Rassegna stampa 02-05 novembre 2019

02/11/2019 – Giornale di Brescia
A2A dice addio al carbone e punta sull’ energia green

– A Brescia prosegue il percorso di decarbonizzazione del sistema energetico annunciato da A2A, con un piano investimenti da 70 milioni di euro per sostituire progressivamente il calore attualmente prodotto con combustibili fossili (carbone e gas) dalla Centrale Lamarmora con fonti green. Il piano consentirà di conseguire importanti benefici ambientali e il risparmio di 15mila TEP (tonnellate di petrolio equivalenti) l’ an no pari al consumo di oltre 26mila autoveicoli. Al termine dei lavori, il sistema energetico di Brescia, completamente decarbonizzato, rappresenterà uno standard di assoluta eccellenza a livello europeo, in anticipo rispetto all’ obiettivo nazionale di phase out del carbone previsto per il 2025. Se ne è parlatolo scorso 4 ottobre, durante l’ open day della Centrale Lamarmora, dove studenti e cittadini hanno avuto l’ occasione di ve dere in anteprima le realizzazioni che daranno un nuovo volto al sistema di teleriscaldamento bresciano, rendendolo uno strumento ancora più efficace nella lotta al cambiamento climatico. Tra le azioni previste dal piano di A2A, la realizzazione di: tre serbatoi di accumulo di acqua calda, presso la Centrala Lamarmora e la Centrale Nord, per una capacità complessiva di 10mila metri cubi, che servono ad anticipare la produzione di calore nelle ore fuori picco; un impianto solare fotovoltaico presso la Centrale Lamarmora per alimentare le pompe del teleriscaldamento; un nuovo sistema di abbattimento degli ossidi di azoto ad altissima efficienza, presso la Centrale Lamarmora; sistemi di recupero del calore da gie di lavaggio fumi «flue gas cleaning» su tutte e tre le linee del Termoutilizzatore, che consentono di recuperare più calore senza aumentare la quantità di rifiuti trattati. rescia è stata la prima città a dotarsi di un sistema di teleriscaldamento, agli inizi degli anni settanta, sull’ esempio delle città del Nord Europa. Dal suo avvio il teleriscaldamento di Brescia ha permesso di spegnere oltre 20mila caldaie singole, con un grande vantaggio ambientale per la città. // sorgenti industriali; tecnolo.

02/11/2019 – Giornale di Brescia
Sensori e fibra ottica: così nasce la smart city

– Anche il tema della Smart City rappresenta un elemento di spicco nel recente sviluppo del territorio bresciano e A2A ha contribuito in tal senso realizzando infrastrutture che consentono, attraverso tecnologie digitali innovative IoT (Internet of Things), di attivare servizi migliori per i cittadini. Ad esempio, A2A sta partecipando, con OpenFiber, al progetto FTTH (Fiber to the Home), che consiste nella cablatura in fibra ottica dell’ intera città di Brescia per abilitare lo sviluppo di nuovi servizi di smart city; nei prossimi mesi è previsto l’ allacciamento della rete alle circa 70mila unità immobiliari coinvolte nel progetto. Proprio in queste settimane si stanno in effetti posizionando 15 smart bin, cestini innovativi e tecnologici che consentiranno di ottimizza rei percorsi dei mezzi per la raccolta, svuotando solo quelli realmente pieni. Si è, inoltre, concluso il progetto Brescia Smart Living, avviato nel 2015 da A2A, con il sostegno del comune di Brescia e insieme a università, centri di ricerca e aziende, con l’ obiettivo di progettare e testare un prototipo di Città Intelligente. Il progetto ha coinvolto due quartieri di Brescia (San Polino e via Solferino) e più di 30 famiglie, che hanno contribuito alla raccolta dei fabbisogni e alla sperimentazione di alcune tecnologie della smart city. Sono infatti stati installati nelle case sensori per monitorare i consumi energetici, i dati ambientali, le informazioni relative alla domotica e ai servizi cittadini. Le famiglie, attraverso una piattaforma online, hanno quindi potuto consultare i dati rilevati dai sensori e scegliere modalità di consumo più consapevoli e sostenibili. //

04/11/2019 – Affari & Finanza
Iren tenta il sorpasso “Vogliamo Sorgenia”

Il colloquio
luca pagni, milano La gara per le centrali ora in mano alle banche dà alla multiutility la chance di avvicinare i big: “Un mix produttivo perfetto per noi”, dice l’ ad Bianco N ella lunga volata per la supremazia tra le utility locali, il gruppo Iren tenta il sorpasso. E lo fa puntando a vincere la gara dell’ anno nel settore energia, la vendita delle centrali elettriche di Sorgenia, per la quale è stata spostata al 12 dicembre la presentazione delle offerte vincolanti. Al momento, Iren è stretta fra i due leader tra le ex municipalizzate. Da un lato c’ è Hera: controllata da un patto di sindacato tra una cinquantina di Comuni dell’ Emilia Romagna guidato da Bologna, Modena e Ferrara, la società ha il primato per capitalizzazione di Borsa (oltre 5,5 miliardi) dopo l’ acquisizione dei clienti di Ascopiave. E ha ottenuto una posizione dominante in Veneto dove gestisce le aziende di Trieste e Padova. Sull’ altro fronte c’ è A2a: l’ azienda – che ha come soci di maggioranza i Comuni di Milano e Brescia – è prima per ricavi (6,5 miliardi nel 2018) e, di fatto, ha preso il controllo di tutte le maggiori utility locali della Lombardia. Per tentare il sorpasso sulle rivali, Iren – che denuncia 3,5 miliardi di capitalizzazione e 4 miliardi di fatturato tenta il colpo Sorgenia. Come spiega l’ amministratore delegato Massimiliano Bianco: «Vogliamo essere un soggetto industriale che valorizzi appieno la nostra presenza e i nostri asset su tutta la filiera italiana dell’ energia. Nel caso di aggiudicazione delle centrali di Sorgenia, non solo aggiungeremmo 3.200 megawatt, escludendo Tirreno Power, ai 2.700 di cui già disponiamo con i nostri impianti, ma saremmo tra i protagonisti della transizione energetica dei prossimi anni, con un giusto mix di impianti rinnovabili, grazie alla nostra presenza di primo piano nell’ idroelettrico, e centrali a gas destinate a svolgere un ruolo fondamentale per garantire la stabilità del sistema». Portare a fondo l’ assalto non sarà facile, perché la concorrenza è agguerrita. Oltre a un paio di fondi internazionali e al fondo italiano F2i (in cordata con Asterion Capital), sono della partita altre due utility: la romana Acea e A2a, che si è alleata con Eph, società dell’ imprenditore ceco Daniel Kretinski, presente in Italia dopo aver rilevato le centrali del gruppo tedesco E.on. Se non dovesse andare, Bianco può giocarsi la carta di riserva: a inizio 2019, dovrebbe entrare nel vivo la procedura per l’ apertura del capitale di Cva, la società della regione Valle d’ Aosta. Nel caso di accordo, diventerebbe il secondo operatore nell’ idroelettrico dopo Enel. «Non c’ è una operazione in corso – specifica Bianco – la politica si è presa un momento di riflessione. Noi riteniamo che si possa creare una joint venture combinando i rispettivi asset che da subito sarebbe un campione nazionale nell’ idroelettrico. Confido che la questione possa essere discussa con l’ anno nuovo». Anche l’ assalto a Sorgenia è coerente con il piano industriale che prevede investimenti per 3,3 miliardi: «Abbiamo potenzialità di crescita inespresse, prevediamo crescita organica, ma anche inorganica con operazioni straordinarie, per le quali insieme ad investimenti fuori piano abbiamo in preventivo fino a 1 miliardo », dice l’ ad. Ma non è soltanto un’ esigenza industriale a spingere Iren sulle tracce di Sorgenia, messa in vendita dalle banche proprietarie. La conquista del quinto gruppo per produzione di elettricità in Italia, rappresenta un punto d’ arrivo della corsa iniziata nel 2014, con il nuovo cda guidato proprio da Bianco (già a capo di Acquedotto Pugliese). Cinque anni fa, Iren era ancora zavorrata dalla doppia fusione che aveva messo insieme cinque utility (Genova, Torino, Piacenza, Parma e Reggio), con le inevitabili lotte di campanile. Ottenuta la garanzia di lavorare senza pressioni da parte dei Comuni, i manager hanno potuto occuparsi del rilancio industriale. I risultati sono arrivati. Secondo uno studio The European House- Ambrosetti, Iren in questi anni ha ottenuto una serie di primati: è il primo operatore nazionale nel teleriscaldamento e produce l’ 87% di energia da fonti rinnovabili. Nel 2013, il fatturato era di 2,9 miliardi (contro gli attuali 4) mentre la redditività è salita da 623 a 967 milioni. Una crescita riconosciuta anche dal mercato, visto che la capitalizzazione di Borsa è salita del 130% circa. Obiettivi raggiunti grazie a un lavoro di razionalizzazione e sinergie tra le utility originarie, ma anche con una serie di operazioni – una ventina in 5 anni, di cui la più rilevante è l’ ex municipalizzata di La Spezia – che hanno portato a un aumento degli investimenti del 71% dal 2014. ©RIPRODUZIONE RISERVATA 1 1 La centrale Sorgenia di Termoli, nella valle del Biferno, in provincia di Campobasso.

05/11/2019 – La Provincia di Sondrio
Confronto sulle concessioni Dialogo aperto con A2A

Dopo Terna, i rappresentanti del “Comitato per la razionalizzazione delle linee ad alta tensione e rinnovo concessioni” hanno trovato il dialogo anche con A2A. Nei giorni scorsi c’ è stato un incontro fra il Comitato e il più grande e storico produttore di energia idroelettrica presente sul territorio, A2A, che ha dato esiti molto positivi in termini di intese future, almeno questa è la sensazione attuale. I tempi degli scontri fra Aem e territorio, vedi la questione Ici con i Comuni di Grosio e Valdidentro, per la quale la società milanese ha dovuto sborsare parecchi soldi, sono superati. Nel corso dell’ incontro, a cui per A2A hanno partecipato Massimo Tiberga, responsabile del settore idroelettrico, e Roberto Corona, responsabile dei rapporti istituzionali locali, il coordinatore del gruppo di lavoro “Concessioni Idroelettriche” Fausto Pruneri, ha dato avvio a un’ ampia e approfondita illustrazione del documento contenente le linee generali di sviluppo e tutela territoriale che il Comitato auspica debbano essere parte fondamentale integrata nella nuova legge regionale. «Il rinnovo delle concessioni deve diventare un’ occasione di sviluppo sostenibile per i territori che, con elementi innovativi rispetto al passato, porti miglioramenti importanti sull’ ambiente, investimenti, occupazione, servizi pubblici per non tornare allo schema dello scambio con la sola compensazione economica – spiega il Comitato -. Il confronto, durato più di due ore, è stato intenso, franco e proficuo e ha trovato massima condivisione tra le parti. Particolare enfasi è stata posta in merito al capitolo ambientale e nello specifico alla manutenzione del territorio e ha destato molto interesse, da parte della società, l’ ipotesi suggerita dal nostro gruppo di lavoro in merito alla necessità di inserire nelle more della futura legge, dei meccanismi premianti per la manutenzione diffusa del nostro territorio che è sempre più fragile e critico. Il Comitato per la razionalizzazione delle linee ad alta tensione ha apprezzato la tempestività con cui A2A ha aperto il confronto e si augura che sia Edison che Enel siano parte attiva». P. Ghi.

