Rassegna stampa 14 novembre 2019

13/11/2019 14.00 – quotidiano energia

Appalti, “bene l’idrico ma c’è incertezza normativa”

Analizzando l’andamento dei bandi di gara per lavori nel sistema idrico integrato si scopre che il 2018 registra un +63% sul 2017, con un volume degli importi a base d’asta che ha raggiunto quasi 2,8 miliardi di euro. Un “trend positivo” che si sta confermando anche nel 2019, con il primo semestre a 1,3 mld €. Tra i motivi di questa crescita anche “la regolazione della qualità tecnica” e la maggiore confidenza degli addetti ai lavori con la normativa di riferimento che ha “contribuito a fugare i timori di contenziosi”.
È quanto si legge nella nuova analisi del Laboratorio Spl di Ref Ricerche (collana Ambiente, n. 133) dal titolo “Il codice degli appalti pubblici: eterna riforma”, per il quale “la conversione in legge del decreto Sblocca cantieri, con le sue norme sospensive e provvisorie-sperimentali, introduce nuova incertezza”.
Gli interventi legislativi che si sono susseguiti negli ultimi quattro anni in materia di appalti pubblici “avevano come obiettivo la semplificazione e una maggiore trasparenza, anche per ridurre le tempistiche di aggiudicazione e di realizzazione delle opere. Nella realtà il risultato è stato che le stazioni appaltanti si sono trovate a operare in un contesto di grande incertezza con norme in continuo cambiamento e vuoti amministrativi”.

Inoltre, “gli aggiustamenti riguardo gli aspetti sollevati dalla Commissione Ue sul non corretto recepimento delle direttive europee sono ancora in gran parte” irrisolti. Tra gli aspetti che dovranno trovare soluzione, ricorda Ref, “vi sono l’appalto integrato, il limite al subappalto e i motivi di esclusione. Nonostante sia previsto un Regolamento unico, non ci si aspetta nel breve periodo una riduzione del grado di complessità in materia di appalti pubblici”. A ciò si aggiunge, si legge nell’analisi, l’esigenza di una semplificazione burocratica nei processi autorizzativi.

Tornando agli investimenti idrici, nel 2018 protagonisti sono stati i bandi con importi superiori al milione di euro (big tender): “Si tratta in particolare di accordi quadro per la manutenzione ordinaria e straordinaria delle reti e di un appalto integrato pubblicato da Smat per la realizzazione a Torino del collettore mediano zona sud-ovest dell’area metropolitana e per il risanamento del collettore esistente della zona sud. Quest’ultimo bando vale da solo quasi 126 mln €”. Nel primo semestre del 2019 si assiste a un maggior numero di bandi di taglia piccola.

Infine, le regioni in cui si investe di più sono Lombardia, Emilia-Romagna e Toscana, con oltre 130 euro pro capite in 2 anni e mezzo. “Il livello di investimenti cumulati negli anni per regione rispecchia la presenza” di aree con “una governance più forte e gestioni industriali in grado di sostenere investimenti importanti” e territori “in cui la governance non è ancora matura e gestioni più fragili sotto il profilo economico-finanziario e delle competenze”.

 

14/11/2019 – Corriere del Veneto

AcegasAps, cresce il margine «Investiti 70 milioni l’anno»

padova «Anche per quanto riguarda AcegasApsAmga, controllata di Hera nel Nordest, il terzo trimestre 2019 si è chiuso con risultati molto positivi». Lo ha sottolineato ieri l’ amministratore delegato, Roberto Gasparetto, a margine della presentazione dei risultati conseguiti dalla multiutility emiliana nei primi nove mesi del 2019. AcegasApsAmga, nata dall’ aggregazione in momenti diversi della padovana Aps con Acegas di Trieste e Amga di Udine, interamente detenuta da Hera, ha infatti raggiunto nel periodo un margine operativo di 108,6 milioni, in crescita dell’ 8,1% rispetto al valore toccato nello stesso periodo dello scorso anno. L’ indicatore riferito all’ intero Gruppo Hera vale 785,8 milioni (+5%), grazie a ricavi in crescita a 5.063 milioni (+16,4%), per un utile netto di 242 milioni (+12,1%). Per quanto riguarda la componente veneto-friulana, aggiunge ancora il top manager, «il risultato deriva da un equilibrato e ulteriore sviluppo delle efficienze, frutto della politica di investimenti che sta procedendo ormai da anni al ritmo medio di oltre 70 milioni annui, che saliranno a 80 entro il 2023. Fra questi, si prevede il potenziamento della rete acquedottistica e fognaria a Padova, con l’ avvio dei lavori di ammodernamento e sollevamento fognario nell’ area della Zona industriale e quello dei lavori di bonifica dell’ acquedotto a Montegrotto Terme». Hera, nel frattempo, precisa che «stanno proseguendo le attività di formalizzazione definitiva degli accordi con la trevigiana Ascopiave, nel rispetto delle tempistiche definite», cioè l’ ampio progetto di intesa commerciale attraverso EstEnergy, società partecipata da entrambe le società, volto a creare una realtà dell’ energia nel Nordest con più di un milione di clienti. L’ operazione comporta lo scambio di asset di pari valore per lo sviluppo delle due società nelle attività commerciali e della distribuzione gas, su parte delle quali, tuttavia, l’ Antitrust ha chiesto chiarimenti, relativi alla cessione della distribuzione da AcegasApsAmga ad Ascopiave nell’ ambito di «Padova 1». (g.f. )

 

