Rassegna stampa 22-25 novembre 2019

22/11/2019 12.11 – Quotidiano Enti Locali e Pa
Nuovo bando Consip per l’efficientamento energetico delle Pa con il sistema Sdapa

Pubblicato un nuovo bando Consip del sistema dinamico di acquisizione della Pa (Sdapa), il primo in ambito “Energy”, relativo alla fornitura e posa di impianti e beni per la produzione di energia da fonti rinnovabili e per l’efficienza energetica. Sette le categorie merceologiche previste dal bando: impianti fotovoltaici, impianti solari termici, impianti a pompa di calore per la climatizzazione, caldaie a condensazione, relamping, chiusure trasparenti con infissi, pannelli isolanti. Il nuovo bando Sdapa consentirà alle amministrazioni di negoziare in modo semplificato – grazie all’utilizzo di standard di gara predisposti da Consip – appalti specifici anche di importo superiore alla soglia comunitaria, per un valore massimo di 400 milioni di euro nei 4 anni in cui rimarrà attivo. L’iniziativa potrà essere utilizzata dalle amministrazioni per usufruire dei principali strumenti di incentivazione attualmente a loro disposizione come il piano per la riqualificazione energetica delle pubbliche amministrazioni centrali (Prepac – recentemente approvato dal ministero dello Sviluppo economico e dal ministero dell’Ambiente, per la riqualificazione di una superficie complessiva di circa 2,7 milioni di metri quadri – il conto termico e i certificati bianchi.

21/11/2019 17.52 – RADIOCOR
Ascopiave: ok condizionato Antitrust ad acquisto asset gas da Hera

(Il Sole 24 Ore Radiocor Plus) – Milano, 21 nov – Nella riunione del 19 novembre, l’Antitrust “ha autorizzato con condizioni l’acquisizione del controllo dei rami di azienda di AcegasApsAmga da parte di Ascopiave relativi all’attivita’ di distribuzione di gas naturale nell’area nord-est del territorio nazionale”. E’ quanto riferisce una nota dell’Autorita’. L’operazione in questione fa parte della maxi joint venture nel Nord Est firmata nei mesi scorsi da Hera e Ascopiave. Le misure imposte dall’Autorita’ – a seguito di un’istruttoria nell’ambito della quale ci si e’ avvalsi anche di una ampia consultazione del mercato – “sono finalizzate a evitare la costituzione di una posizione dominante tale da ridurre in modo sostanziale e durevole la concorrenza nel mercato della futura gara per l’aggiudicazione della gestione del servizio di distribuzione del gas naturale nell’Atem di Padova 1, rispetto al quale l’Autorita’ aveva avviato l’istruttoria”. In particolare, si conclude, l’Autorita’ ha imposto alla societa’ acquirente un pacchetto articolato di misure correttive, volte alla riduzione delle barriere informative e finanziarie, nonche’ di ulteriori misure organizzative di tipo occupazionale. com-che

22/11/2019 – Quotidiano Energia
Gare gas: strumento serve ma va adattato al nuovo contesto

Al workshop Uni/Cig a Bologna la richiesta di semplificazioni. Panei (Mise): Finora solo 7 regioni hanno risposto alla nostra ricognizione, 4 bandi attesi nel 2019, altri 18 nel 2020
(Dall’inviata) – Le gare gas si trova- no in un momento un po’ particolare: la legislazione di riferimento è datata e nel frattempo il mondo è cambiato. Per questo bisognerebbe rimettere mano alle norme, favorendo un percorso con- diviso volto, da un lato, a identificare le linee di cambiamento sulle quali c’è con- vergenza e, dall’altro, a semplificare l’interno processo. A tracciare questo quadro è il direttore del cig enrico Aceto, che ieri mattina a Bologna ha aperto i lavori del workshop, organizzato da Uni e dal comitato Ita- liano Gas, Una piattaforma delle com- petenze per la valutazione tecnica di un progetto di gara d’ambito nel settore del gas naturale. L’evento, dedicato alla nuova prassi di riferimento Uni/pdr 72:2019 Piattafor- ma delle competenze per la valutazione tecnica di un progetto di gara d’ambito nel settore del gas naturale (QE 7/11) – frutto della collaborazione tra i due enti – ha rap- presentato un’occasione di confronto per gli operatori del comparto gas, che hanno potuto discutere, in un contesto multidisci- plinare, le criticità legate alle gare d’ambito e, in generale, agli sviluppi futuri del setto- re. Tra i concetti ribaditi più volte nei diversi interventi della mattinata l’utilità dello stru- mento delle gare d’ambito e la necessità di semplificare il settore, valorizzando il per- corso compiuto in questi anni. Sull’importanza di un approccio con- diviso alle questione delle gare d’ambi- to, menzionata da Aceto, si è sofferma- ta anche Liliana panei, della divisione Mercati e infrastrutture di trasporto e approvvigionamento del gas natu- rale del Mise, che ha sottolineato come il ministero stia lavorando per tracciare un quadro d’insieme della situazione at- tuale: Prima dell’estate abbiamo avvia- to una ricognizione attraverso la regione Sardegna, capofila per l’energia della conferenza Stato-Regioni, chiedendo agli Atem di darci un quadro dello stato di attuazione delle gare. Non tutti ci hanno risposto, finora abbiamo avuto un riscon- tro da 7 regioni: quattro Ambiti hanno detto di prevedere la pubblicazione del bando entro la fine del 2019, mentre 18 entro il 2020 e 2 entro il 2021. Noi speriamo di avere al più presto i dati relativi alle altre regioni – ha aggiun- to la rappresentante del Mise – faremo un sollecito per riuscire ad avere un qua- dro aggiornato della situazione e poi elaboreremo tutti i dati, andando a veri- ficare che i problemi sono quelle che tutti conosciamo. La rappresentante del Mise ha infine ricordato il percorso proficuo por- tato avanti con Arera e Anci nell’ambito della cabina di regia dedicata alle gare gas e ha auspicato una ripresa dei lavori con l’obiettivo di capire se sia possibile porta- re a termine un documento condiviso. A rimarcare il valore del lavoro fatto finora sulle gare d’ambito è stato anche Andrea oglietti, capo della Direzione infrastrutture energia e unbundling dell’Arera, che ha spiegato come sia fondamentale provare a mettere a fattor comune le competenze frutto di un’e- sperienza pluriennale per capitalizzare gli sforzi fatti finora. Il rappresentante dell’Arera ha inoltre sottolineato, citando i dibattiti legati all’utilità o meno di questo strumento, come l’Autorità ritenga che le gare siano importanti e vadano por- tate avanti in fretta, tenendo conto della complessità dei processi e dei possibili punti su cui agire per favorire l’iter. L’importanza delle gare è stato un pun- to chiave ribadito anche da Antonio Di Bari, responsabile dell’ufficio servizi pubblici locali, società e aziende par- tecipate dell’Anci, che ha evidenziato, da un lato, le criticità emerse nel corso degli anni in quest’ambito nelle relazio- ni tra comuni e tra i comuni e i gestori; dall’altro le difficoltà a far passare il mes- saggio della logica di sistema. Tra i punti di vista che hanno animato il dibattito anche quello delle associazio- ni dei distributori, a cui è stata dedicata la tavola rotonda pomeridiana del wor- kshop. Marta Bucci, direttore generale di Anigas, ha sottolineato in particolare la disponibilità dell’associazione a ragiona- re con gli enti locali, possibilmente sotto il coordinamento del Mise e dell’Arera, per individuare interventi di perfezionamento volti a risolvere le criticità riscontrate fi- nora, in modo da determinare un riavvio di questo processo in un’ottica di sem- plificazione. E’ chiaro – ha detto inol- tre Bucci che nell’ottica di ave-re uno sblocco della situazione si dovrebbero ri- vedere un po’ le tempistiche e si dovrebbe riarmonizzare il percorso rispetto a come era stato immaginato, introducendo un’a- zione di coordinamento a 360 gradi. Della necessità di semplificare le pro- cedure hanno parlato nei loro interventi anche Mattia sica, direttore settore energia di Utilitalia, e paolo Giuliani, direttore commissione Distribuzione di Assogas. Tra i tanti temi toccati, Sica ha contestualizzato la questione gare alla luce del più ampio tema dell’evoluzione delle reti gas, che devono affrontare le sfide di un sistema energetico sempre più complesso. Giuliani ha invece evi- denziato come, sul tema gare, non sia necessario ripartire da capo, ma anzi sia opportuno cercare di favorire una mag- giore partecipazione. Il fatto di avere una platea di parteci- panti potenzialmente agguerriti’ per fare diverse offerte – ha detto inoltre Giulia- ni – è la conditio sine qua non’ affinché le gare servano a qualcosa. Se, infatti, non c’è una competizione effettiva dubi- to che questo meccanismo servirà a far avanzare la qualità del servizio. Ma come favorire la partecipazione? Una delle vie percorribili, ha spiegato il rappresentan- te di Assogas, potrebbe essere quella di dare la possibilità a quei distributori con dimensioni contenute di crescere, di ag- gregarsi o associarsi, in modo da andare a costituire dei poli che possano dare cre- dibilità alle loro offerte. Tornando alla prassi realizzata da Uni e Cig, dall’evento è emerso un unanime ap- prezzamento per il documento che, come ha sottolineato il presidente del cig ste- fano cagnoli, rappresenta per il settore l’inizio di un percorso di evoluzione del- le competenze e delle professionalità del comparto, volto a far mantenere al gas un ruolo chiave per il nostro Paese. Il docu- mento, gli ha fatto eco nel suo intervento nicola niccolai coordinatore Gdl del cig, rappresenta nello specifico il primo passo di un percorso più ampio, destinato a evolversi nei prossimi anni. Il tema delle competenze per la valu- tazione tecnica di un progetto di gara è stato uno dei tanti temi su cui si sono soffermati i due interventi conclusivi della mattinata, tenuti da sandro Delli paoli, presidente di Uniatem e da Giancarlo Leoni, consulente di Unica reti. Delli Paoli ha in particolare evidenziato come i rallentamenti maggiori nelle gare sia- no legati ai ricorsi di tipo amministrativo e come accanto agli aspetti tecnici, che sono elementi fondamentali, vadano valorizzati anche gli aspetti giuridico -amministrativi, altrettanto importanti. A ribadire il valore della piattaforma del- le competenze è stato anche Leoni che ha sottolineato, tra i tanti temi, come la formazione sia uno dei tanti aspetti della questione gare gas e come sia fonda- mentale un approccio di tipo globale.

