Rassegna stampa 09-12 novembre 2019

08/11/2019 15.18 – quotidiano energia

Gare gas, arriva la norma Uni sui requisiti dei commissari

Dopo la consultazione dello scorso settembre, arriva la prassi di riferimento Uni/PdR 72:2019 “Piattaforma delle competenze per la valutazione tecnica di un progetto di gara d’ambito nel settore del gas naturale”, frutto della collaborazione tra l’Ente italiano di normazione (Uni) e il Comitato italiano gas (Cig).

Elaborata dal Tavolo Uni/PdR “Competenze commissari gare gas”, ricorda una nota, la prassi ha l’obiettivo di fornire: un quadro aggiornato dei necessari riferimenti legislativi, regolamentari e normativi tecnici nazionali e internazionali afferenti alle reti di distribuzione e agli impianti del gas, nel contesto delle gare Atem; i principali termini e definizioni in uso nel settore della distribuzione gas, per consentire l’uso di una terminologia comune a tutte le parti interessate; l’individuazione dei requisiti per i candidati commissari di gare Atem necessari al corretto svolgimento delle funzioni loro richieste per la valutazione delle offerte secondo il quadro previsto dal Disciplinare di Gara (Allegato 3 del DM 226/2011); le cause di esclusione e di incompatibilità di cui ai commi 4, 6, 7 ed 8 dell’art. 11 del DM 226/2011; raccomandazioni per le attività di formazione.

In concomitanza con la pubblicazione della prassi di riferimento, Uni e Cig organizzano a Bologna il prossimo 21 novembre il workshop “Una piattaforma delle competenze per la valutazione tecnica di un progetto di gara d’ambito nel settore del gas naturale”. Parteciperanno i rappresentanti di Mise, Arera, Anci, Uni e Cig.

E’ intanto da segnalare un nuovo rinvio per il termine di presentazione delle offerte della gara per l’Atem Torino 1, inizialmente fissato al 12 settembre scorso, poi slittato al 12 novembre e posticipato ulteriormente all’11 dicembre 2019 con un avviso pubblicato oggi sulla Gazzetta Ufficiale Ue.

La gara per l’Atem Torino 1 – uno dei maggiori in Italia con circa 560.000 Pdr, una rete di 1.978 km e volumi per oltre 758 mln mc – ha un valore di 953,595 milioni di euro più Iva e segue l’aggiudicazione lo scorso aprile di Torino 2.

Infine, da segnalare che con delibera 450/2019 l’Arera ha dato il via libera ai valori di Vir dei Comuni facenti parte dell’Atem Rimini.

 

08/11/2019 12.37 – RADIOCOR
Sostenibilita’: nelle smart cities attenzione all’ambiente solo a quota 23%

Uno studio della inglese Environmental Industries Commission (Il Sole 24 Ore Radiocor Plus) – Milano, 07 nov – Nelle strategie di sviluppo delle ‘smart cities’ gli obiettivi di sostenibilita’ ambientale pesano solo per un quarto sul totale dei progetti. In particolare, secondo uno studio pubblicato questa settimana della Environmental Industries Commission (EIC), l’istituzione inglese mirata allo sviluppo del settore ambientale, la quota di politiche pro-ambiente all’interno dei programmi smart city e’ rimasta ferma al 23% negli ultimi cinque anni. Lo studio ha preso in considerazione 12 citta’ tra Stati Uniti ed Europa, per valutare se e come esse stiano integrando le proprie aspirazioni ambientali all’interno della transizione ad un modello piu’ ‘smart’. Cio’ che emerge e’, pero’, un gap significativo. Laddove infatti tutti i centri urbani analizzati dimostrano di avere strategie di sostenibilita’ solide e complete, quasi nessuna di queste sembra collegarsi al totale dei progetti sviluppati all’interno del contesto smart cities, che vede un crescente utilizzo della tecnologia nell’ottica di migliorare lo spazio urbano. Al di la’ dei programmi legati alla gestione del sistema energetico, infatti, in media ogni citta’ presenta solo un’iniziativa smart volta alla protezione dell’ambiente. Secondo quanto afferma Michael Rudd, co-chair della smart city task force dell’EIC, ‘nonostante le molte iniziative per l’ambiente smart a livello individuale, sembra che in molte citta’ il valore dello smart green tech sia costantemente sottovalutato all’interno delle politiche di sviluppo’. Col

07/11/2019
Comunicato ANAC su Bandi-tipo

Il comunicato fornisce indicazioni interpretative sull’applicazione delle clausole del bando-tipo n. 1 relativo all’affidamento di servizi e forniture sopra soglia comunitaria, alla luce delle modifiche apportate dal d.l. Sblocca Cantieri (d.l. n. 32/2019).

 

 

09/11/2019 – Corriere del Veneto (ed. Vicenza)
Aim, la politica cerca un accordo e spunta l’ ipotesi di fusione a sei

Il futuro della multiutility e le opzioni possibili. La Lega chiama a raccolta i suoi
VICENZA Si fa presto a dire «fusione». La partita avviata ormai tre anni fa dell’ aggregazione tra le due multiutility di Vicenza e Verona, rispettivamente Aim e Agsm, sembra sempre sul punto di finire, quando ecco che spuntano nuove strade possibili. Le ultime sono quelle emerse in queste settimane in incontri e riunioni, l’ ultimo dei quali appena due giorni fa. E sono strade, di fatto, antitetiche: vendere il pacchetto clienti di Aim energy, ottenendo in cambio un controvalore che si aggirerebbe sui 90 milioni, oppure andare dritti verso la fusione, ma non più a due o a tre bensì a sei. Agli addetti ai lavori possono sembrare quasi delle provocazioni, ma non lo sono. Si tratta, nello specifico, di due ipotesi portate avanti rispettivamente da Lega e Fratelli d’ Italia, che proprio in queste settimane sono chiamate – assieme alle altre forse di maggioranza a Vicenza e a Verona – a definire su quale strada incamminare il futuro delle due multiutility. I tempi sono stretti, visto che l’ amministrazione punta ad avere una linea politica unitaria entro fine anno. In questi due mesi, dunque, bisogna analizzare anzitutto i numeri illustrati dagli esperti di Roland Berger sui tre scenari di sviluppo ovvero rimanere soli (opzione «stand alone»), fusione Aim-Agsm oppure fusione a tre Aim-Agsm e un terzo partner del calibro dei colossi A2a, Hera, Iren. In quest’ ultimo caso la fusione porterebbe alla nascita di un colosso da quasi 1,5 miliardi di fatturato ma una delle clausole previste sarebbe il diritto ad operare «in esclusiva» in tutto il Triveneto, scongiurando quindi eventuali mosse «opportunistiche» del terzo (grande) attore. Se le ipotesi fossero solo queste, la scelta sembrerebbe ormai tracciata verso il coinvolgimento del terzo soggetto da cui cercare precisi asset sui settori come il trattamento rifiuti, le energie rinnovabili, le tecnologie delle smart city. Ma la partita si complica con altre possibilità che, va precisato, non sono indicate nel lavoro di Roland Berger. In casa Lega, a Vicenza, si chiede da tempo di tenere a mente anche l’ ipotesi di vendere i clienti di energia elettrica e gas di Aim energy – circa 200 mila utenze – sul modello di quanto fatto la scorsa primavera da Ascopiave con il ramo d’ azienda Ascotrade, acquisito dal gruppo emiliano Hera. Secondo alcune indiscrezioni, l’ operazione potrebbe generare un valore di almeno 90 milioni di euro per le casse del gruppo Aim, se non fosse che il sindaco, Francesco Rucco, è fortemente contrario. Anche per questo, tra lunedì e martedì è in programma un incontro tra i rappresentanti della Lega di Verona e Vicenza al fine di definire una strategia unitaria visto che, ad oggi, nessuna decisione è stata presa. Poi c’ è l’ altra ipotesi, diametralmente opposta e che prevede una fusione accelerata e pure allargata a sei società, non più «solo» tre: Aim e Agsm cercherebbero asset coinvolgendo in una nuova società non solo il colosso lombardo A2a ma anche i trento-altesini di Dolomiti e Alperia, più la friulana Bluenergy. Questa è una strada che pare piacere a Fratelli d’ Italia, almeno a Vicenza, e a dar manforte a questa ipotesi c’ è il fatto che ad oggi hanno già manifestato il proprio interesse per entrare nel futuro di Aim e Agsm in sostanza tutti i principali player del mercato del Nord-est. Gian Maria Collicelli

09/11/2019 – La Repubblica (ed. Genova)
Iren, conti in crescita nei primi nove mesi

I servizi
Bianco: ” Siamo diventati la prima multiutilty italiana per numero di emissioni green”
Conti in crescita per Iren. Il gruppo ha chiuso infatti i primi 9 mesi del 2019 con ricavi consolidati a 3.190 milioni di euro in incremento del 13% grazie prevalentemente al contributo derivante dalla maggior vendita e produzione di energia elettrica oltre che all’ ampliamento del perimetro di consolidamento. «Il percorso di consolidamento intrapreso negli ultimi anni dal gruppo si affianca alle attività di crescita organica supportando lo sviluppo di Iren e dei territori di riferimento – dice il presidente Renato Boero – In questi primi nove mesi del 2019 il contributo generato dalle società entrate nel perimetro del gruppo, Acam, Spezia Energy Trading, San Germano e Maira è stato di 11 milioni di euro. Questo percorso di crescita per linee esterne proseguirà anche nei prossimi mesi, in linea con quanto annunciato in occasione della presentazione del piano industriale». Escludendo gli effetti straordinari positivi non ricorrenti verificatisi nel 2018, di circa 87 milioni di euro (60 milioni di certificati energetici e 27 milioni di certificati verdi idroelettrici), il margine operativo lordo dei primi 9 mesi del 2019, di 675 milioni di euro, risulta in incremento di 56 milioni, mentre l’ utile netto, attestatosi a 191 milioni di euro, è in crescita di 20 milioni di euro. Un miglioramento che ha riguardato tutte le linee di business, con la sola eccezione della vendita di gas per la quale si sono registrati margini in flessione per effetto di una contrazione dei volumi venduti correlata a una stagione termica invernale non favorevole. « I risultati appena approvati evidenziano la solidità della gestione di ogni singolo business che, al netto degli elementi straordinari e non ripetibili dello scorso anno, hanno registrato un Ebitda in crescita di 56 milioni – Massimiliano Bianco, amministratore delegato di Iren – Il Gruppo ha ulteriormente confermato non solo l’ efficacia nella gestione operativa, supportata da tutte le direttrici strategiche, ma anche nella gestione finanziaria che ha visto una riduzione degli oneri finanziari del 10%, oltre ad un rafforzamento degli indici finanziari e del profilo di liquidità a seguito della cessione della partecipazione in Olt». « A ottobre, con l’ emissione del terzo Green Bond, Iren è diventata la prima multiutility italiana per numero di emissioni green, per un ammontare pari a 1,5 miliardi di euro, a conferma della costante attenzione che il gruppo pone verso le tematiche di sostenibilità » conclude Bianco. Gli investimenti tecnici lordi realizzati nel periodo ammontano a 324 milioni di euro, in crescita rispetto al 30 settembre 2018 (+13%). © RIPRODUZIONE RISERVATA k Il gruppo La sede genovese di Iren.

