Rassegna stampa 15-18 novembre 2019

14/11/2019 14.00 – quotidiano energia

Appalti, “bene l’idrico ma c’è incertezza normativa”

Analizzando l’andamento dei bandi di gara per lavori nel sistema idrico integrato si scopre che il 2018 registra un +63% sul 2017, con un volume degli importi a base d’asta che ha raggiunto quasi 2,8 miliardi di euro. Un “trend positivo” che si sta confermando anche nel 2019, con il primo semestre a 1,3 mld €. Tra i motivi di questa crescita anche “la regolazione della qualità tecnica” e la maggiore confidenza degli addetti ai lavori con la normativa di riferimento che ha “contribuito a fugare i timori di contenziosi”.
È quanto si legge nella nuova analisi del Laboratorio Spl di Ref Ricerche (collana Ambiente, n. 133) dal titolo “Il codice degli appalti pubblici: eterna riforma”, per il quale “la conversione in legge del decreto Sblocca cantieri, con le sue norme sospensive e provvisorie-sperimentali, introduce nuova incertezza”.
Gli interventi legislativi che si sono susseguiti negli ultimi quattro anni in materia di appalti pubblici “avevano come obiettivo la semplificazione e una maggiore trasparenza, anche per ridurre le tempistiche di aggiudicazione e di realizzazione delle opere. Nella realtà il risultato è stato che le stazioni appaltanti si sono trovate a operare in un contesto di grande incertezza con norme in continuo cambiamento e vuoti amministrativi”.

Inoltre, “gli aggiustamenti riguardo gli aspetti sollevati dalla Commissione Ue sul non corretto recepimento delle direttive europee sono ancora in gran parte” irrisolti. Tra gli aspetti che dovranno trovare soluzione, ricorda Ref, “vi sono l’appalto integrato, il limite al subappalto e i motivi di esclusione. Nonostante sia previsto un Regolamento unico, non ci si aspetta nel breve periodo una riduzione del grado di complessità in materia di appalti pubblici”. A ciò si aggiunge, si legge nell’analisi, l’esigenza di una semplificazione burocratica nei processi autorizzativi.

Tornando agli investimenti idrici, nel 2018 protagonisti sono stati i bandi con importi superiori al milione di euro (big tender): “Si tratta in particolare di accordi quadro per la manutenzione ordinaria e straordinaria delle reti e di un appalto integrato pubblicato da Smat per la realizzazione a Torino del collettore mediano zona sud-ovest dell’area metropolitana e per il risanamento del collettore esistente della zona sud. Quest’ultimo bando vale da solo quasi 126 mln €”. Nel primo semestre del 2019 si assiste a un maggior numero di bandi di taglia piccola.

Infine, le regioni in cui si investe di più sono Lombardia, Emilia-Romagna e Toscana, con oltre 130 euro pro capite in 2 anni e mezzo. “Il livello di investimenti cumulati negli anni per regione rispecchia la presenza” di aree con “una governance più forte e gestioni industriali in grado di sostenere investimenti importanti” e territori “in cui la governance non è ancora matura e gestioni più fragili sotto il profilo economico-finanziario e delle competenze”.

14/11/2019 12.00 – PUBLIC POLICY
ENERGIA, MISE: RISERBO SU DATI ASTA CAPACITY MARKET? SI VALUTERÀ

(Public Policy) – Roma, 14 nov – In merito agli esiti della prima asta del mercato della capacità, Terna è tenuta a comunicare al ministero dello Sviluppo economico e allArera, entro 30 giorni dal termine della procedura concorsuale, un rendiconto dettagliato degli esiti delle aste e a pubblicare i dati, tenuto conto delle eventuali indicazioni di riserbo espresse dal Mise o dallAutorità. “Pertanto, nel momento in cui il Mise avrà la disponibilità dei dati di dettaglio, potrà essere considerata in modo completo lesigenza di mantenere provvisoriamente il riserbo su taluni dati”. Lo ha detto la sottosegretaria allo Sviluppo economico, Alessandra Todde, rispondendo in commissione Attività produttive a un’interrogazione a firma Gianluca Benamati (Pd).

15/11/2019 12.11 – Quotidiano Enti Locali e Pa
Niente in house se nel fatturato prevalgono i servizi commerciali

Gli enti locali non possono affidare in house servizi pubblici a società da essi partecipate quando queste abbiano un fatturato di gruppo in maggior parte derivante dai servizi commerciali gestiti da società controllate, in quanto non sussiste il requisito dell’attività prevalente. Il Consiglio di Stato, sezione V, con la sentenza n. 7752/2019ha sancito sulla base di questi presupposti l’annullamento di un affidamento di servizi ambientali effettuato da un Comune nei confronti di una società pluripartecipata da amministrazioni locali. Tra i requisiti che consentono l’affidamento diretto a una società controllata, l’articolo 5 del Dlgs 50/2016 richiede che oltre l’80 per cento delle attività della società stessa sia effettuata nello svolgimento dei compiti a essa affidati dall’amministrazione aggiudicatrice controllante o da altre persone giuridiche controllate dall’amministrazione aggiudicatrice: l’attività deve quindi derivare dagli affidamenti in house effettuati dagli enti soci. Nel caso preso in esame dai giudici di Palazzo Spada, il Comune aveva affidato un servizio di gestione dei rifiuti a una società da esso partecipata (seppure con una quota azionaria minima), che è a sua volta a capo di un gruppo nell’ambito del quale opera una società controllata che ha un fatturato in gran parte derivante dalla vendita di energia e gas. Il Consiglio di Stato ha anzitutto valutato il rapporto di controllo sussistente tra la società affidataria in house e la sua partecipata, evidenziando come la prima (anche in base a un patto parasociale con altra società detentrice di capitale sociale nella controllata) eserciti sulla seconda un potere di influenza dominante nell’assemblea ordinaria (articolo 2359, comma 1, n. 2, del codice civile) che si esercita attraverso deroghe pattizie agli ordinari meccanismi di funzionamento dell’organo deliberativo. Il secondo aspetto significativo in questo quadro è il fatturato della società controllata molto superiore a quello della società controllante (in un rapporto di 15 a 1), nonché risultante in maniera ampiamente prevalente da servizi di vendita energia e gas. Il Consiglio di Stato rileva come queste attività queste ultime, svolte direttamente nei confronti dell’utenza in seguito alla liberalizzazione dei rispettivi settori, siano qualificabili come attività commerciali. Sulla base di questi elementi, l’analisi del rispetto del limite quantitativo in relazione al requisito dell’attività prevalente (richiesto dall’articolo 5, comma 1, lettera b), del Dlgs 50/2016) conduce a un esito negativo, in quanto per stabilire l’operatività della società a partecipazione pubblica occorre avere riguardo ai settori economici in cui la società partecipata opera, anche attraverso le proprie partecipate, in posizione di controllo secondo l’articolo 2359 del codice civile. Pertanto il raggiungimento dell’80% previsto dal codice dei contratti pubblici va apprezzato con riferimento al fatturato realizzato dall’intero gruppo societario. Nella sentenza viene ad essere evidenziato come nel bilancio consolidato la larga prevalenza del fatturato della controllata operante nel settore della vendita dell’energia e del gas su quello prodotto dalla società controllante per le gestione di servizi pubblici, determini per quest’ultima la mancanza del requisito dell’attività prevalente, in quanto viene ad essere superato il limite imposto dalla legge del 20% per attività non a favore dei soci pubblici partecipanti. L’immediata conseguenza è l’annullamento dell’affidamento in house, non potendosi in tal caso far valere i rimedi previsti dal comma 5 dell’articolo 16 del Dlgs 175/2016. La disposizione stabilisce infatti che la società può sanare l’irregolarità se, entro tre mesi dalla data in cui la stessa si è manifestata, rinuncia a una parte dei rapporti con soggetti terzi, sciogliendo i relativi rapporti contrattuali, oppure rinunci agli affidamenti diretti da parte dell’ente o degli enti pubblici soci, sciogliendo i relativi rapporti. La sentenza del Consiglio di Stato, dichiarando l’annullamento dell’affidamento in house ex novo, consente un’interpretazione coordinata della norma del tusp, definendone lo spazio applicativo per i casi nei quali, ad affidamenti diretti già definiti, lo sviluppo di attività verso terzi determini il superamento del limite del 20%.

15/11/2019 00.00 – Mondo Utilities

Il CdA di AQP approva gare per oltre 27 milioni di euro

Previsto un investimento di oltre 21 milioni sulle reti idriche di Bari e di alcuni Comuni limitrofi per distrettualizzazione e sostituzione delle condotte

Il Consiglio di Amministrazione di Acquedotto Pugliese, nel corso dell’ultima seduta, ha deliberato l’avvio delle procedure di gara per complessivi 27 milioni di euro.

Oltre 21 milioni di euro saranno destinati alla distrettualizzazione e alla manutenzione delle reti idriche sulla città di Bari e di alcuni Comuni della provincia. Previsto, altresì, un investimento di circa 6,2 milioni di euro per il potenziamento del depuratore a servizio di Taviano, nel leccese.

Continua l’impegno sinergico della Regione e dell’AQP – ha sottolineato l’Assessore alle Risorse Idriche della Regione Puglia, Giovanni Giannini – nella programmazione e realizzazione di opere tese al miglioramento del Sistema idrico integrato pugliese. Questo è un settore fondamentale, il cui corretto funzionamento garantisce standard elevati del servizio in favore dei cittadini e assicura un’efficiente tutela ambientale e igienico-sanitaria. Un presupposto indispensabile per la chiusura del ciclo della depurazione, attraverso il riutilizzo dei reflui per fini agricoli, civili e industriali”.

“L’efficientamento delle reti – ha commentato il Presidente di Acquedotto Pugliese, Simeone di Cagno Abbrescia – ci consente di gestire in modo razionale una risorsa unica e preziosa come l’acqua e soprattutto di rispondere in modo sempre più puntuale alle reali esigenze del territorio servito, cosicché l’acqua arrivi lì dove serve e nelle giuste quantità. Anche la depurazione è una nostra priorità perché la gestione dell’intero ciclo dell’acqua non può prescindere da una corretta e attenta gestione delle acque di rilascio. I lavori sull’impianto di Taviano ci consentiranno di garantire un adeguato servizio di depurazione a un territorio, come quello salentino, a forte vocazione turistica noto per il suo mare, uno dei più belli d’Italia”.

L’ammodernamento delle reti – ha spiegato l’Amministratore Delegato di AQP, Nicola De Sanctis – è una sfida che Acquedotto Pugliese ha raccolto diverso tempo fa. Investimenti adeguati sono stati previsti per realizzare un radicale ammodernamento della rete, la cui vetustà connessa ad altri fattori ambientali, sono le cause principali delle perdite. Elementi di innovazione si aggiungono sistematicamente agli obiettivi raggiunti nell’area della distribuzione dell’acqua e nel vasto settore della depurazione. Nel 2018 AQP ha investito complessivamente 147 milioni di euro, di cui 43 in opere finalizzate all’approvvigionamento idrico e all’adduzione primaria e 50 nel comparto depurativo. Un gioco di squadra ad ogni livello, interno e con le Istituzioni, che ci vede coinvolti soprattutto con Regione Puglia e AIP e che sta dando i suoi buoni frutti”

Reti idriche

Sono due le procedure di gare approvate dal CdA di Acquedotto Pugliese per interventi sulle reti di Bari città e alcuni Comuni limitrofi.

La prima, per un importo a base d’asta di circa 11 milioni di euro, riguarderà i quartieri Murat, Libertà, Marconi, Madonnella e parte di Picone, Carrassi, San Pasquale e Japigia della città di Bari, e i Comuni di Valenzano e Castellana Grotte. I lavori, per una durata di poco più di due anni, prevedono la realizzazione di distretti territoriali, il controllo delle pressioni e il monitoraggio delle portate, per una gestione più efficiente delle reti, e la sostituzione di circa 27 chilometri di condotte, di cui circa 19 nella città di Bari.

La seconda gara approvata, di un importo a base d’asta di circa 10,2 milioni di euro, riguarderà le reti di Palo del Colle, Ruvo di Puglia, Cassano Murge e Terlizzi. Anche in questo caso, le opere, per una durata di poco più di due anni, riguarderanno la distrettualizzazione e la sostituzione di circa 24 chilometri di condotte.

Pianificate dalla Regione Puglia, le opere sono finanziate con Fondi POR 2014-2020.

Depurazione  

Per quanto concerne il comparto depurativo, il CdA di AQP ha approvato la procedura di gara per il potenziamento dell’impianto di depurazione a servizio dell’agglomerato di Taviano (Le). Importo a base d’asta di 6,2 milioni di euro.

Con un programma della durata di circa un anno e mezzo, saranno realizzati i lavori sulla linea acque e sulla linea fanghi e ristrutturata e potenziata l’intera linea odorigena, anche attraverso l’installazione di nuovi impianti di abbattimento delle emissioni odorigene.

Tra gli interventi, una nuova vasca di equalizzazione coperta, l’adeguamento e il potenziamento delle due linee esistenti del trattamento biologico e la realizzazione di una terza linea, un ulteriore impianto di sollevamento fanghi e un nuovo trattamento emergenziale di disinfezione in caso di extraportate in ingresso al depuratore.

Anche in questo caso, le opere sono pianificate dalla Regione Puglia e finanziate con Fondi POR 2014-2020.

17/11/2019 – Il Sole 24 Ore
Iren, sindaci pronti a sostenerel’ operazione su Sorgenia e Cva

M&A
I sindaci di Torino (Chiara Appendino), Genova (Marco Bucci) e Reggio Emilia (Luca Vecchi), sono pronti a sostenere le opportunità di crescita per Iren, anche «per linee sterne». In particolare, vedono con favore un’ eventuale operazione su Sorgenia e Cva. Lo hanno dichiarato ieri primi cittadini in una nota ufficiale diffusa a commento dei risultati del gruppo energetico. «Nell’ esaminare positivamente il percorso di crescita organica e di consolidamento intrapreso negli ultimi anni dal Gruppo – hanno scritto i sindaci – in merito alle future prospettive di sviluppo della società il comitato di sindacato dei soci pubblici conferma il proprio supporto alla strategia delineata dal management nel perseguire opportunità di crescita sia per linee interne sia per linee esterne con particolare riferimento alle operazioni relative a Sorgenia e Cva, società i cui business si integrerebbero in maniera ottimale con Iren, assicurandone ulteriore crescita e competitività nei settori in cui opera». Da Torino, Genova e Reggio Emilia, hanno poi aggiunto: «Il comitato di sindacato dei soci pubblici azionisti di Iren, riunitosi per la periodica riunione di aggiornamento sull’ andamento della società, esprime particolare apprezzamento per i risultati presentati dal gruppo nei primi 9 mesi del 2019 che hanno visto la crescita di tutti i principali indicatori economico finanziari e di tutte le linee di business. Di particolare rilievo il dato relativo all’ incremento del 13% degli investimenti, attestatisi a 324 milioni di euro nei primi nove mesi dell’ anno, quasi interamente concentrati nelle province in cui è attivo il gruppo». © RIPRODUZIONE RISERVATA.

