Rassegna stampa 28 novembre 2019

27/11/2019 11.49 – RADIOCOR

Pa: Consip aggiudica gara da oltre 2 mld per la fornitura di energia elettrica

(Il Sole 24 Ore Radiocor Plus) – Roma, 27 nov – Consip ha aggiudicato la nuova gara, del valore di oltre 2 miliardi di euro, per la fornitura di energia elettrica alle pubbliche amministrazioni, che rende disponibili in acquisto un totale di circa 17 TWh. La gara – informa Consip in una nota – suddivisa in lotti geografici – 16 regionali/provinciali piu’ un lotto nazionale – e’ stata aggiudicata ai seguenti concorrenti: 1 – Valle d’Aosta, Piemonte a Iren Mercato; 2 – Province di Milano e Lodi a Enel Energia; 3 – Lombardia escluse le Province di Milano e Lodi a Enel Energia; 4 – Trentino A.A., Friuli V.G. ad A2A Energia; 5 – Veneto a Enel Energia; 6 – Emilia Romagna ad A2A Energia; 7 – Sardegna, Liguria ad Enel Energia; 8 – Toscana ad A2A Energia; 9 – Umbria, Marche ad A2A Energia 10 – Provincia di Roma a Enel Energia; 11 – Lazio esclusa la Provincia di Roma ad AGSM Energia; 12 – Abruzzo, Molise ad A2A Energia; 13 – Campania ad Enel Energia; 14 – Puglia, Basilicata ad AGSM Energia; 15 – Calabria ad AGSM Energia; 16 – Sicilia a Enel Energia; 17 – Italia a Hera Comm. com-amm

28/11/2019 – Corriere del Trentino
Energia, aziende al top. Aspiag leader nel fatturato

L’ analisi dei commercialisti sulle imprese regionali. Zago: «Economia altoatesina in ottima salute»
BOLZANO Gkn e la sua innovazione continua nell’ automotive fra le grandi aziende e Miorelli service, specializzata in servizi alle imprese (dalla pulizia al trasporto e facchinaggio); l’ energia da fonti rinnovabili di Fri-El Green Power e di Volta green energy fra le medie, la società di consulenza in campo immobiliare Iniziative Methab e la società Daunia Calvello, che fa capo all’ omonimo parco eolico, di Ardian e Gruppo Tozzi tra le piccole. Sono queste le tre migliori aziende trentine e altoatesine nelle tre categorie di dimensione secondo la ricerca «Eccellenze del Nordest». Presentata ieri a Bolzano nel corso dell’ assemblea dell’ Ordine dei commercialisti altoatesini, sarà riproposta domani ai colleghi di Trento e Rovereto. L’ analisi è curata da un gruppo di lavoro composto dai 13 Ordini del Nordest e da un team di professori dell’ università Cà Foscari e analizza lo stato di salute delle aziende del Triveneto. «Quella altoatesina è un’ economia in ottima salute e dalle performance importanti – commenta Claudio Zago, presidente dell’ Ordine dei commercialisti di Bolzano – pur in un contesto internazionale che presenta tinte in chiaroscuro e la solita schizofrenia normativa nazionale che ci costringe a operare senza certezza alcuna». Fra le grandi imprese, Gkn Sinter Metals è in testa alla classifica basata sull’ indice sintetico di performance, che fotografa le prestazioni aziendali in base alle condizioni patrimoniali, finanziarie e reddituali degli ultimi cinque anni. Precede di poco Allstar, società che fa parte del gruppo Novomatic e opera nel campo del gioco d’ azzardo, mentre al terzo posto si piazza EuropCar Italia, con il noleggio di auto e furgoni. La prima trentina è Miorelli. Tre dei primi quattro posti nella classifica delle imprese di medie dimensioni sono occupati dalle varie filiali di Fri-El Green Power, azienda leader in Italia nel settore della produzione e vendita di energia elettrica da fonti rinnovabili. Sull’ ultimo gradino del podio la roveretana Volta green energy. Anche scendendo di dimensione, l’ Alto Adige rimane al primo posto della classifica regionale, con l’ immobiliare di Iniziative Methab del gruppo Tosolini. Segue Daunia Calvello, di Ardian e Gruppo Tozzi. Quanto al fatturato, nei primi cinque posti della classifica in testa c’ è il gruppo Aspiag, con 1,9 miliardi di euro fatti segnare nel 2018. A seguire FinDolomiti energia con quasi 1,4 miliardi, il provider di energia Alperia (1,2 miliardi), le Acciaierie venete di Borgo Valsugana (1,1 miliardi), Dana, la multinazionale che fornisce componenti ai produttori di veicoli stradali e fuoristrada. E. Fer.