09/11/2019 – Milano Finanza
Per Sorgenia è testa a testa Iren-F2i

Manca ancora un mese al termine della presentazione delle offerte vincolanti per i 340 mila clienti di Sorgenia, la tech utility che sta catalizzando da mesi l’ attenzione del mercato. Eppure nella lunga e affollata corsa c’ è chi inizia a staccarsi dal gruppo. Come riportato venerdì 8 da milanofinanza.it, sul tavolo dell’ advisor Lazard spiccherebbero in particolare le offerte di Iren e del fondo F2i (con Asterion Industrial Partners). Sin da subito la multiutility guidata dal ceo Massimiliano Bianco era entrata nella lista delle principali candidate ad aggiudicarsi i 340 mila clienti del gruppo guidato dal ceo Gianfilippo Mancini. La vera sorpresa era stata la presenza di F2i, all’ inizio non pervenuta e successivamente rivelata da MF-Milano Finanza il 26 luglio scorso. In tutto questo, non va sottovalutato il ruolo che svolgeranno gli altri candidati, come il tandem A2A-Eph (advisor Rothschild) Acea e Contourglobal. L’ obiettivo sarebbe quello di provare a raggiungere il closing entro il primo trimestre del 2020 per un valore del deal non inferiore al miliardo di euro. (riproduzione riservata)

 

10/11/2019 – La Nazione (ed. Siena)
Prove di alleanza anche con Estra e Sei Toscana

Dopo la firma a Ecomondo del contratto per un centro di economia circolare
SIENA L’ accordo siglato da Estra, SEI Toscana, Acea Ambiente e altre undici tra imprese ed enti, per la promozione della ricerca, innovazione e sviluppo nel campo dell’ economia circolare e della sostenibilità ambientale, sembra il prologo di un’ alleanza più forte sul settore della gestione dei rifiuti. Una sorta di prova generale in vista del risiko di società e di partecipazioni azionarie, che avrà il suo colpo di starter una volta che Unieco Holding ambiente sarà venduta definitivamente a una delle società che hanno manifestato interesse all’ acquisto dal liquidatore. Il contratto di rete di durata quinquennale prevede la realizzazione di attività volte al miglioramento di performance tecniche ed economiche in materia di economia circolare; il rafforzamento della capacità innovativa e produttiva a costi inferiori grazie al sistema delle economie di scala; il potenziamento di know-how e formazione professionale. «L’ accordo conferma l’ impegno del gruppo Estra a favore dell’ economia circolare, intesa quale leva fondamentale di crescita e volano di sviluppo per le comunità per cui operiamo – ha dichiarato Paolo Abati, direttore generale di Estra (nella foto) – L’ attenzione di Estra verso tali temi è coerente con la scelta di rafforzare il proprio ruolo di multiutility entrando nell’ attività di gestione del ciclo dei rifiuti con le acquisizioni di Ecolat e dell’ 1,16% del capitale di Aisa». «Il contratto di rete è propedeutico alla prossima realizzazione di un centro di ricerca e sviluppo industriale sull’ economia circolare, con un approccio multidisciplinare – ha detto Marco Mairaghi, ad di Sei Toscana – e rappresenta una vera novità nel panorama italiano. Siamo davanti a una rivoluzione culturale, ce lo impone l’ emergenza ambientale, e dobbiamo imparare a lavorare in sinergia sia alla ricerca di nuove soluzioni tecniche, sia alla valorizzazione e alla crescita dei comportamenti virtuosi. Abbiamo già attivato, assieme ad alcuni dei partner firmatari del contratto, dei progetti di economia circolare che hanno ricevuto finanziamenti consistenti dal Mise».

10/11/2019 – Corriere delle Alpi
Rifiuti, Italia a due velocità Centomila tir all’ anno in viaggio tra le regioni

Il rapporto di Utilitalia: Centro-Sud arretrato
IL DOSSIER Alfredo De Girolamo Nei rifiuti, l’ Italia è un Paese a due velocità: un Centro-Nord con performance di servizio ed impiantistica paragonabili o addirittura migliori dei più avanzati Paesi europei, e un Centro-Sud arretrato, con bassa raccolta differenziata, poco recupero energetico. Risultato finale: molto export e molta discarica. Questo il dato più significativo del recente rapporto di Utilitalia presentato a Ecomondo. Oltre 2 milioni di tonnellate di rifiuti urbani viaggiano da regione a regione (l’ export estero è di circa 350. 000 tonnellate): si esporta di tutto, rifiuti organici e compostaggio (1,3 milioni di tonnellate), rifiuti per i termovalorizzatori (650.000 tonnellate) e rifiuti per le discariche (600.000 tonnellate). Centomila tir che viaggiano per le strade italiane piene di rifiuti, 350 al giorno, 170 dalla sola città di Roma. Una scelta contraria al principio di prossimità e che genera inquinamento e spreco di energia. Al di là delle disomogeneità territoriali, l’ intero sistema Paese è lontano dagli obiettivi della nuova Direttiva comunitaria sull’ economia circolare, da approvare entro primavera 2020, che fissa per i rifiuti urbani al 2035: il 65% di riciclo, 10% massimo di discarica e il resto a recupero energetico. Il quadro è chiaro: per gestire al meglio i flussi di rifiuti e per raggiungere gli obiettivi europei di una corretta gestione è indispensabile dotarsi di tutti gli impianti necessari. — BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI.

09/11/2019 – Corriere della Sera
Ilva pubblica , alta tensione

Conte: non ho una soluzione in tasca. Di Maio: impegni da rispettare Boccia: se il mercato fallisce tocca allo Stato. Jindal si chiama fuori
ROMA Si fa sempre più complessa e allo stesso tempo confusa la situazione che riguarda l’ ex Ilva di Taranto. Ci sono ministri come Boccia che chiedono un intervento pubblico, ministri come Gualtieri che da Bruxelles dice che non esiste al momento questa ipotesi perché l’ unica strada al momento «è far tornare Mittal che deve mantenere gli impegni», ci sono i sindacati che invece con Landini vedono come possibile un intervento di Cassa depositi e prestiti «al 20 o al 30%», ipotesi che però potrebbe essere bocciata dalle regole dell’ Unione europea. Al momento sembra che la trattativa con Mittal non esista più, non ci sono altri appuntamenti o incontri fissati fra il governo e il gruppo indiano. A Taranto Giuseppe Conte ha ammesso: «Non ho la soluzione in tasca, in questo momento il dato di fatto è che Mittal restituisce la fabbrica». Giuseppe Conte incontra gli operai dell’ ex Ilva a Taranto e non nasconde le difficoltà del momento, ricordando che è aperto 24 ore su 24 un gabinetto di crisi sulla vicenda. «Nei prossimi giorni vedremo come andrà la situazione, non ho pronta una soluzione ma qualsiasi situazione può diventare anche una opportunità», sottolinea il premier. Una posizione che però è in qualche smentita da Luigi Di Maio, che riunisce il suo gruppo dirigente, i ministri al governo e dalla riunione emerge la linea prevalente che non vi è alcuna strada praticabile in Parlamento per reintrodurre lo scudo penale, che magari non sarebbe una soluzione, ma è ancora una delle ipotesi sul tavolo di Giuseppe Conte. Lo stesso Di Maio avrebbe fatto presente le difficoltà che conducono ad un intervento pubblico, proprio alla luce delle possibili obiezioni che arriverebbero dall’ Unione europea in materia di aiuti di Stato. Il leader del Movimento dice che al momento unica strada «è quella di far rispettare gli impegni a Mittal, perché l’ Italia deve farsi rispettare». Intanto con un comunicato Jindal, l’ altro gruppo indiano che ha investito a Piombino e che era arrivato secondo per la gara per l’ Ilva, ha smentito pubblicamente ogni interesse per gli stabilimenti di Taranto. «Il senso di responsabilità mostrato in queste ore da Banca Intesa con la sospensione dei mutui e dei prestiti personali per dodici mesi per i lavoratori ex Ilva e per i lavoratori delle aziende fornitrici è un bel segnale», afferma il ministro per gli Affari regionali e le Autonomie, Francesco Boccia, commentando la notizia comunicata dalla banca italiana. Stessa decisione anche di Unicredit Ma sempre Boccia invece dice che la strada di un intervento pubblico è quella da percorrere: «Sono fiducioso, il nostro Paese ha imprenditori straordinari e se lo Stato torna in campo, tornano in campo anche loro. Lo Stato deve selezionare i migliori manager esistenti sul mercato mondiale dell’ acciaio e arruolarli, ma aspettiamo il no ufficiale di Mittal». Da Palazzo Chigi invece non arrivano notizie ufficiali, se non l’ iniziativa della visita di Conte a Taranto, a conferma che il governo al momento non ha ancora le idee chiare. Marco Galluzzo

09/11/2019 – Corriere della Sera
«All’ estero ci invidiano l’ istituzione dell’ Anac»

Paola Severino
ROMA Applaudito dai ragazzi di una scuola di Caivano vincitori del progetto Luiss sulla legalità, Raffaele Cantone, giovedì, ha chiuso il suo mandato all’ Anac. Paola Severino, lei che ha dato il suo nome alla legge che l’ ha istituita, che bilancio ne fa? «Un ruolo straordinario. Riconosciuto all’ estero. Certo molto è dovuto anche alla persona». Cantone ha lamentato troppi poteri. È così? «A furia di implementare le competenze ci sono stati poteri un po’ disomogenei. Ma sono sbavature. Certo non può risolvere tutto. Ma basti pensare al ruolo che ha avuto in Expo, riuscendo ad evitare che gli appalti si fermassero». La legge anticorruzione ha funzionato? «Della sua grande importanza ce ne accorgiamo soprattutto all’ estero. Molti ne traggono ispirazione. L’ Osce ha scelto il modello italiano». Lei è rappresentante Osce per la lotta alla corruzione. Ma in Italia non è sconfitta . «In nessun Paese lo è. Da noi qualcosa si é fatto. Ora la sfida è culturale. Come vediamo con i progetti Luiss, i ragazzi nascono col senso della legalità. Non vanno lasciati soli». V. Pic.

