Rassegna stampa 21 novembre 2019

20/11/2019 13.00 – Quotidiano Enti Locali e Pa

Obbligo di gara per le fondazioni di partecipazione in mano pubblica

Le fondazioni di partecipazione costituite dai Comuni sono tenute al rispetto delle procedure di evidenza pubblica proprie delle pubblica amministrazione. Questo principio, desunto dalla lettura congiunta della normativa nazionale e comunitaria, è il frutto dell’analisi svolta dalla Corte dei conti del Friuli Venezia Giulia, con la delibera n. 22/2019, come risposta al quesito formulato da un Comune per sapere se sia possibile costituire una fondazione di partecipazione per la valorizzazione di una foresta nella quale ricade una parte del territorio comunale e, in caso affermativo, se questo organismo debba sottostare alla normativa di carattere pubblicistico. Gli organismi privi di natura societaria La questione è meritevole di interesse, perché mentre il legislatore si è preoccupato di disciplinare in modo organico e dettagliato la materia dei rapporti con le società partecipate con l’emanazione del testo unico in materia di società a partecipazione pubblica (Dlgs 175/2016), non altrettanto è avvenuto per gli organismi strumentali privi di natura societaria, come appunto le fondazioni e, nello specifico, le fondazioni di partecipazione. Di conseguenza, per le società in mano pubblica i quesiti posti alla Corte trovano una risposta esauriente da parte della normativa nazionale, là dove è prescritto da un lato che, in linea di principio, per le amministrazioni pubbliche vige il divieto di costituire società aventi a oggetto la produzione di beni e servizi non strettamente necessarie al perseguimento delle proprie finalità istituzionali, ovvero di assumere o mantenere, direttamente o indirettamente, partecipazioni, anche di minoranza, in queste società (articolo 4, comma 1, del Dlgs 175/2016) e, dall’altro, che le società pubbliche sono tenute all’acquisto di lavori, beni e servizi secondo la disciplina prevista dal codice dei contratti (articolo 16, comma 7, del Dlgs 175/2016).Una corrispondente disciplina di dettaglio non sussiste invece per le fondazioni, di modo che al vuoto normativo può utilmente supplire la giurisprudenza e, in particolare, l’attività consultiva della magistratura contabile. La decisione Con riferimento al primo aspetto della questione, la sezione Friuli Venezia Giulia ha premesso che la fondazione di partecipazione ha natura privatistica ed è espressione organizzativa della libertà sociale, facendo parte dei cosiddetti «corpi intermedi» tra Stato e mercato, che trovano presidio, rispetto all’intervento pubblico, nel principio di sussidiarietà orizzontale (articolo 118, ultimo comma, della Costituzione).Questi organismi possono essere costituiti e partecipati dal Comune, purché sulla base di provvedimenti motivati, con espressa indicazione delle ragioni di fatto e di diritto che hanno portato alla decisione (articolo 3 della legge 241/90). L’obbligo di motivazione Sotto il profilo della motivazione, qualora l’utilizzo della fondazione sia previsto per legge, basterà il richiamo alla norma che disciplina la fattispecie, mentre in caso contrario la pubblica amministrazione dovrà indicare le ragioni di pubblico interesse che hanno portato alla costituzione del nuovo soggetto giuridico che dovrà comunque operare secondo obiettivi di economicità, efficacia ed efficienza e di buon andamento, previa verifica degli impatti economici, patrimoniali e gestionali sul bilancio dell’ente locale. Le indicazioni dei giudici contabili si limitano a queste linee guida mutuate dai principi di sana gestione, per cui si può ragionevolmente dedurre che per l’impiego degli organismi partecipati privi di natura societaria non trova applicazione il principio, valevole per l’utilizzo dello strumento societario, della stretta necessarietà rispetto ai fini istituzionali dell’ente locale. L’orbita pubblicistica In secondo luogo, per accertare se la fondazione costituita secondo le regole sopra indicate rientri o no nel perimetro del settore pubblico, occorrerà verificare la sussistenza concomitante dei seguenti presupposti:• personalità giuridica;• attività volta a soddisfare esigenze generali, aventi finalità non lucrative;• finanziamento maggioritario da parte della pubblica amministrazione o da suoi organismi strumentali e/o che l’organo amministrativo o di vigilanza della fondazione sia designato in maggioranza da un ente pubblico. A fronte di questi presupposti, hanno concluso i giudici, le fondazioni sono tenute all’osservanza delle procedure di evidenza pubblica proprie della pubblica amministrazione, per il semplice fatto che, in caso contrario, l’operatività dell’organismo di diritto pubblico avrebbe carattere manifestamente elusivo dei vincoli di trasparenza posti a presidio dell’azione amministrativa. Per quanto riguarda poi l’utilizzo di risorse pubbliche attraverso l’adozione di moduli privatistici, la Corte ricorda il principio secondo cui le cautele e gli obblighi di condotta in materia «non vengono meno a fronte di scelte politiche volte a porre a carico di società a partecipazione pubblica, e dunque indirettamente a carico degli Enti partecipanti (…) i costi di attività e servizi che, sebbene non remunerativi per il soggetto che li svolge, si prefiggono il perseguimento di obiettivi di promozione economica e sociale a vantaggio dell’intera collettività».

20/11/2019 14.06 – RADIOCOR
Dissesto idrogeologico: dal ministero dell’Ambiente ulteriori 361mln per 236 opere

(Il Sole 24 Ore Radiocor Plus) – Roma, 20 nov – Il ministro dell’Ambiente Sergio Costa ha trasmesso alla Presidenza del consiglio il decreto per rendere immediatamente effettivo lo stanziamento di ulteriori 361 milioni di euro che finanzieranno 236 interventi contro il dissesto idrogeologico in tutta Italia. Lo rende noto un comunicato del ministero, in cui si specifica che gli interventi fanno parte del “Piano operativo sul dissesto idrogeologico per l’anno 2019”. ‘Si tratta – ha spiegato il ministro dell’Ambiente Sergio Costa – di risorse ulteriori e immediatamente disponibili per la messa in sicurezza idrogeologica e per progetti immediatamente cantierabili

L’impegno finanziario complessivo del Piano, ricorda la nota dell’Ambiente, ammonta esattamente a 361.896.975 euro di risorse Fsc. Com-fro

21/11/2019 – L’Adige
Dolomiti Energia firma il Patto per valorizzare tutte le diversità

Inclusione | In campo le aziende associate a Utilitalia
TRENTO – Il Gruppo Dolomiti Energia insieme a 26 aziende dei servizi pubblici associate a Utilitalia, la Federazione delle imprese idriche, ambientali ed energetiche, hanno firmato a Roma, alla presenza della ministra delle pari opportunità Elena Bonetti , il Patto Utilitalia «La Diversità fa la Differenza», un comune programma di principi e di conseguenti impegni per promuovere il diversity management nelle attività aziendali, cioè le misure per la valorizzazione delle diversità. Politiche aziendali inclusive a tutti i livelli dell’ organizzazione, misure di conciliazione dei tempi vita-lavoro, gestione del merito trasparente e neutra rispetto alle diversità di genere, età, cultura, adozione di sistemi di monitoraggio dei progressi conseguiti e politiche di sensibilizzazione interne ed esterne, sono alcuni dei sette impegni contenuti nel Patto. Dalla ricerca Utilitalia-Acta sul tema, risulta una crescita della presenza femminile, uno degli indicatori di inclusione, che si attesta oggi al 23%.