28/11/2019 – L’Adige
Energia, protocollo d’ intesa

giuliano beltrami STORO – «Mi sono incontrato, e non è il primo incontro, con i dirigenti di Dolomiti Energia per vedere se esista la possibilità di realizzare un impianto insieme». Queste le parole di Giorgio Rossi , presidente del Consorzio Elettrico di Storo, a metà ottobre, quando la Provincia aveva bocciato la realizzazione di una centralina idroelettrica a basso impatto sul fiume Chiese. Alla domanda su cosa stesse bollendo in pentola, Rossi non si era sbottonato. Oggi, dopo quaranta giorni, giunge la notizia che fra Gruppo Dolomiti Energia e Cedis è stato siglato un protocollo d’ intesa intitolato «Produzione idroelettrica e tutela dell’ ambiente». Ad annunciarlo in un comunicato congiunto sono i presidenti Massimo De Alessandri e Giorgio Rossi . «L’ accordo – si legge – apre nuove prospettive di collaborazione per concretizzare sinergie e convergenze sulle attività di interesse comune nell’ ambito della produzione idroelettrica e della tutela e valorizzazione del patrimonio ambientale dell’ asta del fiume Chiese». Al centro dell’ accordo c’ è «la volontà di lavorare insieme per trovare le soluzioni migliori per tutti dal punto di vista economico, ambientale e sociale». Chi si aspettava iniziative operative andrà deluso: parole dolci come il miele, ma per ora solo propositi, o (per dirla meglio) basi su cui lavorare. «Tra le finalità del documento, che rappresenta una grande opportunità e al contempo il veicolo per il raggiungimento degli obiettivi di tutte le parti, l’ ottimizzazione degli investimenti, il migliore coordinamento di due protagonisti dell’ idroelettrico trentino, al fine di incrementare la loro rappresentatività e la loro capacità industriale nel campo della produzione di energia pulita». Così scrivono De Alessandri e Rossi, presidente (va ricordato) di uno dei tre Consorzi cooperativi che producono energia in Trentino. Certo, c’ è la firma del protocollo, che, come dicono i presidenti, «è l’ ufficializzazione di una comunione di intenti e dà il “La” a successivi accordi che saranno gli strumenti operativi per il raggiungimento degli obiettivi che verranno individuati nel tempo. L’ accordo è anche l’ occasione per consolidare il contributo che le fonti rinnovabili pulite portano al sistema elettrico provinciale e rappresenta un elemento utile al percorso di decarbonizzazione e allo sviluppo sostenibile del Trentino di domani». Il presidente di Cedis Giorgio Rossi e il presidente del Gruppo Dolomiti Energia Massimo De Alessandri esprimono piena soddisfazione per la stipula del protocollo, definendo la firma «la prima tappa di un lungo percorso di cooperazione ad ampio raggio nel comune amore per il territorio, nell’ interesse delle comunità e nel rispetto dell’ ambiente». Aggiungono che «questo accordo non sarebbe potuto avvenire in un momento migliore, visto il periodo di cambiamento che interesserà nel futuro prossimo il settore dell’ idroelettrico; questa collaborazione – concludono – si rivela un’ opportunità fondamentale per il futuro di entrambe le realtà».

28/11/2019 – Il Sole 24 Ore
De Micheli: revisione rapida delle concessioni autostradali

il governo
Stanziati i primi 250 milioni per la manutenzione di ponti e viadotti
ROMA Da un lato c’ è la partita più generale della revisione di tutte le concessioni autostradali. «Dovremmo arrivarci rapidamente», ha sottolineato ieri la ministra dem delle Infrastrutture Paola De Micheli in audizione alla commissione Lavori pubblici del Senato. Dall’ altro lato c’ è la chiusura, ormai alle viste, della procedura di caducazione della concessione di Autostrade, avviata all’ indomani del crollo del ponte Morandi: entro due-tre settimane potrebbe arrivare sul tavolo del Consiglio dei ministri. E quel «non faremo sconti» ribadito martedì dal premier Giuseppe Conte, insieme ai ripetuti nuovi attacchi del leader M5S Luigi Di Maio, avvalora la probabilità che l’ iter si concluda in senso sfavorevole ad Aspi. C’ è di più. La defezione di Atlantia nella partita Alitalia ha fatto riprendere quota, all’ interno del Governo, all’ ipotesi di ricorrere, contestualmente alla caducazione della concessione, alla “delegificazione”: la cancellazione dell’ approvazione per legge delle convenzioni, stabilita dalla legge 101/2008 (epoca Berlusconi) che convertiva un decreto dell’ Esecutivo Prodi e che blindava gli accordi con i concessionari, comprese le clausole controverse come quella della convenzione con Aspi secondo cui, anche in caso di revoca per colpa grave, la società avrebbe avuto diritto al risarcimento di tutti gli utili fino alla fine della concessione. Questo passaggio permetterebbe di ripristinare l’ iter normale per gli schemi delle concessioni, dal decreto Mef-Infrastrutture alla valutazione del Nucleo per la regolazione dei servizi di pubblica utilità, dal passaggio al Cipe fino al “timbro” della Corte dei conti. Mentre a Palazzo Chigi si lavora al dossier, i danni causati dal maltempo nelle ultime settimane, da Venezia a Genova fino a Matera, hanno comunque riportato drammaticamente in primo piano la piaga del dissesto idrogeologico e della scarsa manutenzione delle opere. «Sul tema dei ponti ho chiesto ed esigo che il Consiglio superiore dei lavori pubblici propaghi linee guida sulla sicurezza, che ancora oggi non ci sono», ha affermato De Micheli. Garantendo «massima priorità alle manutenzioni ordinarie e straordinarie continuative» e al rafforzamento del sistema della vigilanza «attraverso un puntuale monitoraggio delle infrastrutture». La ministra ha riferito ai senatori che sono stati stanziati i primi 250 milioni per la manutenzione di ponti e viadotti, aprendo a nuovi stanziamenti sulla base della mappatura effettuata dalle province (secondo cui 5.931 tra viadotti ponti e gallerie hanno bisogno di interventi per almeno 2,4 miliardi). De Micheli ha poi ricordato come nell’ aggiornamento del contratto di programma 2016-2020 di Anas siano stati previsti investimenti per circa 29,5 miliardi nei prossimi dieci anni, di cui 15,9 destinati alla manutenzione programmata della rete viaria esistente. La stessa Anas ha pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale quattro bandi da tre milioni di euro ciascuno per il monitoraggio strumentale di ponti e viadotti. Obiettivo: effettuare misurazioni continue, tramite sensori, per individuare variazioni del comportamento strutturale di circa cento opere. Sarà un software ad acquisire le misure acquisite dai sensori. Le imprese interessate potranno far pervenire le proprie offerte sul portale acquisti di Anas entro il prossimo 9 gennaio. Sulla prevenzione del dissesto è tornato anche il ministro dell’ Ambiente, Sergio Costa (M5S), audito in commissione a Montecitorio sulle linee programmatiche del suo dicastero, che ha trasferito alle regioni 700 milioni quest’ anno per oltre 500 progetti. «Occorre agire su infrastrutture, governance e gestione delle aree più fragili e, soprattutto, sulle opere già cantierabili», ha detto Costa. Insistendo sull’ importanza del Ddl Cantiere Ambiente che velocizza le procedure (ma l’ esame in Senato entrerà nel vivo solo da gennaio)e sulla necessità di una riforma delle Autorità di distretto e sul restyling della governance di sistema. In mattinata il ministro era intervenuto a un convegno per i 25 anni di Sogesid. «Al Cipe, nell’ ambito della cabina di regia sul dissesto, le abbiamo dato uno spazio centrale: si sta lavorando perché l’ affiancamento al ministero continui». Proprio Sogesid, insieme a Invitalia, è l’ ente individuato dal Governo per affiancare i governatori nella loro veste di commissari straordinari anti-dissesto e accelerare le opere programmate. © RIPRODUZIONE RISERVATA. Manuela Perrone

