Rassegna stampa 26 novembre 2019

26/11/2019 – Corriere del Veneto (ed. Vicenza)

Il consiglio comunale torna a litigare sul futuro di Aim tra gare e fusione

VICENZA Un botta e risposta con toni accesi su un tema che si fa sempre più caldo: il futuro di Aim. Ormai non c’ è seduta di consiglio comunale nel quale non si discuta (anche) della multiutility di contra’ Pedemuro San Biagio. Ieri l’ occasione sono state due domande di attualità di Pd e «Quartieri al centro«, la prima sul tema della fusione («Vorrei capire su quali basi si fissa la strategia del Comune« chiede Giovanni Rolando) e la seconda sulla proroga al contratto di Global service («Dimostra l’ incapacità della Giunta di affrontare le scadenze più importanti del mandato» sostiene Raffaele Colombara). Dal sindaco, Francesco Rucco, sono arrivate parole dure: «Stiamo facendo quello che dovevano fare gli amministratori pubblici del passato – dichiara – per garantire il futuro e lo sviluppo di Aim. Chi ha dormito non siamo stati noi e quando ci siamo insediati abbiamo instaurato un gruppo di lavoro che ha trovato difficoltà estremamente complesse a causa di superficialità e incompletezza di chi ci ha preceduto». Insomma, un botta e risposta su uno dei temi che tiene banco da mesi, ormai, in città e che ieri è stato al centro anche di un incontro tra l’ amministratore unico di Aim, Gianfranco Vivian, e Cgil, Cisl e Uil, in presenza degli esperti dell’ advisor Roland Berger. Il vertice è servito per illustrare ai sindacati il documento dei professionisti che indica gli scenari futuri per la società e nel corso del quale le sigle hanno ribadito le loro richieste: dal «mantenimento della maggioranza pubblica» alla «necessità di investimenti per lo sviluppo dei diversi settori», dalla «salvaguardia degli organici» al «rispetto dei protocolli sindacali in essere». Ma nella seduta consiliare di ieri si è parlato anche di altro. Roberto D’ Amore (FdI) ha sollevato un (piccolo) caso politico tutto interno alla maggioranza: «Ci sono voci che attribuiscono al nostro partito un altro componente oltre all’ assessore Ierardi. Non che ci dia fastidio, ma vorrei che queste voci, se non confermate, venissero smentite in modo categorico e tempestivo. Altrimenti sarà necessaria una pronuncia degli organi di partito». Il riferimento velato è a Silvio Giovine, assessore alle Attività produttive vicino ad Elena Donazzan, di FdI. Questioni politiche a parte, via libera ieri alle variazioni di bilancio e alla dotazione prevista del cane antidroga per la polizia locale.

26/11/2019 – Il Sole 24 Ore
Bluenergy, Piemonte e Lombardia nei piani di crescita a Ovest

UTILITY
Focus sull’ efficienza energetica per spingere i ricavi a 460 milioni
Un fatturato di 336 milioni (in crescita del 32%), un Ebitda di gruppo pari a 26,3 milioni (da 25,4 milioni) e un risultato netto di 16 milioni, a fronte di una posizione finanziaria netta di 22,8 milioni e di investimenti per 2 milioni. Sono questi, in sintesi, i conti dell’ esercizio 2018-2019 di Bluenergy (chiuso allo scorso 30 giugno), multiutility nata in Friuli Venezia Giulia e diffusa ormai in tutto il Nord-Est con circa 300mila clienti, contando anche la consociata Gas Sales, che ora punta a un’ ulteriore sviluppo anche a un M&A attenta e mirata. «Sono numeri che confermano la nostra solidità finanziaria e la capacità di crescere, diversificando il business in un mercato sfidante come quello energetico», sottolinea Alberta Gervasio, amministratore delegato che forma assieme alla presidente Susanna Curti un top management tutto “rosa”. Buenergy, che fa riferimento alla famiglia Curti, quest’ anno aveva ancora partecipato alla gara per la maxi partnership con Ascopiave, poi vinta da Hera. In ogni caso, aggiunge Gervasio, ormai siamo un player di riferimento in tutto il Nord Est nella fornitura di elettricità, gas e servizi e ritengo che le nostre attuali dimensioni ci permettano di rafforzarci ancora facendo valere le nostre specificità. In quest’ ottica, «non perseguiremo una crescita a tutti i costi ma, per esempio nel settore della vendita, prenderemo in esame soltanto portafogli di clienti di estrema qualità». Ad oggi, il 70% del retail di Bluenergy è nel Nord Est, anche se ha iniziato a espandersi anche in Piemonte e in Lombardia, «ma molto dipenderà anche dall’ eventuale liberalizzazione del mercato, sulle cui tempistiche ci sono ancora diverse incognite», aggiunge il manager. In ogni caso, come anticipato da Radiocor, il nuovo piano industriale al 2024 (recentemente approvato) della multiutility prevede un aumento dei ricavi da 336 a 460 milioni con un forte focus sui servizi a valore aggiunto e sull’ efficienza energetica (forniti da Rettagliata Tech e Bluenergy Assistance), in particolare per i condomini e le pubbliche amministrazioni: una terra di mezzo in cui le piccole utility non riescono a operare in modo redditizio e in cui invece le grandi non si avventurano. © RIPRODUZIONE RISERVATA. Cheo Condina

26/11/2019 – MF
Dalla Bei 150 milioni di euro ad A2A

La Banca europea per gli investimenti scende a fianco di A2A per co-finanziare il piano di investimenti 2020-2023, che l’ utility guidata dal ceo Valerio Camerano intende mettere in atto per ristrutturare ed estendere la sua rete infrastrutturale elettrica. Il programma di finanziamento da 150 milioni dovrebbe migliorare la qualità della fornitura di energia in modo da soddisfare la crescente richiesta e quindi aumentare il numero di clienti connessi. Secondo le previsioni A2A stima una crescita della richiesta di energia nei prossimi anni, spinta dall’ incremento della mobilità sostenibile, dall’ aumento dell’ utilizzo di condizionatori nel periodo estivo e dallo switch delle cucine da sistemi a gas a sistemi elettrici. Lo stanziamento complessivo dell’ investimento previsto dalla municipalizzata di Milano e Brescia è di 301 milioni e, come da prassi, la Bei finanzia il 50% dell’ intervento. Per l’ intero 2019 l’ utility presieduta da Giovanni Valotti ha previsto 600 milioni di investimenti, mentre per quanto riguarda il bilancio, il management prevede di chiudere l’ esercizio con un mol di circa 1,2 miliardi di euro mentre la redditività netta è attesa a circa 330 milioni. (riproduzione riservata) NICOLA CAROSIELLI