17/11/2019 – L’Adige
Dolomiti Energia in corsa Punta a 179 turbine a vento

Francesco Terreri Dolomiti Energia è in gara con altri quattro big del settore per acquisire Renvico , la ex Sorgenia Green che gestisce 179 turbine in 20 parchi eolici in Italia e Francia con una potenza installata di 334 megawatt. Il valore dell’ operazione, secondo fonti finanziarie citate dalla Reuters , potrebbe essere di 400 milioni di euro, di cui 150 milioni di capitale. Renvico è stato messo all’ asta dal fondo d’ investimento australiano Macquarie , che l’ aveva acquistato da Sorgenia nel 2015, lo stesso anno in cui era entrato in Hydro Dolomiti Energia (Hde), la società a cui fanno capo 22 centrali idroelettriche trentine. Il presidente di Dolomiti Energia Holding Massimo De Alessandri conferma la partecipazione alla procedura competitiva per Renvico e precisa: non risulta che Macquarie stia valutando anche l’ uscita da Hde. «Su Renvico siamo nell’ ambito della seconda fase dell’ asta – spiega De Alessandri – Siamo in gara da soli. Ora vedremo chi formulerà le offerte vincolanti. Si dovrebbe capire entro la fine della prossima settimana». A quanto pare la sollecitazione a espandersi fuori dal Trentino arrivata dai soci privati di Dolomiti Energia come La Finanziaria Trentina (forum sull’ Adige del 6 novembre) è accolta dalla società. «Crescere è l’ obiettivo di ogni società, pubblica o privata, in mercati sempre più competitivi – sottolinea De Alessandri – Le economie di scala pagano». A proposito, come vanno le trattative con le multiutility venete Agsm di Verona e Aim di Vicenza? «Su quel versante non ci sono novità». I concorrenti di Dolomiti Energia per l’ acquisizione di Renvico sono di tutto rispetto. In primo luogo c’ è A2A , la superutility di Milano e Brescia quotata in Borsa. Poi Erg , la società genovese trasformata dalla famiglia Garrone da uno dei leader nella raffinazione di idrocarburi a una società attiva nelle energie verdi e, in particolare, proprio nell’ eolico. In campo ci sono inoltre la francese Engie , ex Gdf Suez, e il gestore di fondi Tages Group , guidato dall’ ex Edison Umberto Quadrino e dal banchiere Panfilo Tarantelli . Gli australiani di Macquarie Infrastructure acquisirono Renvico nel 2015 quando l’ azienda dell’ eolico aveva un valore intorno ai 250 milioni. Oggi, come si diceva, il valore d’ impresa dovrebbe essere vicino ai 400 milioni. L’ ultima acquisizione di Renvico in Italia è stata nel 2017 quella del parco eolico di Matera. Gli impianti in Francia sono in joint venture al 50% con la società di investimento Usa Kkr , di cui non sono ancora note le intenzioni. Dal 2015 Macquarie, attraverso Fedaia Holdings , ha il 40% di Hydro Investments Dolomiti Energia , la controllante di Hde dove il gruppo trentino ha il 60%. È possibile che Macquarie stia valutando anche l’ uscita dalla società trentina? «Allo stato attuale non ci risulta – afferma De Alessandri – Questo tipo di investimento non si fa per periodi medio-corti, la possibilità di uscita si valuta in genere dopo 8-10 anni». La questione tuttavia non è solo cosa fanno gli australiani, ma come Dolomiti Energia si prepara alle gare per le centrali o se si stiano studiando soluzioni alternative, tipo affidamenti in house a società pubbliche sul modello dell’ A22. Su questo punto però domina l’ incertezza: tutto dipende dalla normativa che non è chiara, tanto che la Provincia sta lavorando a un disegno di legge sulla materia.

15/11/2019 – Quotidiano di Sicilia
La Regione prova a correre ai ripari: 40 mln per le reti dei Consorzi di bonifica

Ref ricerche: al Nord investiti 47 euro pro capite nell’ acqua, nelle Isole appena 18 euro
Musumeci promette: “Seguiranno altre risorse per il medesimo scopo”
PALERMO – A sottolineare il pesante gap infrastrutturale e di investimenti tra l’ Italia e l’ Europa e tra il Sud e l’ Italia è stata l’ annuale edizione del Blue Book, la monografia completa dei dati del Servizio idrico integrato, promosso da Utilitalia, realizzato dalla Fondazione Utilitatis con la collaborazione di Istat. Secondo questi dati, gli investimenti industriali arrivano a 38,7 euro per abitante, con una crescita del 24% rispetto al 2012 e un profondo divario ancora aperto tra Nord e Sud. Serve, insomma, l’ ennesimo piano per il Mezzogiorno: “Restano aree del Paese in forte ritardo – ha spiegato Giovanni Valotti, presidente di Utilitalia – soprattutto nel Mezzogiorno, dove sono ancora numerose le gestioni comunali ‘in economia’: ciò si traduce in livelli di servizi e di investimenti non adeguati, creando iniquità fra diverse parti del Paese. Potenziare il sistema delle imprese idriche nel Mezzogiorno è la via obbligata per migliorare la qualità dei servizi, con importanti impatti sull’ occupazione e l’ indotto locale. È importante non perdere questo treno: serve un grande piano per il Sud che punti a far decollare l’ infrastruttura zione e a garantire un servizio universale a cui tutti i cittadini, indipendentemente dal luogo di nascita, hanno diritto”. Secondo uno studio di Ref Ricerche, pubblicato lo scorso marzo, gli investimenti netti pro capite nell’ acqua tra il 2016 e il 2019 sono stati di 44 euro in Italia, di 47 nel Nord e di appena 18 nel Sud e nelle Isole. Intanto la Regione, proprio negli ultimi giorni, ha annunciato uno stanziamento di 40 milioni di euro per per ripristinare le reti idriche di distribuzione dei due Consorzi di bonifica dell’ isola. Le condotte, realizzate in gran parte negli anni Sessanta e gestite dalle strutture consortili, sono di proprietà della Regione, ma finora la loro manutenzione è stata affidata ai Consorzi che – per i noti problemi di bilancio solo in parte e sempre più raramente hanno provveduto al mantenimento della loro efficienza. Il risultato è che oggi le perdite d’ acqua, dovute al logoramento del tempo, ma anche ad atti vandalici, sono divenute intollerabili e l’ acqua nelle aziende agricole arriva sempre meno, suscitando il legittimo malcontento degli agricoltori. “Per questo motivo – ha spiegato il presidente della Regione Nello Musumeci – abbiamo deciso di intervenire direttamente e avviare a soluzione il grave problema. Si tratta solo di un primo stanziamento al quale seguiranno altre risorse destinate al medesimo scopo. Ai vertici dei due Consorzi abbiamo chiesto di tirare fuori tutti i progetti di cui dispongono. Per quelli che mancano ricorreremo a professionisti esterni. La somma sarà disponibile già alla fine di questo mese, per consentire nel periodo invernale di ripristinare alcuni tratti, prima che arrivi la stagione irrigua. Con questo intervento, in pratica, stiamo anticipando – conclude Musumeci – l’ attuazione della legge di riforma dei Consorzi proposta dal mio governo e all’ esame della commissione all’ Ars che, col suo presidente Orazio Ragusa e con i componenti, ha fatto sin qui un buon lavoro”.

15/11/2019 – Il Sole 24 Ore
Vallée, Cva muove sulla Francia L’ energia è tutta carbon free

Utility. Compagnia valdostana delle acque punta a crescere oltre confine e nella mobilità elettrica Con 933 MW di potenza installata e 3.096 GWh di produzione è il quarto gruppo idroelettrico italiano
Vede un «futuro molto promettente» per Compagnia valdostana delle acque il suo presidente Marco Cantamessa. Con una sola nuvola all’ orizzonte: i vincoli imposti dalla legge Madia del 2016 alle attività delle partecipate. La crescente sensibilizzazione verso un tema globale come il Climate change, il processo di decarbonizzazione, lo sviluppo della mobilità elettrica trovano Cva «un passo avanti rispetto a molti soggetti concorrenti» sottolinea Cantamessa, che ci tiene a precisare: «Siamo tra i pochissimi soggetti nel settore dell’ energia a essere completamente carbon free e a coprire praticamente l’ intera filiera dalla produzione alla distribuzione fino alla vendita». Con ambiziosi piani di ulteriore crescita, sia «sul fronte della quantità di energia prodotta sia su quelli della presenza oltre i confini della regione Valle d’ Aosta». Nel “mirino” ci sono altre regioni in cui espandersi (oltre alla presenza già consolidata con eolico e fotovoltaico) e l’ estero: in particolare la vicina Francia. Ma anche il progetto di trasformare la Vallée in un “laboratorio” carbon fuel free. Passi – così come l’ idea di consolidarsi come player protagonista nelle rinnovabili – che si scontrano, come detto, con i vincoli previsti dalla legge Madia. Cva è infatti controllata dalla Regione e ricade perfettamente nel quadro del DLgs 175/2016 (il Testo unico sulle partecipate) che prevede oltre alla liquidazione delle società pubbliche inattive o in perdita, «anche di evitare che enti e pubbliche amministrazioni detengano società operanti su mercati esposti alla concorrenza». Una tutela, per certi versi, ma che nel caso della Compagnia rischia di trasformarsi in uno zaino pieno di pietre sulle spalle di un corridore. Fino a inizio 2018 Cva ha potuto dribblare i vincoli legislativi, avendo avviato l’ iter per la quotazione, ma una volta che il socio di riferimento – la Regione – ha deciso di interrompere il progetto, le limitazioni sono scattate, interrompendo, per esempio il processo di espansione oltre i confini regionali che nel frattempo aveva portato la Compagnia valdostana delle acque ad acquisire otto parchi eolici e tre fotovoltaici. «Un processo di diversificazione per fonte e per area geografica iniziato nel 2009» ricorda Marco Cantamessa. La storia di Cva parte nel 2000 sulla scia di un’ altra legge nazionale: la cosiddetta “lenzuolata” di Pier Luigi Bersani sulle liberalizzazioni. Enel deve cedere alcuni suoi asset e la Regione autonoma riesce ad assicurarsi il ricco pacchetto degli impianti idroelettrici in Valle. Una scelta che si rivela lungimirante. I dati relativi al bilancio 2018, presentati di recente, confermano Cva come quarto operatore idroelettrico nazionale (con una capacità installata di 933 MW), mentre la produzione, di 3.096 GWh è pari al 6,3% del totale idroelettrico nazionale (in crescita del 26,6% rispetto al 2017). La produzione totale (compresi eolico e fotovoltaico) sale a 3.380 GWh (circa il 3% del totale Italia, in aumento del 24% rispetto all’ esercizio precedente). La società è un “tesoretto” nelle mani della Regione: ha chiuso il 2018 con 844 milioni di ricavi, un ebitda di 140 milioni e utili per poco meno di 64 milioni. «Per l’ azionista si tratta di incamerare dividendi, imposte e canoni» ricorda Cantamessa. Per il 2018 parliamo di 52,8 milioni di euro tra imposte e canoni e 69 milioni di dividendi. Nel triennio (complice anche un dividendo straordinario nel 2017) parliamo rispettivamente di circa 155 milioni di euro e 249 milioni di euro. Il patrimonio infrastrutturale gestito dalla Compagnia è formato da 6 dighe e 32 centrali idroelettriche, oltre 200 km di canali e 50 di condotte forzate, otto parchi eolici, tre fotovoltaici e una rete di distribuzione di 4.153 km. Il fatto di essere un produttore e gestore di energia totalmente rinnovabile «è stato all’ inizio quasi casuale, ma si è trasformato subito in una convinta scelta strategica» afferma il presidente della società. Con queste premesse Cva si presenta su una scena in cui spiccano gli obiettivi europei proiettati al 2030 e, a cascata, quelli nazionali, per decarbonizzazione, approvvigionamenti green, risparmio energetico, mobilità sostenibile. «Il futuro ha tutte le caratteristiche per essere molto promettente per soggetti integrati come noi – spiega il presidente della Compagnia -. Il processo di decarbonizzazione è molto faticoso, richiede grande focalizzazione e capacità di investire sul cambiamento del settore. Noi siamo già molto avanti». Secondo Cantamessa «sarà necessario adeguare il sistema di distribuzione a profili di consumo completamente diversi rispetto al passato. Stiamo andando – per ora in via sperimentale – verso la creazione di comunità energetiche autosufficienti su diversa scala: dal condominio a interi territori. Anche in questo senso la Valle d’ Aosta può essere una regione ideale per un vero laboratorio della sostenibilità: piccola, compatta, autosufficiente». Ed è qui che torna a profilarsi la nuvola all’ orizzonte: Cva appare carica di potenzialità, ma rischia di essere zavorrata dai vincoli sulle partecipate. «Dobbiamo dire che il processo innescato dal progetto di quotazione – poi interrotto – ci ha fatto crescere molto dal punto di vista gestionale, portandoci alla realizzazione del bilancio di sostenibilità, a un sistema di controllo di gestione assai sofisticato e, ora , a un sistema di gestione dei rischi aziendali e ad attività di empowerment delle risorse umane». Oggi Cva occupa 536 addetti diretti e altri 57 con contratto di somministrazione e nel 2018 ha realizzato 32 ore di formazione a persona e 10mila ore di formazione sulla sicurezza. Restano però i limiti definiti dalla legge Madia: «Non possiamo procedere per acquisizioni – spiega Cantamessa – ma stiamo lavorando su strategie alternative che ci consentano comunque di crescere, anche oltre confine». E la Francia è dietro l’ angolo. Un percorso che Compagnia valdostana delle acque ha già trovato sul fronte della mobilità elettrica: «Il servizio di ricarica – dice il presidente di Cva – non rientra tra le attività consentite, ma in questo caso siamo riusciti a ovviare coinvolgendo in una partnership commerciale un operatore specializzato». @andreafin8 © RIPRODUZIONE RISERVATA. Carlo Andrea Finotto

15/11/2019 – Il Sole 24 Ore
«Autonomia, ok alla legge ma a patto che non venga stravolta e corra veloce»

