Rassegna stampa 20 novembre 2019

20/11/2019 – Il Messaggero

Sorgenia, F2i lascia la partita restano in campo Iren e A2a

L’ ABBANDONO ROMA Comincia ad assottigliarsi il gruppo di potenziali interessati a Sorgenia. Secondo quanto risulta al Messaggero, ieri F2i si sarebbe chiamata fuori dal processo per la cessione dell’ azienda da parte delle banche azioniste. Ambienti bancari riferiscono che il principale fondo infrastrutturale italiano, già operatore primario nelle energie rinnovabili e nelle reti di distribuzione gas, abbia deciso di ritirarsi dalla procedura che dovrebbe svolgersi a dicembre. In vendita, come noto, c’ è il 100% di Sorgenia, la società energetica fondata dal gruppo De Benedetti tuttora carica di 800 milioni di debiti e della quale sono azioniste le stesse banche creditrici (tra cui Mps con il 23%, Bpm con il 22%, Ubi con il 19%, Unicredit e Intesa ciascuna con il 10%). Con il defilarsi di F2i, che mirava a integrare fonti rinnovabili con le centrali a ciclo combinato di Sorgenia volendo creare un gruppo votato alla transizione energetica italiana, le attese delle banche sono ora puntate sulle mosse di Iren, il cui ad Massimiliano Bianco nell’ ultima conference call con gli analisti ha ribadito la determinazione ad aggiudicarsi Sorgenia, non escludendo però di avere interesse soprattutto per alcune singole parti della società. PIANO DA RIFORMULARE D’ altra parte, il boccone Sorgenia nella sua interezza (valutato 1 miliardo, di cui 800 milioni di debito da consolidare) è di notevole dimensione e richiederebbe non pochi aggiustamenti sul piano industriale Iren presentato al mercato a fine ottobre, che prevede investimenti per oltre 3 miliardi nei servizi in Liguria, Piemonte ed Emilia, mantenendo un dividendo crescente per i soci (i comuni di Genova, Torino, Reggio Emilia e Parma) e un indebitamento costante: l’ aggiunta di un impegno da 1 miliardo renderebbe almeno uno dei tre obiettivi del piano industriale da riformulare. L’ altro soggetto che ha interesse per Sorgenia è A2a, la municipalizzata di Milano e Brescia che parteciperebbe all’ offerta in cordata con il gruppo ceco Eph, per il quale la partecipazione in Sorgenia sarebbe un ulteriore incursione nel mercato italiano, dove ha già comprato le centrali di biomasse di Fusine (Sondrio) dopo aver acquistato due centrali in Calabria. Più defilata la posizione di Acea, di cui si era ventilato un interesse. L. Ram. © RIPRODUZIONE RISERVATA.

20/11/2019 – Il Piccolo (ed. Gorizia)
Moretti: «Con la centrale a gas avremo sviluppo e sostenibilità»

le reazioni dopo l’ audizione sul progetto A2A
Il dem insiste: «Politica regionale e locale non nascondano la testa» Del Zovo (M5S) dubbiosa. Calligaris (Lega): «Troppi lati oscuri sulle ricadute»
Giulio Garau«Non ci sono solo l’ Ilva e la Ferriera di Trieste: anche il sito A2A di Monfalcone si trova di fronte a un bivio per poter coniugare sviluppo e sostenibilità». A ribadirlo è il segretario provinciale del Pd di Gorizia e consigliere regionale, Diego Moretti, nel ricordare le motivazioni che hanno spinto il gruppo consiliare del Pd a promuovere un’ audizione sul progetto di conversione a gas della centrale a carbone di Monfalcone.L’ audizione si è tenuta in Consiglio regionale lunedì scorso e ha fatto il punto sul futuro della centrale elettrica. Gli obiettivi sono il passaggio dal carbone al gas e alle fonti rinnovabili, il mantenimento dei livelli occupazionali (oggi 105 dipendenti diretti e circa 140 di indotto), infine lo sviluppo del sito industriale e sua bonifica. Tutto questo per un progetto da 500 milioni di euro come investimento da A2A, permessi permettendo (dal ministero dello Sviluppo economico), dopo che il Governo ha posto come dead line il 2025 per il carbone. La Quarta Commissione presieduta da Lorenzo Tosolini (Lega), dietro richiesta di Moretti che ha raccolto i pareri delle organizzazioni sindacali, ha ascoltato Filctem Cgil, Flaei Cisl e Uiltec Uil e i responsabili dell’ A2A. La società (25% è di proprietà del Comune di Milano, altrettanto del Comune di Brescia, mentre il mercato detiene il 49,2% e lo 0,8% è di azioni proprie) ha confermato l’ investimento di mezzo miliardo di euro per la riconversione della centrale attraverso la realizzazione di un «nuovo impianto ad altissima efficienza, soluzioni flessibili che abilitino lo sviluppo di fonti rinnovabili, soluzioni per l’ economia circolare finalizzata al recupero di materia, messa a disposizione di parte del sito per valutare l’ erogazione di servizi di retro-portualità». Un progetto che ha l’ approvazione di tutte le sigle sindacali.«La città di Monfalcone ha pagato molto in questi decenni, in termini ambientali, la presenza dell’ olio combustibile e del carbone – ha commentato Moretti – nel 2015 il Governo e la Regione, entrambi guidati dal Pd, definirono l’ abbandono del carbone entro il 2025. A2A ha confermato l’ intenzione di voler anticipare questa tempistica». E secondo il consigliere Pd «ora è necessario che la politica locale e regionale evitino di mettere la testa sotto la sabbia e inizino a occuparsi dell’ economia e del lavoro, entrando nel merito di un progetto che prevede tra l’ altro opportunità di servizi legati alla retro-portualità, che permetterebbero di mantenere l’ attuale assetto occupazionale diretto e dell’ indotto, includendo le bonifiche».«La sola certezza è che il progetto per la riconversione verrà presentato il 16 dicembre, per il resto abbiamo ascoltato risposte un po’ troppo superficiali, considerata l’ importanza del progetto stesso» dice la capogruppo del M5S in Consiglio regionale, Ilaria Dal Zovo. «Su A2A servono idee chiare e progettualità condivise con il territorio – aggiunge il consigliere regionale leghista Antonio Calligaris – ho ritenuto di chiarire la mia posizione perché rimangono ancora troppi aspetti controversi sulle ricadute che avrebbe un nuovo impianto con una potenza di quasi tre volte quello attuale, sotto il profilo della salute verso la popolazione e sotto quello dell’ occupazione, che rischia di essere profondamente ridimensionata rispetto agli oltre cento addetti attuali. E’ legittima la preoccupazione derivante dal fatto che invece le centrali a gas occupano solo 30/35 lavoratori e questo per il territorio sarebbe un grave danno al nostro tessuto socioeconomico». —- BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI.

20/11/2019 – Il Fatto Quotidiano

Energia, il carbone è insostenibile anche per i conti delle aziende elettriche: il 79% degli impianti europei perde soldi

Nel 2019 il rosso accumulato dalle utility potrebbe sfiorare i 5,8 miliardi. Gas e rinnovabili sono meno costosi e pesa anche il sistema per lo scambio delle quote di emissione. In più c’è il rischio di cause legali. Così le centrali chiudono. Secondo un think tank specializzato, nel 2025 non esisterà più la generazione elettrica da carbone e nel 2030 sparirà anche quella da lignite

di Patrizia Licata

L’addio al carbone per la generazione di energia elettrica appare sempre più inarrestabile e la recente svalutazione per ben 4 miliardi di euro fatta da Enel per le sue centrali a carbone ne è l’ennesimo (potente) segnale. La utility italiana ha preso atto del processo di uscita dalla più inquinante delle fonti fossili – uscita fissata al 2025 sia in Italia che nella penisola iberica dove Enel è presente con Endesa – ma ha anche valutato il generale deterioramento delle condizioni di mercato. L’azienda ha spiegato, nell’annunciare l’interruzione della produzione nelle centrali a carbone di Endesa, che l’andamento del prezzo delle commodity e il funzionamento del mercato delle emissioni di Co2 hanno inciso negativamente sulla competitività degli impianti “rendendo remota la possibilità di un relativo funzionamento nel mercato elettrico nel futuro”.