26/11/2019 – ANSA

Enel, 28,7 miliardi di investimenti nel 2020/2022, il 50% green

Previsti un taglio alla produzione del carbone del 74% e lo sviluppo di 14,1 GW di nuova capacità rinnovabile (+22 rispetto al piano precedente)

Gli investimenti organici totali di Enel per il periodo 2020-2022 saranno pari a 28,7 miliardi di euro, +11% sul piano precedente. Alla decarbonizzazione del parco impianti sarà destinato il 50% del totale, con 14,4 miliardi per accelerare la realizzazione di nuova capacità rinnovabile e sostituire progressivamente la generazione da carbone. Entro il 2022, si prevede lo sviluppo di 14,1 GW di nuova capacità rinnovabile (+22% rispetto al piano precedente) e la riduzione della capacità e la produzione da carbone del 61% e del 74%, dal 2018.

Circa 1,2 miliardi di euro di investimenti, annuncia l’Enel nel piano 2020-22 presentato agli analisti, sono invece dedicati all’elettrificazione dei consumi, facendo leva sulla crescita e la diversificazione della base clienti retail di Enel e sulle efficienze. Alla digitalizzazione e automazione delle reti saranno riservati 11,8 miliardi di euro, per migliorarne la resilienza e la qualità del servizio. C’è poi un capitolo dedicato a “Ecosistemi e piattaforme”: 1,1 miliardi di euro saranno dedicati a Enel X per la continua realizzazione di servizi ed infrastrutture a sostegno della decarbonizzazione e dell’elettrificazione. L’allocazione degli investimenti, spiega l’Enel, punta direttamente a tre degli Obiettivi di sviluppo sostenibile messi nero su bianco dalle Nazioni Unite, che coprono circa il 95% del capex totale di gruppo: il numero 7 (Energia Pulita e Accessibile), 9 (Industria, Innovazione e Infrastrutture) e 11 (Città e Comunità Sostenibili), tutto finalizzato alla realizzazione dell’obiettivo 13 (Lotta contro il Cambiamento Climatico). Entrando nello specifico degli investimenti per la decrbonizzazione, 12,5 miliardi di euro saranno investiti in rinnovabili (circa 1 miliardo di euro in più rispetto al piano precedente), di cui 11,5 miliardi di euro dedicati alla crescita della capacità, che si prevede aumenti di 14,1 GW entro il 2022, raggiungendo circa 60 GW di capacità gestita totale, principalmente da crescita organica. La capacità aggiuntiva prevista dal piano comprende: 5,4 GW dalla sostituzione della generazione convenzionale con le rinnovabili in Italia, Spagna e Cile, per un investimento complessivo di 5,6 miliardi di euro; 5,1 GW conseguiti con accordi di fornitura con clienti commerciali e industriali principalmente in Brasile e negli Stati Uniti, per un investimento complessivo di 4,7 miliardi di euro; 3,6 GW dallo sviluppo di mercati nuovi o di recente ingresso, in modo diretto (1,1 GW con investimenti per 1,2 miliardi di euro) e attraverso joint ventures (2,5 GW). Entro la fine del periodo di piano si prevede che Enel riduca la produzione globale da carbone del 75% circa rispetto al 2018

RIPRODUZIONE RISERVATA © Copyright ANSA

26/11/2019 – Il Messaggero
Cdp, maratona nella notte sul nuovo round di nomine

Errore in pole position per la presidenza Sace e un manager interno di Cassa per il posto di ad Vertice al Tesoro alla presenza di esponenti di Palazzo Chigi. Alfonso verso la guida Simest
LE DECISIONI ROMA Rodolfo Errore alla presidenza della Sace, un manager interno a Cdp per la poltrona di ad. Sono i primi tasselli del puzzle di nomine maggiori che il governo si avvia a sbloccare. Sulle altre si tratta nella notte, con un vertice iniziato ieri alle 22 al Tesoro, ma senza Roberto Gualtieri. Quasi sicuramente non si procederà alla nomina del successore di Valentino Grant, leghista oggi parlamentare europeo, nel cda della Cassa: nel Pd la candidatura di Franco Bassanini non avrebbe incontrato l’ unanimità e si è ritenuto rinviarla al prossimo board. FONDAZIONI TAGLIATE FUORI Dopo le indicazioni minori della scorsa settimana, da domenica 24 il Tesoro sta accelerando sulle designazioni più importanti della filiera Cassa depositi e prestiti, congelate da circa nove mesi per veti politici e puntigli che hanno portato anche alle dimissioni anticipate di Massimo Tononi dal vertice di Via Goito. Del pacchetto di nomine, le poltrone più gettonate sono quelle in Sace, in stand by da aprile scorso, mentre la controllata Simest è in prorogatio da un anno e mezzo. In più ci sono Cdp Immobiliare e il Fondo Innovazione. Il confronto tra il Mef, il presidente Giovanni Gorno Tempini e l’ ad Fabrizio Palermo si sarebbe dilungato rispetto alle previsioni perché dal Pd, al primo banco di prova con le poltrone di potere da quando è nell’ esecutivo, sarebbero partite alcune richieste specifiche. Gli appetiti maggiori sono per la presidenza e la posizione di ad di Sace, che è la società che assicura i crediti per l’ export delle imprese italiane. Presidente ora è Beniamino Quintieri, professore di economia politica a Tor Vergara, collega dell’ ex ministro Giovanni Tria e del vicepresidente di Cassa Luigi Paganetto; ad è Alessandro Decio, ex capo dei rischi Unicredit: entrambi hanno concluso il primo mandato triennale. Sulle due poltrone da mesi si snoda un braccio ferro perché, soprattutto il capo azienda, non sarebbe in sintonia con Palermo mentre era apprezzato da Tononi che, per l’ incertezza sulla riconferma, si è dimesso. Per la successione sono circolate varie candidature. L’ ultima che sembrava potesse portare alla fumata bianca era quella di Edoardo Ginevra, cfo e capo delle partecipazioni di Banco Bpm: a causa dei tempi lunghi, il manager romano è rimasto in piazza Meda. Nelle ultime ore il confronto si sarebbe fatto serrato. Domenica pomeriggio Palermo si sarebbe visto con gli uomini del Mef. Su Sace tre nomi: un top manager del mondo assicurativo, un ex manager di peso del gruppo Cdp e uno attualmente interno a via Goito. Non ci sarebbero state convergenze sui primi due, ieri notte, alla presenza anche di esponenti di Palazzo Chigi, la trattativa finale si sarebbe focalizzata sul terzo nome. In mezzo alle discussioni sulle poltrone più pesanti, sarebbe stata raggiunta l’ intesa sulla presidenza di Sace: l’ ha spuntata Errore, già presente nel cda che dovrebbe assicurare la continuità. E ci sarebbe convergenza sul sostituto di Alessandra Ricci, ad di Simest: Mauro Alfonso, ad di Cerved Rating Agency, pare in quota M5S. Il Pd dal canto suo, oltre a poter scegliere il successore di Grant al prossimo cda di Cdp, vorrebbe mettere le mani sul vertice di Cdp Immobiliare. Il presidente uscente è Matteo Melley, ex presidente della Fondazione Cassa della Spezia e una delle figure di rilievo degli enti: la sua presenza nel cda di Cdp sarebbe incompatibile e per questo non sarà confermato. Ad dell’ immobiliare è Salvatore Sardo, anche lui in uscita. Da questa tornata di nomine restano all’ asciutto le fondazioni che hanno il 15,9% di Cdp. Rosario Dimito © RIPRODUZIONE RISERVATA.

