Rassegna stampa 19 novembre 2019

19/11/2019 – Il Messaggero

Asta Sorgenia, Iren in campo con l’ impegno di un miliardo

Via libera alla multiutility dai Comuni soci Ma la Borsa ha dubbi sulla tenuta dei conti
LA SHORTLIST ROMA A2a in tandem con il gruppo ceco Eph, quindi Acea, e poi il fondo americano ContourGlobal, il fondo F2i e persino uno delle società legate al gruppo Blackstone hanno scelto di entrare nella shortlist per valutare l’ acquisizione di Sorgenia, messa in vendita dal pool di banche azioniste tra cui spiccano Mps con il 23%, Bpm con il 22%, Ubi con il 19%, Unicredit e Intesa ciascuna con il 10%. Di recente è entrata in lizza anche Iren, la municipalizzata di Torino, Genova, Reggio Emilia e Parma. Sul finire della scorsa settimana, i sindaci dei Comuni che controllano Iren (Genova con il 18,8%, Torino con il 13,8%, Reggio Emilia con il 6,4% e Parma con il 3,1%, ufficializzato l’ appoggio all’ ad Massimiliano Bianco che si è dichiarato pronto a partecipare all’ asta per rilevare Sorgenia. La decisione tuttavia lascia perplessi molti analisti – Iren è quotata in Borsa e vale 3,6 miliardi – per le conseguenze che l’ operazione potrebbe avere sui bilanci della multiutility, oggi ben gestita. Sorgenia è infatti una società sulla quale nonostante l’ equilibrio ritrovato, pesano ancora oltre 800 milioni di debiti a fronte di una valutazione di circa 1 miliardo. Tra l’ altro, acquisendo l’ ex società del gruppo De Benedetti, Iren non conseguirebbe l’ obiettivo di accrescere la massa critica nel territorio di vocazione, ma deconcentrerebbe la sua attività acquistando centrali a ciclo combinato situate in Lazio, Lombardia, Puglia e Molise, andando ad investire in territori lontani dai suoi tradizionali. IL CASO TORINO Inoltre, sempre secondo gli analisti, l’ operazione metterebbe in forse gli obiettivi del piano industriale presentato solo poche settimane fa che prevede il mantenimento del debito entro un livello di 3 volte l’ ebitda, investimenti sul territorio in servizi ed economia circolare per 3,3 miliardi e la remunerazione crescente per gli azionisti, tra cui l’ indebitato Comune di Torino. Per non dire che Iren si sta muovendo anche su un’ altra acquisizione, dai contorni ancora incerti (potrebbe essere una jv): quella dell’ utility idroelettrica della Valle D’ Aosta, per la quale è previsto in settimana un incontro tra autorità valdostane e sindaci del patto Iren che potrebbe implicare nuovi investimenti ingenti. In questo caso, però con una continuità territoriale e di business più evidente. Va aggiunto che Iren, per il Comune di Torino, costituisce una fonte certa: nel 2018 ha ricevuto 15 milioni di dividendi: preziosi ma non sufficienti, visto che nel 2017 la sindaca Appendino si è trovata costretta a cedere quote della multiutility per far quadrare il bilancio. Infine, non è chiaro come potrà Iren continuare a sostenere i bilanci dei Comuni soci se si impegna in un’ acquisizione che vale circa 1 miliardo in una società, qual è Sorgenia, che nel 2017 (ultimi dati noti) ha fatturato 1,3 miliardi con utile di 44 milioni. L. Ram. © RIPRODUZIONE RISERVATA.

