Rassegna stampa 02 dicembre 2019

28/11/2019 13.11 – Quotidiano Enti Locali e Pa

Consip, aggiudicata la gara da olre 2 miliardi per la fornitura di energia elettrica alle Pa

Consip ha aggiudicato la nuova gara, del valore di oltre 2 miliardi di euro, per la fornitura di energia elettrica alle pubbliche amministrazioni, che rende disponibili in acquisto un totale di circa 17 TWh. La gara – informa Consip in una nota – suddivisa in lotti geografici – 16 regionali/provinciali più un lotto nazionale – è stata aggiudicata ai seguenti concorrenti: 1 – Valle d’Aosta, Piemonte a Iren Mercato; 2 – Province di Milano e Lodi a Enel Energia; 3 – Lombardia escluse le Province di Milano e Lodi a Enel Energia; 4 – Trentino A.A., Friuli V.G. ad A2A Energia; 5 – Veneto a Enel Energia; 6 – Emilia Romagna ad A2A Energia; 7 – Sardegna, Liguria ad Enel Energia; 8 – Toscana ad A2A Energia; 9 – Umbria, Marche ad A2A Energia 10 – Provincia di Roma a Enel Energia; 11 – Lazio esclusa la Provincia di Roma ad AGSM Energia; 12 – Abruzzo, Molise ad A2A Energia; 13 – Campania ad Enel Energia; 14 – Puglia, Basilicata ad AGSM Energia; 15 – Calabria ad AGSM Energia; 16 – Sicilia a Enel Energia; 17 – Italia a Hera Comm. La convenzione – la cui attivazione è prevista a partire dalla fine del 2019 – offre alle PA la possibilità di scegliere tra fornitura a prezzo fisso (con durata di 12 o 18 mesi, a scelta della PA) o a prezzo variabile (aggiornato mensilmente in base ai prezzi rilevati nella borsa elettrica italiana). Le amministrazioni potranno usufruire di procedure di acquisto completamente smaterializzate. Avranno inoltre la garanzia di utilizzare un contratto con prezzi e condizioni prestabilite e trasparenti, verificate anche attraverso ispezioni per rilevare la conformità delle prestazioni contrattuali. Caratteristica della convenzione è la presenza del lotto nazionale “Italia” – riservato alle PA con diversi “punti di prelievo” dislocati sul territorio e consumi rilevanti – per consentire di gestire la fornitura con un unico contratto, tramite un singolo interlocutore dedicato.

29/11/2019 – MF
Iren stringe sul dossier Sorgenia

aLLO STUDIO LA CREAZIONE DI UNA DIVISIONE DEDICATA ALLA GENERAZIONE di energia
Pronto anche un piano di assunzioni per garantire la continuità al personale Tornano ad affacciarsi i tedeschi di Rwe
Con l’ uscita di scena di F2i, la gara per Sorgenia si è sostanzialmente rifocalizzata sui piani di quelli indicati come i due maggiori contendenti: Iren (assistita da Equita) e la cordata A2A-Eph (assistita da Rothschild). Anche se, secondo quanto appreso da MF-Milano Finanza, è rientrata in gara la tedesca Rwe, mentre resta ancora da comprendere se a metà dicembre arriveranno sui tavoli degli advisor Lazard e Colombo le offerte vincolanti di Acea e Contourglobal. Ma è appunto sulle due utility che l’ attenzione del mercato si è maggiormente concentrata, forse anche perché sono i due player in grado di garantire l’ italianità di un asset importante per il Sistema Paese, anche se A2A tecnicamente corre con i cechi di Eph. Il management dell’ utility guidata dal ceo Massimiliano Bianco è al lavoro serrato sul dossier per arrivare alla formulazione di un’ offerta completa entro i tempi stabiliti. Secondo quanto appreso da MF-Milano Finanza, vi sono una serie di punti rilevanti e concatenati che la multiutility di Torino, Genova e Reggio Emilia sta definendo e dai quali muoverebbe proprio l’ offerta per Sorgenia. Uno di questi riguarda la generazione. In questo business, Iren avrebbe l’ obiettivo strategico di creare una business unit molto importante, nella quale far confluire, in caso di successo, le quattro centrali di Sorgenia insieme con la centrale di Turbigo (Milano) e i 600 Mw detenuti nel settore idroelettrico, creando un polo di generazione molto importante a livello nazionale. Un obiettivo, però, raggiungibile perché si sposerebbe con un altro dei punti cardine dell’ offerta in elaborazione, quella di fare una proposta per tutto il pacchetto che sia anche in grado di garantire la continuità manageriale e la tutela dei posti di lavoro. Un aspetto da non sottovalutare, perché il gruppo Sorgenia vede la spa svolgere un ruolo da centrale acquisti e coordinamento per le società del gruppo (tanto che Sorgenia Power e Sorgenia Puglia hanno una management fee, che versano alla Spa, di circa 2,8 milioni di euro l’ anno per ognuna delle centrali). Una parte di dipendenti che gestisce la parte di produzione, gestisce anche la parte retail, creando quindi una sovrapposizione che almeno apparentemente potrebbe essere complessa da gestire qualora non fosse acquisita l’ azienda nella sua interezza. Per Iren, però, questa sarebbe una mossa anche strategica in ottica industriale che le consentirebbe anche di centrare i target sul piano assunzioni presenti nel business plan. Certo, non tutto è ancora delineato nel dettaglio, anche perché nella vendita dovrebbe essere inclusa anche il 50% di Tirreno Power (l’ altra metà è in capo a Engie), una società con un trascorso travagliato e sulla quale sono in corso approfondimenti riguardo alcune vicende legate a disastri ambientali. Vicende che pare stiano spingendo tutti i player in gara a chiedere alcune garanzie al venditore per tutelare il proprio investimento. C’ è infine la questione prezzo. Al di là delle passate indiscrezioni che stimavano un enterprise value di quasi 1 miliardo (valutazione, secondo molti addetti ai lavori, eccessiva), tra le valutazioni di Iren vi è, in particolare, quella sul flusso di cassa che garantirebbe Sorgenia, permettendo un salto dimensionale del mol elevato e rimanendo al contempo su dei livelli di indebitamento non superiori la media del settore. (riproduzione riservata) NICOLA CAROSIELLI

01/12/2019 – Il Sole 24 Ore
Acqua, decolla la Spa pubblica (o mista) al Sud

servizi idriciLo Stato nell’ economia
Siamo alla vigilia di una doppia svolta sull’ acqua pubblica: una proposta di legge comune M5S-Pd e una società pubblica, probabilmente aperta anche a imprese del settore idrico, che porti a una nuova gestione industriale del ciclo idrico nel Mezzogiorno, con l’ obiettivo di superare le piccole gestioni e la forte penalizzazione – in termini di investimenti, tariffe e servizio idrico – che oggi scontano molte aree del Mezzogiorno e i loro cittadini. Ritorna il tema dell’ acqua pubblica – rilanciato più volte nelle settimane scorse dal leader dei Cinque Stelle Luigi Di Maio – ma con alcuni sostanziali correttivi rispetto al copione di inizio legislatura. I protagonisti della vicenda parlamentare – a partire dalle due deputate più impegnate nella partita, la pentastellata Federica Daga e la democratica Chiara Braga – confermano la volontà di superare l’ impasse in commissione Ambiente della Camera, anche scrivendo un nuovo testo che dovrebbe sancire la convergenza delle due forze politiche, dopo anni di contrapposizione su un tema su cui, in fondo, entrambe scommettono da tempo. Al tempo stesso, sia Daga che Braga (si vedano anche le interviste in pagina) sostengono che il lavoro è solo all’ inizio e non è ancora possibile dire quali siano le convergenze che concretamente potranno maturare. Grande prudenza, quindi, anche perché il clima dentro la maggioranza non è dei migliori. Bisognerà probabilmente attendere gennaio, dopo l’ approvazione della legge di bilancio, per vedere qualche risultato concreto alla luce del sole (sempre che il governo sia ancora in piedi). Un sostanziale passo avanti c’ è già, comunque, considerando che il conflitto Lega-M5S e la questione dei costi della originaria proposta Daga (anche su questo punto si vedano le dichiarazioni della parlamentare in pagina), avevano paralizzato il lavoro della commissione Ambiente della Camera. Sui costi, in particolare, non è mai arrivata dal Governo (e in particolare dalla Ragioneria generale dello Stato) la relazione con le stime di impatto della proposta di legge sui conti pubblici. Una richiesta avanzata dalla commissione il 27 febbraio di quest’ anno, cui il governo non ha mai voluto rispondere. Fatto inusuale che conferma una criticità sul fronte della finanza pubblica. E proprio sui costi di una proposta che superava le concessioni attuali per passare a gestioni affidate in house ad aziende pubbliche locali speciali (retrocedendo quindi addirittura dalla forma giuridica della spa) le polemiche erano state molto forti, con quella stima di 15-20 miliardi di costi complessivi sostanzialmente condivisa da due istituti di ricerca (Ref e Oxera) e da Utilitalia, l’ associazione dei gestori idrici (si veda Il Sole 24 Ore del 27 novembre). Daga contesta duramente queste stime di costo sulla sua proposta originaria e introduce però alcuni elementi di novità, parlando anzitutto di «gradualità», di attenzione e «ascolto» al settore e alle imprese, di volontà di favorire l’ occupazione. Tutti elementi che confermano che si è messo in moto un percorso nuovo. Anche sulla regolazione affidata all’ Autorità indipendente (Arera), i Cinque stelle sembrano pronti a un aggiustamento, abbandonando l’ idea – anche questa contestatissima dal settore – di un ritorno alla regolazione ministeriale. Non mancano, ovviamente, pur nella novità, i temi classici M5S, ribaditi a più riprese da Daga e confermati anche come paletti della nuova proposta: la volontà di favorire gli interessi pubblici e gli utenti, di tagliare le bollette, di distinguere le buone imprese dagli approfittatori. Ma il perno di un possibile accordo di maggioranza sull’ acqua sarebbe la volontà condivisa di voltare pagina al Sud, introducendo un progetto «pubblico» di intervento che però sarebbe apprezzato anche dalla stessa Autorità e dalla vasta gamma di gestori industriali, dalle Spa miste alle quotate ai privati (pochi). La Spa pubblica (o mista) dovrebbe accelerare gli investimenti in corso (per esempio quelli volti a superare le centinaia di procedure aperte dalla Ue per la mancanza di una adeguata rete fognaria e di depurazione), ridurre gli ostacoli burocratici, favorire e finanziare (almeno parzialmente) nuovi investimenti sulla rete idrica e sulla gestione (anche finanziati dallo Stato e dall’ Unione europea, oltre che dalla tariffa), favorire intese nel rapporto Stato-Regioni (oggi caratterizzato più da gelosie, inefficienze e vere e proprie guerre), accorpare le gestioni ultraframmentate in pochi Ato, adeguare tecnologie e know how al servizio delle reti, favorire insomma un servizio industriale. In una parola, superare il water service divide, il fatto che milioni di cittadini del Sud non hanno ancora un servizio idrico degno di un Paese civile. La Spa mista viaggerebbe in parallelo con la creazione di alcuni Ato (forse di scala regionale) per superare la frammentazione delle attuali gestioni. Possibile anche una holding che favorisca una articolazione societaria sul territorio e accordi fra lo Stato e le singole Regioni. © RIPRODUZIONE RISERVATA. Pagina a cura diGiorgio Santilli