01/11/2019 – Il Sole 24 Ore

Comuni, fondi a tre vie per gli investimenti

ENTI LOCALI
Mezzo miliardo all’ anno per i progetti verdi, risorse per le strade provinciali
ROMA Mezzo miliardo all’ anno, dal 2020 al 2024, per gli investimenti comunali che puntano all’ efficientamento energetico, all’ illuminazione pubblica e al trasporto sostenibile. E poi 85 milioni per finanziare la progettazione esecutiva, 50 milioni aggiuntivi per la manutenzione delle strade da parte di Province e Città metropolitane. E fondi per gli investimenti in crescita dal 2021 in poi, quando gli spazi di bilancio si allargano. Di bozza in bozza, prende forma il capitolo investimenti dedicato agli enti locali. E non è un capitolo povero. Il suo pilastro è la replica in forma strutturale della cosiddetta «norma Fraccaro», dal nome del sottosegretario M5S a Palazzo Chigi che già quest’ anno si era fatto promotore della sperimentazione del meccanismo. I 500 milioni del decreto crescita, che seguono il «modello spagnolo» avviato dalla manovra dell’ anno scorso con i 400 milioni dedicati alla messa in sicurezza degli edifici, hanno funzionato. E per il 2020 e per gli anni successivi si replica, con lo stesso canovaccio: fondi distribuiti in base alla dimensione demografica dei Comuni, dai 50mila euro dei più piccoli ai 250mila dei più grandi, collegati a obiettivi specifici di miglioramento dell’ efficienza energetica della macchina pubblica e dei suoi servizi; e soprattutto ancorati a un calendario stringente per l’ avvio dei lavori, da avviare entro il 15 settembre di ogni anno per non perdere il contributo. Ma nella legge di bilancio attesa al Senato non c’ è solo questo. Perché l’ obiettivo è di non perdere lo slancio negli investimenti locali riavviato negli ultimi 18 mesi con i mini-contributi e lo sblocco degli avanzi (+7% nella media nazionale secondo Ifel, con punte del +32% in Friuli Venezia Giulia e +16% in Emilia Romagna). Per questa ragione, la manovra ripesca e rafforza le carte giocate negli ultimi tempi per vivacizzare la spesa in conto capitale degli enti locali. A gonfiarsi è in particolare il fondo per la progettazione di interventi di messa in sicurezza del territorio delle scuole e degli edifici pubblici, che arriva a 85 milioni nel 2020 per poi crescere di anno in anno fino a 200 milioni dal 2023: per superare i deficit progettuali della Pa locale si punta insomma sulla via finanziaria, anche per supplire alla «centrale di progettazione» pensata al Mef lo scorso anno ma mai avviata davvero. Anche in questo caso i Comuni si devono sbrigare perché le richieste di contributo, massimo tre per ente, dovranno essere inviate entro il 15 gennaio. Per il 2020, gli spazi di finanza pubblica non possono offrire di più, per cui alcuni programmi partiranno dal 2021. Solo allora arriveranno i 100 milioni annui per gli asili nido, e i 150 milioni necessari a far partire i piani di «rigenerazione urbana», una replica del piano periferie che negli anni successivi vedrà crescere la propria dote prima a 300 e poi a 6-700 milioni annui. gianni.trovati@ilsole24ore.com © RIPRODUZIONE RISERVATA. Gianni Trovati

01/11/2019 – Italia Oggi
Sostegno finanziario per gli enti

MANOVRA 2020/ Restano tuttavia le incognite sui bilanci. Nessun accenno alla Tari
Fondo Imu-Tasi, meno interessi sui mutui, più investimenti
È una Manovra pesante quella che si delinea all’ orizzonte degli enti locali, sia in senso positivo (per le numerose misure di sostegno finanziario in essa contenute), sia in senso negativo (per le numerose modifiche di natura più ordinamentale che, specialmente nei confronti dei comuni, complicheranno non poco il percorso verso l’ approvazione del bilancio). Il bicchiere mezzo pieno è rappresentato in particolare dal ripristino del fondo Imu-Tasi (che per tre anni si assesterà a 300 milioni, come nell’ ultimo biennio, utilizzabili senza vincoli di destinazione e quindi anche in parte corrente), dalla previsione di misure (rimesse ad un decreto attuativo) di riduzione della spesa per interessi dei mutui a carico degli enti locali, anche attraverso accollo e ristrutturazione degli stessi da parte dello Stato, oltre che soprattutto dal corposo pacchetto di contributi per spese di investimento, sul quale, tuttavia, la bozza lascia ancora aperte diverse soluzioni, dallo stanziamento di un «fondone» da ripartire successivamente, al rifinanziamento dei contributi «Fraccaro» per l’ efficientamento energetico e l’ edilizia sostenibile fino al restyling dei vari fondi stanziati dalle ultime manovre. Il «fondone» conterebbe su una dotazione di 735 milioni di euro per l’ anno 2020, di 1.078 milioni di euro per l’ anno 2021, di 1.670 milioni di euro per l’ anno 2022 e di 2.300 milioni di euro per ciascuno degli anni dal 2023 al 2032 e verrebbe ripartito con uno o più dpcm da adottarsi, previa intesa in sede di Conferenza Unificata, entro il 31 gennaio 2020 per individuare le risorse per ciascun settore, i comparti, i criteri di riparto e le modalità di utilizzo e di monitoraggio, anche in termini di effettivo utilizzo delle risorse assegnate. Per la riedizione del contributo «Fraccaro» si punta ad un finanziamento di 400 milioni fino al 2024 per investimenti di messa in sicurezza del territorio a rischio idrogeologico, di messa in sicurezza ed efficientamento energetico delle scuole, degli edifici pubblici e del patrimonio comunale, nonché per investimenti di messa in sicurezza di strade, da destinare ai comuni da 1.000 fino a 20 mila abitanti in misura crescente al crescere della dimensione demografica (da 50 mila euro a 120 mila euro). Da segnalare anche il raddoppio (da 5 a 10 milioni) dei contributi dedicati ai comuni montani. Rimane la sensazione complessiva di mancanza di coordinamento fra le norme in itinere e quelle già vigenti (in particolare contenute nella l 145/2018 e nel dl 34/2019), che potrebbe rendere opportuno un intervento complessivo di razionalizzazione che il testo prova ad abbozzare. Positivi anche la conferma dell’ innalzamento del limite per le anticipazioni di tesoreria (che fino al 2022 salirà 5/12, contro i 4/12 del 2019 e i 3/12 della norma a regime) e la cancellazione con un anno di anticipo del pareggio di bilancio per le regioni ordinarie. Una norma, quest’ ultima, che peraltro pare ignorare il rischio di reintroduzione parziale del vincolo di finanza pubblica per effetto della recente pronuncia della Corte dei conti del Trentino-Alto Adige (si veda ItaliaOggi di sabato scorso). Il bicchiere mezzo vuoto è rappresentato dalla parte fiscale (su cui si veda ItaliaOggi di ieri), che ingloba tanti e probabilmente troppi interventi di sistema (dall’ accorpamento di Imu e Tasi alla semplificazione dei tributi comunali minori alla riforma della riscossione) che manderanno in crisi molte amministrazioni rendendo oltremodo complicato approvare nei tempi fisiologici i preventivi. Il tutto senza contare che la bozza non dice quali nulla sulla questione della Tari, anch’ essa in predicato di essere rivoluzionata sulla scia dei documenti predisposti dall’ Arera. Peraltro, il testo sembra lasciare aperta la possibilità che le novità scattino dal 2021, come sarebbe saggio per consentire alle amministrazioni di adeguarsi senza dover correre. © Riproduzione riservata. PAGINA A CURA DI MATTEO BARBERO

02/11/2019 – Il Sole 24 Ore
Acquisti Pa, lavori pubblici nella sfera della Consip

SPEnding review
Nel bilancio dei ministeri congelato 1 miliardo, che si aggiunge ai tagli del Dl
ROMA Estensione e rafforzamento del modello “centralizzato” Consip a tutto campo, compreso il settore dei lavori pubblici. Con l’ obiettivo di razionalizzare e, soprattutto, ridurre ulteriormente la spesa per acquisti Pa. Ruota attorno a questo snodo chiave il capitolo della spending review dell’ ultima versione del disegno di legge di bilancio, in cui è confermata la clausola sul congelamento di 1 miliardo di voci di uscita dei ministeri a garanzia della tenuta dei conti pubblici. Se i target di finanza pubblica concordati con Bruxelles saranno rispettati, questa fetta di spesa potrà essere sbloccata la prossima estate in concomitanza con il varo, a fine giugno, dell’ assestamento di bilancio. Una clausola “taglia-spesa” che è ormai diventata un “refrain” degli ultimi appuntamenti della programmazione e della legislazione di bilancio. Lo scorso anno l’ allora governo “giallo-verde” con la manovra 2019 è dovuto ricorrere, per effetto dell’ accordo faticosamente raggiunto con la commissione Ue a dicembre, a un congelamento di 2 miliardi di uscite dei dicasteri, poi trasformato in taglio permanente, a partire da luglio. Nello stesso mese si è aggiunta un’ altra clausola da 1,5 miliardi a garanzia degli equivalenti risparmi 2019 da Quota 100 e reddito di cittadinanza utilizzati sempre dall’ esecutivo giallo-verde nell’ ambito della correzione dei conti estiva, necessaria per scongiurare l’ avvio della procedura d’ infrazione da parte di Bruxelles. Clausola in quest’ ultimo caso poi disattivata, ma subito seguita da questo nuovo congelamento di garanzia per blindare la legge di bilancio 2020. Il miliardo di spesa dei ministeri messo in naftalina per il prossimo anno si va ad aggiungere ai circa 2 miliardi, ai fini dell’ indebitamento Pa, di tagli e accantonamenti già fatti scattare con decorrenza 2019 dal decreto fiscale, che è parte integrante della manovra. Altri risparmi arriveranno dalla razionalizzazione della spesa per le forniture della Pa. Nel perimetro Consip rientreranno, ad esempio, anche gli acquisti di veicoli per amministrazioni pubbliche e forze di polizia, compresi quelli “blindati”. Ma la vera novità è rappresentata dalla «facoltà» per Consip di attivare, come si legge nella relazione illustrativa del Ddl di bilancio, «strumenti di acquisto e negoziazione anche nel settore dei lavori pubblici al fine di garantire trasparenza, concorrenza e rispetto dei principi anticorruzione nel settore degli appalti pubblici gestiti attraverso la centrale di committenza dello Stato». Strumenti che attualmente sono limitati ai soli lavori di manutenzione. Secondo il Governo, la capacità di penetrazione sul mercato di riferimento dell’ uso della piattaforma di negoziazione del Mef per tutte le procedure di gara (lavori pubblici compresi) sarebbe pari a circa 3,2 miliardi l’ anno sul controvalore di 17,2 miliardi l’ anno attualmente banditi dalla Pa. Il rafforzamento del meccanismo di centralizzazione degli acquisti riguarda, oltre a tutte le amministrazioni centrali, anche gli enti di previdenza e le agenzie fiscali anche in un’ ottica ispirata al criterio dei fabbisogni e dei costi standard. Vengono poi previsti risparmi dalle attività gestite dal ministero dell’ Economia (in particolare quelle in Ict), dal ministero dello Sviluppo economico, e dal ministero delle Infrastrutture e trasporti e una riduzione di 14,2 milioni dal 2020 delle spese per supplenze sostenute dal Miur. Viene anche ridotto di 36 milioni il contributo italiano all’ Onu. E arrivano anche obblighi e paletti rigidi per costringere le strutture pubbliche a rinegoziare gli affitti di locali uso ufficio, sempre al fine di realizzare risparmi: nel caso di aggiramento di questi vincoli scatteranno automaticamente tagli lineare dei budget assegnati. © RIPRODUZIONE RISERVATA. Marco Rogari

04/11/2019 – Il Sole 24 Ore
Consip si allarga a lavori, concessioni e autovetture

ACQUISTI
La società del Mef potrà sviluppare convenzioni e accordi per gli affidamenti
Consip estende ai lavori pubblici e alle concessioni il proprio raggio d’ azione, mentre le amministrazioni pubbliche dovranno ricorrere alle iniziative dei soggetti aggregatori per l’ acquisto di veicoli (con alcune eccezioni). Il disegno di legge di Bilancio per il 2020 presenta un’ ampia serie di disposizioni che rafforzano il ruolo della società di procurement del Mef e l’ utilizzo di alcune tipologie di strumenti innovativi per favorire i processi di acquisto degli enti. Consip potrà anzitutto sviluppare iniziative, mediante convenzioni, accordi quadro, sistemi dinamici di acquisizione e mercato elettronico per l’ affidamento di tutte le tipologie di lavori pubblici, ampliando quindi lo spazio di operatività, oggi limitato agli interventi di manutenzione ordinaria. Il potenziamento si rileva anche in una nuova disposizione che consente alla società di svolgere il ruolo di soggetto affidante di concessioni di servizi, integrando in tal modo le sue funzioni di macro-centrale di committenza, sin dall’ origine focalizzate solo sugli appalti. In questo quadro, la legge di bilancio 2020 inserisce anche l’ obbligo, per le amministrazioni statali, per gli enti previdenziali, per le agenzie fiscali, per le università e per le scuole di approvvigionarsi non solo mediante ricorso alle convenzioni centralizzate, ma anche utilizzando gli accordi quadro e i sistemi dinamici di acquisizione attivati da Consip. Proprio il sistema delle convenzioni viene innovato e potenziato, attraverso anzitutto il riconoscimento al soggetto aggregatore nazionale della possibilità di stipularle per specifiche categorie di amministrazioni o per specifici ambiti territoriali, consentendo quindi una migliore articolazione di tali strumenti di acquisto, che dovrebbe permettere di evitare anche il problema dei super-lotti (più volte contestato dall’ Anitrust). Inoltre, le nuove disposizioni permettono a Consip di affidare le convenzioni e gli accordi-quadro mediante procedure sviluppate con il sistema dinamico di acquisizione, ottimizzando quindi i processi selettivi (che, grazie a questo strumento, si basano sulla costituzione di un sistema di pre-qualificazione degli operatori economici e su procedure di gara ad evidenza pubblica con tempi più ridotti). Nella prospettiva di razionalizzazione della spesa pubblica in relazione ad alcune tipologie di beni e servizi con elevati volumi di acquisizione, le amministrazioni, compresi gli enti territoriali, dovranno procedere all’ approvvigionamento mediante le iniziative attivate con le convenzioni e gli accordi-quadro da Consip e dai soggetti aggregatori regionali anche per l’ acquisto di veicoli, ampliando quindi il novero delle categorie merceologiche di beni e servizi assoggettati all’ obbligo previsto dall’ articolo 1, comma 7 del Dl 95/2012. Sono tuttavia sottratti dall’ ambito oggettivo di applicazione della nuova disposizione, con esplicita indicazione nella stessa, i veicoli adibiti al trasporto di linea (autobus) e alle esigenze di servizio delle forze di polizia. © RIPRODUZIONE RISERVATA. Alberto Barbiero

