Rassegna stampa 27 novembre 2019

26/11/2019 14.11 – Quotidiano Enti Locali e Pa

Roma, più rifiuti a Civitavecchia vicino l’ok per il bilancio dell’Ama

Sembra avvicinarsi a una soluzione un nodo da tempo irrisolto per l’amministrazione grillina di Roma: l’approvazione del bilancio 2017 di Ama, la municipalizzata deirifiuti. Il documento è stato oggetto di un lungo braccio di ferro tra Comune e azienda e ha causato anche le dimissioni dei precedenti vertici di Ama e dell’ex assessore all’Ambiente Pinuccia Montanari. Ora, l’attuale amministratore unico di Ama, Stefano Zaghis, tra pochi giorni dovrebbe dare via libera al bilancio che dovrà essere poi approvato dal socio unico Roma Capitale. Il trasferimento Intanto, in attesa di soluzioni strutturali (che da inizio 2020 saranno improcrastinabili con la chiusura definitiva di Colleferro) mille tonnellate di rifiuti in più ogni giorno da Roma partiranno alla volta di Civitavecchia, città dell’hinterland. È la soluzione ponte individuata e decisa con ordinanza da Virginia Raggi per scongiurare l’ennesima «grave crisi» nella raccolta dell’immondizia della Capitale. La scelta, ufficializzata ieri dalla Città Metropolitana di Roma (di cui Raggi è pure sindaca) sta già creando polemiche. Con il leader della Lega Matteo Salvini che, in prima fila, promette: «Presto andrò a Civitavecchia che il sindaco Raggi vuole invadere con l’immondizia che sommerge Roma, per incapacità sua e di Zingaretti».

26/11/2019 15.00 – Adnkronos

RIFIUTI: MUSUMECI, ‘INDIVIDUATI 3 SITI PER NUOVI IMPIANTI IN SICILIA ORIENTALE’

“Nel palermitano disponibilità da Bagheria, Altofonte e Partinico”

Palermo, 26 nov. (Adnkronos) – “Prima il voto segreto poi torneremo a discutere della legge sui rifiuti”. A ribadirlo ancora una volte è il presidente della Regione siciliana Nello Musumeci, a margine di una presentazione a Palazzo d’Orleans. “La mancata discussione del ddl – precisa il governatore – non sta però impedendo al Dipartimento di lavorare sull’impiantistica. Il commissario ad acta (Sebastiano Conti Nibali ndr) ha già individuato tre siti dove realizzare nuovi impianti per la Sicilia orientale, adesso dobbiamo vedere se hanno le caratteristiche adatte”.

“Sugli impianti pubblici di compostaggio stiamo andando avanti anche nel palermitano – sottolinea Musumeci che due settimane fa ha ricevuto alcuni sindaci della provincia scesi in piazza per protestare contro l’apertura a singhiozzo degli impianti – Abbiamo già avuto la disponibilità a Bagheria, Altofonte e Partinico. Adesso dobbiamo solo avviare le verifiche”. E aggiunge: “Creare più impianti pubblici nel palermitano significa anche alleggerire Bellolampo, dove stiamo lavorando alla settima vasca, che potrebbe così servire solo la città di Palermo”.

E sugli impianti si lavora in tutta l’isola. Fra qualche settimana dovrebbe riaprire il polo di Castelvetrano, le Srr hanno già firmato il contratto di affitto; a Calatafimi si aspetta la consegna del progetto esecutivo per l’impianto finanziato per 15 milioni di euro e a Vittoria vanno avanti i lavori per l’impianto che dovrebbe entrare in funzione fra marzo/aprile.

 

27/11/2019 – La Repubblica
Patuanelli: “Tariffe luce e gas No alla liberalizzazione totale”

LE BOLLETTE Il ministero bloccherà la scadenza di luglio Autorità, operatori e consumatori concordi “Non siamo pronti”
ROMA – No. Da luglio 16 milioni di italiani non dovranno per forza cambiare contratto di fornitura di elettricità (10 milioni le famiglie e i condomini nella stessa situazione per il gas). L’ ultima tappa per la liberalizzazione delle bollette si conferma la più difficile. Ieri il ministro dello Sviluppo Economico, Stefano Patuanelli, ha annunciato l’ ennesimo rinvio: «Penso che il processo debba essere accompagnato da una maggior consapevolezza dei clienti». A luglio doveva, secondo quanto previsto dalla legge, concludersi la convivenza tra due regimi: il mercato libero e la maggior tutela. Lo scenario era quello di in un passaggio naturale dei consumatori verso le offerte “libere” perché più convenienti. Non è successo: nel 2018, rileva l’ Autorità dell’ Energia, il 56% nell’ elettricità e 50% per il gas è rimasto in “maggior tutela” in cui si paga la tariffa fissa determinata ogni 3 mesi dall’ Autorità. Per giunta, il travaso verso il “libero” si è raffreddato. Già l’ anno scorso si optò per un altro anno di interregno. Dopo 12 mesi tra le famiglie resta la diffidenza, come dimostra l’ immediato plauso delle associazioni dei consumatori allo stop. Contenti anche gli operatori, Enel si definisce «neutrale», ma l’ ad Franceso Starace ammette che «la decisione del ministro è logica». Più nette le municipalizzate rappresentate da Utilitalia, il vicepresidente e presidente di Estra, Francesco Macrì dichiara: «Serve una riforma che riporti al centro il consumatore e la qualità del servizio. Fondamentali i cittadini che fanno scelte consapevoli e i venditori affidabili. Per questi ultimi è necessario fissare requisiti minimi di accesso e istituire l’ albo previsto dalla legge. Le pratiche commerciali aggressive non aiutano le famiglie e provocano rischi a tutta la filiera, su questo fronte meglio fare un passo indietro piuttosto che un azzardato passo avanti». Patuanelli infatti promette un nuovo regime transitorio: «Non si tratta semplicemente di spostare avanti la data» insiste. Il ministro ha accolto i timori del presidente dell’ Autorità dell’ Energia, Stefano Besseghini, che la settimana scorsa aveva messo in guardia dai rischi. E tra le sue proposte c’ era quella di iniziare abolendo la maggior tutela solo per le utenze non domestiche, piccole imprese ed esercizi commerciali, dove solo 3 milioni sono ancora in regime tutelato. Nel decreto necessario per trasformare l’ annuncio di ieri in realtà, auspicati interventi anche su ciò che ha impedito una vera concorrenza. La più importante è che tasse ed oneri di sistema pesano più della metà del prezzo finale di luce e gas (come succede per carburanti e sigarette) limitando gli sconti a chi va sul mercato libero. L’ altro è la regolazione dei venditori (oltre 400 per ciascun settore) che propongono contratti via call center o porta a porta, con l’ effetto di confondere e spaventare più che informare. ©RIPRODUZIONE RISERVATA. DI LUCA IEZZI

27/11/2019 – Corriere del Veneto (ed. Verona)
Dg nominato e revocato, Tosi va all’ attacco di Amt

L’ ex sindaco chiede le dimissioni del presidente Barini
VERONA Si fa sempre più aspra la polemica sul concorso per il nuovo direttore di Amt. Flavio Tosi e Alberto Bozza, mostrando una serie di documenti ufficiali, parlano infatti di violazioni dello Statuto aziendale, di concorso irregolare e di nomine illegittime anche nel CdA. Sul tema sono previsti esposti in Procura, denunce penali e ricorsi alla Corte dei Conti.Tosi solleva dubbi anche sui finanziamenti per il filobus, e chiede le dimissioni del presidente di Amt, Francesco Barini. Più in dettaglio, l’ ex sindaco definisce «irregolare e con molti retroscena politici la revoca del nuovo direttore generale Marina Meletti» ricordando che «è arrivata seconda a un regolare bando ed è stata nominata dopo che il primo classificato ha rinunciato. Tuttavia – aggiunge – il presidente Barini le ha comunicato che era stata sospesa in attesa di verifiche. La Meletti così ha fatto richiesta di accesso agli atti per capirne i motivi, ma Amt non ha fornito la documentazione, sostenendo che l’ azienda non è sottoposta all’ applicazione della legge sulla trasparenza degli enti pubblici, il che non è vero visto che Amt è al 100% di proprietà del Comune». Secondo Tosi, poi, è «illegittimo il voto del Cda sulla revoca» in quanto «lo statuto sancisce che le delibere del Cda sono valide se è presente la maggioranza dei membri e se ha votato la maggioranza assoluta dei presenti: invece – sottolinea – solo due componenti del Cda su quattro si sono espressi a favore, e due su quattro non è la maggioranza assoluta. Tra l’ altro – aggiunge Tosi – uno dei voti è dell’ avvocato Lucia Poli, ora in aspettativa dal suo posto di lavoro, ma che essendo dirigente dell’ Azienda Ospedaliera nel 2017 non avrebbe potuto essere nominata nel Cda per incompatibilità». Secondo Bozza, infine, «il caso Meletti conferma il poco spessore del management attuale di Amt, e se Barini non si dimette, ci pensi il sindaco a revocarlo visto che proprio Sboarina – conclude – ha fatto fuori Croce in Agsm per molto meno». L.A.