22/11/2019 – Il Gazzettino
Gas, via libera condizionato ad Ascopiave

LA SENTENZA VENEZIA Ascopiave, stop parziale dell’ Antitrust. Il gruppo del gas trevigiano col patto con AcegasApsAmga (gruppo Hera) rischia di avere una posizione dominante nella distribuzione del gas nell’ ambito Padova 1, che copre la città e il Nord della provincia fino a Cittadella. Il titolo ha reagito male: – 1,81% in Borsa ieri. Le misure imposte dall’ Autorità, a seguito di un’ istruttoria nell’ ambito della quale ci si è avvalsi anche di una ampia consultazione del mercato – si legge nella nota ufficiale – «sono finalizzate a evitare la costituzione di una posizione dominante tale da ridurre in modo sostanziale e durevole la concorrenza nel mercato della futura gara per l’ aggiudicazione della gestione del servizio di distribuzione del gas naturale nell’ Atem (Ambito Territoriale Minimo) di Padova 1», rispetto al quale l’ Autorità aveva avviato l’ istruttoria. L’ Antitrust ravvisava «una posizione particolarmente rilevante di AcegasApsAmga, non lontana dal 70% del totale dei punti di riconsegna, posizione che risulta ulteriormente accresciuta da quella non trascurabile detenuta dall’ acquirente Ascopiave», per un totale del 75-80%. Le quote di mercato detenute dalle parti, quindi, sono «tali da prefigurare la possibilità che l’ operazione possa comportare effetti anticoncorrenziali in relazione alla futura gara d’ ambito»: per il Garante, infatti, il ricongiungimento di queste posizioni potrebbe comportare «l’ eliminazione di un probabile concorrente indipendente» e portare altri concorrenti a giudicare «incontendibile» l’ ambito. E l’ Autorità ha imposto alla società acquirente un pacchetto articolato di misure correttive, volte alla riduzione delle barriere informative e finanziarie, nonché di ulteriori misure organizzative di tipo occupazionale. Il tutto al fine di incentivare potenziali partecipanti esterni alla futura gara e compensare i vantaggi legati alla presenza oeprativa dell’ operatore attualmente prevalente nelle concessioni appartenenti a tale Atem, ulteriormente accresciuti a seguito dell’ operazione. «Un’ ottima notizia non solo per Ascopiave ma per tutti i territori coinvolti e per l’ intero comparto, dal momento che si tratta della più importante operazione nel settore dell’ energia dell’ ultimo anno – commenta il presidente di Ascopiave Nicola Cecconato -. Grazie alla partnership con Hera, Ascopiave ha intrapreso un importante percorso di crescita e di focalizzazione del proprio business per rafforzarsi sempre di più nel core business della distribuzione». Il 21 ottobre scorso invece l’ Antitrust ha dato il via libera all’ acquisizione, da parte di Hera Comm (gruppo Hera), delle partecipazioni di Ascopiave nelle società Ascotrade, Blue Meta, Ascopiave Energie, Amgas Blu, EstEnergy, Etra Energia e Asm Set. L’ altra parte dell’ intesa sottoscritta tra i due gruppi che ruotava attorno alla padovana EstEnergy. I due gruppi avevano stabilito di applicare un obbligo di non concorrenza (per almeno cinque anni). Inoltre, le parti hanno stabilito che il gruppo Hera svolgerà attività di commercializzazione di energia elettrica e gas nel Triveneto soltanto tramite EstEnergy. RICAVI IN CRESCITA Nei primi nove mesi di quest’ anno l’ Ascopiave ha segnato un margine operativo lordo di 30,5 milioni (- 6%), utile netto è salito a 38 milioni. Ricavi consolidati a 90 milioni (+2,8%). La posizione finanziaria netta è pari 193 milioni, in peggioramento rispetto al dato al 31 dicembre 2018 (117,5 milioni). AcegasApsAmga, controllata Hera nel Nordest tra Padova, Trieste e Udine, nel terzo trimestre 2019 ha segnato un margine operativo lordo a 108,6 milioni (+ 8,5%). © RIPRODUZIONE RISERVATA.

25/11/2019 – La Provincia di Como
Dalla fabbrica alle case L’ energia è un’ occasione anche per le nostre Pmi

L’ esperienza I cogeneratori Acsm-Agam con Rovagnati e Brianzacque Il presidente Busnelli: «Recuperiamo valore e limitiamo le emissioni»
Monzese, classe 1962, Paolo Busnelli, dopo una laurea in Bocconi, ha iniziato la propria carriera lavorativa nel 1988 ala Nielsen Marketing Research, per lavorare successivamente in Duracell ed Heineken, occupandosi sempre di marketing. Dal 2002 al 2012 ha ricoperto il ruolo di sales manager in Burgo Group e quindi in Arti Group, leader europeo nel settore della stampa. Da luglio 2018, Busnelli è presidente di Acsm Agam, il gruppo nato un anno e mezzo fa dall’ aggregazione di utilities di cinque province lombarde, tra cui Como, con A2A partner industriale e socio di riferimento. Busnelli è intervenuto venerdì scorso all’ Energy Forum di Villa Erba, organizzato dall’ Adam Smith Society, nel corso della tavola rotonda che ha analizzato gli strumenti a disposizione delle aziende per contenere la bolletta energetica. «Acsm-Agam – ha spiegato – si propone come soggetto in grado di raggruppare imprese per la produzione di energia finalizzata a garantire un effettivo risparmio con benefici ambientali: ci rivolgiamo soprattutto a soggetti energivori e a piccole realtà che da sole non potrebbero portare a compimento progetti complessi». Busnelli ha ricordato come, a differenza di quanto comunemente si pensa, l’ Italia ricopre un ruolo di primo piano nel settore dell’ economia circolare. «Sono circa 345mila – ha detto – le aziende italiane che hanno davvero scommesso sulla green economy e questo, spesso, ha portato benefici che vanno oltre la dinamica ambientale: infatti il 78% di queste imprese, secondo i dati che abbiamo a disposizione, ha concretamente realizzato innovazione aziendale. L’ Italia – ha continuato il presidente di Acsm Agam – è una superpotenza dell’ economia circolare: siamo al 76% del recupero e riciclo dei rifiuti, mentre Inghilterra e Germania sono ferme al 40%; in questo settore quindi non siamo la cenerentola dell’ Unione europea, anzi siamo leader sul fronte del risparmio di emissioni». Tutto questo è stato possibile, secondo Busnelli, grazie alle scelte e agli interventi dei privati e alla lungimiranza di alcune amministrazioni comunali e di alcune multiutility. «A Monza – ha spiegato il manager – il teleriscaldamento funziona molto bene e questo ha portato ad un miglioramento della qualità dell’ aria». L’ accordo con il gruppo alimentare Per spiegare come sia possibile realizzare autentiche partnership tra pubblico e privato, Busnelli ha raccontato nei dettagli l’ operazione che ha unito Acsm Agam con il gruppo alimentare Rovagnati. L’ azienda produttrice di prosciutti, con uno stabilimento a Villasanta (Monza e Brianza) è diventata anche un player in grado di produrre energia termica, in grande quantità. Nel sito produttivo brianzolo è stato installato un impianto di cogenerazione ad alto rendimento che, oltre a soddisfare le esigenze del sito produttivo, fornisce energia termica alla rete di teleriscaldamento di Acsm Agam. Composto da motori cogenerativi, con una potenza elettrica complessiva di 2,4 Mw elettrici e di 2,4 MWwtermici, «l’ impianto – ha continuato Busnelli – produce contemporaneamente sia l’ energia elettrica necessaria al funzionamento dell’ innovativo stabilimento di produzione e logistica dell’ azienda alimentare, sia la quantità di calore sufficiente per coprire i fabbisogni dell’ equivalente di 36 condomini di grandi dimensioni (18 milioni di kWh/annui), realizzando un risparmio di energia pari a 1.600 tep ed una riduzione delle emissioni di CO2 nell’ atmosfera di circa 2.700 tonnellate». L’ iniziativa fa parte dell’ articolato progetto di sviluppo del sistema di teleriscaldamento nella città di Monza, oggi esteso oltre 30 chilometri, che permette alle imprese, ai condomini e agli edifici pubblici e privati di cedere o prelevare calore secondo le specifiche necessità. Il presidente di Acsm Agam ha inoltre illustrato un secondo progetto che è in fase di ultimazione. Nei prossimi mesi, infatti, entrerà in funzione un maxi cogeneratore in grado di produrre energia termica, che andrà sempre ad alimentare l’ impianto di teleriscaldamento monzese, ed energia elettrica. L’ impianto sta per essere installato nella sede di Brianzacque in via Fermi a Monza. «L’ intervento – ha spiegato Busnelli -, dal costo di 4,7 milioni, è il frutto di una collaborazione tra Brianzacque e Acsm Agam: il cogeneratore troverà posto nel cuore del depuratore, dentro una palazzina dismessa a seguito della recente ristrutturazione dell’ impianto. L’ attivazione e la messa in funzione del cogeneratore, che alimenterà anche i macchinari del depuratore di San Rocco – ha continuato -, permetterà una riduzione di 3mila tonnellate di anidride carbonica l’ anno». Cresce il teleriscaldamento In questo modo, a Monza il teleriscaldamento, che ha da poco tagliato il traguardo dei vent’ anni di attività, continua a crescere, diventa ancora più efficiente e intercetta nuove utenze e nuovi quartieri. La rete funziona meglio grazie all’ interconnessione fra i tre impianti (Monza Nord, Monza Centro in via Canova, Monza Sud in via Pasubio) attivata pochi mesi fa. Il manager ha sottolineato come «Acsm Agam conferma il pieno interesse a proseguire l’ espansione del teleriscaldamento grazie al quale i cittadini potranno godere di tutti i benefici che questo vettore energetico può garantire, ossia risparmio energetico, benefici ambientali, vantaggio economico, maggiore sicurezza. Forti dell’ esperienza acquisita lavorando con Rovagnati e con Brianzacque – ha concluso Paolo Busnelli – ci rivolgiamo ad altre imprese del territorio, soprattutto agli operatori industriali che consumano molta energia, proponendoci come partner o come soggetti aggregatori per realizzare operazioni analoghe». guido lombardi

22/11/2019 – Avvenire
Servizi pubblici, Milano sul podio in tutte le categorie

MEDIOBANCA
La rete idrica (gestita da Mm), Amsa, Sea e Atm che gestisce il trasporto sono nelle prime posizioni nazionali per rendimento ilano sale sul podio in tutte le categorie di servizi pubblici presi in considerazione da una ricerca presentata dall’ area studi di Mediobanca. Che si tratti di rete idrica, di trasporto pubblico locale, di aeroporti o di igiene urbana il capoluogo lombardo è nelle prime posizioni fra i principali capoluoghi italiani. Sul fronte della rete idrica, gestita dalla Mm, con 625 abitanti per km, è la seconda più intensamente utilizzata dopo quella gestita dall’ Abc di Napoli (717 abitanti per km) e quella con il maggior volume di acqua immessa in rete giornalmente (276 mc ogni km di rete). Tutte le utenze gestite, inoltre, sono collegate ai depuratori con la maggior parte di campioni di reflui depurati pari al 98.6%. Sea, la società che gestisce gli scali aeroportuali di Linate e Malpensa, è al se- Mcondo posto per ricavi unitari. ). Nello scalo di Linate si registra la più alta percentuale di voli puntuali in partenza (86,8%), si lascia l’ aereo in due minuti (meglio solo a Treviso con poco più di un minuto) e si disbrigano le operazioni di check-in in 7 minuti e 8 secondi (meglio solo a Torino con tempi di attesa di 6 minuti e 12 secondi). I due terminal di Malpensa, con circa 15 minuti e 50 secondi, segnano lunghi tempi di attesa al check-in (peggio solo a Bologna con 18 minuti e 22 secondi). Circa i bagagli con destinazione sbagliata in partenza di competenza dello scalo, a Malpensa il disservizio riguarda 1,5 bagagli ogni mille passeggeri, meglio che a Linate (1,85 bagagli). Sul fronte dell’ igiene urbana: l’ Amsa ricopre il terzo posto per quota di raccolta differenziata (53,8%) ed è terza anche per investimenti: 21,2 euro per ogni tonnellata di rifiuti raccolta. A Milano il secondo posto per la spesa più elevata: ogni abitante spende 200 all’ anno per il servizio di igiene urbana (prima l’ Ama di Roma con 255 per abitante). Ultimo capitolo quello del trasporto pubblico locale: Atm fa viaggiare 2 milioni di passeggeri al giorno, pari a 1,5 volte gli abitanti della città ed è la società che segna la più alta incidenza degli introiti da vendita di biglietti sul giro d’ affari totale (54,4%) e il più basso contributo pubblico per passeggero (0,4 euro). L’ Atm è terza per incidenza degli investimenti unitari sui ricavi (13,8%), e si colloca al secondo posto per produttività in termini di passeggeri per operaio (102mila). RIPRODUZIONE RISERVATA.