28/11/2019 – La Repubblica
Autostrade, è rottura Anche il Pd ora vuole revocare la concessione

Il governo aveva chiesto una compensazione: abbassare i pedaggi e rendere gratuite alcune tratte La ministra De Micheli irritata dal no della società. Pesano le nuove accuse della procura
ROMA – La revoca della concessione ad Autostrade per l’ Italia adesso è più vicina. Da un anno e mezzo, in seguito alla tragedia del Ponte Morandi, continua a chiederla il Movimento 5 stelle. Ma la novità, dopo le accuse del procuratore di Genova sugli «omessi controlli come filosofia generale» di Aspi, è che anche il Pd pensa sia, alla fine, la soluzione principale. Il premier Giuseppe Conte, che si è riservato l’ ultima parola, vacilla. «Stiamo andando avanti», ripete. Con un elemento in più. Lo hanno molto colpito le parole scolpite dal pm ligure: «Reiterata sottovalutazione dei pericoli ». Un’ accusa pesante, che non si può prendere a cuor leggero a meno di dimenticare i 43 morti di Ferragosto. L’ altra via esplorata dal ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti è quella della “compensazione”. Proprio l’ altro ieri la ministra Paola De Micheli (Pd) ha incontrato il nuovo amministratore delegato dell’ azienda in mano ai Benetton, Roberto Tomasi. Si è discusso dell’ emergenza per i due viadotti della A26, ma non solo. «Gli italiani vanno compensati». Sulla base di questa parola d’ ordine il governo vuole verificare con Aspi un compromesso. I danni alle persone, alle cose e la ricostruzione del ponte di Genova sono un capitolo a parte. Ma Autostrade per l’ Italia deve farsi carico di un “risarcimento” non simbolico nei confronti del Paese. Come? Bloccando o abbassando le tariffe e prevedendo la gratuità della percorrenza su alcuni tratti delle rete oggi gestiti a pagamento. Al ministero hanno quantificato il risparmio per i cittadini (e la rinuncia ai profitti per la società) in qualche miliardo di euro. La prima risposta di Autostrade ha lasciato di sasso la ministra. Un no secco, senza margini di trattativa. Per il momento. Anzi, Autostrade ha lasciato capire che preferisce infilarsi in un contenzioso che può durare anche dieci anni e nel frattempo continuare a macinare utili e dividendi. Conte ha accolto il rifiuto con grande stupore. Studia le carte. Ora ha messo sul tavolo anche l’ intervento chiarissimo del procuratore Francesco Cozzi, che è allarmante e mette in ulteriore difficoltà l’ esecutivo. Al Mit (ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti) si sta quindi studiando meglio la carta della revoca. O caducazione, come la chiama il premier. I tempi della scelta ormai si contano in giorni. Entro il weekend verrà redatta la valutazione ministeriale. La prossima settimana invece è quella buona per avere una risposta definitiva. O ritiro della concessione o compensazione. La ministra De Micheli sente di poter decidere in piena libertà. Le scivolano addosso le accuse di essere amica dei concessionari. «Ho incontrato l’ ex ad Castellucci due volte in vita mia. E Gilberto Benetton una volta in un palazzetto dello Sport dove giocava la sua squadra di pallavolo quando ero presidente della Lega volley femminile», si è confidata con i compagni di partito. Sulla sua scrivania, nell’ enorme studio del ministro a Porta Pia, ha la relazione commissionata dal predecessore Danilo Toninelli. Ci sono le condizioni per annullare la concessione, si legge in quel documento. La manutenzione, senza dubbio, spetta al concessionario. Il governo vigila solo sulle scadenze dei controlli e fa decine di segnalazioni silenziose per non creare il panico (l’ ultima, a inizio novembre, sulla Tangenziale di Napoli, sempre gestita da Aspi). Però, scrivono gli esperti, il rischio di un braccio di ferro legale è molto alto. Bella scoperta. Un “ma anche” che in questo caso non aiuta a decidere su una materia tanto delicata. La revoca presuppone una valutazione seria degli effetti giuridici, economici e dell’ impatto occupazionale. «La decisione sarà collegiale », ha detto ieri la De Micheli in Senato. «Non voglio che tra qualche anno io, il premier, i ministri, lo Stato insomma debba rispondere di una decisione non ponderata». I risultati sibillini della commissione Toninelli dimostrano che i proclami dei 5 stelle (di Di Maio in particolare) servono per la propaganda ma non hanno dato una mano a risolvere la questione. L’ epicentro della vicenda resta Genova. Bisogna dunque fare i conti anche con l’ opinione del governatore e commissario Giovanni Toti, il quale difende Aspi. Ma non sarà lui a decidere sulle due ipotesi rimaste in campo. Con pari possibilità di essere quella giusta, se Aspi dovesse ripensare il suo “no” all’ offerta del governo. FABIO BUSSALINO I lavori La ricostruzione del viadotto sul Polcevera, a Genova. Il ponte Morandi è crollato il 14 agosto 2018: 43 i morti e 566 gli sfollati. DI GOFFREDO DE MARCHIS

28/11/2019 – ANSA

Pressing m5s per revoca ad autostrade: ‘non hanno fatto cio’ che dovevano’

Parla l’amministratore delegato: ‘I ponti sono sicuri’

M5s accelera sulla richiesta di revoca della concessione ad Autostrade per l’Italia. “C’è un’evidenza fattuale che non hanno fatto quello che dovevano fare”, ha detto il ministro dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli, a Circo Massimo su Radio Capital.