14/11/2019 – Corriere della Sera
Acea punta sulle fonti rinnovabili

Crescono gli utili
Acea chiude i primi nove mesi dell’ anno con un utile netto in rialzo del 2% a 219 milioni di euro. Il board della multiutility romana guidata da Stefano Donnarumma ha approvato ieri i conti e ha rivisto al rialzo la stima dell’ ebitda dell’ anno, il cui valore sarà «maggiore o uguale al 10% rispetto al 2018». Per il ceo si tratta risultati dall’ andamento «solido. Il periodo è stato, inoltre, caratterizzato da diverse operazioni straordinarie di M&A», continua il manager, «alcune delle quali in corso di definizione, che ci consentiranno di ampliare il nostro perimetro di business, consolidare il nostro posizionamento, oltre a garantirci una solida base per una futura ulteriore crescita anche in settori quali le rinnovabili, l’ economia circolare e la distribuzione del gas. Gli investimenti fin qui realizzati contribuiranno, inoltre, all’ incremento dei risultati economico-finanziari in linea con i target del piano industriale». Più in particolare, con l’ acquisizione del 51% di Pescara Distribuzione Gas, Acea è entrata nel mercato della distribuzione di gas. «In questa fase stiamo negoziando altre possibili acquisizioni sulle quali speriamo di poter dare qualche notizia prima di fine anno», ha detto il direttore finanziario Giuseppe Gola, nel corso della conference call. «Altri deal potrebbero essere formalizzati entro fine anno» anche nel settore del fotovoltaico. Circa i debiti, Acea punta a chiudere il 2019 con un indebitamento finanziario netto di circa 2,85 miliardi, sul livello minimo della guidance.

14/11/2019 – Corriere della Sera
A2a, volano i ricavi Acquisizioni in vista

Il ceo Camerano: risultati oltre le nostre previsioni
MILANO «Un trimestre eccezionale, caratterizzato da un fortissima crescita che ha potuto bilanciare il trimestre iniziale penalizzato dal venire meno dei certificati verdi. La generazione ha dato un contributo molto significativo così come il lato clienti, grazie all’ aumento della nostra quota nel mercato industriale». L’ amministratore delegato di A2A, Valerio Camerano, ha commentato con il Corriere i risultati finanziari. La multiutility che ha come azionisti di maggioranza i Comuni di Milano e Brescia ha chiuso i primi nove mesi dell’ anno con ricavi per 5,38 miliardi di euro (+19,1% rispetto allo stesso periodo del 2018), un margine operativo lordo salito dell’ 1,3% a 886 milioni, un risultato operativo sceso del 16,9% a 452 milioni e un utile in riduzione del 25,3% a 250 milioni, che risente di maggiori svalutazioni e ammortamenti. «L’ utile netto è inferiore rispetto all’ anno scorso – ha spiegato Camerano – ma è superiore alla nostre previsioni. Abbiamo ritenuto di alzarle per fine anno per tutti e quattro i parametri, inclusi cash flow e debito – ha proseguito – perché riteniamo che ci siano tutti gli elementi per migliorare le attese a 1,2 miliardi per il Mol in crescita di 30 milioni e per migliorare di 15 milioni l’ utile a quota 330 milioni. Il risultato di fine anno potrebbe essere migliore anche del 2018. Abbiamo poi in pancia per i prossimi mesi 200-300 milioni di m&a, si tratta di possibili deal». L’ indebitamento finanziario netto è salito a 3.129 milioni di euro, dai 3.022 milioni di fine 2018. Per il presidente Giovanni Valotti «i fondamentali finanziari e non finanziari sono positivi. Sono risultati ottenuti mentre stiamo riallineando gli investimenti, con la stella polare della sostenibilità». Francesca Basso

14/11/2019 – Gazzetta di Modena
Hera supera i 5 miliardi con i ricavi dei 9 mesi

RESOCONTO AL 30 SETTEMBRE
La società multiservizi Hera ha superato i 5 miliardi di ricavi nei primi nove mesi del 2019, con una crescita del 16,4% rispetto a settembre dello scorso anno. Il bilancio intermedio si chiude «con risultati particolarmente positivi, superiori alle attese, con un andamento trimestrale in ulteriore miglioramento rispetto ai trimestri precedenti», fa sapere Hera. L’ andamento dei primi nove mesi dell’ anno riflette un’ attuazione «efficace» del Piano industriale al 2022: la società ha già raggiunto il 42% della crescita attesa di 200 milioni di euro di margine operativo lordo, in anticipo rispetto alle tempistiche pianificate. «In generale, i risultati dei primi nove mesi confermano la strategia vincente del gruppo, basata su un modello di business che bilancia attività regolamentate e in libera concorrenza e unisce la crescita organica con l’ attenzione alle opportunità di sviluppo per linee esterne sul mercato. Sostenibilità e innovazione si dimostrano leve competitive sempre più importanti, con investimenti crescenti, destinati all’ economia circolare e alla rigenerazione di risorse». Nelle case di 300mila clienti di Hera nei prossimi tre anni arriveranno nuovi contatori intelligenti, veri e propri mini-computer. Hera ha presentato a Parigi il contatore “Nexmeter” all’ European Utility Week 2019, la più importante fiera del settore. Il contatore è dotato di un’ evoluta tecnologia, basata su algoritmi, sensori e ultrasuoni per offrire funzioni avanzate di sicurezza. –

 