27/11/2019 – Corriere del Veneto (ed. Vicenza)
Aim spinge: «Subito la fusione con Agsm»

VICENZA La fine del percorso non è ancora arrivata ma potrebbe giungere a breve. «Entro fine anno vorrei che ci fosse una delibera di indirizzo» dichiara l’ amministratore unico di Aim, Gianfranco Vivian. E dunque la strada per la multiutility di contra’ Pedemuro San Biagio sembra segnata: si andrebbe verso la fusione a tre con le due società vicentina e veronese, Aim e Agsm, più un terzo partner da individuare tra i quattro che hanno manifestato interesse e cioè il colosso lombardo A2a, l’ emiliana Hera, i trentini di Dolomiti e gli atesini di Alperia. Niente è già ratificato ma nel frattempo le commissioni consiliari, a Vicenza come a Verona, stanno per assistere nei prossimi giorni alla presentazione della relazione dell’ advisor Roland Berger proprio sugli scenari futuri dei due gruppi. Oltre queste riunioni, la strada sarebbe quella, appunto, della fusione a tre. La direzione è sostenuta dalla Lega, che in queste settimane ha tessuto una tela tra le due città arrivando a un disegno preciso: nuova società con il 30% in mano al nuovo soggetto e il restante 70 in parti uguali tra Aim e Agsm, con il 35% ciascuna nella logica della «pari dignità» rivendicata da Vivian. Aim spinge sull’ acceleratore: «Stiamo ragionando da un po’ di tempo – dichiara l’ amministratore unico – e per quanto mi riguarda quella è la strada, anche se non siamo ancora alla fine del percorso». Ma la volontà è di stringere sui tempi. «Secondo me – precisa Vivian – dovrebbe essere una delibera di indirizzo politico entro fine anno, anche perché poi servirà il tempo necessario per sondare le varie società disponibili a sentirci». Il riferimento è ai quattro player principali dei settori di energia, gas e rifiuti che dunque saranno chiamate in causa in un secondo momento: «Penso che nel giro di un mese e mezzo si possa compiere anche questa fase – afferma l’ amministratore unico – per poi cercare gli asset che ci mancano sul mercato». Insomma la strategia è già chiara e già filtrano voci sulla futura governance della nuova società: in ambienti leghisti si ragiona infatti sulla possibilità di garantire capacità decisionale paritetica tra i due territori vicentino e veronese nell’ ambito dei futuri consigli di amministrazione, con modalità che vadano anche oltre i patti parasociali. Ma la politica è un’ incognita. Dai sindacati, infatti, arriva un monito: «Si dia subito mandato agli amministratori delle due società di definire la fusione – dice il segretario della Cisl di Vicenza, Raffaele Consiglio – perché la sensazione è che a Verona, su questo fronte, si sia politicamente incastrati». E giusto ieri, infatti, l’ ipotesi delle pari-quote tra Aim e Agsm ha scatenato la politica scaligera con il sindaco Federico Sboarina che ha precisato come «il peso delle due aziende verrà stabilito in maniera analitica sulla base dell’ effettiva dimensione societaria». G. M. C.

27/11/2019 – La Repubblica
Inchiesta su De Vito “Da Acea 60 incarichi al socio di studio”

Nell’ informativa nuove accuse al presidente dell’ Aula capitolina: ” Così facilitò la nomina di Donnarumma”. Raggi in aula come teste della difesa
di Francesco Salvatore In un dialogo con il giornalista, rivenditore d’ auto e influencer del M5s Gianluigi Bardelli, raccontava di aver ricevuto dall’ Acea «sessanta incarichi » , dai quali aveva ricavato « 30mila euro » . L’ avvocato Camillo Mezzacapo, socio di studio del presidente dell’ assemblea capitolina Marcello De Vito, in realtà dalla multiutility dell’ acqua di mandati difensivi e per recupero crediti ne ha ricevuti nell’ arco di un anno e mezzo qualcuno di meno, ovvero 26, come ricostruito dai carabinieri. Mandati conferiti dopo che l’ amministratore delegato di Acea voluto da De Vito, Stefano Donnarumma, « aveva presentato Mezzacapo ai funzionari Acea ai quali compete l’ individuazione dei professionisti esterni a cui affidare gli incarichi » : un do ut des per la procura. Mezzacapo il prossimo 4 aprile siederà sul banco degli imputati insieme a De Vito: per entrambi la procura ha chiesto il giudizio immediato per corruzione, in merito all’ iter per la realizzazione del nuovo stadio della Roma. Mazzette travestite da consulenze del duo De Vito- Mezzacapo, in sostanza. E al processo ci sarà anche la sindaca. Virginia Raggi, infatti, compare nella lista testi depositata dai difensori di De Vito. Sempre lei, tra l’ altro, dovrà testimoniare nel processo che vede alla sbarra Luca Lanzalone, il « Mr Wolf » chiamato a portare a dama il progetto stadio, ma incappato in fatti di corruzione a braccetto con Parnasi. Tra i testimoni chiamati dai pm Luigia Spinelli e Barbara Zuin, invece, c’ è la consigliera comunale M5S Alessandra Agnello, che in fase di indagine ha raccontato « con riferimento alla realizzazione del nuovo stadio della Roma, di aver avvertito un certo pressing da parte di De Vito». Tornando agli incarichi ricevuti da Mezzacapo da Acea, gli inquirenti ritengono che siano la contropartita in cambio della sponsorizzazione compiuta da De Vito peri Donnarumma a capo della multiutility. Per la vicenda tutti e tre sono indagati per corruzione ( in un altro fascicolo), anche se l’ Ad di Acea ha da subito ribadito « l’ assoluta estraneità riguardo gli incarichi dati da Acea all’ avvocato Mezzacapo». I carabinieri del nucleo investigativo, però, dedicano un intero paragrafo di un’ informativa alla vicenda. All’ indomani dell’ arresto di De Vito vanno in Acea: « È stata acquisita la documentazione afferente tali incarichi – si legge – sono emersi elementi che consentono di affermare che è stato proprio Donnarumma, poco tempo la sua nomina a ad di Acea, a presentare Mezzacapo ai funzionari Acea ai quali compete l’ individuazione dei professionisti esterni a cui affidare gli incarichi » . A segnalare la singolarità dell’ inserimento di Mezzacapo nelle liste dei legali di Acea, inoltre, è anche la responsabile dell’ unità gestione del contenzioso, Alessandra Boccanera. Mezzacapo sarebbe stato inserito «contestualmente al conferimento del primo incarico e non in un momento precedente, come accade normalmente». © RIPRODUZIONE RISERVATA k In aula Il presidente dell’ Assemblea capitolina Marcello De Vito.