L’ INTERVISTA ATTILIO FONTANA
Il governatore lombardo: «Inutile la valutazione di nuovi costi standard» «Sulla scuola avanti con una nostra legge, è di competenza regionale»
Nessuna chiusura, atteggiamento positivo. Ma senza nasconderci che «così rischiamo di perdere tempo». Sono le parole che il governatore della Lombardia Attilio Fontana (Lega) usa di fronte alla bozza di legge sull’ autonomia regionale firmata dal ministro per gli Affari regionali Francesco Boccia (Pd), i cui contenuti verranno affrontati a breve in un incontro a Palazzo Chigi tra rappresentanti del governo e presidenti delle Regioni (la riunione era fissata per oggi ma Luca Zaia non avrebbe potuto partecipare per via dell’ emergenza a Venezia). Qualche settimana fa era molto più critico. Cosa è cambiato? Semplicemente che oggi c’ è qualcosa di scritto, è una proposta più concreta e almeno se ne comincia a parlare. Diciamo che mi preparo all’ incontro con spirito positivo. Va detto però che quello che vedo per ora non aggiunge molto al dibattito. Èun richiamo ad una legge che c’ è già, la numero 42 del 2009. Ma comunque meglio ripeterla, non si sa mai. In questo non vedo problemi. E dove li vede i problemi? In questo momento, prima ancora di entrare nel merito, di cui parleremo in un secondo incontro, li vedo nel metodo. La procedura prevede ora un pre-passaggio, un preaccordo da mandare a Camera e Senato per avere un parere. Non era necessario, ma non sono così negativo. Mi desta più preoccupazione il fatto che la legge possa essere emendabile. Lo è come tutte le leggi. Ma se è emendabile allora il testo può essere stravolto, magari da parlamentari di altre regioni, e non risponderebbe più alle richieste del territorio. Non avrebbe senso. L’ emendamento corrisponde dal mio punto di vista ad un no, ad un respingimento. C’ è già un’ intesa fatta dal precedente governo. Poi ci sarà la legge che segue l’ intesa tra Stato e Regioni. Emendare non serve, anzi sarebbe dannoso. Proviamo a entrare nel merito. La bozza Boccia prevede la valutazione di nuovi costi standard, i Lep. Si trova d’ accordo con l’ impostazione? Direi che mi sembra un po’ inutile, ma su questo punto magari ci spiegherà meglio il ministro Boccia. Magari c’ è un’ interpretazione che mi è sfuggita. Èinutile perché nella sanità, il principale comparto regionale, i costi standard già ci sono, si chiamano Lea. Per quanto riguarda l’ istruzione, competenza che noi chiedevamo, il ministro non è intenzionato a cederla. Quindi cosa rimane da valutare con i costi standard? Forse qualcosa nella cultura, i costi dei biglietti dei musei…escluderei che ci riferiamo a ambiente o trasporti. Piccole cose insomma. Perché insistete a chiedere la scuola, fra tutti i settori? L’ istruzione non è una priorità nazionale? Abbiamo il problema di 14mila cattedre vuote. A inizio anno ci siamo trovati senza professori di matematica, perché è impossibile imporre a qualcuno che ha vinto il concorso di rimanere sul territorio. Quello che vorremmo è un federalismo della vita quotidiana e la scuola rientra in questa idea. Non vogliamo stravolgere i programmi scolastici, ci mancherebbe, solo assicurare gli insegnanti ai nostri ragazzi. State comunque ipotizzando una vostra legge in questo settore? Sì e il fatto che ci sia la sentenza della Corte costituzionale del 2004 mi rassicura. Più la leggo e più credo che l’ istruzione possa rientrare tra le competenze regionali. Sono pronto a impugnare un’ eventuale bocciatura. Ma cosa intende fare e in che tempi, concretamente? Vorrei trovare una risposta dando incentivi agli insegnanti, prima di tutto. Non possono essere forzati a rimanere in un territorio, è il territorio che deve diventare attrattivo. Si può pensare a integrativi o a altre forme di valorizzazione. Quanto ai tempi, uso modi diplomatici: parleremo di questa legge regionale a fine trattativa con il governo. Credo comunque entro il 2021. L’ impostazione del ministro Boccia è di pensare non solo all’ autonomia regionale, ma anche a riequilibrare Nord e Sud. Su questo cosa ne pensa? Dico che non è in discussione. La Lombardia contribuisce al riequilibrio abbondantemente. Due numeri sono sufficienti: collabora con 54 milioni di residuo fiscale e conferisce oltre il 50% al fondo sanitario con la sua Iva. Fa abbastanza. In realtà Boccia propone che anche all’ interno di una regione ci sia un riequilibrio tra territori più fortunati e quelli meno. Su questo la valutazione attiene a noi governatori. O vuole dircelo lui? Questo lo valuterò io in Lombardia. Ovviamente ribadiamo che vogliamo il coinvolgimento degli enti locali. Il suo collega del Veneto Luca Zaia sembrava più duro nei confronti della bozza di legge. Vi siete sentiti? Sì ma siamo d’ accordo che bisogna parlare prima con il ministro. Non credo che ci saranno irrigidimenti, almeno in questa fase. Se però capissi che non andiamo da nessuna parte valuteremo. E con il governatore dell’ Emilia Romagna Stefano Bonaccini si è sentito? Sì e siamo d’ accordo che dobbiamo lavorare insieme. C’ è poi la questione dei tempi. Si parla della possibilità di far passare un anno dalla futura approvazione dell’ intesa, a decorrere dal gennaio successivo. Insomma, a ben guardare, potrebbero passare anche due o tre anni. Ècosì? Ecco, diciamo che questo è un punto importante. Per noi possono essere necessari mesi, non anni. Se parliamo di anni i tempi sarebbero davvero troppo lunghi. Non ci troveremmo d’ accordo. © RIPRODUZIONE RISERVATA. Sara Monaci

15/11/2019 – Italia Oggi
Progetti, fondi per i comuni

Gli interventi devono essere finalizzati alla messa in sicurezza del territorio e delle scuole
Dal 2020 al 2034 stanziati 2,7 mld per investimenti
Ai comuni, dal 2020 al 2034 assicurati 2,7 miliardi da un Fondo pluriennale per la progettazione, di cui 85 milioni nel 2020 e a regime 200 milioni l’ anno; saranno destinati a interventi di messa in sicurezza del territorio a rischio idrogeologico, di messa in sicurezza ed efficientamento energetico delle scuole, degli edifici pubblici e del patrimonio comunale, nonché per investimenti di messa in sicurezza di strade Nelle disposizioni che introducono il Fondo (commi da 16 a 23 dell’ articolo 8 del disegno di legge di Bilancio) si chiarisce innanzitutto che lo scopo generale che si intende perseguire è quello di favorire gli investimenti, l’ assegnazione ai comuni di contributi destinati alla spesa di progettazione definitiva ed esecutiva per interventi di messa in sicurezza del territorio a rischio idrogeologico, di messa in sicurezza ed efficientamento energetico delle scuole, degli edifici pubblici e del patrimonio comunale, nonché per investimenti di messa in sicurezza di strade. In totale si parla di contributi pari a 85 milioni di euro per l’ anno 2020, 128 milioni di euro nell’ anno 2021, 170 milioni di euro per l’ anno 2022 e 200 milioni di euro annui per ciascuno degli anni dal 2023 al 2034. È quanto prevede il disegno di legge di Bilancio per il 2020 Si stabiliscono la procedura e le condizioni per le richieste di contributo. L’ ammontare del contributo attribuito a ciascun comune viene determinato entro il 28 febbraio dell’ esercizio di riferimento del contributo con decreto del ministero dell’ interno, di concerto con il ministero dell’ economia e delle finanze, in base ad un ordine di priorità stabilito dalla disposizione. Il comune, nella richiesta, dovrà produrre le informazioni riferite al livello progettuale per il quale si chiede il contributo e il codice unico di progetto (Cup) valido dell’ opera che si intende realizzare. Inoltre dovrà trasmettere le informazioni necessarie per permettere il monitoraggio complessivo degli interventi di messa in sicurezza del territorio a rischio idrogeologico, di messa in sicurezza ed efficientamento energetico delle scuole, degli edifici pubblici e del patrimonio comunale, nonché per investimenti di messa in sicurezza di strade. Ciascun comune può inviare un massimo di tre richieste di contributo per la stessa annualità e la progettazione dovrà riguardare, nell’ ambito della pianificazione comunale, a un intervento compreso negli strumenti programmatori del medesimo comune o in altro strumento di programmazione. Qualora l’ entità delle richieste pervenute superi l’ ammontare delle risorse disponibili, l’ attribuzione è effettuata a favore dei comuni che presentano la maggiore incidenza del fondo di cassa al 31 dicembre dell’ esercizio precedente rispetto al risultato di amministrazione risultante dal rendiconto della gestione del medesimo esercizio. Il comune beneficiario del contributo sarà tenuto ad affidare la progettazione entro tre mesi dalla data di emanazione del decreto ministeriale che determina l’ ammontare del contributo. In caso contrario, il contributo è recuperato dal ministero dell’ interno. Nelle disposizioni si prevede il monitoraggio delle attività di progettazione e dei relativi adempimenti, attraverso il sistema di monitoraggio delle opere pubbliche della banca dati delle pubbliche amministrazioni, classificato come «Sviluppo capacità progettuale dei comuni». Inoltre, il ministero delle infrastrutture e dei trasporti, in collaborazione con il ministero dell’ interno, effettuerà un controllo a campione sulle attività di progettazione oggetto del contributo. © Riproduzione riservata. PAGINA A CURA DI ANDREA MASCOLINI

15/11/2019 – Italia Oggi
Perequazione statale per gli enti

Alla vigilia dell’ assemblea di Arezzo, il presidente Anci fa il punto sui temi caldi in Manovra
Decaro: ok al Fondo verticale. Asili, soldi ai comuni
Rallentare il percorso del Fondo crediti di dubbia esigibilità, restituire (anche parzialmente) i 563,4 milioni di euro non ancora riaccreditati sul Fondo di solidarietà comunale e istituire un Fondo di perequazione verticale a beneficio dei comuni più in difficoltà. È questo il tris di richieste che l’ Anci si attende di vedere esaudite nel testo definitivo della legge di Bilancio ora all’ esame del senato. Un pacchetto minimo di aggiustamenti, all’ interno di un ddl su cui i sindaci esprimono un giudizio essenzialmente positivo. Dal rifinanziamento degli investimenti a quello del fondo Imu-Tasi, dalla stabilizzazione per il prossimo triennio del limite dei 5/12 per le anticipazioni di tesoreria alla ristrutturazione del debito dei comuni, passando per la riforma della riscossione e le semplificazioni tributarie, il bilancio della Manovra fino a questo punto sorride ai comuni. Ma potrebbe essere ancora più favorevole se venissero sciolti gli ultimi nodi tecnici essenziali per la vita degli enti. A cominciare dal bonus per gli asili nido, rivendicato in audizione al senato dal ministro dell’ economia Roberto Gualtieri, con cui il governo Conte bis, investendo nel complesso 520 milioni nel 2020 (190 in più rispetto ai 330 già stanziati dall’ esecutivo Gentiloni) promette un voucher di 3 mila euro all’ anno per le famiglie con Isee fino a 25 mila euro, di 2.500 euro per Isee fino a 40 mila euro e 1.500 euro per gli altri. Per il presidente dell’ Anci, Antonio Decaro, la misura è senz’ altro positiva, a condizione però che i soldi vengano gestiti dai comuni. Alla vigilia della XXXVI assemblea annuale dell’ Associazione che si terrà dal 19 al 21 novembre ad Arezzo, il sindaco di Bari fa il punto con ItaliaOggi sul cantiere della Manovra 2020. Domanda. Presidente, il ministro dell’ economia Gualtieri ha annunciato che la Manovra garantirà i fondi necessari per rendere gli asili nido gratuiti per la maggior parte delle famiglie. La misura vi tocca da vicino. Coma la giudica? Potrebbe portare qualche problema di bilancio ai comuni? Risposta. La giudico in modo molto positivo ma i fondi devono essere gestiti dai comuni. Che senso ha azzerare le rette in comuni nei quali invece la necessità delle famiglie, ben nota agli amministratori locali, è aprirne altri, aumentarne i posti o prolungare gli orari delle attività? Rischiamo di far aumentare la domanda senza ampliare l’ offerta, facendo esplodere le liste di attesa. I fondi che il governo vuole destinare agli asili nido devono essere affidati direttamente ai comuni che devono poter decidere come utilizzarli. Nel mio comune, Bari, ho portato il numero degli asili da 5 a 9, prolungando l’ orario di chiusura fino alle 18, ma l’ ho fatto grazie ai fondi Pac (Piano azione e coesione). Se mi tolgono quei fondi dovrò chiudere alcune strutture o ridurre l’ orario. Ecco perché è necessario che le risorse stanziate dal governo nella Manovra vadano direttamente ai comuni. Più che dare soldi a pioggia a tutte le famiglie, anche a quelle che si possono permettere la retta, vorrei avere risorse per aprire nuovi nidi, abbassare le tariffe e prolungare gli orari per venire incontro alle esigenze dei genitori che restano fino a tardi al lavoro. Non tutti hanno alle spalle un welfare familiare che si prenda cura dei bimbi dopo l’ orario di chiusura delle strutture. I fondi del governo devono servire a questo. Concepirli come un mero voucher per non pagare la retta, metterà in crisi i comuni, ridurrà il numero di strutture e farà esplodere la domanda. D. In un’ intervista a ItaliaOggi (si veda il numero del 12 novembre) il viceministro al Mef, Laura Castelli, ha aperto alla restituzione dei 563,4 milioni di tagli che non vi sono stati più ridati. Ma ha anche lasciato intendere che la coperta è corta e i soldi per immaginare una restituzione integrale non ci sono. Dove si può trovare un punto di caduta su un tema che rischia di arrivare nelle aule dei tribunali? R. I 563 milioni sono soldi nostri che il governo avrebbe dovuto restituire al Fondo di solidarietà comunale già quest’ anno dopo che a fine 2018 sono cessati i tagli del dl 66/2014. Dal 2020 se ne aggiungeranno altrettanti. Noi abbiamo dimostrato di essere pronti anche ad adire le vie legali affinché questi soldi dei comuni vengano restituiti. Il governo dice di non volere creare conflittualità con sindaci, ma non ci sono molte opzioni: o il governo restituirà i soldi o si assumerà la responsabilità di dire che il dl 66 è ancora in vigore. Con tutte le conseguenze che ne deriveranno in termini legali. Sappiamo che le risorse in Manovra non sono molte e per questo abbiamo detto che per noi va bene anche una rateazione. D. Il compromesso potrebbe essere l’ istituzione di un Fondo di perequazione verticale a beneficio degli enti economicamente più fragili. Il viceministro Castelli ha lasciato intendere che il governo metterà un po’ di risorse su questo fondo destinato a essere rimpinguato in futuro R. È un dato di fatto: la perequazione solo orizzontale, ossia all’ interno del sistema dei comuni, ha fallito. Non è riuscita a compensare gli enti con problemi di bilancio. E il blocco della leva fiscale, in vigore fino al 2018, ha fatto il resto, ingessando del tutto i bilanci dei municipi. Poi c’ è il problema di Roma che è inserita nel meccanismo di perequazione ma è una calamita di risorse. L’ idea del governo di un fondo di perequazione verticale, gestito quindi dallo Stato, sarebbe una prima soluzione. Ovviamente bisognerà vedere quante risorse l’ esecutivo ci metterà dentro. D. Un altro profilo di incertezza riguarda la sorte del Fondo crediti di dubbia esigibilità (Fcde) che vi impone di congelare la quota di entrate proprie storicamente poco realizzabili (in primis quelle da riscossione). L’ anno prossimo la percentuale di accantonamento dovrebbe salire al 95% ma voi chiedete che anche per il 2020 restino ferme le soglie attuali: 85% o 80% per chi rispetta i termini di pagamento. Non solo. Nel documento depositato in audizione al senato sulla legge di Bilancio chiedete di stabilizzare al 90% la percentuale di accantonamento massima a regime. Che feedback avete avuto dal governo? R. Stiamo discutendo. L’ esecutivo sa bene che gli accantonamenti al Fcde ingessano la parte corrente dei bilanci. Nel 2018 si è superata quota 4,7 miliardi di euro e ad essere penalizzati sono state soprattutto le città medie e grandi e gli enti del Centro-Sud del Paese. La nostra è una richiesta sensata: chiediamo di rallentare il percorso del Fcde anche in considerazione dei benefici effetti che potranno derivare dalla riforma della riscossione inserita in Manovra. Purtroppo se in molti casi le entrate tributarie restano incagliate non è solo responsabilità dei sindaci. A volte è l’ agente nazionale della riscossione a trascurare gli enti perché preferisce inseguire i grandi evasori piuttosto che le multe non pagate dagli automobilisti. D. Le nuove regole sulla riscossione miglioreranno le cose? R. Ce lo auguriamo. Era necessario dare ai municipi strumenti di riscossione più al passo coi tempi visto che le norme erano ferme a un regio decreto del 1910. Tuttavia, prima di verificare se la riforma della riscossione avrà prodotto dei frutti, bisogna subito risolvere il problema del Fcde. Anche perché, dovendo calcolare, per ogni livello di entrata, la media tra incassi in conto competenza e accertamenti degli ultimi 5 esercizi, la riforma della riscossione, se funzionerà, dispiegherà i suo effetti tra 5 anni. D. Il meccanismo di accollo del debito, già sperimentato per il comune di Roma, viene ripreso dalla Manovra 2020 per ridurre la spesa per interessi dei mutui a carico degli enti locali. In pratica sarà lo Stato ad accollarsi i mutui, rinegoziando i tassi, secondo modalità che verranno definite con un decreto del Mef. Come giudica questa misura? R. Senz’ altro positiva. I comuni continuano a pagare a Cassa depositi e prestiti tassi medi del 4,5% che sono totalmente fuori mercato, visto che i tassi praticati dalle banche ai privati sono intorno al 2% e lo Stato emette titoli con tassi di interesse all’ 1%. Per gli enti si trattava di una gabbia da cui peraltro era molto costoso scappare viste le penali salate da corrispondere a Cdp in caso di estinzione anticipata. Con questo meccanismo lo Stato si farà garante presso il sistema bancario dei mutui degli enti potendo così ottenere, grazie alla propria solidità, percentuali più sostenibili. D. Che giudizio esprimete sulla semplificazione del fisco locale, dall’ accorpamento dei tributi minori all’ unificazione di Imu e Tasi? R. La semplificazione tributaria faciliterà la vita dei cittadini e anche degli operatori comunali. I sindaci avranno sicuramente più autonomia, ma da qui a dire che sicuramente diminuiranno le tasse ce ne vuole. Bisognerà fare i conti con la sostenibilità dei bilanci. © Riproduzione riservata. FRANCESCO CERISANO