14/11/2019 – Italia Oggi
Ora il teleriscaldamento è in formato digitale

Parte da Brescia la sperimentazione di un progetto europeo per abbassare i consumi
Con A2A, la multiutility italiana dell’ energia, come partner dell’ iniziativa
È il teleriscaldamento 4.0. Con un processo di digitalizzazione per ridurre di 40 gradi il calore che circola nelle tubazioni. Obiettivo: abbattere i consumi e salvaguardare l’ ambiente, senza però diminuire le prestazioni. Il progetto, finanziato con un fondo europeo, parte da Brescia. E coinvolge direttamente A2A, la multiutility bresciana dell’ energia. Il piano di lavoro si chiama Tempo. E grazie al finanziamento del fondo europeo Horizon 2020 può contare su una partecipazione internazionale che va dalla Germania alla Scandinavia, con A2A Calore e Servizi, la società del gruppo A2A leader nel settore del teleriscaldamento in Italia, tra i partner principali. La programmazione, che ora passerà dal software all’ hardware, prevede due sperimentazioni sul campo. Una in Baviera e una in un quartiere di Brescia. Lì i tecnici di Tempo, operativi dal 2017, proveranno a diminuire il calore del teleriscaldamento cittadino dagli attuali 120 gradi agli 80. Garantendo lo stesso livello di comfort ai residenti, ma risparmiando energia e inquinando meno. «L’ idea», ha spiegato l’ amministratore delegato di A2A Calore e Servizi, Lorenzo Spadoni, «si basa sulle possibilità offerte dalla digitalizzazione delle reti». Tra le società che hanno preso parte alla realizzazione del software, basandosi sui criteri dell’ industria 4.0 con i big data applicati al teleriscaldamento, c’ è la svedese Nota di Christian Johannson. «I big data non sono molto interessanti all’ occhio umano», ha sottolineato Johannson, «ma quando trasformiamo attraverso i sistemi informatici questa massa di numeri in conoscenza, allora si aprono ai nostri occhi possibilità inimmaginabili. In un sistema che dipende dalla domanda degli utenti come il teleriscaldamento la conoscenza dei dati e la possibilità di manipolarli ci permette di trasformare in flessibile un sistema che in origine è stato creato come estremamente rigido». Lo scorso febbraio, nella città olandese di Eindhoven, è partito un progetto pilota per il teleriscaldamento smart, che si basa sull’ utilizzo di controller intelligenti per la gestione dell’ energia termica. Brescia, invece, sarà in prima fila per il lato digitale. «È chiaro che dobbiamo fare i conti col sistema esistente, il che implica uno sforzo maggiore rispetto alla possibilità, come hanno fatto nell’ altro progetto pilota in Baviera, di creare una pipeline ex novo», ha affermato Matteo Pozzi di Optit, spin-off dell’ università di Bologna che si occupa di implementare metodologie di ottimizzazione matematica nelle reti energetiche già operative. A2A, per la sperimentazione a Brescia, ha individuato in via Venturi, nella zona Sud della città, il luogo adatto per testare il teleriscaldamento digitale. Col consenso dei residenti. «La preoccupazione degli abitanti», ha detto ancora Spadoni al Corriere di Brescia, «era che minor calore in rete volesse dire minor calore in casa. Per tranquillizzarli abbiamo installato nelle abitazioni una serie di termostati intelligenti che monitoreranno da qui ai prossimi due anni l’ efficienza del nuovo sistema». Che inizierà a breve con la raccolta dei dati. «Speriamo di averne una mole sufficiente entro gennaio per iniziare a far lavorare l’ intelligenza artificiale del teleriscaldamento 4.0». © Riproduzione riservata. FILIPPO MERLI

14/11/2019 – ANSA

Tangenti: Gdf arresta Lara Comi

Ai domiciliari come ad supermercati Tigros. In carcere dg Afol

Il Nucleo di polizia economico finanziaria della Gdf di Milano, coi colleghi di Busto Arsizio, ha arrestato l’ex eurodeputata di FI Lara Comi, l’ad dei supermercati Tigros Paolo Orrigoni, entrambi ai domiciliari, e il dg di Afol Metropolitana Giuseppe Zingale (in carcere). In un filone dell’indagine ‘Mensa dei Poveri’ l’ordinanza è stata firmata dal gip Raffaella Mascarino e chiesta dai pm Silvia Bonardi, Luigi Furno e Adriano Scudieri per accuse, a vario titolo, di corruzione, finanziamento illecito e truffa.

“Oggi io dirò che non ho mai preso 17K non ho mai avuto consulenze con Afol né a società a me collegate che non esistono … Se mi chiedono perché dicono questo posso dire che eri tu che facevi loro consulenza”. Così Lara Comi in una conversazione intercettata mentre parla con l’avvocato Bergamaschi, sua collaboratrice, fa riferimento a 17 mila euro che avrebbe ottenuto da Afol. La conversazione del 9 maggio, dopo che il suo nome era emerso nella maxi indagine, si trova nell’ ordinanza cautelare.

“Nonostante la giovane età, Lara Comi ha mostrato nei fatti una non comune esperienza nel fare ricorso ai diversi, collaudati schemi criminosi volti a fornire una parvenza legale al pagamento di tangenti, alla sottrazione fraudolenta di risorse pubbliche e all’incameramento di finanziamento illeciti”. E’ scritto nel’ordinanza di custodia cautelare che ha portato l’ex europarlamentare agli arresti domiciliari.

“Dall’esame degli elementi indiziari (…) emerge la peculiare abilità che l’indagata Comi ha mostrato di aver acquisito nello sfruttare al meglio la sua rete di conoscenze al fine di trarre” dal ruolo pubblico “di cui era investita per espressione della volontà popolare il massimo vantaggio in termini economici e di ampliamento della propria sfera di visibilità”. Lo scrive il gip di Milano Raffaella Mascarino nell’ordinanza di arresto per l’ex europarlamentare e altri due.

Intercettazioni in cui Nino Caianiello, presunto “burattinaio” del sistema di mazzette, finanziamenti illeciti, nomine e appalti pilotati, la insultava anche dandole della “cretina” e poi verbali di indagati, tra cui anche quello del suo ex addetto stampa, che la tiravano in ballo. C’era già questo ed altro su Lara Comi negli atti della maxi inchiesta milanese ‘Mensa dei poveri’ che oggi, con nuovi sviluppi anche basati proprio sui verbali del “grande manovratore” che da tempo sta collaborando coi pm, hanno portato all’arresto dell’ormai ex eurodeputata, oltre a quello dell’ad di Tigros Paolo Orrigoni e del dg di Afol Giuseppe Zingale. “Veniamo sulle due cose, uno questa cretina della Lara a che punto stiamo? (Lara Comi, ndr) perché io la vedo stasera, così gli faccio lo shampoo”, diceva Caianiello, intercettato il 29 novembre 2018, parlando con Zingale che gli rispondeva: “il 17 già liquidato, 21 gli ho fatto il contratto”.