Questo scenario è confermato da Carbon Tracker: nella sua più recente analisi sul settore Power and utilities, il think tank ha stimato che in Unione europea il 79% delle centrali elettriche a carbone o lignite perde soldi. Il rosso potrebbe ammontare complessivamente a 5,79 miliardi di euro nel 2019. Secondo Carbon Tracker in Ue nel 2025 non esisterà più la generazione elettrica da carbone e nel 2030 sparirà anche quella da lignite.

Questo non significa che in dieci anni il nostro continente genererà energia elettrica solo da fonti pulite, perché il concorrente primario del carbone resta il gas naturale, meno inquinante ma sempre una fonte fossile. Tuttavia le centrali elettriche a carbone non sono più sostenibili. Servirebbero sostanziosi sussidi pubblici, la cui efficacia, però, non è affatto scontata, come dimostra il caso degli Stati Uniti, dove nemmeno gli incentivi di Donald Trump sono riusciti a rivitalizzare un’industria al tramonto. Inoltre, i sussidi comportano il ricorso a misure che difficilmente i governi vorranno percorrere, come aumento dell’indebitamento, nuove tasse o bollette dell’elettricità più care per gli utenti finali.

Per Carbon Tracker c’è un altro rischio: le cause legali. In Polonia l’investimento di Enea in Ostroleka C, una centrale elettrica a carbone, è stato bloccato da un gruppo di azionisti di minoranza che hanno mosso causa sostenendo che il progetto poneva concreti rischi finanziari e avrebbe danneggiato i soci. La sentenza di primo grado arrivata ad agosto dà per ora ragione agli azionisti. “I governi prendano nota”, scrive Carbon Tracker. Il think tank aveva condotto un’analisi del progetto Ostroleka C e calcolato che sarebbe rimasto “permanentemente non profittevole” senza forme di sostegno. La perdita dell’impianto nel suo ciclo di vita veniva stimata a 1,7 miliardi di euro.

In Italia la generazione elettrica da carbone attualmente vale complessivamente 8 GW di capacità installata distribuita su otto impianti: Brindisi SudCivitavecchia, Sulcis, Fusina (Venezia), Bastardo (Perugia) e La Spezia di proprietà di Enel e altri due di Ep Produzione e A2A. Secondo il piano nazionale energia, fra sei anni questi siti dovranno essere convertiti a una produzione energetica più pulita (rinnovabili o gas naturale).

In Unione europea esistono oltre 300 centrali a carbone con prevalenza in Germania e nei paesi dell’Est: PoloniaBulgariaRepubblica Ceca e Romania. Germania e Polonia da sole rappresentano il 51% della capacità installata in Ue (dati Eea aggiornati a fine 2016). Secondo Carbon Tracker le centrali a carbone e lignite tedesche rischiano di accumulare complessivamente una perdita di 9 miliardi di euro e RWE è la utility tedesca che andrà incontro alle perdite maggiori: 975 milioni di euro (tuttavia la data per spegnere tutte le centrali a carbone in Germania è per ora fissata dal governo al 2038).

Il think tank ha anche elaborato una “soluzione” con cui governi e utility possono gestire l’addio al carbone in modo conveniente per consumatoriinvestitori e comunità locali. “I governi possono prendere in prestito denaro a costi inferiori rispetto alle aziende elettriche”, spiegano gli analisti. Di conseguenza, i governi potrebbero finanziare la chiusura delle centrali a carbone a condizione che le utility usino il denaro per costruire centrali che usano fonti rinnovabili e ripaghino il debito con la vendita di elettricità. Le utility a loro volta potrebbero assumere forza lavoro locale per costruire le nuove centrali e usare una parte dei profitti per aiutare il territorio nella transizione. Questa soluzione, secondo Carbon Tracker, potrebbe essere attraente soprattutto per gli stati Ue dell’Est che ancora dipendono fortemente dall’utilizzo del carbone (in Polonia, per esempio, rappresenta l’80% della generazione elettrica) e hanno quote di rinnovabili inferiori a quelle raggiunte dai paesi occidentali.

La transizione dal carbone verso fonti alternative è un trend di scala globale. È un addio inarrestabile, benché lungo: ancora oggi il 40% dell’elettricità mondiale è prodotta col carbone e nuovi impianti nascono ancora in BangladeshCinaIndia, Indonesia, Giappone, Mongolia, Pakistan, Filippine, Polonia, Russia, Senegal e Sud Corea. Ma su scala mondiale, soprattutto grazie alle dismissioni in Ue e Usa, il numero di nuovi impianti in costruzione continua a ridursi (-84% dal 2015 al 2018) e i nuovi MW autorizzati o annunciati sono diminuiti del 59% da gennaio 2016 a gennaio 2018; nel 2018 sono stati chiusi impianti a carbone per 31 GW. I dati sono contenuti nell’ultimo report di Global Energy MonitorGreenpeace e Sierra Club. Il picco di produzione si avrà nel 2022, afferma lo studio, poi sarà solo una curva discendente, perché le rinnovabili e il gas sono fonti molto più economiche.

 