22/11/2019 – Corriere del Mezzogiorno (ed. Bari)
Dai trasporti alla rete idrica tra ritardi e investimenti A Bari luci ed ombre sui servizi pubblici locali

Focus di Mediobanca su Aqp, Amtab, Adp e Amiu
Bari Acqua, igiene, aeroporti e qualità delle local utilities: la guida ai servizi pubblici, elaborata dall’ area studi di Mediobanca, nasce da un’ indagine sulle società che li gestiscono e offre una fotografia con luci e ombre per la città di Bari. Così se Aqp fa registrare uno dei più alti tassi di perdite della rete idrica (50,3%) seconda solo a quello della palermitana Amap (54,6%), i punti di ristoro negli aeroporti di Brindisi e Bari servono 1.605 passeggeri al giorno, più anche di Genova, Torino e dei tre scali milanesi. E se, per l’ igiene urbana, l’ Amiu Puglia segna i più bassi investimenti unitari (7,2 euro per ogni tonnellata di rifiuti raccolti), nei trasporti pubblici locali l’ Amtab – ad una domanda modesta di viaggiatori (67 mila al giorno, pari al 21% della popolazione) – segue un’ offerta altrettanto contenuta con 2.865 posti-chilometro per abitanti all’ anno, pari a 8 al giorno. Ma andiamo con ordine. Per quanto riguarda Aqp, la sua posizione è meno critica per quanto riguarda le perdite lineari, «pari – scrivono gli analisti di Mediobanca – a 36,5 metri cubi di acqua persa giornalmente per chilometri di rete, collocandosi al quinto posto, dopo l’ Amap di Palermo, l’ Abc di Napoli, l’ Acea Ato 2 di Roma e la milanese Mm». Aqp è al quarto posto in termini di investimenti unitari (39,3 euro per abitante, pari al 34,8% della bolletta media annua), dopo l’ Acea Ato 2, la Publiacqua di Firenze e la genovese Iren Acqua e al penultimo posto per quanto riguarda la produttività, pari a 136 mila metri cubi di acqua fatturata per dipendente, superiore solo a quella dell’ Amap di Palermo. Secondo lo studio il 93,7% degli utenti di Aqp è collegato ai depuratori, percentuale inferiore rispetto a quella della Mm di Milano e della torinese Smat. Per quanto riguarda il trasporto aereo, Aeroporti di Puglia segna i ricavi unitari per Wlu più contenuti (8,6 euro/Wlu). Sull’ Amiu, che gestisce il servizio di igiene urbana, è bassa la spesa per i cittadini (169 euro all’ anno per abitante), superiore solo a quella che tocca ai cittadini veneziani e genovesi. «La quota di raccolta differenziata dell’ Amiu Puglia (Bari con Foggia), pari al 35,9%, è il quarto valore più basso dopo quello della Rap di Palermo, dell’ Amiu Genova e della napoletana Asia (34,5%)», scrivono ancora nello studio. La quota di raccolta differenziata a Bari è al 39,6%. Infine il trasporto pubblico locale, gestito dall’ Amtab. Il 21,7% dei ricavi unitari deriva dalla vendita di titoli di viaggio (terza incidenza più bassa dopo il 17% della palermitana Amat e il 20,4% della Gest di Firenze) mentre il valore dei corrispettivi unitari da contratto di servizio incassati dall’ Amtab (1,1 euro per passeggero) è il secondo più elevato dopo quello dell’ Amat di Palermo (2,4 euro per passeggero). L’ Amtab di Bari è il secondo maggiore investitore (6,1 euro per 1.000 posti-chilometri offerti, pari 15,9% del fatturato) dopo la Tper di Bologna ma segna il secondo indice di produttività più basso (43.300 passeggeri per operaio), superiore solo a quello dell’ Amat di Palermo. e.

23/11/2019 – Il Roma
Ecco Rete Campania, c’ è anche l’ isola d’ Ischia

SOTTOSCRITTO L’ ACCORDO TRA LE ASSOCIAZIONI SUL SERVIZIO IDRICO INTEGRATO
ISCHIA. Con la firma, a Napoli, di un Protocollo d’ Intesa fra Utilitalia e 13 aziende del territorio, è nata “Rete Campania”, la prima associazione territoriale delle imprese che si occupano del Servizio idrico integrato. Anche l’ isola d’ Ischia è rappresentata nell’ iniziativa con Energia verde e idrica. Le altre aziende aderenti sono infatti Abc, Acqua Campania, Acquedotti, Asis Salernitana Reti ed Impianti, Alto Calore Servizi, Ausino Servizi Idrici Integrati, Consac gestioni idriche, Gesesa, Gori, Ottogas, Rdr e Salerno Sistemi. A rappresentare l’ Acquedotto di Ischia, nonché a firmare l’ intesa, era presente Maria Pirozzi (nella foto), direttore dell’ Area amministrazione dell’ Evi spa.

22/11/2019 – Il Sole 24 Ore
Ance: è ora di fermare scatole vuote e corsa ai ricavi senza solidità

PARLA GABRIELE BUIA
«Regolamento entro metà dicembre. Prima risolvere subappalto e decreto fiscale»
ROMA «Semplificazione delle procedure ovunque possibile, più attenzione ai lavori pubblici con regole ad hoc per il settore e soprattutto un sistema di qualificazione delle imprese che combatta le scatole vuote e premi le aziende più strutturate, interrompendo la rincorsa al fatturato fine a se stessa e senza solidità. Ci vanno bene requisiti patrimoniali aggiuntivi per opere sopra i 20 milioni». Gabriele Buia, presidente dell’ Ance, ricorda le priorità per i costruttori che dal regolamento degli appalti si attendono soprattutto «un sistema di regole certe e stabili che crei finalmente un rapporto equilibrato fra pubblica amministrazione e settore privato, chiarisca bene diritti e doveri, a partire dai tempi di pagamento, superando gli squilibri che in questi anni hanno penalizzato proprio le aziende sane». L’ Ance ha chiesto al governo di fare rapidamente il regolamento, entro la scadenza prevista per metà dicembre, «per evitare un vuoto normativo che ci preoccupa molto». Auspica «determinazione e volontà della commissione insediata al ministero per rispettare questi tempi». Su questo aspetto, per altro, una rassicurazione è arrivata dal ministro delle Infrastrutture, Paola De Micheli. Non mancano per l’ Ance questioni specifiche, come quella delle piattaforme telematiche per le gare delle centrali di committenza che «stanno venendo avanti in questo periodo e vanno risolte rapidamente e con chiarezza». Qui Buia è tranchant: «Non è ipotizzabile che i costi di queste piattaforme siano riversati sulle imprese che partecipano alle gare, come accade in molti casi che vediamo. Abbiamo anche vinto un ricorso al Tar su questo punto». Ma insieme al regolamento, o forse addirittura prima, ci sono altre questioni urgentissime da affrontare. Due, in particolare: l’ articolo 4 del decreto fiscale che impone il pagamento dei subappaltatori da parte delle amministrazioni committenti e la riforma del subappalto dopo la sentenza della Corte di giustizia Ue che dichiara illegittima la disciplina italiana con il tetto del 30%. Sul primo fronte «la limitazione alla somministrazione di manodopera non basta, il pagamento dei subappaltatori affidato alla Pa è un assurdo che ingolferà il settore». L’ Ance chiede «una marcia indietro totale sulla misura» e offre però «tutta la disponibilità a un sistema di trasparenza che imponga di trasmettere i dati all’ Agenzia delle entrate e faciliti i controlli». Quanto al subappalto, «chiediamo che sia avviato subito un tavolo con il governo per riformare un istituto che abbiamo denunciato per primi anche davanti alla corte Ue». C’ è, in realtà, anche una terza emergenza: gli effetti prodotti dalla riforma della legge fallimentare contenuta nel decreto sulle crisi aziendali. «I parametri che generano l’ alert sulla situazione finanziaria di una impresa, contenuti nelle norme – dice Buia – rischiano di mettere fuori mercato, in base alle nostre simulazioni, il 50 per cento delle imprese di costruzioni. Inutile dire che il primo effetto di quell’ alert, che non è ancora una crisi vera e propria, è il blocco di ogni linea di credito da parte delle banche. Anche per questo abbiamo chiesto al ministro Patuanelli l’ immediata attivazione di un tavolo di crisi». © RIPRODUZIONE RISERVATA. Giorgio Santilli

24/11/2019 – Gazzetta di Mantova
Il Comune sorride: tesoretto di 8 milioni grazie a Tea e ad A22

Documento unico di programmazione
L’ ente di via Roma incasserà nel 2020 da Autobrennero un dividendo straordinario di oltre 2 milioni di euro mentre dalla sua multiutility 5,8 milioni
C’ è un tesoretto, nel bilancio di previsione 2020 del Comune, che dall’ anno successivo non ci sarà più. Si tratta di 8 milioni 50mila euro provenienti dai due dividendi (uno ordinario e l’ altro straordinario) che il Comune percepirà dalla sua multiutility, la Tea (controllata con il 72% del pacchetto azionario), e dalla società Autobrennero, di cui detiene il 2,1159% delle azioni. È quanto emerge dalla nota integrativa del Documento unico di programmazione approvata dalla giunta la settimana scorsa. Dalla Tea, l’ anno prossimo, arriveranno nelle casse di via Roma 5 milioni 800mila euro, un milione in più rispetto all’ ultimo dividendo ordinario. Merito dell’ azienda che nel 2018 ha migliorato le sue performance, sfiorando il 10% di utile in più rispetto all’ anno precedente. Per quanto riguarda la A22 spa, il dividendo sarà di 2 milioni 250mila euro, quasi tre volte in più dell’ ultimo. In questo caso si tratta di un dividendo straordinario, deciso dai soci in vista dei mutamenti societari a cui andrà incontro l’ Autobrennero sulla strada del rinnovo della concessione. L’ accordo è quello di trasformarla in società in house costituita dai soli enti pubblici, liquidando i soci privati. Sempre in vista della costituzione della nuova società sono stati stretti dei nuovi patti parasociali «che garantiscano ai soci dei territori specifiche tutele» si legge nel Dup. Con la A22 spa che diventa tutta pubblica, nel 2021 non ci saranno più utili da spartire tra i soci. Per questo quelli di maggioranza (gli enti locali trentini) hanno chiesto per l’ anno prossimo un dividendo straordinario che l’ assemblea delibererà la settimana prossima. Una semplice formalità visto che la richiesta arriva da chi detiene la maggioranza delle azioni e che fa comodo a tutti. A fregarsi le mani oltre al Comune sono anche la Provincia e la Camera di Commercio di Mantova, anche loro soci di Autobrennero: nelle casse dei due enti entrerà di più che in quelle del Comune, rispettivamente 2 milioni 400mila e 2 milioni e 300mila euro.Tra le altre entrate extratributarie contenute le Dup dalle contravvenzioni si stima un incasso di 5 milioni e mezzo di euro tenuto conto dell’ andamento degli accertamenti delle violazioni effettuati quest’ anno e delle attività di controllo che verranno messe in atto nel 2020. Dalla gestione dei parcheggi si prevedono entrate per 684.160 euro, mentre dalla gestione del Pass Ztl un altro milione e 150mila euro. Dal biglietto unico per le visite di Palazzo Te e Palazzo San Sebastiano dovrebbe arrivare un milione di euro. Cattive notizie arrivano, invece, dal ministero per i beni culturali. Il milione di euro promesso per Mantova capitale italiana della cultura non è ancora stato erogato e il Comune lo ha iscritto nel bilancio 2020, con una nota: «Non è ancora conclusala procedura di validazione della rendicontazione da parte dello stesso ministero». —