Gioacchino Caianiello, l’ex coordinatore di FI di Varese, ritenuto dalla Procura di Milano il ‘burattinaio’ di un sistema di tangenti in Lombardia, durante un’intercettazione del 25 marzo 2019, nel ristorante Berti di Milano, parlando con Paolo Orrigoni, l’ad di Tigros ai domiciliari da oggi, gli dice che “Tatarella e Bestetti (coordinatore nazionale di FI Giovani, non indagato, ndr) sono suoi ‘figliocci milanesi’ e hanno già ‘imparato’ da lui” e “hanno superato già il papà”. E’ quanto si legge nell’ordinanza del gip.

L’operazione è un nuovo filone della maxi indagine che il 7 maggio portò a 43 misure cautelari eseguite, tra gli altri, nei confronti dell’ex coordinatore di Forza Italia a Varese Nino Caianiello, del consigliere lombardo ‘azzurro’ Fabio Altitonante e dell’allora candidato alle Europee e consigliere comunale in quota FI Pietro Tatarella. Sono state proprio le dichiarazioni ai pm di Caianiello, presunto “burattinaio” del sistema e interrogato molte volte nei mesi scorsi, a confermare un quadro accusatorio già emerso dai primi racconti di imprenditori e indagati in Procura dopo il blitz. Lara Comi risponde di tre vicende. La prima riguarda due contratti di consulenza ricevuti dalla sua società, la Premium Consulting Srl, con sede a Pietra Ligure (Savona), da parte di Afol e, in particolare, dal dg Zingale, “dietro promessa di retrocessione di una quota parte agli stessi Caianiello e Zingale”, come riportato negli atti depositati nella tranche principale. Circostanza messa a verbale da Maria Teresa Bergamaschi, avvocato e stretta collaboratrice dell’ex eurodeputata in un interrogatorio del 14 maggio: “Il 15 dicembre 2018 mi arrivò un messaggio di Lara Comi (…) mi scriveva ‘Zingale vorrà un regalo di Natale'”. E aggiunse : “Mi parlò della necessità di pagare in vista dell’estensione dell’incarico una cifra di 10 mila euro a Zingale”. L’esponente di FI è accusata anche di aver ricevuto un finanziamento illecito da 31 mila euro dall’industriale bresciano titolare della Omr holding e presidente di Confindustria Lombardia, Marco Bonometti. Il versamento sarebbe stato effettuato in vista delle ultime elezioni europee e per una consulenza basata su una tesi di laurea scaricabile dal web dal titolo “Made in Italy: un brand da valorizzare e da internazionalizzare per aumentare la competitività delle piccole aziende di torrefazione di caffè”. Nel terzo episodio (truffa aggravata al Parlamento europeo) è coinvolto anche il giornalista Andrea Aliverti, che collaborava con Comi come addetto stampa, con compenso di mille euro al mese, rimborsati dall’Europarlamento. Interrogato dai pm ha dichiarato di avere ricevuto un aumento a tremila euro, con l’obbligo di restituirne duemila a FI per pagare le spese della sede che Comi non pagava. Di Orrigoni, infine, ex candidato sindaco di Varese, ha invece parlato l’imprenditore Pietro Tonetti. Ha raccontato che, d’intesa con lui, Orrigoni avrebbe versato l’anticipo di 50mila euro della presunta tangente, mascherata sotto forma di incarico a uno studio di ingegneristica, per ottenere la variante di destinazione d’uso di un terreno a Gallarate su cui aprire un nuovo punto vendita Tigros.

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14/11/2019 – ANSA

ArcelorMittal, domani incontro al Mise. Scudo in stand by

E’ stato fissato per domani pomeriggio al Mise l’incontro su ArcelorMittal con i sindacati dei metalmeccanici Fiom-Cgil, Fim-Cisl e Uilm-Uil e l’azienda, sulla procedura ex articolo 47 di retrocessione dei rami d’azienda. Lo si apprende da fonti sindacali. Due giorni fa le stesse sigle hanno inviato una lettera facendo richiesta di incontro. L’appuntamento risulta alle 15.30 al ministero.
La soluzione della crisi dell’ex Ilva passa per ArcelorMittal, che è il piano “a, b, c e d”. O almeno, questa rimane la posizione ufficiale del governo, anche se l’azienda, per ora, non mostra alcun segnale di apertura e, anzi, continua a preparare l’addio a Taranto. Ma gli estremi per il recesso, è la “convinzione profonda del governo”, non ci sono. Il colosso franco-indiano, ribadisce in una apposita conferenza stampa il ministro Stefano Patuanelli, deve mantenere gli impegni presi e va richiamato al tavolo. Anche passando per il tribunale, se necessario, dove è atteso entro venerdì il ricorso d’urgenza dei commissari. Mentre la prima udienza per la citazione dell’azienda è stata rinviata a maggio. La situazione, a Taranto, peggiora di ora in ora: in città si registra la prima cinquantina di operai dell’indotto rimasti senza paga. E otto consigli di fabbrica, riuniti a Genova, invocano uno sciopero europeo per la crisi della siderurgia. Ma nella maggioranza resta altissima la tensione: gli emendamenti presentati da Italia Viva al decreto fiscale per reintrodurre lo scudo vengono giudicati inammissibili dalla presidente della commissione Finanze, la 5S Carla Ruocco. E nel Movimento la questione resta tormentata, tanto che il ministro Stefano Patuanelli, dopo al riunione fiume con i senatori è costretto a presentarsi anche dai deputati per spuntare almeno quella che lui stesso definisce “una disponibilità a discuterne” se, nel corso della trattativa, dovesse riemergere la necessità dello scudo. I 4 punti proposti dal ministro ottengono l’ok dopo una tre ore di dibattito tesissimo, e 5 senatori restano sulla linea dura e votano contro il mandato a Patuanelli a “tracciare” la linea sull’ex Ilva, slegandola dalla tenuta del governo, guardando a un piano di medio periodo che punti alla decarbonizzazione e valutando anche l’ipotesi di una legge speciale per Taranto per accelerare gli interventi sul territorio. La trattativa con Arcelor, al momento, non c’è: il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, rassicura sulla tenuta dei giallorossi (“Il governo rischia? Non scherziamo..”) ma rinvia a lunedì prossimo, “per impegni dei vari ministri”, il Consiglio previsto per giovedì pomeriggio, che doveva servire a mettere in fila le proposte per il ‘Cantiere Taranto’, cioè gli interventi a più ampio raggio per il rilancio, al di là delle vicende legate alla fabbrica. E non è nell’aria, a breve, nuovo round con i Mittal, che sembrava imminente ma ancora non è stato convocato. Si aspetta, probabilmente, l’esito del ricorso. E intanto si lavora, sotto traccia, sia alla proposta di mediazione sia all’eventualità che l’azienda abbandoni davvero l’Italia. Il governo punta a ridurre al minimo, se non ad azzerare, la richiesta degli esuberi. Duemila potrebbero essere gestibili attraverso la cassa integrazione, ma andrebbe riscritto il piano industriale “di dieci mesi non di sei anni fa” che Mittal, sottolinea più volte Patuanelli, “non ha rispettato”. In questo quadro comunque, oltre a garantire un soccorso sul fronte dell’occupazione, l’esecutivo potrebbe mettere sul piatto anche un ingresso di Cassa depositi e prestiti, con l’8-10%, a puntellare l’operazione. Sempre Cdp potrebbe essere, invece, il perno attorno a cui ricreare una nuova cordata di privati. Per il subentro potrebbe rendersi necessario prima un nuovo passaggio dell’ex Ilva alla gestione commissariale e una nuova gara. Ma si potrebbe invocare, suggerisce Vincenzo Sanasi D’Arpe, giurista esperto di grandi crisi d’impresa, anche la legge Marzano che consentirebbe di saltare questo passaggio. Resta infine la strada della nazionalizzazione ‘a tempo’, coinvolgendo controllate di Cdp per superare i vincoli di statuto della Cassa: una operazione che potrebbe passare anche la tagliola europea degli aiuti di Stato perché si svolgerebbe in un’area depressa.