18/11/2019 – Corriere della Sera – Economia
Pagamenti, lo stato accelera ma per uno su tre è tardi

PAGAMENTI,LOSTATOACCELERA
I conti della Ragioneria. Il «trucco» degli enti: ritardare la certificazione delle fatture
Aumenta il ritmo dei pagamenti della Pubblica amministrazione e anche la loro entità. In base agli ultimi dati della Ragioneria, pubblicati proprio oggi sul sito del ministero dell’ Economia, i tempi medi sono passati dai 71 giorni del 2015 ai 54 per le fatture emesse nel 2018. Quattro giorni in meno rispetto all’ anno precedente ma sempre 24 in più rispetto a quanto prevede la legge (30 giorni, 60 per il Servizio sanitario nazionale). A calare sono anche i tempi medi di ritardo: da dieci a sette giorni, una tendenza generalizzata seppure con dinamiche più o meno marcate. La riduzione è più pronunciata per gli enti del Servizio sanitario nazionale (da 22 giorni del 2015 ai tre del 2018), più contenuta, e sotto la media nazionale, per le amministrazioni centrali e gli enti locali. Ai minori tempi di pagamento si accompagna un progressivo miglioramento della quota di fatture pagate nei termini di legge. Che aumenta dal 50,6% dell’ importo delle fatture emesse nel 2015 al 64,3% del 2018. Un terzo delle fatture dunque non giunge a pagamento nei tempi dovuti. Anche qui le performance migliori sono del Servizio sanitario nazionale e delle Regioni e Province autonome. I dati della Ragioneria permettono di tracciare l’ evoluzione in corso. Nel 2015 il totale dei pagamenti effettuati e comunicati per fatture emesse nell’ anno è stata pari all’ 82% dell’ importo dovuto. Nel 2016 la percentuale è salita all’ 87,1%, nel 2017 è scesa all’ 86,8% e nel 2018 si stima salga all’ 88,5%. Si tratta di importi calcolati al netto di fatture sospese o non liquidabili. Molto è cambiato in meglio dal 2015, da quando la fatturazione elettronica è stata resa obbligatoria per la pubblica amministrazione. Prima di tutto la Piattaforma dei crediti commerciali (Pcc) acquisisce in modo automatico le fatture ricevute. C’ è da dire che ancora non tutte le amministrazioni sono iscritte alla Pcc. Il sito del Mef, al 31 dicembre 2018, ne registra 22.200. Poi c’ è ancora il problema della certificazione delle fatture da parte delle amministrazioni debitrici. Che spesso ritardano il riconoscimento del debito perché quello è il momento da cui scattano i 30/60 giorni. Ad allungare i tempi, tenendo in sospeso le fatture, ci sono poi i contenziosi. Infine, ai fini del corretto computo dei ritardi, c’ è il problema della registrazione dei pagamenti che avveniva tramite comunicazione al sistema da parte delle stesse amministrazioni, e non automaticamente come è dal 2018. Scrive la Ragioneria che, con riferimento al periodo esaminato (2015-2018), non tutte le amministrazioni monitorate sono state in grado di trasmettere, o di trasmettere integralmente, le informazioni sui pagamenti effettuati. In particolare negli ultimi tre anni la quota di fatture ricevute per le quali non risultano comunicazioni di pagamenti, corrisponde a circa il 12-13% del dovuto. «Il sistema complessivamente è migliorato – osserva Bruno Panieri, direttore delle Politiche economiche di Confartigianato -. Noi chiediamo che si introducano quegli stessi sistemi elettronici di pagamento, ai fini della tracciabilità, che ora vengono imposti ad artigiani e commercianti». Nel primo semestre del 2019 a fronte di 85,7 miliardi di importo complessivo su 14 milioni di fatture, si registra un livello elevato di pagamenti, pari a circa 62 miliardi. Tra i top pagatori al primo posto si colloca l’ Agenzia per la tutela della salute della città metropolitana di Milano (2,2 miliardi di importo pagato in un tempo medio di 18 giorni); segue il gestore dei servizi energetici (Gse) con quasi due miliardi in 17 giorni medi; terza è Roma Capitale che ha sborsato un miliardo e mezzo sforando i tempi di pagamento (41 giorni medi). Quanto alle fatture ricevute nell’ anno precedente, scadute e non ancora pagate da oltre 12 mesi, si tratta di circa 3,5 milioni di documenti per un importo di circa 10 miliardi. Al primo posto si piazza il Comune di Roma con debiti scaduti per più di mezzo miliardo; segue il ministero della Difesa con circa 230 milioni; l’ Azienda sarda per la tutela della salute con circa 200 milioni; il Comune di Napoli con 187 milioni. di Antonella Baccaro

18/11/2019 – Corriere della Sera – Economia
Stato-imprenditore antiche peripezie e nuova agenda tra ilva, alitalia (e comau)

STATO -IMPRENDITORE ANTICHE PERIPEZIE E NUOVA AGENDA
Il dibattito sulla possibile nazionalizzazione dell’ Ilva di Taranto – praticabile o meno che sia – ha riaperto la riflessione sulla politica industriale dello Stato, in sostanza su quali sono i parametri e le compatibilità con la legislazione comunitaria che permettono alla mano pubblica di entrare con sue controllate nel capitale di aziende private da salvare, rilanciare o da impedire che cadano in mani straniere. A rendere ancora più viva la discussione c’ è il «pendolo» dell’ eterno dibattito Stato-mercato che negli anni dopo la Grande Crisi si è mosso in direzione di una rivalutazione dell’ intervento statale o quantomeno dell’ adozione di metriche più pragmatiche. Al centro di questa riflessione in Italia c’ è sicuramente il ruolo della Cassa Depositi e Prestiti (vedi l’ intervista di Fabrizio Palermo a «L’ Economia» lunedì scorso) ma anche la sortita del Ceo di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina, che ha indicato nella nazionalizzazione dell’ Ilva la strada da seguire. La Cdp indicata spesso in passato come la nuova Iri in realtà è rimasta sempre uno «strano animale» il cui intervento viene evocato a ogni piè sospinto (i sindacalisti la quotano come una nuova Gepi!) ma che, pur tra contraddizioni, non ha mai valicato del tutto i confini di cui sopra. L’ amministratore delegato Fabrizio Palermo ha detto nell’ intervista che il suo gruppo sta elaborando una nuova strategia per l’ equity e quindi non resta che aspettare, intanto sarà utile sottolineare alcuni elementi. Lo strumento destinato a forgiare una politica industriale di tipo nuovo nella scorsa stagione della Cdp era il Fondo Strategico Italiano (sottolineo l’ aggettivo «strategico») che avrebbe dovuto muoversi come una sorta di fondo sovrano, «un investitore paziente di lungo periodo» che sceglie solo società che fanno profitti ma non ne diventa gestore. Ne possiede quote di minoranza «in co-investimento a parametri di mercato». (I virgolettati sono ripresi da documenti ufficiali, ndr). Varrà la pena ricordare come il Fondo nacque grazie alla legislazione anti-scalata voluta da Giulio Tremonti nel 2011 e doveva servire inizialmente per far restare in mane italiane il controllo di Parmalat (senza riuscirvi). Con Fsi ci si allontanò dalla storia Iri perché si è passati da un’ idea di politica industriale alla francese orientata ai settori pesanti e alle reti a un intervento che voleva puntare a valorizzare la specializzazione produttiva italiana (il made in Italy) riconoscendo addirittura il concetto di nicchia. Ovvero che non era ed è la dimensione dell’ azienda-target a motivare l’ intervento pubblico bensì il posizionamento di mercato/gamma e i punti di forza nel confronto con la concorrenza. La definizione utilizzata era quella del «rilevante interesse nazionale» e in qualche modo ancorata a parametri di crescita dell’ economia reale (occupazione e indotto) piuttosto che di difesa della nazionalità proprietaria. In virtù di questo orientamento il Fsi prese in esame l’ ipotesi di creare campioni nazionali del lusso, dell’ olio, dell’ hotelleria e addirittura del vino. Progetti rimasti sulla carta ma che è utile ricordare non certo in chiave polemica ma perché riavvolgere il nastro è utile in una fase di iure condendo come questa. Esaurito il flash-back torniamo a bomba ai giorni nostri e ai casi sul tappeto. Per il caso Ilva infatti nessuno può negare il carattere di interesse nazionale e l’ alta rilevanza sistemica dell’ impianto tarantino (che serve quasi tutta l’ industria metalmeccanica del Nord) ma in questo caso Bruxelles sarà decisamente vigile e non sarà facile strappare deroghe. Forse è più opinabile che vi sia un rilevante interesse nazionale per un’ Alitalia di bandiera perché i flussi turistici da servire sono già una realtà, si tratta di vedere chi possa servirli in maniera più efficiente per i consumatori e meno dispendiosa per il budget Italia. Non dimentichiamo poi che un rilevante servizio al turismo (ben remunerato) lo ha svolto per Trapani e la Puglia – ben remunerato – Ryanair, che non è certo una compagnia di bandiera. E un’ eventuale messa in vendita del Comau da parte di una Fca sposa con Peugeot rientrerebbe nel concetto di rilevante interesse nazionale? Domanda impegnativa. La Cdp nel caso di un Comau messo sul mercato non potrebbe non esaminare il dossier e se nel frattempo si facesse avanti un compratore cinese interessato al trasferimento del know how della grande tradizione manifatturiera robotica italiana l’ interesse nazionale entrerebbe sicuramente in ballo. Anche per l’ industria del food si potrebbe aprire una riflessione sull’ intervento pubblico, non certo nel capitale di questa o quella azienda (come pure è stato fatto in passato per Inalca) ma forse per sviluppare quelle piattaforme come Vinitaly o Cibus che sono snodi decisivi del business alimentare perché lavorano sul combinato disposto fiere/esportazioni/valorizzazione del made in Italy. di Dario Di Vico

15/11/2019 – Il Sole 24 Ore
Appalti, De Micheli accelera sul regolamento unico

l’ iter del decreto
Nominata la commissione di 13 esperti: entro il 15 dicembre la bozza definitiva
Il ministero delle Infrastrutture accelera sul nuovo regolamento unico degli appalti. La ministra Paola De Micheli ha firmato ieri il decreto di nomina della commissione di 13 esperti che avrà il compito di limare la bozza elaborata dai tecnici di Porta Pia e di proporre un nuovo testo entro il 15 dicembre. La commissione, guidata da Raffaele Greco, presidente di sezione del Consiglio di Stato, si insedierà oggi. Avrà quindi poco meno di un mese per prendere in mano il testo e sottoporlo alle osservazioni di imprese e stazioni appaltanti. Il compito principale della commissione è quello di calare il regolamento, finora messo a punto nel massimo riserbo ,nella realtà del mercato, evitando i rischi di rigetto che spesso si accompagnano alle soluzioni calate dall’ alto. Un altro compito sarà quello di semplificare al massimo il provvedimento. Secondo le prime indiscrezioni la bozza avrebbe già raggiunto dimensioni ragguardevoli. Si parla di circa 250 articoli, che andrebbero ad aggiungersi ai 220 del codice, ai tanti decreti attuativi già emanati e a un numero non trascurabile di linee guida dell’ Anac destinate a sopravvivere alla scelta di mandare in pensione la «soft law» dell’ Autorità diventata operativa con il decreto Sblocca-cantieri. Al momento la bozza riguarderebbe lavori, servizi e forniture senza operare cesure nette tra i diversi settori. Il lavoro della commissione non esaurirà il lavoro sul regolamento che sconta un iter di approvazione piuttosto lungo. Prima dell’ approvazione definitiva, dopo il concerto dell’ Economia e il vaglio in Conferenza Stato-Regioni, la bozza di Dpr dovrà superare due passaggi in Consiglio dei ministri, con parere del Consiglio di Stato e delle commissioni parlamentari competenti. Oltre al presidente Greco faranno parte della commissione il Consigliere di Stato Giuseppina Luciana Barreca, il consigliere dell’ Anac Michele Corradino, il consigliere della Corte dei conti Massimiliano Atelli. Altri componenti vengono dal mondo delle professioni e dell’ università. © RIPRODUZIONE RISERVATA. Mauro Salerno

15/11/2019 – Il Sole 24 Ore
Subappalto, Anac: via il tetto unico Decisione della Pa gara per gara

CONTRATTI PUBBLICI
Segnalazione al Governo: urgente adeguarsi alla sentenza della Corte Ue Servono dei contrappesi: no ai subaffidamenti al 100% e più verifiche sulle imprese
Eliminare il vincolo unico sul subappalto. Lasciare alle stazioni appaltanti il compito di decidere caso per caso quale soglia chiedere, senza però consentire il subaffidamento al 100% e dando alle Pa gli strumenti per controllare il possesso dei requisiti dei subappaltatori, per non aprire ulteriori varchi alle infiltrazioni criminali nei lavori pubblici. Sono le proposte avanzate dall’ Anticorruzione a Governo e Parlamento per chiudere la partita delle norme italiane sul subappalto contestate dall’ Unione europea, prima nella lettera di messa in mora sul codice dei contratti spedita lo scorso gennaio e poi con la sentenza della Corte Ue arrivata a settembre, che ha bocciato il vincolo generalizzato sui subaffidamenti, innalzato dal 30% al 40% dal decreto Sblocca-cantieri. L’ invito a risolvere la questione con «una modifica normativa urgente» e «organica», anche per scongiurare il rischio -ricorsi, è contenuto in un atto di segnalazione (n.8 del 13 novembre 2019) che il presidente dell’ Anac Francesco Merloni aveva anticipato nell’ intervista pubblicata ieri da questo giornale. La proposta dell’ Autorità non è quella di far saltare tout court il tappo sui subappalti. Nell’ interpretazione dell’ Anac non è questo che l’ Europa chiede all’ Italia. Per l’ Anac i giudici europei contestano l’ imposizione di un vincolo generalizzato che non lascia spazio a valutazioni caso per caso, in base alle caratteristiche del contratto da affidare. Dunque, il suggerimento è di evitare «limitazioni quantitative a priori» in modo da «favorire l’ ingresso negli appalti pubblici delle Pmi». Questo però non significa abdicare alla necessità di imporre dei limiti. Anzi, anche adeguandosi alla sentenza della Corte «si dovrebbero prevedere alcuni accorgimenti e “contrappesi”». Così, la prima indicazione dell’ Anac è che non c’ è bisogno di consentire il subappalto del 100%, perché «se da un lato il Giudice europeo ha censurato il limite al subappalto», dall’ altro «non sembra aver stabilito la possibilità per gli offerenti di ricorrervi in via illimitata». Soluzione? Si può prevedere la «regola generale di ammissibilità del subappalto», affidando alle stazioni appaltanti il compito di individuare volta per volta delle soglie, motivando la scelta gara per gara, così come avviene nel caso della mancata suddivisione in lotti degli appalti. Per evitare allentamenti dei controlli sugli esecutori bisognerebbe poi garantire la capacità della Pa di verificare i requisiti. L’ Anac avanza la proposta di differenziare le norme sul subappalto a seconda della soglia ammessa in gara dalle Pa. Se la possibilità di subaffidamento rimane entro un certo limite, si può mantenere l’ assetto attuale che impone ai concorrenti di anticipare in gara soltanto la volontà di subappaltare alcune parti del contratto. Oltre certi valori bisognerebbe invece imporre ai concorrenti di anticipare anche i nomi dei subaffidatari in modo da permettere «la verifica obbligatoria dei subappaltatori anche in fase di gara». Un altro suggerimento è quello di valutare lo sdoppiamento della normativa sui subaffidamenti. Prevedendo l’ assenza di limiti fissi per gli appalti che ricadono sotto la “giurisdizione” europea, dunque di importo superiore alle soglie Ue (5,35 milioni a partire dal 1° gennaio) e, al contrario, ricorrendo a un limite preciso per i contratti di importo minore e privi di interesse per le imprese straniere. © RIPRODUZIONE RISERVATA. Mauro Salerno Giorgio Santilli