10/11/2019 – Corriere della Sera
Autonomia, il testo di Boccia alle Regioni Zaia: irricevibile

Il caso
Respinta al mittente dal Veneto la bozza quadro sull’ Autonomia inviata venerdì alle Regioni da parte del pd Francesco Boccia, ministro per gli Affari regionali e le autonomie. «Non è sottoscrivibile», ha detto il governatore leghista Luca Zaia, «abbiamo rimesso tutto in mano ai tecnici perché, o si arriva a una soluzione sostenibile e cioè una vera autonomia, oppure quel testo non lo sottoscriveremo. Non è una dichiarazione di guerra ma una semplice constatazione». Boccia ha poi teso la mano dicendo: «Siamo aperti a ogni contributo, miglioreremo il testo insieme». Ma lo scontro sembra avviato ad acuirsi. Secondo il ministro, infatti, il modello costruito dal governo «è una cintura di sicurezza, che tiene dentro tutti, anche gli enti locali e le città metropolitane. Non è negoziabile l’ intervento a favore delle aree in ritardo di sviluppo sia al Nord sia al Sud». Boccia intende presentare la bozza quadro alle Camere entro novembre e ottenere il via libera del Parlamento entro fine anno. Nel frattempo sono previsti i pareri delle Commissioni competenti e venerdì prossimo il confronto nella Conferenza Stato-Regioni. L’ obiettivo è di firmare i primi decreti a gennaio. Zaia avverte: «Siamo abituati a guardare in faccia la realtà. Attendiamo la riunione della Conferenza Stato-Regioni, e vedremo». Il coinvolgimento delle Camere a monte e non a valle del processo (ci saranno osservazioni preliminari sugli accordi trovati con ogni singola Regione) è indicato come uno dei punti critici. La bozza quadro, basata sui principi di sussidarietà e solidarietà, si compone di due articoli. Nel primo si introducono i Lep (Livelli essenziali delle prestazioni) uniformi su tutto il territorio nazionale, e i fabbisogni standard per le singole materie oggetto di attribuzione alle Regioni. Nel secondo si tracciano le modalità con cui saranno definiti i Lep stessi, la cui attuazione sarà attribuita a un commissario. «Serve qualcuno che abbia l’ autorità di pretendere i dati necessari», ha detto Boccia». Franco Stefanoni

11/11/2019 – Il Messaggero
Autonomia: perequazione e servizi uguali per tutti i nuovi paletti del governo `

La riforma
Legge quadro in vista delle trattative con Veneto e Lombardia. Per le funzioni trasferite otterranno solo quanto già attualmente speso dallo Stato nel territorio
IL PROVVEDIMENTO ROMA Il governo riapre il dossier delle autonomie regionali. E lo fa annullando sostanzialmente tutto il lavoro fatto dal precedente governo che aveva prodotto le controverse bozze di intesa per trasferire funzioni, personale e risorse a Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna. Il ministro degli Affari Regionali, Francesco Boccia, ha riportato completamente indietro le lancette dell’ orologio, ripartendo praticamente da zero. Lo ha fatto predisponendo una «legge quadro», una sorta di cornice che fissa preventivamente dei paletti entro i quali le richieste di autonomia dovranno muoversi. Il principio dal quale si parte è che su tutto il territorio nazionale andranno garantiti livelli essenziali di prestazioni. I famosi Lep che, almeno stando alle premesse della bozza, dovranno essere uniformi dalla Lombardia alla Calabria. Il finanziamento dei Lep, spiega poi la bozza, dovrà avvenire attraverso i fabbisogni standard, in pratica la giusta quantità di risorse calcolata ad un costo equo che spetta a ciascun territorio per assicurare i Lep. Vengono poi riconosciuti altri due principi: quello solidaristico e il rispetto degli equilibri di finanza pubblica. Anche qui tradotto: le Regioni più ricche dovranno garantire un trasferimento di risorse a quelle più povere per garantire anche ai cittadini di queste ultime di ottenere servizi adeguati. Viene poi spiegato che, se da questo procedimento dovessero emergere nuovi costi per lo Stato, questi ultimi andranno coperti. Ma cosa succede se entro 12 mesi dalla data di entrata in vigore della legge che recepisce le intese tra Stato e Regione i Lep e i fabbisogni standard non sono stati elaborati? La risposta a questa domanda è importante, anche perché è stata uno dei punti più controversi delle bozze di intesa di Veneto e Lombardia. In quei testi si riconosceva alle Regioni un finanziamento per le funzioni trasferite, almeno pari a quello medio pro capite nel resto del Paese. CAMBIO DI ROTTA In pratica un trasferimento di fondi dalle Regioni più povere a quelle più ricche. Cosa dice invece il testo di Boccia? In questo caso per le funzioni trasferite alla Regione, viene riconosciuto esattamente quanto già speso dallo Stato in quel territorio per quel determinato compito. Insomma, se Veneto o Lombardia volessero garantire più servizi, dovrebbero farlo o a parità di costo o aumentando il prelievo fiscale sui propri cittadini. Nel campo della cosiddetta perequazione, ossia il trasferimento di soldi da chi ha più risorse a chi ne ha meno, rientrano anche le infrastrutture. Infine, spiega la bozza, in caso di esigenze di finanza pubblica (tipo una crisi come quella del 2011), il governo potrà imporre alla Regione che ha ottenuto autonomia, forme di partecipazione al risanamento dei conti statali. Altra novità riguarda l’ introduzione di un Commissario ad hoc che potrà contare su una struttura di missione istituita presso la Presidenza del Consiglio. Questi, dopo l’ approvazione dei Lep, degli obiettivi di servizio e dei fabbisogni standard dovrà occuparsi della messa a punto dei decreti riguardanti i beni e le risorse finanziarie, umane e strumentali. Il tutto con il contributo dei rappresentanti indicati di volta in volta dalle regioni interessate. La bozza della legge quadro, proprio perché recepisce quei requisiti minimi per non rendere le intese penalizzanti per il Sud e per non spaccare l’ Italia, non è piaciuta al governatore del Veneto Luca Zaia, che ha giudicato il documento «non sottoscrivibile». Pronta la risposta del ministro Boccia, che venerdì illustrerà il testo alla conferenza Stato-Regioni, che ha tenuto a ricordare che «le bozze di una norma solitamente non devono essere sottoscritte ma discusse». Andrea Bassi © RIPRODUZIONE RISERVATA.

11/11/2019 – Corriere della Sera – Economia
FABRIZIO PALERMO «LA MISSIONE? INFRASTRUTTURE E TERRITORIO»

«Si parla spesso di Cdp solo per le operazioni straordinarie ma con questo piano industriale, presentato undici mesi fa, rimettiamo al centro i territori, la capacità di Cdp di fare sistema per lo sviluppo sostenibile dell’ Italia ed il 2019 è un anno record sia per i risultati raggiunti sia per la rilevanza delle iniziative e dei progetti lanciati». Da luglio 2018 Fabrizio Palermo è l’ amministratore delegato di Cassa depositi e prestiti: ha parlato in un incontro con i giornalisti del Corriere della Sera in Sala Albertini. Sta rimodellando la Cdp affinché possa rendere ancora più incisivo il suo ruolo per sostenere le imprese, le infrastrutture e gli enti territoriali con una rinnovata vocazione territoriale. Senza però intaccare la «fiducia degli italiani, perché noi il risparmio non l’ abbiamo mai tradito»: il risparmio postale è arrivato a 330 miliardi di euro, è stato digitalizzato. Ventisette milioni di clienti, di cui sempre più millennial, sono la testimonianza di questa inversione di tendenza. «Il nuovo piano guarda molto alle aziende – 16 mila piccole e medie imprese dall’ inizio dell’ anno – che Cdp sostiene in misura crescente con finanziamenti e supporto all’ export avendo rivisto completamente la sua offerta con prodotti più mirati e accessibili. Vogliamo diventare, anche grazie a un’ offerta finalmente digitale, integrata e complementare al sistema bancario, partner di 60mila Pmi entro l’ arco del piano». Sulle infrastrutture, il nuovo orientamento operativo si sta traducendo nel «non concedere solo mutui alla Pa ma nell’ essere veri partner della pubblica amministrazione nell’ ideazione e realizzazione delle opere. In questi mesi, Cdp ha assunto ingegneri creando un’ unità in grado di aiutare gli enti locali a progettare e gestire la realizzazione di opere oltre che la mera erogazione del finanziamento. Questo ci ha portato ad ideare dei veri e propri Piani Città, a finanziare una scuola ogni due giorni, ad aiutare i comuni a liberare risorse da destinare a nuovi investimenti. Oggi, siamo impegnati nei principali progetti di trasformazione urbana e valorizzazione di immobili storici. Abbiamo avviato l’ operatività nella cooperazione internazionale non più solo come gestore di un fondo pubblico, ma realizzando operazioni mirate nei Paesi in via di sviluppo, facendo leva anche sull’ esperienza e sulla presenza locale delle nostre partecipate. Infine, abbiamo riorganizzato le nostre partecipazioni, dandogli un orientamento industriale chiaro e settoriale. Stiamo promuovendo sempre più iniziative comuni tra le aziende partecipate del gruppo sia a livello nazionale che internazionale. Stiamo favorendo sinergie industriali per rispondere ai grandi temi di sviluppo quali la transizione energetica, l’ economia circolare e la formazione. Stiamo per chiudere un anno record, il migliore degli ultimi cinque anni quanto a utile netto, solidità patrimoniale e volumi mobilitati sul territorio. Risultati raggiunti anche grazie ad un incremento delle competenze e della qualità delle nostre risorse. Un piano che guarda al domani, per un’ istituzione che da sempre investe nel futuro del proprio Paese». ArcelorMittal si è chiamata fuori dall’ Ilva. Due anni fa eravate in corsa, potreste tornare a esserci? «Insieme ad altri tre importanti investitori, avevamo partecipato a una gara e fatto un’ offerta dopo un’ analisi che ha richiesto mesi di lavoro. Lo avevamo fatto nell’ ambito di un’ operazione di sistema per il Paese, che è poi la nostra missione, anche perché riteniamo che la disponibilità di acciaio sia strategica per un Paese manufatturiero come l’ Italia. Come noto, è attualmente in corso una delicata interlocuzione tra il governo e il vincitore della gara, per cui ritengo corretto non commentare oltre». Avete partecipazioni in Tim e in Open Fiber. A che punto è il progetto per la rete in banda larga? «Ci stiamo lavorando. La Cdp supporta lo sviluppo delle reti e infrastrutture strategiche. La nostra quota in Tim può favorire le condizioni per una rete unica che è un fattore di competitività del Paese. D’ altronde il sostegno alle infrastrutture è stato costante nella storia della Cdp che aveva supportato le reti con il doppino in rame, quelle di prima generazione. Ora quella storia si ripete perché siamo pronti per i network di nuova generazione che collegheranno l’ Italia, anche dei piccoli comuni, in modo veloce». Ci sarà la società unica delle reti? «Il processo è complesso anche perché coinvolge diversi soggetti. È da guardare con attenzione, ovviamente tenendo conto del quadro regolatorio. Con la convergenza si riducono i costi perché le reti richiedono investimenti continui: prima si razionalizzano, prima si ottengono efficienze». A quale partita pensa per i data center? «Al tema della proprietà dei dati che appartengono alle aziende e ai cittadini. È un tema cruciale. La proprietà di quei dati dovrebbe rimanere nel Paese. Per integrare questa infrastruttura, si potrebbe immaginare una partnership pubblico-privata. Ne stiamo parlando con i nostri omologhi europei». Perché siete saliti oltre l’ 80% di Sia? «Sia è una delle infrastrutture centrali per il Paese e per l’ Europa. L’ acquisto di quote darà stabilità azionaria alla società e permetterà di considerare operazioni di grandi dimensioni, sul mercato domestico ma anche quello internazionale dove è in atto un trend irreversibile di consolidamento. Nel frattempo, è per noi prioritario preparare l’ azienda ad una quotazione forse già entro il primo semestre del 2020, per valorizzare al meglio il nostro investimento in vista di qualsiasi operazione di consolidamento». Qual è la logica della riorganizzazione delle partecipazioni del gruppo? Ed è ancora valida una struttura che ha visto l’ accumularsi di quote di grandi e piccole imprese? «Il nostro obiettivo è il riordino delle partecipazioni in base alle competenze industriali e ai settori di attività, per mettere a sistema competenze e filiere. Così si facilita il dialogo tra le aziende: in dieci mesi abbiamo già creato nuovi progetti, favorito nuove sinergie, attivato lo scambio di profili professionali, incrociato esperienze, creando cultura di gruppo. Alcuni esempi concreti: MarEnergy, società avviata con Eni, Fincantieri e Terna per la produzione di energia da moto ondoso, ma anche il nostro ingresso nel Progetto Italia con Salini Impregilo e le banche, contribuendo alla nascita di un campione delle costruzioni che favorirà tutta la filiera, fatta anche di Pmi. L’ alternativa era lasciare campo libero ai gruppi stranieri». E quindi nella riorganizzazione si vedrà uno scatto rispetto al passato, anche recente, in cui talvolta la politica si è rivolta alla Cassa come se fosse un bancomat? «Le richieste ci sono sempre state. E per questo che il piano industriale di Cdp non è soltanto un piano di impresa ma delinea anche, in accordo con gli azionisti, settori, interventi e priorità. Tale esigenza si avverte ancora di più sulle operazioni equity. Per questo, insieme al consiglio di amministrazione, stiamo lavorando alla strategia equity, che sarà finalizzata entro la fine dell’ anno. Oggi il problema è come impiegare le risorse in modo efficiente per far crescere l’ Italia». A che punto siete nel riordino? «Abbiamo già costituito Cdp Industria, il veicolo delle eccellenze del gruppo nell’ ingegneria meccanica, e definito il trasferimento di Fincantieri e Saipem». Fincantieri è impegnata nell’ acquisto di Stx e guarda all’ intesa con la francese Naval per un accordo nella difesa. Ma i tempi si allungano. «La cantieristica ha cicli produttivi lunghi, ma certe operazioni sono importanti nel percorso verso il consolidamento europeo, spinto anche dall’ esigenza di diminuire i costi e incrementare gli investimenti». Si concluderà entro fine mese la partita delle nomine: Sace e le altre? «Giungeremo presto alle migliori soluzioni. Intanto è arrivato il presidente Gorno Tempini, che conosce nel profondo Cdp e con il quale c’ è stima reciproca, consolidata anche da precedenti comuni esperienze professionali». Alcune voci indicano anche il prossimo ritorno dell’ ex presidente Franco Bassanini in consiglio. «Sono scelte degli azionisti, che sicuramente sapranno individuare i profili migliori per continuare a supportare lo sviluppo del Paese restando sempre fedeli alla missione di vicinanza al territorio e di tutela del risparmio postale: nell’ ultimo anno e mezzo siamo passati da 26 a 27 milioni di risparmiatori. E negli ultimi dodici mesi abbiamo raggiunto un miliardo e mezzo di euro di raccolta solo sul canale online. È un risultato di cui andiamo molto fieri».