05/11/2019 – Il Fatto Quotidiano
La lotta per le Autorità: capi tecnici e infornata politica

Nomine – Zeno Zencovich e Busia favoriti per Agcom e Privacy
Il giornale in edicola porta la data giusta, però riferisce di una farsa che si protrae da troppi mesi che ormai dà noia. Siamo qui a celebrare i 141 giorni trascorsi dalla scadenza – ampiamente prevedibile – del settennato di Antonello Soro e colleghi da Garante per la Privacy e i 116 giorni dalla conclusione del mandato di Angelo Cardani e commissari in Agcom, l’ Autorità per le comunicazioni. Il gioco vale in ufficio oppure a casa, e si può sommare e contare per settimane ancora perché il Parlamento, per esteso la politica, ha deciso di non decidere, cioè di non votare in aula prima di dicembre, termine ultimo, che poi ultimo mai è, per rinnovare i vertici di Agcom e Privacy. Si tratta di un totale di otto poltrone, da assegnare quattro ciascuna tra Camera e Senato, più il capo di Agcom che viene indicato dal presidente del Consiglio e dal ministro per lo Sviluppo economico e sottoposto al vaglio delle commissioni parlamentari competenti, che esprimono un parere vincolante con una maggioranza di due terzi. Il collegio della Privacy, invece, elegge al suo interno il Garante. A discolpa dei partiti va ascritto il ribaltone di agosto che ha frantumato i faticosi equilibri (leggi, la spartizione) degli alleati gialloverdi e rovesciato il tavolo delle trattative con i Cinque Stelle, il Pd della coppia Zingaretti/Franceschini e Italia Viva di Matteo Renzi ai posti di comando. Il barlume di speranza che s’ accende su dicembre consiste in un prototipo di accordo che rimbalza tra le segreterie dei partiti, i numerosi capigruppo che dovranno istruire i deputati e i senatori, i portavoce delle delegazioni al governo: le presidenze di Agcom e Privacy saranno affidate a tecnici, premura che il Quirinale può apprezzare, e le altre poltrone, sette, saranno distribuite dai politici. Al momento, e schema non può risultare più caduco, Giuseppe Busia è in vantaggio per la Privacy, la stessa Autorità in cui è segretario generale, è sostenuto da Giuseppe Conte e non dispiace a un pezzo dei Cinque Stelle, per un paio di mesi è stato consigliere giuridico proprio del premier; l’ avvocato Vincenzo Zeno Zencovich per l’ Agcom ha un consenso trasversale, che va da Italia Viva a Forza Italia. Ancora per l’ Agcom, di sicuro, uno spazio è riservato al deputato dem Antonello Giacomelli, già sottosegretario al ministero per lo Sviluppo Economico, in sigla Mise, con delega alle Comunicazioni nei governi Renzi e Gentiloni, a lungo in corsa come possibile presidente e supportato dai forzisti e dal politico più influente del Nazareno: il ministro Dario Franceschini. Forza Italia, versione Gianni Letta, spinge per Laura Aria, ex dirigente all’ Agcom rientrata al Mise. Le due seggiole rimanenti all’ Autorità per le Comunicazioni, infine, spettano a Italia Viva e ai Cinque Stelle. Se per il gruppo di Renzi il patto può essere vidimato, la minoranza di Lega e Fratelli d’ Italia può concentrarsi sulla Privacy. Se non vengono convinti da Silvio Berlusconi a non scompaginare i piani all’ Agcom, sempre preziosa per Mediaset, Matteo Salvini e Giorgia Meloni possono tentare di bloccare il giro di poltrone e pretendere di più che un commissario. Quello che resta, e la politica non se ne cura, sono le conseguenze per Privacy e Agcom costrette a lavorare in proroga e, di fatto, sospese. La protezione dei dati personali nell’ epoca dell’ invasione delle multinazionali non merita un po’ di fretta? Oppure le questioni che l’ Agcom deve rimandare – lo sviluppo di Internet 5G , il bando per le frequenze televisive, il passaggio al digitale terrestre di seconda generazione, la legge sulla pubblicità dell’ azzardo – sono questioni marginali? Certo, non sono divertenti e intriganti come la spartizione. Quella sì di rilievo nazionale. Carlo Tecce

05/11/2019 – MF
I casi Ilva e Alitalia fanno tornare la voglia dello Stato padrone

L’ economia italiana è stagnante, la deflazione in aumento e anche l’ industria non si sente tanto bene. Eppure, nonostante gli allarmi sulla gelata d’ autunno, non ultimi quelli rituali di Confindustria, il governo è più alle prese con il solito Zibaldone della manovra di bilancio, le minacce di Renzi, le ripicche di Di Maio, gli altolà dell’ ultimo venuto. E pensare che di argomenti seri da approfondire ce ne sarebbero in abbondanza. L’ Ilva rischia di chiudere il suo altoforno se non verrà inserita nelle clausole d’ acquisto una manleva legale che scarichi dalle responsabilità ogni possibile acquirente, a cominciare da quello attuale, ArcelorMittal, che infatti ha annunciato di voler uscire dall’ investimento. L’ acciaieria di Taranto, la prima in Europa, da sola vale un punto e mezzo di pil e oltre un miliardo di indotto nella provincia pugliese. In ballo ci sono 13 mila posti di lavoro. E un ragionamento analogo si può fare per la crisi dell’ Alitalia, che ancora oggi non è risolta dalla cordata messa in piedi dallo Stato con Atlantia, FS e Delta, anch’ essa intenzionata a mollare in favore di Lufthansa, che vorrebbe però mani libere senza la partecipazione del Tesoro. Anche qui in gioco ci sono moltissimi addetti, circa 12 mila. Il quadro delle grandi emergenze-simbolo del paese, oltre alle oltre 158 crisi aziendali come Whirlpool, che coinvolgono 250 mila lavoratori, si completa con la fusione annunciata tra Fca e Psa, di per sé positiva per affrontare la globalizzazione del settore, ma che dovrebbe portare fuori dall’ orbita italiana le leve del comando, destinazione Parigi. In quest’ ultimo caso, nonostante le rassicurazioni del Lingotto, quelle del premier Conte e del ministro dell’ Economia Gualtieri, c’ è una naturale apprensione per la sorte di parte dei quasi 30 mila dipendenti della Fiat in Italia e di alcuni stabilimenti, visto che l’ Eliseo ha già fatto sapere che in Francia verrà comunque salvaguardata l’ occupazione. Tra Alitalia, Ilva e Fca, sono insomma oltre 50 mila le unità lavorative coinvolte e almeno altrettanto quelle dell’ indotto. L’ assenza di una politica industriale non solo le mette alla mercé degli eventi ma allontana ogni possibile investitore estero, in un momento in cui con i tassi a zero e l’ enorme liquidità in circolazione ci sarebbero invece le condizioni per rilanciare l’ economia. Servirebbe, se non proprio il ritorno dello stato padrone modello Francia, almeno il recupero di una cultura dell’ impresa che manca ormai da troppi anni, sostituita da una suicida politica del laissez faire o peggio, della decrescita. (riproduzione riservata) ROBERTO SOMMELLA

04/11/2019 – Affari & Finanza
Infrastrutture: l’ Italia divisa in due l’ incapacità di spesa condanna il Sud

Lo studio
marco ruffolo, roma La Banca d’ Italia fotografa il gap del Paese nei settori chiave della mobilità Abbiamo regioni che sono anche sopra la media Ue, ma il Mezzogiorno resta indietro. Nonostante la grande disponibilità di fondi T redici regioni italiane, più la provincia di Bolzano, hanno strade, ferrovie e aeroporti così insufficienti – qualitativamente e quantitativamente – da rendere le loro città e i loro paesi molto meno accessibili della media delle regioni europee. In questa lista nera dei trasporti c’ è tutto il Mezzogiorno al completo, ma non solo. La mobilità resta sotto la media Ue anche per Marche e Umbria nelle province appenniniche del Centro Italia, e per Friuli Venezia Giulia, Alto Adige e Val d’ Aosta al Nord. Ma il ritardo maggiore si registra al Sud e nelle Isole. Non a caso la maggior parte dei fondi europei e del fondo sviluppo e coesione destinati a quell’ area (rispettivamente il 38,7 e il 51,6%) hanno come obiettivo la creazione di infrastrutture. Il problema è che le amministrazioni del Sud non riescono a spendere quelle risorse. E ultimamente i pagamenti per la realizzazione delle opere nelle regioni meridionali si sono ridotti. Questo è il quadro che emerge dallo studio della Banca d’ Italia “L’ economia delle regioni italiane: dinamiche recenti e aspetti strutturali”, che sarà presentato il 7 novembre a Milano. Il divario con l’ Europa assume proporzioni clamorose in quattro regioni meridionali: Sardegna, Sicilia, Basilicata e Calabria. La prima presenta una accessibilità dei trasporti (calcolata in base ai tempi di collegamento) inferiore di circa il 75% rispetto alla media Ue. In Sicilia e Basilicata il ritardo è intorno al 65%, in Calabria del 60. Quello che colpisce è la forte differenziazione della mobilità (su strada, ferrovie e rotte aeree) all’ interno del territorio nazionale. Accanto alle 14 aree sottoinfrastrutturate, ci sono infatti 7 regioni che superano la media Ue: Lazio, Lombardia, Emilia Romagna, Piemonte, Veneto, Toscana e Liguria. Ossia i loro territori sono più accessibili di quanto lo siano in media le regioni del resto d’ Europa. Le prime tre di oltre il 40%. Per l’ alta velocità ferroviaria, le cose peggiorano ulteriormente perché la quasi totalità delle regioni italiane (ad eccezione di Lazio, Toscana ed Emilia Romagna) sono sotto la media europea. Rispetto alla dotazione infrastrutturale nazionale nel campo dei trasporti, è sempre il Nord (con le eccezioni che abbiamo visto), accompagnato dal Lazio, a presentare livelli superiori. Sotto la media resta invece tutto il Sud, con l’ eccezione della Puglia soprattutto per quel che riguarda la rete stradale. Come reagiscono le amministrazioni dei territori più svantaggiati a questo ritardo strutturale? Risulta fin troppo chiaro dalla ricerca di Bankitalia che esse non si trovano di fronte a un problema di risorse insufficienti, come dimostrano le disponibilità sia dei Fondi europei – quello di sviluppo regionale e quello socialesia del fondo sviluppo e coesione, destinati in via prioritaria al Sud. Inoltre, mentre nel Centro-Nord quelle risorse si concentrano sull’ acquisto di beni e servizi, nel Sud prevale l’ obiettivo di realizzare infrastrutture, in particolare quelle di trasporto che rappresentano un quarto dei soldi impegnati. Non a caso l’ entità media degli investimenti è molto maggiore al Sud: al Centro-Nord un quinto delle risorse riguarda interventi di importo inferiore a 100 mila euro; nelle regioni meridionali oltre la metà dei fondi è su progetti di importo superiore ai 5 milioni. Dunque, sul piano strettamente finanziario, ci sarebbero tutte le premesse perché si avvii finalmente un riequilibrio all’ interno del territorio nazionale. Ma qui entra in gioco il grado di capacità amministrativa delle regioni del Mezzogiorno. “I progetti conclusi o prossimi alla conclusione – dicono gli economisti della Banca d’ Italia – incidono per più del 20% delle risorse al Centro-Nord, poco più del 7% nel Sud”. E: “Nel 2018 i pagamenti per la realizzazione di opere pubbliche si sono ridotti nelle regioni meridionali dopo essere saliti nel 2017”. Eppure, se c’ è un fattore esterno che incide positivamente sulla produttività delle imprese di un determinato territorio, questo è proprio costituito dall’ entità e dalla qualità degli investimenti infrastrutturali pubblici. A cominciare dai trasporti, come dimostra un altro recente studio della stessa Banca d’ Italia che stima l’ impatto che la spesa del Fondo europeo per lo sviluppo regionale ha avuto tra il 2007 e il 2015 sulla produttività delle imprese manifatturiere meridionali. L’ impatto è senz’ altro positivo, mentre non si nota un apprezzabile aumento della produttività locale se invece di avviare gli investimenti pubblici si ricorre ad incentivi alle imprese, “probabilmente – spiega Bankitalia – anche per l’ assenza di ricadute positive delle imprese beneficiarie a quelle non beneficiarie, o per effetti di spiazzamento sugli investimenti di queste ultime”. Altrettanto priva di effetti positivi risulta la spesa per acquisti di beni e servizi della pubblica amministrazione. Dunque, la strada delle infrastrutture pubbliche resta quella preferibile, soprattutto al Sud. Ma lo stesso studio ci dice anche che l’ impatto di questo tipo di spesa sulla produttività è evidente e marcato lì dove esiste una “migliore qualità istituzionale”. Eccoci arrivati al punto dolente: la qualità dell’ azione pubblica, che nel confronto con gli altri Paesi europei proietta l’ Italia al terzultimo posto. L’ indice rappresenta un mix fra tre sotto- indicatori: qualità dell’ offerta di servizi pubblici locali, imparzialità dell’ agire pubblico e assenza di corruzione. E va da zero a 100. Il rating del nostro Paese è appena superiore a 30. Danimarca, Finlandia, Svezia e Olanda occupano – come era prevedibile – le primissime posizioni. Francia e Germania si posizionano tra 60 e 70. Ma all’ interno del già bassissimo dato medio nazionale, si nasconde una fortissima differenziazione con il Nord che surclassa il Sud restando abbondantemente sopra quel rating di 30 (Bolzano e Trento rasentano 60). Campania e Calabria segnano un indice di appena 10. Puglia, Sicilia e Basilicata sono intorno a 20. In questa situazione, si può capire perché, nonostante i massicci sforzi finanziari assicurati dalle risorse europee, i progetti infrastrutturali nel Mezzogiorno restano al palo, perché lo stanziamento di fondi non si traduce, se non in minima parte, in apertura dei cantieri. ©RIPRODUZIONE RISERVATA.