22/11/2019 – Il Sole 24 Ore
Rotazioni e sorteggi negli appalti, premi alle imprese più solide

La bozza di regolamento. In anteprima la prima versione del testo di 259 articoli su cui lavora la commissione ministeriale: atteso il definitivo entro metà dicembre. Il settore vale 139 miliardi
C’ è l’ idea di premiare le imprese più solide e semplificare molto l’ assegnazione dei micro-contratti alla base della primissima bozza del regolamento unico sugli appalti cui sta lavorando la commissione nominata pochi giorni fa dal ministro delle Infrastrutture Paola De Micheli. Da questo punto di vista, la bozza che è stata consegnata ai 13 esperti incaricati di limare il testo messo a punto dai tecnici di Porta Pia e che Il Sole 24 Ore è in grado di anticipare, sembra figlia dei tempi di crisi che il settore, perlomeno tra i cantieri, vive da più di dieci anni. Dovrebbe arrivare a una versione finale entro il 15 dicembre. Il provvedimento riguarderà lavori, servizi e forniture, coprendo un mercato che nel 2018 ha mosso 139 miliardi ed è atteso da migliaia di Pa e imprese. La speranza sarebbe quella di avere una bussola unica per orientarsi nella giungla di norme che governano il settore dopo che il decreto sblocca cantieri ha mandato in pensione le linee guida dell’ Anac, senza però archiviarle del tutto. Difficile però che l’ obiettivo venga raggiunto senza un ulteriore sforzo di semplificazione. Al momento il provvedimento si compone di 259 articoli. Un numero probabilmente destinato a lievitare nel corso delle prossime settimane, alla luce del confronto che la commissione ministeriale è chiamata a svolgere con gli operatori del settore per evitare il rischio di rigetto di un provvedimento calato dall’ alto, nonostante la ministra De Micheli abbia chiesto di snellire ulteriormente il testo. Nella bozza del provvedimento, che «Il Sole 24 Ore» è in grado di anticipare, le principali novità riguardano soprattutto l’ assegnazione dei piccolissimi contratti (sotto i 40mila euro) dove l’ obiettivo sembra quello di snellire ancora di più le procedure, riducendo i controlli a carico degli enti. Parliamo degli appalti al di sotto dei 40mila euro che possono essere affidati, senza gara, a imprese di fiducia dei funzionari pubblici. Il regolamento alleggerisce i controlli “suggeriti” dalle linee guida dell’ Anticorruzione e prevede che questi contratti possano essere assegnati verificando che le imprese posseggano davvero solo alcuni dei requisiti autodichiarati e previsti per gli appalti di maggiore importo (in particolare condanne penali e violazione degli obblighi fiscali e contributivi) lasciando da parte gli altri. Procedure più semplici anche per la fascia di importo tra 40mila e 150mila euro, dove i funzionari possono aggiudicare l’ appalto dimostrando di aver consultato tre preventivi. La bozza di regolamento precisa innanzitutto che i preventivi devono essere richiesti in forma scritta, anche se «con modalità informale» e che la verifica sulla bontà dell’ offerta («congruità») è limitata agli aspetti relativi a costi della manodopera e al rispetto della sicurezza. Confermato il principio di rotazione che, per evitare il consolidamento di rendite di posizione, impone già ora di non invitare alle gare il titolare dell’ appalto uscente. Anche qui c’ è però qualche semplificazione per i microaffidamenti. Mentre le linee guida dell’ Anac consentivano di derogare al divieto per gli appalti al disotto di mille euro, ora la soglia sale a cinquemila euro. Nonostante le proteste delle imprese, che chiedono a gran voce di basarsi su parametri oggettivi, viene mantenuta anche la possibilità di usare il sorteggio per scremare i concorrenti da invitare alle procedure negoziate. Un’ altra novità di rilievo riguarda il settore delle costruzioni, che ha pagato in maniera più severa gli effetti della crisi economica, con migliaia di imprese uscite dal mercato, big in difficoltà e ripercussioni pesanti anche sull’ andamento dei cantieri, spesso messi sotto scacco anche dalla fragilità finanziaria delle imprese. Qui l’ idea è quella di incentivare la ricerca di solidità patrimoniale, garantendo un “vantaggio competitivo” alle imprese che dimostrano di avere spalle larghe. Gli incentivi consentiranno alle imprese con le carte in regola da un punto di vista finanziario di scalare le classifiche di qualificazione accedendo ad appalti di importo maggiore rispetto ai diretti concorrenti. A essere presi in considerazione saranno patrimonio netto, liquidità e redditività. Il primo trampolino sarà messo a disposizione dei costruttori con un patrimonio netto pari ad almeno il 5% della cifra d’ affari annuale. Chi garantirà una percentuale del 10% potrà saltare ancora più in alto. La norma non scatterà però subito. Entrerà in vigore solo un anno dopo il varo del regolamento. Un cuscinetto analogo è previsto per la misura che impone di avere solo direttori tecnici laureati per le imprese intenzionate a realizzare opere superiori a 2,5 milioni di euro. Anche le classifiche cambiano. Passano da 10 a 12, con l’ introduzione di due nuove fasce intermedie a 7,5 e 12,5 milioni di euro. Come previsto, la bozza assorbe anche le linee guida con cui l’ Anac aveva disegnato (al rialzo) l’ identikit dei funzionari pubblici che sovrintendono a gare e cantieri («Rup»), indirizzandone l’ attività. Qui la ricerca di semplificazione si traduce in un alleggerimento dei requisiti professionali previsti in base all’ importo dei contratti. Sparita anche la richiesta di dimostrare competenze di project management per la gestione degli appalti più complessi. © RIPRODUZIONE RISERVATA. Mauro Salerno

22/11/2019 – Italia Oggi
Affidamenti sotto soglia, chiamata diretta legittima

Pareri del servizio giuridico del ministero infrastrutture
È legittimo affidare lavori con tre preventivi chiamando direttamente gli operatori economici ed evitando la richiesta di «manifestazione di interesse»; obbligatorio però pubblicare l’ esito della scelta e applicare il principio di rotazione. È quanto ha precisato il ministero delle infrastrutture, servizio supporto giuridico-consultazione pareri, in risposta ad un articolato quesito relativo agli affidamenti al di sotto della soglia Ue. Il servizio supporto giuridico, organizzato nell’ ambito del servizio contratti pubblici e realizzato in collaborazione tra il ministero delle infrastrutture e trasporti, la conferenza delle regioni e delle province autonome e Itaca, eroga un’ attività di supporto giuridico alle stazioni appaltanti sulla disciplina dei contratti pubblici, al fine di favorire uniformità di indirizzi ed evitare molteplicità di interpretazioni e di soluzioni operative, nocive al buon andamento delle amministrazioni. Il ministero ha chiarito che le risposte rilasciate dal servizio alle stazioni appaltanti, vengono successivamente asseverate dall’ unità operativa di coordinamento (Uoc), istituita presso il ministero delle infrastrutture e trasporti, e pubblicate nell’ apposita banca dati consultabile liberamente online. Si tratta però di risposte che hanno natura di atti meramente consultivi e non vincolanti per le stazioni appaltanti, diversamente dai pareri di precontenzioso dell’ Anac che vincolano stazione appaltante e operatore economico, laddove a ciò acconsentano entrambe le parti. Il primo aspetto sollevato dalla stazione appaltante riguardava le modalità di richiesta dei tre preventivi nell’ ambito dell’ applicazione dell’ art. 36, comma 2, lettera b del codice e in particolare se fosse legittimo contattare direttamente tre operatori economici senza fare una manifestazione di interesse, ma ricercandoli sul mercato. Il ministero ha risposto affermativamente ritenendo che sia la stessa norma a non richiedere la pubblicazione di un avviso pubblico e quindi la ricerca di mercato. Un secondo profilo sollevato nei quesiti posti al Dicastero di Porta Pia riguardava invece la necessità di pubblicazione sul sito della stazione appaltante dell’ esito dell’ affidamento. Anche in questo caso la risposta è affermativa ai sensi dell’ articolo 29 del codice dei contratti pubblici, in ottemperanza agli adempimenti in materia di trasparenza. Infine, un altro punto posto all’ attenzione dei tecnici del Mit era relativo, per l’ affidamento dei servizi-forniture-servizi di ingegneria-architettura, alla necessità di ricercare i cinque operatori economici previa indagine di mercato (manifestazione di interesse con avviso). Il ministero ha confermato tale necessità in relazione all’ articolo 36, comma 2, lettera b: occorre quindi ricorrere a preventive forme di pubblicità (avviso pubblico) oppure ad elenchi di operatori economici già costituiti e gestiti dalla stazione appaltante. Per quanto riguarda i servizi tecnici, ha detto il ministero, gli incarichi di importo pari o superiore a 40 mila euro e inferiore a 100 mila euro possono essere affidati dal Rup con la procedura di cui all’ art. 36, comma 2, lett. b) mediante invito rivolto ad almeno cinque soggetti. Resta fermo il rispetto del principio di rotazione. © Riproduzione riservata.

22/11/2019 – Italia Oggi
Appalti con comunicazioni telematiche

decreto fiscale, Riscritte le sanzioni sull’ inesatto f24. Oggi emendamenti del governo
Doppio binario per le sanzioni sul modello F24 sbagliato e appalti con comunicazioni telematiche. Verso l’ approvazione dell’ emendamento all’ articolo 3 del decreto legge 124/19 (decreto fiscale) che corregge la sanzione da 1.000 euro per ogni F24 sbagliato. Si avrà un doppio meccanismo sanzionatorio, per le compensazioni errate fino a 5 mila euro si pagherà il 5% dell’ importo scorretto, dai 5 mila euro in su si pagheranno 250 euro. Mentre il governo prova a mitigare gli effetti dell’ articolo 4 del decreto legge fiscale (dl 124/19) trasformando l’ obbligo del versamento entro 5 giorni delle ritenute in un adempimento con comunicazione telematica. Aggiustamenti in arrivo anche ai reati tributari attraverso degli emendamenti che saranno depositati oggi per l’ esecutivo. E correzioni per la disciplina dei Pir (piani individuali di risparmio). Le correzioni sull’ articolo 4 sono state al centro dei lavori di ieri sul voto agli emendamenti del decreto fiscale in commissione finanze alla Camera. Il governo punta a una riformulazione della norma sulle ritenute negli appalti. La base da cui partire è la proposta emendativa di Claudio Mancini (Pd). L’ emendamento del deputato Pd prevede infatti che i committenti che affidano il compimento di un’ opera o di un servizio a un’ impresa sono tenuti a trasmettere all’ Agenzia delle entrate gli elementi principali contenuti nei contratti di appalto o subappalto stipulati, entro 30 giorni dalla sottoscrizione del contratto stesso. I dati da trasmettere e le modalità per la trasmissione telematica sono individuati tramite il provvedimento del direttore dell’ Agenzia delle entrate da emanare entro 90 giorni dall’ entrata in vigore della presente norma. Per l’ omissione della trasmissione dei dati ovvero per la trasmissione di dati incompleti o infedeli si rende applicabile una sanzione da 500 a 1.000 euro. Nell’ ambito della fissazione dei criteri di selezione dei contribuenti da sottoporre a controllo, l’ Agenzia delle entrate concentra i controlli sul corretto versamento delle ritenute, sulle imprese in vita da meno di 2 anni che hanno stipulato contratti di appalto. Inoltre l’ emendamento di Mancini contiene un inasprimento delle pene in caso di omesso versamento di ritenuto nei contratti di appalto. Il governo è poi al lavoro per interventi sui debiti della pubblica amministrazione: «Abbiamo un progetto grosso e contiamo di portarlo in questa commissione all’ inizio dell’ anno prossimo», ha confermato il sottosegretario al ministero dell’ economia Alessio Villarosa, intervenendo durante i lavori in commissione finanze della camera. Si tratta di una misura «una tantum», le richieste si possono fare fino al 2021 per pignoramenti tra il primo gennaio 2010 e il 30 giugno 2019, e obbliga le banche a concedere la rinegoziazione, anche a un congiunto, con alcuni paletti, tra cui l’ avere già pagato almeno il 10% del primo prestito, e su un debito di massimo 250 mila euro. Il nuovo mutuo, che può essere concesso anche da una banca terza, deve valere almeno il 75% della base d’ asta (se è inferiore la cifra dovrà corrispondere al debito più gli interessi) e si può rateizzare fino a massimo 30 anni. Infine è stato esaminato l’ emendamento che porta le modifiche alla disciplina dei Pir. Per i piani di risparmio a lungo termine, a decorrere dal 1° gennaio 2020, le somme dovranno essere investite per almeno il 70% del valore complessivo in strumenti finanziari emessi o stipulati con imprese residenti in Italia. L’ emendamento prevede poi una ripartizione degli investimenti di questo 70%. Almeno il 25% in strumenti finanziari di imprese diverse da quelle nell’ indice Ftse Mib e per almeno il 5% in strumenti finanziari di imprese diverse dagli indici di borsa. Agli investimenti costituiti tra il primo gennaio 2019 e il 31 dicembre 2019 si applicano le disposizioni da ultimo modificate dalla legge di bilancio 2018. Cristina Bartelli © Riproduzione riservata.