21/11/2019 – Il Sole 24 Ore
Debito, cedole e investimenti: «Piano Iren per Sorgenia»

PARLA BIANCO (CEO IREN)
L’ obiettivo è «di allargare i destinatari dei servizi e di realizzare sinergie» «Siamo un’ azienda sana e ci serve una via di sbocco per accelerare sulla crescita»
Se riuscirà a rilevare Sorgenia, Iren rispetterà gli impegni, in particolare sul debito, sugli investimenti e sulla distribuzione di dividendi, previsti dal piano industriale presentato al mercato a fine settembre. Inoltre diventerà il leader italiano nelle centrali a gas, creando la base per uno sviluppo significativo nelle rinnovabili, e centrerà da subito il target 2024 di 2,25 milioni di clienti retail. A garantirlo è Massimiliano Bianco, Ceo della multiutility controllata dai Comuni di Genova, Torino e Reggio Emilia, che è decisa a giocarsi tutte le proprie carte per aggiudicarsi il gruppo energetico controllato oggi dalle principali banche italiane. La concorrenza, in vista della scadenza fissata a metà dicembre per le offerte vincolanti, è agguerrita ma non troppo. A2A si muove con Eph, Rwe-E.On non sembrano granchè determinate e Acea resta, seppur interessata, alla finestra. Capitolo a parte per F2i, che secondo alcune indiscrezioni si sarebbe sfilata dalla partita. Se si tratti semplice pretattica o di una decisione definitiva lo si capirà a breve. Piuttosto questo atteggiamento, secondo alcune ricostruzioni, potrebbe essere conseguenza di quanto sarebbe accaduto una decina di giorni fa, quando il fondo guidato da Renato Ravanelli avrebbe chiesto alle banche azioniste un’ esclusiva su Sorgenia ottenendo, invece, un diniego. A fronte di questo scenario le chance di Iren aumentano, per quanto le sue dimensioni rispetto agli altri acquirenti inducano una certa cautela di fronte a un target da 1 miliardo di euro quale è Sorgenia. Ma ecco il piano di Bianco per il dossier: «Abbiamo il pieno sostegno dei soci perché l’ operazione avrebbe riflessi positivi sui nostri territori: certo, dovremo sapere offrire il giusto prezzo ma oggi siamo un’ azienda sana e solida e ci serve una via di sbocco per accelerare sulla crescita», ha spiegato il manager a Radiocor. Sorgenia può esserlo per vari motivi. Innanzitutto «perché ha un brand riconosciuto a livello nazionale e 300mila clienti full digital. Su questo fronte noi abbiamo già fatto molto e andremo a regime nel 2020 con un progetto in tutta Italia»: potenziare la base clienti consentirebbe a Iren «da una parte di allargare i destinatari della piattaforma di servizi accessori – continua Bianco – e dall’ altra di realizzare sinergie significative di costo», per esempio sugli investimenti in tecnologia. In ogni caso, ed è un riconoscimento al lavoro dell’ attuale management guidato da Gianfilippo Mancini, l’ idea è quella di mantenere il brand Sorgenia, che è una società «ben gestita, giovane e dinamica». Ma l’ operazione, per Iren, sarebbe un volano di crescita anche sul fronte della generazione, «dove diventeremmo i leader nazionali della tecnologia gas, che per almeno una decade sarà elemento centrale nella transazione energetica nazionale». Oggi Iren ha una capacità installata di circa 2,1 GW e con i 3,2 GW di Sorgenia arriverebbe a 5,3 GW, senza contare il 50% della ex genco Tirreno Power controllato dalla stessa Sorgenia e il potenziamento della centrale di Turbigo. Fare massa critica nei cicli combinati, secondo Bianco, genera sinergie «importanti», anche sull’ accesso al capacity market, il nuovo meccanismo di remunerazione previsto dal Governo per gli impianti che garantiscono l’ equilibrio del sistema. Una fonte di ricavo, quest’ ultima, che ha una prevedibilità elevata, ma «anche se la classificassimo a libero mercato la fetta regolata del nostro business, acquisita Sorgenia, resterebbe sopra il 60% dall’ attuale 75%». Infine c’ è il tema del debito, forse il più cruciale per i mercati. Oggi Iren ha rating BBB stabile di Fitch, che non tiene conto dell’ abbattimento di 400 milioni dell’ esposizione lorda grazie alla cessione di Olt, e «un vincolo per l’ operazione sarà il mantenimento dell’ investment grade», precisa Bianco. A fine 2018 la posizione finanziaria netta era pari a 2,55 miliardi, per un rapporto col mol pari a 2,8 volte, che nel 2022 da piano è previsto a tre volte e nel 2024 in calo a 2,4. Questa tabella di marcia, garantisce il Ceo, verrà rispettata così come lo saranno i vincoli previsti dal piano, compresi quelli sui dividendi (+10% l’ anno), perché Sorgenia peserebbe da subito per circa 1 miliardo ma «si innesterebbe generando parecchia cassa, circa 200 milioni l’ anno». In tutto, Sorgenia stessa ha in pancia 700 milioni di passività nette: «Nel caso, se le attuali banche vorranno continuare con noi bene, altrimenti siamo pronti a rifinanziare integralmente il debito», conclude Bianco. © RIPRODUZIONE RISERVATA. Cheo Condina

21/11/2019 – Corriere della Sera
Utility, Milano al vertice

Sussurri & Grida
(s.bo.) Milano è al top per qualità ed efficienza nei servizi pubblici secondo i dati riportati dal Focus sulle local utility dei 10 maggiori comuni realizzato dall’Area studi Mediobanca. Nei trasporti l’Atm di Milano serve 2 milioni di passeggeri, che equivalgono a 1,5 volte gli abitanti, mentre Atac e Roma tpl nella capitale trasportano 2,4 milioni di passeggeri al giorno, che corrispondono però all’83% della popolazione. L’Atm è l’unica a realizzare più della metà dei ricavi dalla vendita dei biglietti contro una media del 34%. Fra gli aeroporti primo per numero di passeggeri che transita in media al giorno è Bergamo con 1.300, mentre per puntualità sui voli il primato è di Linate (86%). Negli acquedotti il tasso di perdita è in media del 38,7% e le reti con più tenuta sono della milanese Mm (15,9 %), che ha le bollette più leggere con 797 euro ogni 1000 metri cubi. È della veneziana Veritas il primato della raccolta differenziata con il 65,2%.

21/11/2019 – Il Sole 24 Ore
Ilva: piano Conte con scudo, Cig, e spa pubbliche Il nodo esuberi