27/11/2019 – Il Messaggero
Revisione delle concessioni al via: stretta su tariffe e più manutenzione

Cresce il pressing di Palazzo Chigi sulle società per accelerare gli investimenti sulla rete stradale Conte minaccia l’ azzeramento della convenzione per Aspi, ma la revoca costerebbe fino a 23 miliardi
IL RETROSCENA ROMA Il governo accelera sulla revisione delle concessioni autostradali. O almeno ci prova. Lo fa sull’ onda emotiva dei recenti dissesti che hanno messo in luce la scarsa manutenzione di strade, ponti e viadotti. Ma più in generale, perché il discorso va ovviamente allargato, spinto dalla necessità di riavviare il piano annunciato e mai realizzato del rilancio delle infrastrutture, partendo proprio dalla messa in sicurezza del territorio. A Palazzo Chigi vogliono dare un’ accelerata molto forte visto che, tra l’ altro, il nuovo modello tariffario è stato già delineato. Un modello che punta ad ottenere non solo pedaggi più bassi ma ad implementare gli investimenti, aumentando allo stesso tempo i controlli sulla rete. Un tavolo tecnico è già al lavoro al Mit e interlocuzioni con i principali concessionari sono state avviate. LA RIFORMA La riforma del sistema approvata dall’ Art, l’ Autorità dei Trasporti, è pronta da mesi. E prevede, a grandi linee, che gli extra ricavi dovuti a maggior traffico delle società autostradali si traducano in riduzioni delle tariffe. Tariffe – ed è questa la maggiore novità – che registreranno annualmente, con un meccanismo di premi e penalità, anche la qualità del servizio. Il concessionario, almeno nelle intenzioni dell’ Art, sarà poi obbligato a efficientare ogni anno i propri costi operativi e gestionali, in modo da pervenire a un tetto fissato per legge calcolato tramite il confronto con le migliori pratiche del settore. C’ è da dire che la riforma, così come è stata designata, ha già incassato il no secco dell’ Aiscat, l’ associazione che raggruppa i concessionari, che l’ ha bollata come statalista e dirigista. Perchè, qualora fosse approvata, andrebbe ad incidere su contratti in corso. L’ esecutivo vuole però sfruttare l’ occasione dell’ aggiornamento dei piani economici e finanziari scaduti (che riguardano ben 16 concessionarie), per andare avanti. Ieri, in un incontro con la ministra delle Infrastrutture Paola De Micheli il nuovo ad di Aspi, Roberto Tomasi, ha assicurato il massimo impegno proprio sul fronte delle manutenzioni e delle verifiche. L’ obiettivo di Autostrade per l’ Italia – che ha varato un maxi piano di controlli – è proprio quello di arrecare meno disagi alla mobilità, mentre sul fronte delle tariffe l’ impatto della riforma sarà tutto sommato modesto. Come accennato le linee guida dell’ Art vanno ad incidere su 16 società per le quali il periodo regolatorio quinquennale previsto dalle vigenti convezioni risulta scaduto. Il governo, in sostanza, vuole che i nuovi criteri che misureranno investimenti e i miglioramenti dell’ efficienza dei gestori entrino subito in vigore, ovvero all’ inizio del nuovo anno. L’ effetto, almeno in teoria, dovrebbe essere quello di moderare le tariffe tramite il price cap, un meccanismo che prevede un indicatore di produttività annuale il quale verrà calcolato con cadenza quinquennale per valutare i diversi aspetti della efficienza della gestione. Inoltre, annualmente le tariffe saranno tarate riconoscendo solo gli investimenti effettivamente realizzati secondo i piani concordati con il Mit. Una stretta poi ci sarà sull’ uso dei fondi legati alle manutenzioni che dovranno essere velocizzate. Spetta ora a Palazzo Chigi aumentare il pressing con le concessionarie, passando dalle parole ai fatti, trovando soprattutto un’ intesa all’ interno delle forze di maggioranza. Luigi Di Maio continua ad attaccare Autostrade e a chiedere la «revoca» della concessione. Ieri il collega di partito e di governo Stefano Patuanelli, pur precisando che la questione «non è di mia competenza», ha invece parlato di «revisione totale». Più attenta a misurare le parole è la ministra De Micheli che da sempre parla di «revisione obbligatoria per tutti e sedici i concessionari» rifacendosi alla delibera dell’ Art. Una linea politicamente consona a ciò che il premier Conte disse in aula a settembre nel discorso sul quale ottenne la fiducia dal Parlamento. Ciò non toglie che, qualora la magistratura riconoscesse la responsabilità di Atlantia nella caduta del Ponte Morandi, la procedura di «caducazione», come la chiama il premier Conte, troverebbe il supporto necessario. «Il procedimento amministrativo – ha ribadito ieri sera Conte in conferenza stampa – è in corso, adesso si tratta di tirare le fila, e come sempre detto non faremo sconti. Il nostro obiettivo è tutelare non un interesse privato ma quello pubblico, di tutti i cittadini». La revoca costerebbe 23,5 miliardi e una durissima battaglia legale. Marco Conti Umberto Mancini © RIPRODUZIONE RISERVATA.

27/11/2019 – La Stampa
“Le mancanze dei gestori ci costringono a intervenire”

L’ allerta della Procura. E il pm Cotugno: Autostrade non ha la situazione dei ponti sotto controllo
Tommaso Fregatti Marco Grasso Genova L’ incubo peggiore, la grande paralisi, viene scongiurato nel giro di dodici ore: poco dopo le 10 del mattino Autostrade riapre una corsia della A26, allentando l’ isolamento emergenziale sulla Liguria. Dopo la chiusura improvvisa imposta dalla Procura di Genova, pronta a sequestrare i viadotti Pecetti e Fado perché secondo i suoi consulenti sono «a rischio rovina», si ritorna a circolare su una carreggiata, mentre la società condurrà prove di carico per verificare la tenuta della struttura. Guai però a parlare di falso allarme e il procuratore Francesco Cozzi mette le cose in chiaro: «Non mi rallegro di quanto accaduto: abbiamo fatto ciò che andava fatto, cercando proprio di evitare inutili allarmismi. Non spetta a noi vigilare sulle infrastrutture, ma quando c’ è un rischio di incolumità e pubblica sicurezza non ci giriamo dall’ altra parte. Adesso, per piacere, come ha detto anche il governatore Giovanni Toti, si attui un piano che dia tranquillità a tutti i cittadini». Un avviso ai naviganti lanciato in primis ad Autostrade per l’ Italia, concessionaria della rete già sotto inchiesta per il crollo del Ponte Morandi. Il messaggio è chiaro: per quanto straordinario, la magistratura potrebbe nuovamente imporre prescrizioni importanti e invasive su altri ponti a rischio. Soprattutto se, come nel caso del viadotto Pecetti, l’ ultimo rapporto firmato dalla società di monitoraggio Spea, appare ai consulenti della Procura incompatibile con lo stato reale del manufatto. Il clima che ha portato alla chiusura immediata di lunedì notte è rappresentato bene dalle parole del pm Walter Cotugno, impegnato nelle indagini sui falsi report: «Autostrade per l’ Italia e Spea non hanno la situazione della sicurezza dei viadotti sotto controllo». Dai primi di ottobre Autostrade ha silurato Spea, società della galassia Atlantia, sostituita con l’ esterna Speri. «Attivare piano di controllo» Per capire come si è arrivati all’ aut aut dei magistrati al concessionario, occorre fare un passo indietro. Il 13 settembre il gip Anna Maria Nutini dispone misure cautelari nei confronti di 2 dirigenti di Aspi e 7 fra manager e tecnici di Spea. Sono accusati di aver falsificato sistematicamente i test di sicurezza su alcuni viadotti. Il sospetto dei magistrati è che la sottovalutazione fosse «sistematica» e che, in realtà, quei rapporti siano in gran parte da rivedere. Non solo: l’ input a rivedere i voti al ribasso, secondo chi indaga, sarebbe arrivato proprio da alti dirigenti Autostrade, interessati ad abbassare i costi di manutenzione. Appena due giorni dopo gli arresti, Spea pubblica un report trimestrale in cui, fra le altre cose, vi sono elementi molto rassicuranti sulla salute del viadotto Pecetti, fra Mele e Masone. Il ponte viene classificato a livello 40, che nella scala delle valutazioni dei rischi, indica che non sono necessari interventi urgenti. Un successivo screening del consulente della Procura innalza lo stesso rischio a 70, cioè la necessità di interventi immediati e di chiusura del tratto. «Queste valutazioni non competono a noi, ma agli ingegneri – premette Cozzi – non indicano di per sé elementi diretti su un rischio crollo, ma la priorità da dare ad eventuali interventi. Nel caso del Pecetti, ci è stata segnalato un importante deterioramento delle solette e del cemento in alcuni punti dell’ impalcato nella zona esterna». Si tratta delle corsie che, per il momento, rimangono chiuse al traffico e che nei prossimi giorni verranno riaperte solo se vi saranno risultati confortanti dai test di carico. Perquisizioni a Spea Ieri i finanzieri del Primo Gruppo, coordinati dal colonnello Ivan Bixio, e del nucleo metropolitano, guidati dal colonnello Giampaolo Lo Turco, hanno nuovamente perquisito gli uffici genovesi di Spea. L’ obiettivo, stavolta, sono gli elementi che riguardano l’ ultima valutazione effettuata sul viadotto Pecetti e sul ponte limitrofo Fado. Mentre il primo era già stato citato da alcuni indagati, che nelle intercettazioni avevano paura che non reggesse al passaggio di un carico eccezionale, il secondo è una novità per l’ inchiesta. Gli inquirenti hanno anche acquisito le ultime relazioni su altri viadotti. Gli accertamenti potrebbero portare a un’ ulteriore svolta. Se venisse accertato che la sottovalutazione dei ponti è continuata in modo sistematico, anche in fasi avanzate di questa vicenda, chi ha firmato i report falsi potrebbe rischiare nuovi addebiti: dall’ accusa di crollo (un reato di pericolo, contestabile cioè anche se l’ evento non si verifica), all’ attentato alla pubblica sicurezza. Gli otto sorvegliati speciali L’ attenzione è molto alta nei confronti di otto viadotti, le cui valutazioni sono profondamente cambiate dopo l’ intensificazione delle indagini e a seguito del passaggio di testimone da Spea a Speri. Si tratta del ponte Scrivia (A7 in prossimità di Busalla, passato da 50 a 70); viadotto Coppetta (A7 tra Bolzaneto e Busalla, da 50 a 70); viadotto Bormida carreggiata Nord (A26 tra Ovada e Alessandria Sud, da 50 a 70); ponticello ad archi al km 16 (A10 tra Voltri e Arenzano, da 50 a 70); viadotto Vegnina (A26 tra Masone e Ovada, da 50 a 60); viadotto Biscione carreggiata Sud (A26 tra Masone e Ovada, da 50 a 60); sottovia Schiantapetto (A10 tra Albisola e Savona, da 50 a 60); ponte sulla Statale del Monferrato (A26 tra Alessandria Sud e Casale Monferrato, da 50 a 60). Una scala di valori che desta più di una preoccupazione e che spingerebbero a considerare gli otto viadotti appunto a rischio crollo. – © RIPRODUZIONE RISERVATA Astrid Fornetti Il procuratore capo di Genova, Francesco Cozzi, in una foto d’ archivio. TOMMASO FREGATTI MARCO GRASSO