19/11/2019 – L’Eco di Bergamo
A2A, a Bergamo un impatto da 133 milioni

Il bilancio territoriale Il valore distribuito in città e provincia nel 2018 è aumentato del 52% in un solo anno Investimenti per 18 milioni. Il sindaco Gori: «Risultati rilevanti, ma sulla sostenibilità non ci accontentiamo»
Chi pensa che A2A sia solo sinonimo di gas e luce si sbaglia. Lo dimostrano i dati del bilancio di sostenibilità territoriale presentato ieri dai vertici del colosso energetico di cui il Comune di Bergamo è azionista intorno all’ 1%. Sono i numeri, tanti, che misurano l’ impatto dell’ azienda sul territorio bergamasco nel corso del 2018. Il valore economico totale è di 133 milioni di euro, di cui 18 solo di investimenti, in crescita del 52% rispetto agli 87 milioni del 2017. Un dato complessivo quantitativamente importante che si declina in tante azioni promosse nei vari ambiti di intervento. Non solo gas e luce, come detto, ma anche la raccolta differenziata dei rifiuti e la loro trasformazione in energia attraverso la rete di teleriscaldamento diffusa in oltre 29 mila appartamenti, l’ illuminazione pubblica con 16.026 lampadine a led installate negli ultimi anni, le 32 colonnine di alimentazione del car sharing elettrico, i progetti di smart city come le isole digitali e i sensori intelligenti per mostrare l’ utilizzo dei parcheggi. Nel totale di 133 milioni è compreso anche l’ impatto «interno», cioè l’ offerta di lavoro garantita in Bergamasca con le relative ore di formazione per i 417 dipendenti orobici (32 assunti nel 2018), i contratti gestiti con i fornitori per 93 milioni di euro. E poi ancora gli effetti sulla sostenibilità ambientale,come le 37 mila tonnellate di anidride carbonica evitate (19 mila solo per il teleriscaldamento) grazie all’ utilizzo di termovalorizzatori e centrali, i 50 GWh di energia rinnovabile venduta ai 14.706 clienti elettricità. «I risultati ottenuti da A2A a Bergamo sono molto significativi – commenta il sindaco Giorgio Gori -. Con il passare degli anni la società è passata da erogatore di servizi classici a partner importante per teleriscaldamento, illuminazione pubblica, mobilità elettrica, smart city. Anche noi abbiamo l’ obiettivo di promuovere lo sviluppo sostenibile e quindi siamo consapevoli che non dobbiamo accontentarci del 71,3% di raccolta differenziata. Vogliamo fare di più, ma ci conforta il fatto che il 100% dei rifiuti venga valorizzato attraverso la raccolta oppure il conferimento in impianti di termovalorizzazione. Che hanno emissioni largamente al di sotto delle soglie». Da quest’ anno A2A ha deciso di misurare i risultati con il paragone ambizioso dell’ agenda 2030 definita dall’ Onu. «In questo modo – spiega il presidente A2A Giovanni Valotti – possiamo capire se le azioni sono in linea con gli obiettivi oppure vanno ricalibrate. I pilastri sono la decarbonizzazione attraverso l’ utilizzo di fonti rinnovabili, l’ implementazione di reti e servizi, il lavoro sulle persone. Siamo l’ unica azienda che articola i suoi bilanci sui territori. È uno sforzo enorme, ma ci siamo messi in ascolto per capire le varie esigenze». Tra i numeri più significativi citati dall’ amministratore delegato di A2A Valerio Camerano, ci sono le 37 mila tonnellate di CO2 evitate grazie ai termovalorizzatori e alle centrali di cogenerazione, «un dato che insieme alla percentuale di raccolta differenziata pone Bergamo tra le migliori città europee. Può essere un motivo di grande soddisfazione per i cittadini e anche per noi. E sul fronte occupazione vogliamo sottolineare il centinaio di assunzioni in Bergamasca negli ultimi quattro anni, quasi tutti giovani sotto i 30 anni. Uno dei settori in cui investiremo ancora è la smart city: vogliamo implementare la rete per rendere Bergamo ancora più smart attraverso l’ utilizzo dei sensori». Isaia Invernizzi

18/11/2019 – Diritto 24

PEDERSOLI CON SNAM NELL’ACQUISIZIONE DI TEA SERVIZI

Pedersoli Studio Legale ha assistito Snam nell’ambito dell’acquisizione, tramite la società interamente posseduta Asset Company 4 S.r.l., dell’intero capitale sociale di TEA Servizi S.r.l., Energy Service Company (ESCo) attiva nella progettazione, realizzazione e conduzione di impianti termoidraulici ed elettrici per clienti industriali, con particolare focalizzazione sulla piccola e media impresa.

I legali interni di Snam, guidati dal General Counsel Marco Reggiani e dall’Head of Foreign Assets Legal Affairs Gloria Bertini, con la Senior Legal Counsel Valentina Milazzo, sono stati affiancati da Pedersoli con un team composto dall’Equity Partner Luca Saraceni e dall’Associate Gregorio Lamberti per i profili societari, mentre l’Equity Partner Sergio Fienga con l’Associate Alessandro Zuccaro hanno curato la due diligence amministrativa.