Domani l’ incontro con Mittal. Per alcune controllate ipotesi di ingresso nel capitale e progetti sul territorio Profumo: Cdp non può intervenire, statuto chiaro
ROMA No ai 5mila esuberi strutturali dichiarati da ArcelorMittal e rispetto degli impegni sul piano industriale e ambientale, con una spinta sulla transizione per la decarbonizzazione. In cambio tre aperture: la disponibilità a coinvolgere alcune società pubbliche (anche sondando l’ ingresso nel capitale di una newco), come presidio di garanzia dello Stato sollecitato dalla multinazionale; il ripristino dell’ immunità legale, ma generalizzata e non applicabile alla sicurezza sul lavoro; la revisione del canone di affitto. Oltre al segnale sull’ altoforno 2 arrivato dall’ amministrazione straordinaria: entro questa settimana presenterà richiesta all’ autorità giudiziaria di Taranto perché sia prorogato il termine del 13 dicembre fissato per la realizzazione degli adeguamenti di sicurezza imposti dopo l’ incidente mortale del 2015. Prende forma il piano del Governo sull’ ex Ilva in vista dell’ incontro di domani con Lakshmi e Aditya Mittal. Anche se ufficialmente la linea è dura. «Porterò al signor Mittal la determinazione di un presidente del Consiglio che rappresenta un Paese del G7, dove si rispettano le regole e dove non ci si può sedere, firmare un contratto dopo una procedura di evidenza pubblica e dopo qualche mese iniziare l’ attività di dismissione per andare via», ha sottolineato il premier Giuseppe Conte. «Mi auguro che possa capire e assumere un atteggiamento ben diverso rispetto a quello dell’ incontro precedente». Dietro le quinte, però, continua la triangolazione tra Palazzo Chigi e i ministeri dell’ Economia e dello Sviluppo economico per avviare un negoziato e, anche sull’ onda della tempesta giudiziaria, convincere la multinazionale a restare a Taranto. Il primo nodo considerato dirimente dal Governo è quello degli esuberi. A questo allude il ministro Stefano Patuanelli quando sostiene che «se i Mittal vogliono tornare al tavolo devono fare il primo passo». Le distanze non sono in realtà ritenute insormontabili. Un possibile punto di caduta sarebbe intorno alle 2mila-2.500 unità che potrebbero essere temporaneamente coperte con la cassa integrazione, anche eventualmente con più proroghe. Ma l’ Esecutivo insiste soprattutto perché il numero includa i quasi 1.400 lavoratori oggi già in Cig. Un’ altra ipotesi è che invece questa platea, sempre con ricorso alla cassa integrazione, sia trasferita sotto la parte Ilva in amministrazione straordinaria per eseguire attività di bonifica e altri servizi. Non a caso si lavora a un emendamento alla legge di bilancio per istituire un Fondo straordinario per il sostegno all’ occupazione, destinato proprio alla riqualificazione dei lavoratori in amministrazione straordinaria (attualmente già 1.700). Se e soltanto se si raggiungesse un’ intesa sugli esuberi Conte sarebbe pronto a giocare per decreto la carta della reintroduzione di uno scudo legale erga omnes. Nel muro del M5S si sono aperte molte brecce. E si confida che, scongiurando rischi di incostituzionalità (Patuanelli ha parlato di introdurre «elementi di chiarezza applicativa di alcune norme che traggono origine dall’ articolo 51 del Codice penale), rimanga soltanto il “no” di una manciata di parlamentari tarantini. L’ ipotesi della newco con le società pubbliche(si veda Il Sole 24 Ore di ieri) è più ardua. Ma si è resa necessaria per la difficoltà di coinvolgere Cassa depositi e prestiti a causa dei vincoli statutari oltre che del faro di Eurostat. «Non è possibile, lo statuto è chiaro», ha ricordato il presidente dell’ Acri, Francesco Profumo: «Non si possono mettere a rischio i risparmi di 27 milioni di cittadini». Anche la strada di interessare alcune partecipate statali, però, è irta di ostacoli: qualsiasi tentativo dovrebbe misurarsi col fatto che si tratta di aziende quotate con core business lontani da quello dell’ ex Ilva. Con il rischio che un eventuale ingresso nell’ equity dell’ acciaieria non sarebbe compreso dal mercato. Diverso è il caso di una chiamata a raccolta delle partecipate di Cdp a sostegno del rilancio del territorio. Oggi alle 19 approderanno in Consiglio dei ministri le prime proposte sul “Cantiere Taranto” lanciato dal premier. Per suggellare quell’«impegno sulla rinascita», oltre l’ ex Ilva e oltre l’ acciaio, invocato ieri anche dal segretario dem Nicola Zingaretti che nella città pugliese ha incontrato istituzioni locali e parti sociali. © RIPRODUZIONE RISERVATA. Carmine FotinaManuela Perrone

21/11/2019 – Il Sole 24 Ore

Ex-Ilva, l’accusa: ArcelorMittal sta svuotando deliberatamente l’azienda

La Guardia di Finanza ha accertato, dopo l’ispezione, che ci sarebbero scorte di materie prime per sole tre settimane. Ma la società anglo-indiana si difende: la crisi degli approvvigionamenti non dipende da noi. I pm di Milano hanno ascoltato <b/>Steve Wampach, general manager di ArcelorMittal Italia

di Domenico Palmiotti

Ci sarebbero scorte di materie prime per tre settimane ancora nel siderurgico di Taranto ArcelorMittal. Sarebbe questo uno degli elementi accertati dalla Guardia di Finanza che il 19 novembre, nella perquisizione degli uffici di Taranto, ha portato via molti documenti oltre ad interrogare alcuni responsabili di reparti.

L’accusa di un progressivo svuotamento e indebolimento dell’ex Ilva ad opera di ArcelorMittal, l’hanno espressa i commissari dell’amministrazione straordinaria sia nel ricorso cautelare urgente contro il recesso della multinazionale dal contratto di fitto (si discute il 27 novembre a Tribunale di Milano), sia nell’esposto denuncia consegnato in seguito alla Procura di Taranto.

Ma l’accusa dei commissari ora avrebbe trovato un primo iniziale riscontro nel lavoro degli investigatori. Nell’esposto a Taranto i commissari hanno infatti scritto: «l’affittuaria ha ricevuto un magazzino del valore di circa euro 500 milioni. Si ha modo di ritenere che l’azienda non abbia al momento giacenze e rifiuta di procedere ad alcun ulteriore acquisto. Le fotografie dei magazzini vuoti che i dipendenti hanno anonimamente fatto recapitare alle concedenti pochi giorni fa risultano eloquenti».

Va detto, però, soprattutto sul fronte materie prime, che ArcelorMittal dichiara che a luglio, col sequestro del quarto sporgente portuale a seguito di un incidente mortale sul lavoro (una gru crollata in mare per una tromba d’aria, un gruista che ha perso la vita), l’approvvigionamento regolare è entrato in crisi. E quindi si è dovuto attingere di più alla riserva parchi minerali in attesa di trovare un canale alternativo di rifornimento.

Le indagini delle due Procure
Su ArcelorMittal, dopo l’offensiva dei commissari, sono due le Procure al lavoro con altrettanti gruppi di magistrati: Milano Taranto. Milano, in pratica, indaga su false comunicazioni al mercato e sulla distrazione di beni, col sospetto che ArcelorMittal abbia pilotato la crisi.

La finalità: indebolire fortemente e svuotare l’ex Ilva e riconsegnarla all’amministrazione straordinaria in condizioni simili ad un relitto. In questo modo ArcelorMittal avrebbe eliminato dal mercato un concorrente.

Su questo fronte i pm di Milano hanno ascoltato come persona informata sui fatti Steve Wampach, direttore Finance di ArcelorMittal Italia. Si tratta del General Manager di ArcelorMittal e ricopre l’incarico di direttore Finance del cluster ArcelorMittal Italia. Wampach, dunque, riporta a Lucia Morselli, presidente e amministratore delegato di ArcelorMittal Italia.

A Taranto, invece, si indaga su distruzione di materie prime e di mezzi della produzione con presunto danno all’economia nazionale attraverso un sito industriale ritenuto strategico. Sia oggi che le prossime ore dovrebbero essere dedicate, da parte dei magistrati, alla lettura dei documenti acquisiti negli uffici di Milano e Taranto. Non si prevedono per ora indagati sui due fronti. Anche perché c’è da capire come andrà l’incontro di venerdì a Palazzo Chigi tra il premier Conte e i Mittal.

Se qui dovesse profilarsi una schiarita e i Mittal retrocedere dal recesso dal contratto di fitto, dichiarando di voler continuare a gestire l’ex Ilva, le ipotesi di reato relative ai danni all’economia nazionale dovrebbero perdere consistenza .

L’esposto
Ma questo si vedrà. Certo che l’esposto denuncia presentato dai commissari straordinari Ilva alla Procura di Taranto contiene un atto di accusa. Scrivono infatti i commissari: la programmazione delle attività di chiusura è «stata pianificata in modo da arrecare il maggior danno possibile alla produzione siderurgica nazionale, con un livello di offensività devastante tanto per la produzione di settore quanto per l’intera economia nazionale.

Depongono in questa direzione, in maniera obiettiva ed autoevidente, alcuni indici di riscontro univoci: nessun preavviso della iniziativa, indisponibilità assoluta ad un esame congiunto della situazione per l’adozione di un piano condiviso, sostanziale mancanza di preavviso e di disponibilità a concordare iniziative conservative dei cespiti e dell’avviamento aziendali finalizzati a garantire la sicurezza del lavoro e degli impianti e la continuità operativa.

Si tratta, palesemente e pacificamente, di comportamenti del tutto antitetici a qualsiasi concetto di civiltà e di buona fede».

E ancora scrivono i commissari nell’esposto in Procura a Taranto: «ArcelorMittal ha interrotto qualsiasi ordine ed acquisto di materie prime; ha rifiutato i nuovi ordini dei clienti; ha interrotto i rapporti con i subfornitori; ha interrotto l’avanzamento del Piano Ambientale e sta interrompendo la manutenzione degli impianti (da mesi portate avanti – ora si comprende perché – con modalità non corrette e poco diligenti)».

Le proteste dei lavoratori dell’indotto
Su altro fronte, a Taranto, davanti alla fabbrica, non solo continua, davanti alla portineria C, il presidio di protesta dell’indotto-appalto siderurgico e dei trasportatori che reclamano il pagamento delle fatture scadute, ma nella mattina del 20 novembre se ne sono aggiunti altri due degli operai delle imprese: davanti alle portinerie e alla direzione di stabilimento.