03/11/2019 – Il Fatto Quotidiano

Tav Brescia-Verona, la gara d’appalto è andata deserta. L’urgenza per le grandi opere è solo politica

  1. Balotta

Quante volte abbiamo sentito la cantilena dei cantieri bloccati e paralizzati dalla burocrazia, delle opere (possibilmente “grandi”) da far partire quanto prima per sviluppare l’occupazione e rilanciare l’economia del Paese ferma da molto tempo? In alcuni casi, però, tutta questa urgenza non sembra proprio esserci.

Prendiamo quello della Tav Brescia-Verona: pochi giorni fai il bando da 205 milioni di euro pubblicato dalla società appaltatrice, il Consorzio Cepav 2, è andato deserto. Nessun gruppo, italiano o straniero, ha presentato un’offerta. Sorprendente, così come il constatare che ad avere fretta di aprire i cantieri sembra essere solo la politica, e non le grandi imprese di costruzione. Alle quali, una volta che si sono aggiudicate le grandi commesse dallo Stato (la Brescia-Verona fu assegnata – senza gara – nel 1991, come tutte le altre tratte Tav), sembra non interessare molto della situazione di crisi delle imprese subappaltatrici.

Eppure Pizzarotti, l’azionista e partner operativo del consorzio Cepav 2 (a cui partecipa con il 27% delle quote, assieme a Saipem con il 59% e Imc Maltauro con il 13%), aveva minacciato di chiedere i danni al ministero dei Trasporti per i ritardi che, a suo giudizio, sarebbero derivati dall’attesa dei risultati dell’analisi costi-benefici, eseguita dalla struttura di missione del ministero. Analisi che aveva dato esito negativo, prevedendo una perdita netta di 2,4 miliardi di euro che renderebbe la Brescia-Verona-Padova una delle opere con i più alti costi per chilometro realizzato.

E ora questo nuovo ritardo per la mancanza di partecipanti al bando a chi dovrà essere messo in conto? A Cepav 2? Quel che è certo è che partirà un ennesimo contenzioso che minaccia di aumentare ancora il costo dell’opera. Una vera e propria contrattazione sulla base d’asta, come già avvenuto sulle altre tratte Tav, che hanno fatto lievitare i costi pubblici e portare la spesa fuori controllo pur di concludere (sempre in ritardo) i lavori. Ma davvero bisogna continuare così? Oppure la spending review può finalmente partire?

Ad andare deserto è stato il bando relativo alla galleria di Lonato (lunga 5 chilometri), il lotto più complesso della tratta: ciò causerà sarà uno slittamento nell’inizio dei lavori di almeno otto mesi. Un rinvio che ero potrebbe ottenere un imprevisto effetto positivo: rivedere un progetto vecchio di venti anni trasformandolo da linea Av a quadruplicamento veloce dei binari con fermata sul Garda (primario bacino turistico): l’unico modo per rendere utile l’infrastruttura sia ai treni veloci che a quelli merci, senza lasciare fuori – come al solito – i pendolari.

Quel che appare chiaro, in ogni caso, è che non c’è “sblocca cantieri” che tenga: gli impedimenti alle grandi opere derivano dall’utilizzo di meccanismi di gara obsoleti, incapaci di velocizzare la realizzazione, facendo ricadere i ritardi e le varianti in corso d’opere sulle spalle delle casse pubbliche. Invece di adottare regole chiare, semplici e veloci come quelle di altri paesi europei che hanno recepito gli indirizzi dell’Unione europea sugli appalti, l’Italia continua a mostrare gravi carenze di trasparenza e a essere vulnerabile di fronte a fenomeni di corruzione, grazie a norme che premiano il contenzioso tra imprese e stazione appaltante piuttosto che disincentivarlo.

04/11/2019 – Il Sole 24 Ore
Scadenze sprint sui progetti: richieste entro il 15 gennaio

MANOVRA/1
Se le domande superano le risorse, corsia preferenziale per chi ha più fondo cassa Dalla legge di Bilancio 85 milioni nel 2020, 128 nel 2021 e 170 nel 2022
È il fondo sviluppo capacità progettuale la novità di interesse immediato per i Comuni nella legge di Bilancio 2020 (Sole 24 Ore di venerdì scorso). Per favorire gli investimenti e finanziare la spesa di progettazione definitiva ed esecutiva per interventi di messa in sicurezza del territorio a rischio idrogeologico, di messa in sicurezza ed efficientamento energetico delle scuole, degli edifici pubblici e del patrimonio comunale, e per la messa in sicurezza di strade sono previsti contributi soggetti a rendicontazione per 85 milioni di euro nell’ anno 2020, con stanziamenti crescenti negli anni successivi (128 nel 2021, 170 nel 2022 e 200 milioni l’ anno dal 2023 al 2034). Per accedere al fondo i Comuni dovranno richiedere il contributo al ministero dell’ Interno, entro il termine perentorio del 15 gennaio dell’ esercizio di riferimento del contributo. La domanda dovrà contenere le informazioni riferite al livello progettuale per il quale si chiede il contributo, il codice unico di progetto (Cup) dell’ opera che si intende realizzare; le informazioni necessarie per permettere il monitoraggio complessivo degli interventi. Ciascun Comune potrà inviare fino a un massimo di tre richieste di contributo per la stessa annualità e la progettazione dovrà riferirsi, nell’ ambito della pianificazione comunale, a un intervento compreso negli strumenti programmatori del Comune o in altro strumento di programmazione. Entro il 28 febbraio il ministero dell’ Interno, di concerto con il Mef, determinerà l’ ammontare del contributo attribuito a ciascun Comune. L’ assegnazione terrà conto del seguente ordine di priorità: messa in sicurezza del territorio a rischio idrogeologico; messa in sicurezza di strade, ponti e viadotti; messa in sicurezza ed efficientamento energetico degli edifici, con precedenza per quelli scolastici, e di altre strutture di proprietà dell’ ente. In caso di risorse insufficienti l’ attribuzione sarà effettuata a favore dei Comuni che presentano la maggiore incidenza del fondo di cassa sul risultato di amministrazione. Le informazioni sul fondo di cassa e sul risultato di amministrazione sono desunte dal prospetto dimostrativo allegato al rendiconto della gestione trasmesso alla banca dati delle amministrazioni pubbliche (Bdap). Gli enti devono fare attenzione al rispetto degli obblighi di invio dei bilanci alla Bdap, perché la norma prevede l’ esclusione delle richieste di contributo effettuate dai Comuni che alla data di presentazione dell’ istanza (entro il 15 gennaio) non hanno ancora trasmesso i documenti contabili riferiti all’ ultimo rendiconto della gestione approvato. Per i Comuni per i quali sono sospesi per legge i termini di approvazione del rendiconto, le informazioni sono desunte dall’ ultimo consuntivo trasmesso alla Bdap. Il Comune beneficiario del trasferimento deve affidare la progettazione entro tre mesi dall’ assegnazione. In caso contrario, il Ministero recupererà il contributo. Per il controllo delle attività di progettazione e dei relativi adempimenti si ci avvarrà del sistema di monitoraggio delle opere pubbliche previsto dal Dlgs 229/2011, dove il contributo sarà classificato come «Sviluppo capacità progettuale dei Comuni». L’ affidamento della progettazione sarà verificato attraverso le informazioni correlate al codice identificativo di gara (Cig). Infine è previsto anche un controllo a campione da parte del ministero delle Infrastrutture, in collaborazione con il ministero dell’ Interno. Nel piatto investimenti di cui si potrà beneficiare già dal 2020 ci sono anche mezzo miliardo all’ anno, fino al 2024, per le opere comunali che puntano all’ efficientamento energetico, all’ illuminazione pubblica e al trasporto sostenibile e 100 milioni aggiuntivi fino al 2022 (che diventano 250 dal 2020 al 2034) per la manutenzione straordinaria delle strade e l’ efficientamento energetico delle scuole di Province e Città metropolitane. © RIPRODUZIONE RISERVATA. Patrizia Ruffini

05/11/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Alta velocità Firenze, positiva l’analisi costi-benefici sul sottoattraversamento ma il giudizio non è assoluto

Al. Le.

La stazione circondaria o il people mover sono necessari per mitigare parzialmente l’effetto negativo sui viaggiatori toscani

Il ministero delle Infrastrutture ha pubblicato l’analisi costi-benefici relativa al progetto di sottoattraversamento dell’Alta velocità di Firenze. L’intervento risulta vantaggioso perché, nonostante i gravi aumenti di costo generalizzato a carico dei passeggeri verso Firenze e la Toscana, riduce il tempo di viaggio di una rilevante quantità di domanda sulle relazioni nord-sud (in particolare Triveneto – Sud).

Anche l’aumento di offerta regionale e soprattutto metropolitana genera un importante beneficio. Non sono stati compresi i benefici di regolarità, che migliorerebbero ulteriormente le performance. Tuttavia, non sono state valutate alternative e dunque il giudizio positivo sull’opera non può essere assoluto. La stazione circondaria o il people mover sono necessari per mitigare parzialmente l’effetto negativo sui viaggiatori toscani (che consisterà anche in una perdita netta di viaggiatori). Al contrario, lo spostamento solo parziale da Santa Maria Novella a Belfiore, mitiga l’effetto negativo per i fiorentini (ma non necessariamente per i toscani), ma perde molti dei benefici dell’opera riconducibili alle altre due componenti di domanda: i passanti Av e soprattutto gli utenti del servizio regionale-metropolitano.

Il documento, commissionato e concluso durante il mandato dell’ex ministro delle Infrastrutture, Danilo Toninelli, e stilata dal gruppo di lavoro coordinato dal professor Marco Ponti, è interamente disponibile sul sito del ministero delle Infrastrutture.