20/11/2019 – Corriere della Sera
Il paese immobile

La progettazione del Mose risale a quasi quaranta anni fa, e la sua realizzazione a più di quindici; l’ opera è quasi compiuta, ma Venezia è nuovamente sott’ acqua. Il risanamento ambientale per l’ Ilva è stato avviato otto anni fa, ma è fermo. Due procure, Milano e Taranto, sono ora protagoniste di un capitolo importante della politica industriale italiana, mentre il governo cerca una strada per costringere un imprenditore straniero a restare in Italia. Quest’ ultimo, a sua volta, si rivolge a un giudice a Milano perché un altro magistrato, a Taranto, ha reso ineseguibile il contratto di affitto dell’ impianto. A Roma, ci sono voluti quattro anni per aggiudicare la gara per il rifacimento del manto stradale di piazza Venezia con i fondi del Giubileo straordinario, stanziati cinque anni fa. Lo studio Ambrosetti ha calcolato in 57 miliardi il costo annuo sostenuto dalle imprese per la gestione dei rapporti con i poteri pubblici. L’ artrosi delle istituzioni sta conducendo all’ immobilismo. L’ incapacità di decidere sta mettendo non Venezia soltanto, ma tutta l’ Italia sott’ acqua. Il primo responsabile del groviglio da cui dipende l’ attuale situazione di blocco è il corpo politico. Ormai impegnato in una campagna elettorale permanente, non governa. Sembra anzi impegnato nel peggiorare la situazione. L’ impareggiabile Renzi, ad esempio, ha promesso un piano choc di 120 miliardi di lavori pubblici, da realizzare con procedure straordinarie. Non sa che queste, se possono servire in un singolo caso, finiscono in generale per bloccare tutto, perché gli uffici debbono abituarsi ai nuovi percorsi. Il governo ha presentato una legge di Bilancio di 119 articoli, lunga 90 pagine e i senatori si sono affrettati a presentare quasi 5 mila emendamenti. Il Parlamento è diventato amministratore, invadendo con leggi cosiddette auto-esecutive un’ area propria dell’ esecutivo, per sfiducia nei suoi confronti. Il governo, a sua volta, sforna leggi, ma non si preoccupa di eseguirle (sono quasi 300 i decreti che dovrebbero attuare le leggi approvate durante il governo Conte 1, oltre a quelli che restano dei governi precedenti), mentre alcuni ministri, a tre mesi dall’ insediamento, non hanno ancora dato le deleghe ai sottosegretari. Una volta, con buona volontà e con qualche velleitarismo, ogni governo si proponeva di metter ordine nel caos programmato delle strutture pubbliche, per evitare frammentazione di compiti, individuare responsabilità, fare qualche analisi «ex post» delle disfunzioni, anche per evitare eccessive interferenze delle procure. Ora il ministro della Pubblica amministrazione, invece, di fare il suo mestiere, è divenuto un mero distributore di posti. L’ apparato amministrativo, a sua volta, schiavo del patronato politico (i suoi vertici, con lo «spoils system», cambiano al cambiare dei ministri, a piacimento di questi ultimi), è tenuto in gran sospetto. L’ Anac ha inventato la «vigilanza collaborativa», un nuovo angelo custode della burocrazia. E, poiché nulla si distrugge e tutto si aggiunge (bloccando), ora la Corte dei conti vuole introdurre suoi controlli di legittimità su aggiudicazioni, affidamenti e varianti di opere pubbliche dello Stato e di enti pubblici nazionali. Questi controlli, previsti da un emendamento alla legge sui ministeri, sarebbero a «sostegno delle amministrazioni», per «favorire la speditezza ed economicità dell’ azione amministrativa» e a «tutela dell’ amministratore pubblico». Presentano però tre inconvenienti. Vanno ad aggiungersi ai controlli dell’ Autorità anticorruzione, che si è ormai impadronita della materia dei lavori pubblici, e a quelli interni, previsti dalla stessa legge (che istituisce una «Struttura tecnica per il controllo interno» al ministero delle Infrastrutture e i trasporti). Hanno carattere preventivo, quindi producono una cogestione, un rallentamento dell’ azione amministrativa e una ulteriore deresponsabilizzazione degli amministratori pubblici, senza tuttavia assicurare ad essi quello scudo che sarebbe necessario nei confronti delle invadenti procure penali e contabili. Sarebbero svolti dalla Corte dei conti, un corpo che non ha il personale adatto a verificare i conti (non vi sono né economisti né esperti di ragioneria), alla perenne ricerca di nuovi compiti (ora si interessa delle cerniere del Mose e vorrebbe anche gestire la giustizia tributaria), senza saper svolgere quelli propri. La burocrazia, additata come il maggiore colpevole, è invece depauperata e debole. È la maggiore azienda del Paese (20 per cento degli occupati), ma negli ultimi dieci anni ha perduto circa l’ 8 per cento degli addetti. È invecchiata (età media poco inferiore a 51 anni) e mal pagata. Ha perduto tutte le tecnostrutture, che sono state esternalizzate. È composta in larga misura di personale entrato senza concorso o con assunzione di idonei. Non ha né personale preparato dall’ università (più del 60 per cento non è laureato), né personale preparato «on the job», né un sistema di valutazione del merito. Minacciata da leggi che mettono in mano alle procure persino la confisca dei beni, ha scoperto l’ arte della procrastinazione, se non lo «sciopero della firma», per proteggersi. E la situazione peggiorerà, perché l’ ineffabile ministra della Pubblica amministrazione, Fabiana Dadone, ha dichiarato che «abbiamo prorogato le graduatorie vecchie, quelle del 2011, al 31 marzo prossimo e quelle dal 2012 al 2015 al 30 settembre 2020 e stiamo aumentando la utilizzabilità degli elenchi del 2019» ( Repubblica , 11 novembre 2019). Gli idonei (cioè i non vincitori di concorsi) sono stimati in 85 mila. Questi bloccheranno la strada ai giovani che si affacciano sul mercato del lavoro. All’ elenco delle responsabilità ne va aggiunta anche una più generale e diffusa. L’ opinione pubblica si accorge di questo generale malfunzionamento solo quando il problema scoppia. Gli utenti borbottano, mugugnano, si ribellano, ma non propongono o non organizzano la protesta. Lo stesso personale pubblico non fa sentire le «voci di dentro». Prevale sempre il breve termine – come ha osservato su questo giornale il 18 novembre scorso Maurizio Ferrera – anche per questioni che sono di lungo termine. Ci risolleveremo? Abbiamo bisogno dell’ uomo forte, per uscire da questa situazione di blocco? Con l’ attuale andazzo, la diffusa incompetenza programmatica e l’ improvvisazione, non ci sono molte speranze. Quel che si può dire è che anche Mussolini non riuscì ad affrontare la cosiddetta questione amministrativa, lo riconobbe e ci rinunciò. SABINO CASSESE

20/11/2019 – Il Sole 24 Ore
Ilva, il governo lavora a una partecipazione di società pubbliche