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14/11/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Appalti e corruzione, «Meglio senza Anac? Risponderemo con i fatti»

Mauro Salerno e Giorgio Santilli

Intervista a Francesco Merloni, nuovo numero uno dell’Autorità: pienamente operativi dopo l’addio di Cantone. Pronta segnalazione sul subappalto

L’addio di Raffaele Cantone «non ha lasciato un’Autorità dimezzata». Anzi. «Siamo pienamente operativi e non ci limiteremo all’ordinaria amministrazione». Francesco Merloni, alla sua prima uscita pubblica da numero uno dell’Anticorruzione, dopo il ritorno in Cassazione del magistrato campano, manda senza troppi giri di parole un primo segnale forte nei confronti di chi si attendeva un “calo di attenzione” dell’Anac.
In attesa della nomina di un nuovo presidente (l’attuale consiglio scade a luglio 2020), la posizione di Merloni al vertice dell’Autorità è stata blindata grazie a un parere dell’Avvocatura dello Stato che garantisce che a Merloni, in qualità di consigliere anziano, vanno anche i poteri attribuiti in via esclusiva al presidente («poteri monocratici», in sostanza il potere di proporre ai prefetti il commissariamento degli appalti a rischio corruzione). Un’ulteriore copertura normativa potrebbe arrivare con un emendamento ad hoc in uno dei provvedimenti al vaglio del Parlamento, dopo un tentativo andato a vuoto con il decreto ministeri.

In che direzione andrà la “nuova” Anac?
Ci muoveremo in assoluta continuità rispetto alla linea tracciata negli ultimi anni. E non ci limiteremo a gestire una transizione. Oggi (ieri per chi legge, ndr) abbiamo approvato un atto di segnalazione a Governo e Parlamento sul subappalto, dove proponiamo di adeguarci alle indicazioni della Corte Ue senza però aprire tout court alla libertà di subaffidamento integrale, e anche il nuovo Piano nazionale anticorruzione che guiderà le amministrazioni per il periodo 2019-2021.

Il decreto sblocca-cantieri ha tolto all’Anac il potere di regolazione sui contratti pubblici, che anche Cantone ha infine giudicato eccessivo. Torna il regolamento sugli appalti al posto delle vostre linee guida. Una riduzione dei vostri poteri, si direbbe.

L’idea di guidare operativamente il mercato con una formula di soft regulation non è un’invenzione dell’Anac ma del legislatore. La scelta di tornare a un regolamento rigido e vincolante è nei fatti, ma merita forse una riflessione più ampia, che riguarda la capacità della Pa di compiere scelte autonome. La soft law doveva dare alle amministrazioni appaltanti una maggiore discrezionalità, ma la strategia ha fallito perché è venuto a mancare il pilastro su cui doveva appoggiarsi questa riforma, cioè la qualificazione e la razionalizzazione delle stazioni appaltanti. Le nostre Pa non hanno la struttura per reggere a un cambio di passo di questo tipo.

Troppi piccoli centri di potere e poche competenze?
Abbiamo ottomila Comuni di cui 4.700 sotto i tremila abitanti. Questo è parte della riflessione. La più grande manovra anticorruzione è darsi una buona amministrazione. Senza agire su questo fronte saranno votati all’insuccesso anche altri progetti di innovazione dei nostri apparati pubblici. Penso ad esempio ai piani di digitalizzazione. Quanto al nuovo regolamento appalti, vediamo come sarà strutturato. Che dimensione avrà, che qualità avrà e se porterà a una semplificazione.

Matteo Renzi ha rilanciato l’idea di un grande piano infrastrutturale con l’Anac nel ruolo di graranzia sugli appalti, sul modello Expo di Milano. Che ne pensa?
Quella di un piano straordinario è una discussione che ritorna oltre le singole posizioni. L’Expo ha funzionato e la vigilanza collaborativa è uno strumento che da allora si è rivelato molto utile, da usare quando possibile. Ma il nostro ruolo è quello di fare vigilanza indipendente e non possiamo farlo inseguendo i commissari, come dimostra il caso Genova, dove alla fine il protocollo firmato con il commissario è decaduto perché non ha alcun senso controllare la correttezza di atti già formalizzati. Bene l’idea di un piano straordinario, ma se questo presuppone il ricorso frequente a commissari a deroghe, dobbiamo ricordare che abbiamo sempre espresso perplessità di fronte a ipotesi di questo tipo.