27/11/2019 – Il Corriere della Sera

Alitalia, il piano per dividerla in tre. Lo Stato valuta l’ipotesi Invitalia

di Fabio Savelli

C’è un numero nel bilancio Alitalia, comunicato dai Commissari per l’anno 2018, che sfugge a molti ma denota la complessità dell’operazione di riduzione di taglia della compagnia: 589 milioni di euro. È la componente costo del lavoro, comprensiva del gettito fiscale girato all’erario, i contributi versati ad Inps e Inail e le buste paghe di 11.500 lavoratori. Chi dovrebbe coprire quel costo se i privati non ci sono e lo Stato non può farlo in eterno?

Alitalia sta per violare la concorrenza internazionale di altri vettori che potrebbero rilevare i diritti di atterraggio e la relativa quota di mercato. Non essendoci alternative per l’impossibilità di un’offerta che la valorizzi per intero, non resta che immaginare il costo sociale dello spezzatino che comporta una divisione in tre di Alitalia: la parte aviation (6.500 addetti tra piloti e assistenti di volo), la più appetibile che interessa a Lufthansa che la ingloberebbe come divisione regionale, come ha più volte fatto presente nelle trattative di questi mesi, la parte di assistenza a terra (3 mila persone) e la manutenzione (altri 2 mila addetti). Gli esuberi da gestire con un massiccio ricorso alla cassa integrazione potrebbero toccare le 5 mila persone. Costringendo ad un ennesimo rifinanziamento del fondo del trasporto aereo alimentato con un sovrapprezzo sul costo del biglietto di tutti i voli da e per l’Italia. Spunta un possibile intervento di Invitalia, il braccio finanziario del ministero dello Sviluppo alimentato dai fondi del Tesoro. Ma sarebbe solo una soluzione tampone a rischio di essere tacciata di aiuto di Stato.

Negli ultimi dieci anni Alitalia ha già visto ridursi il personale di quasi la metà, complici il fallimento del 2008 e la ristrutturazione del 2014 con l’arrivo di Etihad: da 20 mila a 11.500 addetti che sono un po’ di più perché questo numero viene considerato “full time equivalent” e gestito con una cassa integrazione a rotazione che riguarda oggi oltre mille persone. Varrebbe la pena ricordare che questi due anni e mezzo di amministrazione straordinaria si originano da quel no al referendum al piano di ristrutturazione presentato ad aprile 2017 dagli emiratini. Fu bocciato da 6.816 addetti Alitalia, il 70% dei votanti, perché molti ritenevano più invitante la prospettiva di un’altra gestione commissariale pagata dallo Stato che ci ha rimesso quasi 900 milioni, al netto degli interessi del prestito-ponte (130 milioni) che dovrebbero essere rimborsati al Tesoro.

Ma il conto per il Paese è anche un altro: la riduzione del grado di connettività del territorio nazionale con Alitalia che diventerebbe la propaggine di Lufthansa. Chi dovrebbe coprire le rotte in perdita verso Reggio Calabria o Trieste e viaggiare senza gli incentivi della continuità territoriale verso la Sardegna? Alitalia ha una quota domestica del 37%. Vuol dire che su 100 passeggeri con partenza e arrivo su scali nazionali 37 vengono “coperti” dalla compagnia. L’Enac ha rilevato nel 2018 oltre 12 milioni di passeggeri.

La quota di mercato, considerando l’internazionale, scende al 14%. Vero. Però Alitalia storicamente rappresenta un’infrastruttura di collegamento verso le aree più svantaggiate del Paese, dove gli altri vettori (come Ryanair) volano perché incentivati dagli accordi di comarketing, sussidiati dalle società di gestione aeroportuale ad azionariato pubblico. Nessuno finora ha calcolato l’impatto di una regionalizzazione di Alitalia sui flussi di traffico e sui relativi volumi commerciali per gli esercenti. Quanti altri posti salterebbero?© RIPRODUZIONE RISERVATA

27/11/2019 – Il Quotidiano

Viadotto crollato e progetti infiniti, la burocrazia blocca i cantieri

L’Italia ha bisogno di interventi urgenti: nuove opere per evitare altri disastri. Ancora troppi i mesi che passano tra una fase procedurale e l’altra

di ALESSANDRO FARRUGGIA

Il problema non sono i soldi per mettere in sicurezza il nostro territorio, è spenderli. Superare la giungla della burocrazia, dei ricorsi e dei controricorsi, delle autorizzazioni e delle valutazioni di impatto, dei palleggiamenti di responsabilità, un moloch che produce ritardi indecenti. Il 91% dei Comuni italiani è a rischio per frane e/o alluvioni; 1,28 milioni di abitanti sono a rischio frane e oltre 6 milioni di abitanti a rischio alluvioni. Ma rispondere alle loro sacrosante esigenze di essere messi in sicurezza è difficilissimo. A certificare quanto in Italia sia complicato fare infrastrutture è il rapporto sui tempi di attuazione delle opere pubbliche, prodotto nel 2018 dall’Agenzia per la Coesione Territoriale, che fa parte della Presidenza del Consiglio. Il tempo di attuazione va da meno di 3 anni per i progetti di importo inferiore a 100 mila euro, a 7.9 anni per le opere tra 1 e 10 milioni, a 10,8 anni tra 20 e 50 milioni, a 12,2 anni (erano 11.6 nel 2014) per quelle tra 50 e 100 milioni e a 15,7 anni (erano 14,7 nel 2014) per quelle oltre i 100 milioni.

