Rassegna stampa 29 ottobre 2019

29/10/2019 – Il Piccolo

A2A, addio alla centrale di Monfalcone: «Pronti 500 milioni per la riconversione»

le strategie del gruppo energetico in un convegno a Trieste
L’ amministratore delegato Camerano: «Ma chiediamo garanzie». Fedriga: «Partita chiusa entro la prossima primavera»
Andrea Pierini. TRIESTE. Un investimento di 500 milioni di euro che porterebbe alla dismissione della centrale a carbone di Monfalcone per un nuovo impianto a gas a impatto ridotto, la condizione è il superamento delle contrapposizioni politiche. Il presidente di A2A Giovanni Valotti a margine del convegno dedicato alla crescita economica del Friuli Venezia Giulia organizzato dalla multiutility, in collaborazione con Confindustria Venezia Giulia, lancia un messaggio chiaro. Nel corso dell’ incontro l’ amministratore delegato di A2A Valerio Camerano aveva presentato gli investimenti dedicati alla regione dove oltre alla centrale di Monfalcone ci sono i due impianti idroelettrici di Ampezzo e Somplago che nella volontà di A2A verranno rinnovati e serviranno a garantire la fornitura di elettricità alla rete in caso di blackout. L’ interesse è però concentrato su Monfalcone: «Entro qualche settimana – ha spiegato Camerano – presenteremo il nostro progetto che prevede la creazione di un impianto Ccgt (Combined cycle gas turbine, ndr) con l’ azzeramento di polveri e ossidi di zolfo. A questo vogliamo affiancare anche lo sviluppo di un impianto fotovoltaico ad alto consumo, l’ installazione di compensatori che consentono di regolare la tensione della rete e uno sviluppo dell’ area retroportuale sostenibile». Le tempistiche dunque iniziano ad essere chiare, A2A presenterà il progetto nelle prossime settimane, Comune e Regione dovranno poi dare il parere e nel caso di via libera ci vorranno dai 24 ai 30 mesi per arrivare al nuovo impianto. La dismissione del carbone era prevista entro il 2025. Il presidente della Regione Massimiliano Fedriga nel suo intervento di saluto non ha nascosto l’ interesse dell’ ente «entro la primavera del prossimo anno dobbiamo chiudere la partita». Se la tempistica dovesse quindi essere rispettata il taglio del nastro potrebbe arrivare con due anni di anticipo rispetto al 2025 con l’ obiettivo, come ha sottolineato l’ assessore regionale all’ Ambiente Fabio Scoccimarro di «lasciare alle future generazioni un ambiente pulito: una frase che non deve essere solo un motto». Valotti in ogni caso apre anche a possibili scenari alternativi: «Bisogna superare le contrapposizioni guardando nel merito le proposte per questo non escludiamo alternative». Nel dettaglio ci potrebbe essere la chiusura dell’ impianto con 150 lavoratori diretti e altrettanti dell’ indotto che perderebbe il posto di lavoro oltre al problema ambientale. Il secondo è legato alla necessità di Terna che potrebbe chiedere che l’ impianto resti operativo a carbone. «Infine la terza ipotesi che noi – ha aggiunto Valotti – auspichiamoe prevede l’ investimento di 500 milioni di euro, non di soldi pubblici, e la riqualificazione dell’ impianto con il superamento del carbone, le tutele ambientali e le garanzie occupazionali». Sul fronte del consumo del fossile Luigi Michi Responsabile strategia e sviluppo di Terna ha ricordato che «a livello italiano partiamo da una situazione non adeguata per l’ eccessivo uso di carbone». Il ministro della Sviluppo economico Stefano Patuanelli ha mandato un indirizzo di saluto nel quale ha sottolineato come «la riconversione dei nostri sistemi energetici è un processo fondamentale per uscire dal carbone». Infine Sergio Razeto, presidente di Confindustria Vg, ancora una volta ha ricordato la complessità e l’ incertezza della situazione economica mondiale: «Serve un rinnovato piano di sviluppo che metta al centro gli investimenti dando vita a una sburocratizzazione del sistema che possa portare a liberare risorse». — BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI.