“Gli investimenti sono fermi, i viadotti vengono chiusi, non è accettabile”, ha aggiunto. Sulle concessioni autostradali “c’è un procedimento in corso. Credo vada portato a termine nell’interesse generale del Paese”.

“Il sistema delle concessioni autostradali va rivisto. Credo che ci siano diversi modelli possibili per la gestione delle autostrade e che vadano applicati in modo sano sui diversi territori”. Lo ha detto il ministro dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli, a Circo Massimo su Radio Capital, facendo l’esempio di Autovie Venete, “un modello virtuoso” gestito “al 100% in house”. “Non sono favorevole che tutta la gestione di 3.000 chilometri vada ad un unico soggetto”, ha aggiunto indicando come possibile soluzione quella di modelli “infraregionali”.

“Si va verso la revoca delle concessioni autostradali – dice il capo politico M5s Luigi Di Maio a Radio Anch’io – bisogna togliere a questi signori la concessione il prima possibile dopo che hanno preso i nostri soldi per i pedaggi senza fare la manutenzione delle strutture”.

L’ad di Autostrade parla intanto in una intervista alla ‘Stampa’: “Non cerchiamo scuse, siamo pronti a ogni verifica ma i ponti sono sicuri”, dice. RIPRODUZIONE RISERVATA © Copyright ANSA

 

28/11/2019 – ANSA

Al via il progetto Anas per il monitoraggio ponti e viadotti

In Gazzetta Ufficiale nuovi bandi per l’installazione di sensori

Anas ha pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale quattro bandi di gara da tre milioni di euro ciascuno per il monitoraggio strumentale di ponti e viadotti, “con l’obiettivo di effettuare, tramite sensori, misurazioni in continuo delle caratteristiche dinamiche delle opere per individuare eventuali variazioni del comportamento strutturale”. Lo rende noto la società del gruppo Fs specificando che i sensori integreranno le periodiche attività di sorveglianza eseguite dai tecnici Anas.

Gli appalti, in accordo quadro, riguardano la fornitura e l’installazione di sensori accelerometrici sulle strutture portanti dei ponti. Saranno circa 100 le opere oggetto di monitoraggio strumentale, selezionate sulla base dell’importanza dell’itinerario, delle caratteristiche geometrico-strutturali e della posizione geografica, in relazione alla pericolosità sismica e idraulica del territorio. La tecnologia dei sensori, insieme “alla consolidata attività di sorveglianza ispettiva, consentirà di migliorare ulteriormente il monitoraggio continuo dei ponti e dei viadotti, misurando gli standard di sicurezza delle opere e consentendo ad Anas di programmare i necessari interventi di manutenzione”.

RIPRODUZIONE RISERVATA © Copyright ANSA

 

28/11/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

De Micheli: massima priorità alle manutenzioni ordinarie e straordinarie continuative

Manuela Perrone

La ministra ha riferito che sono stati stanziati i primi 250 milioni per i ponti sulla base della mappatura effettuata dalle Province

Da un lato c’è la partita più generale della revisione di tutte le concessioni autostradali. «Dovremmo arrivarci rapidamente», ha sottolineato ieri la ministra dem delle Infrastrutture Paola De Micheli in audizione alla commissione Lavori pubblici del Senato. Dall’altro lato c’è la chiusura, ormai alle viste, della procedura di caducazione della concessione di Autostrade, avviata all’indomani del crollo del ponte Morandi: entro due-tre settimane al massimo potrebbe arrivare sul tavolo del Consiglio dei ministri. E quel «non faremo sconti» ribadito martedì dal premier Giuseppe Conte, insieme ai ripetuti nuovi attacchi del leader M5S Luigi Di Maio, avvalora la probabilità che l’iter si concluda in senso sfavorevole ad Aspi.

C’è di più. La defezione di Atlantia nella partita Alitalia ha fatto riprendere quota, all’interno del Governo, all’ipotesi di ricorrere, contestualmente alla caducazione della concessione, alla “delegificazione”: la cancellazione dell’approvazione per legge delle convenzioni, stabilita dalla legge 101/2008 (Governo Berlusconi) che convertiva un decreto dell’Esecutivo Prodi e che blindava gli accordi con i concessionari, comprese le clausole controverse come quella della convenzione con Aspi secondo cui, anche in caso di revoca per colpa grave, la società avrebbe avuto diritto al risarcimento di tutti gli utili fino alla fine della concessione. Questo passaggio permetterebbe di ripristinare l’iter normale per gli schemi delle concessioni, dal decreto Mef-Infrastrutture alla valutazione del Nucleo per la regolazione dei servizi di pubblica utilità, dal passaggio al Cipe fino al “timbro” della Corte dei conti.

Mentre a Palazzo Chigi si lavora al dossier, i danni causati dal maltempo nelle ultime settimane, da Venezia a Genova fino a Matera, hanno comunque riportato drammaticamente in primo piano le piaghe della scarsa manutenzione delle opere e del dissesto idrogeologico. «Sul tema dei ponti ho chiesto ed esigo che il Consiglio superiore dei lavori pubblici propaghi linee guida sulla sicurezza, che ancora oggi non ci sono», ha affermato De Micheli. Garantendo «massima priorità alle manutenzioni ordinarie e straordinarie continuative» e al rafforzamento del sistema della vigilanza «attraverso un puntuale monitoraggio delle infrastrutture».