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01/11/2019 – Italia Oggi
Appalti e compensazioni piatto forte del decreto fiscale

parla Carla Ruocco, relatore del provvedimento
Al lavoro su ritenute, divieto di compensazioni e rientro dei capitali. Il decreto fiscale è aperto a modifiche, che non ne snaturino il ruolo, di provvedimento in cui gioca un ruolo importante il recupero di gettito dal contrasto di evasione. Un ruolo strategico lo giocheranno anche coloro che saranno ascoltati in commissione finanze che porteranno dunque il loro contributo alla struttura del testo di legge che dovrà essere approvato in tempi abbastanza stretti considerato che l’ aula dovrà votarlo a partire dal 25 novembre prossimo. È questa la road map del relatore del provvedimento Carla Ruocco, presidente della commissione finanze che apre anche a una valutazione sulla normativa del rientro dei capitali: «La manovra dovrà mantenere la sua coerenza con l’ obiettivo del contrasto all’ evasione», dichiara a ItaliaOggi Carla Ruocco, trovando, però nelle modifiche una base comune di intervento. Domanda. Quali sono i margini di intervento sulle modifiche al decreto fiscale? Risposta. Abbiamo buoni margini di lavoro per apportare le modifiche necessarie. Per questa ragione abbiamo previsto un nutrito ciclo di audizioni che non saranno semplici sfilate. La nostra intenzione e di ascoltare i rappresentanti chiamati alle audizioni e lavorare sul confronto che emergerà D. Le norme sul divieto di compensazioni e la stretta sugli appalti con nuovi aggravi stanno creando preoccupazione e malumori nei contribuenti che si trovano con nuovi adempimenti da affrontare, cosa possono aspettarsi? R. Sicuramente le misure sono sotto attenzione ma è anche fondamentale non modificare i saldi del provvedimento. Il nostro obiettivo sarà quello di conciliare gli interventi con la possibilità di semplificare la vita per coloro i quali lavorano onestamente. D. C’ è una qualche disposizione per cui sta preparando dei suoi emendamenti? R. Preferisco attendere cosa emergerà dalle audizioni anche se sto seguendo l’ evoluzioni su divieto di compensazioni e appalti. D. La riforma tributaria penale inserita nel decreto fiscale interviene in maniera rigorosa su molti aspetti dell’ ordinamento. È possibile ipotizzare accanto a questa riforma importante una riapertura della finestra sul rientro dei capitali (voluntary disclosure)? R. Settimana prossima inizieremo le audizioni con il ministro dell’ economia Roberto Gualtieri, la manovra dovrà essere coerente con l’ obiettivo del recupero del gettito dal contrasto all’ evasione. Senza sconfessare dunque i principi alla base della manovra si valuteranno le posizioni su cui discutere. © Riproduzione riservata. CRISTINA BARTELLI

01/11/2019 – Italia Oggi
Appalti, da gennaio nuove soglie

ItaliaOggi anticipa i nuovi valori decisi dalla Commissione per lavori, forniture e servizi
Si abbassano i limiti oltre cui scatta la gara europea
Dal 1° gennaio 2020 verranno abbassate le soglie di rilevanza comunitaria per l’ aggiudicazione degli appalti. Si tratta delle soglie al di sopra delle quali si applica la legislazione europea in materia di appalti pubblici, che saranno modificate e differiranno per le autorità centrali e per quelle subcentrali. Secondo quanto hanno rivelato a ItaliaOggi fonti della commissione europea, per la partecipazione agli appalti nei settori ordinari e in quelli speciali le soglie passeranno dalle attuali 5,548 milioni di euro a 5,35 milioni di euro. La soglia di riferimento per gli appalti nei settori speciali, nello specifico per la fornitura di servizi e di progettazione, passerà dagli attuali 443 mila euro a 428 mila euro. La necessità di procedere a un aggiornamento dei limiti di gara era stato già annunciato dalla Commissione europea con il documento Ue, datato 28 febbraio 2018, dal titolo: «Orientamenti in materia di appalti pubblici per professionisti che si evince la modifica biennale delle le soglie Ue. Nuove soglie per partecipare agli appalti Ue. Le nuove soglie che dovrebbero entrare in vigore il 1 gennaio 2020 resterebbero in vigore un biennio. E dovrebbe confluire in una serie regolamenti che verranno pubblicati prima della fine dell’ anno nella Gazzetta Ufficiale dell’ Unione Europea. Le nuove soglie in vigore dal 1° gennaio 2020 sono le seguenti: per la partecipazione agli appalti nei settori ordinari e in quelli speciali le soglie passeranno dagli attuali 5,548 milioni di euro a 5,35 milioni di euro ; per la partecipazione agli appalti pubblici di forniture, di servizi e per i concorsi pubblici di progettazione aggiudicati dalle autorità governative centrali le soglie aumenteranno dagli attuali 144 mila euro a 139 mila euro. Due categorie di amministrazioni. Due sono le categorie di amministrazioni aggiudicatrici in maniera da differenziare le autorità governative centrali (organismi pubblici nazionali) e le amministrazioni aggiudicatrici subcentrali operanti a livello regionale e locale. Queste due categorie incidono principalmente sulle soglie di applicazione delle direttive. La soglia e più elevata per le amministrazioni aggiudicatrici subcentrali nei casi di appalti pubblici di forniture e nella maggior parte degli appalti pubblici di servizi. © Riproduzione riservata CINZIA DE STEFANIS

01/11/2019 – Italia Oggi
Dal 2022 nuovi formulari online per le gare

Lo prevede un regolamento sulla Gazzetta Ue. I nuovi eForms utilizzabili per gli appalti da 1,5 mln in su
Dal 14 novembre 2022 nuovi formulari elettronici per partecipare agli appalti pubblici Ue. Da questa data, le informazioni online sugli appalti pubblici e sui contratti saranno più chiare e accessibili. Ciò renderà la vita più facile per le aziende alla ricerca di opportunità commerciali e renderà la spesa pubblica più trasparente per i cittadini. Tutto questo lo prevede il regolamento Ue del 23 settembre 2019 1780/2019 (pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale dell’ Unione Europea del 25 ottobre 2019, n. legge 272/7) con il quale la Commissione Ue ha adottato nuove norme sugli eForm, che sono avvisi di appalto digitale. Gli eForms verranno utilizzati in contratti pubblici di grandi dimensioni per un valore di circa 500 miliardi di euro e possono anche essere utilizzati in contratti più piccoli per un valore fino a 1,5 milioni di euro. Gli avvisi in formato elettronico. I nuovi modelli di formulari da utilizzare da parte delle imprese per la pubblicazione degli avvisi e dei bandi nella Gazzetta Ufficiale dell’ Unione Europea sono i seguenti: – formulario di programmazione; – formulario di gara; – formulario di preavviso di aggiudicazione diretta; – formulario di comunicazione dei risultati; – formulario di modifica dell’ appalto. Documento di gara unico europeo.Dal 18 ottobre 2019 è entrato in vigore il documento di gara unico europeo in formato elettronico per partecipare agli appalti Ue. Il Dgue è fornito, sotto forma elettronica, dalla Commissione europea attraverso il servizio di compilazione e riutilizzo del Dgue. Il documento di gara unico europeo (Dgue) è stato adottato con il regolamento di esecuzione della Commissione 2016/17. Si tratta di un’ autodichiarazione dell’ impresa sulla propria situazione finanziaria, sulle proprie capacità e sulla propria idoneità per una procedura di appalto pubblico. È disponibile in tutte le lingue dell’ Ue e si usa per indicare in via preliminare il soddisfacimento delle condizioni prescritte nelle procedure di appalto pubblico nell’ Ue. L’ art. 59 della direttiva 2014/24/Ue consente alle autorità appaltanti di accettare il Dgue da un operatore economico come prova preliminare per dimostrare che non rientra nei casi di esclusione e che rispetta i rilevanti criteri di selezione. Stesura dei documenti per partecipare agli appalti. La stesura dei documenti di gara e un passaggio cruciale nella procedura di appalto. Si tratta del modo in cui l’ amministrazione aggiudicatrice spiegherà al mercato le sue esigenze, nonché i suoi obiettivi e requisiti corrispondenti, in particolare a coloro che sono interessati a partecipare alla gara d’ appalto. Il numero e la natura dei documenti di gara dipendono dal tipo di procedura che e stata selezionata. Tuttavia, nella maggior parte dei casi, il fascicolo dell’ appalto includerà gli elementi riportati qui di seguito: – invito a presentare offerte o invito alla preselezione; – bando di gara; – specifiche tecniche. © Riproduzione riservata. MARCO OTTAVIANO

01/11/2019 – Italia Oggi
La gara unitaria aggiudica tutti i lotti a un concorrente

Delibera Anac a garanzia della concorrenza tra i partecipanti
Con una gara unitaria è impossibile aggiudicare autonomamente i singoli lotti. Lo ha precisato l’ Anac con la deliberazione n. 893 del 2 ottobre 2019 rispetto ad una clausola di un bando in cui era previsto che ciascun concorrente potesse presentare un’ offerta per un numero massimo di otto lotti, con un limite di quattro aggiudicabili e con la precisazione che, in caso di partecipazione ad un numero maggiore di lotti rispetto a quanto consentito, la domanda si sarebbe considerata come presentata per gli otto lotti di maggiore dimensione. Nella delibera si richiama l’ orientamento consolidato della giurisprudenza secondo cui la possibilità di aggiudicare autonomamente i singoli lotti è incompatibile con la configurazione di una gara unitaria poiché le singole procedure di aggiudicazione sono dirette a tanti contratti di appalto quanti sono i lotti. Pertanto, se ciascun lotto può essere aggiudicato a concorrenti diversi, non ci si troverebbe di fronte ad un appalto unitario e se non vi fosse appalto unitario non vi potrebbe essere unicità della gara. Il carattere non unitario della gara suddivisa in più lotti comporta quindi che il bando di gara si configura quale «atto ad oggetto plurimo, nel senso che contiene le disposizioni per lo svolgimento non di un’ unica gara finalizzata all’ affidamento di un unico contratto, bensì quelle per l’ indizione e la realizzazione di tante gare contestuali quanti sono i lotti cui sono connessi i contratti da aggiudicare». La giurisprudenza, ha affermato l’ Anac, giunge inoltre a ritenere che il reciproco condizionamento tra le aggiudicazioni dei vari lotti (come, nel caso in esame, il divieto di aggiudicazione di più di quattro lotti alla medesima impresa) «non comporta il venir meno dell’ autonomia di ciascuna procedura selettiva, volta all’ affidamento del singolo lotto, in quanto detta prescrizione del disciplinare incide solo ex post, successivamente all’ apertura delle offerte, e quindi dopo la redazione delle distinte graduatorie». Sotto altro profilo e con riferimento a questa tipologia di gare, la delibera ha precisato che la pluralità di lotti, e la conseguente pluralità di gare, non consente di riconoscere, ai fini del divieto alla partecipazione a più lotti, la rilevanza dei collegamenti societari tra i diversi operatori economici partecipanti ai diversi lotti, così come previsto dall’ art. 80, comma 5, lett. m), nel caso di partecipanti alla stessa gara. Questo perché, «se la ratio della norma in esame [a codice vigente, art. 80, comma 5, lett. m)] risiede nell’ esigenza di garantire un’ effettiva e leale competizione tra gli operatori economici attraverso l’ imposizione di un limite alla partecipazione alle gare a tutte quelle imprese le cui offerte si rivelino in concreto espressione di un unico centro decisionale, e quindi, come tali, idonee a condizionare il confronto concorrenziale, è evidente che la mancanza di autonomia nella formulazione delle offerte può assumere rilievo, ai fini concorrenziali al cui presidio la norma è rivolta, unicamente nelle ipotesi in cui le offerte, provenienti da un unico centro decisionale, siano volte ad ottenere l’ aggiudicazione della medesima gara, essendo solo in tali casi le offerte non formulate in modo autonomo e indipendente idonee a falsificare il confronto concorrenziale». © Riproduzione riservata.