Il negoziato. Arcelor chiede l’ ingresso dello Stato in una newco dalla quale separare parte dei lavoratori. Verso un emendamento alla manovra: fondi per il personale gestito dai commissari
ROMA La presenza dello Stato a fianco di ArcelorMittal è l’ elemento che potrebbe sbloccare la trattativa sull’ ex Ilva in vista dell’ incontro di venerdì a Palazzo Chigi. Dopo le iniziali resistenze del ministero dell’ Economia, negli ultimi giorni il vento è cambiato. Prima un faccia a faccia nel fine settimana tra il ministro Roberto Gualtieri e l’ Ad di Arcelor, Lucia Morselli. Poi, lunedì, il colloquio della manager e di Mittal jr con il ministro dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli. In entrambe le occasioni la multinazionale avrebbe posto come punto fondamentale del negoziato la partecipazione pubblica (di minoranza, come quota di “presidio”) in una newco dalla quale separare una parte dei lavoratori, che nella proposta dell’ azienda dovrebbe passare sotto la gestione dell’ amministrazione straordinaria. Una sorta di “bad company”. Non a caso al vaglio del ministero del Lavoro c’ è un emendamento alla legge di bilancio per l’ istituzione di un Fondo per i lavoratori Ilva che sono già oggi in amministrazione straordinaria. Un veicolo che potrebbe in futuro evitare esuberi strutturali. L’ ipotesi newco prospettata da ArcelorMittal parte da un coinvolgimento di Cassa depositi e prestiti, che però richiederebbe tempi particolarmente lunghi per la due diligence necessaria a deliberare l’ ingresso. Più rapido sarebbe un investimento diretto da parte del ministero dell’ Economia, modello gruppo Psa in Francia, senza necessariamente passare da un nuovo veicolo. Lo schema non è ancora definito e dovrebbe comunque passare il complicato vaglio europeo sugli aiuti di Stato, ma è indubbio un maggiore protagonismo di Gualtieri sul dossier, sempre in coordinamento con Palazzo Chigi. Un nuovo incontro tecnico è previsto anche oggi al Mef. Al vaglio c’ è anche il ruolo delle società a partecipazione pubblica che il Governo vuole coinvolgere. A partire da quelle che hanno relazione con Ilva in qualità di committenti (come Fincantieri) e fornitori. Sicuramente saranno chiamate a investire sul territorio nell’ ambito del “Cantiere Taranto”: è in partenza da Cassa depositi e prestiti un invito alle sue partecipate per cominciare a ragionare delle iniziative da poter mettere in campo rapidamente. Non è ancora deciso, invece, se le società potranno essere direttamente della partita Ilva con una partecipazione nell’ eventuale new company. Accanto alla definizione dell’ assetto azionario, che nell’ idea di ArcelorMittal dovrebbe confermare la presenza nella holding AmInvestco di Intesa e aggiungere quella delle banche creditrici, resta ovviamente prioritaria la questione dell’ immunità penale. Ancora un ginepraio. Perché sulla scrittura della norma, che si trasformerebbe in un decreto solo a fronte di garanzie da parte di Mittal sul piano industriale e ambientale, il confronto è apertissimo. A quanto risulta, già nell’ incontro a Palazzo Chigi Mittal jr avrebbe sottolineato l’ importanza di una copertura legale per gli interventi sull’ altoforno 2 anche in riferimento alla sicurezza sul lavoro. Aspetto sul quale i Cinque Stelle, il Mise e l’ Ambiente sono contrari, ritenendo tra l’ altro che la misura sarebbe a forte rischio di incostituzionalità. In queste ore continua inoltre il lavoro dei tecnici sugli altri punti di un possibile accordo: sconto sull’ affitto, risoluzione del blocco dell’ altoforno 2 e impegni sulla futura decarbonizzazione. Mentre i sindacati rifiutano l’ incontro convocato da ArcelorMittal, sempre per venerdì, non riconoscendo legittima la procedura ex articolo 47 sulla retrocessione dei dipendenti all’ amministrazione straordinaria. L’ intesa con Mittal, sospinta dalla tempesta giudiziaria vissuta con una certa irritazione dal quartier generale della multinazionale, resta la prima opzione sul tavolo. Ma ancora ieri, nonostante l’ ufficializzazione dell’ incontro per venerdì, da Palazzo Chigi si sottolineava come il Governo stia vagliando anche piani alternativi. Come la pista cinese, su cui è stato acceso un faro dopo la proposta di acquisto arrivata dal gruppo Jingye a British Steel. Il premier Giuseppe Conte, ieri a Berlino, ha intanto sondato la disponibilità della cancelliera Angela Merkel a supportare l’ Italia nel risolvere la questione Taranto. Almeno due i fronti Ue: l’ impiego di fondi comunitari (sia per l’ occupazione che per l’ innovazione) e il via libera a un eventuale ingresso dello Stato. © RIPRODUZIONE RISERVATA. Carmine Fotina Manuela Perrone

20/11/2019 – Il Sole 24 Ore
Taranto, le aziende pubbliche in ordine sparso

il FocusOltre l’ acciaio . La presenza delle partecipate dello Stato è frastagliata nell’ area e spazia dalla difesa alle raffinazione fino alle reti del gas e dell’ elettricità
Il piano di rilancio in salsa pubblica di Taranto è ancora tutto da definire dopo la richiesta formulata dal Governo all’ indirizzo di Cdp che, seguendo il modello già adottato a Genova, dovrebbe avviare a stretto giro un tavolo di lavoro con le società della sua galassia (si veda anche articolo a pagina 3). L’ obiettivo è evidente: valutare eventuali margini di intervento nell’ area dove la presenza delle partecipate dello Stato (includendo nel novero anche quelle controllate dal Tesoro) è comunque frastagliata. Sicuramente un tassello fondamentale del territorio tarantino è rappresentato dall’ Arsenale della Marina Militare sul quale il ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, è già al lavoro per proporre un intervento di potenziamento. Il polo con i suoi 1500 dipendenti è la seconda realtà industriale della città dopo quella dell’ ex Ilva. E qui il progetto più grande riguarda i lavori di ammodernamento della portaerei Cavour, nave ammiraglia della flotta, che nel 2020 dovrebbero consentirle di imbarcare gli F35B. Un contratto che vale nel complesso 70 milioni di euro, con 400-500 addetti esterni impiegati, e una sinergia stretta tra l’ indotto navalmeccanico di Taranto e Fincantieri che ha tra i suoi fornitori principali anche l’ ex Ilva e che coordina le operazioni per allineare l’ unità alle nuove esigenze, mentre a Leonardo, spetta l’ ammodernamento della sistemistica. Sono circa 170 gli addetti della divisione elettronica dell’ ex Finmeccanica impegnati a Taranto nella progettazione e sviluppo di soluzioni C3I («Command, Control, Communications and intelligence») per applicazioni navali, terrestri ed aerospaziali. Il gruppo ha una presenza industriale di rilievo nell’ aeronautica a Monteiasi-Grottaglie, sviluppata in parallelo con il declino della siderurgia, con incentivi della Regione Puglia. Nella fabbrica ex Alenia della divisione aerostrutture vengono realizzate, in una collaborazione con Boeing che ha avuto alti e bassi, le grandi sezioni in materiale composito per le fusoliere dei jet di lungo raggio Boeing 787 Dreamliner. L’ ex Alenia realizza il 14% della fusoliera. Sono impiegati circa 1.300 addetti, con una produzione mensile di 12 fusoliere, che vengono trasportate negli Stati Uniti a Charleston per l’ assemblaggio per via aerea dall’ aeroporto di Grottaglie. L’ obiettivo di Boeing di arrivare a 14 fusoliere al mese al momento è stato frenato da un rallentamento del mercato. Dall’ anno scorso inoltre il gruppo Leonardo è presente presso l’ aeroporto di Grottaglie con una struttura per i test di volo del nuovo elicottero senza pilota a bordo Sw 4 – Solo, realizzato tra Italia e Polonia. Il Solo sarà impegnato oggi con altri velivoli di Leonardo nella prima esercitazione in mare di Ocean 2020, cooordinata dalla Marina, nel Golfo di Taranto. L’ altro grande polo produttivo è invece legato all’ Eni che ha una delle sue raffinerie di proprietà nella città pugliese, alimentata soprattutto dall’ olio che parte dal campo di Viggiano in Basilicata e dove arriverà, in prospettiva, anche quello assicurato dal giacimento di Tempa Rossa, sempre in Basilicata, che fa capo al consorzio tra Total (operatore), Mitsui e Shell: mille addetti, tra i 450 diretti e i circa 600 dell’ indotto, 5 milioni di tonnellate di greggio lavorate all’ anno e 3,8 milioni di tonnellate annue di prodotti finiti. Numeri che ne fanno il più importante hub di distribuzione di prodotti petroliferi dell’ Italia sud orientale, ancora più strategico quando sarà avviata la produzione di Tempa Rossa che ha visto Eni e il consorzio capitanato da Total mettere in pista, dal 2018, un investimento di 300 milioni per adeguare all’ ulteriore sfida l’ impianto, che non ha tra i suoi fornitori l’ acciaieria di Taranto (alimentata però da alcuni anni dal gas di Eni). Quanto alle altre partecipate pubbliche, su Taranto insistono le attività di Snam e Terna, entrambe controllate da Cdp Reti. L’ area è infatti attraversata, come il resto del Paese, dalle infrastrutture di Snam: dalla provincia jonica passano due metanodotti della rete nazionale che collegano Brindisi alla Basilicata sulla direttrice est-ovest, mentre si snoda da Massafra il gasdotto che arriva a Biccari (Foggia) sull’ asse nord. Dalla rete nazionale partono poi due diramazioni regionali che giungono a Taranto: una serve esclusivamente la zona industriale dove c’ è anche l’ ex Ilva, l’ altra supporta il polo produttivo e il resto della città. A Terna, invece, fanno capo circa 560 chilometri di elettrodotti e sei stazioni elettriche in tutta la provincia. © RIPRODUZIONE RISERVATA. Celestina DominelliGianni Dragoni