Tra i vostri compiti c’è anche quello di ridurre la litigiosità negli appalti, fornendo pareri preventivi alle imprese e alle Pa. Bel progetto, che però vi ha attirato non poche critiche per la mancanza di tempestività delle risposte.
È un problema che abbiamo avuto all’inizio. Quest’anno abbiamo risposto a 202 quesiti sempre nel termine dei 30 giorni previsti. Abbiamo anche dato un assetto stabile all’Autorità. Anche da un punto di vista amministrativo. A metà 2020 tutto il personale sarà inquadrato secondo le nuove regole. L’Autorità Anticorruzione c’è e agisce. Risponderemo con i fatti a chi dice che si starebbe meglio senza.

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14/11/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Dall’Alta velocità di Firenze al porto di Livorno: le priorità di Rossi per le grandi opere in Toscana

Alessandro Lerbini

Il governatore ha fatto il punto sulle infrastrutture regionali: ritardo insostenibile per la Civitavecchia-Grosseto, ottimismo per l’aeroporto di Firenze

Dalle strade alle ferrovie passando per il porto di Livorno e l’aeroporto di Firenze. Il presidente della Regione Toscana, Enrico Rossi, ha fatto il punto delle grandi opere regionali in un forum de Il Sole 24 Ore Radiocor.
Completamento Tirrenica, Civitavecchia-Grosseto
«Per la realizzazione della Tirrenica abbiamo un ritardo insostenibile. Se prendiamo Google maps si nota un buco enorme tra Grosseto e Civitavecchia». Rossi, nella redazione romana del Gruppo 24 Ore, ha espresso il suo disappunto per la situazione di stallo riguardante il completamento dell’infrastruttura stradale: «Noi come arriviamo a Roma? Con quattro corsie allo stato attuale malmesse: è la strada con più alta incidentalità in Italia che finisce a due corsie in un tratturo. Sotto la mia presidenza sono stati presentati quattro differenti progetti. Ora si torna a intervento pubblico con l’Anas e una spesa di 600 milioni, ma in realtà serve 1 miliardo». In ballo c’è anche il contenzioso con Autostrade, e in particolare con la controllata Sat che ha ancora in concessione la variante del tratto dell’Aurelia. «Tutto è fermo – ha continuato Rossi -. Noi abbiamo fortemente sollecitato la ministra De Micheli che ha detto che avrebbe dato risposta entro novembre. Sappiamo però che il contenzioso non è di facile risoluzione. Autostrade ha fatto un grande investimento sulla variante appenninica, si vede che lo spostamento del 7-8% del traffico sulla Tirrenica non è una priorità. Tutto l’Adriatico ha un’autostrada che porta al Sud, vorremmo averla anche noi».
Porto di Livorno
«La procedura per potenziare il porto di Livorno era insabbiata, abbiamo fatto grandi investimenti e salvato dal fallimento il retroporto. Stiamo andando nella direzione giusta. Abbiamo messo 200 milioni – ha continuato il governatore della Toscana – per realizzare la Darsena Europa più i 50 milioni dell’Autorità portuale, ne servono altrettanti dalla parte privata. La ministra De Micheli ha mostrato interesse e questo è positivo, il progetto è stato rivisto e ora costa meno. Gli armatori si stanno avvicinando ma è stata una sciagura far insabbiare l’opera negli anni passati. Ora si sta riprendendo, mi avrebbe fatto piacere vedere i lavori partire sotto il mio mandato, comunque ora si va avanti e confido che arriveremo all’obiettivo. Il porto sarà collegato a nord con la vecchia ferrovia appenninica che verrà ripristinata da Rfi con la rimodulazione dei tunnel per far passare i container. Livorno ha dietro una logistica straordinaria, chilometri quadrati di terreno attrezzati che possono essere attrattivi per investimenti. La farmaceutica farà un magazzino per le imprese toscane. Può essere un esempio di successo anche per altri settori».
Alta velocità Firenze
«Il tappo dell’Alta velocità ferroviaria di Firenze va risolto, sia per la città che per il resto d’Italia. A Santa Maria Novella – ha detto Rossi – non entra più nulla. Al ministero qualcosa è cambiato, la visita al cantiere della ministra De Micheli è stata positiva: ci si augura che possano riprendere lavori al più presto con il movimento terra che verrà portato fuori Toscana. Le Ferrovie stanno andando avanti, l’ad Maurizio Gentile è estremamente determinato». La settimana scorsa il ministero delle Infrastrutture ha espresso parere favorevole all’analisi costi-benefici del sotto attraversamento ferroviario e alla stazione di Norman Foster. «È l’ennesimo via libera che l’opera ottiene – ha detto Rossi –. Ci sono numerosi treni che da Roma vanno direttamente a Bologna e Firenze non può più permettersi di rimanere tagliata fuori».
Aeroporto di Firenze
«Confidiamo che il Consiglio di Stato ci darà ragione, è stato fatto tutto quello che si poteva fare per avere un impatto ambientale migliore rispetto all’attuale». Rossi confida in un via libera nell’audizione il prossimo 28 novembre del Consiglio di Stato sul ricorso contro la decisione del Tar di annullare il provvedimento di Via del Ministero relativo alla riqualificazione dell’aeroporto di Firenze. Ma nel caso in cui i giudici dovessero confermare l’alt del Tar? «Nel periodo di tempo che mi resta da presidente solleciterò la società a ricominciare l’iter perché senza una nuova pista all’aeroporto significa destinare Firenze ad essere quella che non é. Firenze non è soltanto gli Uffizi ma anche un grande comparto produttivo del Paese e senza una adeguata attrezzatura infrastrutturale minima che consenta un collegamento con hub internazionali rischia nel medio periodo di perdere la forza della Toscana in questi anni: attrarre investimenti nel settore manifatturiero».
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14/11/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Venezia nel caos-acqua alta dopo 5,3 miliardi spesi per il Mose

Jacopo Giliberto

Il sistema di dighe mobili non funziona perché manca ancora il «motorino di avviamento»

Il Mose per salvare Venezia dalle acque alte non è ancora finito. È quasi finito, e in quella parola “quasi” è contenuto ciò che manca a far funzionare la macchina ormai pronta: manca il “motorino d’avviamento”. Per questo motivo il Mose — le dighe colossali a scomparsa — non è stato fatto funzionare martedì sera quando le sirene d’allarme coprivano Venezia con i brividi quadritonali dell’allerta generale.