01/12/2019 – Corriere della Sera (ed. Brescia)
Bedizzole, nuova legge sblocca l’ impianto A2A di biometano

il nodo AMBIENTE SFIDE E CRITICITà
Guido Galperti: «Approvazione entro Natale. Grande attenzione alle emissioni»
Strada spianata al nuovo impianto di biometano che A2A ha progettato tre anni fa a Bedizzole. Un investimento da 30 milioni di euro per lavorare 75 mila tonnellate di rifiuti organici – in pratica l’ umido prodotto nelle case di tutta la provincia – mescolate a sfalci di verde, ottenendo 5,3 milioni di metri cubi l’ anno di biometano, in grado di soddisfare le esigenze energetiche di 4 mila famiglie o mille bus ecologici (ben oltre l’ intera flotta di mezzi pubblici circolanti in città). Si produrranno anche 15mila tonnellate di compost di qualità da utilizzare in agricoltura. Il 3 novembre è entrata in vigore la legge 128 che modifica e integra la disciplina relativa alla qualifica di rifiuto (end of waste) contenuta nel codice dell’ ambiente, ovvero il decreto legislativo 152 del 2006. È l’ attesa spinta all’ economia circolare che non solo permette di rinnovare le autorizzazioni a quelle ditte che già recuperano rifiuti (120 quelle bresciane che erano state momentaneamente congelate dalla Provincia) ma permette di rilasciarne anche di nuove. Tra queste appunto, l’ impianto A2A. Il 18 novembre Lorenzo Zaniboni, responsabile del settore ingegneria e ambiente della multiutility lombarda, ha scritto al Broletto, ricordando che «con le modifiche apportate dalla legge 128/2019 non trovano più ragion d’ essere gli aggiustamenti della documentazione progettuale» che erano stati chiesti nei mesi precedenti e pertanto chiede che la Provincia «Proceda sollecitamente alla conclusione del procedimento in oggetto». La Provincia, che lo scorso anno aveva congelato l’ autorizzazione proprio in attesa che si sbrogliasse la matassa legislativa, promette di avanzare spedita: «Entro Natale convocheremo la conferenza dei servizi decisoria per autorizzare questo impianto» spiega il vicepresidente con delega all’ Ambiente, Guido Galperti. Certo dovranno essere tenute in considerazioni le forti critiche mosse dal comune di Bedizzole, che nel luglio 2018 ha evidenziato «carenza di redazione della valutazione di impatto sanitario» e chiede garanzie sulle emissioni di ammoniaca e mitigazioni arboree su ogni lato dell’ impianto, visto che nel raggio di un chilometro vivono 630 persone. Duro anche il comitato cittadini di Calcinato: «Le emissioni di ammoniaca dichiarate dall’ azienda sono di 18 milligrammi per metro cubo contro un limite di 5» hanno scritto nelle osservazioni, aggiungendo le tante criticità ambientali che già insistono sul territorio (a partire dalla discarica ex Faeco). Punti sui quali Galperti promette massima attenzione: «Chiederemo il rispetto di tutte le norme in materia ambientale e se fosse necessario il potenziamento dei filtri. Chiederò anche di poter visitare impianti simili già esistenti per capire come ridurre al minimo l’ impatto odorigeno». L’ approvazione dell’ impianto A2A dovrebbe disinnescare l’ ok ad altri due progetti simili richiesti a Leno: quello di Agrinatura (55mila tonnellate l’ anno) e quello di Biometano srl (47mila tonnellate annue) per il quale il comune ha già detto un no netto. Pietro Gorlani

01/12/2019 – Il Sole 24 Ore
Acqua pubblica, una Spa per il Sud aperta anche ai privati

SERVIZI IDRICI
M5S e Pd lavorano a una proposta comune che superi l’ impasse
Doppia svolta in arrivo sull’ acqua pubblica. M5S e Pd avviano un confronto per mettere a punto un testo congiunto che superi l’ impasse di oltre nove mesi alla Camera. Alla base della possibile convergenza nella maggioranza ci sarà anzitutto il Mezzogiorno: serve un intervento pubblico che consenta di rilanciare gli investimenti, superare la frammentazione delle gestioni, fornire un servizio idrico adeguato. A guidare questo percorso una Spa pubblica, probabilmente aperta a forma di partecipazione di società private, miste e quotate. Favorevole a un’ ipotesi di questo tipo Utilitalia, l’ associazione delle imprese di gestione. Si rafforza intanto il ruolo dell’ Autorità indipendente (Arera) che con la sua regolazione ha consentito di aumentare gli investimenti e avviare la riduzione delle perdite nella rete idrica. Giorgio Santilli

30/11/2019 – Il Giorno (ed. Brianza)
Il caso Aeb-A2A all’ Anticorruzione

Il consigliere comunale Tiziano Mariani ha dato mandato ai legali: il progetto di partnership alla lente dell’ Anac
SEREGNO di Gualfrido Galimberti Ha fatto sentire la sua voce in modo forte e chiaro in Consiglio comunale e, di fronte a una maggioranza che non ha assecondato le sue richieste e non ha soddisfatto le sue aspettative, ha deciso di non subire passivamente: Tiziano Mariani (capogruppo della lista civica “Noi x Seregno”) ha dato mandato ai legali affinché tutta la vicenda dello studio di fattibilità di una partnership tra Aeb e A2A finisca sotto la lente di ingrandimento dell’ Anac, l’ Autorità nazionale anticorruzione. Per fare valere le sue ragioni Mariani ha deciso di affidarsi a uno degli studi legali più autorevoli in questo campo, ovvero all’ avvocato Antonio Carullo di Bologna: professore ordinario di Diritto pubblico e amministrativo all’ Università degli Studi di Bologna, già vice presidente della Commissione per l’ accesso ai documenti amministrativi presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri. Una scelta che non si è basata esclusivamente sul curriculum dell’ avvocato, sebbene di alto livello, ma anche in virtù del fatto che lo stesso è già stato protagonista – con esito positivo – della trattazione di un caso simile a quello seregnese proprio con l’ Anac. Il quesito posto all’ Autorità nazionale è molto semplice: «L’ operazione di cui le due società stanno valutando la fattibilità (essendosi reciprocamente impegnate con la lettera di intenti) è in palese violazione delle norme imperative che impongono obbligatoriamente l’ applicazione delle regole dell’ evidenza pubblica per qualsiasi dismissione di partecipazioni societarie in società a partecipazione pubblica, oltre che in contrasto con la delibera Anac n. 172/2018 vertendo su una medesima operazione». Mariani aveva sollevato perplessità anche dal punto di vista politico, ritenendo che l’ operazione rischia di non essere vantaggiosa per il gruppo Aeb e di conseguenza, in virtù del 71 per cento di quote azionarie detenute dal Comune, un danno per la collettività. Come alleato il capogruppo di “Noi x Seregno” trova Marco Fumagalli, capogruppo del Movimento 5 Stelle in Consiglio regionale, che dopo aver assistito a distanza al botta e risposta tra le diverse parti coinvolte, ha preso posizione per la prima volta. Arrivando a conclusione diverse da quelle esposte dal centrosinistra e dalla Lega. «Fare scomparire Aeb – spiega l’ esponente pentastellato -, municipalizzata che a lungo si è occupata dell’ area brianzola, a favore di un’ aggregazione più ampia, sarà un danno per i cittadini. Non è vero che le grandi aggregazioni sono più efficienti. Società come Aeb, se ben gestite, sono una risorsa per il territorio». Sembra quasi una risposta alle dichiarazioni del sindaco Alberto Rossi, che evidenzia come sia impossibile oggi pensare al «romantico isolamento». Fumagalli, però, mette l’ accento anche su un altro aspetto: «A2A realizza i suoi utili incenerendo rifiuti, mentre con Aeb abbiamo raggiunto punte record nella raccolta differenziata e con la tariffa puntuale. Dobbiamo difendere le nostre vecchie municipalizzate che hanno un reale rapporto col territorio dallo strapotere della finanza». Nel frattempo le operazioni di Aeb, ma questa volta relativamente all’ operazione in corso con Assp (la municipalizzata posseduta al 99 per cento dal Comune di Cesano Maderno) per la nascita di una grande azienda impegnata nel settore delle farmacie, con tredici già presenti nel suo eventuale portafoglio e un fatturato ipotizzato di 20 milioni di euro, sono criticate anche da Ilaria Anna Cerqua.

29/11/2019 – La Repubblica
Autonomia, passa la proposta Boccia E c’ è l’ accordo tra Nord e Sud

LA RIFORMA
La redistribuzione delle risorse sarà basata sull’ analisi dei livelli di spesa delle singole regioni Zingaretti: “Una svolta storica”. Il leghista Fontana: “Condivisione di fondo ma alcuni dettagli vanno modificati”
«C’ è l’ ok di tutte le Regioni, ora porto il testo in Consiglio dei Ministri ». Così Francesco Boccia, ministro per gli Affari regionali, annuncia la fumata bianca: la conferenza Stato-Regioni ha detto sì alla sua legge quadro che riscrive la materia della autonomia differenziata delle Regioni. Vanno così in un angolo i referendum a suo tempo svolti in Veneto e Lombardia e la conseguente firma di accordi separati, anche con Emilia e Piemonte, per ottenere dallo Stato centrale varie materie da gestire indipendentemente. Le Regioni avevano temuto lo squilibrio finanziario a loro sfavore. Sicchè Boccia chiarisce che «ora il sud ha una cintura di sicurezza, ma è una riforma di tutti, non ha un colore politico». Uno dei cardini della riforma è che i Lep, i livelli essenziali delle prestazioni rispetto ai quali misurare performance e bisogni delle singole Regioni, vengono anteposti alla stipula dei singoli accordi, anche se la loro definizione dovrà essere completata entro 12 mesi dalla firma dell’ intesa generale. Comunque nessuna Regione potrà decidere fuori dal contesto generale. Il sud è soddisfatto. Per il presidente campano Vincenzo De Luca «c’ è un consenso di fondo al metodo Boccia, che prevede il coinvolgimento di tutte le Regioni, che assume come presupposto la definizione dei Lep, e che punta in maniera decisa sulla perequazione e sull’ equilibrio fra nord e sud, ma obbliga anche ogni Regione ad accettare la sfida dell’ efficienza». Anche il pugliese Michele Emiliano nota che «passare dalla spesa storica ai Lep ci consente di mettere insieme l’ esigenza di più autonomia e competenze del nord con quella del sud di avere più risorse». D’ accordo anche le due Regioni leghiste. Per la Lombardia, Attilio Fontana nota che «c’ è una condivisione di fondo, anche se ci sono alcuni dettagli da modificare e migliorare ». Dal Veneto, Luca Zaia ammette che «abbiamo dato un primo assenso, ma oltre alla legge quadro noi siamo interessati alla firma dell’ intesa. E qui chiederemo ancora le nostre 23 materie». Fra queste c’ era anche la scuola: ci sarà ancora da discutere. Intanto il segretario Pd Nicola Zingaretti esulta: «Con il Ministro Boccia e con le Regioni c’ è una svolta storica sulla autonomia, una vittoria di tutti, avanti così». DI ROBERTO FUCCILLO