12/11/2019 – Il Sole 24 Ore
«Bozza ok, chiudiamo l’ accordo prima del voto»

L’ INTERVISTASTEFANO BONACCINI
«Plastic tax? Tutelare sia ambiente sia lavoro, sono fiducioso in una soluzione»
«La legge cornice sull’ autonomia differenziata trasmessaci dal ministro Boccia mi sembra vada nella giusta direzione, ossia non frena il percorso già avviato da alcune regioni tra cui l’ Emilia Romagna. Ora è importante chiudere il confronto sul merito del nostro progetto, noi siamo pronti. Sarei ben lieto se ciò accadesse prima delle elezioni regionali del 26 gennaio». Il presidente dell’ Emilia Romagna Stefano Bonaccini, impegnato in una campagna elettorale che assomiglia già a un corpo a corpo con un Matteo Salvini molto presente sul territorio, lancia un appello al governo giallo-rosso: ci sono tutte le condizioni per chiudere prima del responso delle urne. Presidente Bonaccini, che cosa ne pensa del testo sull’ autonomia differenziata messo a punto da ministro Boccia? È bene chiarire che si tratta di una legge cornice, non definisce in sé i contenuti dell’ autonomia ma le garanzie e le modalità con cui questa viene concessa alle Regioni che ne facciano richiesta. Peraltro, fui il primo, un anno fa, a proporre una norma quadro entro cui collocare le diverse proposte regionali: da un lato per assicurare parità di trattamento alle diverse Regioni, dall’ altro per garantire ai cittadini i medesimi diritti. Avevo anche posto il problema di non azzerare né frenare il percorso di quelle Regioni che avevano già svolto un confronto piuttosto approfondito col precedente governo, pur nel rispetto di questi paletti. Il testo che ci è stato trasmesso dal ministro, al netto di modifiche possibili, coglie questi elementi. Secondo lei è positiva la novità del commissario? Avrà impatto sui tempi? Più che sullo strumento mi concentrerei sull’ obiettivo: livelli essenziali di prestazioni (Lep) e fabbisogni standard debbono essere definiti in un tempo congruo e in modo condiviso. È fissato il termine di un anno, trascorso il quale si procede intanto con la spesa storica, ed è previsto il pieno coinvolgimento della Conferenza delle Regioni anche in sede tecnica. Peraltro, non credo che una commissione farebbe prima di un commissario. Se la conferenza Stato-Regioni venerdì darà l’ ok, il provvedimento potrà essere inserito in legge di bilancio in modo da chiudere gli accordi prima delle regionali del 26 gennaio. È fiducioso? Intanto è importante sbloccare la situazione di stallo che si era determinata col precedente governo. Non credo che il problema sia chiudere una settimana prima o dopo, ma definire un quadro condiviso sia con le regioni che hanno chiesto l’ autonomia, sia con le altre. Sarei ben lieto di poter arrivare ad un accordo prima delle elezioni in Emilia-Romagna, posto che spetterà poi a chi vince le elezioni dar corso o meno all’ intesa. Ma per far questo bisogna chiudere anche il confronto sul merito del nostro progetto: noi siamo pronti. Lei ha invitato il governo a rivedere la norma sulla plastic tax per non colpire le imprese dell’ Emilia-Romagna che operano nel settore. Pensa si possa trovare una soluzione? Non solo è possibile ma necessario. Proprio oggi (ieri, ndr) in Giunta regionale abbiamo approvato una delibera che definisce la strategia dell’ Emilia-Romagna per superare la plastica monouso. Lo abbiamo fatto raccogliendo le osservazioni e il contributo delle associazioni d’ impresa, delle organizzazioni sindacali e di Legambiente. È la dimostrazione che si può fare. Più in generale, ambiente e lavoro sono oggi due cardini imprescindibili di qualsiasi politica di sviluppo sostenibile, come prevede l’ Agenda 2030: non si possono mettere in contrapposizione. Sono fiducioso che governo e Parlamento troveranno una composizione ragionevole. © RIPRODUZIONE RISERVATA. Emilia Patta

08/11/2019 – Italia Oggi

Subappalto, l’Anac adegua i bandi tipo

Modifiche per renderli compatibili con lo Sblocca cantieri

In materia di subappalto, i bandi-tipo Anac devono tenere conto del vincolo del 40% e non devono più prevedere l’obbligo di indicazione della terna dei subappaltatori. È quanto ha chiarito l’Anac con il comunicato del 23 ottobre 2019 pubblicato il 4 novembre 2019 in merito alla compatibilità di alcune clausole del bando tipo n. 1 su servizi e forniture, precisando che quanto chiarito ha anche valore per i bandi tipo n. 2 e n. 3 in materia di servizi di ingegneria e architettura. Si tratta di provvedimenti che l’Autorità aveva adottato prima dell’entrata in vigore della legge di conversione del decreto-legge cosiddetto Sblocca cantieri che ha apportato diverse modifiche al codice, alcune a regime, altre limitate alla fine del 2020.

In particolare, basti pensare alla norma che ha sospeso l’obbligo di scegliere i commissari di gara tra gli esperti iscritti all’albo tenuto dall’Anac o alla disposizione che ha stabilito che l’esame delle offerte preceda la verifica dell’idoneità degli offerenti, o ancora alla norma che limita al 40% la quota affidabile in subappalto. Su questo punto, correttamente, il comunicato ha segnalato anche come «sul limite della quota subappaltabile è intervenuta di recente la sentenza della Corte di giustizia, sez. V, 26 settembre 2019, causa C-63/18», pronuncia che ha di fatto bocciato il limite introdotto con il decreto Sblocca cantieri.

Pertanto, in attesa di procedere alle modifiche del bando-tipo n. 1/2017 e per orientare l’attività interpretativa delle stazioni appaltanti, evitando prassi applicative discordanti e erronee delle nuove disposizioni codicistiche, l’Anac ha segnalato una serie di clausole del bando che devono reputarsi sospese o non conformi alle disposizioni modificate a giugno 2019.

Fra i diversi chiarimenti forniti emerge, in particolare, quello concernente, come accennato, il subappalto per il quale il comunicato siglato da Francesco Merloni (presidente facente funzioni) sottolinea che il paragrafo 9 non risulta conforme all’attuale codice appalti in quanto fino al 31 dicembre 2020 il limite massimo della quota subappaltabile è pari al 40% dell’importo complessivo del contratto.

Sono, invece, da considerarsi automaticamente sospese le clausole in cui si fa riferimento alla terna dei subappaltatori e ai controlli in sede di gara sui subappaltatori, stante la previsione dell’art. 1, comma 18, l. 55/2019.

Analogamente anche sul documento di gara unico europeo l’indicazione dei tre subappaltatori deve ritenersi automaticamente sospesa e non si deve più allegare per ciascun subappaltatore la documentazione indicata nel bando-tipo, né effettuare le verifiche in sede di gara sui subappaltatori. Per la fase di offerta si è chiarito che «le stazioni appaltanti possono ora prevedere nei bandi che l’esame delle offerte preceda la verifica dell’idoneità degli offerenti».