15/11/2019 – Italia Oggi
Concessioni a rischio con il project financing

L’ affidamento potrebbe essere in contrasto con le direttive Ue
Il divieto di procedere agli affidamenti delle concessioni autostradali scadute o in scadenza facendo ricorso alle procedure di cui all’ art. 183 (finanza di progetto) potrebbe essere illegittimo per contrasto con le direttive europee. È quanto prefigura il Consiglio di stato nell’ ordinanza del 6 novembre 2019 n. 7587 di rinvio alla Corte di giustizia europea della norma del codice appalti introdotta nel 2017 ( con il dlgs 19 aprile 2017, n. 56) che all’ art. 178 del dlgs 18 aprile 2016, n. 50 ha aggiunto un nuovo comma 8-bis per il quale «le amministrazioni non possono procedere agli affidamenti delle concessioni autostradali scadute o in scadenza facendo ricorso alle procedure di cui all’ art. 183, cioè facendo ricorso alla finanza di progetto, sia di iniziativa pubblica che di iniziativa privata». La disposizione era intervenuta dopo che la concessionaria Ativa (Torino- Ivrea-Aosta) aveva presentato due proposte ai sensi del precedente codice del 2006 art. 153, comma 19 e 183, comma 15). Una delle due proposte era stata infatti ritenuta illegittima da parte del dicastero competente (Mit), ma nell’ impugnare il provvedimento ministeriale la concessionaria metteva in discussione la conformità del divieto rispetto alla normativa eurounitaria. Al riguardo i giudici rilevano che «il testo della disposizione non appare univocamente interpretabile nel senso che si tratti di disciplina strettamente transitoria che riferirebbe il divieto alle concessioni «scadute o in scadenza» all’ entrata in vigore del (nuovo) Codice. Piuttosto, nota il Consiglio di stato, la norma sembrerebbe porre un divieto generalizzato di affidare le concessioni autostradali con la procedura della finanza di progetto se l’ infrastruttura e gia affidata in concessione. In sostanza potrebbe essere intesa, la norma, come previsione da applicare non solo in via transitoria, ma anche a regime, come nel caso di nuova concessione da affidare per subentro al concessionario scaduto. In tutti i casi per il Consiglio di stato la finalità della norma va legata alla necessita di contrastare l’ aggiramento del divieto di proroga delle concessioni autostradali se proponente sia il concessionario uscente. Vista la situazione di incertezza interpretativa e considerato il fatto che nella direttiva 23/2014 si chiarisce che «dovrebbe essere lasciata alle amministrazioni aggiudicatrici e agli enti aggiudicatori un’ ampia flessibilita nel definire e organizzare la procedura di selezione del concessionario», i giudici si rivolgono alla corte europea. In particolare chiedono se la liberta di scelta delle procedure di affidamento (sancita dalla direttiva 23/2014) nel rispetto dei principi di trasparenza e di liberta di trattamento, renderebbero illegittimo il divieto di cui all’ art. 178, comma 8-bis del codice come modificato nel 2017 che non consente incondizionatamente alle amministrazioni di procedere agli affidamenti delle concessioni autostradali scadute o in scadenza facendo ricorso alle procedure di cui all’ art. 183, che disciplina la finanza di progetto. Vedremo se, come sul subappalto, sarà l’ Europa a modificare nuovamente il codice appalti. © Riproduzione riservata.

15/11/2019 – Italia Oggi
Nelle offerte tecniche qualità da valutare

Tar trentino-alto adige
È illegittima la valutazione delle offerte tecniche di un appalto con il sistema «on/off» se si annulla ogni screening sulla qualità dell’ offerta. È quanto afferma la sentenza n. del 140 del 29 ottobre 2019 del Tar Trentino-Alto Adige-Trento per una gara di fornitura e posa in opera di dispositivi di gestione conferimenti su strutture semi-interrate e contenitori stradali esistenti, compresi service di gestione dati e manutenzione dei dispositivi elettronici. Il disciplinare di gara aveva stabilito l’ attribuzione del punteggio tecnico «automaticamente e in valore assoluto, sulla base della presenza o assenza nell’ offerta, dell’ elemento richiesto» dichiarata dal concorrente nell’ ambito del «modulo di offerta tecnica», senza prevedere l’ esame di ulteriore documentazione tecnica e/o l’ esecuzione di prove pratiche su campionatura riferita ai dispositivi offerti, così impedendo l’ accertamento dell’ effettivo possesso da parte dei dispositivi offerti dei requisiti tecnici di minima e premiali richiesti. I giudici premettono che anche le Linee guida Anac n. 2 ammettono l’ utilizzo del sistema on/off quando non è necessario esprimere una valutazione soggettiva, con l’ avvertenza che sia però consentito «un effettivo confronto concorrenziale sui profili tecnici dell’ offerta, scongiurando situazioni di appiattimento delle stesse sui medesimi valori, vanificando l’ applicazione del criterio del miglior rapporto qualità/prezzo». Ed è proprio quanto è successo nel caso specifico: la mancata previsione dell’ obbligo di allegare documentazione tecnica a corredo dell’ offerta e la mancata nomina di una commissione incaricata di verificare quanto dichiarato dai concorrenti ha, di fatto, vanificato la valutazione dell’ elemento qualitativo, perché tutti i concorrenti hanno dichiarato il possesso delle caratteristiche richieste per i dispositivi offerti in gara, così ottenendo il massimo punteggio tecnico previsto (70 punti), con l’ effetto di trasformare il criterio di aggiudicazione prescelto dalla lex specialis in quello del prezzo più basso. La mancanza di una valutazione sulle caratteristiche tecniche dell’ offerta rende quindi illegittima la procedure per eccesso di potere. © Riproduzione riservata.

18/11/2019 – Italia Oggi Sette
Bandi a misura di corruttore

Lo rileva l’ Anac: si ricorre meno all’ assegnazione diretta per non dare traccia dell’ illecito
Appalti pubblici in testa con gare pilotate. Comuni a rischio
Gare su misura per favorire i contraenti-corruttori invece che assegnazione diretta dell’ appalto. È così che la corruzione opera nell’ ambito della contrattualistica pubblica, come rilevato dal rapporto pubblicato dall’ Anac, l’ Autorità nazionale anticorruzione lo scorso 17 ottobre. Dal report, intitolato «La corruzione in Italia (2016-2019) – Numeri, luoghi e contropartite del malaffare», emerge che «su 113 vicende corruttive inerenti l’ assegnazione di appalti, solo 20 riguardavano affidamenti diretti (18%)», mentre in tutti gli altri casi sono state realizzate gare strutturate su bandi definiti «sartoriali» dall’ Autorità anticorruzione, che segnala «l’ esistenza di una certa raffinatezza criminale nell’ adeguarsi alle modalità di scelta del contraente imposte dalla legge per le commesse di maggior importo». Il documento in esame, redatto sull’ analisi dei provvedimenti emessi dall’ Autorità giudiziaria negli ultimi tre anni, offre un «quadro dettagliato, benché non scientifico né esaustivo, delle vicende corruttive in termini di dislocazione geografica, contropartite, enti, settori e soggetti coinvolti». Nel triennio esaminato, la magistratura penale (inquirente e giudicante) ha emesso 152 provvedimenti per ipotesi di corruzione riscontrate sull’ intero territorio nazionale. Dal punto di vista geografico, significativo il dato che riguarda la Sicilia, dove sono stati registrati 28 casi (18,4% del totale) che corrispondono quasi alla totalità di quelli riscontrati in tutte le regioni del nord Italia (29). Dopo la Sicilia, troviamo il Lazio (22 casi), la Campania (20), la Puglia (16) e la Calabria (14). Dal 2016 al 2019, le Autorità inquirenti hanno emesso 117 ordinanze di misura cautelare per ipotesi di corruzione nell’ ambito degli appalti pubblici, settore meno impermeabile ai fenomeni corruttivi (74% della totalità dei casi rilevati), considerati soprattutto gli interessi che ruotano intorno agli ingenti volumi economici. Per quanto riguarda poi le modalità operative di gestione illecita degli appalti, la maggior parte delle amministrazioni pubbliche coinvolte preferisce abbandonare il criterio discrezionale dell’ assegnazione diretta per ricorrere a vere e proprie procedure di gara, ritagliate però su misura del contraente prescelto (93 casi su 113 riscontrati). Il meccanismo della gara, in apparenza del tutto fisiologico, è ovviamente finalizzato a rendere meno tracciabile l’ esistenza del rapporto illecito tra il corruttore e il singolo pubblico ufficiale/incaricato di pubblico servizio. Proprio con riferimento al soggetto pubblico, il rapporto Anac descrive anche i profili delle 207 persone sottoposte alle indagini per corruzione nel periodo 2016-2019, la metà delle quali appartiene all’ apparato burocratico in senso stretto: più nello specifico, 46 dirigenti, 46 funzionari e dipendenti, ai quali si aggiungono 11 rup (responsabile unico del procedimento). Gli esponenti del potere politico, tradizionalmente più sensibili alle dinamiche corruttive (si pensi al fenomeno durante la cosiddetta Prima Repubblica), risultano ora meno attivi, nonostante i numeri e le statistiche non siano certamente trascurabili: 47 politici indagati (23% del totale) nel periodo in esame, di cui 43 arrestati e tutti operativi in ambito comunale: 20 sindaci, 6 vice-sindaci, 10 assessori e 7 consiglieri. I comuni, dunque, rappresentano il terreno politico ove è maggiore il rischio di queste condotte delittuose, come emerge anche dall’ analisi della tipologia delle amministrazioni in cui si sono verificati i più rilevanti episodi di corruzione tra i 152 censiti: 63 nei municipi (41%), 24 in società partecipate (16%), 16 in aziende sanitarie (11%). Sullo specifico versante dello scambio corruttivo, nonostante il denaro continui a rappresentare il principale strumento dell’ accordo illecito (48% delle vicende esaminate) soprattutto quando si tratta di piccoli importi (da 50 euro a 3 mila euro), l’ Anac ha denunciato la presenza di «nuove e più pragmatiche forme di corruzione», che si traducono nella cosiddetta smaterializzazione della tangente, organizzate per impedire più facilmente la tracciabilità delle somme illecitamente percepite. In questi casi, il posto di lavoro rappresenta, come si legge nel rapporto, «la nuova frontiera del pactum sceleris» soprattutto nel sud Italia dove l’ accordo corruttivo si è perfezionato, nel 13% dei casi, attraverso l’ assunzione di coniugi, congiunti o soggetti comunque legati al funzionario corrotto. Sempre con riferimento a modalità corruttive che non prevedono l’ utilizzo diretto del contante, si ricordano l’ assegnazione di prestazioni professionali sotto forma di consulenze a persone o società riconducibili al corrotto, benefit di diversa natura (benzina, pasti, soggiorni), oltre a svariate tipologie di ricompense (ristrutturazioni edilizie, riparazioni, servizi di pulizia, trasporto mobili, lavori di falegnameria, giardinaggio, tinteggiatura) che talvolta sono consistite anche in prestazioni di natura sessuale. Le contropartite sopra elencate, soprattutto quelle di modesto valore, indicano come la funzione pubblica, in presenza di determinati fattori condizionanti, possa facilmente deviare rispetto al fisiologico percorso istituzionale. L’ attuale e complessa fenomenologia riscontrata in tema di corruzione, infine, ha portato l’ Anac a sottolineare l’ esigenza di mettere in atto «un’ azione combinata di strumenti preventivi e repressivi, che possano operare secondo comuni linee di coordinamento ed integrazione», alcuni dei quali sono già stati adottati nel nostro ordinamento: a titolo esemplificativo, si ricordano la legge Severino (2012), il progressivo inasprimento delle sanzioni penali, il meccanismo del whistleblowing e la possibilità di estendere le operazioni sotto copertura anche ai delitti contro la pubblica amministrazione. È ovvio che l’ efficacia di un sistema calibrato su prevenzione e repressione di questo particolare fenomeno criminale non possa prescindere da un reale e profondo cambiamento culturale nel nostro Paese. © Riproduzione riservata. PAGINA A CURA DI NICOLA PIETRANTONI

15/11/2019 – Italia Oggi
Appalti, un ristoro ai creditori

Dal Consiglio di stato l’ ok al dm Infrastrutture che disciplina il Fondo salva opere
Fino al 70% delle somme vantate verso l’ appaltatore
Crediti insoddisfatti dei subappaltatori, subaffidatari e subfornitori nei confronti dell’ appaltatore pagati nella misura massima del 70% grazie al Fondo salva opere, che si applicherà alle gare di lavori oltre i 200 mila euro e a quelle di forniture e servizi oltre i 100 mila euro connesse alla realizzazione di lavori. Il Fondo è alimentato dal versamento di un contributo pari allo 0,5% del valore del ribasso offerto dall’ aggiudicatario delle gare. Per quest’ anno il tesoretto del Fondo stanziato dallo stato è di 12 milioni di euro, che diventeranno 33,5 il prossimo anno. Il decreto del ministro delle infrastrutture e dei trasporti attuativo dell’ articolo 47, comma 1-quater, del decreto legge 30 aprile 2019, n. 34, convertito, con modificazioni, dalla legge 28 giugno 2019, n. 58, recante «Misure urgenti di crescita economica e per la risoluzione di specifiche situazioni di crisi», è ormai in dirittura, ed è stato oggetto di parere (n. 2687/2019, positivo con osservazioni) da parte del Consiglio di stato. Il provvedimento individua , in conformità alla normativa primaria, i soggetti che possono accedere alle risorse del Fondo salva opere, definendo, secondo i criteri posti dall’ articolo 47 del decreto legge 34 del 2019, il relativo ambito di applicazione, tanto sul piano oggettivo, tanto su quello soggettivo. Il regolamento inoltre delinea il procedimento che deve essere seguito dai beneficiari delle risorse al fine di ottenere la certificazione dei propri crediti, indicando le modalità di proposizione della relativa istanza, la documentazione da allegare alla stessa e il destinatario. Vengono poi individuati i criteri di erogazione delle risorse per le ipotesi nelle quali le stesse risultassero insufficienti rispetto al numero di istanze presentate, prevedendo la formazione di piani di graduazione delle medesime con cadenza semestrale. Infine viene attribuito al ministero delle infrastrutture e dei trasporti, presso il quale il Fondo è istituito, il compito di valutare eventuali osservazioni degli aventi diritto ove l’ amministrazione aggiudicatrice non provveda sull’ istanza di certificazione del credito entro un determinato termine ovvero la disattenda, in tutto o in parte. Il parere dei giudici di palazzo Spada sottolinea come il decreto stabilisca che le disposizioni relative al Fondo si applicano alle gare di appalti pubblici di lavori, la cui base d’ asta, come detto sopra, è pari o superiore a 200 mila euro e alle gare di appalti pubblici di servizi e forniture connessi alla realizzazione di opere pubbliche, la cui base d’ asta è pari o superiore a 100 mila euro, bandite a far data dal 30 giugno 2019. Una previsione che , dice il parere, pur non conforme alla normativa primaria (laddove non è rinvenibile alcun riferimento agli appalti pubblici di servizi e forniture «connessi alla realizzazione di opere pubbliche»), risulta rispettosa delle finalità dell’ intervento legislativo e conforme al parametro di ragionevolezza. Per il resto si suggeriscono alcuni aggiustamenti sulle le varie fasi del procedimento di accesso al Fondo, ivi comprese quelle di presentazione delle istanze dei creditori e di certificazione dei crediti. Per esempio, si rileva che, poiché il soddisfacimento dei crediti certificati avviene comunque nei limiti delle disponibilità del Fondo, non sarebbe di competenza dell’ ente certificatore fissare l’ importo del credito ammesso al Fondo, né quello della percentuale massima richiamata dalla fonte primaria. © Riproduzione riservata. ANDREA MASCOLINI