La ministra ha riferito ai senatori che sono stati stanziati i primi 250 milioni sulla base della mappatura effettuata dalle Province (secondo cui 5.931 tra viadotti ponti e gallerie hanno bisogno di interventi per almeno 2,4 miliardi). E ha ricordato come nell’aggiornamento del contratto di programma 2016-2020 di Anas siano stati previsti investimenti per circa 29,5 miliardi nei prossimi dieci anni, di cui 15,9 destinati alla manutenzione programmata della rete viaria esistente. © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

28/11/2019 – La Stampa
Dalla nuova Iri all’ agenzia per lo sviluppo I l governo studia come intervenire nelle crisi

I l ministro Patuanelli: “Servono nuovi strumenti per affrontare i casi più comp lessi”
PAOLO BARO Ni ROMA Torna la voglia di Stato padrone? A quasi vent’ anni dalla messa in liquidazione dell’ Iri, di fronte all’ immane difficoltà di risolvere crisi della portata di quelle che hanno investito Ilva ed Alitalia, che messe assieme valgono più di 30 mila occupati, nel governo si inizia a ragionare su questa opzione. Non si tratta però di rimettere le lancette indietro sino al 2002 e di dimenticare le regole europee che vietano esplicitamente gli aiuti di Stato, quanto di trovare soluzioni a dossier su cui i privati hanno palesemente fallito. Se si tratta di andare in soccorso di settori strategici per il Paese, vuoi la produzione dell’ acciaio messa in forse dal possibile disimpegno di ArcelorMittal, vuoi l’ ex compagnia di bandiera che si vorrebbe trasformare in un driver dell’ offerta turistica del Belpaese e se si vuole davvero «difendere l’ interesse nazionale» il ministro dello Sviluppo Stefano Patuanelli non si tira indietro. «Una nuova Iri? Se può servire, sì» ha dichiarato martedì in Senato. Concetto ripetuto ieri al tavolo sulla Whirlpool: «Dicono che voglio ricostruire l’ Iri, magari!» sottolineando di nuovo che «al Paese servono strumenti per affrontare le crisi industriali». L’ idea potrebbe anche prendere piede trovando all’ interno della maggioranza un fertile terreno di dialogo. «Quando fallisce il mercato serve uno Stato ancora più forte ma snello. E questo vale per la produzione di acciaio come per gli investimenti digitali nelle aree periferiche del Paese, per tenere aperte le scuole tutto il giorno o per aumentare il numero dei nostri politecnici», sostiene Francesco Boccia, politico ed economista «di «scuola prodiana» e attuale ministro agli Affari regionali. «Lo Stato deve intervenire pesantemente, innanzitutto per indicare una prospettiva – sostiene – Nel caso dell’ Ilva, ad esempio, deve favorire la necessaria transizione ecologica della produzione. Per l’ Alitalia l’ intervento pubblico dovrebbe invece servire da ponte per riaprire la concorrenza tra privati ed evitare di farsi schiacciare dai futuri compratori con progetti come lo spezzatino che finirebbero solo per penalizzare l’ occupazione». Per questo – aggiunge – «non si tratta tanto di nazionalizzare attività in crisi come si faceva una volta seguendo il classico approccio marxista, quanto di individuare strumenti nuovi che ci consentano di battere le disuguaglianze». Certamente l’ ipotesi «nuova Iri»piace a sinistra, da Leu alla Fiom (che già durante le trattative per la cessione dell’ Ilva aveva invocato l’ intervento di Cdp) alla Cgil, che propone «di costituire una nuova agenzia per rilanciare lo sviluppo del Paese». «Serve un coordinamento per lo sviluppo industriale in grado di definire le specializzazioni produttive, governare i processi di innovazione e attuare una strategia nazionale di sviluppo, con una visione unitaria e di medio periodo – sostiene il sindacato guidato da Maurizio Landini -. Serve una nuova governance pubblica fondata sul riordino e il coordinamento degli attori istituzionali. Finora vuoti istituzionali e sguardo miope hanno troppo spesso trascurato le debolezze strutturali del nostro sistema delle imprese». Per Boccia «occorre aprire un grande dibattito nel Paese e bisogna farlo senza pregiudizi, partendo dal fatto che se il capitalismo non è più quello d’ una volta, anche l’ intervento pubblico deve esser diverso da quello del passato». – © RIPRODUZIONE RISERVATA retroscena Boccia: quando fallisce il mercato serve uno Stato ancora più forte ma snello ANSA LAPRESSE Stefano Patuanelli, ministro per lo Sviluppo Il ministro degli Affari regionali, Francesco Boccia. PAOLO BARONI

28/11/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Venezia, Mose completato al 92% ma mancano gli impianti. Zaia: una tragedia se non funzionerà

Alessandro Lerbini

L’Ance in audizione alla commissione lavori pubblici al Senato: le imprese denunciano una lentezza esasperante nei pagamenti che avvengono a sei mesi