Del Mose è completa, pronta e finita da mesi la parte pesante e colossale di cemento e acciaio, cioè ci sono le quattro dighe.

Invece deve essere finito ciò che farà muovere le paratoie per chiudere fuori dalla laguna l’acqua alta. Vanno istallati compressori, attuatori, sensori, cablaggi e così via.

Finora sono stati spesi non meno di 5,3 miliardi (tangenti, generosità e regalìe comprese) su una spesa totale e finale di oltre 5,5 miliardi, cui vanno aggiunti altri interventi e progetti correlati per una stima che dovrebbe superare i 6 miliardi. Questi costi e le spese future sono soldi pubblici.

Seggiole e poltrone

La vicenda delle acque alte di Venezia è lo spunto con cui il Governo potrebbe aggiornare alcuni incarichi, come l’ipotesi di creare un commissario-capo per dare l’accelerata finale ai lavori del Mose o come il progetto di sostituire il provveditore alle opere pubbliche, l’istituzione che da pochi anni ha sostituito lo storico Magistrato alle Acque. Non a caso da ieri sera sono a Venezia il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e la ministra delle Infrastrutture Paola De Micheli.

Il numeri del progetto

Il progetto Mose è gestito dal Consorzio Venezia Nuova, concessionario unico dello Stato. Dopo gli scandali del 2014, ogni più piccola attività oggi è controllata con severità da due commissari.

Il Mose prevede che le dighe a scomparsa resistano a maree alte fino a 3 metri (quella di martedì era alta poco meno di 1,9) e, se il cambiamento del clima farà innalzare i mari, possano governare un livello medio del mare più alto di 60 centimetri rispetto a oggi. È prevista una durata di progetto di 100 anni, anche se segnali di degrado tecnico fanno temere un impegno importante per far funzionare per un secolo questa macchina immensa.

Tra un anno (se va bene)

Le persone interessate ad allungare i tempi e i lavori sono molte, e sono molte anche le persone cautissime nel non impuntare il passo nel percorso finale dell’opera.

Adesso l’opera è in gestione con impianti provvisori e in stato di inizio del collaudo funzionale e il Mose e sarà effettivamente pronto per funzionare fra un annetto, se non ci saranno nuovi ostacoli e nuove legioni di frenatori.

Dall’apertura del cantiere avvenuta nel 2003, la consegna finale e ufficiale — con le firme, le strette di mano davanti ai fotografi, il tappeto rosso, la banda musicale con gli ottoni lucidati e il consenso unanime degli elettori — è prevista fra due anni.

Poi ci sarà la gestione e la manutenzione, che a progetto costerà fra gli 80 e i 90 milioni l’anno. Ma il buonsenso dice che per la manutenzione bisognerà spendere non meno di un centinaio di milioni l’anno, visto che perfino le cerniere delle paratoie mostrano segni di corrosione prima ancora che il Mose sia in funzione.

Che cosa c’è e che cosa manca

Dopo anni di lavori, sono state posate da molti mesi tutte le 78 paratoie che formano le quattro barriere alle bocche di porto di Lido (due sezioni affiancate), Malamocco e Chioggia. Sono stati costruiti gli edifici tecnici e la sala comando a Rocchetta, a fianco della torre piloti della bocca Malamocco, che è la torre di controllo dell’intero porto.

Mancano gli impianti accessori, come alcune batterie di compressori, gli arredi, gli ascensori, diverse condutture, numerosi attuatori oleodinamici.

Le barriere funzionano già in via sperimentale mediante il ricorso a una dotazione minima di impianti ma mancano i collaudi finali, manca la cabina di regìa e la procedura di autorizzazione per l’apertura e la chiusura delle dighe mobili.

Le diverse prove di sollevamento hanno dato esiti positivi ma l’esperimento alla bocca di Malamocco in programma per il 4 novembre era stato sospeso e rinviato per paura che diventassero un intoppo le anomalie di alcune condutture che entravano in vibrazione.

Le date dal 1966 al 2021

Il progetto risale a quel 4 novembre del 1966 quando ci fu l’acqua alta più devastante per Venezia; da allora la città cominciò a svuotarsi di abitanti e a trasformarsi in un turistificio furibondo.

Seguirono la Legge Speciale per Venezia e una legge che nell’aprile 1984 individuò nelle dighe a scomparsa la soluzione per salvare dal mare la città.

Il 3 aprile 2003 il Comitatone diede il via libera al progetto.

Nel maggio 2003 il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi posò la prima pietra e annunciò che l’opera sarebbe stata pronta nel 2011.

Nell’estate 2014 un’inchiesta (35 arresti) portò al il blocco totale dei lavori e al commissariamento del Consorzio Venezia Nuova.

Il cronoprogramma dice che il 30 giugno prossimo il Mose sarà pronto e il 31 dicembre 2021 con la consegna delle opere comincerà la gestione ordinaria.

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14/11/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Salini Impregilo, ordini in ascesa grazie alle commesse ferroviarie

L.G.

Pietro Salini: «Sono molto soddisfatto del record. È il motore di Progetto Italia»

A valle della chiusura positiva dell’aumento di capitale da 600 milioni di euro, Salini Impregilo ha diffuso i dati dei nove mesi chiusi con ordini acquisiti o in corso di finalizzazione pari a complessivi 7,3 miliardi di euro (0,1 miliardi quelli in fase di finalizzazione). L’85% circa dei nuovi ordini è stato acquisito in Australia, Nord America ed Europa, a conferma della strategia commerciale di consolidamento del portafoglio ordini nei mercati con basso profilo di rischio. In particolare, nel corso del 2019 il gruppo è entrato in Norvegia, aggiudicandosi un contratto per il potenziamento di una tratta ferroviaria, e in Canada con un contratto per la realizzazione di una linea ferroviaria leggera.