18/11/2019 – Italia Oggi Sette
Gare, legittimo il metodo on/off

Il Tar Trento sul criterio dell’ offerta più vantaggiosa: senza documenti conta il prezzo
Per alcuni servizi non servono valutazioni soggettive
Anche la gara d’ appalto bandita col criterio dell’ offerta economicamente più vantaggiosa può essere aggiudicata con il metodo «on/off», con cui le imprese partecipanti compilano un modulo di offerta tecnica indicando se possiedono o no i requisiti per svolgere i lavori o erogare i servizi, per esempio la certificazione Iso. Il punto è che le dichiarazioni vanno riscontrate, altrimenti tutti i candidati affermano di aver le carte in regola e ottengono il massimo del punteggio tecnico: la gara viene così aggiudicata in pratica a chi offre il prezzo più basso, quindi in base a un criterio diverso da quanto enunciato dalla stazione appaltante. È quanto emerge dalla sentenza 140/19, pubblicata il 29 ottobre dalla sezione unica del Tar Trento. Il caso. Accolta la domanda proposta in via subordinata dalla società di tecnologie ambientali: sono annullati tutti gli atti della procedura selettiva. Coglie nel segno la censura dell’ azienda secondo cui le regole della procedura sono viziate da eccesso di potere per illogicità e irragionevolezza. Anche l’ Anac, l’ autorità nazionale anticorruzione, conviene che il metodo «on/off» si può utilizzare anche nelle procedure bandite con l’ offerta economicamente più vantaggiosa: ci sono infatti servizi che non richiedono valutazioni soggettive, basta mettere zero in pagella alle imprese sprovviste del requisito indicato e punteggi crescenti alle altre, in proporzione alla maggiore intensità. Nel caso specifico il criterio dell’ offerta economicamente più vantaggiosa prevede l’ attribuzione un punteggio di 70/100 per l’ aspetto tecnico e di 30/100 per quello economico, come risulta dal disciplinare di gara. La valutazione dell’ aspetto tecnico è articolata in cinque criteri, strutturati in base al criterio «on/off» e specificati in una tabella ad hoc. Il presidente del seggio di gara attribuisce senza alcuna valutazione discrezionale il punteggio predeterminato sulla sola base di quanto dichiarato nei questionari dai concorrenti, i quali neppure sono tenuti a esibire campioni relativi ai prodotti offerti. Ma soprattutto alle imprese partecipanti non si impone di presentare documentazione tecnica a corredo dell’ offerta né viene nominata una commissione per verificare se le aziende candidate sono davvero in possesso dei requisiti. Insomma: la valutazione dell’ elemento qualitativo risulta del tutto vanificata e la gara si trasforma al massimo ribasso. La colpa, tuttavia, del presidente del seggio di gara, che attribuisce i punteggi previsti dalla tabella attenendosi a quanto dichiarato dalle società senza svolgere alcun accertamento ulteriore. E ciò perché le regole della procedura non solo non prevedono ma neppure consentono alcuna forma di valutazione sul contenuto tecnico delle offerte. Risultato? Senza la nomina di una commissione giudicatrice che verifichi le dichiarazioni dei concorrenti il criterio di aggiudicazione dell’ offerta tecnica più vantaggiosa enunciato dal bando risulta del tutto snaturato: i punteggi tecnici vengono sterilizzati in pieno mentre l’ incidenza dell’ elemento prezzo diventa decisiva per l’ attribuzione dell’ appalto. E l’ effetto è rinviare alla fase della stipula o dell’ esecuzione del contratto la verifica dei requisiti indicati dall’ impresa aggiudicataria: si finisce così per unificare due momenti che la legislazione in materia di contratti pubblici vuole e tiene autonomi e distinti, vale a dire quello relativo alla gara vera e propria e quello del controllo del prodotto offerto dalla società risultata vincitrice. I precedenti. Attenzione, però: non sempre nominare un pool di esperti mette al riparto dal fallimento, come insegna la sentenza 912/17, pubblicata dalla seconda sezione del Tar Brescia, che ha accolto il ricorso dell’ impresa contro l’ aggiudicazione del servizio bar della scuola: nel prospetto dove sono attribuiti i punteggi alle offerte resta immacolata la colonna sulla valutazione della qualità dei prodotti. E dire che l’ amministrazione ha nominato una commissione tecnica consultiva proprio per verificare competenze e professionalità delle società partecipanti. Non c’ è dubbio che la gara dovesse essere decisa valutando l’ offerta più vantaggiosa non soltanto dal punto di vista economico. Invece il criterio risulta snaturato dal fatto che la commissione apre le due buste insieme mentre l’ offerta sul canone di concessione annuale, dunque quella economica, doveva essere conosciuta soltanto in seguito all’ apertura dell’ altro plico con la domanda di gara e il resto dei documenti. © Riproduzione riservata. DARIO FERRARA

18/11/2019 – La Repubblica
Appalti, meno burocrazia nella lotta all’ evasione Irpef

La manovra
Il Tesoro sposa la linea di Renzi e non di Leu Oggi gli emendamenti alla legge di Bilancio
ROMA – Sotto il pressing degli emendamenti che si attendono oggi in Senato al disegno di legge di Bilancio, il Tesoro gioca d’ anticipo: a plastica e auto aziendali aggiunge il via libera a modifiche alle norme sul contrasto all’ evasione delle ritenute Irpef in busta paga. Sul terreno parlamentare a Palazzo Madama si attendono modifiche di ogni tipo, a partire da quelle renziane di Quota 100 e tra i nodi aperti anche l’ inasprimento delle pene per l’ evasione, sostenuto dai grillini ma che non piace a Italia Viva: si conta molto di più invece sull’ intreccio delle banche dati reso possibile dall’ articolo 86 della legge di Bilancio. Negli ultimi giorni il ministro dell’ Economia Gualtieri e i suoi tecnici hanno incontrato le categorie sul più volte evocato “5 per cento” delle misure che si possono cambiare. In prima linea la plastic tax, argomento scivoloso perché prevede più di un miliardo di gettito: è ormai chiaro che peserà meno di 1 euro al chilogrammo, che si terrà conto della possibilità di riciclaggio e che non peserà su chi esporta. Stessa linea per le auto aziendali dove, oltre alla scalettatura proporzionata all’ inquinamento del modello, si è ormai deciso che non peserà sullo stock di auto in essere ma solo sui nuovi contratti stipulati, indipendentemente dalla nuova immatricolazione della vettura. La novità delle ultime ore riguarda inoltre l’ articolo 4 del decreto fiscale. La norma, di cui si è parlato poco, sostenuta da Leu, riguarda il fenomeno dell’ evasione delle ritenute Irpef in busta paga de i lavoratori dipendenti di società o cooperative che hanno ricevuto un servizio in appalto. Spesso accade che la società che ha ricevuto l’ appalto (mense, consegne, edilizia) chiuda senza aver pagato l’ Irpef ai dipendenti. Per contrastare questo fenomeno il decreto ha stabilito che l’ onere del pagamento dell’ Irpef ricadesse sulla società che concede in appalto il servizio e non su quella che ottiene l’ appalto e ha in carico gli stipendi dei lavoratori. La norma inoltre prevede che ogni mese la società a valle deve comunicare dati, codici fiscali, ore lavorate alla società che concede l’ appalto. Un appesantimento burocratico, già oggetto di un emendamento di Italia Viva, che ha richiamato l’ attenzione del Tesoro che vuole alleggerire gli oneri e ridurre l’ ambito di applicazione alle aziende concretamente a rischio. ©RIPRODUZIONE RISERVATA. DI ROBERTO PETRINI

16/11/2019 – Avvenire
Dai territori allo sviluppo sostenibile la Cdp vive una seconda giovinezza

Dal territorio al territorio, andata e ritorno. La Cdp sta conoscendo una nuova giovinezza, in barba ai suoi 170 anni. Quasi ogni giorno sui media per la presenza in delicate partite finanziarie (da Poste a Eni, da Telecom agli hotel, da Open Fiber alla Treccani, per non dire della sua continua evocazione nella recente vicenda ex Ilva), e per questo da sempre nel mirino della politica, la grande cassaforte di Stato vive anche una seconda dimensione meno nota, legata alla promozione dello sviluppo sostenibile e inclusivo delle varie aree del Paese. «C’ è un rapporto storico che unisce Cdp ai territori», dice Fabrizio Palermo, da luglio 2018 amministratore delegato di Cassa depositi e prestiti, che lunedì 18 festeggia il 170° compleanno all’ ex Poligrafico, con il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. «Non potrebbe essere altrimenti – prosegue – per un gruppo che è arrivato a raccogliere il risparmio di 27 milioni d’ italiani. Un risparmio a cui diamo una doppia valenza: valore finanziario di un investimento garantito dallo Stato, ma anche valore economico, sociale e ambientale in termini di beni e servizi erogati». Parole che si traducono in esempi concreti perché – magari non lo sappiamo – ma spesso dietro a un’ opera pubblica c’ è una mano della Cassa. Come a Colognola ai Colli. Qui, nel Veronese, a metà di settembre scorso è suonata la campanella del moderno edificio realizzato per garantire l’ istruzione a tutti i ragazzi della zona, incluse le frazioni sparse tra le colline circostanti. Con il contributo (per la scuola primaria) di un prestito flessibile da 2,4 milioni e la gestione di un ulteriore finanziamento da 1,49 milioni, è stato realizzato un impianto all’ avanguardia, che dovrebbe fungere da esempio in un’ Italia afflitta da cronici problemi di edilizia scolastica. Non è un caso raro: i numeri comunicati da via Goito parlano di circa 3 miliardi stanziati dal 2010 per interventi in questo ambito e di uno sprint nel 2019, con investimenti finanziati per 91 edifici scolastici nei primi 6 mesi, ovvero una scuola ogni 2 giorni. E non minore importanza si dà al progetto ‘Il risparmio che fa scuola’, cioè le ore di educazione finanziaria per gli studenti. La Cassa negli anni si è aperta, insomma, pur mantenendo come principale fonte di raccolta (per il 75%) i classici buoni e libretti postali, strumento antico ma sempre di ‘appeal’. Un’ apertura testimoniata da alcune tappe: dapprima, nel 2016, Cdp ha assunto il ruolo d’ istituzione finanziaria cardine per la cooperazione allo Sviluppo. Ma la vera svolta per questa Spa controllata per l’ 82,77% dal ministero del Tesoro (e supportata dalle Fondazioni ex bancarie) è arrivata col nuovo Piano industriale 2019-2021, fortemente voluto da Palermo per orientare l’ operatività agli obiettivi dell’ Agenda Onu 2030 e fungere da ‘acceleratore’. La potenza di fuoco è testimoniata dai numeri, adeguati a un simile colosso: nel triennio Cdp conta di investire 200 miliardi di euro, tra risorse proprie (oltre il 50%) e di investitori privati e istituzioni, su fronti che spaziano dalle infrastrutture all’ housing sociale, l’ effi-cientamento energetico, l’ innovazione delle imprese, l’ impatto ambientale. L’ impegno è globale, senza abbandonare il ‘cuore’ proprio del gruppo: la finanza. Già nel 2017 fu emesso il primo ‘social bond’, dal valore nominale di 500 milioni, finalizzato a creare posti di lavoro nelle Pmi attraverso crediti loro destinati nelle aree svantaggiate. Nel 2018 è stata poi la volta del primo ‘hydro bond’, un’ emissione sempre da 500 milioni per migliorare il sistema idrico nazionale. Un trittico coronato, quest’ anno, da un’ altra obbligazione da 750 milioni vincolata alla messa in sicurezza degli edifici pubblici. Non è un caso, allora, che giovedì scorso Cdp sia divenuta la prima istituzione finanziaria italiana ammessa alle risorse del fondo Onu per investimenti ‘green’ nei Paesi in via di sviluppo. Anche dagli amministratori locali giungono conferme: «La caratteristica della Cassa è di essere veloce, in pochi giorni giungono i fondi e questo è essenziale per un ente locale », spiega Paola Sisti, sindaco di Santo Stefano di Magra (La Spezia), che così ha modernizzato il patrimonio scolastico e il centro storico del suo comune. La sensibilità per le esigenze dei cittadini si riflette pure sullo sviluppo dell’ edilizia sociale, altro anello debole sullo scacchiere nazionale, dove oltre 14 milioni di italiani non hanno ancora possibilità di accedere a una casa dignitosa. Anche qui il gruppo è presente. Basta spostarsi a Ferrara per imbattersi nel palazzo degli Specchi, l’ ex centro direzionale rimasto bloccato per guai giudiziari della vecchia proprietà. Cdp è subentrata e in soli 18 mesi l’ ha trasformato nelle ‘Corti di Medoro’, per accogliere gli studenti del locale ateneo in 44 appartamenti assieme ad altri 190 alloggi per famiglie e anziani. Si cerca di rispondere anche alle tragedie più recenti: a Genova Cdp e il Comune si accordarono già ad agosto 2018 per ospitare nella ex ‘Casa delle infermiere’, con 40 unità già arredate, diverse famiglie rimaste senza casa dopo il crollo del ponte Morandi. Dal Nord-Ovest al Nord-Est, uno degli interventi più significativi è a Trieste: qui nel 2018, dopo aver investito 81 milioni, sono stati inaugurati 83 alloggi in classe energetica A1 e A2, con affitti calmierati, ricavati dalla ex fabbrica cartotecnica ‘Saul Sadoch’, inutilizzata da inizio 1990. Tutti esempi, in fondo, di una forma diversa di «preservare la fiducia degli italiani», che rimane la principale mission indicata dall’ ad Palermo. RIPRODUZIONE RISERVATA L’ ANNIVERSARIO Cassa depositi e prestiti festeggia 170 anni. La grande cassaforte di Stato, oltre a essere coinvolta in grandi partite finanziarie, sta investendo su fronti che spaziano dall’ housing sociale all’ efficientamento energetico La vera svolta è arrivata con il Piano 2019-2021, voluto dall’ Ad Fabrizio Palermo, per orientare l’ operatività agli obiettivi dell’ Agenda Onu 2030 e fungere da ‘acceleratore’ L’ impegno è globale, senza abbandonare il ‘cuore’ proprio del gruppo: la finanza. Già nel 2017 fu emesso il primo ‘social bond’, dal valore nominale di 500 milioni Fabrizio Palermo, da luglio 2018 Ad di Cassa depositi e prestiti, che lunedì 18 festeggia il 170° compleanno all’ ex Poligrafico con il presidente Mattarella.