Regione Veneto, provveditorato regionale alle opere pubbliche, Ance e Autorità portuale di Venezia si sono confrontanti davanti all’ottava commissione Lavori pubblici del Senato sull’avanzamento dei lavori del Mose. Di seguito gli interventi.
Provveditorato alle opere pubbliche Veneto, Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia
«Il Mose è ufficialmente al 92% di realizzazione. Cosa manca? Il completamento di tutti gli impianti che per la maggior parte si ritiene di concludere il prossimo anno». Lo ha dichiarato in una audizione alla commissione Lavori pubblici al Senato Cinzia Zincone, responsabile del provveditorato opere pubbliche Veneto, Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia. «Quella degli impianti è una mancanza fondamentale per chiudere le barriere i giorni degli eventi di alta marea. Al momento lavora solo un compressore per bocca e in questa situazione si triplicano i tempi di apertura delle paratoie. Manca la porta della conca di Malamocco perché una mareggiata l’ha rimessa in discussione, stiamo rifacendo la porta lato mare ma va fatta anche quella lato laguna. Abbiamo notato criticità che sono la corrosione, tubi bucati e le vibrazioni, sono però problemi tecnici risolvibili».
Regione Veneto
«Funzionerà il Mose? Non ve lo so dire. Sulla carta dovrebbe ma rispondo per altri perché non è un progetto nostro. Se funzionerà sarà la più grande opera di ingegneria del paese. In caso contrario sarebbe una tragedia, sarebbe il più grande spreco della storia». Sono le parole del presidente della Regione Veneto, Luca Zaia, all’ottava commissione lavori pubblici del Senato sullo stato di avanzamento delle opere e delle attività relative alla realizzazione del Mose. «È un progetto che non conosciamo da un punto di vista tecnico. È un’opera di altri. Il vero tema è capire quanto si può forzare l’innalzamento e che impatto avrà sulla laguna, sul ricambi d’acqua, su come si modificherà l’habitat per i pesci. Va fatto uno studio sulla sostenibilità. La difesa di Venezia non si discute ma dobbiamo avere il giusto equilibrio per il ricambio d’acqua. Il costo dell’opera è di 5,497 miliardi, mancano 320 milioni e il governo ci ha assicurato i fondi. Il cronoprogramma prevede il 31 dicembre 2021 come termine per finire i lavori».
«Dicono – ha proseguito Zaia – che manca tutta la tecnologia. Abbiamo detto che il Mose è una Ferrari ma manca il motore. Se è davvero così siamo in alto mare. Venezia ha avuto una tragedia unica, è stata massacrata e le acque alte si ripetono ciclicamente. L’acqua fa danni quando entra e quando va via con la salsedine che rimane. Ho chiesto 1,5 miliardi di risorse in 10 anni».
Ance
«Di fronte all’estrema lentezza delle procedure, l’Ance ha apprezzato la scelta del Governo di prevedere un Commissario straordinario che possa concretamente velocizzare e concludere i lavori del Mose e sbloccare anche tutti gli altri interventi, piccoli e grandi, di manutenzione necessari per mettere in sicurezza la città di Venezia». Lo ha riferito nel suo intervento all’ottava commissione Lavori pubblici del Senato Giovanni Salmistrari, presidente di Ance Venezia. «Si è appreso – ha continuato – che è Elisabetta Spitz la persona scelta per assolvere a questo importante compito. Naturalmente, un giudizio completo sull’efficacia della scelta commissariale potrà essere formulato dopo aver avuto conoscenza del Dpcm di nomina del Commissario. Ciò, al fine di comprendere sia come verranno gestite le procedure per il completamento dell’opera, sia i rapporti con il Provveditorato interregionale alle opere pubbliche, nonché come verrà delineato il necessario e delicato coordinamento con i commissari Anac. Certamente, occorrerà garantire certezza ed evitare sovrapposizioni di competenze che finirebbero per ingessare ulteriormente le procedure. Più in generale, occorre comunque ribadire che, fatte salve emergenze straordinarie come il Mose e il Ponte Morandi di Genova, non è comunque più accettabile che il Commissario straordinario sia ormai la scelta obbligata per aprire i cantieri e realizzare opere. Si può senz’altro derogare per “tagliare” i tempi – lunghissimi – di attraversamento delle procedure autorizzative a monte della gara sul modello del Commissario adottato per la tratta dell’Av Napoli-Bari, dopodiché occorre salvaguardare il confronto concorrenziale, ed i principi di massima concorrenza trasparenza e legalità che lo devono improntare».
«Quanto accaduto a Venezia – ha proseguito Salmistrari – conferma, di fatto, le preoccupazioni più volte denunciate dall’Ance, fin dall’approvazione della legge Obiettivo, ovvero che l’esclusiva attenzione alle grandi opere avrebbe determinato un vero e proprio drenaggio di risorse a discapito delle altre infrastrutture sul territorio, di dimensione più limitata. Per anni l’Associazione ha evidenziato, in tutte le sedi opportune, una drammatica riduzione delle risorse stanziate nel bilancio dello Stato per le opere “ordinarie”, come quelle di manutenzione del territorio, a favore, invece, dei capitoli di spesa che alimentavano le grandi opere strategiche della legge Obiettivo, molte delle quali, peraltro, ancora da realizzare. Occorre garantire risorse adeguate a tutti i programmi di spesa, in particolare a quelli per la manutenzione e messa in sicurezza del territorio, che necessitano di finanziamenti ordinari costanti e certi nel tempo». Le imprese impegnate nella costruzione del Mose denunciano una lentezza esasperante nei pagamenti a fronte di lavori regolarmente eseguiti. Le procedure previste comportano pagamenti ogni sei mesi. Questo determina il mancato rispetto dei termini previsti dalla Direttiva europea sui ritardi di pagamento oltre che gravi conseguenze sull’equilibrio finanziario delle imprese. «Occorre adeguare – conclude il presidente di Ance Venezia -i meccanismi di pagamento alla normativa vigente».
Autorità di sistema portuale del Mare Adriatico Settentrionale
«L’Autorità portuale non ha competenza sul Mose. Venezia è il primo beneficiario, ma il porto è la prima vittima. Con le due bocche di porto chiuse di Venezia e Chioggia saremo l’unico porto al mondo senza accesso al mare. Il Mose a regime ci creerà interferenze». Lo ha detto il presidente dell’Autorità di sistema portuale del Mare Adriatico Settentrionale, Pino Musolino. «Queste interferenze sui porti – ha proseguito – le dobbiamo minimizzare. Rotterdam è simile a Venezia: lì hanno creato una torre di controllo dove convogliano le informazioni su navi, maree, vento e nebbia in modo da avere un centro di gestione precisa del traffico. Dobbiamo ottenere garanzie e un riconoscimento legislativo per avere questi strumenti anche noi visto che siamo un porto speciale. C’è poi il problema della conca di navigazione che non funzionerà mai perché è disallineata. O i comandanti sono piloti di formula uno o la struttura non funzionerà. Non ci sono inoltre strutture per il porto rifugio se cambiano le condizioni meteo. Abbiamo presentato una proposta di adattamento della conca e della piattaforma vicina dei cassoni del Mose. Possiamo adattare la piastra e rimediare due accosti di porto sicuro. Così superiamo il problema della conca».