Giovanardi – Pototschnig con un team guidato dalla Counsel Giulia Quarato e dal Partner Marco Marinoni ha prestato assistenza alla società venditrice in tutte le attività funzionali all’operazione di cessione, fornendo supporto nell’organizzazione e gestione della due diligence, nell’impostazione dell’operazione e nella negoziazione dei termini di cessione

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19/11/2019 – Corriere della Sera
Cdp, motore per la crescita «Più dialogo tra le aziende»

Il premier: non serve solo per questioni contingenti. Palermo: nuove iniziative
ROMA «Il governo non intende guardare a Cassa Depositi e Prestiti come a un mero strumento per risolvere questioni contingenti e di breve periodo, ma ha bisogno del suo contributo per adottare una prospettiva di ampio respiro, per progettare l’ Italia di domani». Lo ha detto il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, intervenuto ieri con il capo dello Stato, Sergio Mattarella, e molti ministri del suo governo, al 170° anniversario della fondazione della Cassa Depositi. Un’ istituzione unica, controllata dal Tesoro e partecipata dalle fondazioni bancarie, ma che opera come un soggetto privato. Un gigante con un attivo di 425 miliardi (possiede partecipazioni in Eni, Poste, Italgas, Snam, Terna, Saipem, Fintecna, Fincantieri), che gestisce 260 miliardi di raccolta postale, i risparmi di 27 milioni di italiani. «Capitali pazienti» e orientati al lungo periodo che non puntano, ha detto il presidente Giovanni Gorno Tempini, «alla massimizzazione dei rendimenti, ma alla sostenibilità economica e finanziaria». E che fanno della Cdp uno strumento importante «di una moderna politica industriale», purché continui a operare, ha detto il ministro dell’ Economia, Roberto Gualtieri, sulla base dei suoi due pilastri statutari. «La gestione accorta e prudente del risparmio», e il «rispetto della norma che consente di assumere partecipazioni in società di interesse nazionale – ha detto il ministro – solo se caratterizzate da adeguate prospettive di redditività». La Cassa, che ha assunto questa sua veste nel 2003 per volere dell’ allora ministro dell’ Economia, Giulio Tremonti, non è, né sarà, dunque, una nuova Iri. Nella sua nuova vocazione, «un cambio di passo», come lo ha definito l’ amministratore delegato Fabrizio Palermo, la Cassa punta ad «essere più vicina al territorio», passando da semplice finanziatore a consulente degli enti locali, e mettendo a disposizione nuovi strumenti per le piccole imprese innovative, «e più attenta alla sostenibilità ambientale». La Cdp è stata la prima istituzione italiana ad emettere i «Social Bond» nel 2017, nel 2018 i «Sustainability Bond» per ammodernare il sistema idrico italiano, quest’ anno è arrivata una nuova emissione per la costruzione delle scuole, ed un bond per sostenere le aziende italiane in Cina. Oltre alle fonti tradizionali di provvista, come i Libretti e i Buoni postali (se ne stampano ancora un milione l’ anno e da ieri hanno anche una nuova veste grafica), la Cdp ha iniziato a emettere obbligazioni «retail» e annuncia nuove iniziative sul fronte dell’ equity. La raccolta postale continua ad essere «stabile e solida», ha detto Palermo, e sta diventando digitale, con oltre un miliardo e mezzo raccolti negli ultimi dodici mesi attraverso i canali online. «Oggi siamo chiamati a fare di più» ha detto Palermo. «Vogliamo fare sistema anche con altre aziende sulle energie rinnovabili e non solo». Mario Sensini

19/11/2019 – Il Sole 24 Ore
Ilva, il governo chiama Cdp per rilanciare l’ area di Taranto