Da notare che per una maxiopera di questa categoria, considerati i “tempi di attraversamento”, si perdono 6,4 milioni nella fase di progettazione e 1,7 in quella di affidamento. Il dato più agghiacciante è quello dei cosiddetti “tempi di attraversamento”, cioè l’intervallo temporale che intercorre tra la fine di una fase e l’inizio di una fase successiva: si tratta sostanzialmente di attività amministrative. Burocrazia. Oggi il loro peso è pari al 54,3% del tempo necessario a fare una opera. Va detto che nel 2014 andava anche peggio: i tempi di attraversamento ammontavano al 61,3%. La progettazione preliminare è quella dove il peso dei tempi di attraversamento è maggiore: 68,7% rispetto al 31,3% dedicato alla progettazione. Considerando anche le altre fasi della progettazione (definitiva ed esecutiva) o il peso dei tempi di attraversamento sulla progettazione totale è pari al 59%. La rilevanza dei tempi di attraversamento diminuisce al crescere dell’importo e per le opere oltre i 100 milioni è ‘solo’ del 44%. Nel settore ambiente-difesa del suolo, i tempi attuativi medi per interventi sopra i 5 milioni di euro sono di 8,3 anni, dei quali 3,9 per la progettazione, 1 per l’affidamento e solo 3,4 per i lavori. I tempi scendono a 6,1 anni per opere tra i 2 e i 5 milioni di euro e 5,4 anni per opere tra 1 e 2 milioni. Ovviamente, sula performance incide anche l’ente attuatore. Le Regioni sono le più efficienti, i ministeri i meno efficienti (allungamento del 10% dei tempi). Abbastanza male anche i Comuni piccoli e medi. Su base territoriale Basilicata e Molise si caratterizzano per i tempi più lunghi di realizzazione delle opere (5,7 anni) seguiti dalla Sicilia (5,3 anni) e dalla Liguria (5,2). Di contro i lavori sono veloci in Emilia Romagna e Lombardia (4,1 anni), mentre Piemonte, Friuli, Trentino, Lazio (4.2) Umbria, Marche (4,3) e Toscana (4,4) sono poco sopra. Certo è che tagliare del 50-70% i tempi di attraversamento è la chiave per ridurre di almeno un terzo i tempi finali.

 

27/11/2019 – Il Corriere della Sera

Il piano per risanare le scuole: servono 200 miliardi in vent’anni

La proposta della Fondazione Agnelli nel Rapporto sull’edilizia scolastica: solo così migliorerà la qualità dell’educazione in Italia

di Gianna Fregonara

Un piano di investimento ventennale da 200 miliardi per «ricostruire» le scuole italiane: un patrimonio di 150 milioni di metri quadrati, generalmente vecchiotto – l’età media dei 40 mila edifici è di 52 anni ma due terzi sono stati costruiti tra la fine del 1800 e il 1970 – e malconcio. Non si tratta solo di mettere in sicurezza solai, cantine, controsoffitti e caldaie perché a scuola si possa andare senza rischi: si tratta di rendere le scuole ecosostenibili, con risparmi sulla gestione ordinaria anche del 40 per cento e soprattutto di renderle abitabili dagli studenti di oggi, cioè adatte ad una didattica che non sia solo quella della cattedra sul predellino come si usava quando le scuole sono state costruite.

L’educazione di qualità

E’ la proposta che la Fondazione Agnelli, che ha appena finito di ristrutturare dalle fondamenta due scuole (pubbliche) di Torino insieme alla Fondazione San Paolo, lancia nel «Rapporto sull’edilizia scolastica» pubblicato da Laterza: incrociando i dati dell’indagine conoscitiva del Parlamento e dell’anagrafe scolastica, il rapporto propone la storia delle scuole italiane dai tempi dell’Unità a quelli del boom per finire con una serie pratica di esempi di scuole futuristiche già realizzate qua e là in Italia e in Europa. «Nei prossimi anni si dovrà comunque mettere mano alle strutture scolastiche – spiega il direttore della Fondazione Andrea Gavosto – per problemi strutturali o di sicurezza. Non bisogna dimenticare che le scuole vanno rese adatte alla nuova didattica, perché questa è la vera sfida per un’educazione di qualità. Non è una questione di estetica ma un investimento sul futuro dei ragazzi e del nostro Paese: è provato dalle indagini internazionali che ambienti di apprendimento moderni e adeguati migliorino i risultati e contribuiscano alla diminuzione della dispersione e del gap tra gli studenti».

Le nuove scuole per la nuova didattica

Costruire da zero nuove scuole può risultare impossibile visto anche che secondo le stime dell’Istat nei prossimi dieci anni avremo un milione di studenti in meno e perderemo ben 43.000 classi. Ecco perché, secondo il rapporto è meglio concentrarsi sulla manutenzione straordinaria e sulla riconversione delle strutture già operative: delle 39.079 scuole che con ventennale ritardo sono state censite dall’anagrafe scolastica presso il Miur più di tremila hanno problemi strutturali dichiarati: «Ma ora è importante programmare un piano di lunga durata, anche se può apparire oneroso, perché altrimenti gli interventi restano sporadici e le priorità cambiano a seconda del governo o della congiuntura», conclude Gavosto.

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27/11/2019 – Italia Oggi
Partecipazioni, due corsie per attuare la revisione

Revisione delle partecipazioni pubbliche a doppia corsia. Le p.a. dovranno, da un lato, dare conto dello stato di attuazione delle misure di razionalizzazione già varate negli anni precedenti, dall’ altro definire la road map per i prossimi 12 mesi. A definire i passaggi dell’ adempimento, che ha come scadenza il 31 dicembre, è intervenuto nei giorno scorsi il documento dal titolo «Indirizzi per gli adempimenti relativi alla Revisione e al Censimento delle partecipazioni pubbliche» approvato dal Mef e dalla Corte dei conti. Si tratta di un aggiornamento delle linee guida approvate nel 2018, funzionale agli adempimenti di controllo sia di Via XX Settembre che della magistratura contabile. In effetti, gli obblighi previsti dall’ art. 20 del dlgs 175/2016 (Tusp) si integrano con quelli stabiliti dall’ art. 17 del 90/2014 per la rilevazione annuale delle partecipazioni e dei rappresentanti condotta dal Dipartimento del Tesoro. Pertanto, attraverso l’ applicativo «Partecipazioni» del Portale https://portaletesoro.mef.gov.it sono acquisiti sia l’ esito della razionalizzazione periodica sia i dati richiesti ai fini del censimento annuale delle partecipazioni e dei rappresentanti nominati negli organi di governo delle società ed enti. Per quanto riguarda la razionalizzazione, essa dovrà comporsi di due principali documenti. Da un lato, una relazione sull’ attuazione delle misure adottate nel piano dell’ anno precedente, evidenziando i risultati conseguiti. In essa, vanno fornite informazioni differenziate per le partecipazioni che: a) sono state dismesse in attuazione del piano di revisione periodica dell’ anno precedente; b) sono ancora detenute dall’ amministrazione pubblica. In particolare, per le partecipazioni che sono state dismesse, è opportuno che siano specificate le caratteristiche delle operazioni di dismissione, vale a dire: il tipo di procedura messa in atto; l’ ammontare degli introiti finanziari; l’ identificazione delle eventuali controparti. Invece, per le partecipazioni ancora detenute deve essere chiarito lo stato di attuazione delle misure di razionalizzazione programmate nel piano precedente, descrivendo le differenti azioni operate rispetto a quelle previste. In particolare, vanno descritte le situazioni di mancato avvio della procedura di razionalizzazione programmata, nonché quelle caratterizzate dalla mancata conclusione della medesima. Vanno anche motivate le situazioni per le quali siano venute meno le criticità che avevano determinato l’ adozione di una misura di razionalizzazione. Dall’ altro lato, dovrà essere svolta una analisi aggiornata dell’ assetto complessivo delle società in partecipate (sia direttamente che indirettamente), predisponendo, qualora ricorrano i presupposti, un nuovo piano di riassetto per la loro razionalizzazione. Il provvedimento adeguatamente motivato e corredato di un’ apposita relazione tecnica, deve essere adottato dall’ organo dell’ ente che può impegnare e manifestare all’ esterno la volontà dell’ ente medesimo, al fine di far ricadere su quest’ ultimo gli effetti dell’ attività compiuta. Per gli enti locali, con delibera consiliare. @Riproduzione riservata. MATTEO BARBERO