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28/11/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Astaldi, al via in Cile il contratto da 150 milioni per realizzare il nuovo ospedale di Linares

Radiocor Plus

L’avvio dei lavori conferma la validità delle assunzioni di piano alla base della proposta concordataria presentata da Astaldi davanti al tribunale di Roma

Al via la fase di realizzazione del contratto da 103 miliardi di pesos cileni (150 milioni di euro circa), 100% in quota Astaldi, relativo al nuovo ospedale di Linares, in Cile, che renderà disponibile un nuovo complesso sanitario da 329 posti letto nella Regione del Maule. Lo rende noto, in un comunicato, Astaldi, precisando che la fine dei lavori è prevista per la prima metà del 2024.
Il Contratto EPC (Engineering, Procurement, Construction) prevede la progettazione e la costruzione di una nuova struttura che si svilupperà su una superficie di 94.500 metri quadrati, distribuita su 8 piani, di cui uno in sotterranneo. Il committente è il ministero della Salute cileno e le opere sono finanziate con fondi dello Stato.
L’avvio dei lavori conferma la validità delle assunzioni di piano alla base della proposta concordataria presentata da Astaldi dinanzi al Tribunale di Roma, nell’ambito del procedimento di concordato preventivo in continuità attualmente in corso. Proseguono quindi le attività inerenti al progetto relativo al piano e al concordato, nell’interesse dei creditori, dei bondholder, dei dipendenti e, in generale, di tutti gli stakeholder.

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28/11/2019 – Italia Oggi
Manovra, conto soft sui comuni

L’ Anci ha incontrato Conte a palazzo Chigi. Indennità di 1.500 euro ai sindaci dei mini enti
Restituiti 100 mln. Fondo debiti commerciali al 2021
Cento milioni subito in Manovra e un sostanziale via libera all’ innalzamento delle indennità dei sindaci dei piccoli comuni a 1.500 euro. Ma anche neutralizzazione dell’ impatto sui conti locali del Fondo di garanzia dei debiti commerciali che viene rinviato al 2021. Mentre sull’ altro spauracchio per i bilanci comunali, il Fondo crediti di dubbia esigibilità, la partita è ancora aperta e si giocherà in sede tecnica nei prossimi giorni. I sindaci dell’ Anci hanno lasciato palazzo Chigi, dove hanno incontrato il presidente Giuseppe Conte, il ministro dell’ economia Roberto Gualtieri, la viceministra al Mef Laura Castelli e il sottosegretario all’ interno Achille Variati, con un bilancio sostanzialmente positivo, soprattutto in termini di risorse. Una boccata d’ ossigeno sulla parte corrente dei bilanci arriva dall’ impegno del governo a restituire in Manovra 100 dei 564 milioni che rappresentavano il taglio, disposto dal dl 66 nel 2014, e non più in vigore da fine 2018. La mancata restituzione delle risorse ha alzato il termometro dello scontro con i sindaci che si sono detti pronti a ingaggiare una battaglia legale al Tar per recuperare i fondi di loro spettanza. L’ esecutivo, dal canto suo, non ha mai negato l’ esistenza del problema e la volontà di risolverlo, ma ne ha fatto essenzialmente una questione di fondi. La coperta della Manovra 2020 è infatti troppo corta per restituire integralmente i 564 milioni mancanti e così il compromesso trovato ieri a palazzo Chigi accontenta tutti. Ai sindaci verranno restituiti subito 100 milioni e tale integrazione non sarà una tantum per il solo 2020 ma diventerà strutturale, potendo nel corso degli anni incrementarsi fino a raggiungere il totale dei fondi mancanti nel 2022. «L’ impegno del governo è di recuperare nei prossimi tre anni tutte le risorse che ci spettano. In queste ore con un tavolo tecnico decideremo come fare», ha dichiarato il presidente dell’ Anci, Antonio Decaro. «Per i comuni questa resta una legge di bilancio in chiaroscuro», ha proseguito il sindaco di Bari, «ma, considerato lo spazio di manovra molto stretto per evitare l’ aumento dell’ Iva, siamo abbastanza soddisfatti». Un altro punto messo a segno dall’ Anci nell’ interlocuzione col governo riguarda il Fondo di garanzia debiti commerciali che sarebbe dovuto partire dal 2020 e invece slitterà al 2021. Mentre, come detto, sul Fondo crediti di dubbia esigibilità (Fcde) per il momento si registra una certa rigidità da parte del governo che però potrebbe essere mitigata dalle trattative della sessione di bilancio. La richiesta dell’ Anci è di stabilizzare al 90% la percentuale di accantonamento al Fcde, mentre l’ esecutivo, per il momento, sarebbe disposto a riconoscere tale percentuale solo ai comuni in regola con i tempi di pagamento dei debiti (un ristretto gruppo), elevando al 95% la soglia per tutti gli altri. Oltre ai temi della Manovra, i sindaci dell’ Anci hanno portato a casa anche il via libera sulla proposta di un «reddito minimo» per i primi cittadini dei piccoli comuni che oggi percepiscono indennità irrisorie, in alcuni casi inferiori per entità al reddito di cittadinanza. «Avere ottenuto la disponibilità economica già nella legge di bilancio per innalzare le indennità di questi sindaci valorosi è una grande vittoria che abbiamo conseguito», ha dichiarato Roberto Pella, vicepresidente vicario dell’ Anci. Nell’ incontro (a cui, per la delegazione Anci, erano presenti Alessandro Canelli, sindaco di Novara, Giuseppe Falcomatà, sindaco di Reggio Calabria, Claudio Scajola, sindaco di Imperia, Andrea Romizi, sindaco di Perugia, oltre agli assessori di Roma, Milano e Genova) si è parlato anche di ristrutturazione del debito dei comuni a cui la Manovra dedica una norma ad hoc che porterà lo Stato, sulla falsariga di quanto fatto con il debito di Roma, ad accollarsi i mutui degli enti locali al fine di rinegoziarli con Cdp a tassi più in linea con quelli di mercato. © Riproduzione riservata. FRANCESCO CERISANO