Il vertice. Dall’ esecutivo la richiesta di valutare un intervento ad ampio raggio con le partecipate Conte: non guardiamo a Cassa per questioni contingenti. I paletti del Mef: lo statuto va rispettato
Roma È una trama ancora tutta da tessere ma di cui si cominciano a intravvedere i primi sviluppi. Perché nella partita sull’ ex Ilva di Taranto il governo sembrerebbe intenzionato a giocare tutte le carte a sua disposizione sfruttando anche il motore della Cdp. Senza però, come ha chiarito ieri il premier Giuseppe Conte, guardare alla spa di via Goito «per risolvere questioni contingenti ma in una prospettiva di ampio respiro e per creare nuova occupazione». Partendo da qui, le celebrazioni per il 170° anno di attività della Cassa, di scena ieri nel monumentale palazzo in ristrutturazione dell’ ex Poligrafico e Zecca dello Stato, sono diventate giocoforza teatro di un primo vero confronto vis-à-vis tra l’ esecutivo e i vertici della Cdp per capire quali strumenti possano essere mandati in campo al fine di evitare la chiusura dello stabilimento e assicurare il rilancio di un’ intera comunità. Così la richiesta del premier Giuseppe Conte di poter conoscere ieri al termine della cerimonia l’ ex numero uno delle fondazioni, Giuseppe Guzzetti, ha dato la stura a un confronto di quasi un’ ora nel corso del quale il presidente del Consiglio, affiancato dal ministro dell’ Economia, Roberto Gualtieri, avrebbe domandato ai vertici di Cassa, l’ ad Fabrizio Palermo e il presidente Giovanni Gorno Tempini, di valutare, insieme alle principali partecipate, i possibili margini di un intervento ad ampio spettro sul territorio con l’ obiettivo di sostenere l’ economia di Taranto e di ricreare condizioni attrattive per indurre altri investitori a scommettere sull’ area. Un metodo di lavoro, insomma, che riproduca quanto già fatto dalla Cassa a Genova dove, dopo il crollo del Ponte Morandi, la spa di via Goito, su forte impulso del suo ceo, ha sottoscritto un protocollo che coinvolgeva alcune delle sue controllate (Fincantieri Snam, Terna, e, fuori della galassia Cdp, Fs) e prevedeva un intervento su più binari (dal sostegno finanziario agli enti pubblici al supporto delle infrastrutture, fino a misure di ripristino e di rilancio del sistema produttivo). «Una Cassa che fa sistema» (copyright di Palermo), dunque, anche sulla difficile piazza tarantina. Dove, come ha poi spiegato Gorno Tempini, interpellato dopo la cerimonia, «il ruolo che Cdp può avere, al di là del coinvolgimento diretto nella vicenda che è oggetto di altre conversazioni, è di grande attenzione a quello che avviene sul territorio a livello di enti locali e di tutte le nostre società partecipate». Perché è chiaro che l’ eventuale discesa in campo della Cassa si gioca su più livelli, ma certo l’ ingresso della Cdp in AmInvest Co, il “braccio” italiano di Arcelor Mittal, non sembra al momento uno scenario facilmente percorribile anche se il numero uno dell’ Acri Profumo avrebbe ammesso ieri, parlando a margine della conferenza stampa sul fondo per il contrasto alla povertà minorile, che sul tema del coinvolgimento di Cdp con un intervento sul capitale dell’ ex Ilva «c’ è una seria valutazione in corso». Ma su questo tassello insistono sia i caveat rappresentati dallo statuto che vieta l’ ingresso in società di rilevante interesse nazionale che non risultino «in stabile situazione di equilibrio finanziario, patrimoniale ed economico» e che non abbiano «adeguate prospettive di redditività» («una norma che va rispettata», ha detto ieri Gualtieri), sia i paletti di Eurostat pronta a riclassificare la Cdp dentro il perimetro pubblico qualora il suo intervento si configuri come un aiuto di Stato. Per non dire delle resistenze delle fondazioni che, come ha ribadito ieri lo stesso Profumo nel suo intervento alla cerimonia, «saranno molto attente anche nei prossimi anni a che venga tutelato il risparmio privato di 27 milioni di risparmiatori affidato a Cdp, che venga garantita la redditività e la sostenibilità dei suoi impieghi coerentemente con lo statuto». Una direzione, quest’ ultima, che anche Guzzetti avrebbe poi ribadito al governo nel vertice improvvisato dopo la cerimonia . La strada di un intervento diretto nel capitale dell’ ex Ilva, foss’ anche attraverso una partecipata di Cdp, sembra dunque al momento più un’ ipotesi sullo sfondo. E, se anche si decidesse di tirarla fuori dal cassetto, la sua eventuale messa a terra richiederebbe un’ attenta analisi delle condizioni attuali dell’ ex Ilva e delle sue prospettive future, anche alla luce della previsione statutaria, con tempi di sicuro non stretti. Come quelli che furono necessari, due anni fa, per la due diligence di Cdp prima di deliberarne l’ intervento nella cordata AcciaItalia, poi uscita sconfitta nella gara indetta dal Mise. Mentre il governo ha bisogno di dare subito un segnale su Taranto, non solo ai Mittal. Da qui, la scelta di provare a battere la strada di una strategia ad ampio raggio che Cdp – al quale l’ esecutivo avrebbe chiesto ieri anche una consulenza tecnico-industriale nel confronto con il big franco-indiano – dovrà evidentemente ponderare con le sue partecipate per capire come il possibile supporto al territorio possa coordinarsi con i rispettivi business in modo da assicurare una boccata d’ ossigeno concreta. © RIPRODUZIONE RISERVATA. Celestina Dominelli