La pipeline commerciale ha invece raggiunto quota 60 miliardi e l’80% circa di questa è ancora una volta concentrata in Nord America, Europa e Australia. Inoltre ben il 56% del portafoglio è costituito da ferrovie e metropolitane contro il 23% di strade e autostrade. Non a caso tra i principali progetti aggiudicati quest’anno ci sono la ferrovia Alta Capacità Napoli-Bari (608 milioni), la ferrovia ad alta velocità in Turchia (530 milioni), la tratta Nykirke-Barkaker in Norvegia (388 milioni) e l’Hurontario Light Rail Transit in Canada (917 milioni).

«Sono molto soddisfatto dell’andamento degli ordini record alla data di oggi. Un vero motore di impulso per il successo di Progetto Italia, che con la conclusione dell’aumento di capitale diventa una realtà da realizzare con priorità assoluta, perseguendo con determinazione le aggregazioni previste», ha sottolineato Pietro Salini, amministratore delegato di Salini Impregilo. Salini ha quindi concluso: «L’andamento della gestione economica e finanziaria del periodo è in linea con le attese».

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14/11/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Cementir lancia la svolta verde: piano da 100 milioni in tre anni

Celestina Dominelli

Sforzo totale da 310 milioni. L’ad Caltagirone jr: cambio di passo in linea con i tempi. I target al 2022: ricavi attesi tra 1,3 e 1,35 miliardi e Ebitda sopra i 300 milioni

Una svolta “green” sostenuta da 100 milioni di investimenti in sostenibilità e innovazione che consentiranno 25 milioni di risparmi dal secondo semestre del 2022. Una maggiore spinta nella digitalizzazione dei processi industriali con il programma Cementir 4.0. E un miglioramento della redditività del business con un mix di efficienza, contenimento dei costi e lancio di prodotti e servizi a valore aggiunto. Il nuovo piano industriale 2020-2022 di Cementir Holding, approvato ieri insieme ai conti dei primi nove mesi, si muove lungo questi tre assi con l’obiettivo di consolidare la leadership del gruppo e di ridurre l’impronta carbonica con un taglio delle emissioni del 30% entro il 2030.

«È un cambio di passo – spiega al Sole 24 Ore il numero uno di Cementir, Francesco Caltagirone jr – in linea con i tempi e in risposta alla direzione battuta nei paesi in cui operiamo. Tale sforzo si affianca ai 70 milioni di investimenti annui, previsti da qui al 2022, per lo sviluppo della capacità produttiva e il mantenimento dell’efficienza degli impianti». Risorse che, chiarisce il ceo, «serviranno innanzitutto a costruire turbine eoliche da 8 megawatt per le esigenze dello stabilimento di Aalborg in Danimarca, in modo da portare all’80% la quota di elettricità prodotta da fonti rinnovabili e ampliare la fornitura di teleriscaldamento, alimentato dal calore sviluppato nel processo di produzione del cemento, dalle attuali 36mila a 50mila famiglie. Gli investimenti saranno riservati altresì a un progetto di cogenerazione elettrica da recupero di calore nell’impianto di Izmir in Turchia e al revamping del forno in Belgio che ci permetterà di aumentare l’impiego di combustibili alternativi dall’attuale 40 all’80 per cento e di arrivare così a un risparmio di consumo di fonti fossili del 30 per cento».

Tutti tasselli accomunati dalla volontà del gruppo puntellare la trasformazione “verde”, anche con il lancio, aggiunge l’ad, «di una nuova gamma di prodotti ecologici altamente innovativi, come il calcestruzzo per la stampa 3D, e la produzione di nuovi tipi di cemento basati sulla tecnologia Futurecem, sviluppata e brevettata da Cementir, che consente di abbattere le emissioni di Co2». Accanto a questo, il gruppo vuole poi spingere sulla digitalizzazione per efficientare i processi industriali. «È un percorso – prosegue Caltagirone jr – che investe l’intera catena del valore e che ci permette di ottimizzare la gestione, anche grazie alla manutenzione predittiva resa possibile dalla mole di dati trasmessa da sensori posizionati nei nostri impianti». Una rivoluzione già in corso, dunque, che il gruppo vuole ampliare ulteriormente, consapevole del ritorno assicurato da una simile svolta: 15 milioni di contributo all’Ebitda consolidato del 2022 previsto sopra i 300 milioni (rispetto ai 250-260 milioni del 2019), con un tasso di crescita medio annuale del 7 per cento, mentre i ricavi sono attesi tra 1,3 e 1,35 miliardi con la generazione di cassa che consentirà di azzerare a fine piano il debito, stimato a 245 milioni nel 2019, e di disporre di un free cash flow cumulato di 370 milioni per finanziare ulteriori opportunità di sviluppo.

Nel futuro di Cementir che è uscita definitivamente dal mercato italiano (trasferendo anche la sede legale in Olanda) ed è cresciuta, da ultimo, in quello Usa, non ci sono però per ora grandi operazioni. «Gli ultimi 12-18 mesi sono stati molto intensi – sottolinea Caltagirone jr – e al momento non vedo deal importanti all’orizzonte. Ora siamo impegnati ad aumentare la redditività nei singoli Stati in cui operiamo». Insomma, la rotta prossima ventura è chiara, come la scelta di Cementir di dismettere le attività nella penisola. «La famiglia ha preso questa decisione e avere un gruppo con un fatturato concentrato per il 100% sull’estero è parte di una strategia di prudente allocazione del portafoglio», precisa il ceo. Che, guardando poi al mercato delle costruzioni, considera «un buon segnale» la nascita di progetto Italia targato Cdp-Salini-banche, ma non sufficiente a far ripartire il settore. «Serve – chiosa – una ripresa sostanziale degli investimenti pubblici per curare realmente il malato».

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