La sera del 19 novembre, dopo un incontro con ArcelorMittal, Confindustria Taranto ha proposto una tregua sino al 21 novembre in attesa di accertare i pagamenti. Le imprese hanno ritenuto invece di dover proseguire con la protesta. «Abbiamo parlato con la direzione di stabilimento – afferma Antonio Marinaro, presidente Confindustria Taranto – che ci ha proposto il pagamento del 60 per cento dello scaduto

nei prossimi 15 giorni. Mi sono riservato di sentire le aziende, ma la proposta di ArcelorMittal non è stata accettata dalle imprese se non parzialmente. Porterò ad ArcelorMittal una nuova proposta delle aziende. Queste ritengono che i pagamenti – prosegue Marinaro – debbano essere fatti in questo periodo, e quindi avanzeranno delle condizioni.

Le imprese, dopo tre mesi di insoluti, non riescono più ad operare. E noi non sappiamo come ArcelorMittal sta operando sul territorio e cosa vuole non fare. Il fatto che l’ad di ArcelorMittal, Morselli, non ci abbia incontrato, lo riteniamo un segnale preoccupante».

Per Vladimiro Pulpo, capo dei trasportatori associati a Confindustria Taranto, «ci dicono che pagano il 60 per cento dello scaduto entro 15 giorni. Ma stiamo scherzando? Qui non sappiamo se le imprese tra 15 giorni sono ancora in piedi. Lo scaduto fatture lo devono pagare subito, noi attendiamo sino a giovedì 21 novembre, dopodiché la protesta sarà più dura»

 

21/11/2019 – Il Fatto Quotidiano

Ilva, l’ipotesi dell’aggiotaggio dal 17 settembre e focus su acquisti triangolati dalla brasiliana Itabrasco: su cosa indaga la procura di Milano

‘inchiesta copre due catene di comando: quella che fa ha fatto capo a Matthieu Jehl, ad fino allo scorso 15 ottobre, e quella riconducibile a Lucia Morselli, subentrata negli ultimi 40 giorni. Accertamenti sulle materie prime comprate da Itabrasco – join venture di Ilva – attraverso una società del gruppo ArcelorMittal. Ascoltato in procura il direttore finance Steve Wampach. E le Fiamme gialle ritengono “interessante” anche la sentenza del 15 novembre della Corte suprema dell’India su un investimento da 6,8 miliardi in Asia

di Giovanna Trinchella e Andrea Tundo

I messaggi veicolati all’esterno, in particolare ai mercati, e quello che accadeva all’interno dell’azienda che i commissari hanno descritto come una sorta di tentativo di “distruggere” l’Ilva. È uno dei punti attorno ai quali si stanno concentrando gli accertamenti della Guardia di finanza che martedì ha sequestrato documenti e corrispondenza di posta elettronica negli uffici di ArcelorMittal – oltre che nella sede di Deloitte e in uno studio di consulenza milanese – proprio per comprendere se c’è stata discrepanza o meno tra le comunicazioni rese e il modus operandi negli uffici. Lo spazio temporale degli accertamenti è stato circoscritto agli ultimi tre mesi. Ma c’è una data di particolare interesse investigativo, quella del 17 settembre 2019. Quel giorno ArcelorMittal Italia – replicando al contenuto di un documentario italo-francese Mittal, il volto nascosto dell’Impero, realizzato nel 2014 e proiettato nella serata a Taranto -scriveva tra le altre cose che “l’Europa era e rimane una regione molto importante per il Gruppo” e “abbiamo completato la nostra presenza sul territorio con l’acquisizione di Ilva”, confermando il “pieno impegno” a “portare avanti le attività” in Italia “dove stiamo investendo per realizzare un piano ambientale e industriale molto ambizioso, per un totale di 2,4 miliardi di euro”.

Quando Morselli disse: “Garantirò il futuro”
L’inchiesta copre quindi almeno due catene di comando della multinazionale dell’acciaio. Quella che fa capo a Matthieu Jehl, storico dirigente dell’azienda, che dal 1° novembre 2017 allo scorso 15 ottobre è stato l’amministratore delegato per il ramo italiano, e quella riconducibile a Lucia Morselli, subentrata proprio al manager belga negli ultimi 40 giorni. Si presentò così nel giorno in cui è stato annunciato il cambio al vertice: “Non esiste forse oggi in Italia una sfida industriale più grande e più complessa di quella degli impianti dell’ex Ilva. Sono molto motivata dall’opportunità di poter guidare ArcelorMittal Italia, e farò del mio meglio per garantire il futuro dell’azienda e far sì che il suo contributo sia apprezzato da tutti gli stakeholder“. Salvo, poi, dopo una ventina di giorni, il 4 novembre, comunicare il recesso e la risoluzione “relativa al contratto di affitto dei rami d’azienda Ilva”, a causa, si leggeva nella comunicazione della società, di “una situazione di incertezza giuridica e operativa che ne ha ulteriormente e significativamente compromesso la capacità di effettuare necessari interventi presso Ilva e di gestire lo stabilimento di Taranto”.

L’ipotesi di voler “cancellare” Taranto
Nel mezzo, come noto, c’è stato l’affossamento della norma che avrebbe reintrodotto l’immunità penale, inserita nel decreto Salva Imprese. Ma se le ipotesi formulate dai commissari straordinari nel ricorso d’urgenza ex articolo 700 e nell’esposto alla procura di Taranto dovessero essere giuste, lo scudo sarebbe solo un “pretesto sotto gli occhi di tutti”, come lo chiamano nelle 70 pagine depositate al Tribunale civile di Milano i legali dei tre gestori di Ilva in amministrazione straordinaria. E dietro ci sarebbe invece un “preordinato illecito disegno”, ordito con “finalità lesive”. Tradotto: per “cancellare” il siderurgico di Taranto ed eliminare così un “concorrente” nel mercato europeo dell’acciaio. Tra le varie contestazioni, ad esempio, c’è quella della scarsa manutenzione degli altoforni già dal momento dell’ingresso nell’acciaieria pugliese che è un’ipotesi sulla quale indagano anche gli inquirenti pugliesi.

Il focus sulle comunicazioni e i rifornimenti
Nel mirino dei pm, dunque, ci sono i comunicati ufficiali con cui la filiale italiana del gruppo, guidata prima da Jehl e poi da Morselli, potrebbe aver manipolato il mercato con false informazioni, mentre sarebbe stato in corso, in realtà, un “depauperamento” dell’azienda in vista della sua uscita dall’Italia. Gli inquirenti analizzano, poi, anche alcune dichiarazioni pubbliche rilasciate da Morselli nello stesso breve periodo, oltre anche ad alcune comunicazioni precedenti dell’azienda, prima che si insediasse il nuovo amministratore delegato tra cui quella del 17 settembre. Dubbi e ipotesi da verificare e che potranno essere chiarite non solo attraverso la corposa documentazione (si parla di terabyte di materiale) portata via dai finanzieri ma anche dalle dichiarazioni dei teste che in questi giorni sono stati convocati in procura dai pm Stefano Civardi e Mauro Clerici che, coordinati dall’aggiunto Maurizio Romanelli, stanno portando avanti l’inchiesta che ipotizza il reato di aggiotaggio informativo.

I testimoni e le operazioni infragruppo
Non a caso tra i primi ascoltati come persone informate sui fatti – allo stato infatti l’inchiesta resta contro ignoti – sono stati sentiti due dirigenti di ArcelorMittal che operano nell’area commerciale e Steve Wampach, general manager del gruppo e direttore finance di ArcelorMittal Italia. La ‘crisi pilotata’, se verificata, si sarebbe infatti concretizzata – secondo l’ipotesi investigativa – anche attraverso l’acquisto a prezzi gonfiati di materie prime dalla società brasiliana Itabrasco – che è una joint venture tra Vale e Ilva in amministrazione straordinaria – attraverso l’intermediazione di una società di trading olandese del gruppo ArcelorMittal. Da verificare quindi se i prezzi a cui la multinazionale ha comprato siano stati davvero più alti rispetto ai valori di mercato, anche tenendo conto dei costi di intermediazione e trasporto. E qui si innesta la seconda contestazione – al momento contro ignoti – di violazione della legge fallimentare che è contestata dal novembre 2018. L’interesse in questo caso si sta concentrando sul contratto d’affitto tra l’Ilva in amministrazione straordinaria e le società del gruppo controllanti e controllate, i rapporti con fornitori e clienti, “con particolare riferimento alla continuità degli ordinativi passivi e attivi” e alle società che hanno comprato e venduto maetrie prime – come Itabrasco – per comprendere se è stato eroso il patrimonio di Ilva, tenendo presente che i commissari hanno messo nero su bianco di aver consegnato ad ArcelorMittal un magazzino dal valore di circa 500 milioni di euro.