19/11/2019 – MF
La tentazione di trasformare l’ ircocervo in una nuova Iri

In un parterre de rois la Cassa Depositi e Prestiti ha festeggiato ieri i 170 anni. Al di là dell’ anno non consueto per celebrazioni della specie (di solito si commemorano i 25, 50, 75, 100 anni) è stata l’ occasione per fare un discorso, da parte degli intervenuti alla cerimonia, sulle prospettive di questa istituzione unica nel panorama italiano e forse non solo, perché, come ha detto il neo-presidente Giovanni Gorno Tempini, ha una proprietà in prevalenza pubblica ma opera con risorse raccolte e impiegate totalmente private. Si potrebbe definire un ircocervo, se non un centauro, per la proprietà in prevalenza pubblica ma caratterizzata da una minoranza -le fondazioni di origine bancaria – quali enti sì di utilità sociale ma assolutamente privati, i quali sono cruciali per l’ identikit istituzionale della Cassa. Forse la celebrazione di ieri aveva pure il recondito scopo di riportare al centro dell’ attenzione del Paese il ruolo di Cdp: una scelta che per essere completa dovrebbe però sottolineare pure i limiti, innanzitutto istituzionali, dell’ operatività, in una fase in cui a ogni pie’ sospinto si chiama in ballo la Cassa per una sorta di funzione taumaturgica, come da ultimo il caso Ilva dimostra, quando addirittura non si voglia rispecchiare nella stessa Cdp l’ immagine dell’ Iri di un tempo, per non dire poi quella della Gepi. Oggi è più che mai un vincolo della missione di questa istituzione la conciliazione tra l’ impulso allo sviluppo sostenibile, come ha affermato Gorno Tempini, con la tutela del risparmio di 27 milioni di italiani affidato alla Cassa per il tramite di Poste. Giustamente il presidente ha tenuto a ricordare il riferimento allo statuto, che, precisiamo noi, appunto inibisce il finanziamento di imprese in perdita. Sorta per il finanziamento del settore pubblico, in particolare nel campo degli enti locali con i famosi mutui ai Comuni, la Cdp ha progressivamente ampliato la sua funzione diventando con più nettezza un ente che vuole essere al servizio del Paese in generale. La riforma voluta nel 2003, nel secondo governo Berlusconi, dal ministro dell’ Economia Giulio Tremonti rappresenta una svolta, ma anche l’ apertura all’ analisi di alcuni nodi, quale quello della natura della Cdp come intermediario finanziario non bancario secondo l’ articolo 107 del Testo Unico Bancario, una qualificazione inferiore, come la Banca d’ Italia fece ai tempi presente al ministro, rispetto alla capacità operativa che invece l’ assimilerebbe a una banca vera e propria. La successiva, più recente assunzione della funzione di ente di promozione, l’ ampliarsi dei compiti anche a seguito dell’ approvazione di alcune leggine, l’ estendersi della rete delle partecipazioni, fino a quello che l’ amministratore delegato Fabrizio Palermo ha definito il cambio di passo riferendosi al piano industriale 2019-2020 renderebbero necessaria un’ organica chiarificazione sul mandato che si caratterizzi per la stretta coerenza tra le previsioni normative e statutarie e il concreto agire nonché le potenzialità operative. Lo sviluppo ulteriore dell’ attività nel campo delle infrastrutture, dell’ economia reale, dell’ innovazione, dello stesso «sociale» esigono una governance all’ altezza delle sfide – e l’ immissione al vertice di Gorno Tempini va in questa direzione – e nel contempo una chiarificazione sulla mission nonché sull’ assetto, con l’ occhio rivolto alla collocazione istituzionale oggi fuori dal perimetro del debito pubblico: uno status che è una risorsa formidabile per l’ opera di impulso dell’ economia, al quale contribuiscono in maniera cruciale le fondazioni. Se si deve guardare a Cdp, come ha detto il premier Giuseppe Conte, non per risolvere problemi contingenti ma per progettare l’ Italia del domani e se, come ha sottolineato il ministro dell’ Economia Roberto Gualtieri, occorre uno sforzo particolare per le pmi, allora l’ auspicato chiarimento di cui è fondamentale, a maggior ragione dopo i problemi riguardanti la governance segnalati dall’ uscita di Massimo Tononi. Del resto, lo stesso Gualtieri ha messo in evidenza la necessità di attuare una politica industriale moderna e al servizio della competitività, sulla base della sostenibilità e della coesione sociale e territoriale. Se, finalmente, ci si dota di una tale politica, allora è in un contesto del genere che Cdp può meglio svolgere la sua funzione senza essere strumento di politiche dirigistiche e anche senza l’ eventuale indeterminatezza di alcune sue funzioni. Senza riedizioni di istituti come l’ Iri, che ha ben meritato per lungo tempo ma ha poi imboccato un irreversibile declino. Insomma, ieri si è sottolineato il ruolo di un’ istituzione che, per il fatto di essere unica nel contesto istituzionale, deve curare allo stesso modo i vantaggi e le potenzialità del ruolo e la prevenzione dei rischi di una non voluta abnorme dilatazione strategica e operativa. (riproduzione riservata) ANGELO DE MATTIA