Altre modifiche di cui occorre tenere conto sono poi quelle apportate dallo Sblocca cantieri in materia di oneri di pubblicazione ai fini della trasparenza, così come in tema di consorzi di cooperative e di consorzi stabili in relazione alla novella apportata all’articolo 47. Analogamente le clausole sulle imprese in crisi e in concordato devono essere coordinate con le modifiche di cui all’articolo 186-bis. © Riproduzione riservata

 

08/11/2019 – Italia Oggi

Cartelle esattoriali da rottamare ante gara

Durante il concorso è causa di esclusione

La rottamazione di una cartella esattoriale avvenuta durante la gara non esime la stazione appaltante dal procedere all’esclusione dalla gara. Lo statuisce il Consiglio di Stato, sezione quinta, con la sentenza del 28 ottobre 2019 n. 7386 in tema di regolarità fiscale al fine dell’esclusione dalle gare di appalto. Era accaduto che in sede di verifica dei requisiti prescritti dalla legge ai sensi dell’art. 32, comma 7 del codice dei contratti la stazione appaltante avesse acquisito il certificato dell’Agenzia delle entrate del 28 marzo 2018 riportante una situazione di irregolarità riferita ad un mandante di un raggruppamento temporaneo di progettisti per la presenza di un debito tributario valutato dai giudici nella misura di 32 mila euro circa.

In relazione alla fattispecie esaminata, il Consiglio di Stato ha chiarito che l’adesione alla definizione agevolata dei carichi fiscali (cosiddetta rottamazione), successivamente alla data di presentazione della domanda di partecipazione, anche se a quel tempo erano ancora pendenti i termini per l’adesione, comporta, comunque, l’esclusione dell’operatore economico dalla procedura di gara.

Diversamente, hanno detto i giudici, sarebbe consentita una regolarizzazione postuma della posizione fiscale, successiva, cioè alla data di presentazione delle domande e nel corso della procedura, non consentita in nessun caso dalla lettura fornita in più occasioni dalla giurisprudenza amministrativa. Inoltre, si trattava nel caso specifico di un debito superiore alla soglia di irrilevanza dell’inadempimento tributario definita dal legislatore con il rinvio all’articolo 48-bis, commi 1 e 2-bis, dpr 29 settembre 1973 n. 602 e quindi all’importo di 5 mila euro. In ordine, poi, all’esclusione dell’intero raggruppamento di imprese per l’irregolarità fiscale di un solo componente, peraltro, con una quota di partecipazione minoritaria, i giudici hanno rinviato all’Adunanza plenaria (sentenza 27 marzo 2019, n. 6) che ha affermato, sia pure implicitamente, il principio che l’assenza dei requisiti di partecipazione in capo ad uno dei componenti del raggruppamento, anche se non riferiti ai requisiti generali, comporta l’esclusione dell’intero raggruppamento.

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12/11/2019 – Il Sole 24 Ore
Appalti con obbligo di comunicazione Meno vincoli sui Pir

Decreto fiscale. Tra i 900 emendamenti si punta ad allentare la stretta sulle ritenute. Proposta bipartisan per ridurre l’ Iva al 10% sugli assorbenti. Sui seggiolini sanzioni dal 6 marzo 2020
ROMA Una comunicazione con tutti i dati di contratto di appalto e subappalto da inviare alle Entrate entro 30 giorni dalla sottoscrizione del contratto. Controlli mirati del Fisco sulle imprese in vita da meno di due anni. E l’ introduzione di una pena da uno a 5 anni per gli omessi versamenti di ritenute superiori a 50mila euro nell’ ambito dei contratti di appalto. È la via d’ uscita proposta dal Pd (primo firmatario Claudio Mancini) che, come spiega il relatore dem al decreto fiscale Gian Mario Fragomeli, punta a superare le difficoltà applicative introdotte dalla stretta sugli appalti, cercando di preservare il gettito atteso dalla misura e la necessità di maggiori controlli a rischio di evasione e lavoro irregolare. Una soluzione su cui potrebbe convergere anche il Governo e che, comunque, potrebbe trovare la disponibilità di tutte le forze politiche che, seppur con alcuni distinguo, hanno depositato in commissione Finanze alla Camera correttivi mirati a rivedere la nuova disciplina delle ritenute su appalti e subappalti. Complessivamente gli emendamenti presentati da maggioranza e opposizione sono stati circa 900 (all’ appello mancano ancora quelli dei relatori e del Governo che possono depositare oltre la scadenza fissata alle 9:30 di ieri). Sempre sugli appalti un’ altra via d’ uscita (proposta sempre dal Pd) potrebbe essere quella di limitare la stretta ai soli appalti superiori a 200mila euro o ancora prevedere l’ applicazione di una ritenuta dell’ 8% o del 4% sui bonifici bancari e postali per i contratti di appalto e subappalto. Novità in vista anche sul fronte compensazioni, dove l’ obbligo di passare preventivamente in dichiarazione per gli importi oltre 5mila euro non si dovrebbe applicare all’ utilizzo di crediti d’ imposta maturati con il bonus ricerca e sviluppo e patent box. Ma c’ è anche l’ ipotesi di rivedere l’ ampliamento del tetto massimo alle compensazioni portandolo dagli attuali 700mila euro fino a un milione di euro. Il decreto fiscale potrebbe vedere il ritorno dei Pir “vecchia maniera” per superare, come chiedono Confindustria e Abi, il blocco del mercato. Oltre all’ emendamento di Italia Viva, a partire da quello dell’ ex ministro dell’ Economia Padoan che chiede di tornare alla disciplina da lui introdotta attraverso l’ aborogazione delle norme della legge di Bilancio dello scorso anno e del relativo decreto attuativo. Ma c’ è anche la proposta di potenziare i piani di risparmio raddoppiando i limiti d’ investimento che passerebbero da 30mila a 60mila euro nel limite massimo di 300mila rispetto ai 150mila euro fissati dalla manovra 2017 istitutiva dei Pir. Tra gli emendamenti al Dl fiscale c’ è anche il ritorno della pace fiscale. Gli emendamenti della Lega puntano alla riapertura dei termini su rottamazione cartelle e liti pendenti (si veda Il Sole 24 Ore di domenica) mentre per il Pd si concentra soprattutto sulla definizione agevolata degli avvisi bonari, finora rimasti fuori dagli sconti da sanzioni e interessi. Si apre anche un primo fronte sulla rimodulazione dell’ Iva, almeno in relazione ai prodotti sanitari e igienici femminili (come gli assorbenti) su cui un emendamento bipartisan con prima firmataria Laura Boldrini punta a ridurre l’ aliquota agevolata del 10% rispetto a quella ordinaria del 22 per cento. Sul fronte sanzioni tutti i gruppi mirano a spostare in avanti a partire da luglio 2020 le sanzioni a commercianti ed esercenti che non accettano i codici fiscali (o il codice giocata) per consentire ai clienti di partecipare alla lotteria degli scontrini. Così come si chiede l’ applicazione delle sanzioni per i dispositivi antiabbandono dei bambini fino a 4 anni a partire dal 6 marzo 2020. Da Leu, infine, un emendamento per riscrivere la sanzione sui Pos: resterebbe solo quella proporzionale del 4% del valore della transazione m a con un minimo di 20 euro. © RIPRODUZIONE RISERVATA. Marco Mobili Giovanni Parente

12/11/2019 – Il Sole 24 Ore
Il contratto con la Pa è in dubbio in caso di domanda di fallimento

la circolare assonime
Servono correzioni anche sulla partecipazione a gare in esercizio provvisorio
Dubbi sui contratti non completamente eseguiti, quando sia in corso la procedura di fallimento. E sulle nuove gare, per le imprese in esercizio provvisorio. Sono due passaggi sui quali servirebbero limature, secondo quanto spiega Assonime nella circolare 22 del 2019, pubblicata ieri per approfondire il tema delle procedure di affidamento dei contratti pubblici in caso di crisi di impresa. Il documento riepiloga tutte le novità appena assestate dal Codice della crisi di impresa e dallo Sblocca cantieri per allineare la disciplina concorsuale e quella amministrativa. Il primo si applicherà a tutti gli affidamenti successivi al 16 agosto 2020; il secondo ha fissato una disciplina transitoria, che anticipa il Codice, e che si applica dal 19 aprile scorso. In questo quadro ci sono degli elementi da definire meglio. La circolare Assonime spiega che «non è chiaro» cosa accade ai contratti ineseguiti quando sia ancora in corso il procedimento per la dichiarazione di fallimento. Secondo le interpretazioni precedenti le modifiche di questi mesi, la pendenza di un’ istanza per aprire la procedura di fallimento era causa di scioglimento automatico dei contratti con la Pa. Adesso, invece, il Codice della crisi modifica il Codice appalti facendo un riferimento espresso al suo articolo 95: qui si stabilisce che, per il concordato preventivo, i contratti in corso di esecuzione, stipulati con la Pa, non si risolvono per effetto del deposito della domanda. Una regola che, per alcuni autori, può essere applicata anche alla domanda di liquidazione giudiziale. Ma solo in via interpretativa. A complicare le cose ulteriormente, poi, c’ è il fatto che lo Sblocca cantieri fa invece riferimento esplicito solo alla domanda di concordato preventivo, escludendo che la mancata risoluzione possa essere applicata al caso in cui penda una dichiarazione di fallimento. Conclude allora la circolare che, «per evitare contenziosi amministrativi», sarebbe opportuno chiarire a livello normativo le sorti dei contratti pendenti, quando ci sia il deposito dell’ istanza di fallimento. E non è il solo tema che si presta a correzioni. Per effetto delle modifiche appena assestate, le imprese in fallimento per le quali sia stato autorizzato l’ esercizio provvisorio non possono più partecipare a nuove gare; possono solo dare esecuzione a contratti già stipulati, «previa autorizzazione del giudice delegato». Il motivo è legato all’ interesse pubblico alla regolare esecuzione del contratto. La circolare Assonime sottolinea, però, alcuni problemi. L’ esercizio provvisorio, in alcune situazioni, può protrarsi per mesi o per anni. Quando gli appalti della Pa rappresentano l’ attività principale dell’ azienda, l’ esclusione della partecipazione a nuove gare può pregiudicare fortemente il valore del patrimonio aziendale e, di conseguenza, il pagamento dei creditori. Secondo Assonime, allora, sarebbe stato più opportuno mantenere la possibilità di partecipare a nuove gare, «previa autorizzazione del giudice delegato». Magari, in queste situazioni, si potrebbero invece chiedere all’ impresa requisiti rafforzati, per garantire maggiori tutele a tutti i soggetti coinvolti. © RIPRODUZIONE RISERVATA. Giuseppe Latour