29/10/2019 – Trentino
Energia “pubblica”, i lotti trentini vanno ad A2A

Danilo Fenner Trento. Anche per il 2020 A2A fornirà un lotto di energia alle amministrazioni pubbliche del Trentino e dell’ Alto Adige. Questo l’ esito della gara Consip “Energia elettrica edizione 17”. La società A2A, che vende corrente elettrica, gas e servizi per l’ efficienza energetica, ha vinto complessivamente cinque lotti, per un totale di 2,5 miliardi di chilowattora l’ anno da fornire alle amministrazioni pubbliche. Complessivamente il bando aveva un valore totale di 2,148 miliardi di euro più Iva, ed era suddiviso in 17 lotti.I lotti vinti da A2A riguardano come si diceva le forniture alle amministrazioni pubbliche in Trentino, Alto Adige, ma anche in Friuli Venezia Giulia, in Emilia-Romagna, in Toscana, in Umbria e Marche, in Abruzzo e Molise. Per due lotti (cioè per Trentino-Alto Adige-Friuli-Venezia Giulia e per Umbria-Marche) si tratta di un rinnovo dell’ anno precedente, mentre per gli altri tre lotti è una nuova acquisizione. In base alle stime indicate dal bando Consip17, i contratti assegnati ad A2A Energia corrispondono a ricavi complessivi pari a circa 480 milioni distribuiti fra gli anni 2020 e 2021, secondo le diverse decorrenze contrattuali delle forniture. L’ aggiudicazione dei lotti Consip segue altre gare pubbliche assegnate ad A2A, come per esempio i tre lotti della gara Cet (Consorzio energia toscana) per la fornitura alle pubbliche amministrazioni toscane, per oltre 700 milioni di chilowattora nell’ anno 2020.La società conferma la sua linea strategica di sviluppo e si aggiudica anche altre importanti gare di rilevanza nazionale, tra le quali si segnalano i tre lotti previsti dalla gara CET – Consorzio Energia Toscana per la fornitura alle Pubbliche Amministrazioni della Regione, per un volume di oltre 700 GWh nell’ anno 2020, portando il totale dei volumi aggiudicati tramite gara a circa 4,3 TWh/anno. Illuminazione, riscaldamento e raffrescamento, computer, stampanti, comunicazioni wireless, apparecchiature mediche, tecnologia e innovazione, carburanti, sono solo alcuni esempi di come la Pubblica Amministrazione utilizza l’ energia. Nel settore pubblico l’ energia diventa sempre più rilevante: da un lato, i costi energetici rappresentano una quota significativa del bilancio delle amministrazioni; dall’ altro, la Pubblica Amministrazione, nello svolgimento del proprio ruolo istituzionale, deve ricercare la massima efficienza nella gestione dei suoi consumi. Le pubbliche amministrazioni sono tra i maggiori consumatori di energia in Italia. Secondo i dati più recenti, la spesa annua sostenuta dalla PA è pari a circa 8,9 miliardi di euro. Un ruolo importante è svolto dalle grandi stazioni appaltanti come Consip, che attraverso i contratti e gli strumenti d’ acquisto messi a disposizione delle amministrazioni orientano la domanda pubblica verso scelte innovative ed efficienti. Contemperando entrambe le finalità e con l’ obiettivo condiviso di favorire la diffusione dell’ efficienza energetica nel settore pubblico, da anni Consip rende disponibili convenzioni/accordi quadro su commodity (carburanti, combustibili, energia elettrica, etc.) e su servizi energetici.