25/11/2019 – Affari & Finanza
Infrastrutture: investimenti fermi c’ è un gap di opere per 70 miliardi

L’ analisi
Marco ruffolo, roma L’ ultimo rapporto di Ref Ricerche calcola che in 10 anni in Italia la variazione dello stock di capitale pubblico è stata negativa Per recuperare dovremmo investire 57 miliardi l’ anno S cuole e ospedali che perdono pezzi, ponti e viadotti a rischio di cedimento, torrenti lasciati a se stessi: il deterioramento della nostra dotazione infrastrutturale ora non è più solo una diffusa percezione, ma un dato economico incontrovertibile. Negli ultimi dieci anni – si legge nell’ ultimo rapporto congiunturale Ref Ricerche – c’ è stata una diminuzione della dotazione del capitale pubblico valutabile in 70 miliardi di euro ai prezzi di oggi. Il 2011 è il primo anno in cui la spesa per investimenti non è stata in grado nemmeno di mantenere l’ esistente. Da allora è stata un fila ininterrotta di tagli: meno 11 miliardi nel 2018, meno 10 nel 2019. Per far cessare questa emorragia pericolosa, occorre innalzare da subito gli investimenti pubblici dai 41,8 miliardi iscritti nel bilancio del 2020 a 50 miliardi. E realizzarli. E non è tutto: per recuperare il terreno perduto sulle infrastrutture in essere bisogna elevarli ancora, fino a 57 miliardi per dieci anni. In totale, un piano mastodontico da 570 miliardi, che non include ampliamenti e potenziamenti di reti materiali e immateriali, se non quelli che con poca spesa si possono aggiungere nell’ ammodernamento delle opere che già ci sono. Fanno compagnia all’ Italia, nella riduzione di questa dotazione nel corso dell’ ultimo decennio: Spagna, Portogallo e Grecia. E la Germania non se la passa molto meglio perché il suo stock non è affatto cresciuto. Almeno però, riesce a fare gli investimenti necessari alla manutenzione. Noi no. A questo punto – spiega Ref Ricerche – è urgente per l’ Europa, e per l’ Italia in particolare, rilanciare con forza gli investimenti pubblici. Non è solo, soprattutto per Paesi come il nostro, per evitare le periodiche catastrofi causate dal dissesto idrogeologico e più in generale dall’ incuria pluriennale in cui è stato abbandonato il nostro patrimonio pubblico. E’ anche l’ unica arma efficace per stimolare un’ economia, in Italia e in Europa, che avanza a rilento e che non mostra alcun indizio di svolta. Ma per farlo va modificato almeno in un punto il ginepraio di regole di bilancio che governa Eurolandia. In particolare, non si può più rinviare l’ introduzione della “golden rule”, che esclude proprio gli investimenti pubblici dal calcolo degli obiettivi di deficit. Insomma, occorre quanto meno scalfire il castello dell’ Austerità, diventato anacronistico a tal punto, dice la ricerca, che “i maggiori Paesi della zona euro hanno deficit pubblici mediamente molto bassi se valutati in una prospettiva storica o rispetto ad altre nazioni, ma ancora elevati se confrontati con gli obiettivi europei”. In queste condizioni, soltanto Germania e Olanda possono permettersi di adottare una politica di segno espansivo. E non lo fanno neppure. Al contrario, i tedeschi hanno quest’ anno un avanzo di oltre mezzo punto di Pil mentre l’ obiettivo del prossimo triennio sarebbe un deficit strutturale di un punto. Una condizione paradossale che comincia ad essere sempre più avversata non solo in Europa ma nella stessa Germania: è di pochi giorni fa uno studio congiunto di Confindustria e sindacati il quale sostiene che il Paese ha bisogno di investimenti pubblici per 500 miliardi di euro per modernizzare le sue infrastrutture. Ma anche se Berlino e i suoi alleati olandesi decidessero da soli di cambiare verso alla propria politica di bilancio e di stimolare la domanda interna, questo avrebbe effetti assai limitati sul resto d’ Europa: “una manovra da parte loro di un punto di Pil incide per lo 0,4% sul prodotto interno lordo dell’ intera eurozona, con effetti espansivi prevalentemente concentrati nei due Paesi”. La soluzione è invece una “espansione fiscale concordata tra tutte le nazioni contemporaneamente”. E centrata sugli investimenti. La Grande Crisi ha spinto infatti molti Paesi a privilegiare soprattutto i trasferimenti alle famiglie, restringendo lo spazio che sarebbe stato necessario per investire. Segno di “scarsa lungimiranza da parte dei policy maker”, perché in questo modo hanno prodotto effetti deleteri sulla dotazione di capitale fisico di L’ opinione Non solo sono mancati i soldi per finire strade e edifici pubblici come scuole o ospedali ma anche la manutenzione ne ha risentito, dovendo fare i conti con la carenza di risorse L’ opinione Anche la Germania ha pagato il conto all’ austerità: industriali e sindacati tedeschi hanno calcolato che il Paese ha bisogno di investimenti pubblici per 500 miliardi di euro. GINEPRAIO DI REGOLE IL PARADOSSO

23/11/2019 – Il Fatto Quotidiano
I pm: “Sono le perdite il vero motivo della fuga”

A MIlano
L’ atto – Lo scudo penale “solo un pretesto”. I dirigenti: “La società a settembre aveva esaurito la finanza dedicata all’ operazione”
ArcelorMittal si era accorta presto, nell’ arco di un paio di trimestri, che non era in grado di gestire con profitto gli impianti dell’ Ilva e ha irritualmente dichiarato già a settembre, per bocca dei suoi vertici, che “la società aveva esaurito la finanza dedicata all’ operazione”. È dunque “la crisi d’ impresa” “la vera causa della disdetta” del contratto di affitto, invece solo “pretestuosamente ricondotta al venir meno del cosiddetto scudo ambientale”. È quanto scrivono i pm di Milano nel cosiddetto “atto di intervento” depositato ieri al Tribunale civile, in cui mercoledì si dovrà discutere il ricorso d’ urgenza dei commissari di Ilva contro la “fuga” della multinazionale, peraltro realizzata – spiega la Procura – in modo da danneggiare, forse definitivamente, gli impianti. L’ atto della Procura è rilevante soprattutto perché affida la ricostruzione dei fatti alle dichiarazioni di alcuni dirigenti di ArcelorMittal Italia sentiti nell’ ambito dell’ inchiesta penale aperta a Milano. Si parte dal piano di spegnimento degli altiforni predisposto dall’ azienda: il 10 dicembre doveva fermarsi il numero 2, il 18 dicembre il numero 4 e tra il 5 e il 15 di gennaio il numero 1. Lunedì, però, vista la malaparata giudiziaria, la multinazionale ci ha ripensato: “Nonostante la sospensione del piano di fermata – dice però a verbale Salvatore De Felice – l’ azienda non ha tutto quello che serve per proseguire l’ attività in quanto l’ approvvigionamento delle materie prime è stato cancellato. Il piano prevedeva di lasciare una scorta minima solo per un altoforno e solo per un mese”. L’ idea era riconsegnare l’ azienda allo Stato all’ inizio di dicembre già morta: le macchine per scaricare le materie prime in porto, danneggiate a luglio, “non sono ancora state comprate” e l’ ad Lucia Morselli “ai primi di novembre ha dichiarato ufficialmente in un incontro coi dirigenti e i quadri che aveva fermato gli ordini, cessando di vendere ai clienti”. Gli altiforni, insomma, erano destinati a essere spenti, ma “ogni fermata e il successivo raffreddamento, seppure operato seguendo le migliori pratiche, non è mai senza danni, l’ entità dei quali si può verificare solo quando si riparte. In ogni caso si riduce la vita tecnica dell’ impianto”. I dirigenti Stefano Palmisano e Giuseppe Frustraci, invece, raccontano di come le perdite andassero aumentando col passare del tempo: “Il terzo trimestre è stato peggiore anche del secondo e a detta di Matthieu Jehl (l’ ex ad, ndr) dovevamo recuperare 140 milioni con taglio del personale con la Cassa integrazione”, ma anche prevedendo di “utilizzare materie prime di qualità inferiore per abbattere i costi”. Le perdite passano dai 20 milioni al mese della gestione commissariale ad almeno 30 milioni già a marzo 2019: “Il problema era nella fase della produzione”, problemi che “erano da imputarsi alla manutenzione”. In sostanza, spiega il capo del settore finanziario, Steve Wampach, “come previsione abbiamo circa 700 milioni di perdita per il 2019”, mentre i creditori vengono pagati “con ritardo: a oggi abbiamo circa 130 milioni bloccati” (l’ ultima rata trimestrale da 45 milioni dell’ affitto, ad esempio, “non è stata onorata”, dice il commissario Sforza). Spiegato questo, la Procura chiede al giudice civile di bloccare con urgenza gli atti di ArcelorMittal intesi a spegnere gli impianti. Questa posizione ha ingenerato in alcuni commentatori l’ idea che Mittal sia presa tra due fuochi giudiziari: Milano chiede di tenere aperti gli impianti, Taranto di spegnerli entro il 13 dicembre. Non è così: l’ altoforno 2 è sotto sequestro “con facoltà d’ uso” dal 2015 a seguito della morte di un operaio dovuta alla scarsa o nulla sicurezza dell’ impianto. Dopo oltre 4 anni non tutte le prescrizioni del Tribunale sono state ancora rispettate: lunedì però, i commissari presenteranno la richiesta di proroga presentando i progetti e gli ordini per gli ultimi lavoratori, mossa che – anche per il custode giudiziario, come ben sa l’ azienda ma non i commentatori – basterà a evitare lo spegnimento del forno. Se invocare l’ assenza dello scudo penale per uccidere l’ Ilva è “pretestuoso”, puntare sull’ altoforno 2 è una balla vera e propria. Ma. Pa.