12/11/2019 – Il Sole 24 Ore
Il paradosso delle ritenute calcolate per appalto

SOLIDARIETÀ
La norma non tiene conto che i conteggi sono fatti sulla retribuzione totale
Una responsabilità fiscale ampia per i committenti che affidano all’ esterno le attività. L’ articolo 4 del Dl 124/2019 estende le tutele a qualunque esternalizzazione effettuata dal committente e dunque anche ai contratti diversi dall’ appalto. Le nuove regole si applicano anche ai committenti “non imprenditori” e dunque agli enti pubblici o a quelli non commerciali. L’ impianto normativo anti frode (cosi lo chiama la relazione illustrativa) contenuto nell’ articolo 4 ha fatto molto discutere dalla sua entrata in vigore perché le regole che introduce sono decisamente invasive nel sistema di gestione delle imprese financo a ritenerle impraticabili in talune circostanze. Di fronte alle critiche, condivise anche dall’ agenzia delle Entrate, il ministro dell’ Economia, Roberto Gualtieri, ha promesso di rivedere e migliorare la norma, ritarando l’ ambito di applicazione e un emendamento è già stato presentato dal Pd (si veda a pagina 5). Un esempio di criticità è contenuto nel comma 5, il quale obbliga appaltatori e subappaltatori a fornire al committente l’ elenco degli addetti che sono stati impiegati nell’ appalto, il dettaglio di ore di lavoro prestate da ciascuno, l’ ammontare della retribuzione corrisposta collegata all’ appalto e le relative ritenute fiscali eseguite nel mese precedente nei confronti del lavoratore, con separata indicazione di quelle relative alla prestazione affidata dal committente. Qui i problemi sono diversi perché tutto il sistema di pagamento degli stipendi e di calcolo dei relativi oneri è strutturato su una retribuzione cumulativa mensile. Al contrario, l’ articolo 4 presuppone che il calcolo della retribuzione e delle relative ritenute sia distinto per appalto. Ciò comporterebbe che vengano adeguati i sistemi informatici utilizzati dagli appaltatori, ma soprattutto vengano adeguate le leggi che regolano il calcolo degli stipendi. Come fa il committente a verificare la correttezza delle ritenute se la stessa legge stabilisce che l’ appaltatore ha l’ obbligo di comunicare una retribuzione parziale e riferita al singolo appalto, mentre le ritenute si calcolano sull’ intera retribuzione del mese? I committenti non avranno mai gli elementi sufficienti per poter verificare se la provvista ricevuta sia corretta o meno. Pensando di superare questo limite, il committente, per accertare la correttezza della provvista corrisposta dall’ appaltatore, dovrà inevitabilmente rielaborare l’ intero cedolino paga (tutto questo in cinque giorni) e quindi sarà necessario conoscere non solo la retribuzione, ma anche ogni altra informazione utile e necessaria a svolgere questa attività. Poi c’ è un problema oggettivo la cui soluzione non sembra possibile a norma vigente, secondo cui vanno comunicate le «ritenute fiscali eseguite nel mese precedente nei confronti di detto lavoratore, con separata indicazione di quelle relative alla prestazione affidata dal committente». Le ritenute sono uniche e riferite alla retribuzione complessiva del mese ed è impossibile determinare quelle puntualmente da imputare al singolo appalto. Questo perché essendo l’ Irpef calcolata a scaglioni progressivi, l’ importo corretto delle ritenute si conosce solo dopo che è stata cumulata la retribuzione maturata nei diversi appalti nel corso del mese (si pensi al settore pulizie). © RIPRODUZIONE RISERVATA. Enzo De Fusco

12/11/2019 – Italia Oggi
Piccoli appalti senza lacciuoli

Lo dice l’ Autorità nazionale anticorruzione in un documento sul Codice dei contratti pubblici
Anac: imporre criteri minimi ambientali danneggia le pmi
È inopportuna la richiesta di criteri ambientali minimi per interventi di ristrutturazione di piccola entità; nel prevedere i Cam (Criteri minimi ambientali) non si deve penalizzare la partecipazione delle piccole, medie e micro imprese alle procedure di affidamento di appalti pubblici; i Cam possono essere utilizzati in fase di selezione dei concorrenti, ma a condizione che sia necessario assicurare la migliore tutela ambientale e per interventi di particolare rilevanza. È quanto prefigura l’ Autorità nazionale anticorruzione con il documento messo in consultazione due settimane fa e al quale potranno essere fatte osservazioni entro il 29 novembre. Oggetto della consultazione pubblica è l’ adozione di linee guida per l’ applicazione dei Cam cioè i requisiti ambientali richiesti per le varie fasi del processo di acquisto, volti a individuare la soluzione progettuale, il prodotto o il servizio migliore sotto il profilo ambientale lungo il ciclo di vita, tenuto conto della disponibilità di mercato. La disciplina della materia è contenuta nell’ articolo 34 del Codice dei contratti pubblici e nei decreti emanati dal ministro dell’ ambiente e della tutela del territorio e del mare, con particolare riferimento a quello inerente l’ edilizia. Su questa disciplina l’ Anac, avendo ricevuto diverse segnalazioni che hanno evidenziato possibili ostacoli alla partecipazione alle procedure di gara delle micro e piccole imprese edili, ha quindi avviato una consultazione pubblica. Tenuto conto dell’ effetto preclusivo alla partecipazione degli operatori economici che i criteri relativi alla «selezione dei candidati» possono avere nelle procedure di gara aventi ad oggetto la realizzazione dei lavori, l’ Anac ricorda che l’ inserimento degli stessi nella documentazione di gara deve essere attentamente ponderato in funzione anche della tipologia di intervento e della rilevanza dello stesso, avendo come principio ispiratore quello di consentire la più ampia partecipazione alle procedure di gara. Nel documento dell’ Anac si consiglia la richiesta dei criteri di «selezione dei candidati» nei casi in cui il possesso di requisiti aggiuntivi sia da ritenersi strettamente necessario ad assicurare la migliore tutela ambientale. Quindi deve esserci uno stretto legame fra la richiesta e l’ oggetto dell’ appalto. Inoltre, l’ impiego dei Cam come elemento di selezione del mercato si giustifica, dice l’ Anac, per interventi di particolare rilevanza in termini di importo, di natura dell’ intervento, di ubicazione territoriale e di impatto nel contesto circostante. Non appare invece opportuna la richiesta dei predetti criteri per interventi di manutenzione ordinaria di ridotta rilevanza, per interventi di riparazione o locali o per interventi di ristrutturazione di piccola entità. Alla luce di queste considerazioni l’ Anac chiede quindi agli stakeholder (entro fine novembre) indicazioni in merito alle modalità di individuazione dei criteri ambientali minimi da inserire nella documentazione di gara, con particolare riferimento ai criteri cosiddetti di «selezione dei candidati», che potrebbero in qualche modo ostacolare la partecipazione alle procedure di gara soprattutto delle medie, piccole e micro imprese. © Riproduzione riservata.ANDREA MASCOLINI

12/11/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Il punto sui consorzi stabili, tante zone d’ombra su esecuzione lavori e qualificazione

Roberto Mangani

Una sentenza del Tar ribadisce che non è obbligatorio indicare con l’offerta chi eseguirà cosa: ma si parte da un quadro normativo poco chiaro

I consorzi stabili – e analogamente i consorzi tra imprese cooperative – non sono tenuti ad indicare in sede di offerta le parti della prestazione oggetto di affidamento che saranno eseguite dalle singole imprese consorziate, né i nominativi di queste ultime.

È questo il principio affermato nella sentenza delTar Lombardia, 22 ottobre 2019, n. 2201, che consente anche di fare il punto sui caratteri strutturali e sulle modalità operative di questa particolare forma aggregativa tra imprese, introdotta già da qualche anno nell’ordinamento dei contratti pubblici ma che presenta ancora profili non del tutto chiari.

Il fatto

Un ente appaltante aveva indetto una procedura aperta per l’affidamento del servizio di carrozzeria dei propri automezzi. Nella documentazione di gara era contenuta una clausola secondo cui qualora l’offerente fosse stato un consorzio avrebbero dovuto essere indicati i componenti del consorzio che avrebbero eventualmente assunto il servizio e la relativa quota parte del servizio medesimo da eseguire ad opera di ciascun componente.

Un consorzio, non avendo fornito tali indicazioni neanche a seguito di esplicita richiesta dell’ente appaltante, veniva escluso dalla gara. Nel motivare il provvedimento di esclusione l’ente appaltante faceva peraltro riferimento, oltre che alla clausola sopra richiamata, anche alla previsione contenuta nell’articolo 48, comma 4 del D.lgs. 50/2016, secondo cui nell’offerta devono essere specificate le categorie di lavori o le parti del servizio o della fornitura che saranno eseguite dalle singole imprese raggruppate o consorziate.

Il provvedimento di esclusione veniva impugnato dal consorzio che proponeva un’articolata censura incentrata sulla ritenuta inapplicabilità della clausola e della norma citata al caso di specie, in relazione alla natura di consorzio stabile propria del ricorrente.

La tempestività del ricorso. Prima di entrare nel merito il giudice amministrativo ha affrontato una questione preliminare attinente alla tempestività del ricorso.

Viene infatti in considerazione il principio giurisprudenziale consolidato che impone l’immediata impugnazione delle clausole del bando che risultano immediatamente escludenti, cioè che impediscono la presentazione di un’offerta adeguata. Secondo il giudice amministrativo non è questo il caso della clausola contenuta nel disciplinare di gara.

Quest’ultima infatti poteva ragionevolmente essere interpretata nel senso che l’obbligo di indicare le parti del servizio la cui esecuzione era in capo alle singole imprese consorziate valesse solo per i consorzi così detti ordinari, e non anche per i consorzi stabili e per i consorzi di cooperative. Di conseguenza la suddetta clausola, interpretata in questi termini, non impediva la presentazione di un’offerta e non era quindi soggetta all’onere di immediata impugnazione.

I consorzi stabili

Il giudice amministrativo ricorda che ai fini di attribuire a un soggetto la qualifica di consorzio stabile occorre adottare un criterio sostanziale. Vanno cioè analizzati l’atto costitutivo e lo statuto per verificare se ricorrano i requisiti indicati dall’articolo 45 del D.lgs. 50 e cioè: essere formati da non meno di tre consorziati; aver deliberato di operare in maniera congiunta, istituendo a tal fine una comune struttura d’impresa; avere previsto una durata del consorzio non inferiore a cinque anni.

Verificata la sussistenza di tali requisiti il consorzio stabile può operare in quanto tale, secondo alcune direttrici individuate dalla giurisprudenza.

In primo luogo la giurisprudenza ha ritenuto essenziale la sussistenza dell’elemento teleologico, inteso come astratta idoneità del consorzio, esplicitamente indicata nello statuto, di operare con un’autonoma struttura d’impresa capace di eseguire anche in proprio le prestazioni oggetto di affidamento. In sostanza non è necessario l’intervento operativo delle singole imprese consorziate, il cui coinvolgimento rimane meramente eventuale ed è lasciato alle scelte discrezionali del consorzio. E proprio in relazione a ciò è necessario che vi sia un’azienda consortile, intesa come complesso dei beni organizzati per l’esercizio dell’impresa.

Anche in relazione al carattere appena evidenziato i consorzi stabili sono soggetti dotati di autonoma personalità giuridica, distinta dalle imprese consorziate. Essi sono aggregazioni di imprese che nascono da un’esigenza di cooperazione e assistenza reciproca e operano all’esterno come soggetto unitario.

In questa logica i consorzi stabili rispondono in proprio delle prestazioni da eseguirsi in relazione al contratto oggetto di affidamento, che vengono integralmente imputate ai consorzi stessi.