18/11/2019 – Il Sole 24 Ore
PREMIATI I COMUNI CHE FANNO PARTECIPARE

SODALITAS-ANCI PER CITTÀ SOSTENIBILI
Nel quartiere Lunetta, alla periferia di Mantova, dove si concentra la maggior parte delle case popolari della città, le famiglie che si mettono a disposizione per attività sociali – dal laboratorio di lingua italiana per le donne all’ organizzazione di cene condominiali – accumulano “punti luna”: cioè crediti da usare come sconto per compensare la morosità nell’ affitto. A Rho, 50mila abitanti alle porte di Milano, 100mila euro sono stati investiti nella riqualificazione di spazi cittadini, su progetti ideati dai ragazzi delle scuole elementari e medie. Sono due iniziative che saranno premiate con il «Cresco Award» di Sodalitas all’ assemblea dell’ Anci, che si apre domani ad Arezzo. il filo rosso che lega i progetti premiati è la partecipazione dei cittadini, coinvolti nella realizzazione di obiettivi di sviluppo sostenibile, legati ai 17 traguardi fissati dall’ Onu per il 2030. Nella quarta edizione di «Cresco Award – Città sostenibili», promosso dalla Fondazione Sodalitas in collaborazione con l’ Associazione nazionale dei Comuni italiani, saranno premiati – mercoledì 20 novembre – cinque Comuni: Bassiano, in provincia di Latina per la gestione virtuosa dei rifiuti, Mantova, con il progetto «Lunattiva», Rimini, per il «Piano di Salvaguardia della Balneazione», Rho, con il progetto di bilancio partecipativo «Dirò la mia a scuola!», e Milano con «La scuola dei quartieri», per il miglioramento delle periferie. A Mantova il progetto Lunattiva è stato finanziato con Fondi europei e ha coinvolto, oltre al Comune, l’ Aler (l’ Agenzia lombarda per l’ edilizia residenziale) e il Centro di servizio per il volontariato Lombardia Sud (per Cremona, Lodi, Mantova e Pavia). L’ obiettivo è stato quello di creare un laboratorio sociale che ha raggiunto circa 300 famiglie del quartiere Lunetta, alle quali sono state proposte varie forme di impegno nel quartiere, tramite uno sportello fisico, «L’ officina delle Idee», che è diventato un punto di riferimento. Chi ha svolto attività ha accumulato “punti” (un’ ora di servizio equivale a cinque “punti luna”), che si traducono in crediti da scalare sull’ affitto da pagare per l’ alloggio pubblico. È stata creata anche una App con la quale si possono controllare le attività per le quali proporsi come volontari in cambio di punti e verificare, in un’ area riservata, i crediti accumulati. «Rifinanzieremo il progetto a prescindere dai fondi europei», spiega l’ assessore ai lavori pubblici e diritto alla casa di Mantova, Nicola Martinelli. «La riqualificazione urbanistica – aggiunge – non basta. È necessario far attivare le persone nel quartiere, che una volta coinvolte sono capaci di cose straordinarie». Sempre in Lombardia, il comune di Rho sarà premiato per un progetto dedicato ai ragazzi delle scuole primarie e secondarie, che – nel contesto del bilancio partecipativo – hanno ideato e votato tre progetti per la città, finanziati dal Comune con 100mila euro: la riqualificazione di alcune fermate del trasporto pubblico, con panchine “intelligenti” e collegamento wi-fi, la riqualificazione di un parco pubblico e il rifacimento del gattile comunale. «L’ obiettivo che vogliamo raggiungere con il bilancio partecipativo, che abbiamo già fatto per quattro volte – spiega il vicesindaco Andrea Orlandi, 33 anni e già un’ esperienza alle spalle come assessore al bilancio – è quello di coinvolgere il cittadino facendolo giocare in prima linea, proponendo iniziative per le quali il Comune fa solo da arbitro e da finanziatore. I ragazzi imparano così come si dà realizzazione a un progetto e come funziona la macchina pubblica». Il Comune di Bassiano, 1.550 abitanti sui colli Lepini, in provincia di Latina – noto per l’ omonimo prosciutto tradizionale e per aver dato i natali all’ editore e umanista quattrocentesco Aldo Manuzio – sarà premiato per la gestione sostenibile dei rifiuti. I rifiuti organici sono portati da tutti i cittadini in una compostiera di comunità e sono riutilizzati come fertilizzanti, forniti gratuitamente agli agricoltori del posto. Azzerando la componente organica da ritirare, il Comune ha portato la quota di raccolta differenziata al 76% , 25 punti percentuali in più rispetto alla media dei Comuni del Centro Italia (51%). «Abbiamo importato nel nostro Comune un sistema che abbiamo conosciuto grazie a un viaggio a Stoccolma», spiega il sindaco Domenico Guidi. «Siamo riusciti ad abbassare notevolmente le tariffe della tassa sui rifiuti, anche per le attività commerciali». Mercoledì ad Arezzo saranno assegnati ad altri 16 Comuni anche i riconoscimenti delle aziende partner del «Cresco Award». © RIPRODUZIONE RISERVATA Nel quartiere Lunetta, alla periferia di Mantova, dove si concentra la maggior parte delle case popolari della città, le famiglie che si mettono a disposizione per attività sociali – dal laboratorio di lingua italiana per le donne all’ organizzazione di cene condominiali – accumulano “punti luna”: cioè crediti da usare come sconto per compensare la morosità nell’ affitto. A Rho, 50mila abitanti alle porte di Milano, 100mila euro sono stati investiti nella riqualificazione di spazi cittadini, su progetti ideati dai ragazzi delle scuole elementari e medie. Sono due iniziative che saranno premiate con il «Cresco Award» di Sodalitas all’ assemblea dell’ Anci, che si apre domani ad Arezzo. Valentina Melis

18/11/2019 – Il Sole 24 Ore
Il «codice» delle partecipate bersaglio dei giudici

L’ ANALISI
Il testo unico sulle società pubbliche (Tusp) ha sempre più bisogno di una manutenzione, anche al fine di mantenerne fermi quei punti che vengono oggi messi in discussione dagli interventi della magistratura. Il primo elemento sotto attacco è il concetto di controllo pubblico, su cui le interpretazioni sono state le più varie, fino ad arrivare ad un punto di equilibrio forse ragionevole ma che dovrebbe trovare una conferma normativa e non solo giurisprudenziale. Il riferimento è alla decisione della Corte dei Conti, con delibera n. 11/2019 dalle Sezioni riunite della Corte dei conti in sede di controllo (analogamente Anac, delibera n. 859/2019) che, di fatto, immagina un inversione dell’ onere della prova: in caso di maggioranza pubblica sono i soci, con atti formali, che devono dimostrare che non vi sia controllo pubblico. La posizione assunta dalla Corte dei conti è ragionevole ed ha il pregio di rendere più semplice il percorso interpretativo degli enti soci, ma restano aperti molti profili di incertezza e, soprattutto, rimane il dubbio che si sia seguito un approccio diverso da quello prospettato dalla norma. Chiarirlo con una disposizione di legge, magari di interpretazione autentica sarebbe certo corretto. Altra questione da approfondire è l’ in house providing, tema sul quale la Cassazione è intervenuta, a Sezioni riunite, con la sentenza 3330/2019, dandone una lettura formalistica, e quindi facendo riferimento al solo dato statutario. Si trattava di un caso antecedente all’ entrata in vigore del Tusp (Dlgs 175/2016), certo, ma visto che ben oltre l’ 80% delle società pubbliche è coinvolta si ritiene che parlare chiaramente del tema sia quanto mai necessario. Un altro nodo, sempre più rilevante, è quello della azienda speciale, su cui il Consiglio di stato (sezione V, sentenza 5444/2019), si è espresso ritenendo che il divieto di procedere ad affidamenti diretti ad altre società non si applica anche agli affidamenti ad aziende speciali. La sentenza è ampiamente motivata, ma è chiaro a tutti quali possano essere gli effetti pratici di tale approccio. Per essere chiari, si deve trovare il modo per estendere il Tusp a tutti gli organismi controllati. Ultimo problema rilevato in giurisprudenza è la decisione, del Tribunale di La Spezia con decreto emesso in merito al concordato n. 6/2019, nella quale si sostiene, nonostante il chiarissimo dettato dell’ articolo 14 del Tusp, che proprio questo articolo escluda il ricorso alle procedure di fallimento e concordato preventivo per le società in house. Una interpretazione che svuoterebbe di significato la norma, riportando il mondo delle società pubbliche alla confusione sul loro destino che questa norma voleva evitare. Non si tratta, comunque, di criticare o apprezzare questa o quella decisione giurisprudenziale, su cui è inevitabile misurarsi. Il punto è che, dopo circa tre anni, dalla entrata in vigore del Dlgs 175 di cui si continua ad apprezzare l’ impianto complessivo, è quanto mai necessaria una revisione sistematica e non estemporanea, per evitare che esso diventi una collezione di deroghe e che perda la sua utilità simbolica, di testo unico, e di strumento operativo. E sono molti gli aspetti su cui oggi occorre riflettere, a partire dai decreti in via di emanazione sulla onorabilità e sui compensi, che sembrano essi stessi non essere in linea con la volontà originaria del legislatore. Ancora, è necessario affrontare con maggiore concretezza il tema delle aggregazioni, che sono solo sfiorate dal Testo unico, mentre rappresentano la vera questione strategica del tutto assente dal testo di legge. © RIPRODUZIONE RISERVATA. Stefano Pozzoli

16/11/2019 – Il Fatto Quotidiano
Ilva, servirebbe un piano di cura eco-tecnologica

Vorrei contribuire alla riflessione sul futuro di Taranto nella particolare prospettiva offerta dai beni comuni e dal cosiddetto pensiero sistemico. Si tratta in sostanza di vedere i fenomeni in chiave olistica e di medio-lungo periodo, prendendo in considerazione il massimo numero di variabili ed evitando contrapposizioni meccanicistiche, quale quella (purtroppo dominante il nostro dibattito) fra ambiente e occupazione. A livello geopolitico ci troviamo in piena transizione capitalistica, col passaggio dal modello fordista e materiale a quello della conoscenza (immateriale), il che spiega l’ atteggiamento di Mittal. La vecchia produzione industriale, con valore aggiunto sempre più basso e alta dannosità ecologica e sociale, si trasferisce progressivamente in periferia e sopravvive soltanto in concentrazioni transnazionali di capitale (e potere) tendenzialmente oligopolistico. Ciò sta capitando nella produzione di autoveicoli privati, e l’ Italia, da buona semiperiferia depressa, segue questo stantio processo (merger fra Fca e Peugeot). A maggior ragione, ciò capita per la produzione dell’ acciaio, il che spiega la sostanziale impossibilità di risanare Ilva. In un mercato oligopolistico saturo, un’ Ilva sostenibile come progetto nazionale di produzione dell’ acciaio non sarà mai competitiva, in virtù di quei limiti allo sfruttamento di persone e ambiente che il nostro diritto ancora impone (di qui la questione dello scudo). Ilva continuerà a perdere denaro e avvelenare territorio e ambiente, con una ratio fra capitale investito e posti di lavoro fallimentare. Le cose ovviamente erano ben diverse ai tempi di Mattei, quando l'”avara civiltà dell’ ulivo” veniva sostituita dalla moderna industria fordista, devastando alcuni dei luoghi più belli del pianeta, come appunto Taranto. Oggi le condizioni (e lo stato delle nostre conoscenze) sono completamente diverse. La cosa più razionale è dunque liberarci di quell’ inutile mostro (e di parecchi altri), sostituendolo con uno sviluppo innovativo che potrebbe far di noi un modello globale di avanguardia, come lo fu l’ Ivrea di Olivetti. Un piano nazionale di cura e conversione ecologica del territorio parta da Taranto, la nostra più grande sfida. È probabile che per smantellare Ilva, semplicemente modificando le mansioni degli attuali lavoratori, ci vorrebbero almeno 15 anni, un tempo sufficiente per accompagnare la gran parte dei lavoratori alla pensione senza tagliare neanche un posto di lavoro e smettendo immediatamente di avvelenare (con grande risparmio per la sanità pubblica). Un progetto del genere richiede innovazione e ricerca scientifica, cosa che produrrebbe un indotto tecnologico con relativa attrattiva per gli investimenti e produzione di brevetti (di grande valore in una fase in cui lo smaltimento di tecnologia obsoleta è un problema che riguarda tutte le economie avanzate). Un nuovo distretto tecnologico ed ecologico attrarrebbe investimenti nel settore della conoscenza, dell’ università, della sanità ecc. Non ci sarebbero limiti di diritto europeo per una prima importante iniezione di denaro pubblico in un tale progetto di smantellamento dell’ Ilva. Certo non si potrebbe considerare aiuto di Stato l’ eutanasia di un ciclope decrepito. Da quelle ceneri risorgerebbero però bellezza, lavoro e salute, gli elementi di una economia circolare della qualità in cui l’ Italia potrebbe primeggiare nel mondo. L’ articolo 43 della Carta, che consente di riservare a “comunità di utenti e lavoratori” il governo dei processi economici più importanti, offrirebbe la base costituzionale per evitare che tale nazionalizzazione si traduca in statalismo parassitario, ma al contrario sperimentazione avanzata di nuove istituzioni dei beni comuni. Occorre aprire un dibattito nell’ interesse delle generazioni future. Ugo Mattei

18/11/2019 – ANSA

Alitalia, 4 giorni per l’offerta, l’incognita Lufthansa

Il 21 scade il termine. Lunedì il cda della compagnia tedesca

Il conto alla rovescia è agli sgoccioli. Mancano appena 4 giorni alla data di giovedì 21 novembre, termine da tempo fissato per la presentazione di un’offerta vincolante per Alitalia. Ma, mentre si lavora per mettere a punto gli ultimi dettagli della compagine che dovrebbe rilevare Alitalia, composta da Delta Airlines, Fs e Atlantia con una partecipazione del ministero dell’Economia, gli occhi sono puntati sulla giornata di lunedì quando il cda di Lufthansa potrebbe prendere una posizione definitiva sul dossier. La compagnia tedesca guidata da Carsten Spohr mantiene un piede nelle trattative: se infatti da un lato ha ribadito più volte che non sarebbe interessata ad un intervento nell’equity, dall’altro è tornata a sottolineare nei giorni scorsi

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18/11/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Terzo valico, completato il 40% delle opere in sotterraneo: in 5mila al lavoro

Q.E.T.

La galleria di Valico, 27 km a doppia canna, sarà la prima per lunghezza a livello nazionale e la nona a livello mondiale. L’opera assicurerà il collegamento tra Genova e Milano in 50 minuti

Avanza a pieni giri il cantiere del Terzo Valico gestito dal Consorzio Cociv, con capofila Salini Impregilo. Lo scavo delle opere in sotterraneo ha raggiunto uno strato di avanzamento del 40 per cento. Un risultato rilevante soprattutto perché, come spiegano dal consorzio,
si accompagna al completamento di tutte le fasi preliminari del progetto: attività espropriative, risoluzione delle interferenze, realizzazione delle cantierizzazioni e delle viabilità di accesso alle aree di lavoro .

La linea si sviluppa complessivamente per 53 km, di cui 36 km in galleria, e interessa 14 comuni delle province di Genova e di Alessandria e le regioni Liguria e Piemonte. Con il completamento di circa 36 km di tunnel scavati a fronte degli 84 km totali previsti, sono state ultimate anche tutte le finestre di accesso alla galleria di linea (Polcevera, Cravasco, Castagnola e Val Lemme) e i relativi cameroni di innesto e sono al momento operativi tutti i fronti di scavo della galleria di linea e dell’interconnessione di Voltri (innesto della linea su Genova).

Un lavoro, fanno sapere dal consorzio, « reso possibile grazie alle oltre 5.000 risorse impegnate nella realizzazione dell’opera, fra quelle dirette del Consorzio Cociv e quelle indirette degli affidatari e subappaltatori». Il personale è per gran parte altamente specializzato nelle attività di tunneling.

Una volta ultimato il progetto, la galleria di Valico, 27 km a doppia canna, sarà la prima per lunghezza a livello nazionale e la nona a livello mondiale. L’opera assicurerà il collegamento tra Genova e Milano in 50 minuti (rispetto a 1h e 39 minuti attuali) e tra Genova e Venezia in sole 3 ore e 5 minuti.

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18/11/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Aeroporti, nel 2018 realizzato il 56% degli interventi pianificati per un valore di 536 milioni

Al. Le.