28/11/2019 – Italia Oggi

Alitalia ormai non ce la fa proprio più

Oggi infatti siamo di fronte a un cadavere industriale tenuto in vita con fleboclisi di Stato. Con Umberto Nordio negli anni 70 guadagnava bene, ma venne licenziato

di Domenico Cacopardo

Siamo alla fine? Sarà difficile impedirla, a questo punto della esemplare storia italiana dell’Alitalia. Eppure, ci fu un tempo in cui l’Alitalia macinava utili e successi. Nel 1970, per esempio, per produttività la compagnia, con un kilometraggio per dipendente di 549, era la migliore in Europa, davanti a Lufthansa (seconda 376), a Sas (375), ad Air France (371) e British (settima con 314). Nel 1988 il bilancio era stato attivo per 47,9 milioni di lire, ma già nel 1989 era diventato passivo per 220 milioni.

Cosa era accaduto tra il 1988 e il 1989? Il 26 maggio del 1988, nel corso di una riunione del Comitato di presidenza dell’Iri, Romano Prodi, presidente dell’ente, mosse dure critiche all’operato di Umberto Nordio, ceo della compagnia dal 1972 e suo riconosciuto risanatore. Il 7 luglio il Comitato gli revocò la fiducia e il 18 luglio, riunito il consiglio di amministrazione della compagnia, Nordio si dimise dalla presidenza di Alitalia, benché i 16 membri del Consiglio di amministrazione – compresi gli uomini dell’Iri, eccetto Prodi – gli avessero confermato la fiducia.

Gli successero Carlo Verri, proveniente dalla Riv-Skf, prematuramente scomparso in un incidente stradale, e Giovanni Bisignani, funzionario Iri, amministratore delegato sino al 1994, quando nella funzione verrà sostituito da Roberto Schisano, manager Texas Instruments. Dall’uscita di Nordio, Alitalia non ha più registrato un attivo e, soprattutto, ha perso una guida determinata e sicura. Si disse, allora, che la sua testa fosse stata voluta da Ciriaco De Mita, segretario della Democrazia Cristiana, cui Prodi era molto vicino. Ma la storia non si fa con i «si dice». Rimane, comunque, il fatto che, presidente Iri, Prodi, e poi Franco Nobili, la compagnia di bandiera abbia solo accumulato perdite. Il governo del difficile personale dell’Alitalia era venuto meno, e la presenza pervasiva dei partiti, soprattutto la Dc, le era gravemente nuociuta. Con la seconda Repubblica, il patronaggio di Alitalia è riferibile soprattutto ad Alleanza nazionale e al suo leader Gianfranco Fini.

Questo, in estrema sintesi, l’antefatto. Oggi, siamo di fronte a un cadavere tenuto in vita con flebo di Stato. Tanto per capire: nel 2018 (gennaio-novembre) ha trasportato 20 milioni di passeggeri. L’Air France-Klm 93,8. Delta 180. Lufthansa 132. E sempre nel 2018, per ogni passeggero trasportato Alitalia ha perso 15,96 euro. C’è anche da dire che il blocco politico determinatosi intorno al personale Alitalia ha impedito i tagli considerati necessari. A una certa, modesta laminazione delle retribuzioni non s’è accompagnata alcuna razionalizzazione.

Anche la politica delle rotte è discutibile. Per esempio, la lucrosissima Milano-Miami è stata ceduta all’American Airlines per ragioni tuttora inesplicabili. Non ci sono, evidentemente, le condizioni minime per la sopravvivenza dell’azienda. Ed è fatale ragionare di futuro. Certo, ci vorrebbero persone capaci e, soprattutto, con una matura visione politica, ma la strada è segnata. Sapendolo, un governo consapevole gestirebbe il trapasso: cercherebbe di definire cioè una successione idonea a garantire un livello migliore di relazioni di trasporto aereo infranazionali e infraeuropee e disporrebbe la cessione delle lucrose e ambite rotte transcontinentali, soprattutto Nord e Sud americane.

Sarà un dolore per molti connazionali abituati a utilizzare per amor di Patria l’Alitalia, nonostante il trattamento a bordo (compresa la cortesia, un tempo «must») sia tanto peggiorato. Non vedranno più la bandiera nazionale svettare sul timone di poppa degli aerei. Rimane sulla piazza una compagnia di proprietà non italiana, Air Italy, che tuttavia si propone come vettore transatlantico preferenziale per la clientela nazionale. Dicono a Roma «consolamose…» Ci consoleremo, soprattutto perché una frazione importante (e ben più sostanziosa di quella ridicola derivante dal taglio dei parlamentari) di quattrini degli italiani non sarà buttata nel mare delle perdite Alitalia. © Riproduzione riservata