04/11/2019 – Italia Oggi Sette
Appalti, uno scudo sull’ erario

Stretta contro gli omessi versamenti. Previsto il pagamento diretto delle imprese esecutrici
Spetta al committente-sostituto corrispondere le ritenute
Tutelare l’ erario nei confronti dell’ omesso versamento di ritenute fiscali da parte di imprese appaltatrici e subappaltatrici, o comunque impiegate nell’ esecuzione di opere e servizi. Con questo intento, con l’ art. 4 del decreto fiscale collegato alla manovra di bilancio 2020 (dl n. 124/2019, pubblicato sulla G.U. del 26 ottobre ed entrato in vigore il 27 ottobre scorso), si introduce il nuovo art. 17-bis al dlgs n. 241/1997. In estrema sintesi viene previsto un meccanismo che circoscrive le responsabilità del committente, limitandole a quelle derivanti dall’ omesso o tardivo versamento delle ritenute fiscali effettivamente subite dal lavoratore e garantendo che la provvista per il versamento delle stesse venga messa a disposizione dal datore di lavoro, ovvero possa essere rinvenuta nei corrispettivi già dovuti dal committente all’ impresa affidataria del lavoro. La misura si inserisce tra quelle di contrasto all’ evasione fiscale, ed è volta a evitare ciò che nella realtà lavorativa degli appalti spesso avviene, ossia, come spiega anche la relazione illustrativa al decreto, che «in caso di assegnazione di appalti pubblici o privati a soggetti scarsamente patrimonializzati, gli stessi utilizzino come modalità per comprimere il prezzo offerto, la sistematica omissione dei versamenti dovuti per le ritenute di lavoro dipendente o assimilato. Il fenomeno talune volte vede la costituzione da parte di soggetti privati interessati a fruire delle prestazioni di lavoro, di sodalizi in forma cooperativa o comunque societaria, strumentali all’ evasione delle ritenute fiscali». È così stabilito che in tutti i casi in cui un committente affidi a un’ impresa l’ esecuzione di un’ opera o di un servizio, il versamento delle ritenute fiscali venga effettuato dal committente, laddove il committente sia un sostituto di imposta residente in Italia ai fini delle imposte sui redditi. L’ obbligo riguarda tutte le ritenute fiscali operate dall’ impresa appaltatrice o affidataria e dalle imprese subappaltatrici, nel corso di durata del contratto, sulle retribuzioni erogate al personale direttamente impiegato nell’ esecuzione delle opere o dei servizi affidati. Sarà l’ impresa appaltatrice o affidataria e l’ impresa subappaltatrice a versare al committente, l’ importo corrispondente all’ ammontare complessivo delle ritenute. Ciò dovrà avvenire con almeno 5 giorni lavorativi di anticipo rispetto alla scadenza del versamento stesso, su specifico conto corrente bancario o postale comunicato dal committente stesso all’ impresa affidataria o appaltatrice e da quest’ ultima alle imprese subappaltatrici (comma 3). Il committente a sua volta effettuerà il versamento delle ritenute senza possibilità di utilizzare in compensazione eventuale crediti d’ imposta, entro il termine previsto e indicando nella delega di pagamento il codice fiscale del soggetto per conto del quale il versamento è eseguito. Le imprese appaltatrici e subappaltatrici restano, in ogni caso, responsabili per la corretta determinazione delle ritenute e per la corretta esecuzione delle stesse, nonché per il versamento, senza possibilità di compensazione, laddove entro il predetto termine di 5 giorni non abbiano provveduto all’ esecuzione del versamento al committente o non abbiano trasmesso la richiesta di cui al comma 6 del medesimo art. 4 in commento e non abbiano trasmesso allo stesso i dati di cui al comma 5 (si veda tabella). Nulla vieta alle imprese, affidatarie e subappaltatrici di eseguire direttamente il versamento delle ritenute comunicando al committente tale opzione entro il termine di cui al comma 3 allegando una certificazione dei requisiti qualora nell’ ultimo giorno del mese precedente a quello della citata scadenza: a) risultino in attività da almeno cinque anni ovvero abbiano eseguito nel corso dei due anni precedenti complessivi versamenti registrati nel conto fiscale per un importo superiore a 2 milioni di euro; b) non abbiano iscrizioni a ruolo o accertamenti esecutivi affidati agli agenti della riscossione relativi a tributi e contributi previdenziali per importi superiori a 50.000,00 euro, per i quali siano ancora dovuti pagamenti o per i quali non siano stati accordati provvedimenti di sospensione. Nell’ ambito della disposizione normativa è altresì stabilito che per le imprese appaltatrici o affidatarie e le imprese subappaltatrici, è preclusa la possibilità di avvalersi dell’ istituto della compensazione quale modalità di estinzione delle obbligazioni relative a contributi previdenziali e assistenziali e premi assicurativi obbligatori, maturati in relazione ai dipendenti. Tale esclusione opera con riguardo a tutti i contributi previdenziali, assistenziali e premi assicurativi maturati nel corso di durata del contratto, sulle retribuzioni erogate al personale direttamente impiegato nell’ esecuzione delle opere o dei servizi affidati. © Riproduzione riservata. PAGINA A CURA DI PASQUALE PIRONE

05/11/2019 – Italia Oggi
Appalti, dal 2020 soglie più basse per la gara Ue

Ora è ufficiale. Dal 1° gennaio 2020 le soglie europee degli appalti pubblici si abbasseranno. Le disposizioni saranno immediatamente applicabili negli stati membri dell’ Unione e non richiederanno nuove regole per il loro recepimento negli ordinamenti interni. Tutto questo lo prevedono i regolamenti Ue del 30 ottobre 2019 nn. 1828 e 1829 (pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale dell’ Unione europea L 279 del 31 ottobre 2019); provvedimenti che abbassano le soglie comunitarie e sottrarranno un certo numero di gare dal raggio delle procedure semplificate (si veda ItaliaOggi del 1° novembre 2019). Per l’ affidamento degli appalti di lavori, la soglia europea si scende da 5.548.000 euro a 5.350.000 euro. Il limite è lo stesso sia per i settori ordinari sia per quelli speciali e le concessioni. La soglia passa da 221 mila euro a 214 mila euro per gli appalti di servizi e forniture aggiudicati da amministrazioni che non sono autorità governative centrali. Si tratta della maggior parte dei casi in cui ricadono le gare di progettazione. Per gli appalti di servizi e forniture, in cui rientrano le gare per l’ affidamento dei servizi di ingegneria e architettura, banditi dalle autorità governative centrali, la soglia europea scende da 144 mila euro a 139 mila euro. Con le nuove soglie alcuni appalti, fino ad ora gestiti con la procedura negoziata, dovranno seguire la procedura ordinaria. © Riproduzione riservata.

05/11/2019 – Italia Oggi
Appalti, reverse charge con versamento ritenute

Reverse charge con obbligo di versamento delle ritenute fiscali da parte del committente residente nel territorio dello Stato sulle retribuzioni corrisposte ai lavoratori direttamente impiegati nell’ ambito delle prestazioni per l’ esecuzione dell’ opera. È quanto emerge dall’ art. 4 del dl 124/2019 (decreto fiscale) che modifica le norme in materia di appalti (art. 17 bis, dlgs 241/97) per contrastare la somministrazione di manodopera illecita. A decorrere dall’ 1/1/2020 sarà onere della committente, in qualità di sostituto di imposta, il versamento delle ritenute fiscali trattenute dall’ impresa appaltatrice o affidataria e dalle altre imprese subappaltatrici, ai lavoratori direttamente impiegati nell’ esecuzione dell’ opera o del servizio. Il secondo comma dell’ art. 4 specifica che il suddetto obbligo è relativo a tutte le ritenute fiscali operate dall’ impresa appaltatrice o affidataria e dalle altre imprese subappaltatrici, nel corso di durata del contratto, sulle retribuzioni erogate al personale direttamente impiegato nell’ esecuzione delle opere e dei servizi affidati. I commi 3 e 5 dell’ art. 4, prevedono che gli importi relativi alle ritenute da versare devono essere trasferiti dalle imprese esecutrici, su uno specifico conto corrente bancario o postale del committente, con almeno 5 giorni lavorativi precedenti alla scadenza prevista per il versamento ( ovvero il giorno 16 di ogni mese). Entro lo stesso termine, al fine di consentire al committente il riscontro dell’ ammontare complessivo degli importi ricevuti con le trattenute effettuate dalle imprese, queste devono trasmettere tramite posta elettronica certificata al committente, e per le imprese subappaltatrici, anche all’ impresa appaltatrice: a) un elenco di tutti i lavoratori impiegati nel mese precedente direttamente nell’ esecuzione dell’ opera affidata dal committente, con ore lavorate, retribuzione corrisposta e ritenute fiscali eseguite nel mese precedente, con separata indicazione di quelle relative alla prestazione affidata dal committente; b) i dati utili alla compilazione delle deleghe di pagamento necessarie all’ effettuazione dei versamenti delle ritenute; c) i dati identificativi del bonifico effettuato. Le aziende appaltatrici e subappaltartici restano responsabili per la corretta determinazione ed esecuzione delle ritenute ed per il mancato versamento al committente della provvista o di omissione di dati necessari al versamento. Invece, i committenti sono responsabili per il tempestivo versamento delle ritenute effettuate dalle imprese appaltatrici e subappaltatrici entro il limite della somma dell’ ammontare dei bonifici ricevuti entro il termine di cui al comma 3, per non aver comunicato i dati del conto corrente in cui ricevere le somme o per aver eseguito pagamenti a favore delle imprese affidatarie senza trattenere gli importi da destinare al versamento delle ritenute. Per quanto riguarda le compensazioni, la nuova norma introduce due divieti di compensazione. Da un alto, alle imprese appaltatrici e subappaltatrici è esclusa la facoltà di avvalersi della compensazione quale modalità di estinzione delle obbligazioni contributive e dei premi assicurativi maturati in durata del contratto sulle retribuzioni erogate al personale impiegato nell’ esecuzione. Dall’ altro i committenti non possono utilizzare le somme ricevute e necessarie per il versamento delle ritenute in compensazione con proprie posizioni creditorie. Nel caso in cui le imprese esecutrici non rispettino il termine previsto per trasmettere i dati e per disporre il bonifico o per una richiesta di compensazione con crediti ancora spettanti e non ancora ricevuti, il committente dovrà sospendere il pagamento dei corrispettivi vincolando le somme ad essa dovute, al pagamento delle ritenute, informando le Entrate entro 90 giorni. Se in tale arco le imprese esecutrici provvedono a versare l’ ammontare delle ritenute, il committente effettuerà i dovuti versamenti ricorrendo al ravvedimento operoso con rivalsa di interessi e sanzioni. La nuova disciplina, prevede la facoltà di effettuare il versamento diretto delle ritenute da parte delle aziende appaltatrici e subappaltartici che devono comunicare al committente tale opzione, e allegare una certificazione di attività da almeno cinque anni o aver eseguito nei due anni precedenti versamenti registrati nel conto fiscale per un importo superiore a 2 milioni di euro, non avere iscrizioni a ruolo o accertamenti esecutivi relativi a tributi e contributi previdenziali oltre 50 mila . Giovanni Musso © Riproduzione riservata.

05/11/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Appalti, ok al punteggio assegnato sulla base di una formula indipendente che «marginalizza» il prezzo

Drio Immordino

Per il Consiglio di Stato si tratta di una legittima espressione dell’ampia discrezionalità spettante alla stazione appaltante

Nell’ambito di una gara da aggiudicarsi all’offerta economicamente più vantaggiosa è legittima l’assegnazione del punteggio economico sulla base di una formula matematica “parabolica” ed “indipendente” che non consente l’utilizzo dell’intero possibile differenziale previsto per la valutazione dell’elemento prezzo.

L’adozione di un criterio finalizzato a rendere marginale il peso degli elementi economici dell’offerta, infatti, costituisce legittima espressione dell’ampia discrezionalità spettante alla stazione appaltante nella determinazione delle formule in base alle quali attribuire il punteggio alla componente economica delle proposte dei concorrenti.

Lasentenza 7389/2019 del Consiglio di Statorileva al riguardo che la stazione appaltante può discrezionalmente individuare criteri di valutazione concretamente idonei a evidenziare le caratteristiche migliorative delle offerte e a differenziarle in ragione della rispondenza alle proprie esigenze, ed a tal fine può prevedere una graduazione del punteggio economico secondo criteri di proporzionalità o di progressività, che possono essere sindacati in sede giurisdizionale nelle sole ipotesi di manifesta illogicità o irragionevolezza ovvero qualora determinino una violazione della trasparenza o della possibilità di partecipazione o di comprensione delle relative clausole ai partecipanti.

L’utilizzo di una formula “indipendente – parabolica (od esponenziale)”che limita l’utilizzo del differenziale per la valutazione del prezzo, secondo il Collegio, rispetta pienamente tali parametri di legittimità.

Sotto il profilo della logicità/ragionevolezza, infatti, tale criterio, marginalizzando il peso degli elementi economici dell’offerta, persegue lo scopo di attribuire importanza centrale alle componenti qualitative dell’offerta, obiettivo non soltanto legittimo ma particolarmente apprezzabile in relazione agli appalti ad elevato tasso tecnico (cfr Cons. Stato, V, 23 novembre 2018, n. 6639).

La valutazione della componente economica delle offerte sulla base della formula matematica in oggetto rispetta altresì i parametri di proporzionalità/progressività nell’attribuzione del punteggio in quanto, seppure “limita le differenziazioni tra le varie offerte economiche, a fronte di ribassi apprezzabilmente diversi, non può tuttavia sostenersi che escluda un collegamento proporzionale tra l’entità del ribasso ed il punteggio attribuito”.

D’altra parte l’utilizzo di un criterio che assegni il punteggio massimo al maggiore ribasso ed un punteggio pari a zero al minore ribasso consentirebbe certamente una maggiore estensione del punteggio nel range attribuito all’offerta economica, e quindi una maggiore graduazione, ma produrrebbe “estreme valorizzazioni delle offerte economiche anche ove il minimo ribasso e quello massimo si differenziassero per pochi punti percentuali”. Tale criterio, in sostanza, presenta l’inconveniente di poter condurre a differenze elevate anche a fronte di scarti in valore assoluto limitati, , che potrebbero rivelarsi in contrasto con i principi di proporzionalità e progressività.