20/11/2019 – La Repubblica

Alitalia, dopo Lufthansa frena anche Atlantia. Sciopero il 13 dicembre

Secondo l’Agi la compagnia tedesca averebbe sciolto la riserva e sarebbe pronta a mettere sul piatto il doppio di quanto verserebbe Delta. Ma l’ad Spohr smentisce. Atlantia: non ci sono ancora le condizioni per un’offerta vincolante

MILANO – Lufthansa resta per il momento ancora lontana da Alitalia, e anche Atlantia temporeggia. Le indiscrezioni diffuse questa mattina dall’Agi, secondo cui la compagnia sarebbe stata pronta a mettere sul piatto tra i 150 e i 200 milioni di euro, sono state smentite dall’amministratore delegato dell’azienda Carsten Spohr.  “Abbiamo sempre detto che vogliamo prima vedere un’Alitalia ristrutturata, poi considereremo un investimento”, ha detto Spohr secondo quanto riporta l’agenzia Bloomberg. Lufthansa, scrive ancora Bloomberg, avrebbe comunicato al governo italiano che la visione strategica per Alitalia è più importante che un’eventuale iniezione di capitale
Se confermata la proposta, anticipata nelle scorse settimane anche da Repubblica, verrebbe raddoppiato quanto messo sul piatto fino ad ora da Delta e sarebbe arrivata a meno di 48 ore del termine previsto per Giovedì prossimo per la presentazione dell’offerta vincolante del consorzio guidato da Fs.
Atlantia per parte sua fa sapere che non ci sono ancora le condizioni per un’offerta vincolante per Alitalia. “Facendo seguito a quanto comunicato in data 15 ottobre 2019, preso atto della mancanza di significative evoluzioni nelle problematiche rappresentate in tale data, la Società informa che allo stato non si sono ancora realizzate le condizioni necessarie per l’adesione di Atlantia al Consorzio finalizzato alla presentazione di un’eventuale offerta vincolante su Alitalia – sottolinea Atlantia in una nota -. Resta in ogni caso ferma la disponibilità di Atlantia a proseguire il confronto per l’individuazione del partner industriale e per la definizione di un business plan condiviso, solido e di lungo periodo per il rilancio di Alitalia”.
Alitalia, si pensa a un piano B: nazionalizzazione a tempo

DI LUCIO CILLIS

Filt Cgil, Fit Cisl, Uiltrasporti e Ugl Trasporto aereo proclamano uno sciopero nazionale di 24 ore del trasporto aereo per venerdì 13 dicembre. Alla base della protesta, il perdurare della crisi di Alitalia, la situazione del comparto del trasporto aereo, per il quale i sindacati chiedono a tutte le aziende l’applicazione del contratto di settore, e il rifinanziamento del Fondo di Solidarietà del trasporto aereo.
Nel primo pomeriggio i commissari di Alitalia – Daniele Discepolo, Enrico Laghi e Stefano Paleari – si recheranno al ministero dello Sviluppo economico per incontrare il ministro Stefano Patuanelli. Nel corso dell’incontro, verrà fatto il punto della situazione.  “Ci sono buoni passi avanti”, ha detto oggi Patuanelli a margine di una audizione in Commissione di Vigilanza Rai, rispondendo alle domande sulla scadenza. Patuanelli ha ricordato che “i tempi si stringono come si stringono anche i dossier”, negando poi che ci sia la possibilità di un’altra proroga.

20/11/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Engineering, da Maire Tecnimont investimenti per 50 milioni nella ricerca

Q.E.T.

L’amministratore delegato del gruppo Pierroberto Folgiero ha annunciato nuovi investimenti entro il 2021 per cogliere la transizione al digitale

Maire Tecnimont «negli ultimi cinque anni ha investito più di 50 milioni di euro nell’innovazione» ed «entro il 2021 effettuerà significativi investimenti per spingere la trasformazione digitale, con l’obiettivo di ripagarli in 12-24 mesi». Lo ha detto l’amministratore delegato del gruppo Pierroberto Folgiero, in occasione di “Beyond digital”, un incontro organizzato dal gruppo con l’obiettivo di «andare oltre la retorica sulla digitalizzazione».
«Spesso si abusa della parola digitalizzazione senza contenuti. Noi essendo un’azienda di ingegneria, quindi pragmatica, vogliamo avere lo stesso approccio pragmatico», ha spiegato il presidente e fondatore di Maire Tecnimont, Fabrizio Di Amato, aggiungendo che «per Maire Tecnimont digitalizzazione e transizione energetica sono due grandi opportunità da cogliere in maniera complementare». L’obiettivo del gruppo di ingegneria impiantistica «è creare un nuovo modello operativo che punti sull’engagement delle persone e sul rafforzamento dei processi trasversali di filiera». In particolare, Maire Tecnimont «punta a rafforzare in modo ancora più efficace il proprio ruolo di orchestratore digitale delle oltre 6mila aziende della propria catena di fornitura, offrendo ai propri clienti nuovi servizi, nonché consentendo recuperi di efficienza e di produttività sia in fase di realizzazione che di gestione dell’impianto».

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20/11/2019 – Il Sole 24 Ore
Sblocca cantieri, il governo adotta un’ opera per ogni Regione

Palazzo Chigi. Il sottosegretario Turco: «Individuati 9 investimenti prioritari al Sud e nelle Marche, poi Centro-Nord». Si parte dalla Ragusa-Catania. Spesa Fsc a 900 milioni su 64 miliardi programmati
ROMA Il governo prova a correre ai ripari rispetto ai tassi bassissimi di spesa del Fondo sviluppo coesione (900 milioni spesi su 63,8 miliardi programmati fanno l’ 1,4%) concentrando la propria strategia sullo sblocco di alcune grandi opere, una per ciascun regione. «Abbiamo già individuato – dice il sottosegretario a Palazzo Chigi con delega agli investimenti, Mario Turco- nove interventi prioritari per altrettante regioni, le otto del Sud più le Marche. Partiremo con un’ opera fondamentale, ferma da trenta anni, come l’ autostrada Ragusa-Catania». È un intervento da 700 milioni, ha un progetto definitivo che ha ridotto i costi rispetto agli 815 milioni previsti in origine, 68,7 chilometri. Si continuerà con la statale 7 ter Salentina da Bradanico a Salentino, con ammodernamento del tronco Manduria-Lecce e tratto Taranto-Lecce (50 milioni). Le altre opere su cui si concentreranno sforzi e risorse saranno la statale 372 Telesina in Capania (460 milioni), il secondo lotto della variante di Palizzi Marini sulla statale 106 Jonica in Calabria (97,9 milioni), la Carlo felice in sardegna (79,6 milioni), la statale 17 in Molise (130 milioni), la statale 18 Tirrena inferiore in Basilicata (48,9 milioni), la tangenziale sud dell’ Aquila in Abruzzo (fino a 136,8 milioni), la statale 16 Adriatica nelle Marche (249,8 milioni). Queste opere saranno adottate dal governo. «Lavoreremo su queste opere – dice Turco – con la cabina di regia interministeriale insediata a Palazzo Chigi. Seguiremo l’ opera passo passo, sugli aspetti finanziari e amministrativi, insieme al responsabile dell’ opera, fino a sbloccarle». Un metodo nuovo nella consapevolezza che l’ intero governo deve essere impegnato a risolvere il principale problema delle infrastrutture in Italia oggi, «i tempi eccessivi fra la programmazione delle opere e la spesa». La situazione del Fondo sviluppo coesione è drammatica: anche i livelli di appalto restano bassissimi, 3,4 miliardi, pari al 5,3% dei 63,8 miliardi programmati. Per questo il Cipe ha deciso di concentrare la spesa su alcune opere simbolo. «Il metodo che ci siamo dati – dice Turco – è scegliere ogni 20 giorni 7-8 opere prioritarie su cui concentrare l’ attenzione». Si tenta di rimediare alle cause piccole e grandi che hanno prodotto una riduzione degli investimenti pubblici dell’ ordine del 30% dal 2007 a oggi. È chiaro, però, che la strada è in salita. «La curva degli investimenti negli ultimi dodici anni – dice Turco – dimostra anzitutto che nel 2009 si fece un errore drammatico con la politica di austerità europea: si pensava di essere usciti definitivamente dalla crisi del 2007, mentre la crisi era appena cominciata. Questo ha portato non solo a un abbattimento della spesa ma anche a un impoverimento della capacità professionale delle amministrazioni. Un buco di capitale umano che ha impedito la staffetta generazionale e ha portato la perdita di professionalità dentro le amministrazioni. Infine c’ è il disastro del codice appalti che ha reso difficile e lungo anche realizzare una piccola opera». Turco propone, per altro, una modifica all’ articolo 50 del codice appalti che risponda a un altro dei grandi problemi del momento, la crisi finanziaria di molte imprese appaltatrici. «Serve in sede di gara – dice – una certificazione, data dalle banche finanziatrici di un’ opera o dal collegio dei revisori in caso di società quotata o da un professionista abilitato che accerti, sulla base degli stessi criteri della riforma fallimentare, che l’ impresa non versi in stato di insolvenza o di crisi finanziaria». © RIPRODUZIONE RISERVATA. Giorgio Santilli