24/11/2019 – Il Messaggero
Ilva, è partita la trattativa per dimezzare gli esuberi In campo capitali pubblici

La battaglia sull’ acciaio
Tramontata l’ idea di un ruolo diretto di Cdp si studia l’ ingresso di Invitalia nell’ azionariato Al lavoro per la cassa integrazione fino a 2500 dipendenti. Tornerà lo scudo penale
IL CASO ROMA Il negoziato con ArcelorMittal si annuncia lungo e ricco di insidie. Ieri pomeriggio Giuseppe Conte e il ministro Stefano Patuanelli hanno lavorato a palazzo Chigi per mettere a disposizione all’ ex Ilva il vettore societario pubblico che dovrebbe entrare nel capitale e gestire, insieme ai franco-indiani, lo stabilimento siderurgico di Taranto. Tramontata l’ idea di coinvolgere Cassa Depositi e Prestiti, si lavora su Invitalia iniziando dalla più che probabile riconferma dei vertici da tempo scaduti. Mettere a disposizione capitale pubblico serve a dare agli investitori il senso dell’ importanza che il Paese ha per il presidio industriale di Taranto. Una sorta di garanzia non solo per gli investitori ma anche per le migliaia di addetti che non possono essere trattati diversamente dai dipendenti di Alitalia. I NODI Bloccata la fuga degli investitori con il vertice notturno, ora il governo deve predisporre tutti gli strumenti in grado di convincere i Mittal a restare. Oltre alla partecipazione pubblica nel capitale, occorre mettere sul tavolo gli strumenti per gestire gli esuberi e lo scudo penale che palazzo Chigi continua a tenere in fondo alla trattativa, ma senza il quale è impossibile gestire qualunque ripertenza. L’ attesa è ora per il piano industriale che nei prossimi giorni Lucia Morselli, ad di Mittal-Italia, dovrebbe illustrare al ministro Patuanelli. Toccherà poi al responsabile dello Sviluppo Economico avviare con l’ azienda la trattativa con i sindacati. L’ apertura fatta ieri l’ altro dal governo ad un nuovo ricorso alla cassa integrazione, ha scatenato subito i sindacati, ma per Conte se l’ alternativa è la chiusura degli altiforni, vale la pena trattare nella speranza che si riprenda il mercato dell’ acciaio e che l’ Europa riveda le quote di importazioni da paesi extra-Ue. La buona notizia, intanto, è il «quadro di normalità» che trapela da fonti vicine ad ArcelorMittal, nei livelli produttivi e negli ordini, con l’ intenzione di pagare il 60% delle fatture scadute per l’ indotto-appalto «entro lunedì 2 dicembre». E anche se manca ancora una risposta alla richiesta, ribadita dal premier, di garanzie dalla multinazionale a non staccare la spina agli impianti già a gennaio, i toni di ArcelorMittal sembrano diventati più concilianti. L’ incontro «per discutere possibili soluzioni per gli impianti ex Ilva è stato costruttivo», ha fatto sapere la multinazionale. «Le discussioni continueranno con l’ obiettivo di raggiungere al più presto un accordo per una produzione sostenibile di acciaio a Taranto». Segno che si è boccata la strada di una trattativa concreta. Ma ci vuole tempo per entrare nel vivo di un negoziato che rivedrebbe il piano industriale puntando a una roadmap per la decarbonizzazione. Lo schema di massima prevede la riduzione degli altiforni e la conversione (anche con finanziamento pubblico) verso sistemi produttivi innovativi e più sostenibili. E oltre all’ ipotesi di un ingresso dello Stato in una Newco che si occuperebbe della decarbonizzazione, potrebbero avere un ruolo nel nuovo piano di rilancio anche controllate minori non quotate della stessa Cdp. Mentre a Fincantieri potrebbe essere affidato il compito di contribuire alla riduzione degli esuberi. Il nodo più difficile da sciogliere rimane infatti quello degli esuberi sui 10.700 dipendenti di Taranto a quali si affiancano i lavoratori liguri. Per superare lo scoglio delle 5.000 uscite chieste da ArcelorMittal si punterà a un mix di stumenti che potrebbero quantomeno dimezzare i tagli. Di qui l’ idea di un decreto ad hoc per Taranto con l’ intervento di società appunto a controllo pubblico, accanto al ricorso alla cassa integrazione per 2-2.500 lavoratori. Un numero in cui l’ esecutivo vorrebbe includere i quasi 1.400 lavoratori oggi già in Cig. Questo permetterebbe un ridimensionamento della produzione (già scesa a 4,5 milioni di tonnellate). I numeri sono ancora tutti da definire, ma sarà comunque un piano con target produttivi più bassi rispetto alle sei milioni di tonnellate annue previste a regime lo scorso anno. Roberta Amoruso Marco Conti © RIPRODUZIONE RISERVATA.

24/11/2019 – La Verità
Lo stallo sulle nomine blocca tutto il Paese

Conte, che non era riuscito a rinnovare i vertici di molte partecipate già con la Lega, non trova la quadra nemmeno con il Pd Da un lato invoca l’ aiuto delle società pubbliche per risolvere qualsiasi crisi aziendale, dall’ altro impedisce loro di operare
claudio antonelli Da Ilva ad Alitalia, sarà sempre più probabile il coinvolgimento di soggetti di Stato per risolvere crisi aziendali e occupazionali. Peccato che lo stesso governo che le invoca sia il primo a renderne complessa l’ operatività. Dai rami di Cdp a Sace, sono numerosi i cda delle partecipate pubbliche paralizzati dalle faide tra Palazzo Chigi e partiti della maggioranza. Ecco quali, e con quali conseguenze. Lo scorso mercoledì ad Arezzo non era una giornata come tante. Circa un migliaio di sindaci erano riuniti per l’ assemblea dell’ Anci, l’ associazione che convoglia le voci di tutti i Comuni. Dopo una sfilata di ministri, nel pomeriggio è arrivato pure il premier. Nel suo tour di strette di mano, Giuseppe Conte ha fatto uno stop anche allo stand di Invitalia, l’ Agenzia nazionale per l’ attrazione degli investimenti, che da controllata pubblica ha finanziato a leva – facendo data settembre- 5,5 miliardi di euro divisi più o meno in 150 progetti. Ha salutato e ha annunciato fiero che per il rinnovo dei vertici i giochi erano fatti e che il cdm di giovedì sarebbe stato una passeggiata. Invece, il Consiglio dei ministri si è tenuto, ma le nomine di Invitalia sono saltate. Per 13 volte. Tante quante le assemblee andate a vuoto. Un record praticamente assoluto. L’ amministratore delegato, Domenico Arcuri, è stato incaricato nel 2016 dopo varie riconferme, ma è dallo scorso aprile che Conte è impegnato nel rinnovo dell’ intero cda. Il nome di Arcuri, considerato molto vicino al Pd ma anche al presidente della Repubblica visti i buoni rapporti con Bernardo Mattarella (ad della banca del Mezzogiorno), non sarebbe in discussione. I giallorossi invece prima hanno litigato sul nome del presidente, poi hanno trovato la quadra accendendo la casella collegata al nome di Andrea Viero, proveniente da Fincantieri. Manca però l’ accordo per i consiglieri. Di conseguenza l’ azienda resta al palo e può gestire solo l’ ordinaria amministrazione. Niente nuovi contratti o affidamenti. Ora, chi vede nelle partecipate la longa manus della politica potrebbe anche gioire, ma ciò che sorprende è la schizofrenia dei giallorossi. Invocano lo Stato a ogni piè sospinto e l’ uso delle partecipate come deus ex machina dell’ economia italiana e poi bloccano a monte tutta l’ operatività, perché non sono nemmeno in grado di mettersi d’ accordo e trovare figure idonee agli incarichi. All’ inizio quando Conte guidava i gialloblù le nomine sono state motivo di grandi litigi tra le parti, poi negli ultimi mesi si è messo in folle. Tutte le decisioni sono andate in proroga. Vedi Agcom e Privacy, ma anche le numerose controllate di Cassa depositi e prestiti. Con l’ avvio ad agosto del nuovo governo, i giallorossi hanno cambiato strategia: niente più litigi ma inettitudine alla scelta. Il governo non nomina più nessuno e, con il fatto che ciascuno dei partiti di maggioranza ricatta l’ altro, il rischio è che si voglia arrivare ad aprile senza fare nulla. Ognuno dei leader politici spera di poter infilare la nomina del capo dell’ Eni, la più importante delle partecipate, e nel frattempo blocca il resto. La peggior situazione possibile. Peggiore addirittura della spartizione delle poltrone dettata dal Cencelli. Così la compagine più statalista degli ultimi anni va in tv a pontificare e chiedere l’ intervento di Cdp per qualunque cose, ma il Mef non riesce a nominare gli operativi. Nel cda di Cdp manca ancora un consigliere, il nuovo presidente, Giovanni Gorno Tempini, non ha ricevuto le deleghe. Dunque i vertici di Sace e Simest sono fermi (da quasi un anno) e la cosa non è un dettaglio. Senza un cda regolare l’ azienda pubblica non può assicurare le mega commesse, quelle legate a Leonardo o Fincantieri. Oppure rimanendo in Italia, come faranno le partecipate a intervenire a Taranto se non saranno pienamente operative? Il governo dopo aver incontrato Arcelor Mittal è in attesa di ricevere da Cdp un piano per il rilancio infrastrutturale della città pugliese e per dare lavoro a qualche migliaio di fuoriusciti dallo stabilimento ex Ilva. Il premier ha convocato Fabrizio Palermo, ad di Cdp, e l’ ha invitato a scrivere a tutti i vertici delle aziende pubbliche in modo che da ciascuna torni indietro un feedback. Ad esempio Snam, che aveva già un piano di investimento, ha confermato in settimana di avere a disposizione circa 40 milioni di euro per una pipeline. Ma l’ impressione è che Conte speri in una soluzione divina e non abbia la minima idea di come una macchina pubblica possa essere complicata. Basti pensare che si vive alla giornata. La crisi dell’ Ilva è la più grossa e la gestione scellerata dei 5 stelle costerà ai contribuenti migliaia di euro. Il vero problema è che fa passare in secondo piano quella di Alitalia, che ormai è diventata per il popolo italiano una telenovela. Questa crisi a sua volta fa passare in secondo piano quella di Whirlpool, che a sua volta oscura quella dell’ ex Embraco o di Mercatone Uno. I tavoli di crisi del Mise ormai sono diventati dei buffet miseri dove si autogiustifica la presenza di sindacati e politici. Questi ultimi nemmeno in grado di dare continuità a una partecipata come Invitalia. E la moral suasion di Sergio Mattarella non basterà a nascondere lo sfacelo che noi osserviamo dalla strada e lui dal Colle.