30/11/2019 – Il Fatto Quotidiano
Autonomia, ora la legge quadro Intese modificabili alle Camere

La riforma
Tensioni – Passata all’ unanimità in Conferenza Stato-Regioni, un pezzo di maggioranza vuole “rallentare il testo”: mercoledì un vertice dei giallorosa
Finora aveva navigato sottotraccia, ora che la “legge quadro” sulle autonomie regionali è emersa in Conferenza Stato-Regioni, dove è passata all’ unanimità, non poteva mancare qualche ostacolo: il ministro degli Affari regionali Francesco Boccia vorrebbe portare quel breve testo di 3 articoli in Consiglio dei ministri lunedì e poi presentarlo come emendamento al ddl Bilancio per “blindarne” l’ approvazione entro fine anno e iniziare il percorso per le intese con le regioni a gennaio. Insomma,da ieri sono arrivate le prime voci contrarie, nessuna di particolare peso, anche se il grillino Luigi Gallo passa per essere la voce pubblica di Roberto Fico sulle materie su cui il presidente della Camera non vuole esporsi: “La proposta non è condivisa col Parlamento, Boccia si fermi su questa assurda proposta di inserirlo in legge di bilancio”, è la posizione di Gallo e pure quella del renziano Davide Faraone (“il tema non potrà essere affrontato nel Bilancio”). In realtà il percorso interno alla manovra non è una conditio sine qua non, ma comunque nella Nota di aggiornamento del Def di settembre la “legge quadro” è annunciata come “collegato alla manovra”. Il lettore forse si porrà una domanda: di cosa stiamo parlando? Bisogna partire dall’ inizio. La (pessima) riforma del Titolo V della Costituzione, voluta dal centrosinistra nel 2001, introdusse l’ autonomia differenziata tra le regioni su alcune materie (massimo 23), ma senza indicare un percorso per ottenerla: dopo le richieste di Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna nel 2017 l’ allora governo Gentiloni firmò un (pessimo) pre-accordo con le tre regioni ribattezzato “secessione dei ricchi”, ma di nuovo senza sciogliere il nodo del percorso; la (pessima) strada per farlo scelta dal governo Conte 1 fu di considerare le intese finali identiche a quelle tra lo Stato e le religioni. In sostanza, il Parlamento poteva approvarle o respingerle in blocco, ma non modificarle. Questa “legge quadro” tenta appunto, sorprendentemente con l’ accordo delle Regioni, di formalizzare un percorso valido per chiunque chieda autonomia che preveda un ruolo centrale del Parlamento: “Le intese andranno alle Camere con legge ordinaria e saranno emendabili – dice al Fatto il ministro Boccia – Certo, le modifiche dovranno essere poi accettate dalle Regioni, che potranno però non controfirmare il testo”. Nella “legge quadro” la procedura prevede l’ intervento delle commissioni competenti (entro 60 giorni) su uno schema di pre-intesa con la singola regione che chieda più poteri, poi l’ eventuale firma e a quel punto, entro 30 giorni, “la presentazione alle Camere del ddl di approvazione dell’ intesa”. Un passo avanti, rispetto all’ impostazione “gialloverde”, che riguarda anche l’ hardware del percorso verso l’ autonomia. “Secondo l’ articolo 3 della Carta, compito dello Stato – dice Boccia – è rimuovere le diseguaglianze: la sfida qui è avere uno Stato più snello ma anche più forte e per esserlo serve una visione solidale sugli investimenti pubblici”. A questo fine la legge quadro istituisce un “fondo perequativo” da 300 milioni l’ anno a regime (3,3 miliardi fino al 2034) vincolato agli investimenti nelle aree con deficit infrastrutturale: il Sud, certo, ma anche ad esempio la zona di Rovigo e, più in generale, le aree interne e montane, quelle in via di spopolamento e in cui gli investimenti privati arrivano con difficoltà (a questo obiettivo saranno vincolate pure le partecipate dello Stato). Il tema più scivoloso della legge quadro riguarda i temi su cui ci sono i soldi: come previsto dalla Carta, prima di devolverli vanno comunque fissati i “Livelli essenziali delle prestazioni” (Lep) su assistenza, trasporto pubblico e norme generali sull’ istruzione (quelli in materia di salute esistono già). Il ddl assegna a un’ apposita task force guidata dalla Ragioneria generale il compito di stilarli entro un anno: “È un tempo ragionevole – dice Boccia – perché i dati ci sono già. Comunque se si dovrà aspettare un po’, aspetteremo. Per ora non devolveremo le materie Lep, ma tanta competenza amministrativa” (a titolo di esempio: rifiuti; discariche; eccetera). Se la fiducia del ministro nella velocità di elaborazione dei Lep sarà malriposta, però, tornerà in campo come criterio di devoluzione la l’ assai criticata “spesa storica”. Se non altro, però, le intese con le regioni non saranno più eterne, come prima, ma valide al massimo per dieci anni. Per la discussione di merito, comunque, c’ è tempo: ora è il tempo del posizionamento politico. Mercoledì ci sarà un vertice di maggioranza sul tema convocato dal ministro grillino Federico D’ Incà, che ha seguito e condiviso tutta la pratica fin da settembre. Marco Palombi

01/12/2019 – La Repubblica
Ma la nuova intesa con le Regioni non risolve tutti i nodi sul rapporto tra Nord e Sud

L’ analisi
ROMA – Autonomia, si riparte. Apparentemente, il nuovo progetto non è più quel regalo che la Lega stava per fare soprattutto a Veneto e Lombardia, interessate ad acquisire ben ventitré competenze oggi svolte dallo Stato. Regalo che consisteva, in sostanza, nella possibilità di spendere di più con risorse sottratte al resto d’ Italia. Con il nuovo disegno di legge- quadro, che ha ottenuto un primo sì dalle Regioni, il ministro per gli Affari regionali, Francesco Boccia, ritiene di aver disinnescato quella “secessione dei ricchi” che si andava profilando lo scorso anno nelle trattative tra il governo giallo-verde e le due Regioni coinvolte. Trattative in cui la Lega poteva recitare due parti in commedia: una in veste di ministro (Erika Stefani) l’ altra come governatore regionale (Zaia e Fontana), senza che il resto del governo e il Parlamento ne sapessero niente e potessero interloquire. Ora si cambia: insieme alle intese tra governo e Regioni, da recepire in altrettante leggi , avremo anche una legge-quadro che fisserà obiettivi e modalità di attuazione di quegli accordi: Boccia la porterà tra breve in Consiglio dei ministri, con l’ intenzione (finora non accolta) di inserirla nella legge di bilancio. Si tratta di due soli articoli, che come prima cosa impongono che vengano determinati i “livelli essenziali di prestazioni” (Lep), e i “fabbisogni standard”. Che cosa sono? I primi sono i servizi basilari che devono essere offerti uniformemente su tutto il territorio nazionale: dall’ assistenza ad anziani e disabili agli asili nido, dall’ istruzione al trasporto pubblico locale. I fabbisogni standard sono le spese per ciascuno di quei servizi, da effettuare in condizioni di efficienza. In assenza degli uni e degli altri, il rischio è che il trasferimento di competenze a questa o a quella Regione finisca per squilibrare l’ offerta uniforme di servizi in tutta Italia. Il progetto di Boccia prevede che tanto i Lep quanto i fabbisogni siano individuati entro un anno da un commissario governativo coadiuvato da una “struttura di missione”. Sulla base di quei fabbisogni, recepiti in uno o più decreti, la Regione potrà finanziare i servizi che ha ereditato dallo Stato trattenendo una parte del gettito fiscale che raccoglierà nel proprio territorio, ma rispettando il criterio della perequazione, per cui le Regioni con minore capacità fiscale dovrebbero (ma non è ancora chiaro come) avere qualcosa da quelle più ricche. La stessa logica perequativa si dovrà applicare alle risorse necessarie per le infrastrutture, con un fondo da 3 miliardi. Sono questi, in sostanza, i criteri che dovranno fare da bussola alle intese tra governo e Regioni, intese che prima viaggiavano senza alcuna linea guida. Le leggi che le recepiranno, inoltre, potranno sempre essere emendate dal Parlamento. Un bel passo avanti. Siamo dunque di fronte all’ inversione di marcia? Sud e Nord possono finalmente andare a braccetto nella nuova avventura autonomista, senza che il primo venga defraudato? In realtà, restano ancora molti dubbi. Veneto e Lombardia chiedono di poter ge stire tutte e 23 le materie potenzialmente trasferibili. L’ Emilia- Romagna ne vuole 15. La Costituzione dice che queste richieste sono legittime ma non obbliga affatto il governo a dire di sì a tutte. Dunque, non dovrebbe essere proprio la nuova legge a indicarci le regionalizzazioni possibili (che Boccia stesso indica per ora nell’ assistenza sociale, nei trasporti pubblici locali e nella formazione) e quelle invece suscettibili di mettere in pericolo la stessa unità nazionale? Non dovrebbe dirci con quali criteri andranno fissati i fabbisogni standard, per evitare paradossi come quello creato in passato tra i Comuni, per alcuni dei quali, tutti al Sud, si fissò un fabbisogno di asili nido pari a zero? Non dovrebbe spiegarci come le Regioni finanzieranno le nuove competenze? Lo faranno con una percentuale fissa del gettito fiscale raccolto? E se quel gettito dovesse salire, resterebbe sul territorio o andrebbe a finire in un fondo perequativo? Il testo di Boccia non chiarisce tutti questi punti rimandando necessariamente alle intese con le Regioni. Ma c’ è anche un’ ultima incognita. Così come il progetto della ex ministra Stefani, anche il testo di Boccia, almeno nella sua versione iniziale, sfodera un piano B: trascorsi 12 mesi – si legge – se quei livelli di prestazioni e fabbisogni non saranno individuati (li aspettiamo da ben 17 anni), a partire dall’ anno successivo le risorse saranno quelle «iscritte nel bilancio dello Stato a legislazione vigente ». Ossia si ricorrerà ancora una volta alla “spesa storica”. Lo stesso Boccia sostiene ora che questo piano B è stato cancellato nella nuova versione, e che senza i fabbisogni standard il trasferimento di competenze alle tre Regioni non avverrà. Se così non fosse, il governo darebbe molta più autonomia al Veneto, alla Lombardia e in misura minore all’ Emilia-Romagna senza prima assicurare uniformemente a tutta la penisola gli stessi servizi essenziali. DI MARCO RUFFOLO

30/11/2019 – Il Sole 24 Ore
Iri, la stagione salva imprese costò 120mila miliardi di lire