La ‘strana’ coincidenza tra India e Italia
C’è poi un ulteriore elemento che le Fiamme gialle ritengono “interessante”. Una suggestione, al momento. Il giorno in cui ArcelorMittal ha comunicato ufficialmente il cronoprogramma di spegnimento degli impianti ai ministeri competenti e agli enti locali – dopo averlo annunciato il giorno precedente ai sindacati – è lo stesso in cui la Corte suprema dell’India ha sbloccato l’acquisizione di Essar Steel, andata in bancarotta, da parte di ArcelorMittal India con Nippon Steel grazie alla pronuncia sul pagamento dei creditori che aveva tenuto l’operazione da 6,8 miliardi in stand by da oltre un anno. In una fase esplorativa dell’inchiesta, gli investigatori hanno deciso di allargare il campo delle verifiche a un ampio spettro per sondare ogni possibile legame tra situazioni apparentemente scollegate.

 

21/11/2019 – Il Sole 24 Ore

Alitalia, giornata decisiva. Il no di Atlantia sul tavolo del cda FS

Giornata decisiva per il salvataggio della compagnia di bandiera. Sul tavolo del cda di Fs il no di Atlantia

di Marigia Mangano

Alitalia un’altra Ilva pronta a esplodere: nuova proroga o liquidazione

Giornata decisiva per Alitalia. Dopo lo stop di Atlantia, convinta che non siano ancora maturate le condizioni per l’adesione della società al piano di salvataggio della campagnia di bandiera, si riunirà a breve il consiglio di amministrazione di Ferrovie dello Stato. E’ previsto un pre consiglio alle ore 11 a cui seguirà il cda della società che dovrà esaminare l’improvviso dietrofront di Atlantia.

Il no di Atlantia. Il gruppo autostradale che fa capo alla famiglia Benetton ha preso ancora tempo e ha fatto sapere al termine del board che si è riunito il 19 novembre che «allo stato non si sono ancora realizzate le condizioni necessarie per l’adesione della società al consorzio finalizzato alla presentazione di un’eventuale offerta vincolante su Alitalia». La data del 21 novembre non sarà dunque, ancora una volta, l’ultima utile per dar vita alla cordata in grado di rilevare la compagnia, nonostante il velato ottimismo mostrato proprio dal ministro dello Sviluppo economico, fiducioso sui “buoni passi avanti” che non sembrano però ancora essersi concretizzati.

Il rischio dell’ottava proroga. Fs potrebbe dunque essere costretta a chiedere l’ottava proroga ai Commissari che hanno però vincolato l’accesso ai fondi del prestito ponte (400 milioni garantiti dal governo) alla presentazione del consorzio. Le condizioni che Atlantia non giudica sufficienti per presentare l’offerta sono quelle più volte ribadite dalla compagnia da quando ha dato disponibilità a valutare l’investimento, partendo da un piano industriale insufficiente. Sul tavolo ad oggi c’è solo l’impegno di Delta per rilevare – accanto a Fs, alla stessa Atlantia e al ministero dell’Economia – il 10% del capitale, con un investimento che gli americani hanno confermato in 100 milioni.

Le condizioni di Lufthansa. Lufthansa invece, per la quale evidentemente a questo punto il gruppo italiano sembra propendere, latita. La compagnia tedesca si è mostrata ancora una volta determinata nella sua linea: niente iniezione di denaro in questa Alitalia, di cui i tedeschi non sono intenzionati a rilevare quote. Se e quando il vettore verrà ristrutturato, se e quando in pratica saranno nettamente ridimensionati costi e posti di lavoro, se ne potrà riparlare. Ma per il momento, per la compagnia tedesca la soluzione della vicenda passa esclusivamente per una partnership commerciale, non per un investimento in equity (ipotizzato addirittura doppio rispetto a quello di Delta, fino cioè a 200 milioni di euro).
Delta resta dunque l’unica vera contendente internazionale, nonostante non abbia rivisto al rialzo la propria offerta. E ad Atlantia questo non basta. Il socio internazionale va ancora cercato.

 

21/11/2019 – La Repubblica

Ponte Morandi, anche il ministero sapeva. Autostrade: il rischio crollo era solo teorico

Un rappresentante delle Infrastrutture partecipò alla riunione del consiglio di amministrazione della società. Il titolo di Atlantia in Borsa cede il 2,2%. Primo incidente nel cantiere del nuovo viadotto: tre operai contusi

di GIUSEPPE FILETTO e MARCO LIGNANA

GENOVA Anche i vertici del ministero delle Infrastrutture nel 2015 erano a conoscenza del “rischio crollo” per il Ponte Morandi: di quel documento stilato un anno prima, finora segreto ma sequestrato dalla Guardia di Finanza nella sede di Atlantia e di Autostrade. Alle sedute del consiglio di amministrazione di Aspi partecipa un rappresentante del Mit, membro del Collegio sindacale. E questo organo con il cda ha condiviso “l’indirizzo di rischio basso” per il viadotto genovese, poi crollato il 14 agosto 2018 (proprio ieri il primo incidente nel cantiere del nuovo ponte, con tre feriti lievi).
Autostrade per l’Italia, però, in una nota precisa: «La società non è in alcun modo disponibile ad accettare rischi operativi sulle infrastrutture. Di conseguenza, l’indirizzo del cda alle strutture operative è di presidiare e gestire sempre tale tipologia di rischio con il massimo rigore, adottando ogni opportuna cautela preventiva». E ancora: «Per quanto riguarda l’area dei rischi operativi, nella quale rientrava anche la scheda del Morandi, il cda di Autostrade ha sempre espresso l’indirizzo di mantenere la propensione di rischio al livello più basso possibile».
La concessionaria non smentisce l’esistenza del rapporto svelato da Repubblica, ma sostiene che il rischio fosse solo teorico. Il titolo Atlantia, in ogni caso, comunque ieri in Borsa ha perso il 2,22 per cento.
E però i finanzieri del Nucleo operativo metropolitano e del Primo gruppo di Genova, in quello stesso giorno del marzo scorso, hanno sequestrato altre relazioni tecniche a corredo del “catalogo del rischio”. In esse gli ingegneri esprimono preoccupazioni: «L’opera non si riesce a tenere sotto controllo», data l’impossibilità di monitorare gli stralli e i cassoni del viadotto.
Il documento sul rischio crollo già nel 2015 viene sottoposto al vaglio dei cda di Aspi e Atlantia, in concomitanza alla presentazione del progetto di retrofitting (consolidamento) delle pile 9 (quella crollata) e 10. Nel 2017 però avvengono due variazioni di rilievo. La prima: la responsabilità sul Morandi passa dalle Manutenzioni dirette da Michele Donferri Mitelli alla Direzione di tronco di Genova, guidata da Stefano Marigliani (entrambi indagati). La seconda modifica: nel catalogo del rischio non si parla più di “crollo” ma di “perdita di staticità”. Durante gli interrogatori a tutti e due è stato chiesto conto di quei cambiamenti: si sono avvalsi della facoltà di non rispondere.