27/11/2019 – La Repubblica
Primo accordo sulle nomine per le controllate Cdp

La maggioranza
Sulla scelta del nuovo management di Sace e Simest la spuntano i vertici della Cassa
MILANO – Si sblocca dopo un mese il giro di nomine nelle partecipate della Cassa depositi e prestiti. Frutto di un accordo tra M5s e Pd con il “nuovo” Tesoro, l’ asse di governo che ha sfornato decine di nomi ed elementi nuovi, in parte calati dalla struttura di Cdp ma anche dal settore privato. Un antipasto di quel che si vedrà con le nomine di Eni, Enel, Leonardo, Poste, Mps, a primavera. La casella più importante riguarda Sace, società che assicura i crediti all’ export delle imprese italiane controllata dalla Cdp (ma le garanzie le mette il Tesoro). È passata la linea del capo di Cdp Fabrizio Palermo, da un anno in rotta con l’ ad di Sace dal 2016 Alessandro Decio. Nuovo ad sarà Pierfrancesco Latini, oggi responsabile dei rischi della Cdp, manager di Palermo designato dal cda della Cassa ieri pomeriggio. Cambia anche il presidente: da Beniamino Quintieri si passa a Rodolfo Errore, apprezzato dal Pd. Nuovo capo anche a Simest, controllata al 76% da Sace che cura l’ internazionalizzazione delle imprese. Qui non è stata rinnovata la numero uno Alessandra Ricci (ex dirigente della Sace), mentre arriva dal gruppo Cerved, dove guidava l’ attività dei rating, Mauro Alfonso, il cui curriculum ha convinto i M5s. Anche il presidente di Simest è un uomo della nuova Cdp: Pasquale Salzano, ex Eni e ambasciatore in Qatar da poco assunto a capo degli affari internazionali Cdp. Il filotto del management Cdp sulle attività estere presidiate da Sace e Simest è notevole: e potrebbe trasformare due società a cultura organizzativa autonoma in divisioni della Cassa. C’ è stata più battaglia per il nuovo fondo che investirà nelle imprese startup, e si chiamerà Invitalia Ventures. La ministra per l’ innovazione Roberta Pisano (M5s) aveva indicato Luigi Tommasini, tra i partner del Fondo italiano d’ investimento (Cdp ha “solo” il 43%): ma a un’ ora dalla nomina avrebbe rinunciato, e la poltrona di ad è andata a Enrico Resmini, dirigente di Vodafone Italia ben visto nel ruolo dai vertici della Cassa. Anche al Fondo italiano d’ investimento l’ ad è nuovo e arriva dalla finanza privata: Antonio Pace, ex banchiere di Credit Suisse che poi l’ anno scorso ha avviato un hedge fund. Sia, che gestisce la rete dei pagamenti elettronici e dove Cdp ha ormai l’ 86%, avrà per presidente Federico Lovadina, presidente di Toscana Energia. Nel cda entra Andrea Cardamone, ex banchiere di Bpm e Mps. Novità anche in Cdp immobiliare: ad è Emanuele Boni, scelto dai M5s dalla lussemburghese Riva asset management e già avvocato a Londra: presidente Giorgio Righetti, dg dell’ Acri (le Fondazioni hanno il 16% di Cdp). DI ANDREA GRECO

27/11/2019 – Il Sole 24 Ore
Stretta sugli appalti limitata ai contratti oltre 200mila euro

DECRETO FISCALE
Maggioranza verso l’ intesa sulle modifiche: oggi voto in commissione alla Camera
ROMA Platea ampiamente ridotta e giro di vite sulle ritenute concentrata su somministrazione di manodopera e appalti e subappalti oltre i 200mila euro. E, per rendere meno complessa l’ operazione, l’ impresa appaltatrice o affidataria e le imprese subappaltatrici dovranno rilasciare semplicemente copia delle deleghe di pagamento F24 con le ritenute versate. Anche se sul punto vanno sciolti gli ultimi nodi tecnici. Maggioranza e Governo hanno raggiunto l’ intesa per riscrivere la norma del decreto legge fiscale collegato alla manovra. Per il via libera sarà necessario attendere la ripresa dei lavori prevista per la mattinata di oggi in commissione Finanze della Camera, dopo la sospensione di ieri per tutto il giorno. Quattro le principali modifiche in arrivo che riducono drasticamente la platea dei soggetti obbligati al versamento delle ritenute attraverso la società committente e semplificano la procedura: applicazione del nuovo obbligo alle sole opere e servizi realizzati con un prevalente utilizzo di manodopera, cosiddette “labour intensive”, presso sedi del committente e con utilizzo di beni strumentali e macchinari di proprietà sempre riconducibili al committente stesso; l’ obbligo del versamento delle ritenute scatta, poi, solo per appalti o subappalti di valore complessivo superiore ai 200mila euro; le società appaltatrici e subappaltatrici dovranno fornire alla società committente copia della delega di pagamento F24 con cui sono state versate le ritenute della manodopera utilizzata per la realizzazione dell’ opera o della prestazione di servizio; le imprese appaltatrici e subappaltatrici o affidatarie potranno procedere autonomamente al versamento delle ritenute se contemporaneamente sono in attività da tre anni (il decreto in discussione prevede 5 anni) antecedenti all’ anno a cui si riferisce l’ opera o il servizio, se dal conto fiscale emerge che hanno effettuato versamenti per ogni singola annualità «mai inferiore al 10% dei ricavi o compensi indicati nelle dichiarazioni dei redditi». Maggioranza e Governo hanno raggiunto un’ intesa anche su alcuni emendamenti dei relatori che potrebbero essere depositati alla ripresa dei lavori in Commissione. Tra questi quelli già anticipati su queste pagine o sul sito (www.ilsole24ore.com) della riapertura della compensazione tra crediti commerciali con la Pa e debiti fiscali affidati all’ agente della riscossione o della nuova task force Entrate-Gdf e Polizia locale per contrastare le «imprese mordi e fuggi» (piccole o piccolissime attività commerciali che aprono e chiudono rapidamente per fuggire dalle tasse). Emendamenti messi a punto dalla relatrice e presidente della commissione Finanze, Carla Ruocco (M5S). L’ altro relatore Gian Mario Fragomeli (Pd), invece, ha già ottenuto il via libera per la semplificazione degli adempimenti di trasmissione e conservazione dei corrispettivi che accettano moneta elettronica: questi soggetti potranno emettere un solo scontrino attraverso il Pos, spetterà poi alle società finanziarie inviare i dati dello scontrino telematico al Fisco. © RIPRODUZIONE RISERVATA. Marco Mobili Giovanni Parente

27/11/2019 – Italia Oggi
Appalti con l’ occhio al passato

Cosa prevede la bozza di regolamento attuativo del Codice, attesa a metà dicembre
C’ è il giornale dei lavori ma non i modelli elettronici
Un regolamento del codice appalti che guarda più al passato che al futuro. Ripristinando terminologie riferibili alla disciplina di fine ‘800, ad esempio il giornale die lavori, e ignorando invece tutti i sistemi di modellazione elettronica, il cosiddetto Bim, Building information modelling. La bozza di regolamento attuativo del codice dei contratti pubblici (dlgs 18 aprile 2016, n. 50 e successive modifiche e integrazioni), 259 articoli e numerosi allegati in mano a una commissione ministeriale composta da 13 membri e presieduta dal presidente di sezione del Consiglio di Stato, Raffaele Greco, dovrebbe essere licenziata, secondo le previsioni, entro il 15 dicembre. Successivamente occorrerà avviare la concertazione ministeriale che coinvolgerà il ministro dell’ economia, ma anche la Conferenza Stato Regioni e l’ acquisizione dei pareri del Consiglio di stato e delle commissioni parlamentari competenti prima dell’ approvazione finale da parte del consiglio dei ministri. Va ricordato che il nuovo regolamento del codice appalti deriva dalla netta scelta di campo operata dal Governo giallo-verde che ha deciso, con il decreto sblocca cantieri, di abbandonare l’ impostazione iniziale del codice appalti del 2016, varato all’ epoca dal Governo Renzi, che si fondava su un complesso e variegato sistema fatto da linee guida Anac (soft law) e decreti attuativi di varia fonte (dpcm, decreti ministeriali ecc.) per un totale di oltre 60 provvedimenti di cui quasi la metà rimasta inattuata. Con lo sbloccacantieri, anticipando una scelta che era stata già compiuta nel frattempo con un disegno di legge delega organico mai esaminato, è stato quindi deciso il ritorno ad un regolamento unico che ricomprenda tutte le fonti regolamentari, con assorbimento delle linee guida Anac. Il lavoro è stato avviato nella scorsa estate quando l’ ex ministro Danilo Toninelli lanciò una consultazione pubblica sui contenuti del regolamento, cui risposero oltre 600 soggetti. L’ impostazione dello schema ricalca la struttura del precedente regolamento (dpr 207 del 2010) e si possono notare diversi inserimenti dei contenuti delle linee guida dell’ Authority anticorruzione. Uno dei dati più significativi è costituito dall’ aumento da 10 a 12 delle classifiche di importo (e gli importi vengono arrotondati, ad esempio la classifica fino a 1,033 milioni diventa fino a 1,5 milioni) con il contemporaneo sdoppiamento della categorie di opere generali OG3 (autostrade, strade, ponti viadotti, ferrovie e linee tranviarie) in due categorie distinte una per le strade e l’ altra per le ferrovie. Previsti altri sdoppiamenti per la categoria di opere speciali OS6 (finiture) e OS24 (verde e arredo urbano). Vengono riscritti profondamente i livelli di progettazione, perché anche nel codice hanno subito sostanziali modifiche, ma con sorpresa non sembrano assorbiti nel regolamento i contenuti del cosiddetto decreto Baratono (dm Mit n. 560 del 2017) che ha disciplinato modalità e tempi per l’ introduzione della modellazione elettronica. Tutta la parte in materia di contabilità sembra predisposta con il sistema riferibile alla storica disciplina del 1895, ad esempio si parla di giornale dei lavori senza tenere conto dell’ esistenza di sistemi informatici e prendendo di fatto il regolamento del 2010 che a sua volta riprendeva quello del 1999. Sembra inoltre mancare un raccordo fra la progettazione esecutiva e la fase esecutiva in cui il progetto esecutivo teoricamente non dovrebbe cambiare. © Riproduzione riservata. GIOVANNI GALLI