Resta peraltro aperta la possibilità – che non appare del tutto coerente con i principi enunciati – che le prestazioni siano eseguite anche per mezzo delle imprese consorziate, che vengono in qualche modo a sovrapporsi alla comune struttura d’impresa propria del consorzio in quanto tale.

La commistione tra consorzio e imprese consorziate si riproduce anche in materia di qualificazione

Al riguardo la giurisprudenza ha ripetutamente affermato che ai fini della dimostrazione dei requisiti di qualificazione i consorzi stabili possono utilizzare sia i requisiti maturati in proprio sia quelli delle imprese consorziate. Ed anche sotto questo profilo viene ad essere ridimensionata la qualificazione del consorzio stabile come soggetto autonomo e che agisce in proprio.

A prescindere dalle incongruenze evidenziate risulta comunque chiaro che il consorzio stabile è un soggetto autonomo che può eseguire le prestazioni anche integralmente con la propria struttura d’impresa. Ne consegue che non può ritenersi ad esso applicabile la clausola che impone l’indicazione delle parti di prestazione eseguibili ad opera di ciascuna impresa consorziata.

Una clausola di questo tipo è applicabile ai soli consorzi ordinari, il cui funzionamento è assimilabile a quello dei raggruppamenti temporanei di imprese. Ciò trova conferma proprio nella previsione contenuta all’articolo 48, comma 4 del D.lgs. 50 – erroneamente richiamato dallo stesso ente appaltante nel provvedimento di esclusione – che impone l’indicazione delle categorie di lavori o delle parti di servizi o forniture che saranno eseguite dalle singole imprese con riferimento esclusivo ai raggruppanti temporanei e ai consorzi ordinari.

Alcune zone d’ombra

Non tutto è chiaro in merito alle modalità di funzionamento dei consorzi stabili , alla luce da un lato di quanto enunciato dalla giurisprudenza e affermato anche dalla pronuncia in commento e dall’altro del quadro normativo vigente. In particolare due sono gli aspetti che meritano particolare attenzione.

Il primo è relativo all’affermazione secondo cui i consorzi stabili possono procedere all’esecuzione dei lavori non solo con la propria struttura di impresa ma anche avvalendosi delle imprese consorziate. Questo principio è stato originariamente affermato dalla giurisprudenza, che ha specificato come il consorzio stabile, pur essendo dotato di una propria autonoma organizzazione aziendale, conservi la facoltà di eseguire le prestazioni oggetto di affidamento tramite le imprese consorziate.

Il principio enunciato ha poi trovato anche una consacrazione normativa. L’articolo 47, comma 2 del D.lgs. 50/2016, stabilisce infatti espressamente che i consorzi stabili eseguono le prestazioni o con la propria struttura di impresa o tramite i propri consorziati indicati in sede di gara, senza che ciò costituisca subappalto e ferma la responsabilità solidale del consorzio stabile nei confronti della stazione appaltante.

Questa impostazione lascia perplessi. La logica del consorzio stabile è infatti quella di creare un soggetto autonomo, distinto dalle consorziate, che in quanto tale può operare con una propria struttura di impresa. E che tale modalità operativa non costituisca una mera possibilità ma il sistema ordinario di funzionamento del consorzio stabile è confermato dal fatto che la stessa definizione contenuta all’articolo 45, comma 2, lettera c) indica l’istituzione di una comune struttura di impresa come un elemento essenziale ai fini della configurabilità del consorzio stabile. Ed infatti non si comprende la ragione di attribuire una centralità a tale elemento se poi nella realtà operativa la funzione della comune struttura di impresa può essere legittimamente e sostanzialmente annullata.

Il secondo aspetto critico riguarda il profilo della qualificazione. Il principio che è stato ripetutamente affermato dalla giurisprudenza è quello del cumulo alla rinfusa, secondo cui ai fini della dimostrazione della qualificazione i consorzi stabili possono sommare i requisiti posseduti in proprio con quelli posseduti dalle singole imprese consorziate.

In realtà il quadro normativo vigente non sembra pienamente coerente con il criterio del cumulo alla rinfusa. Infatti la previsione dell’articolo 47 comma 1 stabilisce che i requisiti di idoneità tecnica e finanziaria devono essere posseduti dai consorzi stabili, con la sola eccezione di quelli relativi alla disponibilità delle attrezzature e dei mezzi d’opera e dell’organico medio annuo che sono computati in capo al consorzio ancorché posseduti dalle singole imprese consorziate.

Dunque il principio che sembra essere affermato è che la regola è che il consorzio debba qualificarsi in proprio, mentre può fare ricorso alla qualificazione delle consorziate solo con riferimento agli specifici requisiti indicati.

Va tuttavia segnalato che il successivo comma 2 – bis – introdotto dal Decreto legge n. 32/2019, così detto sblocca cantieri – prevede che relativamente ai servizi e alle forniture la sussistenza dei requisiti è valutata con riferimento ai singoli consorziati. Previsione che appare in contrasto con quella contenuta al precedente comma 1.

In ogni caso, ad oggi nessuna disposizione consente il così detto cumulo alla rinfusa, essendo stata eliminata la previsione contenuta nella precedente formulazione del comma 2 che permetteva la sommatoria dei requisiti del consorzio e delle singole imprese consorziate.

L’assetto normativo vigente e le affermazioni giurisprudenziali delineano un quadro d’insieme confuso in tema di qualificazione dei consorzi stabili, che non permette di definire con certezza le regole in base alle quali gli stessi possono partecipare alle gare.

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12/11/2019 – ANSA

Alitalia: Delta conferma impegno, fino a 100mln per 10%

Compagnia continua a lavorare con Fs e Atlantia

“Delta continua a lavorare con Ferrovie dello Stato e Atlantia e conferma di essere pronta a investire fino a 100 milioni di euro per una quota del 10% in Alitalia”. Lo fa sapere un portavoce della compagnia americana interpellato dall’ANSA, aggiungendo che “Delta resta impegnata a mantenere la propria partnership con Alitalia nel futuro”.

“Credo che innanzitutto non stiamo parlando di un settore in crisi, è possibile e lo auspichiamo, che entro il termine previsto ci sia l’offerta finale e un piano industriale sulla base di una alleanza che vede soggetti fissati e altri partecipanti che non sta a noi decidere. Ci aspettiamo che ci sia un piano industriale convincente”. Lo ha detto il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, ospite del convegno ‘Metamorfosi’, dove è stato intervistato dal direttore di Huffpost, Lucia Annunziata.

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11/11/2019 – ANSA

Report viadotti: Aspi ha chiuso corsie in Liguria

Vietati trasporti eccezionali e sorpassi tra tir

Autostrade ha deciso di chiudere alcune corsie, vietare il transito ai mezzi eccezionali e vietare i sorpassi tra tir su quattro viadotti della Liguria che dopo le ultime ispezioni ordinate da Aspi nell’ambito dei più recenti cicli di monitoraggio effuttuati da Spea e integrati da ispezioni svolte da società esterne,  hanno raggiunto un punteggio di ammaloramento più alto di quello che era stato indicato da Spea. Limitazioni e lavori sono stati avviati da settimane. Sono state segnalate 4 opere con voto 70, difetto che richiede una pronta attivazione dell’intervento. “In via cautelativa”, secondo quanto apprende l’ANSA dalla direzione del tronco di Genova, i divieti resteranno fino al ripristino delle parti ammalorate che dureranno alcuni mesi. Gli interventi fanno parte di un ampio piano di manutenzione di ponti e viadotti già avviato da Aspi ad inizio 2019 e che prevede risorse per 360 milioni.

Nel dettaglio ecco le misure sui 4 viadotti in oggetto.

A7 (Milano-Genova) Viadotto Coppetta Carreggiata Nord km 117+570: Segnaletica di flesso che sposta il traffico sul lato sinistro della carreggiata (la trave con voto 70 è quella sul bordo destro); chiusura della corsia di marcia; divieto di sorpasso per mezzi superiori alle 7,5 tonnellate; divieto di transito per tutti i trasporti eccezionali eccedenti il limite di massa ammesso dal Codice della strada (44 t). I lavori termineranno entro il prossimo dicembre.

A7 Ponte Scrivia a Busalla (Genova) Carreggiata Nord km 111+360: chiusura corsia marcia; divieto di transito per tutti i trasporti eccezionali eccedenti in massa ammesso dal codice della strada (44 t). Si apprende che avendo già apposto un sostegno provvisionale alla trave con voto 70 la corsia di marcia potrebbe già essere riaperta ma viene utilizzata per i sopralluoghi e le indagini finalizzate alla progettazione dell’intervento, previsto entro giugno 2020.

A26 (Genova-Alessandria-Gravellona Toce) Viadotto Bormida Carreggiata Nord e Sud km 058+292: chiusura delle corsie sorpasso (Nord e Sud); divieto di sorpasso per i mezzi superiori alle 7,5 tonnellate (Nord e Sud); divieto di transito per i trasporti eccezionali eccedenti le 90 tonnellate (Nord e Sud). La conclusione dei lavori è privista (meteo permettendo) entro il prossimo marzo 2020.

A10 (Genova-Ventimiglia) Ponticello ad Arco Carreggiata Est km 016+782: chiusura della corsia di marcia; divieto di sorpasso per i mezzi superiori alle 7,5 tonnellate; divieto di transito per tutti i trasporti eccezionali eccedenti in massa ammesso dal Codice della strada (44 t). Lavori in corso; ultimazione prevista (meteo permettendo) entro il prossimo dicembre. RIPRODUZIONE RISERVATA © Copyright ANSA

11/11/2019 – ANSA

Report Viadotto: Riesame, interdizione per 10 di Spea

Accolta richiesta Procura. Non avrebbero eseguito ispezioni

Il tribunale del Riesame ha accolto la richiesta della procura di Genova che aveva chiesto l’ interdizione di 10 tra ex dirigenti e tecnici di Spea, la società che si occupava di manutenzione e monitoraggio per Autostrade. Il pubblico ministero Walter Cotugno, che coordina l’inchiesta bis sui falsi repert, aveva chiesto due volte arresti e interdizioni ma il gip aveva respinto. Due settimane fa il magistrato aveva fatto appello al riesame modificando le richieste e chiedendo l’interdizione per tutti.

La decisione non è immediatamente esecutiva e i legali possono ancora impugnarla in Cassazione. Secondo l’accusa, i tecnici non avrebbero eseguito le ispezioni nei cassoni (i tunnel sotto il manto stradale) di fatto dando una valutazione della salute dei viadotti senza avere valutato un elemento importante.

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12/11/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Astaldi, commissari indagati per corruzione in atti giudiziari

Ivan Cimmarusti

Iscritti nel registro Rocchi e Ambrosini, coinvolti assieme a Corrado Gatti. I compensi previsti finiscono sotto l’esame degli inquirenti romani

Un’inchiesta per corruzione in atti giudiziari piomba sulla procedura di concordato preventivo in continuità aziendale di Astaldi spa, la quotata al centro della “offerta irrevocabile di acquisto” fatta da Salini. I pm di Roma hanno iscritto nel registro degli indagati due dei tre commissari: Stefano Ambrosini e Francesco Rocchi, coinvolti assieme a Corrado Gatti, attestatore nominato nel procedimento da Astaldi.