21/11/2019 – Italia Oggi
De Micheli: presto sul sito contatore opere sbloccate

«Presto sul sito del ministero delle infrastrutture ci sarà il contatore delle opere sbloccate. La sfida sarà trasformare le risorse stanziate in passato in somme da poter spendere per poter far partire i cantieri». Ad annunciarlo, la ministra delle infrastrutture e trasporti, Paola De Micheli, all’ assemblea Anci di Arezzo. La ministra ha spiegato che un passaggio decisivo per velocizzare i lavori sarà il varo del regolamento unico del codice appalti in arrivo a dicembre. De Micheli ha di recente firmato il decreto di nomina della commissione di 13 esperti che dovrà elaborare un testo aperto da sottoporre agli operatori. Le prime indiscrezioni sul regolamento parlano di un testo già molto corposo (più di 200 articoli) ma secondo De Micheli tutto ciò era inevitabile. «Abbiamo bisogno di certezza e il regolamento è uno strumento interpretativo indispensabile perché noi abbiamo avuto una stratificazione normativa velocissima con cambi di codice in quattro anni. Ora c’ è bisogno che gli operatori (i sindaci, le amministrazioni pubbliche e le imprese) abbiano qualche certezza. Io vorrei usarlo come strumento di semplificazione ma anche di certezza interpretativa», ha dichiarato la numero uno del dicastero di Porta Pia. All’ interno dell’ assise dell’ Anci, De Micheli è anche intervenuta all’ assemblea degli amministratori provinciali dell’ Upi. Alle province la ministra ha ammesso «le decisioni sbagliate» prese dai precedenti governi nei confronti degli enti intermedi e ha assicurato l’ impegno del Mit non solo sul fronte delle risorse ma anche su quello ordinamentale, a cominciare dalla richiesta delle province di essere incluse nei fondi per la progettazione stanziati dalla Manovra (2,7 miliardi) ad oggi appannaggio dei soli comuni. «Il Mit ha espresso parere favorevole all’ emendamento Upi che chiede il riconoscimento dei fondi alle province», ha dichiarato la ministra. «Va da sé che per fare progettazione le province hanno bisogno di tecnici e per questo il mio auspicio è che vengano messe nelle condizioni di inaugurare una nuova stagione di assunzione di personale qualificato». © Riproduzione riservata.

21/11/2019 – Italia Oggi
Strutturale il Fondo periferie

Gli impegni del presidente del consiglio all’ assemblea Anci. Decaro: emergenza risorse
Conte: indennità più alte per i sindaci dei mini-enti
Il Fondo periferie diventerà strutturale come chiesto dall’ Anci. E il governo «farà il massimo sforzo per innalzare le indennità dei sindaci dei piccoli comuni», mentre sulla semplificazione è in arrivo un disegno di legge delega collegato alla Manovra. Il presidente del consiglio Giuseppe Conte, in attesa di incontrare i vertici dell’ Anci il 27 novembre a palazzo Chigi, ha recapitato all’ assemblea dell’ Associazione in corso di svolgimento ad Arezzo tre buone notizie che costituiscono altrettante aperture alle richieste poste dal presidente Antonio Decaro (si veda ItaliaOggi di ieri). Conte ha rivendicato le tante misure espansive per gli enti contenute in una Manovra che abbandona la logica dei tagli lineari e dopo anni di austerity smette di fare cassa sulla pelle dei comuni. In primis c’ è il rifinanziamento del Fondo di 500 milioni per l’ efficientamento energetico, lo sviluppo sostenibile delle scuole e degli edifici pubblici e l’ eliminazione delle barriere architettoniche. Senza dimenticare i 9 mld stanziati dal 2021 al 2034 per la rigenerazione urbana e i 2,7 miliardi per finanziare le spese di progettazione dei municipi. Misure che, secondo il premier, servono a rilanciare i comuni e l’ Italia, visto che, ha ammesso Conte, «senza i comuni le riforme che abbiamo in mente non potrebbero trovare attuazione». Venendo ai temi, sempre molto sentiti, della finanza locale, il presidente del consiglio ha confermato il rifinanziamento del fondo Imu-Tasi con 330 milioni l’ anno per il prossimo triennio che andranno a beneficio di 1.400 comuni. Confermato anche il piano rinegoziazione dei mutui dei comuni che, sulla falsariga di quanto previsto per il debito di Roma, potranno essere ricontrattati attraverso un meccanismo di accollo da parte dello Stato che sarà definito con decreto del Mef. Via libera anche all’ aumento da 3 a 5/12 (delle entrate) delle anticipazioni di tesoreria, mentre per quanto riguarda la richiesta Anci di rallentare il percorso di crescita degli accantonamenti al Fondo crediti di dubbia esigibilità, il premier per il momento ha tenuto in sospeso i sindaci, rinviando il tema all’ incontro del 27 novembre. Decaro ha apprezzato le aperture del premier ma ha rilanciato l’ emergenza risorse soprattutto sulla spesa corrente. «Abbiamo capito che il percorso è molto stretto perché hanno dovuto tamponare l’ aumento dell’ Iva. Abbiamo dimostrato che tra il mancato ristoro del taglio del dl 66, del fondo crediti dubbia esigibilità, il fondo debiti commerciali, quest’ anno rischiamo di perdere un miliardo di euro. Nella migliore delle ipotesi sono minori servizi per i cittadini, nel peggiore dei casi mandiamo in default i bilanci dei comuni e altri in dissesto o pre dissesto», ha osservato il presidente dell’ Anci, che ha aggiunto: «ho capito che il governo sta lavorando a una proposta che forse ci farà il 27 novembre a palazzo Chigi. Almeno sul fondo crediti dubbia esigibilità dobbiamo ottenere un rallentamento, perché se stanno facendo nuove norme per migliorare il sistema di riscossione fermo al regio decreto del 1910 poi non ci possono chiedere di fare la media del non riscosso degli ultimi 5 anni e metterlo in un fondo che viene congelato e quindi ci riducono le risorse da mettere a bilancio. Bisogna porre rimedio e spero che il 27 ci diano risposte positive». Infine il capitolo semplificazione, tema molto caro all’ Anci che ha presentato un progetto di legge, chiamato «Liberiamo i sindaci» che sta muovendo i primi passi in parlamento. Il governo, ha detto Conte, intende anticipare alcune proposte dei sindaci ma al tempo stesso andare oltre per «realizzare una semplificazione di ampio respiro e a tutti i livelli». Per questo, ha anticipato il presidente del consiglio, il governo è al lavoro su un disegno di legge delega in materia di semplificazione che si occuperà anche della carenza di segretari comunali, vera emergenza soprattutto nei piccoli comuni che, ha assicurato il premier, «verrà presto risolta grazie alla velocizzazione delle procedure del Corso-concorso per 200 segretari e ad altre misure specificamente rivolte ai piccoli comuni privi di tale figura». * da Arezzo © Riproduzione riservata. PAGINA A CURA DI FRANCESCO CERISANO*

21/11/2019 – ANSA

Corruzione per appalti, 20 arresti a Roma

Ordinanza cautelare per dipendenti pubblici e imprenditori

La Guardia di Finanza sta eseguendo un’ordinanza cautelare nei confronti di 20 persone, tra dipendenti pubblici e imprenditori, accusati, a vario titolo, di corruzione, turbativa d’asta e falso nell’aggiudicazione di appalti pubblici. L’attività del Nucleo Speciale Anticorruzione, che vede impiegati oltre cento finanzieri tra Roma, Napoli e Frosinone, prevede anche l’esecuzione di decine di perquisizioni in uffici della pubblica amministrazione, società e abitazioni private.

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21/11/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Responsabilità solidale negli appalti, il termine di due anni non vale per l’azione di recupero degli enti

Luigi Caiazza

Ma il tentativo di prendere possesso dei contributi deve comunque rispettare la prescrizione quinquennale

In tema di appalti il termine decadenziale di due anni per la responsabilità solidale del committente, riguarda solo l’obbligo di quest’ultimo a corrispondere le retribuzioni e i contributi nei confronti dei lavoratori. L’azionedi recupero promossa da enti previdenziali non è soggetta a tale termine ma deve comunque rispettare la prescrizione quinquennale prevista dall’articolo 3, comma 9, della legge 335/1995.

È sostanzialmente in tali termini che si è espresso l’Ispettorato nazionale del lavoro (Inl) nella nota 9943/2019 con cui ha fornito agli Ispettorati territoriali i chiarimenti in ordine al termine entro il quale è possibile far valere, da parte dell’Inps, la responsabilità solidale del committente per debiti contributivi, anche alla luce delle recenti pronunce della Corte di cassazione (da ultimo, la 18004/2019).