26/11/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Regolamento appalti, aumentano categorie e classifiche

Massimo Frontera

Previsto lo sdoppiamento delle categorie OG3 (Strade e ferrovie), OS6 (finiture) e OS24 (verde e arredo urbano). Le classifiche di importo passano da 10 a 12

Il nuovo regolamento accentua la segmentazione delle lavorazioni edilizie per l’esecuzione degli appalti pubblici e introduce anche due nuove classifiche di importo. Si ricava dalla lettura dell’articolo 257 (che riunisce le disposizioni transitorie e finali) della bozza di lavoro del regolamento sul codice appalti sul quale sta lavorando il Mit e che dovrebbe essere svelato nella versione definitiva il prossimo 15 dicembre.
Nascono tre nuove categorie
L’incremento delle categorie risulta dallo “splittamento” di tre categorie esistenti, una generale e due specialistiche. La categoria generale OG3 (strade, autostrade, ponti viadotto, ferrovie e linee tranviarie) darà vita alla categoria OG3-A e alla categoria OG3-B. Il testo del regolamento non fornisce una declaratoria delle categorie, che sarà contenuta in un allegato destinato a sostituire quello vigente. Tuttavia appare abbastanza naturale pensare che le due nuove categorie faranno cessare la coabitazione dei lavori stradali e ferroviari, dando vita a due distinte “specializzazioni generali”, per così dire.
Analogo discorso riguarda le altre categorie interessate da uno sdoppiamento. Si tratta delle categorie specialistiche OS6 e OS24, da cui nasceranno le categorie OS6-A, OS6-B, OS24-A e OS24-B. Nel primo caso (OS6), si tratta delle lavorazioni di finiture di opere generali, in vari materiali: legno, plastica, metallo e vetro. Materiali che saranno redistribuiti in modo diverso fra i due nuovi contenitori. Nel terzo e ultimo caso, la distinzione è più semplici, in quanto la categoria specialistica OS24 prevede solo il verde e l’arredo urbano, entrambi destinati ad avere una categoria dedicata. Complessivamente – se la bozza sarà confermata – la lista delle categorie sale a 55, 14 generali e 41 specialistiche.
Aumentano le classifiche
Aumenta anche il numero delle classifiche di qualificazione. Lo si ricava dall’elenco dell’articolo 80 della bozza di regolamento. Contestualmente, vengono anche arrotondati tutti gli importi, prevedendo cifre tonde in luogo di quelle derivate dall’ormai antico cambio con la lira al momento dell’introduzione dell’euro. Le due nuove classifiche nascono dallo sdoppiamento della precedente classifica unica di importo tra 5,165 e 10,329 milioni e dall’altra classifica unica tra 10,329 milioni e 15,5 milioni circa.
Le quattro nuove classifiche (con cifre tonde) sono le seguenti: VIII, IX, X e XI. Di seguito, ecco la lista finale delle nuove classi di importi: classifica I, fino a 250mila euro (invece di 258mila euro); classifica II, fino a 500mila euro (invece di 516mila euro); classifica III, fino a 1 milione di euro (invece di 1,033 milioni di euro); classifica IV, fino a 1,5 milioni di euro (importo che corrisponde all’attuale classifica III-bis); classifica V, fino a 2,5 milioni di euro (invece di 2,582 milioni); classifica VI, fino a 3,5 milioni (importo che corrisponde all’attuale classifica IV-bis); classifica VII, fino a 5 milioni (invece di 5,165 milioni); classifica VIII, fino a 7,5 milioni di euro (nuova classifica); classifica IX, fino a 10 milioni di euro (invece di 10,329 milioni); classifica X, fino a 12,5 milioni (nuova classifica); classifica XI, fino a 15 milioni (invece di 15,494 milioni); classifica XII, illimitato.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

 

26/11/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Regolamento appalti/2. La bozza «dimentica» il building information modeling

Massimo Frontera

Nessun richiamo al Dm n.560/2017 sul Bim e nessun riferimento alla modellazione digitale, salvo che sulla gestione degli appalti complessi

Il Building information modeling è il grande assente nella bozza di regolamento attuativo del codice appalti. Nei 259 articoli del testo base su cui sta lavorando il Mit (e sul quale si dovrebbe alzare il sipario il prossimo 15 dicembre) è completamente assente qualsiasi richiamo al Dm n.560/2017, cioè il decreto specifico sul Bim, che prevede la progressiva applicazione dello strumento al nostro sistema degli appalti. Non solo.
L’unico riferimento alla modellazione digitale si rintraccia all’articolo 45 della bozza, dedicato al cronoprogramma del progetto esecutivo (si veda la bozza di lavoro del regolamento appalti). Più precisamente, nell’articolo della bozza di regolamento, il Bim è evocato indirettamente attraverso il richiamo dell’articolo 23, comma 13 del codice appalti, e previsto – in modo opzionale – relativamente al modello di controllo e gestione della realizzazione dell’opera, da predisporre sulla base del computo metrico estimativo per i soli appalti complessi (articolo 3, comma 1, lettera “oo”). Cioè limitatamente ai lavori di oltre 15 milioni di euro «caratterizzati da particolare complessità in relazione alla tipologia delle opere, all’utilizzo di materiali e componenti innovativi, alla esecuzione in luoghi che presentano difficoltà logistiche o particolari problematiche geotecniche, idrauliche, geologiche e ambientali».
In questi casi la bozza di regolamento prevede appunto che al modello di controllo e gestione del progetto con metodologia Wbs (Work Breakdown Structure) possa essere associato «l’utilizzo di metodi e strumenti elettronici specifici, quali quelli di modellazione per l’edilizia e le infrastrutture, secondo quanto previsto all’articolo 23, comma 13, del codice, nonché di tecniche tipiche di gestione integrata dell’intervento».