Il nuovo statalismo. La spinta «sana» e l’ involuzione Gepi: le due fasi dell’ itervento pubblico L’ autofinanziamento delle aziende sempre sotto livelli accettabili: nell’ 81 era al 7% del fabbisogno
Vogliono forse rifare l’ Iri. Attenzione a non rifare la Gepi. Piccola guida per capire – fra mito e realtà, storia e fantasia – che cosa è stata l’ impresa pubblica, in una Italia che, nonostante sia il Paese delle fabbriche, ha sempre avuto pulsioni ultrastataliste. Primo elemento, utile per i cultori – spesso ignari – della materia che oggi hanno in mano i dossier Alitalia e Ilva: l’ Iri ha vissuto due distinte stagioni. Nella prima stagione, fino a tutti gli anni Sessanta, i così detti “oneri impropri” erano l’ infrastrutturazione del Paese (per esempio lo standard comune di tutta le rete telefonica nazionale) e le scelte di politica economica di fondo, come l’ industrializzazione del Sud. Nella seconda stagione, dagli anni Settanta in avanti, i così detti “oneri impropri” sono consistiti nella perpetuazione delle aziende in perdita, nell’ acquisizione da parte delle Partecipazioni Statali delle imprese private decotte e nella conservazione dei posti di lavoro: Italsider di Bagnoli, Alfasud di Pomigliano d’ Arco e Alitalia (già allora) fra i casi più gravosi. Senza entrare nel merito se un ingresso oggi del capitale pubblico in Alitalia e in Ilva rimandino alla prima o alla seconda stagione, i numeri e gli effetti sono stati completamente diversi. Nel primo caso, gli investimenti e i debiti avevano una fisiologia “sana” perché in parte si ripagavano e perché producevano un generale innalzamento della produttività dell’ economia e della società italiane. Nel secondo caso, gli investimenti e i debiti sono progressivamente diventati patologici perché finalizzati a non chiudere attività e a mantenere artificialmente posti di lavoro, non importa che le imprese siano pubbliche o private da “scaricare” sulle Partecipazioni Statali. Secondo elemento: nessun pasto è gratis. Ma, se nella prima stagione il pasto aveva un prezzo accettabile, nella seconda stagione ha assunto un prezzo spropositato. Vediamo i numeri. Nel saggio di Giandomenico Piluso e di Leandro Conte “Il finanziamento. Oneri impropri e fondo di dotazione” (terzo volume della “Storia dell’ Iri”, Laterza), la differente dinamica delle due fasi è chiara. Nel 1960, nelle imprese pubbliche il rapporto fra debiti e mezzi propri era pari a 3,5: ogni 100 lire di mezzi propri le aziende del capitalismo di Stato avevano 350 lire di debiti; nelle imprese private questo rapporto era pari a 2,4: ogni 100 lire di mezzi propri avevano 240 lire di debiti. Nel 1971, quando si appronta il meccanismo dei salvataggi e iniziano gli shock macroeconomici (prezzo del petrolio e inflazione), ogni 100 lire di mezzi propri le imprese pubbliche vedono i debiti lievitare a 970 lire, contro i 360 lire di debiti delle imprese private. Nel 1981, per ogni 100 lire di mezzi propri si sale a 1.260 lire di debiti per le imprese pubbliche, contro le 470 lire di quelle private. Nel 1991, le imprese pubbliche si attestano a 810 lire di debiti, a fronte di 270 lire dei gruppi privati, il cui miglioramento strutturale si deve anche al fatto che, nei quindici anni precedenti, hanno “scaricato” sulle Partecipazioni Statali molte delle loro imprese semifallite. La finanza di impresa nelle imprese pubbliche non funziona mai: se la copertura del fabbisogno finanziario con l’ autofinanziamento nel 1970 era pari a circa un quarto, nel 1975 diventa un sesto e nel 1981, il momento peggiore, è pari soltanto al 7 per cento. Un deterioramento strutturale. Che è una delle origini di un costo generale per le casse nazionali che è stato calcolato, nello studio “Le privatizzazioni in Italia dal 1992”, in termini di debito pubblico indotto daR&S Mediobanca. Fra il 1937 e il 1979, il saldo fra le voci attive dei dividendi incassati dal Tesoro e degli introiti netti degli smobilizzi di azioni e le voci passive dei versamenti per fondi di dotazione (la cassa dove finivano le risorse pubbliche per tenere in piedi le aziende di Stato) e degli interessi maturati sul debito accumulato è pari a 10.402 miliardi di lire. Dal 1980 al 1994, questa cifra esplode a 120.680 miliardi di lire. Soldi pubblici bruciati nel periodo non aureo dell’ Iri. Il periodo in cui la classe politica non voleva chiudere le aziende e non voleva licenziare nessuno. Dunque, l’ Iri iniettava quantità enormi di denaro pubblico. La classe politica, appunto, di allora. L’ Iri, appunto, di allora. © RIPRODUZIONE RISERVATA. Paolo Bricco

01/12/2019 – Il Sole 24 Ore
«Non serve una nuova Iri ma lavoro sul territorio»

mercatoLo Stato nell’ economia
«La risposta alle crisi non è reinventarsi l’ Iri, ma creare nuovi posti di lavoro e questo si fa solo lavorando sui e con i territori e avendo una visione che sia non solo lunga (come orizzonte temporale), ma anche larga, ovvero integrata, capace di incrociare valori e risorse europee con quelle proprie dei territori». Così Patrizio Bianchi, economista, oggi assessore alle politiche Ue allo sviluppo, dell’ Emilia Romagna interviene sulla proposta di una nuova Iri lanciata dal Mise. Lei sedeva nel Cda guidato da Gian Maria Gros-Pietro che alla fine del Millennio privatizzò l’ Iri. Che cosa ne pensa della prospettiva di riportare in mano pubblica grandi aziende in crisi come Ilva e Alitalia? Per prima cosa penso che i politici dovrebbero ripassasse bene la storia economica del nostro Paese, per non ripetere gli errori del passato. L’ Iri nasce nel 1933 come risposta all’ esposizione insostenibile delle banche, causata dalle enormi imprese postbelliche da riconvertire che avevano in pancia, soprattutto aziende meccaniche e siderurgiche. Per i primi quattro anni l’ Iri è stato un ente temporaneo impegnato solo a vendere asset industriali; è stata la guerra in Etiopia del 1937 a far cambiare prospettiva e a trasformare l’ Iri in una complessa finanziaria che da un lato aveva ancora residui fallimentari da gestire ma era anche protagonista della grande industria di base e delle infrastrutture del Paese, in collaborazione non in sostituzione dei privati. Una storia molto diversa dall’ attuale. Oggi quindi non vede presupposti per rispolverare una nuova Iri? Faccio io una domanda al Governo, perché ho l’ impressione stiano facendo un po’ di confusione: qual è la strategia di Paese e la strategia di settore che sottende a una nuova Iri? Perché se si vuole congelare lo stato di crisi per salvare impresa e lavoratori – Ilva o Alitalia che sia – non si esce più da lì, dobbiamo esserne tutti consapevoli. E il rischio di essere sanzionati per aiuti di Stato è altissimo. È invece una fase transitoria? per andare dove? Resta il fatto che Ilva e Alitalia ai capitali privati non interessano e ci sono 20mila posti a rischio Se la soluzione è nazionalizzare, dobbiamo essere pronti all’ ingresso nella nuova “creatura” pubblica di tutti i 140 tavoli di crisi aperti oggi a Roma. E ricordiamoci che se si nazionalizza allora si devono rispettare le regole della Pa, non del mercato privato. C’ è una varietà di strumenti da utilizzare in base all’ obiettivo che si ha, bisogna però aver chiara la mission. Cdp e Invitalia sarebbero strumenti utili per uscire dall’ impasse? Invitalia l’ ho fondata io, allora si chiamava Sviluppo Italia, e aveva lo scopo di accompagnare le imprese e lo sviluppo del territorio verso il mercato aperto, con quote di minoranza dei soggetti partecipati. E anche quando ero all’ Iri ricordo bene che cosa ci disse l’ esponente del Tesoro: «Tutto ciò che non si privatizza, si chiude». Vogliamo parcheggiare Ilva e Alitalia perché non sappiamo più dove metterle o vogliamo invece risolvere due problemi distinti, quello del trasporto aereo di bandiera e quello della siderurgia europea? Lei fa molte domande, ha anche le risposte? La mia impressione è che l’ epoca delle conglomerate sia finita e da economista dico – senza conoscere piani industriali e condizioni sindacali – che le crisi Ilva e Alitalia sono più facili da risolvere se le teniamo separate e non insieme. Non dimentichiamo neppure che per Alitalia il nostro Paese è finito sotto accusa per aiuti di Stato già 20 anni fa. Chiediamoci se oggi le compagnie aeree di bandiera esistono ancora e, se sì, che mestiere devono fare: coprire i cieli regionali (europei) o stringere alleanze transnazionali? E serve il controllo pubblico per accordarsi su linee transoceaniche? Quali sono le domande da porsi per la siderurgia? Anche qui ripassare la storia aiuta: l’ acciaio non è un problema solo italiano, è una questione europea da più di 40 anni, dal primo Piano Davignon che rispose alla crisi della siderurgia chiudendo gli impianti inefficienti e contingentando la produzione. Invece di pensare a nazionalizzare l’ Ilva converrebbe intervenire sulla nuova commissione Ue che si sta insediando per affrontare insieme la questione acciaio. Il grande tema italiano è invece quello delle bonifiche e noi nel Mezzogiorno abbiamo un’ occasione straordinaria per valorizzare le nostre tecnologie green e far crescere una nuova industria all’ avanguardia. © RIPRODUZIONE RISERVATA. Ilaria Vesentini

