fare perché verrebbe congelata la procedura urbanistica.Passaggio essenziale è quindi la volontà e la possibilità di Eurnova di mettere ordine nei conti per vendere poi a Cpi i terreni. In questo caso la vendita si potrebbe concretizzare nel giro di due mesi.Altra operazione, sempre legata ai debiti contratti da Parnasi con Unicredit, è quella relativa al business park Europarco che fa parte di un fondo immobiliare di Bnp Paribas real estate. I crediti sul business park valgono 450 milioni di euro e ci sono già trattative in essere con Gwm, che acquisterebbe i crediti da tre banche (Unicredit, Aareal e Banca Ifis).

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