© RIPRODUZIONE RISERVATA

 

26/11/2019 – Il Secolo XIX

Falsi report sullo stato dei viadotti: chiusi due ponti sulla A26. Aspi: «Entro le 12 riapre una corsia per ogni senso di marcia»

Tommaso Fregatti, Marco Grasso

Aggiornamento di questa mattina – Aspi fa sapere che «entro le ore 12 di oggi sarà riaperta parzialmente l’autostrada A26, tra l’allacciamento con la A10 e lo svincolo di Masone. Avverrà grazie ad uno scambio di carreggiata che consentirà il transito su una corsia per ogni senso di marcia. Ciò permette comunque di svolgere le verifiche tecniche sui viadotti Fado e Pecetti ritenuti ammalorati e non sicuri. – continua la nota di Autostrade – Ciò permette di togliere Genova dall’isolamento, dovuta anche alla chiusura dell’A6».

De Micheli convoca Aspi

E in merito alla chiusura della tratta dell’A26 tra l’allacciamento con l’A10 e lo svincolo di Masone, la ministra Paola De Micheli ha convocato per mattinata di oggi il concessionario Aspi al fine di stabilire gli interventi urgenti per garantire la sicurezza e ripristinare la viabilità. Lo rende noto il Mit.

La chiusura dei due ponti, l’annuncio e le reazioni

Genova – L’emergenza senza fine della rete autostradale, e il definitivo isolamento della Liguria, si manifesta a fine serata, dopo una giornata di autentica fibrillazione: Autostrade per l’Italia – a seguito di un sostanziale aut aut dei magistrati – annuncia la chiusura preventiva, totale e immediata di due viadotti della A26. Si tratta del Pecetti, in località Mele, e del Fado, a Masone. Per il perito della Procura di Genova che indaga sulla salute dei viadotti in quel tratto che collega Liguria e Piemonte è a rischio la stabilità del ponte e la sicurezza pubblica.

| Traffico in autostrada, la situazione nel nodo genovese |

La Liguria è a rischio paralisi. La notizia viene comunicata in serata al premier Giuseppe Conte. Ministero delle Infrastrutture e Regione Liguria, danno vita a un tavolo permanente per gestire l’emergenza. Il governatore ligure Giovanni Toti e il sindaco di Genova Marco Bucci convocano una conferenza stampa a tarda sera: «Cercheremo di parare questo colpo – dice Toti – La Liguria è isolata e la situazione è ingestibile. Voglio sapere cosa farà il governo per tutelare l’economia e garantire il diritto costituzionale dei cittadini alla mobilità. Oggi Genova ritorna agli anni Venti».

 

26/11/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Dissesto/1. È allarme per 2mila viadotti stradali, servono 3 miliardi per la sicurezza

Manuela Perrone e Giorgio Santilli

Il nodo della mancata spesa: appaltati (dalla Protezione civile) solo 1,2 miliardi dei 10,8 totali del piano anti-dissesto idrogeologico