Pubblicato il report «Stato degli investimenti infrastrutturali»: Roma, Venezia e Malpensa raccolgono il 50% del traffico nazionale

Nel 2018 non si è fermata l’attuazione di significativi investimenti infrastrutturali sugli aeroporti italiani.
Secondo il report pubblicato sul sito dell’Enac, rispetto a una previsione di investimento di circa 948 milioni nel 2018, il livello di spesa effettiva è stato di 536 milioni, raggiungendo una soglia di 2,2 miliardi di euro di investimenti dal 2015 al 2018. In termini percentuali lo scorso anno il rapporto tra realizzato e pianificato è risultato pari al 56%. Da una visione complessiva dei dati e delle analisi condotte nel report sono emersi tre fenomeni significativi che hanno caratterizzato nel 2018 l’attuazione degli investimenti programmati per l’adeguamento e lo sviluppo della rete aeroportuale nazionale: concentrazione degli investimenti sui tre aeroporti con contratto di programma in deroga classificati come gate intercontinentali: Roma Fiumicino, Venezia Tessera e Milano Malpensa.
I tre aeroporti hanno accolto circa 74 milioni di passeggeri nei primi nove mesi del 2019, pari al 50% del traffico nazionale, che è cresciuto del 4,3% rispetto allo stesso periodo del 2018; sensibili differenze di performance di spesa tra gli aeroporti dotati di contratto di programma; rilevante scostamento per la quasi totalità degli aeroporti privi di contratto di programma, ma dotati di un piano quadriennale approvato tra gli investimenti programmati e quelli effettivamente realizzati, sia in termini di tempistiche di attuazione che di importi effettivamente spesi.
In particolare per le società di gestione con contratto di programma in deroga (aeroporti di
Roma, di Milano e Venezia), il rapporto tra realizzato e pianificato è risultato pari al 55%,
contro il 58% di quelle soggette al Dl 133/2014, con contratto di programma sottoscritto.
Va comunque sottolineato che buona parte di esse ha raggiunto valori della performance
molto elevati. Al contrario gli aeroporti che, a oggi, non hanno sottoscritto il contratto di
programma, presentano rilevanti scostamenti tra quanto programmato e quanto
effettivamente realizzato, con limitati livelli di spesa.
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18/11/2019 – La Repubblica
Salini “Opere pubbliche l’ Italia è in ginocchio Serve la legge d’ emergenza”

L’ intervista L’ Autostrada del Sole è stata costruita in cinque anni, oggi per fare un tombino ce ne vogliono sei Ecco perché bisogna muoversi
ROMA – «Bisogna dichiarare lo stato di emergenza nazionale e muoversi con quelle leggi che proprio in virtù dell’ emergenza, consentono di snellire le procedure per i lavori pubblici, in totale trasparenza. L’ Italia ha bisogno di pianificare e fare le infrastrutture essenziali per la crescita, come stiamo facendo nella ricostruzione del viadotto sul fiume Polvecera a Genova. Là, nel giro di pochi mesi abbiamo fatto partire i lavori, che stanno andando avanti giorno e notte e finiranno in tempo. Abbiamo in Italia delle competenze uniche nel settore accumulate in decenni di esperienza ». Quella di Pietro Salini non è una voce qualunque, né ovviamente un’ opinione disinteressata: 61 anni, amministratore delegato di Salini- Impregilo, la settimana scorsa ha portato a casa un passaggio decisivo per la creazione della principale multinazionale italiana nel settore delle grandi infrastrutture: un aumento di capitale da 600 milioni di euro, che ha visto entrare nel capitale di Salini-Impregilo la Cassa Depositi e prestiti, i pochi pesi massimi bancari nazionali come Intesa ed Unicredit, investitori nazionali e internazionali tra cui anche Leonardo Del Vecchio. «Ma per far ripartire il Pil in Italia – dice – bisogna far ripartire le grandi infrastrutture che il Paese ha abbandonato, per creare occupazione e crescita, e dare lavoro ai giovani cui manca un futuro, applicando anche in Italia quella tecnologia che stiamo utilizzando in tutto il mondo per consegnare alle comunità le infrastrutture di cui hanno bisogno nella vita di tutti i giorni. Il nostro Progetto Italia è proprio questo: riuscire a rimettere in piedi un settore e farlo diventare trainante per il Paese. Solo negli ultimi cinque anni, tra edilizia e grandi opere, abbiamo perso 600 mila posti di lavoro. Negli anni ’60 l’ Italia è riuscita a costruire l’ Autostrada del Sole in cinque anni, oggi per fare un tombino ce ne vogliono sei. Nel Sud Italia non ci sono prospettive di lavoro per nessuno. Ecco perché bisogna muoversi» . Addirittura lo stato di emergenza, dottor Salini? «Scusi, ma Venezia è sommersa dall’ acqua, i ponti delle autostrade crollano, l’ Italia è in ginocchio dal punto di vista delle infrastrutture, abbiamo un lungo elenco di opere importantissime bloccate. E non perché manchino i fondi, ma perché si sono impantanate nella palude della burocrazia che ha paura di fare, e il Pil non riparte. Che altro deve succedere? Sarò brutale, ma la situazione è questa e se non la si cambia il Paese affonda». Quale soluzione per Venezia? «Mi pare che il progetto Mose sia commissariato da tempo. Non mi sembra che questa soluzione stia dando risultati». Vi candidate a farlo? Ne avreste le competenze… «Assolutamente no. Abbiamo già molto da fare». E come si cambia, secondo lei? «A Genova sono in vigore le stesse leggi che valgono nel resto d’ Italia. Ma la differenza è che là tutti dal governo alle amministrazioni locali, dalla magistratura all’ autorità per l’ ambiente – sono uniti nel voler fare il nuovo ponte. Serve questa volontà comune, che deve partire dal fatto che le infrastrutture sono un fattore essenziale di sviluppo. È necessario, ad esempio, modificare il modo in cui sono fatti i contratti, che oggi addossano ai costruttori tutti i rischi, compresi quelli assolutamente fuori dal loro controllo, come i cambiamenti di norme che avvengono successivamente. La normativa deve cioè essere fatta per fare le infrastrutture non per bloccarle». Tanta diffidenza ha qualche ragione forse. Il passato degli appalti pubblici è tutt’ altro che edificante. «Ma distruggere il settore delle costruzioni, come in buona parte si è già fatto, non risolve nulla. Anzi, aggrava la situazione. Ci sono stati casi di malaffare, come in tutti i settori, che vanno puniti, ma questo non significa colpevolizzare un’ intera industria e farla morire, e con lei l’ occupazione. Invece il Paese si è fermato in modo indiscriminato, con danni per tutti. Salini- Impregilo fa circa l’ 8%del fatturato in Italia, ma non perché vogliamo fare tutti i lavori all’ estero, bensì perché l’ Italia manca all’ appello. Nel piano industriale che finisce quest’ anno prevedevamo di realizzare 7 miliardi di fatturato a fine 2019. È mancata la parte italiana, ma continuiamo a crescere all’ estero ». Voi crescerete, ma intanto con l’ aumento di capitale la Cdp vi ha versato 250 milioni. Che bisogno c’ è, nell’ anno di grazia 2019, di rivedere lo Stato costruttore? «La Cdp non è lo Stato. Se nel nostro capitale fosse entrato il Ministero dei Lavori pubblici le darei ragione. La Cassa è un investitore, che ragiona sul lungo periodo. Se investe nella nostra società lo fa perché vede un interesse finanziario, visto che deve remunerare il risparmio postale che le è affidato, che si coniuga anche al sostegno a un interesse collettivo, cioè alla ripresa dell’ intero settore. E questo vale anche per altri investitori privati e per le banche, che si sono impegnate a seguirci dal punto di vista finanziario fornendo cassa e garanzie. Noi siamo sul mercato e la nostra è un’ operazione di mercato. La mia famiglia, con l’ aumento di capitale, ha investito 50 milioni e è scesa dal 75 al 45% del capitale». Intanto il salvataggio di Astaldi che vi apprestate a fare, primo passo di Progetto Italia, costa poco più di 220 milioni, mentre il vostro aumento è da 600 milioni. Perché? Avete trovato in questo modo la possibilità di mettere in sicurezza anche Salini-Impregilo? «Quei fondi sono necessari per far partire Progetto Italia e aggregare altri soggetti attorno ad esso. Astaldi è solo un primo passo..». Un gigante nella Lilliput delle costruzioni non suscita però grandi entusiasmi. Anzi, i piccoli costruttori riuniti nell’ Ance spiegano che Progetto Italia è un grande rischio per la concorrenza… «Io penso invece che le imprese che fanno parte dell’ Ance potranno avere vantaggio da questa operazione nel prossimo futuro». Lei pare molto ottimista. Forse troppo. «Solo quest’ anno abbiamo coinvolto in progetti all’ estero imprese fornitrici italiane di piccole e medie dimensioni per un miliardo di euro di ordini. E – me lo lasci dire – i costruttori dell’ Ance non sono nostri concorrenti: noi facciamo gare internazionali alle quali loro non partecipano e loro si occupano di appalti per noi troppo piccoli». Resta il fatto che, anche con le migliori intenzioni dichiarate, la paura dei piccoli è che un soggetto troppo grosso possa costringerli ad esempio a condizioni capestro sui subappalti. «Noi viviamo sul mercatoe lavoriamo a condizioni di mercato. Non abbiamo nessun interesse ad imporre condizioni capestro, anzi la nostra strategia è quella di creare partnership e fidelizzare i nostri fornitori come partner di lungo periodo. Sono ottimista e sono sicuro che questa operazione industriale permetterà di nuovo al settore di riprendere a crescere creando occupazione. È ora di smetterla di parlare e di lamentarsi. È il momento di rimboccarsi le maniche e di fare ». ©RIPRODUZIONE RISERVATA f g Pietro Salini. DI FRANCESCO MANACORDA

18/11/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Gavio: boom di fatturato per Itinera (+75%), in crescita anche i ricavi delle concessioni autostradali

Mau.S.

Il valore della produzione nelle costruzioni raggiunge quota 705,3 milioni nei primi nove mesi dell’anno. Portafoglio a 4,9 miliardi

Via libera dal cda di Astm, holding della famiglia Gavio, ai conti dei nove mesi che vedono ricavi autostradali in crescita del 2,13% a 885,9 milioni in Italia mentre quelli della controllata brasiliana Ecorodovias sono aumentati del 13,1% a 2,13 miliardi di reais (circa 460 milioni di euro).

Aumenta anche il valore della produzione del settore delle costruzioni, che fa capo a Itinera ed è arrivato a 705,3 milioni (+75%) con un portafoglio lavori pari a 4,9 miliardi. Il 64% è
stato realizzato all’estero, mentre i nuovi ordini nei primi 9 mesi sono stati di «circa 0,6 miliardi», si legge in una nota. In arrivo 3,9 miliardi di possibili ricavi aggiuntivi tra le gare in attesa di risultato e quelle in fase di presentazione.

La posizione finanziaria netta è pari a 1,097 miliardi, in miglioramento di 172 milioni da giugno scorso.

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17/11/2019 – Il Mattino

Metano, svolta green in Irpinia: via libera al mega appalto

di Flavio Coppola

L’Irpinia avvia ufficialmente l’iter della grande gara del metano. Allontanato lo spauracchio del commissariamento.
L’assemblea dei sindaci dell’Atem, convocata a Piazza del Popolo dal primo cittadino di Avellino, Gianluca Festa, approva all’unanimità la convenzione redatta ormai lo scorso aprile dal settore Ambiente. Parte il percorso che dovrà portare nei prossimi mesi all’affidamento del servizio di distribuzione del gas in 117 comuni, con il riammodernamento degli impianti. Una partita multimilionaria che traguarderà l’attuale fase, segnata dal sistema delle proroghe in piedi da 8 anni alla Sidigas, e che catalizzerà sulla provincia di Avellino l’attenzione di players privati internazionali. Il via libera arriva dopo i due nulla di fatto dei mesi scorsi, con il sì degli 84 sindaci presenti. E non a caso, la fascia tricolore del capoluogo, Festa, parla di «intesa storica e grande pagina di amministrazione». In 12 articoli, la convenzione appena approvata regolerà lo svolgimento coordinato della gara per l’affidamento del servizio. Avellino fungerà da stazione appaltante e, come assicurato dal sindaco Festa, anticiperà le eventuali spese che comunque spettano al gestore. Predisporrà le linee guida per la gara, la aggiudicherà e stipulerà il contratto di servizio con l’aggiudicatario. Ma anche gli altri Comuni potranno e dovranno incidere. Nel procedimento, il capoluogo sarà affiancato dall’assemblea dei sindaci, con poteri di indirizzo e controllo, e da un comitato ristretto di 15 primi cittadini. Il bando, come è ormai noto, affiderà la gestione e delle reti nell’intero ambito, durerà 12 anni e varrà 120 milioni di euro. Il vincitore della gara europea si occuperà della distribuzione in tutta l’Irpinia e della gestione di una rete di 1.541 chilometri, che attualmente porta il gas a 434.000 abitanti. L’importo complessivo del bando, si apprende ancora dalla convenzione, è i risultato del valore annuo stimato dall’Autorità circa ciò che l’azienda aggiudicataria dovrebbe incassare. Si tratta appunto di 10 milioni. Una quota dovrà essere però restituita ai comuni per l’utilizzo delle proprie reti.
Il primo passo del percorso appena avviato prevede quindi che i Comuni realizzino lo stato patrimoniale di ciò che ricade nel proprio territorio. Dovranno fornire per iscritto «indicazioni tecniche inerenti lo stato delle reti di distribuzione e dell’impianto, la proprietà, le zone di maggiore carenza strutturale, i volumi degli ultimi tre anni, i contratti di concessione vigenti». Sempre secondo convenzione, il gestore «anticipa il corrispettivo una tantum per gli oneri di gara e per la commissione». Tutte le altre spese, invece, saranno sostenute dai Comuni dell’Ambito in quota proporzionata al numero degli allacci presenti in ciascun paese alla data del 31 dicembre 2018.
Proprio in merito alle spese e soprattutto ai contributi da ricevere, i sindaci hanno stabilito di condividere un documento contenente osservazioni da sottoporre all’Arera (l’Autorità del Gas), per evitare spiacevoli sorprese. Come ha evidenziato il rappresentante del Comune di Calitri, la metanizzazione al Sud e in Irpina è avvenuta sulla base di un contributo statale dal 50 al 92 per cento. E alla luce di ciò che oggi prevede l’Autorità, il contributo ricevuto in passato ha una vita tecnica di svalutazione più lunga rispetto a quella degli impianti stessi. Di conseguenza, a fronte di reti ormai usurate, i rispettivi contributi potrebbero risultare ancora in piedi, impedendo agli enti di ricevere le risorse previste dalla nuova legge nazionale. La vicenda, che ha visto mobilitarsi molti altri Atem, sarà dunque al centro di una presa di posizione collettiva dei sindaci irpini. Per il resto, le attese legate alla gara del gas riguardano anche e soprattutto l’opportunità di dotare l’intero territorio di una rete efficiente. Ad oggi, intere zone della Baronia, del Vallo di Lauro e dell’Alta Irpinia ne sono sprovviste. Nell’anno del Signore 2019.© RIPRODUZIONE RISERVATA

 

17/11/2019 – L’Adige

La trentina Gpi si aggiudica mega appalto da 79 milioni con Telecom e InterSystems per il Sistema ospedaliero del Veneto

Gpi di Fausto Manzana si è aggiudicata tre lotti su cinque nella gara indetta dalla Regione Veneto per la gestione del Sistema informativo ospedaliero (Sio) regionale.

Il gruppo, con quartier generale a Trento, ha partecipato all’interno di un Raggruppamento temporaneo di imprese composto da Telecom Italia e InterSystems Italia. L’importo complessivo aggiudicato ammonta a 122,5 milioni di euro e prevede contratti di durata quinquennale, con possibilità di rinnovo per altri 2 anni e proroga di sei mesi. Il valore dei tre lotti aggiudicati è pari a 79 milioni di euro, con una quota Gpi pari a 27,5 milioni di euro (21,5 milioni di euro per i primi 5 anni e 6 milioni di euro per il rinnovo biennale).

L’appalto – si legge in una nota – ha lo scopo di consentire l’evoluzione del sistema informativo socio-sanitario della Regione Veneto verso una infrastruttura integrata che permetta di gestire la continuità della cura e la comunicazione tra i singoli sistemi sanitari e ospedalieri. I tre lotti riguardano l’Ulss Serenissima, l’Ulss Veneto Orientale, l’Ulss Polesana, l’Ulss Pedemontana, l’Ulss Berica, l’Ulss Scaligera e l’Azienda ospedaliera universitaria integrata di Verona. Nel complesso il sistema gestirà circa 8.000 posti letto pubblici, un numero che potrà salire a oltre 10.000 se anche le strutture accreditabili sceglieranno di aderire.

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