27/11/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Antimafia, nel 2019 monitorate 1.509 imprese e quasi 27mila persone collegate

  1. E. T.

Governale (Dia): «Quello degli appalti pubblici è settore nevralgico. Controlliamo le procedure di affidamento degli appalti pubblici su tutte le opere pubbliche sensibili»

«Quello degli appalti pubblici è settore nevralgico. La Dia controlla le procedure di affidamento degli appalti pubblici su tutte le opere pubbliche sensibili, svolge funzioni di controllo, monitoraggi, analisi delle compagini societarie e della gestione delle imprese, con accessi ai cantieri per verificare eventuali presenze mafiose». Lo ha detto in audizione davanti all’Antimafia il direttore della Direzione investigativa antimafia, Giuseppe Governale.
I monitoraggi nel 2018 sono stati nei confronti di 1692 imprese, con accertamenti per 24mila e 100 persone collegate a queste imprese. Nel 2019 finora le imprese monitorate sono state 1509 e quasi 27 mila le persone collegate.
Le richieste di accertamenti antimafia pervenute dalla Struttura di missione, istituita al Viminale per la ricostruzione delle aree colpite dal terremoto nel 2016, ha visto la Dia evadere 8mila richieste nel 2018 verso 10 mila imprese estendendo i controlli a 45 mila persone collegate. Nel 2019 sono state evase oltre 7 mila richieste per oltre 9 mila imprese e con controlli per oltre le 39 mia persone fisiche.

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27/11/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Anas, piano investimenti 2016-2020 a quota 32,8 miliardi. Partita l’ultima tranche di gare per ponti e viadotti

  1. E. T.

L’ad Simonini: «L’Anas è fortemente impegnata nella valorizzazione degli asset infrastrutturali esistenti»

Il piano investimenti di Anas 2016-2020 raggiunge 32,8 miliardi, secondo i dati presentati dall’amministratore delegato, Massimo Simonini, in occasione della Conferenza del traffico e della circolazione dell’Aci.
«L’Anas è fortemente impegnata nella valorizzazione degli asset infrastrutturali esistenti», si legge in una nota che spiega come nel 2019 sono state bandite, in particolare, gare per la manutenzione di ponti e viadotti, per oltre 1,3 miliardi di euro. Proprio pochi giorni fa è partita l’ultima tranche di 76 bandi di gara per lavori di risanamento delle opere d’arte per un valore di 380 milioni di euro.
Gli investimenti sono così suddivisi tra le regioni: 15 milioni per l’Abruzzo, 20 milioni per la Basilicata, 25 milioni per la Calabria, 25 milioni per la Campania, 20 milioni per l’Emilia-Romagna, 5 milioni per il Friuli Venezia Giulia, 20 milioni per il Lazio, 10 milioni per la Liguria, 20 milioni per la Lombardia, 15 milioni per le Marche, 10 milioni per il Molise, 15 milioni per il Piemonte, 25 milioni per la Puglia, 15 milioni per la A2 “Autostrada del Mediterraneo” in Basilicata, Calabria e Campania, 35 milioni in Sardegna, 60 milioni per la Sicilia, 15 milioni per la Toscana, 10 milioni per l’Umbria, 5 milioni per la Valle d’Aosta, 15 milioni per il Veneto. m© RIPRODUZIONE RISERVATA

 

27/11/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Regolamento appalti, Oice: difenderemo a tutti i costi la centralità del progetto

  1. E. T.

Il presidente Gabriele Scicolone: non si può concepire un ritorno infelice all’appalto integrato che ha prodotto i risultati peggiori della storia delle costruzioni in Italia

L’Oice, l’Associazione delle società di ingegneria e architettura, aderente a Confindustria, interviene con forza rispetto ad alcune anticipazioni stampa che, riportando i contenuti della bozza di regolamento in fieri, prefigurerebbero un ritorno all’affidamento dei lavori – con l’appalto di progettazione e costruzioni (appalto integrato) – sulla base del progetto preliminare. Per il presidente Gabriele Scicolone «premesso che stiamo parlando di indiscrezioni stampa su una bozza preliminare e che tutto dovrà essere verificato carte alla mano, la nostra posizione è netta: in primo luogo la norma transitoria del decreto sblocca cantieri, operativa fino al 2020, non consentirebbe comunque l’affidamento di un appalto integrato sul preliminare chiedendo in offerta il progetto definitivo. In secondo luogo non si può concepire nel regolamento del codice un ritorno infelice ad un modus operandi che ha prodotto i risultati peggiori della storia delle costruzioni in Italia, in spregio a tutto quanto affermato negli ultimi anni sulla centralità del progetto».
Il presidente Oice continua: «Ci opporremo con tutte le nostre forze a questa operazione, nell’interesse dell’ingegneria dell’architettura organizzate e nell’interesse pubblico ad avere progetti di qualità: quando era in vigore questa prassi i danni per imprese, progettisti e per il Paese sono stati enormi. Tutti venivano chiamati a portare in gara un progetto definitivo e poi uno soltanto risultava vincitore. Una assurda perdita di risorse, di tempo e di valore sia umano che economico. Per non parlare dei rischi di variante annessi e connessi. Se tale fosse l’ipotetica motivazione, non è affatto vero che questa procedura non abbia prodotto ritardi; semmai è vero il contrario, basti pensare al “sistema Balducci” e a tanti altri casi come quello di un appalto integrato di 18 milioni con a base di gara un progetto preliminare per un intervento di depurazione dove sono stati accordati 3,5 milioni di riserve, ben oltre i limiti dell’ex articolo 31-bis, con ritardi rilevanti e qualità progettuale discutibile». In conclusione, dice Scicolone, «mi auguro che non sia così e che, soprattutto, i membri della commissione ministeriale valutino approfonditamente gli effetti nefasti che l’appalto integrale sul preliminare ha prodotto nel non tanto lontano passato. In ogni caso ritengo che sul tema generale, cioè sul fatto che il regolamento disciplini anche un quadro normativo transitorio, occorrerà una profonda riflessione per evitare incertezze normative e tentativi di reintrodurre surrettiziamente, sulla base di norme transitorie ma prorogabili, regole derogatorie di principi generali»

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27/11/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Top 50 edilizia privata: Rizzani de Eccher leader di un mercato più dinamico dei lavori pubblici

Aldo Norsa

Nel 2018 le 50 imprese in classifica fatturano nella sola edilizia privata 3,2 miliardi di euro: +17,3% rispetto all’esercizio precedente