Del piano anti-dissesto idrogeologico da 10,8 miliardi nel triennio lanciato dal Governo Conte I la scorsa primavera sono stati impegnati nel 2019 1,9 miliardi di euro. Ma soltanto quelli gestiti dalla Protezione civile (1,2 miliardi) per gli interventi urgenti sono totalmente appaltati. Altri 700 milioni destinati alle misure di prevenzione sono stati ripartiti tra le Regioni dal ministero dell’Ambiente, ma attendono di trasformarsi in cantieri. E proprio nella capacità di spesa effettiva da parte delle amministrazioni locali, rallentata da «inadeguatezza delle procedure, debolezza delle strutture attuative, assenza di controlli e monitoraggi», la Corte dei Conti ha ravvisato il principale “baco” del sistema, nel rapporto sul Fondo progettazione contro il dissesto 2016-2018 sfornato a fine ottobre.
Gli appalti della Protezione civile
La strategia imboccata dai gialloverdi dopo il crollo del Ponte Morandi era stata quella di archiviare l’esperienza di Italia Sicura e di disegnare un piano “Proteggi Italia” contro il dissesto articolato in due filoni: la gestione dell’emergenza, affidata alla Protezione civile, e la manutenzione del territorio, posta in capo al ministero dell’Ambiente con i presidenti delle Regioni trasformati in commissari straordinari. Dei 10,8 miliardi di euro previsti nel triennio 2019-2021, quest’anno sono stati finora erogati 1,9 miliardi, di cui 1,24 già appaltati dalla Protezione civile (il 97% del totale): 461 milioni sono destinati alle somme urgenze, soprattutto in Veneto, nella provincia di Trento e in Friuli Venezia Giulia, le aree più colpite dal maltempo nel 2018. Altri 780 milioni sono quelli per gli interventi di riduzione del rischio, allocati per la maggior parte in Veneto, Liguria, Friuli e Abruzzo. Entro due settimane nascerà un portale dedicato al Pin, Piano investimenti nazionale, su cui sarà possibile seguire lo stato di avanzamento dei lavori.
I fondi dell’Ambiente
Dall’estate a oggi, il ministero guidato da Sergio Costa ha sbloccato 700 milioni complessivi: 315 per 263 opere urgenti e indifferibili, altri 361 derivanti dal Fondo sviluppo e coesione per 236 interventi e 25 milioni destinati alle cinque Autorità di bacino contro il dissesto dei corsi idrici, a partire dal Tagliamento e dal Sarno. «Ora aprire i cantieri», è il monito del ministro Costa, che fa eco all’esortazione del premier Giuseppe Conte: «I soldi ci sono, adesso bisogna spenderli e accelerare».
La cabina di regìa e il Ddl
Proprio per monitorare e velocizzare il presidente del Consiglio ha voluto istituire la cabina di regia “Strategia Italia”, che dovrebbe tornare a riunirsi entro dicembre. E va nella stessa direzione il disegno di legge “Cantiere Ambiente”, fermo però in commissione al Senato, che prevede la nascita di una task force di esperti a supporto dei governatori-commissari. Obiettivo: affiancare i Comuni nella fase esecutiva per combattere la piaga della “non spesa”. E c’è voluto il crollo del viadotto sulla A6 Torino-Savona, come se non fosse bastata la tragedia del Morandi, perché fosse indicato ieri il nuovo presidente dell’Agenzia nazionale per la sicurezza stradale e ferroviaria (Ansfisa): si tratta dell’ingegnere Fabio Croccolo, dirigente del Mit , che succede ad Alfredo Principio Mortellaro. Era stato quest’ultimo, lo scorso luglio, a denunciare le «tante resistenze» che impedivano all’Agenzia di decollare. Adesso la ministra delle Infrastrutture, Paola De Micheli, promette di aumentare il personale dell’ente fino a 100-150 persone (attualmente sono 61) nelle prossime settimane. Ma resta l’impressione che si continui a procedere sempre sull’onda delle emergenze e a colpi di gestioni commissariali, come ha rilevato la Corte dei conti.
Le strade provinciali
Lo scorso agosto le Province hanno svolto e consegnato il monitoraggio di una prima tranche di 30mila ponti, viadotti e gallerie che insistono sui 100mila chilometri di rete stradale loro assegnata. La fotografia che ne viene fuori è molto critica. I primi seimila oggetti monitorati hanno svelato che per quasi un terzo, 1.918, si registra la necessità di un lavoro urgente o perché c’è una concreta situazione di rischio o perché la circolazione è bloccata in seguito al manifestarsi di situazione di danno grave o rischio. I lavori da realizzare per mettere in sicurezza il totale delle seimila strutture costano 2,45 miliardi mentre altri 566 milioni servono per ulteriori lavori di monitoraggio su 14.089 infrastrutture. «In tutto servono tre miliardi», sintetizza l’Unione province italiane. Sulle strade provinciali la circolazione di automezzi pesanti è del 10% e da questo dato parte l’allarme dell’Upi: «Senza una manutenzione periodica annuale l’intera funzionalità della rete viaria viene compromessa». Nel 2009 le province – prima della legge Delrio – avevano a disposizione per investimenti 1 miliardo e 947 milioni (erano comprese anche le scuole). Nel 2018 questa cifra ammonta a 712 milioni, con un taglio del 51%.
La posizione dei costruttori
Molto dura la posizione dell’Ance che chiede un’accelerazione del piano antidissesto da anni. «Un Paese in codice rosso» – dice l’associazione dei costruttori – confermata dal fatto che 345 delle 749 opere (pari al 46%) segnalate sul sito www.sbloccacantieri.it dalle associazioni territoriali riguardano interventi di contenimento del dissesto idrogeologico, messa in sicurezza di strade e ponti e opere idrauliche. Un ritardo che riguarda tutti i governi. Del piano stralcio per le aree metropolitane avviato nel 2015 resta da cantierare ancora il 59% degli interventi. L’Ance ricorda quanto contenuto nella relazione al Ddl cantiere Ambiente (S.1422) presentato dal governo Conte 1 al Senato il 19 luglio 2019: «Sebbene si trattasse di progetti definitivi ed esecutivi, non è stato possibile rispettare i cronoprogrammi anche a causa dei lunghi tempi di conclusione della conferenza dei servizi e dell’acquisizione dei pareri di Via e Vas, trattandosi di grandi progetti».
La proposta Cgil
Una proposta arriva da Alessandro Genovesi, segretario generale della Fillea Cgil. «Siamo stanchi – dice – di ripetere sempre le stesse cose. A questo punto si abbia il coraggio di fare quello serve, occorre una scossa, subito: accelerare i contratti di servizio Anas e Rfi e modificare le norme quadro sulle concessionarie autostradali, vincolando tutti i soggetti, pubblici o in concessione, per i prossimi 10 anni a destinare il 99% dei profitti a piani straordinari di manutenzione».

© RIPRODUZIONE RISERVATA

 

26/11/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Dissesto/2. Viadotto crollato, è giallo sui lavori dei piloni

Maurizio Caprino

Sull’infrastruttura sono state fatte opere di rinforzo precedenti alla gestione di Gavio, che ha rilevato il tratto autostradale nel 2012 da Aspi