Quanto ai requisiti di trasparenza ed intelligibilità dei criteri di assegnazione del punteggio, l’utilizzo di formule indipendenti (per le quali il punteggio attribuito al concorrente non dipende dal punteggio attribuito agli altri) consent ad ogni concorrente di individuare ex ante il punteggio che sarà applicato alla sua offerta, a prescindere da quelle degli altri concorrenti, e di valutare le proprie convenienze nella formulazione dell’offerta grazie alla possibilità “di evincere il c.d. punto di flesso, oltre il quale l’offerta non è conveniente”.

Il Collegio rileva infine che il ricorso ad una formula indipendente che limiti il valore ponderale della progressione del ribasso ai fini dell’aggiudicazione è espressamente contemplato nelle Linee Guida n. 2 dell’Anac in tema di offerta economicamente più vantaggiosa, approvate con delibera n. 1005 in data 21 settembre 2016, e successivamente aggiornate con delibera n. 424 del 2 maggio 2018, ove viene riconosciuto il vantaggio di scoraggiare offerte con ribassi eccessivi (poiché ricevono un punteggio incrementale ridotto).

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05/11/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Gare: Asmel non può fare da centrale appalti, il Tar ferma maxi-bando da 831 milioni

Mauro Salerno

I giudici lombardi danno ragione all’Anac che aveva chiesto all’associazione di ritirare il bando ritenendolo illegittimo

Non è un soggetto aggregatore (come Consip) e neppure un’amministrazione aggiudicatrice, visto che nella sua compagine compaiono ancora soggetti privati. Per questo, il consorzio Asmel – che raggruppa migliaia di Comuni e finora ha gestito gare per svariati miliardi di euro – non può svolgere funzione di centrale di committenza per conto degli enti locali. Con questa motivazione – che sposa in toto la linea dell’Autorità Anticorruzione – il Tar Lombardia (ordinanza n.2031/2019 del 2 novembre) ha bocciato un maxi-bando da 831 milioni promosso dall’Asmel per la stipula di una o più convenzioni quadro per la fornitura di lampioni a led (controllabili a distanza) per conto degli enti associati. Accogliendo il ricorso dell’Anac, il Tar ha sospeso l’efficacia del bando, pubblicato lo scorso 7 agosto, imponendo di fermare la corsa verso l’aggiudicazione in attesa dell’udienza di merito che si terrà il prossimo 10 gennaio.

Per il Tar- che ha concesso la sospensiva con un provvedimento insolitamente articolato e che dunque in qualche modo anticipa le conclusioni attese per gennaio – esiste infatti già da ora il rischio che il bando Asmel, «anche per l’ingente valore economico», possa finire per consolidare «posizioni pregiudizievoli e potenzialmente irreversibili per le pubbliche amministrazioni e per l’intero sistema degli appalti pubblici». Bocciata, inoltre, anche la prassi di chiedere alle imprese un corrispettivo per il servizio erogato a favore dei Comuni. In questo caso ben 80mila euro, che i concorrenti/aggiudicatari, in violazione delle norme del codice appalti (articolo 41, c. 2-bis), avrebbero dovuto versare prima della stipula delle convenzioni-quadro. Di qui lo stop, che getta anche un’ombra pesante sull’attività futura del Consorzio.

L’intervento del Tar Lombardia arriva dopo «l’alert» inviato dall’Anticorruzione in forza dei poteri di «raccomandazione» concessi dal codice appalti (articolo 211, commi 1-bis e 1-ter). Non è la prima volta che l’Anac usa questo potere, gestito in realtà con molta prudenza e azionato solo in caso di appalti molto rilevanti. È stata però la prima volta che la stazione appaltante ha deciso di ignorare la richiesta dell’Anac (ritirare il bando) e procedere per la propria strada come nulla fosse, fino ad arrivare all’aula del Tar.

La decisione di giudici ha tenuto conto anche degli eventuali risvolti comunitari. Sulle gare Asmel è infatti attesa anche una pronuncia della Corte Ue, chiamata in causa dal Consiglio di Stato, secondo cui il fatto di escludere i privati dal servizio di centralizzazione delle gare potrebbe inficiare il principio di libera concorrenza. Un problema che non sussiste secondo il Tar Lombardia che, ricostruendo le norme della direttiva appalti, conclude che l’unica maniera per consentire a un soggetto privato di svolgere attività di centralizzazione degli appalti pubblici sia quella di passare per il mercato, affidando a una gara pubblica il compito di selezionare il soggetto cui affidare un tale servizio. Altrimenti, si legge nella sentenza – «si consentirebbe ad un soggetto privato ed anche privo dei requisiti pubblicistici richiesti dall’ordinamento di svolgere direttamente un servizio remunerato senza la preventiva applicazione delle regole in tema di evidenza pubblica».

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05/11/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Associazioni imprese fondazioni, no a sottrazioni di liquidità con ritenute e compensazioni negli appalti

  1. E. T.

L’Aif ribadisce che l’introduzione della norma ostacola inutilmente la corretta e ordinaria esecuzione degli appalti

«Ritenute e compensazioni in appalti e subappalti, no a sottrazioni ingiustificate di liquidità». L’Associazione imprese fondazioni consolidamenti ed indagini nel sottosuolo (Aif) si schiera contro l’applicazione dell’art. 4 del Dl 124/19 “Disposizioni urgenti in materia fiscale e per esigenze indifferibili”, collegato alla legge di Bilancio 2020, in relazione alla introduzione della responsabilità in solido del committente che prevede oneri fiscali e burocratici per i quali l’impresa appaltatrice e subappaltatrici sono tenute a versare almeno 5 giorni prima del termine fissato per il versamento delle ritenute fiscali in un conto corrente dedicato, senza nessuna possibilità di compensare con posizioni creditorie proprie.

«Ciò che emerge in maniera chiara, in un contesto nazionale nel quale le committenti sovente ritardano i pagamenti creando non pochi problemi di liquidità agli esecutori, è il pesante drenaggio atteso di risorse ai danni delle imprese. Si chiede nuovamente alle imprese di sottrarre propria liquidità, senza peraltro poter utilizzare la compensazione con i rispettivi crediti fiscali. Ancora una volta, quindi, si scelgono strumenti che mettono a rischio il fragile equilibrio finanziario delle imprese». Ad affermarlo è Antonio Arienti, presidente dell’Aif (Associazione Imprese Fondazioni). «Si aggiunga – ha detto – che un meccanismo di tal fatta crea evidentemente criticità e ostacoli anche alla corretta e tempestiva esecuzione delle opere affidate, laddove, in virtù della prevista responsabilità solidale della committente con le imprese nei confronti dell’erario, la stessa committente per tutelarsi, in caso di mancato versamento tempestivo delle ritenute da parte degli esecutori, dovrebbe sospendere i pagamenti, così sottraendo liquidità alle imprese che in mancanza potrebbero trovarsi evidentemente in difficoltà per la prosecuzione delle attività, innescando un pericoloso meccanismo a catena tale da paralizzare l’attività di impresa».
L’Associazione Imprese Fondazioni ribadisce che l’introduzione di tale norma, non ha altro effetto che quello di ostacolare e aggravare inutilmente la corretta e ordinaria esecuzione degli appalti, aumentando la complicazione burocratica nella gestione amministrativa dell’appalto, mettendo così a rischio l’esecuzione dell’intera opera e la sopravvivenza degli stessi operatori economici.
AIF auspica pertanto l’intervento del legislatore, scongiurandone l’applicazione attraverso una eliminazione dall’ordinamento di tale disposizione già in sede di conversione in legge del decreto fiscale o quanto meno, la possibilità di introdurre dei meccanismi tali da ridurre l’impatto di tale norma, prevendendo ad esempio la sospensione dei pagamenti nei limiti delle ritenute non versate.

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05/11/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Decreto Terremoto, Ance: subappalti senza limiti e pagamenti certi per accelerare la ricostruzione

Mauro Salerno

Le proposte dei costruttori in audizione alla Camera: bene gli incentivi a restare per gli imprenditori e la volontà di semplificare le procedure

Eliminare i vincoli ai subappalti, in linea con le indicazioni arrivate dalla Corte Ue, assicurare pagamenti alle imprese allineati alle necessità di cantiere e semplificare le procedure i assegnazione dei lavori eliminando il ricorso al sorteggio e puntando sulle procedure a inviti con aggiudicazione al prezzo più basso ed esclusione automatica delle offerte anomale. Sono alcune delle proposte avanzate dall’associazione costruttori per accelerare la ricostruzione delle aree del centro Italia colpite dal terremoto.

«A oltre tre anni dal sisma – ha sottolineato il vicepresidente dell’Ance Rudy Girardi – la ricostruzione stenta a decollare». Solo il 12% dei privati interessati ai contributi della ricostruzione ha presentato domanda, mentre rispetto ai 2.300 interventi programmati per quasi 2,2 miliardi «a fine maggio scorso risultano erogati solo 41 milioni di euro per l’avvio della fase di progettazione».

Nel corso dell’audizione, l’Ance ha apprezzato le novità del decreto «perché testimoniano la volontà concreta del Governo di imprimere un’accelerazione al processo di ricostruzione attraverso uno snellimento reale delle procedure». «Tuttavia – ha spiegato Girardi – , non è possibile non sottolineare alcuni limiti delle disposizioni previste».

Tra queste la difficotà di rendere realmente operativa la norma e che consente all’Ufficio speciale per la ricostruzione di adottare il provvedimento di concessione del contributo, sulla base della sola certificazione redatta dal professionista. In questo caso il progettista deve assumersi responsabilità che in genere competono agli enti. Di qui il pericolo «che la norma rimanga di fatto inattuata».

Positivi i commenti sulla scelta di estendere gli incentivi dell’operazione «Resto al Sud» anche agli imprenditori delle aree colpite dal sisma così come sulle novità relative alla gestione delle macerie. Bene anche la scelta di dare priorità alla costruzione delle scuole. Ma cambiando la norma che impone di mantenere la stessa destinazione d’uso dell’area in cui si trova «l’edificio scolastico danneggiato anche qualora, per impedimenti oggettivi, si optasse per la ricostruzione in altro sito».

Per accelerare la ricostruzione pubblica l’Ance propone poi di eliminare i vincoli sui subappalti. «Tale richiesta- ha spiegato Girardi – risulta ancora più ragionevole alla luce della recente sentenza della Corte di Giustizia Europea del 26 settembre 2019 che ha confermato l’incompatibilità con il diritto europeo dei limiti in materia di subappalto previsti dalla normativa nazionale di cui al Codice dei contratti pubblici». Bisognerebbe poi semplificare le gare, adottare i prezzari più aggiornati e assicurare che « i pagamenti alle imprese siano scadenzati in modo tale da garantire un regolare svolgimento dei lavori». © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

03/11/2019 – Il Messaggero
«Adesso un piano straordinario per il Sud Servono deroghe al Codice degli appalti»

L’ intervista Nello Musumeci
«Al governo chiedo un piano straordinario per il Sud. Non pretendo maggiori risorse, sia chiaro, ma misure per consentirci di spendere bene e presto». Nello Musumeci, storico esponente della destra, è da quasi due anni alla guida della Regione Sicilia. E ora lancia un appello al governo Conte 2. «Il nodo è il Codice degli Appalti al quale serve qualche deroga – spiega – non possono passare 5 o 6 anni dal momento dall’ ideazione di un’ opera all’ avvio dei cantieri». Presidente, non è che con la scusa del piano sta rilanciando il solito piagnisteo sul Sud? «Ma quale lagna? Semmai l’ opposto. Propongo di istituire una cabina di regia a Roma che faccia scattare sanzioni inesorabili per le amministrazioni che non rispettano i tempi di realizzazione delle opere». Ma le regioni del Sud non riescono a usare i fondi europei. «Veramente la Sicilia, fra grandi fatiche, l’ anno scorso ha impegnato 30 milioni in più rispetto a quelli disponibili». Dunque la Regione Sicilia non è più un carrozzone? «Non mi nascondo dietro un dito. So benissimo che con i suoi 14.000 dipendenti la Regione, purtroppo, è la prima industria dell’ isola. Ho trovato una situazione disastrosa per responsabilità di tutti i governi regionali, indipendentemente dal colore politico. Però ci stiamo sforzando di invertire la rotta. Mentre parlo ci sono 40 bulldozer che stanno lavorando ad opere contro il dissesto idrogeologico, senza contare il piano contro la desertificazione del territorio, lo sforzo per ristrutturare l’ 80% delle scuole non antisismiche, la riapertura dei concorsi per migliorare la qualità dei servizi pubblici, i passi avanti per le zone economiche speciali nelle quali vorremmo attrarre nuove fabbriche. Infine non tutto va male: la Sicilia è la regione più cablata d’ Italia». Lei è un esponente del centro destra a capo di una Regione a statuto speciale. Come giudica il progetto di autonomia rafforzata voluto da alcune regioni del Nord e portato avanti durante il governo giallo-verde? «Io sono autonomista nel Dna ma quel progetto è stato percepito male. E’ stato affrontato nel Palazzo. Invece occorreva aprire un tavolo con tutti i presidenti regionali. Non perché bisogna dare più soldi al Sud ma perché il principio di perequazione fiscale e infrastrutturale va rispettato». E come vede questo centro-destra a trazione leghista? «Gli italiani vogliono un cambiamento vero e lo vedono nella coalizione che oggi governa il maggior numero delle Regioni, con una guida forte. Siamo impegnati a stare assieme perché altrimenti l’ elettorato ci punisce. Segnalo, però, un tema che dovremo risolvere: non possiamo consegnare l’ area centrista né a Renzi né al Pd». Diodato Pirone © RIPRODUZIONE RISERVATA.