25/11/2019 – Corriere della Sera – Economia
Stato-imprenditore Ilva Alitalia tra interesse nazionale lavoro (e fallimenti)

L’intervento pubblico non è maistato una soluzione, né come imprenditoria di Stato, né per la crescita dell’economia, né per risanare le gestioni aziendali, né per cercare acquirenti E oggi il problema sono le decine di migliaia di lavoratori che rischiano il posto Un economista industriale analizza le due principali emergenze del Paese
Alitalia e Ilva hanno un futuro incerto perché le multinazionali coinvolte sono scettiche sul risanamento e sono riottose a sobbarcarsi le perdite, tanto che tutt’ al più parteciperebbero al capitale con piccole quote (100 milioni di Delta in Alitalia, bruciabili in pochi mesi) o cercano di uscirne appena possibile (ArcelorMittal da Ilva). L’ opinione pubblica è ferita perché orgogliosa della compagnia di bandiera con il tricolore, e dello stabilimento di Taranto, il più grande d’ Europa. Quindi invoca il ritorno alla politica industriale di un tempo, che dietro slogan enfatici (settore strategico, sinergie pubblico-privato) copriva le perdite con finanza pubblica a debito. La invoca perché non conosce quella più seria che punta alla competitività. Le due società hanno molti punti in comune. Sono le più sofferenti ex controllate dell’ Iri, il maggior ente a partecipazione statale del secolo scorso. Le altre ex controllate se la cavano, chi per una ragione chi per un’ altra. Anche nell’ acciaio quelle che stanno su prodotti/mercati pregiati (tubi senza saldatura Dalmine, acciai speciali AST) fanno utili. Invece la produzione povera (laminati piani Ilva) proprio non ce la fa, anzi ha sempre perso. Trent’ anni fa (alla fine della prima presidenza di Romano Prodi all’ Iri), la Finsider chiuse l’ esercizio 1987 con una perdita di 1.650 miliardi di lire. Quarant’ anni fa (presidente era Ambrogio Puri) l’ Italsider chiuse il 1977 con una perdita di 395 miliardi di lire. Nel 2019 l’ Ebitda dell’ Ilva (stima Deutsche Bank) è negativo per 500-600 milioni di euro, con una perdita netta di quasi un miliardo. Lo stesso vale per Alitalia, non low cost né player mondiale, che nel 2018 ha perso 550 milioni. Entrambe le società sono state curate con un’ amministrazione straordinaria speciale. Nel 1979 questo strumento fu pensato per società importanti che fossero fallite o insolventi, allo scopo di rimetterle sul mercato per intero o per rami separati, invece di venderne gli impianti spenti, e ciò allo scopo di soddisfare meglio creditori e lavoratori. La prosecuzione temporanea della gestione era affidata a un commissario. Le imprese dovevano tornare al mercato, oppure liquidate, in nessun caso mollate allo Stato. Nel 2013, per evitare smembramenti in rami separati, il legislatore consentì ai commissari (non più uno, ma molteplici) di farsi promotori di un concordato con i creditori e aprì a una (unica) proroga di tempo. C’ era però una condizione ed era che, nonostante il fallimento della società, l’ impresa fosse sana o risanabile. Fu pensata per Parmalat. Il 2 maggio 2017 invece il ministro Carlo Calenda applicò lo strumento così modificato all’ Alitalia, nonostante si sapesse che non era risanabile. Inoltre, prestiti dello Stato e proroghe hanno oltraggiato i creditori. Nel 2015 il legislatore consentì di classificare l’ Ilva di Taranto «settore strategico nazionale» a scapito delle ragioni dei creditori, che (da noi) sono quelli che ci rimettono sempre. Questa classificazione è sancita con un Dpcm, dunque è politica, non basata su statistiche tipo interdipendenza nella matrice input-output dell’ economia italiana (Istat), tant’ è vero che per anni Fca in Italia ha preferito comprare le lamiere dalla Cina, non da Taranto. Le perdite sono enormi perché l’ utilizzo della capacità è molto inferiore al punto di pareggio operativo. Nell’ Alitalia non basterebbe nemmeno un riempimento totale degli aerei. A Taranto, la ristrutturazione per l’ ambiente e la fermata di un’ area ordinata dalla Procura hanno compresso l’ utilizzo della capacità per non si sa (da noi) quanto tempo. Morale della favola: l’ intervento pubblico non è mai stato una soluzione, né come imprenditoria di Stato (lo ha detto bene Dario Di Vico su L’ Economia il 18 novembre), né per la crescita dell’ economia, né per risanare le gestioni aziendali, né per cercare acquirenti (le multinazionali sono state cercate chissà perché non dai commissari, ma da Ferrovie per Alitalia e da Cdp per Ilva). I creditori ci rimettono, decine di migliaia di lavoratori rischiano il posto. Il problema non è la politica industriale, è il dramma della disoccupazione. Nel suo Rapporto Sostenibilità 2019 Federacciai dice: «Occorre pertanto, quanto prima possibile, un quadro di politiche di lungo periodo che preservi la competitività internazionale del settore, creando le condizioni per promuovere gli investimenti necessari». Sacrosanto. Federacciai voleva dire competitività del sistema in cui operano le imprese siderurgiche. Cominciando, per esempio: dalla rete elettrica di Terna, da cui il Tesoro salassa utili impedendone il reinvestimento, dalla rete viaria comunale e provinciale intorno le fabbriche, dai porti e dalla capacità di cabotaggio. Sul tema ha mostrato consapevolezza l’ amministratore delegato di Cdp, Fabrizio Palermo, nell’ intervista a L’ Economia l’ 11 novembre. I mesi che forse guadagnerà nella trattativa con ArcelorMittal e in una partnership a orologeria per Alitalia, il governo li dovrà impiegare in due passaggi: un sostegno alla disoccupazione figlia del passato e un progetto competitività genitore del futuro. Che non l’ abbia fatto finora ne compromette la fiducia.

25/11/2019 – Italia Oggi

Appalti trasparenti. Professionisti dell’anticorruzione

di Filippo Grossi

Prenderà il via a gennaio la prima edizione del corso di alta formazione in Anticorruzione e contratti pubblici organizzato dall’Alta scuola «Federico Stella» sulla giustizia penale dell’università Cattolica di Milano. Il percorso didattico nasce con lo scopo di rispondere alle esigenze di professionisti e funzionari operanti nel settore e si pone l’obiettivo di fornire ai partecipanti gli strumenti necessari per affrontare le questioni interpretative e applicative relative a tutte le novità normative che negli ultimi anni hanno interessato la disciplina dei contratti pubblici in Italia. Negli ultimi anni, infatti, la disciplina dei contratti pubblici è stata interessata da trasformazioni sostanziali. Basti pensare al cosiddetto decreto «sblocca-cantieri» (dl 18 aprile 2019, n. 32), che ha apportato importanti modifiche con lo scopo di semplificare la disciplina applicabile e rilanciare il settore delle commesse pubbliche. A ciò si aggiungono le riforme che hanno interessato i fenomeni corruttivi che nel settore dei contratti pubblici trovano terreno fertile, dalla legge Severino alla «Spazzacorrotti». Tutte novità normative che saranno esaminate e scandagliate, con un approccio eminentemente pratico, nell’ambito del corso che si pone l’obiettivo di fornire i giusti strumenti per affrontare le questioni interpretative e applicative di maggior rilievo, mediante l’approfondimento delle principali novità normative, dei più recenti orientamenti giurisprudenziali, nazionali ed europei e degli atti dell’Autorità Nazionale Anticorruzione. Particolari approfondimenti saranno inoltre dedicati agli ultimi decreti legislativi, tra cui la nuova disciplina degli appalti pubblici che sarà anche il tema centrale della tavola inaugurale del Corso in programma giovedì 12 dicembre. La novità più rilevante consiste, in particolare, nel ritorno al modello del regolamento unico, che segna il superamento dell’esperienza delle linee guida vincolanti Anac (Autorità Nazionale Anticorruzione), atti che negli ultimi anni avevano suscitato non poche incertezze interpretative.. Per iscriversi e per avere maggiori informazioni, consultare il sito internet: www.unicatt.it

© Riproduzione riservata

 

 

25/11/2019 – Il Sole 24 Ire – Edilizia e territorio

Appalti, l’allarme dei consulenti del lavoro: rischio liquidità con la compensazione

  1. Mac.

Analizzate le criticità della Manovra: problemi enormi con l’obbligo di mettere a disposizione le somme 5 giorni prima della scadenza

Le norme sulle indebite compensazioni, come disegnate dalla legge di bilancio 2019, per le imprese sono insostenibili. A iniziare dalle prestazioni nell’ambito di appalti e subappalti.

Ne sono convinti i consulenti del lavoro che, al decreto fiscale, hanno dedicato, ieri, l’anteprima del festival del lavoro che si terrà a Roma, come annunciato dalla presidente Marina Calderone, dal 18 al 20 giugno.

Le molte criticità rilevate sono state comunicate al Parlamento, con le possibili soluzioni, ed evidenziate nel corso dell’incontro di ieri ai politici intervenuti. La presidente Marina Calderone attira l’attenzione sulla norma relativa alle indebite compensazioni: «L’esigenza di individuare uno strumento di contrasto alle frodi non può dare come risultato un pregiudizio per i contribuenti, già soggetti alla ritenuta d’acconto, costringendoli a compensare solo dopo la dichiarazione. Così si penalizzano anche le aziende, che possono aspettare fino a due anni per i loro crediti».

I consulenti chiedono di abrogare o di limitare i danni che può provocare, l’articolo che obbliga il committente o l’appaltatore, in caso di subappalto, a versare le ritenute relative ai dipendenti, estendendo inoltre il reverse charge agli appalti o subappalti con prevalente utilizzo di manodopera. Per il vice presidente dei consulenti del lavoro, Sergio Giorgini, una norma farraginosa, complessa e sproporzionata «È una previsione che creerà difficoltà burocratiche – dice Giorgini – ma soprattutto finanziarie. Ci possono essere problemi di liquidità enorme con l’obbligo di mettere a disposizione le somme 5 giorni prima della scadenza. Senza contare la difficoltà di tenere una contabilità, giornaliera o addirittura, oraria nel caso di imprese con lavoratori impegnati su più cantieri».

La via indicata dai consulenti, in subordine al colpo di spugna, è lasciare in piedi la norma solo per le grandi commesse, perché in nome del contrasto all’evasione, non si possono ingessare le aziende.

La ministra del lavoro Nunzia Catalfo, pensa alle donne, che spesso lasciano il lavoro dopo il primo anno di maternità: «Stiamo studiando una norma, da inserire in manovra, per mantenere la donna dopo la maternità al lavoro dando un esonero ad datore». Dalla ministra anche l’impegno ad accelerare sull’equo compenso, a gennaio, subito dopo la manovra.

Di equo compenso, in termini migliorativi, parla anche il vicesegretario di Pd Andrea Orlando. «Si potrebbe ipotizzare un equo compenso, all’interno del job act autonomi, che sia meno norma di principio ma vincoli in modo più tassativo la pubblica amministrazione, con una prescrittività immediata».

© RIPRODUZIONE RISERVATA

 

25/11/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Regolamento appalti, rispuntano le gare di lavori su progetto preliminare

Mauro Salerno

Torna l’appalto integrato su progetti di massima: una formula archiviata (senza rimpianti) dopo gli scandali scoppiati in occasione del G8 alla Maddalena

Rispunta l’appalto integrato sul preliminare. La bozza di regolamento appalti, su cui sta lavorando la commissione nominata dalla ministra Paola De Micheli, ripesca la possibilità per le stazioni appaltanti di mandare in gara i lavori sulla base di un progetto al primo stadio, che ora si chiama «progetto di fattibilità tecnica ed economica». Una formula che sembrava archiviata dopo la stagione delle inchieste sul G8 della Maddalena, con il “sistema Balducci” che aveva proliferato proprio grazie alla possibilità di gonfiare i prezzi dei lavori, stabiliti solo in linea di massima al momento di mandare in gara i cantieri. All’epoca l’appalto integrato sul preliminare non era ancora entrato in vigore, ma il G8 era stato classificato tra i Grandi eventi e così i bandi vennero avviati con procedure in deroga, proprio per sfruttare quella possibilità.