Erano stati fatti lavori, sul viadotto del crollo di domenica scorsa sull’autostrada A6 Torino-Savona. Probabilmente per rinforzare la pila che è rimasta in piedi. Ora il sospetto è che quella che invece ha ceduto si trovasse in condizioni diverse. E potrebbe esserci uno scarico di responsabilità tra i due gestori che si sono avvicendati: l’attuale Autostrada dei Fiori (gruppo Sias, che fa capo ai Gavio e ha rilevato l’infrastruttura nel 2012) e il precedente Autostrade per l’Italia (Aspi, gruppo Atlantia, dei Benetton). È ancora presto per dire quanto fondato sia questo sospetto. Per ora, si parla di impatto della massa di fango, scesa velocissimamente (10-20 metri al secondo) sul viadotto Madonna del Monte da un’altezza considerevole e lungo un bacino stretto, sui piloni del viadotto stesso. Lo hanno detto i due esperti Nicola Casagli (Università di Firenze) e Luca Ferraris (Fondazione Cima), dei centri di competenza della Protezione civile nazionale.Autofiori ha aggiunto che si è trattato di un «evento imprevisto e imprevedibile» e che i controlli di sua competenza sono stati svolti regolarmente, nell’ambito dei normali piani di manutenzione che hanno portato a spendere sull’A6 270 milioni di euro dal 2012.
Il procuratore di Savona, Ubaldo Pelosi, dopo un sopralluogo ieri mattina ha confermato che per capire ci vorrà tempo e che i piloni sono comunque oggetto di indagine.Si confronterà la documentazione in possesso del gestore con i resti della pila crollata. Come si vede nella foto a destra, le due colonne centrali sono più spesse rispetto a quelle laterali e questo indica che nel tempo ci sono stati lavori di rinforzo. Si tratta di vedere se gli stessi lavori sono stati effettuati anche sulla pila crollata.Bisognerà poi appurare quando questi lavori sono stati eseguiti. Non risulterebbe che si riferiscano alla gestione Gavio, per cui dovrebbero essere di Aspi o comunque della società Autostrade, come si chiamava l’azienda quando non era stata ancora privatizzata. Quest’ipotesi non è ancora verificabile. Se confermata, sarebbe lo stesso modo di procedere seguito dalla stessa Autostrade nel 1992 con il rinforzo degli stralli del Ponte Morandi, eseguito solo per una delle tre pile che li avevano. Ma bisogna considerare pure che dal 2012 a oggi Autofiori ha eseguito tutti i controlli e quindi, se ci fosse stata una situazione di pericolo, sarebbe stata sua precisa responsabilità rilevarla.
Al momento, stando a quanto trapela, per il Madonna del Monte erano programmati solo interventi normali: a breve non era invece prevista alcuna manutenzione straordinaria. In prima battuta bisogna quindi pensare che durante la gestione Gavio non fossero emerse anomalie. In attesa che si delineino le responsabilità dei gestori che si sono succeduti, va notato che entrambi hanno un sistema di controlli analogo. Cioè affidato a una società dello stesso gruppo. Nel caso di Aspi era la Spea, alla quale però sono stati revocati gli incarichi dopo la bufera dei report che si sospettano edulcorati, in base alle indagini a largo raggio della Procura di Genova dopo il crollo del Ponte Morandi. Nel caso di Autofiori, i controlli sono affidati alla Sina, sulla quale per ora non è emerso alcun elemento che lasci spazio a sospetti.La partita Gavio-Benetton va anche oltre l’accertamento di eventuali responsabilità per il crollo di domenica. Se il Governo decidesse di chiudere la vicenda del Ponte Morandi con la revoca della concessione di Aspi sul solo tratto di A10 Genova-Savona (dove il ponte si trovava), candidato naturale per rilevarne la gestione sarebbero proprio il gruppo Gavio. Se ne è parlato anche nei giorni scorsi, tra gli operatori del settore.Una revoca parziale sarebbe una soluzione che in fondo non scontenta troppo nessuno. Né la base M5S né Atlantia, alla quale il Governo ha chiesto di impegnarsi sul salvataggio di Alitalia. Se il crollo di domenica facesse emergere problemi anche sui Gavio, la partita si complicherebbe ulteriormente. © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

26/11/2019 – ANSA

Liguria, riapre una corsia per ogni senso di marcia sull’A26

In giornata sarà riaperta parzialmente l’autostrada A26, tra l’allacciamento con la A10 e lo svincolo di Masone. Genova uscirà dall’isolamento.

Entro le ore 12 di oggi sarà riaperta parzialmente l’autostrada A26, tra l’allacciamento con la A10 e lo svincolo di Masone. Avverrà grazie ad uno scambio di carreggiata che consentirà il transito su una corsia per ogni senso di marcia. Ciò permette comunque di svolgere le verifiche tecniche sui viadotti Fado e Pecetti ritenuti ammalorati e non sicuri. Lo rende noto Aspi. Ciò permette di togliere Genova dall’isolamento, dovuta anche alla chiusura dell’A6.

In merito alla chiusura della tratta dell’A26 tra l’allacciamento con l’A10 e lo svincolo di Masone la ministra delle Infrastrutture e dei Trasporti Paola De Micheli ha convocato questa mattina il concessionario Aspi al fine di stabilire gli interventi urgenti per garantire la sicurezza e ripristinare la viabilità.

Incontro presso il ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti tra la ministra Paola De Micheli e l’Aspi. Presenti, secondo quanto si apprende, la ministra con il suo staff, Enrico Valeri, responsabile del coordinamento viabilità ed operations di Autostrade per l’Italia, e Roberto Tomasi A.d di Autostrade per l’Italia. L’incontro urgente era stato convocato dalla ministra dopo la chiusura della tratta dell’A26 tra l’allacciamento con l’A10 e lo svincolo di Masone al fine di stabilire gli interventi urgenti per garantire la sicurezza e ripristinare la viabilità.

La Procura di Genova aveva disposto dalle ore 21:30 di  lunedì 25 novembre la chiusura al traffico in entrambe le direzioni della tratta dell’autostrada A26 compresa tra l’allacciamento con l’autostrada A10 e lo svincolo di Masone. Tale misura viene assunta per consentire l’esecuzione di verifiche tecniche sui viadotti Fado Nord e Pecetti Sud, presenti in tale tratta. La Direzione di Tronco condividerà i risultati di tali verifiche con gli enti competenti. In conseguenza di tale chiusura si consigliano itinerari alternativi.

La procura – ha detto il procuratore capo di Genova Francesco Cozzi – ha riscontrato gravi ammaloramenti e abbiamo segnalato criticità sul ponte Fado in direzione Alessandria e sul Pecetti direzione Genova Ventimiglia sulla A26. Rappresentanti di Aspi hanno preso atto e sono intervenuti. La procura attende verifiche – spiega Cozzi – di sicurezza condotte dalla società concessionaria secondo le norme di legge”.
“Si resta stupefatti ad apprendere – ha detto il governatore della Liguria Giovanni Toti – di certi provvedimenti così drastici dopo un anno e quattro mesi dal crollo del Ponte Morandi. Che fine hanno fatto i periti e i tecnici del ministero?. La Liguria è isolata – ha aggiunto – con la A6 chiusa, la A26 chiusa e le limitazioni alla A7. Voglio sapere cosa farà il governo. Genova ora è isolata, siamo tornati agli anni ’30. Va bene il provvedimento per la sicurezza dei cittadini, ma il governo deve pensare anche all’economia di una città, deve garantire gli spostamenti e il primo sistema portuale italiano che ora è irraggiungibile. Spero che si chiarisca tutto questo. Genova ha fatto molto da dopo il crollo del Ponte Morandi, mi chiedo cosa hanno fatto gli altri oltre a parlare della revoca delle concessioni”.

Allarme anche per il porto di Genova: “In queste condizioni non può resistere più di una settimana ha detto il presidente dell’Autorità portuale deL Mar Ligure occidentale Paolo Emilio Signorini, commentando la chiusura della A26 – perché ci sono più di 4000 tir al giorno che partono e arrivano. Tutto il Nord Italia produttivo dipende da noi e siamo alla vigilia di Natale. In queste condizioni tutto il traffico si scaricherà sulla A7 dove il traffico leggero è già intensissimo. Non sappiamo quanto durerà la chiusura, attendo risposte”.