01/12/2019 – Il Sole 24 Ore
Ora un progetto di politica industriale

SÌ ALLA GARANZIA PUBBLICA
Hanno ragione Valerio Castronovo e Paolo Bricco quando sul Sole 24 Ore sottolineano come sia oggi difficile risuscitare l’ Iri o cercare di mettere in piedi qualcosa di simile in miniatura, tanto è cambiato lo scenario internazionale ed i nuovi parametri tecnologici.Tuttavia il tema è oggi di grande attualità. Le spinose vicende dell’ ex Ilva, di Alitalia e della stessa società Atlantia sono in fondo la cartina di tornasole della mancanza di una seria politica industriale del nostro paese, ma, soprattutto, di una perdurante insufficienza di strumenti di indirizzo, di controllo e di partecipazione dei lavoratori alle scelte delle tante aziende ex pubbliche privatizzate nel corso degli ultimi trent’ anni. L’ Iri era stata fortemente voluta anche dalla Cisl negli anni della ricostruzione post bellica e del miracolo economico per indirizzare il ruolo delle banche pubbliche, sostenere l’ industria e gli altri settori produttivi del paese, per favorire la creazione di nuove infrastrutture e lo sviluppo del Mezzogiorno. Il suo smantellamento nei primi anni novanta fu davvero una occasione perduta, come la Cisl ripeteva solitaria, perché tante aziende importanti, di tutti i settori, si sono disperse o sono andate in mani straniere. Sono cresciuti solo i dividendi, i guadagni di borsa, i premi per i dirigenti, ma per il nostro paese è cambiato poco o nulla in termini di livelli occupazionali, nuovi insediamenti industriali, efficienza dei servizi, risparmio dei costi per le famiglie.Siamo passati nel giro di pochi anni dai grandi monopoli pubblici ai grandi monopoli privati, come è accaduto nel caso delle autostrade, senza un nuovo modello di politica industriale, garanzie per l’ occupazione, un progetto di democrazia economica. E’ davvero singolare che la proposta di un nuovo ingresso pubblico nel capitale di tante aziende ex pubbliche sia sostenuta oggi da chi nel passato guardava con favore allo smantellamento dell’ Iri. Il bilancio è sotto gli occhi di tutti: abbiamo un sostanziale “collasso” del sistema industriale e manufatturiero del nostro paese, con 160 vertenze aperte al Mise, centinaia di migliaia di posti di lavoro a rischio, problemi nella siderurgia, nei settori energetici, nei trasporti, nel terziario, oltre a gravi lacune ed omissioni nella manutenzione della rete infrastrutturale del paese, a partire dalle autostrade.Anche la situazione grave di Alitalia è frutto delle errate scelte dei Governi, con la responsabilità anche del “populismo” sindacale e corporativo. La Cisl non è mai stata contraria a forme di “garanzia” pubblica nel capitale delle aziende o ad un ritorno di un soggetto pubblico in grado di rivitalizzare la nostra industria manufatturiera, il suo indotto, di rilanciare le grandi imprese strategiche del paese. Ma questo va fatto con un progetto serio di politica industriale, valutando l’ impatto sulla spesa pubblica, le ricadute occupazionali, le garanzie degli investimenti, le necessarie partnership internazionali, la partecipazione dei lavoratori. Il dibattito non può essere basato solo sulla scarna domanda: nazionalizzazioni sì o no. Dobbiamo capire perché è necessaria la presenza pubblica in economia e con quali obiettivi, come hanno fatto in questi anni altri paesi industrializzati come gli Stati Uniti, la Francia, la Germania. Il compito di un Governo è anche quello di saper fare “sistema”, di indicare i settori dove investire, di favorire i processi di riconversione industriale, soprattutto nelle aree a forte disoccupazione, di coinvolgere imprese e sindacati in un “patto” sociale per un nuovo modello di sviluppo basato sulla sostenibilita’ ambientale. Puntare sull’ innovazione,la ricerca, occuparsi dei servizi, delle infrastrutture, del credito, della sicurezza sul lavoro. Significa tutelare le produzioni di eccellenza, sostenere la formazione delle nuove competenze digitali e la qualità del sistema manifatturiero. Nulla di questo avviene da tempo in Italia. Il Governo tedesco o francese si occupano in maniera determinante dell’ industria e pongono indicazioni precise per salvaguardare i siti produttivi e l’ occupazione. In Italia tutto questo non accade dai tempi dello smantellamento dell’ Iri. Manca una visione generale, un approccio strategico serio di condivisione con i corpi intermedi, sia sindacali che datoriali, per la soluzione dei problemi. Ecco a che cosa dovrebbe servire una nuova Iri: ad indirizzare e coordinare gli investimenti, a salvaguardare il patrimonio industriale e manufatturiero del paese, metterlo al riparo dalla scalate speculative, a non dilapidare la ricchezza prodotta dal sacrificio di tanti imprenditori e dei lavoratori, a rilanciare un piano serio di investimenti nel Mezzogiorno. Su questi temi si misura il vero riformismo e la volontà delle forze politiche di proteggere il nostro made in Italy, tutelare le produzioni di eccellenza ed i posti di lavoro, modernizzare le relazioni industriali. Segretaria Generale Cisl. Annamaria Furlan

30/11/2019 – Il Sole 24 Ore
«Lo scenario peggiore sarebbe una Gepi per obiettivi politici»

INTERVISTA/perché noNicola Rossi . Il compito dello Stato è qullo di creare le condizioni di contesto. Rispettare le regole Ue sul mercato
ROMA Nicola Rossi, docente di Economia politica all’ università Tor Vergata, ex parlamentare prima del Pd poi del gruppo Misto, invita a chiamare le cose con il nome giusto: «Gepi». Che effetto le fa il ministro Patuanelli che rievoca l’ Iri? Ho la sensazione che il ministro abbia scelto un riferimento errato. L’ Iri nasce per risolvere il problema conseguente all’ intreccio strettissimo tra banche ed imprese dopo la crisi del 1929. Ma il riferimento vero che il ministro avrebbe dovuto usare è la Gepi. Che ha avuto una vita abbastanza complicata, la parte finale come Sviluppo Italia che è diventata poi Invitalia. E non è affatto un caso che oggi si pensi proprio a Invitalia per la soluzione di alcune grandi crisi. La Gepi, vale la pena ricordarlo, è stata il monumento all’ assistenzialismo italiano, il suo nome ad esempio è legato alla questione dei lavori socialmente utili che abbiamo visto che fine hanno fatto. Un modello sbagliato anche per Ilva e Alitalia? Parliamo di due soggetti sulla cui economicità ci interroghiamo da 20 anni. Se davvero si pensa a una soluzione tipo Gepi è anche perché i vari governi non hanno mai voluto affrontare il problema per quello che era, cioè due aziende che molto probabilmente hanno una struttura e una collocazione di mercato tali per cui la loro economicità è quantomeno dubbia. La politica quindi dovrebbe lasciarle al loro destino anche in caso di default? Guardi, ricordo benissimo conferenze stampe dei ministri di turno che si fregiavano della difesa dei livelli occupazionali di Alitalia non sapendo che così stavano affondando la compagnia e i suoi dipendenti. E vale anche per Ilva per la quale, se si arriverà a una soluzione positiva, mi sembra inevitabile che si metta sul piatto qualche migliaio di licenziamenti. A dispetto delle dichiarazioni di qualche ministro che si vantava di aver strappato impegni non realmente sostenibili sul mercato. Ecco: Alitalia e Ilva sono la prova provata che è bene che il governo si occupi molto poco di questioni industriali perché evidentemente ha obiettivi che con l’ economicità delle aziende hanno poco a che fare. Quali obiettivi prevalgono secondo lei? Posso dirle che se facciamo una Gepi perché nel giro di qualche mese o qualche anno andremo a votare mettiamo in piedi un altro problema che ci metteremo un tempo lunghissimo a smontare. Poi varrebbe la pena parlare anche delle regole Ue sul mercato da rispettare, ma su questo punto bisogna constatare come siamo sempre più insofferenti a rispettarle, sovente pronti ad andare ai tavoli europee per provare a cambiarle. Per lei allora lo Stato deve restare sempre e comunque in disparte? Il compito vero è quello di creare le condizioni di contesto, ma una volta che un imprenditore ha assunto il rischio e una banca lo ha finanziato, l’ impresa deve camminare sulle sue gambe. La controprova di un contesto sfavorevole sono oltre 150 crisi industriali ferme al Mise da tempo immemore. E anche su in ingresso dello Stato che sia solo a tempo bisogna distinguere. L’ esempio migliore è quello statunitense, un sostegno temporaneo come quello avvenuto nel comparto automobilistico, a valle della crisi più profonda degli ultimi 150 anni, è del tutto comprensibile. Ma si veniva dalla crisi del 2008. Possiamo sostenere invece che siamo ancora a valle della grande crisi nel 2019? Mi sembra difficile. © RIPRODUZIONE RISERVATA. Carmine Fotina

30/11/2019 – Il Sole 24 Ore
«Serve il grande ritorno dello Stato imprenditore In Europa è già così»

INTERVISTA/PERCHé SÌGiulio Sapelli . In quei Paesi in cui l’ intervento pubblico è più deciso si registrano tassi di crescita meno bassi
Professore, si torna all’ Iri? All’ estero l’ hanno già fatto. In tutti i Paesi esiste ancora un’ economia mista. Anzi, in quei Paesi in cui c’ è un intervento pubblico più deciso si registrano tassi di crescita economica meno bassi. Certo, gli enti pubblici di una volta sono quasi tutti scomparsi ma il sistema economico capitalistico, anche se professa ideologie diverse, ha conservato alcuni strumenti di intervento per sostenere e incentivare le politiche economiche. L’ unica eccezione è l’ Italia. Noi siamo liberisti? Ordoliberisti. Un paradosso, perché l’ Iri degli anni ’50 è un modello economico universale, studiato e copiato in tutto il mondo. Certo, oggi serve una nuova veste giuridica per promuovere la politica economica e il ruolo dello stato imprenditore. In Francia c’ è la Caisse des dépôts e la Germania ha la sua cassa depositi; non c’ è bisogno di rifare l’ Iri ma sono state dette molte menzogne sull’ Istituto per la Ricostruzione Industriale, una campagna propagandistica con cui è stata liquidata quale fenomeno di corruzione e mala-gestione. Certo è che, all’ inizio degli anni ’80, tutte le controllate dall’ Iri erano in rosso. Sì, è vero, erano in rosso, ma per oneri impropri imposti da una politica che via via sconfinava sempre più nel malgoverno. Oggi bisogna riformare gli strumenti che abbiamo e la Cassa è lo strumento più idoneo, così come è stata concepita da Giulio Tremonti per sconfiggere l’ ordoliberismo. Come si fa in un Paese in cui i politici sono sempre a caccia del consenso? L’ ex Ilva della fine degli anni ’70 era un serbatoio occupazionale per lo scambio di voti. Ci sono due modi. Il primo è di concepire l’ intervento pubblico attraverso enti not-for-profit, come nelle autostrade della Florida. Un ente che non ha bisogno di cda (basta un officer) e in cui i ricavi – pagati i dipendenti e costi – vanno tutti agli investimenti. Secondo, avere una buona governance. Non dobbiamo avere una Cdp con una logica di interventi a spezzatini e di natura finanziaria. Oggi l’ Europa non consente distorsioni del mercato interno: come si contempera l’ intervento pubblico e il progetto comunitario? Come fanno tedeschi, francesi e spagnoli: non rispettando le regole europee nei propri Paesi e facendole imporre agli altri. E poi l’ Europa deve cambiare. L’ ordoliberismo deve finire e bisogna cominciare a investire. Insomma, solo invertendo la politica economica in tutte le nazioni salveremo l’ Europa. Lufthansa parla di 5mila esuberi in Alitalia, ArcelorMittal di 5mila in ex-Ilva, un’ eventuale nazionalizzazione si troverebbe a gestire problemi esplosivi, sociali e industriali. Ci sarà modo di ricondurre queste crisi in un ambito di mercato? Non bisogna nazionalizzare. Si può gestire l’ intervento dello stato con la Cdp rifondata e capitali stranieri. C’ è solo bisogno di una regia pubblica, come a Wimbledon. Una direzione di politica economica, alla cui testa non devono esser messi finanzieri ma manager industriali. Gli Usa nel 2008 hanno nazionalizzato di fatto l’ industria dell’ auto, Gm e Chrysler, e colossi finanziari come Aig ma le società sono state guidate fuori dalla bancarotta e riprivatizzate. In Italia non ci sarebbe il rischio di trovarsi fra 50 anni ancora con la Cdp nel capitale dell’ ex Ilva? L’ importante è che l’ intervento non lo si faccia con il capitale del risparmio postale. Poi, se abbiamo un passato negativo, possiamo anche cambiare. © RIPRODUZIONE RISERVATA. Alberto Grassani