Ora si prospetta un repentino ritorno al passato. Il regolamento torna infatti a disciplinare la possibilità di bandire gli appalti delle opere pubbliche sulla base di un semplice progetto di massima, evidentemente sulla scorta della norma del decreto Sblocca-cantieri che ha sospeso l’obbligo di bandire le gare su progetto esecutivo (cioè con tutte le carte e le autorizzazioni a posto) fino alla fine del 2020.

Non è chiaro se si tratta di un segnale che anticipa la volontà di confermare la cancellazione del divieto di appalto integrato anche dopo la sospensione (a metà e di dubbia applicazione) destinata a scadere del 2020 o se invece si tratta di un atto dovuto ora che la sospensione è almeno formalmente in vigore. Se così fosse ci sarebbe comunque da chiedersi che fine farebbe questa norma del regolamento destinata probabilmente a entrare in vigore pochi mesi prima della sospensione sperimentale, a causa del lungo iter di approvazione del provvedimento, che prevede un doppio passagggio in Consiglio dei ministri intervallato dal parere del Consiglio di Stato e delle commissioni parlamentari competenti.

La novità è contenuta nell’articolo 143 della bozza del regolamento. L’articolo disciplina il caso di bando su progetto di fattibilità, stabilendo che la «stipulazione del contratto debba avvenire successivamente all’acquisizione di eventuali pareri necessari e all’approvazione, da parte della stazione appaltante, del progetto definitivo presentato come offerta in sede di gara».

L’articolo stabilisce che anche dopo l’approvazione del progetto definitivo, il progettista delle tavole esecutive possa chiedere «studi o indagini di maggior dettaglio o verifica verifica rispetto a quelli utilizzati per la redazione del progetto di fattibilità tecnica ed economica posto a base di gara», senza oneri per il committente. Non manca un’ulteriore clausola di salvaguardia contro il rischio di lievitazione dei costi dopo l’approvazione del definitivo. Al quinto comma si stabilisce infatti che «nel caso di riscontrati errori od omissioni del progetto definitivo presentato in sede di offerta, le variazioni e gli oneri da apportarsi al progetto esecutivo sono a carico dell’affidatario».

Una formula che corre il pericolo di avere la stessa efficacia di una petizione di prinicpio. La possibilità che eventuali riserve e varianti dipendano da errori del progetto definitivo è un’interpretazione che in genere va dimostrata (con difficoltà) in tribunale. Ed è quasi inutile sottolineare che un simile “scudo” risulta ancora più fragile alla luce del fatto che è il regolamento stesso ad ammettere la possbilità di ulteriori studi e indagini dopo la firma del contratto.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

 

25/11/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Regolamento appalti/2. Ance: è ora di fermare scatole vuote e corsa ai fatturati

Giorgio Santilli

Il presidente dei costruttori Gabriele Buia: subappalto e decreto fiscale questioni da risolvere prima dell’arrivo del provvedimento

«Semplificazione delle procedure ovunque possibile, più attenzione ai lavori pubblici con regole ad hoc per il settore e soprattutto un sistema di qualificazione delle imprese che combatta le scatole vuote e premi le aziende più strutturate, interrompendo la rincorsa al fatturato fine a se stessa e senza solidità. Ci vanno bene requisiti patrimoniali aggiuntivi per opere sopra i 20 milioni».

Gabriele Buia, presidente dell’Ance, ricorda le priorità per i costruttori che dal regolamento degli appalti si attendono soprattutto «un sistema di regole certe e stabili che crei finalmente un rapporto equilibrato fra pubblica amministrazione e settore privato, chiarisca bene diritti e doveri, a partire dai tempi di pagamento, superando gli squilibri che in questi anni hanno penalizzato proprio le aziende sane». L’Ance ha chiesto al governo di fare rapidamente il regolamento, entro la scadenza prevista per metà dicembre, «per evitare un vuoto normativo che ci preoccupa molto». Auspica «determinazione e volontà della commissione insediata al ministero per rispettare questi tempi». Su questo aspetto, per altro, una rassicurazione è arrivata dal ministro delle Infrastrutture, Paola De Micheli.

Non mancano per l’Ance questioni specifiche, come quella delle piattaforme telematiche per le gare delle centrali di committenza che «stanno venendo avanti in questo periodo e vanno risolte rapidamente e con chiarezza». Qui Buia è tranchante: «Non è ipotizzabile che i costi di queste piattaforme siano riversati sulle imprese che partecipano alle gare, come accade in molti casi che vediamo. Abbiamo anche vinto un ricorso al Tar su questo punto».

Ma insieme al regolamento, o forse addirittura prima, ci sono altre questioni urgentissime da affrontare. Due, in particolare: l’articolo 4 del decreto fiscale che impone il pagamento dei subappaltatori da parte delle amministrazioni committenti e la riforma del subappalto dopo la sentenza della Corte di giustizia Ue che dichiara illegittima la disciplina italiana con il tetto del 30%. Sul primo fronte «la limitazione alla somministrazione di manodopera non basta, il pagamento dei subappaltatori affidato alla Pa è un assurdo che ingolferà il settore». L’Ance chiede «una marcia indietro totale sulla misura» e offre però «tutta la disponibilità a un sistema di trasparenza che imponga di trasmettere i dati all’Agenzia delle entrate e faciliti i controlli».

Quanto al subappalto, «chiediamo che sia avviato subito un tavolo con il governo per riformare un istituto che abbiamo denunicato per primi anche davanti alla corte Ue».

C’è, in realtà, anche una terza emergenza: gli effetti prodotti dalla riforma della legge fallimentare contenuta nel decreto sulle crisi aziendali. «I parametri che generano l’alert sulla situazione finanziaria di una impresa, contenuti nelle norme – dice Buia – rischiano di mettere fuori mercato, in base alle nostre simulazioni, il 50 per cento delle imprese di costruzioni. Inutile dire che il primo effetto di quell’alert, che non è ancora una crisi vera e propria, è il blocco di ogni linea di credito da parte delle banche.Anche per questo abbiamo chiesto al ministro Patuanelli l’immediata attivazione di un tavolo di crisi».

© RIPRODUZIONE RISERVATA

 

25/11/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Regolamento appalti/2. Ecco la bozza del provvedimento: 259 articoli da «limare» entro il 15 dicembre

Mauro Salerno

Da questa pagina è possibile scaricare lo schema del regolamento consegnato alla commissione di 13 esperti nominata dalla ministra De Micheli

Sono 259 articoli distribuiti in 208 pagine. Parte già con una dimensione non trascurabile lo schema di regolamento appalti che la ministra delle Infrastrutture vuole portare a versione definitiva entro il 15 dicembre. Un tempo molto stretto che, nelle intenzioni di De Micheli, dovrebbe servire anche alla complicata missione di snellire il testo.

Dal momento in cui il testo assumerà una veste definitiva scatterà l’iter per l’approvazione. Un percorso scandito da molti passaggi che potrebbe portare via anche diversi mesi. Il testo, che prenderà la forma di un Decreto del Presidente della Repubblica (Dpr), deve ricevere in prima istanza il «concerto» del ministro dell’Economia oltre al parere della Conferenza Stato Regioni. Serviranno poi il parere del Consiglio di Stato e quello delle commissioni parlamentari competenti prima dell’approvazione finale in Consiglio dei ministri.

SCARICA QUI IL TESTO

© RIPRODUZIONE RISERVATA

 

25/11/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Per InvestItalia si riapre il termine delle candidature

Massimo Frontera

Fino al 7 dicembre è ancora possibile candidarsi al ruolo di coordinatore. Restano valide le proposte pervenute finora ma vanno confermate

Il governo ha deciso di riaprire il termine per candidarsi al ruolo di coordinatore di InvestItalia, la struttura di missione incardinata a Palazzo Chigi (prevista dalla legge di bilancio 2019 e attuata da un Dpcm del febbraio scorso) che dovrebbe individuare soluzioni per accelerare i programmi di spesa nelle infrastrutture. Il primo avviso che ha aperto all’invio di candidature (nelle varie posizioni previste) è stato pubblicato a marzo scorso ed è scaduto a metà aprile. È seguita la pubblicazione dei nomi dei candidati e poi non se ne è saputo più niente. Fino allo scorso 22 novembre, giorno in cui è stato pubblicato un avviso che comunica la decisione di riaprire le candidature.
Difficile non mettere in relazione la novità con l’insediamento del nuovo esecutivo di Giuseppe Conte, essendo la struttura strettamente legata all’attuazione della politica sulle infrastrutture riportata in capo a Palazzo Chigi.
Chi vorrà candidarsi dovrà inviare la proposta all’indirizzo pec “dip@pec.governo.it” entro il 7 dicembre, cioè «15 giorni dalla pubblicazione dell’avviso», avvenuto il 22 novembre. L’avviso informa inoltre che «restano valide le domande, pervenute nei termini di cui all’avviso del 28 marzo 2019, dei candidati che hanno già sostenuto il colloquio, previa conferma da parte dei medesimi dell’interesse alla partecipazione, da inviare entro il predetto termine allo stesso indirizzo pec».
L’avviso pubblicato sul sito del governo

© RIPRODUZIONE RISERVATA

25/11/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Roma, il social housing di Cdp a via Guido Reni fa un passo avanti (a 5 anni dal concorso)

Massimo Frontera

L’Assemblea ha adottato il programma integrato per la riconversione dell’ex sito produttivo della Difesa di fronte al Maxxi

A distanza di cinque anni dal concorso internazionale di progettazione lanciato da Cdp, l’assemblea capitolina ha dato un primo significativo via libera alla riconversione del complesso ex militare di Via Guido Reni, a Roma, nell’area di fronte al museo Maxxi, nel quartiere Flaminio. La complessa operazione era stata acquisita da Cassa depositi e prestiti che – tramite il braccio immobiliare di Cdp Immobiliare Sgr – aveva immaginato una riconversione all’insegna del social housing arricchito da funzioni ricettive, terziarie e commerciali. Secondo il progetto selezionato – redatto dallo studio milanese 015 Viganò – nell’ex stabilimento produttivo della Difesa saranno realizzati nuovi spazi pubblici, una biblioteca e un centro civico di quartiere, oltre a un denso complesso di housing sociale e uno spazio dedicato alla diffusione della cultura scientifica.
Più esattamente lo scorso venerdì 22 novembre l’assemblea capitolina ha approvato la delibera di adozione del programma integrato dell’area di circa 55mila mq che sorgerà nel quartiere. Sono previsti edifici residenziali per circa 35mila mq (di cui 6mila mq di housing sociale), un albergo di 7mila mq e 3mila mq di esercizi commerciali di vicinato. Altri 2mila mq circa saranno destinati a «una biblioteca di nuova generazione» – spiega una nota del comune di Roma – e spazi aperti attrezzati e saranno realizzati selezionando il progetto attraverso un concorso di progettazione bandito da Roma Capitale. «Oggi (venerdì 22 novembre per chi legge, ndr) – spiega la presidente della commissione Urbanistica Donatella Iorio – abbiamo approvato la delibera di adozione del programma integrato, primo passaggio della sua procedura di attuazione, che si concluderà con la votazione in aula della delibera di approvazione della variante urbanistica. Nell’arco di tempo necessario per completare l’iter, questa amministrazione si attiverà per promuovere, da un lato, il bando di concorso per la progettazione dei servizi pubblici di livello locale e, dall’altro, un dibattito a livello cittadino per individuare una destinazione definita per lo spazio pubblico genericamente indicato come “Città della scienza”».

© RIPRODUZIONE RISERVATA