Rizzani de Eccher leader nell’edilizia privata in Italia. Questa classifica, pubblicata per la prima volta, riguarda specificamente le prime 50 imprese operanti nell’edilizia privata(soprattutto per conto terzi, ma anche talvolta per conto proprio con attività immobiliare). Completano il quadro del vertice dell’offerta dopo l’anticipazione della classifica delle prime 50 imprese, generali e specialistiche, in Edilizia e Territorio del 18 ottobre. La graduatoria si apre con l’impresa friulana che nel 2018 fattura in questo specifico segmento 436 milioni (su un totale di 937) e si chiude con de Sanctis che vale solo 10,5 milioni nel privato ma 88 nel suo insieme. L’ampiezza dello spettro dimensionale in questa prima edizione delle classifiche si spiega anche con l’assenza di almeno una dozzina di imprese che avrebbero i numeri per essere presenti. Per “riservatezza” esse hanno preferito non fornire le informazioni aggiuntive rispetto ai dati di bilancio ufficiali (già reperiti da Guamari al Registro Imprese) chieste in un apposito questionario.
Tra queste non può non sorprendere il rifiuto di rispondere da parte del “campione nazionale” Salini Impregilo (quotato in Borsa e beneficato da capitali pubblici per un aumento di capitale finalizzato al Progetto Italia), comunque notoriamente poco attivo nel mercato privato. Si noti anche che, delle 50 imprese esaminate, 16 dichiarano di realizzare tutto il fatturato 2018 in edilizia privata (in ordine decrescente Techbau, Impresa Percassi, Sa-Fer, Borio Mangiarotti, Nessi & Majocchi, Paterlini Costruzioni, Devero Costruzioni, Edile, Cds Costruzioni, Ricci, Mangiavacchi Pedercini, Mario Neri, Building, Giambelli, Guffanti A., Grassi & Crespi) e altre sette imprese dichiarano almeno il 90% del fatturato 2018 in edilizia privata (e immobiliare). Sono: Colombo Costruzioni, Setten Genesio, Costruzioni Generali Gilardi, Ediltecno Restauri, Smv Costruzioni, Cev e Tiemme Costruzioni Edili.
Sulla base della graduatoria allegata è stato redatto il “Rapporto Classifiche – Le prime 50 imprese italiane dell’edilizia privata” presentato mercoledì 26 novembre a Milano presso la sala convegni di Intesa Sanpaolo. Grazie a dodici sponsor imprenditoriali esso è disponibile in mille copie a stampa e può essere scaricato dal sito www.guamari.it. Le 112 pagine del rapporto contengono 50 schede impresa per impresa, utili affinché i committenti (privati) si formino un giudizio con obiettività di numeri (e di informazioni aggiuntive sulle qualifiche, sulle commesse e sul posizionamento di mercato delle singole realtà imprenditoriali).
Il mercato privato è meglio del pubblico
Per valutare la convenienza di lavorare nel privato anziché nel pubblico si confronta secondo diversi parametri questa graduatoria con la classifica delle prime cento imprese di costruzioni (generali, quindi operanti sia nel mercato pubblico, edilizia e infrastrutture, che privato, solo edilizia, e specialistiche, con competenze impiantistiche), pubblicata nel Report on the Italian Construction, Architecture and Engineering Industry, che sarà presentato il prossimo 4 dicembre (a Milano nell’Aula Maggiore del centro Congressi FAST), reso possibile da 63 sponsor imprenditoriali. Essa sarà contestualmente pubblicata in Edilizia e Territorio, unitamente ad altre due classifiche di interesse del mondo delle costruzioni (e dell’ambiente costruito in senso più generale): le prime 150 società di architettura/design e le prime 150 società di ingegneria.
I numeri d’insieme
Nel 2018 le 50 imprese in classifica fatturano nella sola edilizia privata 3,2 miliardi di euro, più 17,3 percento rispetto all’esercizio precedente. Poiché il loro fatturato totale (per il 65,3% all’estero) cresce meno (dell’8,3%), l’incidenza del mercato privato passa dal 45,3 percento del 2017 al 49,1 percento del 2018.
A livello reddituale il vertice dell’offerta di edilizia privata mostra dati in generale peggioramento: l’ebitda cala del 3,5 percento, l’ebit del 9,8 percento e l’utile netto addirittura del 55,3 percento. “Zavorrati” dalle deludenti prestazioni nel mercato pubblico.
Anche la situazione finanziaria è poco brillante con l’indebitamento netto cresciuto del 3,4 percento (nonostante ancora 11 imprese abbiano una posizione finanziaria netta attiva) e il patrimonio netto sceso (ma solo dell’1,1 percento), per fortuna ancora in grado di coprire ampiamente i debiti.
Il portafoglio ordini (delle 35 imprese che hanno fornito il dato) si arricchisce del 7,9 percento, mentre la forza lavoro aumenta solo del 2,5% occupando in totale 13,3 mila dipendenti.
Estrapolando da questo insieme più ampio, le sole 23 realtà davvero specializzate nell’edilizia privata (quindi con un’incidenza sul fatturato superiore al 90 percento) si nota un andamento economico/finanziario decisamente migliore.
Il valore della produzione 2018 cresce del 18,5 percento (18% nel solo privato) con un’incidenza solo marginale dell’estero sebbene in crescita (3 percento contro lo 0,1 del 2017).
Tutti gli indici reddituali delle imprese di questo campione ristretto migliorano nell’ultimo esercizio: l’ebitda si incrementa del 15,8 percento, l’ebit del 21,6% e l’utile netto ben del 63,2%.
Lo stesso discorso vale per la situazione finanziaria delle 23 società che evidenziano debiti ridotti del 5,1%, oltre tre volte inferiori al patrimonio netto, salito del 7,4%.
Il portafoglio ordini (delle sole 13 imprese su 23 che hanno fornito il dato) è del 37,5% superiore rispetto al 2017 e l’organico (1,6 mila addetti) cresce del 7,9 percento.
Confronti tra imprese
Un’analisi degli ebitda margin delle 23 imprese più specializzate in edilizia privata mostra un valore medio del 6 percento, influenzato verso l’alto da tre dati molto elevati, quelli di: Giambelli (30%), Sa-Fer (24,4%) e Building (22,9%). Le imprese di maggiori dimensioni mostrano tendenzialmente ebitda piuttosto ridotti: tra le prime cinque solo Setten Genesio si avvicina al valore medio dell’ebitda margin con 5,7 percento. Tra le cinque imprese con le dimensioni più contenute sono invece tre le società a superare il valore medio: Guffanti A. (17,8%) che si aggiunge alle citate Giambelli e Building.
Nel campione in esame vi sono solo due casi di ebitda negativo: Grassi & Crespi Mangiavacchi Pedercini.
L’analisi del debt equity mostra un valore medio piuttosto ridotto (solo 0,30), appesantito soprattutto dalle imprese più attive nell’immobiliare (i dati peggiori del lotto sono quelli di Devero Costruzioni con 8,36 e Guffanti A. con 2,49), ma ben bilanciato dalla presenza di cinque società con posizione finanziaria netta attiva: Colombo Costruzioni, Techbau, Sa-Fer, Edile e Tiemme Costruzioni Edili.
Invece sono otto i casi di debt equity superiori alla soglia di sicurezza dell’unità, oltre ai due già citati: Setten Genesio, Costruzioni Generali Gilardi, Impresa Percassi, Paterlini Costruzioni, Ricci e Giambelli.
Le prospettive
Nella perenne attesa che il mercato italiano delle infrastrutture riprenda vigore, quello dell’edilizia privata suscita maggior ottimismo. Anche in assenza di una vera “valvola di sfogo” all’estero (che però nel privato può comportare anche più rischi che nel pubblico) il mercato nazionale riprende vigore. Secondo Scenari Immobiliari dopo un calo nel 2018 il 2019 si sta concludendo con un incremento di oltre il 30 percento. Purtroppo però con disequilibri regionali sempre più marcati. Infatti oltre la metà degli investimenti immobiliari istituzionali ed esteri interessano la Lombardia (ovviamente trainata da Milano) mentre il resto del Paese si accontenta di interventi più sporadici e soprattutto di investimenti diffusi nell’edilizia minore (non di interesse del vertice dell’offerta qui analizzato.
Di conseguenza, dal punto di vista geografico, a differenza delle maggiori imprese generali (e specialistiche), che si distribuiscono sul territorio nazionale nonostante i tre poli principali siano in Lombardia, Lazio ed Emilia-Romagna, i big dell’edilizia privata si concentrano decisamente al Nord, confermando che il “triangolo” Lombardia-Emilia Romagna-Veneto sostituisce il mitico “triangolo industriale” che includeva invece Piemonte e Liguria.
La Top 50 imprese edilizia privata

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