04/11/2019 – ANSA

Sindacati, no project financing ospedali

Cgil,Cisl,Uil criticità per opere a Pesaro, Macerata e Ascoli P.

“Forti preoccupazioni”, “critiche” e dubbi sulla sostenibilità economico finanziaria per la Regione Marche della realizzazione di tre ospedali ‘unici’ marchigiani (Ascoli Piceno, Macerata e Pesaro) con lo strumento del project financing. Ad esprimerli ad Ancona i segretari generali di Cgil (Daniela Barbaresi), Cisl (Sauro Rossi) e Uil (Graziano Fioretti) che pongono una serie di quesiti alla Giunta, rimarcando “l’assenza di risposte e di un confronto su merito e cifre”. Su analoghe procedure in altre Regioni, tra cui il Veneto, ricordano, “la Corte dei conti ha rilevato l’inadeguatezza del project financing”. “L’impatto in 25-30 anni – ipotizzano, lamentando l’assenza di elementi per una stima precisa – potrebbe essere 3 miliardi di euro (uno per ospedale, comprese opere e servizi) di canoni ai privati”. Cgil, Cisl, Uil paventano anche il rischio di monopoli nella gestione dei servizi e vorrebbero clausole nei bandi a tutela dei lavoratori per prevenire criticità anche da eventuali appalti e subappalti.

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03/11/2019 – Il Resto del Carlino (ed. Pesaro)
Marche Multiservizi non vuole gare d’ appalto

Dopo esser ricorsa senza successo al Tar, ora ricorre avanti al Consiglio di Stato: «Rischiamo di dover licenziare molti dipendenti»
Marche Multiservizi è molto preoccupata. Teme uno smottamento delle sue prerogative, annunciando anche il pericolo di licenziamenti per colpa dell’ approvazione ed entrata in vigore delle linee guida di Anac che impongono gare d’ appalto pubbliche per l’ affidamento di servizi, oggi svolti in house. Marche multiservizi è ricorsa senza successo nel giugno scorso al Tar del Lazio per annullare le disposizioni dell’ Authority anti corruzione del giudice Cantone che ha stabilito: «… i soggetti pubblici o privati, titolari di concessioni di lavori, servizi pubblici o forniture già in essere alla data di entrata in vigore del medesimo codice, sono obbligati ad affidare mediante procedure ad evidenza pubblica una quota pari all’ 80 per cento dei contratti di lavori, servizi e forniture relativi alle concessioni di importo pari o superiore a 150mila euro…». «Solo il restante 20 per cento – si legge – dei contratti possono essere eseguiti da società in house per i soggetti pubblio o da società controllate o collegate per i soggetti privati». «..,ci si deve adeguare alle predette disposizioni entro 24 mesi dalla data di entrata in vigore (che risale al 2016), prevedendo garanzie per il personale impiegato e salvaguardia delle professionalità. Chi non osserva le disposizioni incorrerà in sanzioni». Marche Multiservizi aveva fatto ricorso al Tar paventando «la necessità di dismettere parte del patrimonio e di licenziare un gran numero di dipendenti senza garanzia alcuna che essi possano essere ripresi in carico dai futuri affidatari delle prestazioni». Il Tar rigettò il ricorso di Marche multiservizi ritenendolo inammissibile perché le nuove norme non cambiano la situazione. O almeno non la mutano fino a quando il comuni concedenti le concessioni non ravvisano illegittimità o squilibri di posizione, invitando Marche M. a correggere i comportamenti. «Soltanto in quel caso – scrivono i giudici del Tar – Marche M. potrà avere l’ interesse concreto a sollecitare un controllo giurisdizionale sulla corrette applicazione delle linee guida e ciò in tempo utile prima di essere attinti dalla sanzione». Per questo, i giudici concludono: «Pertanto allo stato attuale, il tribunale non ravvisa un interesse attuale concreto per Marche M. ad ottenere l’ annullamento delle impugnate previsioni delle linee guida». Eppure il consiglio d’ amministrazione dell’ azienda non è di questo parere ed ha appena fatto ricorso al Consiglio di Stato per annullare la decisione del Tar del Lazio. Di fronte a questo ulteriore ricorso, il comune di Pesaro (che fa parte dell’ azionariato pubblico di Marche multiservizi, forte del 52,85 per cento delle azioni) ha deciso di non costituirsi in giudizio avanti al Consiglio di Stato come già aveva fatto col Tar del Lazio. Rimane in attesa di sapere, visto che ha due ruoli: quello di controllore e di fatto di controllata facendo parte dell’ azionariato. Sembrano guerre legali lontane, ma in realtà ci sono in ballo centinaia di posti di lavoro. Non domani, ma subito. ro.da.

04/11/2019 – Il Messaggero

Roma, appalto per la manutenzione delle caditoie fermo da tre anni

Di Fabio Rossi

Il prossimo appuntamento, per assegnare la manutenzione ordinaria delle caditoie della grande viabilità della Capitale, è fissato per questa settimana. Ma la vicenda va avanti nientemeno che dal Giubileo della Misericordia, chiusosi tre anni fa. Quando la giunta di Virginia Raggi, per non perdere i fondi assegnati a Roma per l’Anno Santo, varò in corsa un nuovo piano di interventi. Tra cui, appunto, le due commesse per la cura delle caditoie: quella per gli 800 chilometri delle strade principali di Roma, quelle gestite direttamente dal Campidoglio (5 milioni di euro disponibili) e quella sulla viabilità secondaria, di competenza dei Municipi, con 1,8 milioni.

A SINGHIOZZO. Ma l’iter delle gare è stato a dir poco difficoltoso, a causa di intoppi burocratici e dell’ormai cronica difficoltà, da parte dell’amministrazione comunale, di formare le commissioni aggiudicatrici degli appalti, dopo le inchieste giudiziarie degli ultimi anni. Dalla delibera di Palazzo Senatorio, approvata il 21 ottobre 2016, è successo di tutto: dopo i primi problemi tecnici, nel 2017 arriva l’Anac, che spedisce in Campidoglio una carrellata di contestazioni: sviste contabili, vizi formali e sostanziali, errori nell’applicazione del codice degli appalti. Tutte questioni da sistemare, prima di procedere, con altro lavoro per gli uffici di Palazzo Senatorio. Solo per arrivare all’«apertura delle offerte tecniche ed economiche» si passa quindi al dicembre 2018. Tra un rinvio e l’altro, si arriva alla convocazione di questi giorni, per «l’apertura dei plichi delle offerte tecniche»: che sia davvero la volta buona, è tutto da vedere.

IL PIANO. In attesa del via libera all’appalto assessore Linda Meleo, da quando è passata a occuparsi di lavori pubblici, ha messo in campo un monitoraggio della situazione in città, incrociando i dati del suo dipartimento con quelli della protezione civile. Con l’obiettivo tracciare una mappa delle situazioni più critiche, sulle quali intervenire immediatamente, anche senza bando per la manutenzione.

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05/11/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Arpinge investe nei parcheggi e diventa il primo operatore italiano

Mau.S.

Perfezionato l’acquisto di altre due società con concessioni attive a Bologna Torino e Verona per un totale di 3.300 posti auto

Arpinge diventa il primo operatore italiano nel settore dei parcheggi. La società di investimento in infrastrutture nata nel 2014 per iniziativa di tre casse di previdenza legate alle professioni tecniche (Inarcassa, Cassa Geometri e Eppi, la cassa dei periti industriali, ha acquistato da Fondaco Sgr e Gwm Asset Management due Srl (Ast B Parking e Astvt Parking ) titolari di un portafoglio di 5 parcheggi in concessione a servizio del centro città di Bologna, Torino e Verona per un totale di circa 3.300 posti auto a rotazione; durata residua media di circa 42 anni e gestione affidata ad Apcoa, operatore internazionale specializzato.

Con questo investimento, che succede a quello in Gespar – concessionaria di diversi parcheggi pubblici a rotazione a Parma – e Park.Ho – concessionaria del sistema sosta a servizio dell’Ospedale Regionale San Carlo di Potenza – il gruppo Arpinge è presente in cinque importanti città italiane con oltre 7.000 posti auto a rotazione in concessione, in cui transitano oltre 3 milioni di veicoli all’anno per un volume di affari di oltre 10 milioni di euro.

« In pochi anni – si legge nella nota che annuncia l’acquisizione – Arpinge è diventato il quarto investitore indipendente in Italia nel settore dei parcheggi e della mobilità per numero di posti auto e il primo italiano». L’Amministratore Delegato di Arpinge, Federico Merola, sottolinea come «con questa operazione Arpinge amplia significativamente il proprio portafoglio nel settore parcheggi e mobilità per cogliere le opportunità derivanti dalla profonda innovazione tecnologica e dalla transizione energetica che caratterizzano il comparto. Nella strategia di Arpinge, tenuto anche conto della valenza ESG (Environmental, Social and Governance) di questa tipologia di infrastrutture, la quota di portafoglio è salita fino a circa 50% del totale, accanto agli impeghi in efficienza energetica e rinnovabili».

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05/11/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Italferr, la linea Av Napoli-Bari premiata a Singapore come miglior progetto Bim

  1. E. T.

La società d’ingegneria di Fs Italiane ha ricevuto anche il premio speciale dedicato alla resilienza dei progetti, grazie al modello del nuovo viadotto sul Polcevera anch’esso in Bim

Il progetto della nuova linea Napoli – Bari di Rete Ferroviaria Italiana, elaborato da Italferr (Gruppo Fs Italiane) con metodologia Building information modeling (Bim), è stato premiato come primo classificato a Singapore.
Il riconoscimento, ottenuto nell’ambito della The Year in Infrastructure 2019 Conference Advancing BIM through Digital Twins (categoria “Ferrovie e Trasporti”), arriva, in particolare, per l’aver applicato per la prima volta la metodologia digitale Bim nella progettazione di una linea ferroviaria.
La società d’ingegneria di Fs Italiane ha ricevuto anche il premio speciale dedicato al tema della resilienza dei progetti, grazie al modello del nuovo viadotto sul Polcevera anch’esso sviluppato con il Bim.
L’appuntamento internazionale, organizzato da Bentley Systems (azienda di sviluppo di software digitali per la progettazione e gestione delle opere infrastrutturali), ha visto l’adesione di oltre 440 società d’ingegneria provenienti da più di 60 Paesi del mondo. Il progetto si è qualificato fra i 54 finalisti del concorso, dopo la valutazione di una giuria composta da esperti del settore che ha preso in esame oltre 570 elaborati.
Si tratta di un ulteriore riconoscimento per la nuova linea Napoli – Bari. RFI e Italferr hanno infatti già conseguito la certificazione Envision, con il massimo livello (Platinum) per la tratta Frasso Telesino – San Lorenzo Maggiore: l’opera, esempio di infrastruttura altamente sostenibile, è stata in assoluto la prima in Europa a ottenere tale attestato, già applicato largamente all’Estero per verificare e attribuire un valore tangibile alla sostenibilità economica, ambientale e sociale delle infrastrutture.
La nuova linea Napoli – Bari, di cui Rfi è committente, ha un costo complessivo di 6,2 miliardi di euro. Rientra tra quelle inserite nella legge Sblocca Italia e fa parte del Corridoio ferroviario europeo Ten-T Scandinavo-Mediterraneo. Nel 2026, alla conclusione dei lavori, sarà possibile andare da Bari a Napoli in 2 ore e fino a Roma in 3 ore. Già nel 2023 è previsto l’avvio del nuovo collegamento diretto Napoli – Bari.

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