20/11/2019 – Italia Oggi

Adempimenti in crescita

Presentate alla Camera le proposte di modifica del Cno al dl fiscale. Rivedere le norme su compensazioni e appalti

Escludere i lavoratori autonomi dalla norma che prevede la possibilità di compensare crediti di natura fiscale per importi superiori a 5 mila euro annui (art.3 dl 26 ottobre 2019, n.124) e modificare la disciplina in materia di ritenute e compensazioni in appalti e subappalti (art. 4). Sono queste, in sintesi, le proposte di modifica al decreto fiscale, attualmente in discussione presso la commissione finanze della Camera dei deputati, presentate dal Consiglio nazionale dell’ordine dei consulenti del lavoro. Per la categoria una riorganizzazione del sistema tributario è ormai necessaria e improcrastinabile. Gli intenti di lotta all’evasione fiscale e di semplificazione, più volte richiamati nelle ultime riforme, non hanno ancora trovato piena corrispondenza nell’operatività. Al contrario, invece, si sono moltiplicati gli adempimenti, le dichiarazioni, le scadenze e le richieste di documentazione nei confronti di contribuenti, imprese e professionisti, provocando disagi e aumento di costi legati alle attività di questi soggetti. Il Consiglio nazionale dell’ordine, dunque, pur condividendo l’intento di contrastare l’evasione, perseguito con il decreto fiscale, ha espresso alcune perplessità nel documento presentato in commissione, in particolare sui mezzi e le modalità individuate, che complicano ancor di più l’attuale sistema. In riferimento al contrasto alle indebite compensazioni, la modifica all’articolo 17, comma 1, del dlgs n. 241/1997, introdotta dall’art. 3 comma 1, del dl 124/2019, viene estesa, oltre all’Iva, a tutte le tipologie di crediti di natura fiscale. I maggiori disagi ricadono, dunque, sui lavoratori autonomi che sono già soggetti alle ritenute, a titolo di acconto, dell’imposta sul reddito, peraltro già certificate dal committente e conosciute dall’Agenzia delle entrate. La norma, infatti, permette di compensare crediti fiscali per importi superiori a 5 mila euro annui, a partire dal 10° giorno successivo a quello di presentazione della dichiarazione da cui emerge il credito. Ne derivano enormi difficoltà finanziarie per i soggetti di cui agli articoli 53 e 54 del dpr 917/1986, che dovranno posticipare notevolmente il termine da cui effettuare le compensazioni «orizzontali», con ricadute sull’esercizio delle loro attività. Pertanto, il Consiglio nazionale ha chiesto di modificare il comma 1 dell’art. 3 del decreto, escludendo tali soggetti. Un’altra proposta di modifica è quella inerente l’art. 4 del provvedimento: ritenute fiscali e compensazioni in ambito appalti e subappalti ed estensione del regime del reverse charge. È condivisibile, per i consulenti del lavoro, l’ampliamento dell’inversione contabile se si persegue l’obiettivo di contrastare e arginare il fenomeno dell’evasione dell’Iva nei contratti di appalto e subappalto caratterizzati da prevalente utilizzo di manodopera. Ma il meccanismo di comunicazioni incrociate, derivante dall’estensione, risulta troppo complesso e gravoso e numerosi gli adempimenti relativi al versamento delle ritenute fiscali di lavoro dipendente ad opera del committente in luogo dell’appaltatore, dell’affidatario o del subappaltatore (cd. sostituto del sostituto d’imposta). Sulle imprese, quindi, ricadrebbero oneri amministrativi non proporzionati all’intento prefissato. Da qui la richiesta, avanzata dalla categoria, di eliminare la norma o, in subordine, di rideterminarla. Si potrebbe, innanzitutto, limitare la platea dei destinatari alle sole ipotesi di contratto di appalto e di subappalto di servizi endo-aziendali; semplificare la procedura introducendo un servizio informatizzato di controllo dell’operato dell’appaltatore/subappaltatore e, infine, escludere dall’obbligo di versamento al committente anche le piccole e medie imprese, di fatto discriminate rispetto ai soggetti di maggiore dimensione.

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20/11/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Puglia, ex assessore Caracciolo e altre otto persone indagate per turbativa d’asta e corruzione

  1. E. T.

Le due presunte gare truccate riguardano la costruzione di una scuola a Corato e di un impianto per trattamento rifiuti ad Andria da 27 milioni