 

30/11/2019 – Il Fatto Quotidiano
L’ affare dei pagamenti digitali e l’ arrivo del renziano in Cdp

Poltrone. L’ ex premier ha voluto il fedele Lovadina in Sia. La società potrebbe fondersi con Nexi, che ha acquistato la Bassilichi dei finanziatori della Open
È una delle nomine toccate a Matteo Renzi nella spartizione delle poltrone della galassia di Cassa Depositi e Prestiti: Federico Lovadina è stato messo a capo della Sia, la società controllata da Cdp (con l’ 85%) e Poste che realizza le reti per i pagamenti telematici, in sostanza l’ infrastruttura su cui si regge il sistema dei Pos, che rende quindi la società strategica nella corsa al potenziamento dei pagamenti telematici. Lovadina rientra nella terna dei posti strappati dal fiorentino nelle partecipate, insieme a Roberto Cociancich (Sace) e Lucia De Cesaris (Cdp immobiliare). Una nomina che oggi fa storcere il naso a molti nei palazzi romani, vista la piega presa dalle inchieste fiorentine sui finanziamenti alla Open, la cassaforte del renzismo. Lovadina arriva infatti in Sia per gestire un’ azienda che da tempo pensa a una fusione. Tra le candidate c’ è la Nexi, società leader dei pagamenti digitali che poco tempo fa ha acquistato la Bassilichi, altra società del settore, fiorentina, i cui vecchi proprietari, i fratelli Bassilichi (non indagati) sono stati perquisiti dalla Finanza come molti altri finanziatori della Open. Lovadina ha i giusti quarti di renzismo. È un fedelissimo dell’ ex premier dalla prima ora, onnipresente nella rete toscano-fiorentina del giglio magico. Pistoiese, classe 1979, Lovadina di professione fa l’ avvocato, anche se l’ arte preferita è collezionare poltrone. Renzi lo nomina nel cda di Ferrovie dello Stato nel 2014, nella tornata delle nomine che lo aveva spinto a prendersi Palazzo Chigi cacciando Enrico Letta. Oggi Lovadina è socio dello studio legale tributario Bl (Bonifazi & Lovadina) con il senatore dem Francesco Bonifazi, tesoriere di Italia Viva (e già del Pd di Renzi) e con il fratello dell’ ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Maria Elena Boschi, tornata a esercitare nello studio la professione dopo la parentesi al governo. E anche lui cresciuto, come la Boschi, alla corte dello studio fiorentino di Umberto Tombari, dove Maria Elena ha mosso i primi passi nella professione. Il curriculum è fitto e le poltrone non mancano, specie nelle partecipate toscane, come quella di presidente di Toscana Energia. Lovadina è anche stato nominato nel cda di Prelios, uno dei principali gruppi immobiliari privati europei (l’ ex Pirelli Real Estate) risorto negli ultimi anni grazie al business della gestione dei crediti deteriorati. In Italia è guidato da Fabrizio Palenzona, storico lobbista delle autostrade e degli autotrasportatori, anche lui uomo dalle mille poltrone, ieri come oggi: l’ ex vicepresidente di Unicredit ancora troneggia come presidente all’ Aiscat, l’ Associazione della concessionarie autostradali ed è grande amico di Marco Carrai, l’ imprenditore, più vicino a Renzi e indagato nell’ inchiesta fiorentina per finanziamento illecito. Nella tornata di nomine in Cdp Renzi ha deciso di puntare la sua fiche sulla Sia, società certamente meno rilevante rispetto alle altre coinvolte, ma evidentemente considerata più strategica. Di certo Sia è in una fase di transizione. Da mesi si inseguono i rumors di una possibile fusione con Nexi per creare un maxi polo italiano. L’ ultima prova di una possibile intesa è sfumata a marzo scorso quando l’ incontro tra i manager di Cdp, Sia, Poste e Bain Capital (come portavoce dei fondi Nexi) si è concluso con un nulla di fatto. Secondo le indiscrezioni di stampa lo stop sarebbe arrivato per l’ opposizione dei vecchi vertici di Sia che, di fronte alla prospettiva di un potenziamento aziendale attraverso una fusione, preferivano procedere con acquisizioni. Neanche l’ intervento, a febbraio scorso, dell’ amministratore delegato di Cdp, Fabrizio Palermo, che aveva fatto pressing sul board per portare a segno la fusione, è servito. Da allora, su Sia – Nexi circolano solo voci. Per la seconda si parla anche di una trattativa per una alleanza da un miliardo con Intesa San Paolo, la prima in ottica sbarco in Borsa. L’ opzione Nexi, però, potrebbe riprendere quota. Tanto più ora con l’ arrivo di Lovadina alla guida, l’ uomo che nel 2017 curò l’ acquisizione da parte di Nexi della fiorentina Bassilichi. La nomina di Lovadina è arrivata martedì. Nello steso giorno è scoppiato il terremoto delle indagini su Open, la fondazione, ora liquidata, guidata da Alberto Bianchi, il fundraiser di Renzi, avvocato toscano di cui Lovadina è considerato un pupillo. I Bassilichi, in veste di finanziatori (non indagati) della Fondazione sono stati visitati dalla guardia di Finanza nell’ ambito delle indagini avviate dalla procura fiorentina, insieme ad altri imprenditori e professionisti. Marco Franchi

01/12/2019 – Avvenire
Cdp, sviluppo anche oltre confine

LA SVOLTA
Obiettivo del piano industriale 2019/2021 voluto dall’ ad Fabrizio Palermo è fare di questa struttura una leader dello sviluppo sostenibile Per realizzare l’ obiettivo è stata costituita una nuova Area dedicata La Cassa depositi e prestiti ha il ruolo di gestore del Fondo rotativo per la cooperazione internazionale Un miliardo l’ anno di investimenti. Accordi in Tunisia, Afghanistan e Senegal. L’ ultimo è Archipelagos Negli uffici dell’ austero palazzo di via Goito, storica sede di Cassa depositi e prestiti a Roma, da tempo hanno fatto la loro comparsa delle borracce. Una per ogni scrivania. E girando per i corridoi si trovano distributori di acqua che hanno preso il posto delle tradizionali macchinette per bibite. Perché Cdp è diventata totalmente ‘plastic free’. È solo l’ aspetto più visibile in superficie del rinnovo che sta cambiando la vita della Cassa quasi in tutti i suoi gangli. Una riscrittura resa possibile dal piano industriale 2019/2021 voluto dall’ ad Fabrizio Palermo per fare di questa struttura un leader dello sviluppo sostenibile. E al quale è ora chiamato a dare il suo contributo anche il nuovo presidente, Giovanni Gorno Tempini. Per realizzare questi obiettivi in Cdp è stata costituita una nuova Area Sostenibilità, proprio per sviluppare questi principi nel business, ma anche nella vita lavorativa dei dipendenti. Non si tratta solo di operare per l’ edilizia sociale e scolastica o per le infrastrutture. La Cassa, a esempio, ha il ruolo di gestore del Fondo ro- tativo per la cooperazione allo sviluppo, con il compito anche di sottoscrivere accordi diretti con i vari governi nazionali. Come per tutte le rivoluzioni, c’ è bisogno di tempo per ‘carburare’: in questo campo, nel primo semestre dell’ anno Cdp ha investito solo una parte del miliardo annuo previsto. Come da stile di via Goito, i progetti sono d’ altronde da selezionare con cura: per ora spiccano i 50 milioni messi in un fondo a favore della Banca centrale di Tunisia per agevolare l’ acquisto di beni e servizi di origine italiana, i 73 milioni in un fondo (col ministero dell’ Ambiente) per la tutela del mare, i 65 milioni destinati all’ Afghanistan per il corridoio ferroviario con l’ Iran e i 10 milioni destinati al Senegal nel campo educativo. L’ ultimo arrivato è ‘Archipelagos’, piattaforma realizzata con African Development Bank che attiva 30 milioni di garanzie per supportare la crescita di imprese africane ad alto potenziale. Un caso a parte è poi il progetto ‘Risparmio senza frontiere’ che, tramite un accordo con l’ omologa Cdc della Tunisia, agevola il trasferimento del risparmio sui libretti postli tunisini: un’ opportunità utile visto che oggi accedono al risparmio postale 40mila tunisini su 110mila presenti in Italia con permesso di soggiorno. Dall’ estero al fronte interno, un altro capitolo dove Cdp sta investendo parecchio (in attesa dei ritorni economici) è il rapporto con la clientela. Tradotto: sedi non più solo a Roma e Milano, ma sparse per l’ Italia. Per avere un dialogo più diretto soprattutto con le imprese, altro architrave del piano ‘sostenibile’ di Palermo: da inizio anno sono già 16mila le Pmi che sostiene con finanziamenti e supporto all’ export (assieme alle controllate Sace e Simest), dopo aver rivisto l’ offerta con prodotti più mirati. Rispetto al passato, infatti, l’ obiettivo è supportare di più, in questa delicata fase di uscita dalla crisi, anche le medie imprese, con ricavi fra i 10 e i 250 milioni. La prima sede territoriale è stata aperta il 14 maggio a Verona, di recente sono seguite Genova e Torino, a breve sono attese inaugurazioni a Napoli, Bari e Palermo. È in queste sedi che verrà illustrato il ventaglio di strumenti (dalla tradizionale liquidità a garanzia di credito ai basketbond, ‘cestini’ di obbligazioni che contengono minibond) predisposti dal capo di Cdp Imprese, Nunzio Tartaglia. Fino ai ‘Panda bond’ per il mercato cinese, annunciati durante la visita in Italia del presidente Xi Jinping, lo scorso marzo (un primato: sono i primi in assoluto creati da un istituto europeo): a luglio c’ è stata l’ emissione inaugurale da 1 miliardo di renminbi. I frutti iniziali stanno arrivando: di recente, a esempio, il gruppo mantovano Ufi Filters (sistemi di filtrazione per il settore automotive) ha visto finanziare con l’ equivalente di 5 milioni di euro la sua controllata Sofima, di Shanghai, allo scopo di potenziare la presenza. Quanto ai ‘basket bond’, quasi un cavallo di battaglia per via Goito, dopo il programma da 500 milioni (in 5 anni) lanciato in aprile con Banca Finint e destinato ai settori del made in Italy più orientati all’ export, a metà mese è stato annunciato che Cdp ha sottoscritto un prestito obbligazionario da 500 milioni di Ubi Banca a favore delle Pmi del Sud. In Puglia, invece, si sta lavorando con Unicredit a un’ analoga operazione per comprare i titoli emessi da Pmi locali non quotate. Un ultimo tassello dell’ attenzione ai territori della ‘nuova’ Cdp riguarda lo sviluppo di iniziative comuni fra le aziende partecipate del gruppo: il 19 novembre è stato siglato (coinvolgendo Fincantieri di cui la Cassa ha il 71,64%, oltre a Fs, Snam e Terna) con le istituzioni locali un protocollo per la città di Genova, per condividere competenze su progetti da finanziare. È un qualcosa di molto simile a quello che si sta pensando per Taranto, eventualmente. RIPRODUZIONE RISERVATA L’ Ad di Cdp, Fabrizio Palermo al primo Forum Multistakeholder della Cassa. EUGENIO FATIGANTE