Dunque si aggrava la situazione della viabilità per la Liguria, mentre la frana che ha distrutto il viadotto della Madonna del Monte sulla A6 Savona-Torino al momento è ferma. Ma ci sono ancora 15 mila metri cubi di fango in bilico, che potrebbero scivolare a valle in un attimo, velocissimi, così come veloci sono stati quei 30 mila metri cubi di terra che hanno abbattuto i piloni del viadotto ‘correndo’ a 20 metri al secondo. La massa instabile potrebbe cadere a valle in qualsiasi momento anche in previsione del fatto che mercoledì tornerà a piovere.

Forte preoccupazione è stata esternata dagli esperti dell’università di Firenze Nicola Casagli e della Fondazione Cima Luca Ferraris, che hanno effettuato oggi un sopralluogo come membri dei centri di eccellenza del dipartimento nazionale di Protezione civile che rappresentano. Preoccupazione che ha portato alla installazione di centraline di monitoraggio costante con laser e radar e un sistema di allerta pluviometrico. Il monitoraggio è utile anche a fornire elementi per poter “riaprire la carreggiata sud dell’autostrada a breve almeno a senso unico alternato”, come ha detto il governatore Toti. E mentre i tecnici sorvegliano la massa instabile sulla collina, il procuratore capo di Savona Ubaldo Pelosi conferma che è stata aperta un’indagine contro ignoti: accertamenti verranno eseguiti anche sullo stato dei piloni del viadotto.

“Abbiamo fatto alcuni sopralluoghi ma per chiarire i fatti ci vorrà tempo – ha detto Pelosi -. I piloni? sono oggetto delle indagini”. Sarà questa la seconda indagine in ordine di tempo che riguarda quel tronco autostradale che si ritrova anche nell’indagine conoscitiva dell’Anac sulle spese per manutenzione effettuate, o meno, dai concessionari autostradali. Un documento parla di una percentuale di investimenti inferiore al 90% di quelli previsti. Secondo quanto appreso malgrado la richiesta dell’Anac Autofiori non ha rivelato la spesa della manutenzione.

In prefettura a Savona è arrivato anche il ministro per le Infrastrutture Paola De Micheli che, al termine di una riunione con sindaci, Protezione civile, ad di Autofiori Magri e governatore Giovanni Toti ha detto che “dobbiamo dare la massima disponibilità alla Liguria per un piano straordinario per la sicurezza delle infrastrutture, perché gli eventi degli ultimi anni ci parlano di fragilità conosciute e sconosciute. Credo che le vicende di ieri dimostrino che alla Liguria serva sicurezza”. In serata Toti ha firmato la richiesta di estensione dello stato di emergenza mentre l’ad di AutoFiori Magrì ha detto che è “tecnicamente possibile poter ricostruire la parte del viadotto crollata in quattro mesi con l’ipotesi di una campata in acciaio non sorretta da un pilone”. Intanto Fabio Croccolo, dirigente del Mit, ingegnere, è stato nominato direttore dell’Ansfisa (Agenzia nazionale per la sicurezza delle ferrovie e delle infrastruttture stradali), indicato al presidente del Consiglio dei ministri dalla ministra delle Infrastrutture e dei Trasporti Paola De Micheli. L’Agenzia avrà il compito di vigilare sulle infrastrutture, di effettuare manutenzioni e potrà fare ispezioni. Il governatore Toti e i sindaci della provincia di Savona hanno voluto ringraziare pubblicamente Daniele Cassol, 56 anni, il vigilante che dopo esser riuscito a fermarsi a pochi metri dall’orlo del baratro creato dal crollo del viadotto ha bloccato il traffico compreso un pullman con decine di persone a bordo. “La sorte – ha detto Toti – ha voluto che quella frana facesse cadere il ponte, la sorte ha voluto che ci fosse un signore che ha avuto la prontezza di spirito di bloccare tutti

RIPRODUZIONE RISERVATA © Copyright ANSA

 

26/11/2019 – ANSA

ArcelorMittal: accordo per il pagamento delle aziende dell’indotto

Emiliano: “Entro domani sarà pagato il 100% dello scaduto al 31 ottobre”

Abbiamo raggiunto un accordo per il quale entro domani sarà pagato il 100% dello scaduto al 31 ottobre. Significa che si allineano con i pagamenti”. Lo ha detto il governatore pugliese Michele Emiliano a conclusione di un incontro nel siderurgico di Taranto sul pagamento delle imprese dell’indotto con il capo del personale di A.Mittal Arturo Ferrucci e altri dirigenti dello stabilimento, il presidente di Confindustria Taranto Antonio Marinaro, il sindaco Rinaldo Melucci e una delegazione di imprese dell’indotto.

“L’incontro – ha aggiunto Emiliano – si è concluso positivamente. Domani ne è previsto un altro qui per verificare, davanti ai nostri occhi, l’emissione dei bonifici. Speriamo che tutto vada bene. Io non sono né ottimista né pessimista: devo però dare atto che dopo la riunione di ieri e con la presa di posizione così severa e forte di tutte le imprese che rimangono unite e compatte, ArcelorMittal ha risposto positivamente e questa sicuramente è una buona notizia. Quindi lo stabilimento rimane ancora e continua pur sotto pressione a funzionare”.

Ieri le aziende dell’indotto avevano minacciato di bloccare nelle prossime ore l’approvvigionamento delle materie prime.

“Noi – ha sottolineato ancora il governatore – comunque non molliamo il presidio e domani, se verrà pagato il 100% dello scaduto al 31 ottobre, è chiaro che il blocco verrà rimosso e si ricomincerà a lavorare normalmente”. Emiliano ha chiarito che “queste sono tutte obbligazioni già scritte. Oggi l’azienda ha preso un impegno davanti al presidente della Regione, al sindaco e nei confronti del Governo, perché abbiamo lavorato come se fossimo un’unica istituzione. Questa è una cosa importantissima. Ieri abbiamo evitato il blocco della della produzione grazie alla responsabilità di tutte le imprese dell’indotto che stanno pazientemente aspettando il pagamento di debiti che erano scaduti da mesi”. Se domani “si regolarizza tutto – ha concluso Emiliano – si ricomincia con maggiore serenità la trattativa che si sta svolgendo a Roma, e quindi almeno dal punto di vista dell’indotto la crisi è superata. Resta il fatto che l’azienda poi deve continuare a pagare anche quello che scadrà nei prossimi mesi, ci mancherebbe”.