La Procura di Bari ha chiuso le indagini nei confronti di nove persone, tra le quali il consigliere regionale ed ex assessore pugliese all’Ambiente Filippo Caracciolo, accusate a vario titolo di concorso in turbativa d’asta, corruzione e falso con riferimento a due presunte gare truccate per la costruzione di una scuola a Corato e di un impianto per trattamento rifiuti ad Andria. Caracciolo rimise le deleghe da assessore nel febbraio 2018, all’indomani dell’avviso di garanzia da parte della magistratura barese.
Nell’inchiesta, coordinata dalla pm Salvina Toscani, sono indagati, oltre Caracciolo, l’ex direttore generale di Arca Puglia, Sabino Lupelli, gli imprenditori Massimo e Amedeo Marino Onofrio Manchisi, il dirigente comunale di Barletta Donato Lamacchia, gli imprenditori Alessandro Ermini e Rossano Dell’Innocenti, l’ex direttore generale di Amiu Puglia Antonio Di Biase, Il dirigente tecnico dell’Aro 2 Bat dei Comuni di Andria, Minervino Murge, Spinazzola e Canosa di Puglia Antonio Dibari. L’inchiesta è nata da un altro procedimento su un presunto giro di tangenti in cambio di appalti dell’Arca Puglia, l’agenzia regionale che gestisce le case popolari, nell’ambito del quale l’ex dg Lupelli e l’imprenditore Massimo Manchisi hanno patteggiato la pena.
In questa seconda indagine la Procura di Bari contesta agli indagati due presunti appalti truccati. Il primo, risalente al novembre 2017, riguarda la gara indetta dal Comune di Corato per la costruzione della nuova sede della scuola media Giovanni XXIII aggiudicata alla società cooperativa Consital della quale era consorziata la Caementarius Srl degli imprenditori Menchisi.
Secondo l’accusa Caracciolo avrebbe indotto il dirigente comunale Lamacchia a favorire la società dei fratelli Manchisi promettendogli in cambio il proprio interessamento per l’assunzione di un incarico dirigenziale alla Regione Puglia. In questa vicenda Lupelli avrebbe fatto da intermediario tra Caracciolo e gli imprenditori, assicurando in cambio all’assessore sostegno elettorale. Il secondo appalto ritenuto truccato, risalente allo stesso periodo, riguarda la gara da circa 27 milioni indetta dall’Aro 2 Bat per «l’affidamento della concessione di costruzione e gestione del complesso impiantistico per il trattamento della Forsu (frazione organica del residuo solido urbano) ed opere accessorie ad Andria». La gara venne aggiudicata all’Ati di cui faceva parte la società Green Project Srl degli imprenditori Ermini e Degl’Innocenti.
Stando all’ipotesi accusatoria Caracciolo, assicurando a Di Biase e Dibari, rispettivamente componente della commissione e rup della gara, il loro inserimento nel suo gruppo di lavoro presso l’assessorato regionale, avrebbe indotto i due pubblici ufficiali a favorire gli imprenditori indagati. Da questi ultimi avrebbe poi ottenuto alcuni mesi dopo la costituzione di una società di consulenza, la Biobat srl, con sede legale ad Andria, nello stesso luogo dove ha sede la società Cannone srl di cui l’ex assessore è direttore tecnico.

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20/11/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Oltre il Ppp. «Outcome-based contract»: quando pubblico e privato si incontrano per creare valore

Veronica Vecchi(*) e Francesca Casalini (**)

Come funziona e dove potrebbe essere applicato in Italia lo strumento che la Commissione Ue propone con la Bei per opere a “impatto sociale”