18/11/2019 – Diritto 24

OSBORNE CLARKE CON CASSA DEPOSITI E PRESTITI NEL BOND DA 500 MILIONI IN SUPPORTO DELLE PMI DEL MEZZOGIORNO

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Osborne Clarke ha assistito Cassa Depositi e Prestiti S.p.A in relazione alla concessione da parte di CDP a UBI Banca di un finanziamento del valore di Euro 500 milioni attraverso la sottoscrizione di un prestito obbligazionario senior unsecured destinato a sostegno dei nuovi investimenti delle imprese operanti nelle 8 Regioni del Mezzogiorno.

Il finanziamento rientra nell’ambito di un protocollo d’intesa siglato di recente con UBI Banca S.p.A che sancisce l’avvio di una collaborazione volta a promuovere iniziative congiunte finalizzate al sostegno delle imprese italiane.

Il team di Osborne Clarke è stato guidato dal partner Andrea Pinto (in foto), responsabile del dipartimento di Banking & Finance in Italia, con l’associate Francesca Princi e il trainee Jacopo Fossati.

Gli aspetti legali dell’operazione sono stati anche curati per CDP da un team legale interno composto da Antonio Tamburrano, responsabile legale business & financing e da Maurizio Iaciofano, responsabile legale imprese, infrastrutture e istituzioni finanziari, nonché da Roberto D’Andrea.

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19/11/2019 – Italia Oggi
Subappalto, limitazioni introdotte caso per caso

Lo chiede l’ Anac in una segnalazione a Camere e Governo
No al subappalto illimitato, ma le limitazioni potranno essere introdotte, motivatamente, caso per caso, dalle stazioni appaltanti; necessario un intervento urgente del legislatore per fornire indicazioni alle stazioni appaltanti. È quanto chiede l’ Autorità nazionale anticorruzione con la segnalazione del 13 novembre 2019 inviata a Governo e Parlamento, a seguito della sentenza della Corte di giustizia europea che ha dichiarato non conforme al diritto europeo il limite al subappalto pari al 30% del valore del contratto di lavori, forniture e servizi. Nella segnalazione il Consiglio dell’ Autorità precisa innanzitutto che, se da un lato la sentenza europea ha censurato il limite al subappalto previsto dal diritto interno, dall’ altro «non sembra aver stabilito la possibilità per gli offerenti di ricorrervi in via illimitata». Infatti, nota l’ Autorità, è la stessa normativa europea a fare intravedere che la regola generale cui attenersi è quella del subappalto di una porzione e non dell’ intera commessa. Per superare i rilievi della Corte di giustizia l’ Anac ipotizza di prevedere la regola generale dell’ ammissibilità del subappalto, richiedendo alla stazione appaltante l’ obbligo, alla stregua di fattispecie con finalità similari come la mancata suddivisione in lotti dell’ appalto di cui all’ art. 51, comma 1, del Codice, di motivare adeguatamente un eventuale limite al subappalto in relazione allo specifico contesto di gara, evitando di restringere ingiustificatamente la concorrenza. Dal punto di vista motivazionale la segnalazione, riprendendo spunti della sentenza della Corte europea, nota come si potrebbe fare riferimento al «settore economico o merceologico di riferimento», oppure alla «natura (ad esempio, principale/prevalente o accessoria) della prestazione», o ancora a «specifiche esigenze che richiedono di non parcellizzare l’ appalto, con finalità di carattere preventivo rispetto a fenomeni di corruzione, spartizioni o di rischio di infiltrazioni criminali e mafiose», o infine a esigenze «di carattere organizzativo, per una più efficiente e veloce esecuzione delle prestazioni». Possibili limitazioni potrebbero quindi essere inserite, ad esempio, laddove in un determinato settore merceologico vi fosse un limitato numero di operatori economici qualificati o di possibili partecipanti, «al fine di promuovere la più ampia concorrenza, atteso che la presenza di uno o più subappaltatori potrebbe favorire accordi spartitori in fase di gara». Rispetto poi all’ obbligo di indicare la terna di subappaltatori (sospeso dal decreto sblocca cantieri fino a tutto il 2020, l’ Autorità propone, in caso di motivati limiti al subappalto, che in caso di limiti al subappalto «adeguatamente motivati entro determinate soglie» si potrebbe concedere al concorrente la facoltà (non l’ obbligo) di indicare un elenco di subappaltatori potenziali entro un determinato (e limitato) numero. In questo modo verrebbero contenuti adempimenti e oneri dichiarativi per imprese e stazioni appaltanti. L’ esigenza da tenere presente, precisa infatti l’ Anac, è quella di evitare che «un più ampio ricorso al subappalto non si traduca in maggiori incentivi all’ elusione della disciplina antimafia». Infine per quanto riguarda i contratti al di sotto della soglia europea, l’ Anac rinvia al legislatore la scelta, «alla luce della piena compatibilità con il diritto europeo e di quanto stabilito dalla Corte nella sentenza, l’ eventuale previsione di un limite pur facendo presente che tale limite non sembrerebbe potersi imporre per i casi di appalti aventi interesse transfrontaliero». © Riproduzione riservata. ANDREA MASCOLINI