L’incontro è stato sicuramente positivo. Il bilancio lo tracceremo domani alla luce della definizione dei pagamenti dell’indotto”, ha detto il presidente di Confindustria Taranto, Antonio Marinaro, dopo l’incontro con la dirigenza di ArcelorMittal, il presidente della Regione Puglia Michele Emiliano, il sindaco di Taranto Rinaldo Melucci e una delegazione di imprese dell’indotto che da otto giorni presidiano le portinerie dello stabilimento lamentando il mancato pagamento delle fatture. L’azienda oggi, a quanto si è appreso, ha fornito nuove rassicurazioni sostenendo che domani, quando ci sarà un altro incontro alla presenza dell’Ad di ArcelorMittal Lucia Morselli, partiranno gli avvisi di pagamento e i bonifici nei confronti delle imprese coinvolte. “La giornata – ha aggiunto Marinaro – è stata senz’altro positiva. Sicuramente la partecipazione delle istituzioni è stata importante e domani mi auguro di poter dire che sia stata risolutiva”.

“A questo punto abbiamo aperto un negoziato: deve svilupparsi e dovete darci un pò di tranquillità“, ha detto il premier Giuseppe Conte rispondendo a una domanda dei giornalisti sull’ex Ilva di Taranto. “Abbiamo bisogno – ha aggiunto – di qualche settimana di tempo: ma ci stiamo lavorando. Lo assicuro soprattutto alla comunità tarantina”.

“Laddove sia confermato l’impegno della società a continuare nella produzione – ha ribadito – siamo pronti ad assicurare un coinvolgimento pubblico, motivato dall’importanza strategica del siderurgico per tutta l’economia italiana”.

Intanto c’è l’ipotesi di un rinvio di qualche settimana dell’udienza fissata per dopodomani sul ricorso cautelare presentato dai commissari dell’ex Ilva per fermare l’addio di ArcelorMittal. Da quanto si è saputo, se si troveranno le condizioni, e in particolare se il gruppo franco indiano si impegnerà a riprendere l’attività che aveva iniziato a sospendere, i legali delle parti in via congiunta potrebbero chiedere una nuova data per dar tempo, nella trattativa a tre in cui si inserisce anche il Governo, di arrivare a un accordo anche a seguito dell’incontro di venerdì scorso.

RIPRODUZIONE RISERVATA © Copyright ANSA

 

26/11/2019 – Il Giornale di Brescia

Il terreno sprofonda: si apre una voragine sulla A21

Una voragine di una decina di metri si è aperta ieri sera sull’autostrada A21 Torino-Piacenza, tra Asti e Villanova. Un’auto in transito in quel momento è riuscita ad evitarla per un soffio. La polizia stradale ha bloccato il traffico.

Il terreno, secondo una prima ricostruzione, è sprofondato a causa della pioggia incessante che da giorni si sta abbattendo su tutto il Piemonte. Poche ore prima, era crollato un viadotto sull’autostrada A6, Savona-Torino.

 

26/11/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Ambiente, la Cassazione indica tre criteri per valutare i rifiuti con codice a specchio

Paola Ficco

Recepite le indicazioni della Corte di giustizia europea

Con la sentenza 47288/2019, la Corte di Cassazione ha recepito le indicazioni fornite dalla Corte di giustizia Ue (sentenza 28 marzo 2019, da C-487/17 a 489/17) alla sua domanda pregiudiziale in tema di classificazione dei rifiuti dotati di “codice specchio” (ordinanza 37460 del 27 luglio 2017). Si tratta dei rifiuti che non hanno una composizione immediatamente nota, poiché possono essere pericolosi o meno in ragione della presenza di determinate sostanze. Il problema è sempre stato quello di capire cosa cercare e come. Forte dei principi comunitari, la Cassazione ha stabilito che i criteri per indirizzare la ricerca delle sostanze pericolose devono essere coerenti con la «metodologia individuata» dalla corte Ue ed è onere del detentore provare di essersi uniformato.
La sentenza merita la massima attenzione anche per gli effetti che produrrà su procedimenti e accertamenti in corso. Infatti non concorda con il tribunale di Roma sul fatto che, per determinarne la pericolosità, l’analisi dei rifiuti a specchio «deve riguardare solo le sostanze che, in base al processo produttivo, è possibile possano conferire al rifiuto stesso caratteristiche di pericolo». Il che va letto unitamente al rilievo che tale soluzione sarebbe «riduttiva rispetto alla metodologia individuata nella pronuncia della Corte di giustizia».Pertanto, non si tratta di un surrettizio recupero del “criterio della certezza”, errato al pari di quello opposto della “probabilità”. Inoltre l’impossibilità di imporre al detentore del rifiuto irragionevoli obblighi tecnici ed economici non può assolutamente essere utilizzato come pretesto per aggirare le precise indicazioni circa le modalità di qualificazione.
Ed è proprio qui che la Cassazione fissa il punto di bilanciamento: per individuare le sostanze da ricercare occorre utilizzare la metodologia indicata nella pronuncia della Corte Ue ai punti 42 e 43 dove «i giudici europei illustrano i diversi metodi per raccogliere dette informazioni, richiamando, oltre a quelli indicati alla rubrica intitolata “metodi di prova” di cui all’allegato III della direttiva 2008/98, la possibilità di fare riferimento: 1) alle informazioni sul processo chimico o sul processo di fabbricazione che generano rifiuti nonché sulle relative sostanze in ingresso e intermedie, inclusi i pareri di esperti; 2) alle informazioni fornite dal produttore originario della sostanza o dell’oggetto prima che questi diventassero rifiuti, ad esempio schede di dati di sicurezza, etichette del prodotto o schede di prodotto; 3) alle banche dati sulle analisi dei rifiuti disponibili a livello di Stati membri; al campionamento e all’analisi chimica dei rifiuti, evidenziando, con riferimento a tale ultimo punto, che analisi chimica e campionamento devono offrire garanzie di efficacia e di rappresentatività (punto 44)». Inoltre, «va certamente esclusa la presunzione di pericolosità» come indicato dalla sentenza Ue. Ora la parola torna al tribunale di Roma.

© RIPRODUZIONE RISERVATA