In italiano potremmo definirli “contratti a impatto sociale”, ma questi strumenti sono più noti con il nome outcome-based contracts, nonché un’altra pluralità di termini anglosassoni quali social impact bond (Sib), payment-by-results o payment-for-success contracts. Si tratta di strumenti contrattuali e finanziari che la Commissione Europea, con il supporto della Banca Europea per gli Investimenti, sta promuovendo in luogo di forme più tradizionali di erogazione e gestione dei servizi pubblici, per dare risposte nuove a bisogni sociali emergenti. Anche a livello nazionale, la Presidenza del Consiglio dei Ministri, a giugno 2019, ha lanciato un fondo per l’innovazione sociale (disciplinato dal Dpcm 21 dicembre 2018), per promuovere la sperimentazione di modelli innovativi di servizi, secondo lo schema degli outcome-based contracts, in particolare per favorire l’inclusione sociale di gruppi svantaggiati, l’animazione culturale e la rigenerazione delle periferie, e la lotta alla dispersione scolastica.
Questi strumenti si configurano nell’ambito di un nuovo paradigma relativo all’evoluzione del ruolo della Pubblica amministrazione, che sta progressivamente sostituendo e innovando il New Public Management (NPM), che diede vita, negli anni novanta, a molte innovazioni manageriali che hanno consentito un rinnovamento dei modelli di gestione dei servizi pubblici. Questo nuovo paradigma prende il nome di New Public Governance (NPG) o Public Value (PV) e si fonda sulla necessaria collaborazione tra pubblico e privato per conseguire non solo maggior efficienza (principale obiettivo del NPM), ma anche maggiore innovazione sociale e valore pubblico, vero focus di questo nuovo paradigma emergente, rispetto a cui ciò che conta non è la natura del soggetto che eroga il servizio ma la reale creazione di maggior valore e benessere per i cittadini e la società in generale. Allo stesso tempo, questi strumenti si inseriscono anche nell’evoluzione del ruolo del privato nell’economia e nella società, abbracciando l’approccio della finanza a impatto sociale (in inglese, impact investing) e della creazione di valore condiviso (shared value creation), che vedono aziende e investitori privati sempre più attivi nel generare, attraverso le loro attività core di impresa e i loro investimenti, non solo meri ritorni finanziari, ma anche un contributo per le comunità locali e un miglioramento della società nel suo complesso.
Effettivamente, negli anni più recenti si sta assistendo a un cambio di passo molto significativo da parte delle imprese e degli investitori, per i quali la società non è più solamente terreno verso cui orientare azioni filantropiche volontarie finanziate con budget importanti ma comunque limitati, ma piuttosto la società e le sfide sociali (tra cui in primis il cambiamento climatico) stanno diventando parti fondanti della strategia ibrida di impresa. Secondo il rapporto Global Sustainable Investment Alliance (2018), gli investimenti sostenibili sono passati da 23 a 32 trillioni di dollari dal 2016 al 2018 e includono sempre di più non solo forme i cosiddetti “negative/exclusionary screening“, ovvero quegli investimenti che escludono determinati settori o aziende ma progressivamente anche investimenti finalizzati a conseguire obiettivi ambientali, di governance e sociali (criteri ESG – environmental, social & governance). Questi ultimi sono cresciuti del 69% in due anni, raggiungendo il valore di 17,5 trilioni di dollari.
Da un punto di vista operativo, gli outcome-based contracts seguono la logica del partenariato pubblico-privato (Ppp), dove per privato si intende una pluralità di soggetti che include non solo investitori responsabili ed erogatori dei servizi, ma anche altri soggetti esperti del settore e i beneficiari stessi, secondo logiche di co-design e co-creation dei servizi. A differenza dei modelli più tradizionali di Ppp, la Pubblica amministrazione non commissiona e paga per la disponibilità di un’infrastruttura o di un servizio, ma per il raggiungimento di determinati risultati e impatti sociali. La logica sottostante si basa sull’idea che questi risultati e impatti sociali si traducano in maggiori risparmi futuri (dovuti proprio alla riduzione dei maggiori costi per i bilanci pubblici e la società di un problema sociale non risolto), grazie ai quali remunerare il capitale dei soggetti privati finanziatori del progetto. I risparmi conseguibili sono di due tipi: di breve periodo, per l’amministrazione (ad esempio, nel caso della riduzione della dispersione scolastica, si avrebbe un risparmio diretto sui costi legati alla ripetenza di un anno di scuola); di medio-lungo periodo, per la collettività (ad esempio, alla dispersione scolastica è associata, in età adulta, una maggiore probabilità di disoccupazione, scarsa salute fisica o mentale, abuso di droghe e criminalità, con maggiori costi pubblici e privati) Da un punto di vista contrattuale, dunque, gli outcome-based contracts dovrebbero essere strutturati nella forma della concessione, al fine di dare all’operatore economico gli incentivi per conseguire i risultati e gli impatti attesi, ossia un meccanismo di premialità in caso di successo o, viceversa, di perdite in caso di insuccesso.
Creati per la prima volta nel Regno Unito nel 2010 (dove gli outcome-based contracts sono stati chiamati social impact bond, termine che comunque non ha nulla a che vedere con l’emissione di strumenti finanziari, almeno così non è stato) per risolvere il problema della recidiva tra i carcerati, in nove anni sono stati implementati 137 progetti a livello internazionale. Quasi il 40% di questi progetti sono stati finalizzati a promuovere lo sviluppo e l’inserimento lavorativo di categorie di lavoratori svantaggiati, come ad esempio i rifugiati, i Neet (i giovani che non studiano né lavorano) o le persone affette da disabilità, mentre la restante parte ha cercato di promuove modelli innovativi di social housing, migliorare l’efficacia dei modelli educativi e ridurre l’abbandono scolastico o, ancora, sostenere la salute e il benessere delle famiglie a basso reddito. Escludendo il Regno Unito, dove questo modello è stato ampiamente adottato anche grazie a una forte spinta governativa, nell’Europa continentale è stato sperimentato in Olanda, Francia, Germania, Portogallo, Belgio, Finlandia, Austria e Svizzera.
Uno studio realizzato da Sda Bocconi, volto ad analizzare i risultati delle esperienze internazionali, ha messo in evidenza che si è trattato di progetti di piccole dimensioni, con un ammontare comprensivo di spese per investimenti e spese di gestione dei servizi, in media su 137 progetti, pari a 4,2 milioni di euro. Si è trattato, quindi, di progetti con una rilevanza circoscritta principalmente a livello locale, scarsamente replicabili e livello nazionale e internazionale, che difficilmente hanno attratto investitori privati istituzionali. I principali finanziatori sono state fondazioni del territorio, con un chiaro mandato di allocare risorse a progetti a impatto sociale, motivate dal testare lo strumento più che conseguire un ritorno finanziario calmierato rispetto al raggiungimento dei risultati e impatti sociali. Un altro limite rilevato dallo studio è che, date le difficoltà nel collegare, in un rapporto causa-effetto, l’erogazione di un determinato servizio e il conseguimento di risultati e impatti sociali misurabili, la maggior parte degli outcome-based contracts internazionali ha previsto l’implementazione di modelli di servizio esistenti e già sperimentati, sicuramente meno rischiosi ma, al tempo stesso, molto meno efficaci nel dare una risposta innovativa a bisogni emergenti.
In Italia, nonostante negli ultimi tre anni sia stato condotto qualche studio di fattibilità, manca ancora una progettualità concreta, complice anche la scarsa chiarezza su come configurare questi strumenti nel panorama normativo, istituzionale e finanziario nazionale. L’implementazione di questi contratti richiederebbe una maggior visione da parte degli amministratori locali e dei dirigenti pubblici, che spesso preferiscono soluzioni tradizionali in quanto percepite come più semplici e meno rischiose. Per attrarre investitori istituzionali, come ad esempio i fondi pensione e le assicurazioni, che in Italia gestiscono, rispettivamente, circa 250 e 800 miliardi di euro e che sono alla ricerca di rendimenti adeguati in considerazione del trend di tassi quasi-zero sui titoli obbligazionari pubblici, sarebbe necessario non limitarsi a piccoli progetti pilota locali, come previsto dal fondo per l’innovazione sociale della Presidenza del Consiglio, il cui spirito ricalca molto il modello dei SIB inglesi, ma avviare una pipeline strutturata di contratti. Tra l’altro questi modelli contrattuali, al di là del modello anglosassone del social impact bond e di orientamenti comunitari che tendono a vederne l’applicazione a settori puramente e tradizionalmente sociali, ben si prestano anche per rinnovare il modello tradizionale del Ppp, che sta scontando proprio in questi ultimi anni una sorta di non accettazione sociale o la cui scarsa diffusione è attribuibile al fatto che il Ppp è ancora percepito e utilizzato solo per far fronte ai limiti finanziari pubblici.
È evidente che se il Ppp è utilizzato in modo tradizionale, i benefici che potrà generare sono limitati e possono sempre prevalere le logiche di selezione della tipologia di contratto basate sul costo del capitale. È evidente che è riduttivo e profondamente sbagliato, da un punto di vista economico, confrontare tel quel il costo del denaro pubblico con quello privato, senza considerare i rischi e anche il costo della sottoperformance in termini di risposta ai bisogni.
Gli outcome-based contract, invece, per loro natura stimolano la capacità dell’operatore economico di individuare soluzioni e modelli in grado di rispondere a determinati fabbisogni e quindi possono generare soluzioni che non sarebbero possibili nell’ambito di schemi tradizionali di appalto, proprio perché verrebbe a mancare l’incentivo a conseguire il risultato sociale. Per questo motivo questi contratti ben si prestano anche ai settori quali quello della scuola, dove l’obiettivo potrebbe non essere solo la riduzione della dispersione scolastica, ma anche quello di offrire formazione più vicina al mercato del lavoro o attività pre-post scuola per favorire la parità di genere. Oppure al settore sportivo, dove, diversamente dal tradizionale Ppp, l’obiettivo non sarebbe la mera costruzione dell’impianto sportivo ma anche l’aumento della pratica sportiva tra i giovani e quindi la riduzione della sedentarietà dei bambini e della correlata obesità infantile. Oppure al settore sanitario, dove il tema della mobilità passiva, delle liste d’attesa o della diffusione della medicina preventiva sono temi molto rilevanti per alcuni regioni. Oppure al tema della gestione urbana, dove sicurezza, riduzione dell’inquinamento e del traffico sono temi cruciali.
Una ricerca di Censis-Aipb (Associazione Italiana Private Banking) recentemente pubblicata e ripresa da diverse testate giornalistiche ha rivelato come un 30% degli intervistati (ovvero i cosiddetti High Net Worth Individuals) vedrebbe in modo favorevole l’impiego dei loro capitali per infrastrutture e servizi pubblici. La ricchezza finanziaria netta privata degli italiani è molto consistente; a livello nazionale ammonta al 200% del Pil, a fronte di un debito pubblico del 132% che non consente più di fare gli investimenti necessari per supportare la crescita ma anche per rispondere ai diversificati fabbisogni della società.
Per attirare queste risorse, servono più forme di partnership pubblico privato, nella forma della tradizionale concessione, a tariffazione sull’utenza o sulla Pa (per quei servizi finanziati a fiscalità generale), o anche nella forma dell’outcome – based contract. Va, però, superata una incomprensione di fondo: i capitali privati, sempre più invisi a una pubblica amministrazione chiusa in sé stessa e incapace di innovare, non sono altro che i capitali dei cittadini, che se ben investiti sono in grado di generare un ritorno finanziario (e quindi ricchezza per il paese – ritorno che poi sarebbe peraltro tassato e quindi si avrebbe l’effetto anche di un maggior gettito fiscale) ma anche un incremento della qualità dei servizi e quindi del benessere. Inoltre, più contratti pubblico-privato significherebbe anche maggior PIL e occupazione.
Non si tratta di soluzioni impossibili da implementare, ma richiedono un policy maker più illuminato, che sappia cogliere le opportunità che il mercato è in grado di offrire, facendo leva su una straordinaria progressiva vicinanza delle imprese alla società, quale modalità per assicurare una crescita sostenibile. Servono poi progetti pilota, su cui ritornare a sperimentare modelli e soluzioni. E infine, servirebbe utilizzare il procurement e il codice dei contratti pubblici come strumento di crescita economico-sociale, che è il razionale alla base delle direttive comunitarie appalti e concessioni.
(*) Associate professor of Practice Sda Bocconi School of Management
(**) Junior lecturer Phd Candidate Sda Bocconi School of Management
Primo di tre articoli sugli outcome-based contracts, realizzati in collaborazione con Sda Bocconi per discutere come implementare dal punto di vista giuridico questi contratti e individuare possibili ambiti di applicazione in Italia.

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