Seppure letteralmente non coincidente con la terminologia usata dal legislatore con la formulazione dell’articolo 29, comma 2, del Dlgs 276/2003, anche nell’ultima versione dopo il D.L. n. 25/2017, convertito dalla legge n. 49/2017, è stato tuttavia posto in rilievo, in tale disposizione di legge, l’assenza di espresse regole relative alla pretesa contributiva. Trattasi di una circostanza non di poco rilievo se si considera che l’obbligazione contributiva non si confonde con l’obbligo retributivo, posto che la giurisprudenza della stessa Corte di legittimità ha da tempo consolidato il principio secondo cui il rapporto di lavoro e quello previdenziale, per quanto connessi, rimangono indipendenti. È vero, infatti, che l’obbligazione contributiva, facente capo agli Istituti, a differenza di quella retributiva, deriva dalla legge, ha natura pubblicistica e risulta, pertanto, indisponibile.

La considerazione della diversa natura delle due obbligazioni ha indotto i giudici a ritenere applicabile al rapporto previdenziale la disciplina generale dell’obbligazione contributiva che non prevede alcun termine di decadenza per l’esercizio dell’azione di accertamento dell’obbligo contributivo, il quale è soggetto invece al termine prescrizionale di cinque anni previsto dall’articolo 3, comma 9, della legge 335/1995

Ciò comporta, come rileva la nota dell’Ispettorato, l’opportunità, da parte degli organi di vigilanza, di assicurare la massima tempestività nella trasmissione dei verbali ispettivi agli istituti competenti al fine di consentire loro l’attuazione delle procedure di recupero, entro i termini prudenzialmente idonei.

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21/11/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Dissesto idrogeologico, Sicilia Molise e Piemonte fanno il pieno di risorse

M.Fr.

Stanziamento di 361 milioni in tutta Italia disposto dal ministro dell’Ambiente Sergio Costa: Subito 236 interventi per la messa in sicurezza

Il ministro dell’Ambiente Sergio Costa ha trasmesso alla Presidenza del consiglio dei ministri il decreto per rendere immediatamente effettivo lo stanziamento di ulteriori 361 milioni di euro per 236 interventi sul territorio nazionale, volti a contrastare il dissesto idrogeologico e rientranti nel “Piano operativo sul dissesto idrogeologico per l’anno 2019”. È quanto rende noto il ministero dell’Ambiente in un comunicato. «Si tratta di risorse ulteriori e immediatamente disponibili per la messa in sicurezza idrogeologica e per progetti immediatamente cantierabili – ha spiegato Costa -. Non lavoriamo sulla logica dell’emergenza, ma con una programmazione costante e interventi specifici per attenuare i rischi e le criticità sull’intero territorio nazionale».
L’impegno finanziario complessivo del Piano ammonta esattamente a 361.896.975 euro di fondi Fsc 2014-2020 deliberate dal Cipe a favore del Piano Operativo “Ambiente”. I fondi, ricorda il ministero, verranno erogati in via diretta, senza la stipula di successivi accordi di programma, come previsto dalla delibera Cipe n.64 (adottata il 1/08/2019). Gli interventi vanno dalla sistemazione di versanti franosi, al consolidamento e alla difesa idraulica, al ripascimento e difesa delle aree costiere, alla messa in sicurezza di abitati. I fondi odierni, destinati a ulteriori progetti cantierabili, vanno ad aggiungersi ai finanziamenti già erogati alle regioni attraverso il Piano stralcio sul dissesto idrogeologico.
La quota maggiore delle risorse va alla Sicilia, con oltre 56,8 milioni per tre interventi. Al secondo posto si piazza il Molise con quasi 49,5 milioni per 27 interventi, e al terzo il Piemonte con 40 milioni.
Il riparto regionale dei fondi e delle opere

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21/11/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Ddl Bilancio/1. Il Movimento 5 Stelle sferra l’attacco alla centrale di progettazione

Massimo Frontera

Un emendamento (primo firmatario Santillo) prevede l’abrogazione della norma istitutiva della struttura (mai attuata)

Il Movimento 5 Stelle parte all’attacco della centrale di progettazione. La nuova struttura centralizzata al servizio delle amministrazioni pubbliche è stata istitutita dalla legge finanziaria 2019 ma non è mai stata attuata e – se sarà votato e approvato un emendamento depositato da alcuni senatori pentastellati – sarà seppellita prima ancora di nascere. L’emendamento – n.72.74, primo firmatario Agostino Santillo (vicepresidente del gruppo M5S al Senato) – è tra i 4.550 emendamenti che la commissione Bilancio selezionerà a partire da oggi. Se passerà il vaglio e sarà incluso nei circa 700 emendamenti (metà opposizione e metà maggioranza) “segnalati” alla Commissione dai gruppi parlamentari, sarà selezionato per la discussione e il voto. In caso contrario il tentativo di “smonraee” la centrale di progettazione resterà tale.
La struttura era gradita in particolare all’ex ministro dell’Economia nel precedente governo Conte, Giovanni Tria, ma contesa nella sua gestione dell’allora ministro pentastellato delle Infrastrutture Danilo Toninelli. I contrasti tra i due dicasteri non hanno trovato una composizione da parte del premier, con il riusultato che i provvedimenti attuativi previsti – un Dpcm e poi anche un Dpr – non hanno mai visto la luce, nonsotante la prima scadenza attuativa fosse fissata al 30 gennaio 2019.
Anche se l’emendamento Santillo non sarà discusso oppure se sarà votato e respinto, nulla cambierà nell’immediato perché la struttura è rimasta finora sulla carta e all’orizzonte non sembra di vedere simpatizzanti pronti a dare battaglia per un’idea che risale al precedente governo e dal costo iniziale di 100 milioni l’anno. E questo – ovviamente – non dispiace ai professionisti tecnici e alle società di progettazione, fin dall’inizio contrari all’istituzione di un organismo definito un inutile e anzi controproducente carrozzone pubblico, una struttura inadeguata e insufficiente a garantire una progettazione tempestiva, specializzata e di qualità. «Condividiamo del tutto questa proposta e plaudiamo alla maggioranza che si è fatta portatrice di questa iniziativa – ha detto il presidente dell’Oice, Gabriele Scicolone, a proposito della proposta emendativa – . Auspichiamo che attorno a questo emendamento si coaguli un consenso di tutto il mondo professionale e imprenditoriale perché è di palmare evidenza che soltanto chi è sul mercato e investe in innovazione e ricerca può proporre progetti di livello qualitativo».
L’emendamento a firma Santillo, Cioffi Coltorti e altri

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21/11/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Appalti, De Micheli: regolamento va snellito. Cantone: Sblocca-cantieri «una schifezza» da abrogare

Mauro Salerno

La ministra per le Infrastrutture: la bozza conta circa 250 articoli, contiamo di semplificarla. Subappalto? «Un problema». Sui commissari: saranno pochissimi, solo dove non si può fare altro

Partito il conto alla rovescia per il nuovo regolamento appalti. C’è giusto un mese per arrivare a una bozza consolidata del provvedimento chiamato a dare una bussola operativa alle migliaia di imprese e amministrazioni che agiscono nel mercato dei contratti pubblici: settore che smuove 139 miliardi all’anno. «Contiamo di presentare un testo definitivo entro la scadenza del 19 dicembre» ha detto la ministra Paola De Micheli. Al momento la bozza «conta circa 250 articoli, mala commissione che sta lavorando al testoproverà anche a snellirlo».

De Micheli è intervenuta alla presentazione del volume sul decreto Sblocca-cantieri curato dal consigliere dell’Anac Michele Corradino presso la sede di Confcooperative a Roma. Dove poco prima aveva preso la parola Raffaele Cantone che , da ormai ex presidente dell’Anac, si è scagliato contro il provvedimento approvato poco prima delle sue dimissioni.