19/11/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Appalti, frenata a ottobre ma il mercato 2019 rimane in crescita: bandi +4% e valori +40%

Alessandro Lerbini

Amministrazioni comunali, ferrovie e Anas protagoniste tra gli enti appaltanti. Rapporto congiunturale Cresme il 29 novembre a Bologna

Rallenta a ottobre il mercato dei lavori pubblici ma il risultato dei primi 10 mesi rimane positivo soprattutto per i valori delle opere andate in gara. Secondo i dati forniti dall’osservatorio Cresme Europa Servizi il mese scorso sono stati promossi 2.227 bandi per un importo di 2,162 miliardi: rispetto a ottobre 2018 il numero dei bandi perde il 13,1% e il valore il 21,5 per cento.
Con questi risultati il totale del settore degli appalti raggiunge quota 18.879 bandi per 29,079 miliardi, pari a un incremento del 4% per la quantità di procedure e del 40,4% per gli importi a base d’asta.
Amministrazioni comunali e ferrovie fanno da traino nella classifica delle stazioni appaltanti. I comuni si confermano al primo posto con 11.107 appalti (+4,6%) per 5,337 miliardi (+10,5%), le opere ferroviarie pur perdendo il 59,5% (117 gare) mettono a segno un incremento del 23,5% (4,643 miliardi) grazie soprattutto ai 5 lotti Telt dell’ammontare di circa 3,3 miliardi per la costruzione del tunnel di base della sezione transfrontaliera del collegamento ferroviario Lione-Torino a partire dagli attacchi lato Francia.
Da segnalare anche il ritorno dell’Anas che ha promosso 345 bandi per 2,479 miliardi (rispettivamente +39,1% e +207,7%).
Da gennaio a ottobre sono solo due gli enti appaltanti che hanno chiuso il periodo con segni entrambi negativi: le regioni (-17% per le gare e -41% per gli importi) e le province (-4,4% e -14,7%).
Le grandi opere oltre i 50 milioni rappresentano oltre un terzo del valore complessivo promosso nel corso dell’anno. In particolare sono stati promossi 51 bandi (+15,9%) per 11,9 miliardi (+146%). Tutte in crescita le altre classi d’importo tranne quella tra 5 e 15 milioni (-2,8% per i bandi e -9,8% per gli importi) e per i piccoli lavori fino a 150mila euro (-9,5% e -14,3%).
Il Cresme presenterà il XXVII Rapporto Congiunturale e previsionale il 29 novembre nel Palazzo della Cultura e dei Congressi di Bologna. La presentazione si terrà nelle modalità organizzative tradizionali tenute dal Cresme, ma nell’ambito della collaborazione con il Consiglio nazionale dei Geometri e Geometri laureati per il 45° Congresso «Geometri – Connessi al Futuro. Progettiamo il domani», organizzato nel 90° dell’istituzione ufficiale della figura tecnica del geometra.