02/12/2019 – Italia Oggi
Alitalia, nuovo prestito di 450 milioni con un decreto ad hoc

potrebbe essere approvato già oggi o al massimo giovedì in Consiglio dei ministri. Le risorse in più garantiranno almeno altri sei mesi di tranquillità per le casse della società

Sarà il via libera al prestito ponte da 450 milioni di euro a segnare lo spartiacque verso il bando di vendita-bis di Alitalia. Ma sarà un decreto ad hoc, a quanto pare -non un emendamento al decreto fiscale ipotizzato inizialmente- a sbloccare l’intervento aggiuntivo dello Stato per sostenere l’operativita’ di Alitalia dopo quello precedente di 900 milioni. Un decreto, scrive Il Messaggero, da approvare gia’ oggi o al massimo giovedi’ in Consiglio dei ministri. Le risorse in piu’ garantiranno, di fatto, almeno altri sei mesi di tranquillita’ per le casse della societa’ che ad ottobre aveva 315 milioni di liquidita’. Ma l’obiettivo resta quello di imboccare la nuova rotta al piu’ presto, nelle prossime settimane, possibilmente entro l’anno. Sara’ infatti il nuovo bando gia’ allo studio per la compagnia aerea, atteso entro un paio di settimane, a definire anche il nuovo mandato-lampo dei commissari Stefano Paleari, Enrico Laghi e Daniele Discepolo. Si tratta di consentire ai tre professionisti di mettere in vendita la compagnia anche secondo uno schema variabile. Rimarra’, infatti, la priorita’ di vendere la compagnia per intero, ma si chiedera’ ai possibili partner anche di avanzare opzioni alternative. Magari opzioni che tengano insieme due business legati e complementari come la manutenzione e il volo, lasciando la porta aperta all’investimento da parte di soggetti diversi per la parte handling. Niente spezzatini, ma uno spacchettamento del business, magari sotto una Newco con azionisti diversi. Per quanto riguarda la ristrutturazione, prosegue il giornale, sembra che non saranno i commissari a mettere la compagnia a misura di acquirente, mettendo in campo i tagli attesi dai possibili partner, a partire da quelli chiesti da Lufthansa. Gli acquirenti di Alitalia dovranno presentare un progetto industriale, che puo’ passare anche dalle definizione del perimetro, tra attivita’ ed esuberi, delle tre divisioni di business: la parte aviation (con i suoi 6.500 addetti tra piloti e assistenti di volo), la piu’ appetibile che interessa a Lufthansa e che difficilmente potra’ essere divisa dalla parte manutenzione (altri 2 mila addetti); e poi la divisione handling, cioe’ l’assistenza a terra (3 mila persone). Cosi’ si spiega anche l’ipotesi della costruzione di una Newco che tenga insieme il gruppo, lasciando pero’ aperta la strada a investitori diversa. Potrebbe dunque tornare in campo la cordata Fs-Delta con il sostegno del Mef. Senza escludere un ritorno sulla scena di Atlantia, con il suo interesse all’handling, attraverso la controllata Aeroporti di Roma.
Appare chiaro che l’ipotesi piu’ probabile è che il nuovo schema di bando possa andare incontro all’interesse di Lufthansa a entrare in partita puntando solo su una parte della compagnia, visto che l’handling puo’ essere appetibile, come detto, per Atlantia, mentre il controllo italiano sarebbe nelle mani di Fs e Mef. Qualunque scenario ipotizza evidentemente degli esuberi da gestire con un mix di strumenti, dalla cassa integrazione senza escludere l’intervento di societa’ controllate da Cdp come Invitalia per ridurre il peso dei tagli. Ma lo scenario tedesco sembra avere al momento il vantaggio di garantire un’alleanza internazionale capace di assicurare anche lo sviluppo delle rotte verso gli Usa, non praticabile invece con Delta. Non solo. Lufthansa potrebbe mettere a disposizione di Alitalia le opzioni necessarie per allargare il leasing su aerei Airbus, visto che oggi la compagnia italiana dispone soltanto di 23 aerei di lungo raggio. I tedeschi potrebbero farlo gia’ da subito, se ci fosse la prospettiva di un accordo per l’ingresso nel capitale di Alitalia (se intervenisse per esempio la stessa Invitalia, con un intervento-ponte sui leasing). Anche nello scenario tedesco rimangono però molti nodi da chiarire. Oltre al perimetro degli esuberi, visto che i tedeschi immaginano un’eccedenza di almeno 3.500 lavoratori nell’assetto attuale, toccherà ai commissari avere le garanzie necessarie sul mercato italiano. Perché la nuova Alitalia, oltre a spingere i voli verso Germania e Usa, come vorrebbe Lufthansa, non puo’ certo dimenticare i collegamenti verso il Sud e le isole.

 

02/12/2019 – Italia Oggi

Autostrade, è scontro tra Di Maio e Benetton

Botta e risposta dopo la lettere con la quale il numero uno della famiglia di imprenditori invocava lo stop alla campagna di accuse e critiche. Il Governo si appresta a procedere con la revoca della concessione ad Autostrade o, in alternativa, con un accordo compensativo

“Surreale. Prende le distanze da Autostrade. Ma vi pare possibile? È ridicolo”. Se Luciano Benetton, con la lettera inviata ad alcuni quotidiani, sperava di ottenere comprensione per lui e per la sua famiglia, le parole di Luigi Di Maio -e il silenzio del Pd- hanno sgomberato il campo da ogni illusione. Il ministro degli Esteri e capo politico del M5S letta ieri mattina la missiva di Benetton ha replicato attraverso Facebook: “È normale che a un anno e mezzo di distanza dalla tragedia del Ponte Morandi, l’uomo che per primo si è arricchito alle spalle degli italiani chiudendo un occhio sui mancati interventi di manutenzione da parte della sua società, oggi si improvvisi in un appello alla pace e al bene?”. Insomma, sottolinea Repubblica, lo stop alla “campagna d’odio scatenata contro la nostra famiglia” invocato dal numero uno della famiglia Benetton, e’ rimbalzato contro il muro del governo. L’esecutivo si appresta a procedere con la revoca della concessione ad Autostrade o, in alternativa, con un accordo “compensativo” che impegni la controllata di Atlantia ad un sostanzioso e duraturo taglio dei pedaggi. Piano B, quest’ultimo, preso in considerazione dall’esecutivo qualora la valutazione dei rischi di pesanti indennizzi a carico dello Stato rendesse meno consigliabile la revoca. A differenza di altre questioni ed emergenze, sul caso Autostrade il governo sembrerebbe compatto, anche se ieri a Benetton hanno replicato solo esponenti pentastellati. D’altro canto e’ di mercoledi’ scorso la presa di posizione della ministra dei Trasporti Paola De Micheli (Pd), decisa a “non fare sconti a interessi privati”. Concetto ribadito anche dal premier Giuseppe Conte. Le parole di Luciano Benetton hanno lasciato l’amaro in bocca anche al management di Atlantia, la holding controllata dalla famiglia veneta al 30,25% attraverso la finanziaria Edizione e che controlla a sua volte Autostrade per l’Italia. Se e’ vero che i Benetton sono il primo, ma non l’unico azionista di Atlantia -e a cascata di Autostrade- e’ anche vero che Edizione ha sempre indicato, votato e quindi contribuito a designare con il meccanismo del voto di lista ben 13 su 15 dei membri del consiglio d’amministrazione di Atlantia. C’e’ anche chi fa notare che all’epoca del crollo del ponte Morandi il presidente di Autostrade per l’Italia (Aspi), quello di Atlantia e quello di Edizione erano la stessa persona, ovvero Fabio Cerchiai, un manager tanto vicino ai Benetton che oggi -dopo le dimissioni forzate di Giovanni Castellucci da amministratore delegato di Atlantia lo scorso settembre- ha assunto anche incarichi esecutivi che prima non aveva. Qualcuno, prosegue il giornale, legge invece le accuse di Luciano verso il management come destinate “solo” a Castellucci, storico amministratore delegato, che dall’aprile del 2005 al settembre del 2019 e’ stato ai vertici del gruppo leader italiano delle infrastrutture. Ammesso che un uomo solo potesse aver tutto quel potere all’interno delle aziende, da Aspi a Spea, e ne avesse tanto da influenzare perfino le scelte dell’intero cda di Atlantia, dove la famiglia veneta era rappresentata direttamente da Gilberto, e indirettamente dai manager di Edizione, la domanda che in molti si fanno e’ come abbiano potuto i Benetton dargli carta bianca senza considerarsi poi in qualche modo responsabili del suo operato.

29/11/2019 – Il Sole 24 Ore
Servizi professionali, vietati i bandi gratuiti della Pa

la proposta
Un emendamento alla manovra, firmato dal Pd, per vietare le clausole che rendono gratuiti i bandi della Pa per servizi professionali. La firma è della vicepresidente del Senato, Anna Rossomando, che ha annunciato l’ iniziativa ieri nel corso della prima giornata del 45esimo congresso nazionale dei geometri, in programma a Bologna fino a domani. Il testo dell’ emendamento prevede che le amministrazioni non possano pubblicare bandi gratuiti o con corrispettivi dal valore simbolico. Le clausole, se inserite nelle chiamate, saranno automaticamente nulle e i compensi saranno ricalcolati in base alle tabelle ministeriali. «È un emendamento sul quale daremo battaglia in sede di discussione della legge di Bilancio in parlamento, sull’ equo compenso ci siamo spesi da tempo come Pd», dice Rossomando. L’ obiettivo è bloccare le iniziative ricorrenti di amministrazioni che cercano, in qualche modo, di dribblare i principi dell’ equo compenso per i professionisti. E vede favorevole il presidente del Consiglio nazionale dei geometri, Maurizio Savoncelli: «La norma sull’ equo compenso non è stata scritta in maniera chiara per le pubbliche amministrazioni. È benvenuto un intervento che faccia chiarezza, stabilendo il principio che non possono esserci bandi gratuiti». Intanto, sul fronte della professione, si registra un incremento di sette punti nel reddito dei geometri liberi professionisti nelle dichiarazioni 2019. Lo dice il primo campione di dati, relativo all’ anno in corso, elaborato dalla Cassa di categoria. Il numero, che proietta il reddito medio dei geometri intorno ai 22mila euro, è sorprendente, perché fotografa il quarto aumento consecutivo dal 2015 ad oggi. Il trend di calo, iniziato nel 2011 senza interruzioni, è stato insomma decisamente invertito. E adesso riporta il volume d’ affari di questi professionisti un po’ più vicino ai livelli pre-crisi. «Questo dato – dice il presidente della Cassa, Diego Buono – significa che eravamo arrivati a un livello minimo di redditi, ma anche che la nostra categoria ha saputo reagire meglio di altre alla crisi, dimostrandosi polivalente nelle sue competenze». Per il futuro, l’ obiettivo a cui guardano i geometri è l’ attivazione di una laurea abilitante, della quale ieri, nel corso del congresso, ha parlato Mario Pittoni (Lega), presidente della commissione Cultura del Senato e primo firmatario di una proposta di legge che consentirà ai nuovi laureati triennali di iscriversi direttamente all’ albo di categoria (si veda anche il Sole 24 Ore di ieri). «Nel giro di qualche settimana – ha spiegato – conto di portare in discussione il provvedimento». Sul punto si potrebbe trovare la convergenza delle forze politiche di maggioranza. © RIPRODUZIONE RISERVATA. Giuseppe Latour