«Quel decreto è stata una delle ragioni per cui ho deciso di lasciare in anticipo l’Anticorruzione – ha detto il magistrato -. È stata la prima volta che si è deciso di non sentire subito l’Autorità su una materia di competenza». Oltre ai metodi, una bocciatura secca è arrivata anche sui contenuti. «Andrebbe chiamato decreto blocca-cantieri – ha detto Cantone – è una delle norme peggio scritte, una schifezza, che andrebbe abolita subito con un altro decreto legge». Nel mirino soprattutto le norme sui commissari straordinari, incluso il Mose. «Vediamo come funzioneranno, a Genova è andata bene perchè nessuno si è sentito di fare ricorsi, ma sono curioso di capire chi si prenderà la responsabilità di aggiudicare le gare sulla base dei quelle deroghe, con l’obbligo di rispettare al contempo i principi europei» di trasparenza, concorrenza e parità di trattamento.

«Conto di usare pochissimo i commissari – ha replicato De Micheli -. Ricordo che sono un ministro che ha votato contro il decreto Sblocca-cantieri. Saranno usati soltanto dove strettamente necessario e dopo una valutazione attenta di tutte le alternative». «Tra pochi giorni – ha aggiunto la ministra – pubblicheremo sul sito del ministero il “contaopere” con l’indicazione dei cantieri che abbiamo già sbloccato senza ricorrere ai commissari».

Sul regolamento la ministra ha aggiunto che «ci sarà spazio per i temi sulla sicurezza del lavoro» e che i provvedimenti attuativi del codice saranno il modo con cui «il Governo proverà a fare ordine nel sistema degli appalti, senza nuovi interventi legislativi a breve». Dunque nessuna nuova riforma organica alle porte.

Dovrà aspettare anche la soluzione del rebus-subappalti, nonostante i ripetuti inviti arrivati dall’Europa a far saltare tutti i vincoli sui subaffidamenti (il tetto ora è al 40% dell’appalto principale). «La questione subappalto è oggettivamente un problema – ha detto la ministra -. L’Europa ci chiede di liberalizzare, ma abbiamo specificità di cui tenere conto. Il 2 dicembre sarò a Bruxelles, parleremo anche di questo tema».

Dalle imprese arriva intanto la richiesta di fare chiarezza in fretta semplificando le norme di riferimento. «Gli appalti potrebbero rappresentare uno straordinario moltiplicatore di Pil – ha detto Maurizio Gardini, presidente di Confcooperative -, invece, la complicazione normativa che li regola lega le imprese zavorrate, complessivamente, da 31 miliardi di euro di costi della burocrazia. Le aziende impiegano 238 ore, oltre 6 settimane di lavoro, per i 14 principali adempimenti fiscali. Abbiamo una macchina statale idrovora di risorse che diventa vincolo allo sviluppo». «Siamo preoccupati per questo stato di confusione – ha aggiunto Massimo Stronati – presidente Confcooperative Lavoro Servizi. Vogliamo un mercato con le regole, coordinato da stazioni appaltanti qualificate. Si sta invece affermando un modello di statalizzazione dei servizi (vedi pulizie nelle scuole). Il public procurement è una leva che può ridurre le disparità territoriali oltre a creare nuova occupazione e garantire servizi per i cittadini. Occorrono regole certe e meno ricorsi, mettendo il lavoro al centro». © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

21/11/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Roma, il Campidoglio dà il via libera alla gara da 66 milioni per la manutenzione dei treni del metrò

  1. E. T.

Nell’ambito del contratto di servizio, l’Atac rivestirà il ruolo di stazione appaltante per l’espletamento della procedura a evidenza pubblica

Può partire la gara per le manutenzioni straordinarie della flotta treni delle linee metro A e B di Roma per un importo complessivo di 66 milioni di euro. È quanto prevede una delibera approvata dalla Giunta capitolina.
Il dipartimento Mobilità e Trasporti di Roma Capitale, secondo quanto riporta una nota del Campidoglio, procederà alla stipula del disciplinare d’incarico ad Atac. Nell’ambito del contratto di servizio, l’azienda di trasporto pubblico rivestirà il ruolo di stazione appaltante per l’espletamento della procedura a evidenza pubblica. Questi interventi fanno parte della convenzione sottoscritta tra Roma Capitale e il ministero delle Infrastrutture e dei trasporti che prevede un finanziamento totale di 425 milioni.

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21/11/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Infrastrutture, la fusione degli scali di Napoli e Salerno fa ripartire gli investimenti

Vera Viola

Il presidente di Confindustria di Salerno Andrea Prete: «Senza progetti, dopo i giovani scapperanno anche le imprese»

«Un Paese che non investe è destinato a perdere le sue migliori energie. Per il momento sono i giovani i primi a lasciare. Prima o poi potremmo essere noi imprese a seguirli». Andrea Prete, presidente di Confindustria Salerno, nel giorno dell’assemblea annuale che celebra anche i cento anni dalla nascita dell’ associazione territoriale, traccia un quadro economico e industriale complesso di un Sud nuovamete in recessione dopo anni di disinvestimenti pubblici, per incertezza normativa e politica, per eccesso di burocrazia e per un fisco troppo spesso iniquo. Insomma, il presidente dell’ndiustria salernitana punta l’indice contro le scelte di politica nazionale di questi giorni e del passato, mentre approva le strategie di sostegno alla crescita adottate dalla Regione Campania guidata da Vincenzo De Luca.
«In questi anni si è cercato in primis di costruire una identità campana che prima mancava – ha osservato il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia, intervenendo all’assemblea salernitana a cui ha partecipato tra gli altri il presidente di Assolombarda Carlo Bonomi – Inoltre è stata perseguita una visione: quella di puntare sull’industria ad alto valore aggiunto capace di innovare e di competere». Da una parte gli investimenti privati infatti svelano l’immagine di una Campania e di una provincia di Salerno che si distaccano da un Mezzogiorno in recessione; dall’altra le crisi industriali restituiscono l’immagine di un’ economia ancora troppo fragile. Con l’occupazione calata dell’1,8% nei primi 9 mesi del 2019, come rilevato da Banca d’Italia, mentre l’industria cerca di resistere grazie all’export cresciuto del 7,9%. «Troppe le crisi industriali aperte al Mise – commenta Prete – ma il dramma sta nel fatto che passi in avanti non ne sono stati fatti». E spiega meglio: «I dossier su Arcelor-Mittal, Alitalia, Alcoa, Pernigotti, Whirlpool, Jabil, la nostra Treofan, solo per citare i più clamorosi, sono pronti alla deflagrazione».
L’elenco dei recenti provvedimenti che penalizzano il Sud ancora più del resto d’Italia è lungo. « Con “quota 100 e reddito di cittadinanza” sono stati sprecati 20 miliardi,», per Andrea Prete. «Non è stato creato un solo posto di lavoro – sottolinea con foga il governatore della Campania Vincenzo De Luca che ne è stato acerrimo oppositore (l’8% delle famiglie campane lo percepisce). –Con il reddito di cittadinanza stiamo pagando la manovalanza della camorra». Gli imprenditori salernitani non digeriscono la “plastic tax”. «Caso paradigmatico – commenta Prete – come pensare, per sostenere la giusta causa della sostenibilità ambientale, di tassare le imprese del comparto, anziché incentivare il processo di adeguamento tecnologico?». Nel Salernitano il comparto conta imprese con un giro d’affari da un miliardo e almeno 5000 posti di lavoro, compreso l’indotto. Inoltre, si tratta di un settore che lavora molto per l’agroalimentare, vero pilastro dell’economia provinciale. I toni si placano sul capitolo Regione.
«Riconosciamo che sono stati raggiunti risultati importanti» dice Prete. Come quello legato a «quel sogno – dice – chiamato aeroporto Salerno Costa d’Amalfi diventato realtà integrata con lo scalo napoletano di Capodichino». A ottobre infatti la fusione con Gesac ha dato il via a una gestione comune e a un mega piano di investimenti. «Le infrastrutture – sottolinea Boccia – sono simbolo di una visione di società che collega i territori e include le persone. E la provincia di Salerno è l’immagine di un Mezzogiorno che rifiuta di essere periferia d’Europa». Boccia rilancia la proposta di Confindustria di un piano anticiclico di costruzione di infrastrutture che utilizzi 60 miliardi disponibili per opera del valoresuperiore a 100 milioni. Ma invoca procedure snelle e tempi certi.

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