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19/11/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Gruppo Gavio, posizionati 3mila sensori per monitorare i viadotti della Torino-Savona

Filomena Greco

Messo a punto un sistema di monitoraggio delle infrastrutture insieme alla Sacertis, specializzata nello sviluppo di sistemi per la sicurezza e il risk assessment delle costruzioni

Con 1.400 chilometri di autostrada in gestione in Italia, centinaia di viadotti da monitorare e alcune infrastrutture che vantano almeno 50 anni di età, il tema della sicurezza tiene banco in casa del Gruppo Gavio. «Il crollo del ponte Morandi ha rappresentato un punto di non ritorno per il settore» ammette Umberto Tosoni, amministratore delegato di Sias. Il Gruppo gestisce dal 2013 – anno in cui l’ha acquisita da Autostrade – la Torino-Savona, tra i collegamenti a più alta densità di viadotti in Italia: nei 130 chilometri che uniscono il capoluogo piemontese alla città ligure, ce ne sono 210. Ed è qui che il Gruppo Gavio – che ha all’attivo in totale 4.600 chilometri di infrastruttura in gestione, soprattutto in Brasile ed è il secondo operatore al mondo nella costruzione e nella gestione di reti autostradali – ha messo a punto un sistema di monitoraggio delle infrastrutture insieme alla Sacertis, specializzata nello sviluppo di sistemi per la sicurezza e il risk assessment delle costruzioni.

Sono 3mila i sensori posizionati finora lungo i viadotti della Torino-Savona e il Gruppo prevede una copertura a tappeto. «Sulla sola Torino-Savona abbiamo investito circa 270 milioni negli anni. Abbiamo sempre posto un approccio industriale al tema della sicurezza. Siamo nati nei cantieri nelle costruzioni, manteniamo un approccio più ingegneristico che finanziario a questo tema» spiega Tosoni che descrive il sistema di controlli indipendenti costruito dalla società: tre livelli di validazione da parte di società autonome – la Sintecna sulla priorità degli interventi, la Fhecor sulla pianificazione degli interventi e la Edin sulla validazione complessiva di processo – a cui da due anni si è affiancato il lavoro con la Sacertis. «Abbiamo affinato insieme, sul campo, un modello che oggi ci dà ottimi risultati, e che permette di vedere come vibra in tempo reale una infrastruttura, come è variata rispetto ad una certa programmazione e se è stata sottoposta a uno stress. Abbiamo messo a servizio delle infrastrutture una intelligenza capace di comprendere da parametri rilevati da sensori lo stato di salute del manufatto, il suo ciclo di vita e programmare interventi in chiave predittiva» spiega Andrea Cuomo, fondatore di Sacertis.

Il sistema si basa sull’utilizzo di un dispositivo dotato diversi tipi di sensori – per rilevare movimenti, temperatura, carichi – e un processore, con centraline a ridosso dei singoli viadotti per la raccolta e l’invio dei dati. L’elaborazione dei dati è gestita da un processore Ibm mentre i tecnici di Sacertis hanno messo a punto una “intelligenza” in grado di monitorare la situazione dei singoli manufatti, valutarne gli standard di sicurezza in base ad un modello matematico e programmare, in chiave predittiva, gli interventi, di manutenzione o strutturali. «Non basta registrare dei segnali – spiega Cuomo – ma è necessario risalire al punto iniziale, sviluppare un modello matematico della struttura che faccia da punto di riferimento». Tutte le misurazioni di oscillazioni, inclinazioni e tensioni della struttura vengono combinate e confrontate con il modello “sano” per verificare il margine di sicurezza, dato dalla differenza tra «la resistenza che cala nel tempo e i carichi che aumentati progressivamente» aggiunge. Quando si va fuori soglia allora si decide di intervenire per prevenire cedimenti o danni peggiori.

Il sistema di implementazione segue un piano dei lavori serrato, sono in programma interventi su una ventina di viadotti, non soltanto della Torino-Savona, da attrezzare con i sensori, con un approccio capillare che punta a monitorare ogni singola trave del ponte. La società negli ultimi anni ha demolito e ricostruito tre viadotti sulla Torino-Savona e adeguato oltre 20 strutture. «La tecnologia – aggiunge l’amministratore delegato Tosoni – rappresenta la sfida per i gestori, serve superare la fase eccessivamente finanziaria attraversata dal comparto e puntare allo sviluppo di nuove tecnologie per la sicurezza e per garantire in futuro strade e collegamenti sempre più connessi». Più in generale, argomenta Cuomo – che nasce ingegnere nucleare ma vanta anni di lavoro come responsabile della ricerca per STMicroelectronics – il tema è la progressiva interazione tra elettronica e ingegneria civile. © RIPRODUZIONE RISERVATA