29/11/2019 – Italia Oggi

Opere pubbliche sotto controllo

Decreto del ministero infrastrutture sul funzionamento dell’ archivio nazionale informatico (Ainop)
Piattaforma con i dati anche su ponti, viadotti, dighe, metro
Al via il censimento del patrimonio nazionale delle opere pubbliche, attraverso la condivisione di dati su una piattaforma gestita dal ministero delle infrastrutture (Mit); sarà realizzato un sistema di costante monitoraggio delle opere, anche autostradali, stradali e ferroviarie; previste tre fasi di attivazione. È quanto prevede il decreto ministeriale n. 430, firmato dal ministro delle infrastrutture e dei trasporti Paola De Micheli l’ 8 ottobre 2019 ed entrato in vigore il 21 novembre. Il provvedimento ministeriale definisce le modalità con cui i soggetti di cui all’ art. 13, comma 4 del decreto legge n. 10972018 dovranno rendere disponibili i servizi informatici di rispettiva titolarità in materia di opere pubbliche per la condivisione dei dati e delle informazioni all’ interno dell’ Archivio informatico nazionale delle opere pubbliche (Ainop). L’ archivio riguarderà: ponti, viadotti e cavalcavia stradali; ponti, viadotti e cavalcavia ferroviari; strade (archivio nazionale delle strade, Ans); ferrovie nazionali e regionali, metropolitane; aeroporti; dighe e acquedotti; gallerie ferroviarie e gallerie stradali; porti e infrastrutture portuali; opere di edilizia pubblica. Nell’ archivio dovranno essere riportati dati tecnici, progettuali e di posizione con analisi storica del contesto e delle evoluzioni territoriali, ma anche i dati amministrativi riferiti ai costi sostenuti e da sostenere, quelli sulla gestione dell’ opera anche sotto il profilo della sicurezza e infine i dati sullo stato e il grado di efficienza dell’ opera e le attività di manutenzione ordinaria e straordinaria. Sarà quindi possibile, a regime, arrivare ad un costante monitoraggio dello stato e del grado di efficienza delle opere, effettuare una valutazione complessiva sul livello di sicurezza delle stesse, agevolare il processo di programmazione e finanziamento degli interventi di riqualificazione e di manutenzione delle infrastrutture e la determinazione del grado di priorità dei medesimi. Si tratta di uno strumento essenziale per avere sotto controllo lo stato di manutenzione delle opere che, quando sarà pienamente alimentato, renderà certamente anche più trasparente l’ attività dei singoli titolari delle opere. I soggetti tenuti ad alimentare l’ Ainop sono le regioni, le province autonome, gli enti locali, l’ Anas, Rfi, i concessionari autostradali e aeroportuali, i concessionari di derivazione, i provveditorati alle opere pubbliche, l’ Enec, le autorità portuali e logistiche, l’ Agenzia del demanio. È l’ art. 2 del decreto ministeriale n. 430 a definire le tempistiche e le fasi entro le quali avviare la condivisione dei dati e delle informazioni, attivando il censimento delle opere pubbliche. La logica del decreto è quella di organizzare le fasi a partire dall’ alimentazione da parte dei soggetti già strutturati con servizi informativi per la gestione dei dati e delle informazioni e prevedendo la graduale alimentazione anche da parte dei soggetti che non possiedono tali servizi. Partiranno (con obbligo di inserire i dati entro tre mesi) le stazioni appaltanti già dotate di servizi informatici; gli altri avranno tempo altri sei mesi (fase 2 per alcune opere di competenza statale: strade, autostrade, ferrovie, dighe, strade regionali, metropolitane ecc.) o 12 mesi (per opere di interesse regionale o provinciale non di interesse nazionale) o ancora entro il 31 dicembre 2020. Il testo prevede anche che sia istituito un tavolo tecnico permanente presso il Mit al fine di coordinare il processo e le modalità di alimentazione dell’ Ainop e garantire il rispetto delle tempistiche previste. All’ inizio, quindi, la piattaforma sarà utilizzata dai soggetti conferenti e dai soggetti vigilanti ai fini dell’ alimentazione della base dati. A seguito del consolidamento del processo di acquisizione, alcune informazioni saranno rese disponibili in modalità aperta, come dati aperti (opendata). Per l’ accesso alla piattaforma Ainop il responsabile della struttura competente dovrà inviare una comunicazione alla seguente casella di posta elettronica: ainop@pec.mit.gov.it. © Riproduzione riservata. PAGINA A CURA DI ANDREA MASCOLINI

29/11/2019 – Italia Oggi
Gare, imprese inidonee già bloccate col bando

grazie alle clausole di esclusione
La clausola escludente contenuta in un bando di gara, impugnabile di fronte al Tar, deve essere idonea in concreto a precludere la partecipazione dell’ impresa interessata. Lo ha affermato il Consiglio di stato con la sentenza n. 7978 del 22 novembre 2019 della quinta sezione con riguardo all’ ammissibilità di un ricorso inerente una causa cosiddetta «escludente» (con riguardo alle clausole attinenti alla necessità di rispettare l’ interoperabilità, e cioè il dialogo tra la rete esistente e quella da realizzare in ampliamento), in considerazione della violazione dei principi di massima partecipazione alle gare, imparzialità, parità di trattamento e proporzionalità. I giudici hanno richiamato la giurisprudenza costante che qualifica come clausole escludenti, immediatamente impugnabili, quelle che prescrivono il possesso di requisiti di ammissione o di partecipazione alla gara, oppure quelle che impongono oneri incomprensibili o sproporzionati, che rendano la partecipazione alla gara incongruamente difficoltosa. Immediatamente impugnabili sono anche le clausole degli atti di gara che precludano una valutazione di convenienza economica, come pure i bandi che presentino gravi carenze nell’ indicazione dei dati essenziali necessari per la formulazione dell’ offerta. In sostanza, hanno detto i giudici, il concetto di «clausola escludente» attiene a «qualunque disposizione, contenuta nella lex specialis di gara, che, a prescindere dal suo contenuto (e cioè indipendentemente dal fatto che abbia ad oggetto un requisito soggettivo o un adempimento da assolvere contestualmente alla presentazione della domanda di partecipazione) e della fase di concreta operatività, sia tale da precludere la partecipazione dell’ impresa interessata a impugnarla». Analoga natura escludente lo ha anche la clausola tale «da giustificare una prognosi, avente carattere di ragionevole certezza, di esito infausto della sua eventuale partecipazione», in questo caso da un lato, l’ impugnazione del provvedimento che sancisca formalmente l’ esclusione o la mancata aggiudicazione sarebbe tardiva e dall’ altro lato, la presentazione della domanda di partecipazione rappresenterebbe un adempimento superfluo, se non contraddittorio. © Riproduzione riservata.

29/11/2019 – Italia Oggi
Commissari, requisiti e conflitto di interessi

In consultazione le 6e linee guida Anac destinate ai prefetti
L’ Anac ha messo in consultazione pubblica le seste linee guida (non vincolanti) sui requisiti dei commissari ed esperti nominati ai sensi dell’ art. 32 del decreto legge n. 90 del 2014 e sull’ applicabilità della disciplina in materia di conflitto di interessi, inconferibilità e incompatibilità di incarichi. La consultazione, aperta il 18 novembre, si concluderà il 18 dicembre 2019. Lo scopo delle linee guida è quello di rispondere ai numerosi dubbi interpretativi e applicativi, ma soprattutto orientare i prefetti nella selezione dei commissari straordinari ed esperti incaricati, in presenza di vicende giudiziarie o di tentativi di infiltrazioni criminali di stampo mafioso con riferimento all’ impresa affidataria, della straordinaria e temporanea gestione delle imprese che eseguono opere pubbliche, individuando criteri oggettivi ed uniformi, tenendo conto dell’ esigenza di garantire la correttezza e l’ imparzialità nello svolgimento degli incarichi. Nel documento, in primo luogo sono evidenziate le funzioni e la natura dell’ incarico conferito dal prefetto ai commissari, cui è attribuito un munus pubblicistico: l’ Anac ha affermato che «funzioni attribuite ai commissari straordinari sono pertanto inquadrabili nell’ ambito dell’ esercizio di un munus pubblicistico, per effetto dell’ accertamento e della valutazione delle autorità amministrative coinvolte (il presidente dell’ Anac e il prefetto) in merito alla necessità di non pregiudicare qualificati interessi pubblici sottesi all’ esecuzione di un determinato contratto». In particolare, l’ incarico appare riconducibile alla figura del «funzionario onorario». Importante è rilevare che si conferma che l’ affidamento dell’ incarico di amministratore «comporta la sostituzione degli organi di amministrazione dell’ impresa di cui è sospeso, con esclusivo riferimento al contratto oggetto della misura, il potere di gestione e di disposizione». Dal momento della nomina si passa quindi ad una gestione separata dei contratti sottoposti a commissariamento. Vengono poi fornite indicazioni sui requisiti di professionalità e onorabilità che i commissari devono possedere e sull’ applicabilità a tale tipologia di incarico delle disposizioni volte a garantire l’ imparzialità dell’ attività amministrativa, con riguardo soprattutto all’ obbligo di astensione in caso di conflitto di interessi e al divieto del cosiddetto pantouflage, che si sostanzia in uno scorretto esercizio dell’ attività istituzionale da parte del dipendente pubblico, un conflitto di interessi a effetti differiti, finalizzato a precostituirsi un favor nei confronti di colui che in futuro potrebbe conferirgli incarichi professionali. Per quanto concerne la trasparenza delle proposte del presidente dell’ Autorità e dei provvedimenti prefettizi, si richiama il contenuto della delibera Anac n. 1040/2018, in cui si è ritenuto che la pubblicazione di tali atti debba avvenire con oscuramento dei dati personali, ivi compresi quelli degli amministratori delle imprese, delle particolari categorie di dati personali, nonché di quelli relativi a condanne penali e reati o a connesse misure di sicurezza. © Riproduzione riservata.