L’inchiesta comincia almeno un anno e mezzo fa, quindi prima dell’offerta di Salini confluita in «Progetto Italia». In ballo ci sono presunti accordi illeciti che riguarderebbero esclusivamente i due commissari e l’attestatore, una figura istituita con legge nel 2005 che, se pur nominata da Astaldi, deve essere terza nell’attestare l’eventuale validità del piano di riassetto aziendale. Ed è proprio in una prima «attestazione» firmata da Gatti, che sarebbe stato individuato il presunto caso di corruzione in atti giudiziari: una parcella pari a 12 milioni di euro destinata ad Ambrosini e Rocchi.

Ma andiamo per gradi. I primi di febbraio scorso gli investigatori delle Fiamme gialle captano le telefonate degli indagati. Rocchi parlerebbe di compensi, chiedendo che le somme a loro destinate siano aumentate. Conversazioni che riguardano Gatti, il quale avrebbe ascoltato tutte le richieste. Rocchi – d’accordo con Ambrosini, noto professionista con trascorsi in importanti dossier come Alitalia e Tirrenia – avrebbe chiesto all’attestatore di inserire nella sua relazione dei compensi pari ai medi della tariffa e non ai minimi, facendo lievitare la parcella da 21 milioni di euro a 36 milioni. Già il Comitato Bondholders aveva sollevato molte eccezioni sui numeri del piano, tanto da inviare una lettera al presidente del Consiglio Giuseppe Conte, al ministro dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli e al sottosegretario Stefano Bufagni.

Ma torniamo all’indagine. La prima stesura della proposta di concordato firmata da Gatti, successiva alla conversazione con Rocchi, contiene proprio quell’importo monstre di 36 milioni di euro diviso per i tre commissari (il terzo Vincenzo Ioffredi non è coinvolto). Col passare del tempo, però, cambia qualcosa. La relazione definitiva, quella che poi materialmente finisce all’attenzione del presidente della sezione fallimentare di Roma Antonino La Malfa, contiene i numeri precedenti, ossia quelli stabiliti nei minimi tabellari: 21 milioni di euro.

Il 30 ottobre scorso la Guardia di finanza ha passato al setaccio gli uffici degli indagati alla ricerca di documenti che permettano di chiarire i contorni di questa indagine che, come detto, non riguarda né Astaldi né la proposta di acquisto di Salini.

Gli stessi pm hanno voluto precisare con una nota che le indagini «non riguardano organi della procedura diversi» da Rocchi, Ambrosini e Gatti. Inoltre aggiungono che «l’accertamento dei fatti mira a garantire che l’intera procedura sia tenuta indenne da ogni possibile illecito», concludendo che «tali indagini hanno ad oggetto specifiche condotte di persone fisiche e non coinvolgono le attività tuttora in corso dell’azienda».

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12/11/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Australia, Salini Impregilo nella short list per la costruzione del Sydney Gateway da 1,5 miliardi

Radiocor Plus

I lavori miglioreranno i collegamenti stradali dall’aeroporto e Port Botany fino al nuovo snodo autostradale di Sydney a St Peters Interchange

Salini Impregilo è in shortlist per un nuovo contratto per i trasporti e la mobilità in Australia. Il gruppo è infatti tra le società selezionate per la costruzione del progetto Sydney Gateway, del valore compreso tra i 2,2 e i 2,6 miliardi di dollari australiani (1,5 miliardi di euro), per migliorare i collegamenti stradali dall’aeroporto e Port Botany fino al nuovo snodo autostradale di Sydney a St Peters Interchange. Il progetto prevede il completamento di collegamenti lungo la rete autostradale. Garantendo la circolazione di circa 80mila veicoli al giorno (compresi 10mila mezzi pesanti) su nuove strade, si permetterà alla comunità di riappropriarsi delle arterie locali. Il progetto include anche la realizzazione di un nuovo cavalcavia per i terminal nazionali dell’aeroporto del Sydney Airport.
L’opera è commissionata dal ministero dei Trasporti del governo del New South Wales, nell’ambito di un più ampio programma infrastrutturale in uno stato la cui popolazione supererà nel 2056 i 12 milioni di persone, rispetto agli attuali 8 milioni. Infrastrutture innovative e sostenibili, nella cui realizzazione Salini Impregilo è leader, sono la frontiera su cui si sta posizionando l’Australia come leader per la crescita del settore, facendo leva su partnership tra diversi attori.
Il paese, che svetta nelle classifiche mondiali per investimenti in infrastrutture, è un mercato di riferimento che il gruppo, che è riuscito ad affermarsi grazie al proprio know-how in settori come quelli dell’acqua e dei trasporti. Un’expertise che Salini Impregilo punta ad accrescere in parallelo all’evolversi di Progetto Italia, l’operazione di consolidamento delle infrastrutture italiane per la creazione di un gruppo più grande capace di attirare i migliori talenti sul mercato.
Nel paese, negli scorsi mesi il gruppo si è aggiudicato un megacontratto per la costruzione di Snowy 2.0, il più grande progetto mai realizzato in Australia nel settore idroelettrico. Salini Impregilo è poi impegnata nella costruzione del Forrestfield-Airport Link, la linea metro che collegherà l’area orientale di Perth e l’aeroporto al Central Business District. A Sydney, il gruppo ha contribuito alla realizzazione della Sydney Metro Northwest, con una sezione molto significativa dal punto di vista ingegneristico, lo skytrain bridge. Quest’ultimo è il più grande progetto d’infrastrutture di trasporto pubblico in Australia e il più grande a Sydney da quando Harbour Bridge è stato costruito quasi 100 anni fa.

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12/11/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

China State Construction in campo su Condotte

Carlo Festa

Il gruppo di Pechino tra i 16 ammessi alla procedura per la cessione delle attività dell’impresa romana in crisi

Il colosso delle costruzioni China State Construction Overseas entra in campo nella procedura su Condotte organizzata dal Ministero dello Sviluppo Economico. Il gruppo di Pechino, uno degli specialisti mondiali del settore, era infatti restato in un primo momento escluso dalla procedura in quanto la manifestazione d’interesse era arrivata in ritardo.

Tuttavia proprio ieri, in accordo con il Mise, China State Construction Overseas è stato ammesso a partecipare al processo, in vista dell’inizio della a fase due della cessione delle attività di Condotte che non è ancora partita: nei prossimi giorni verranno inviate le lettere di procedura e verrà successivamente dato l’accesso alla virtual data room. Le offerte vincolanti sono attese nei primi mesi dell’anno nuovo. All’advisor Mediobanca e ai commissari sono arrivate21 manifestazioni d’interesse in estate: ne sono stati quindi ammessi in sedici compresa China State Construction Overseas .

In vendita ci sono 13 commesse rilevanti. Ieri intanto per la controllata Inso sono partiti i lavori per l’ospedale di alta complessità a Chillan in Cile. E a inizio dicembre ci sarà la cerimonia per la posa della prima pietra per l’ospedale di Cisanello (Pisa).

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11/11/2019 – Diritto 24

Tonucci e Legance per 24 MW di fotovoltaico

Tonucci & Partners con il team guidato da Stefano Lucarini, e composto da Cecilia Mambrini e Teresa di Mario, con il supporto per gli aspetti Tax di Giuseppe Mongiello, Maria Serpieri e Pierluigi Rufini, ha assistito Obton, società di investimento danese nell’acquisizione di un portafoglio di impianti per complessivi 24 MW.

L’operazione è avvenuta mediante l’acquisizione delle quote detenute da Palladio Team S.r.l., da Società Cattolica di Assicurazione, da Lombarda Vita S.p.A. nel fondo comune di investimento immobiliare di tipo chiuso e riservato denominato “Fondo RealEnergy”, gestito da Serenissima SGR S.p.A., nonché dell’intero capitale sociale della holding detenuta da Palladio Team S.r.l., che – attraverso 3 veicoli societari – conduce in locazione gli impianti fotovoltaici di proprietà del Fondo.

Palladio, Cattolica e Lombarda Vita sono stati assistiti da Legance – Avvocati Associati, con un team guidato da Antonio Palazzolo e composto dagli associate Emanuela Procario e Francescopaolo D’Andrea, nonché dal partner Claudia Gregori e dal senior associate Nicola Napoli per la tax vendor due diligence e dal counsel Valeria Viti, Emanuela Procario e Luigi Agostinacchio per la legal vendor due diligence.

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12/11/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Ferrovie, debuttano in Veneto i nuovi treni di Hitachi e Alstom

Marco Morino

I primi collegamenti serviti dai nuovi convogli sarannotra Venezia, Verona e Treviso

Svolta nel trasporto regionale veneto: ieri i nuovi treni Rock e Pop, prodotti rispettivamente da Hitachi Rail Italye Alstom, sono stati consegnati simbolicamente da Trenitalia, alla stazione di Venezia Santa Lucia, nelle mani del governatore Luca Zaia. Oggi il primo Rock entrerà in servizio di andata e ritorno sulla linea Verona-Venezia, mentre il primo Pop prenderà servizio sulla tratta Venezia-Treviso. Nel corso del 2020 (forse già da giugno) i nuovi treni regionali circoleranno su ulteriori tratte venete: tra queste la Bassano-Padova e la Padova-Montebelluna. Sono complessivamente 78 (47 Rock e 31 Pop) i nuovi treni destinati al Veneto e la cui consegna proseguirà a ritmi serrati fino a luglio 2023. Nei piani di Trenitalia, i collegamenti regionali dovrebbero così beneficiare di migliori performance e maggiore comfort offerti dai nuovi convogli. I pendolari attendono speranzosi.

I treni Rock e Pop di Trenitalia, ha ribadito più volte negli ultimi mesi l’amministratore delegato di Ferrovie Italiane Gianfranco Battisti, assicureranno la rivoluzione del trasporto ferroviario regionale e invoglieranno le persone a scegliere il treno lasciando l’auto a casa. I Rock e Pop sono parte del più ampio piano di rilancio del gruppo Fs per il trasporto regionale. Piano che, con un investimento economico complessivo di circa 6 miliardi di euro e oltre 600 nuovi treni, garantirà, entro cinque anni, il rinnovo dell’80% della flotta. Una maxi fornitura che, per numero di treni e valore economico, non ha precedenti in Italia. Unico l’obiettivo: garantire la qualità e l’eccellenza dell’alta velocità italiana anche nel trasporto ferroviario regionale e metropolitano e migliorare così la qualità di vita del milione e mezzo di pendolari che viaggiano ogni giorno con Trenitalia. Inoltre si tratta di treni interamente made in Italy. I treni Rock sono fabbricati nello stabilimento Hitachi Rail Italy di Pistoia mentre i treni Pop sono progettati e fabbricati da Alstom nei siti di Savigliano (Cuneo), Sesto San Giovanni (Milano) e Bologna. I nuovi treni regionali Rock e Pop sono riciclabili fino al 97% con una riduzione del 30% dei consumi energet

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