29/10/2019 – Il Sole 24 Ore
Pubblico e privato insieme per la sostenibilità

Mai come negli ultimi tempi si è dibattuto sulla necessità di rilanciare gli investimenti, pubblici e privati, per sostenere la crescita economica. L’ intervento di Franco Bassanini sulle pagine di questo giornale individua, in maniera chiara ed efficace, alcuni possibili strumenti in grado di conseguire concretamente tale obiettivo, rispondendo, al tempo stesso, ai fabbisogni della collettività. Fabbisogni che, dopo anni di mancati investimenti, coinvolgono sempre più i servizi primari connessi alla salute, all’ istruzione e all’ edilizia sociale. Le cosiddette “infrastrutture sociali” che, se di qualità, possono offrire benefici ai singoli e alla collettività con ricadute positive in termini di sostenibilità, sia ambientale sia sociale, e di crescita economica. Un possibile contributo alla realizzazione di tali interventi può derivare dal coinvolgimento di capitali privati, attraverso operazioni di partenariato pubblico privato che, se ben costruite, possono garantire la realizzazione delle opere senza incidere sul debito pubblico. Al riguardo, è opportuno ribadire che la fattibilità di un’ operazione di partenariato pubblico privato non si esaurisce con la definizione delle disponibilità finanziarie, ma vede nel tema dell’ allocazione dei rischi l’ elemento centrale. D’ altra parte, come insegna la letteratura, nella tradizionale definizione di Nevitt (1987), l’ allocazione dei rischi deve seguire la logica secondo cui il rischio va affidato alla parte che è maggiormente in grado di controllarlo. Pertanto, è nella configurazione della matrice dei rischi che viene effettivamente definita la fattibilità dell’ operazione. Detto ciò, resta indispensabile il coinvolgimento della finanza “paziente”, ovvero di investitori istituzionali non speculativi, come gli enti gestori del risparmio previdenziale, dotati di ingenti risorse finanziare e interessati a investimenti di lungo periodo poco rischiosi. La strada delineata da Bassanini appare condivisibile. Occorrerà certamente intervenire sui vincoli di portafoglio dei soggetti investitori, affinché possano più liberamente investire le loro risorse nelle infrastrutture sociali e, soprattutto, occorrerà prevedere una garanzia sovrana, come avviene nei Piani Juncker e InvestEU, che possa effettivamente ridurre la rischiosità delle operazioni, rendendole maggiormente appetibili da parte degli investitori, rispetto a investimenti alternativi poco rischiosi ma poco remunerativi. Qualche riflessione aggiuntiva merita l’ individuazione di una struttura, come Investitalia, che possa occuparsi della validazione dei progetti garantibili. Da quello che sappiano la Struttura, istituita quasi un anno fa con la legge di bilancio 2019, non è ancora pienamente operativa e rischia di essere sottodimensionata rispetto a tale ambizioso progetto. Inoltre, Investitalia è uno dei 7 soggetti, insieme a Strategia Italia, Struttura per la Progettazione, Italia Infrastrutture Spa, Dipe, Cdp, Invitalia, che compongono il complesso sistema della governance infrastrutturale del nostro Paese. È quella che l’ Ance ha definito l’«idra a 7 teste» con competenze spesso sovrapposte che rischia di rappresentare un elemento di rallentamento del processo realizzativo delle infrastrutture e rende necessario un coordinamento centrale, una Cabina di regia, in modo da evitare sovrapposizioni di competenze e conflitti di potere. Vicepresidente Ance con delega al Ppp © RIPRODUZIONE RISERVATA. Domenico De Bartolomeo

29/10/2019 – Il Sole 24 Ore
Le infrastrutture scontano un gap di politiche, non di risorse

Diceva Winston Churchill che non si dovrebbe mai sprecare una crisi. Non si direbbe, tuttavia, che l’ Italia abbia seguito questo suggerimento. In 10 anni, infatti, il Paese è rimasto impantanato nello stesso schema di gioco: grandi elogi alla politica monetaria espansiva, a dispetto dei suoi effetti deteriori (si pensi ai bassi rendimenti finanziari per gli investitori istituzionali); cicliche accuse all’ Unione europea per vincoli di bilancio che il mercato finanziario ci impone assai più severamente; nessuna seria riflessione di policy su come usare il tempo “comprato” grazie al celebre «whatever it takes» di Mario Draghi. Per esempio rilanciando la politica fiscale e gli investimenti, soprattutto in infrastrutture. Gli effetti sono stati drammatici e si misurano ormai su scala decennale. Secondo l’ Osservatorio congiunturale dell’ Ance (gennaio 2019) gli investimenti pubblici in infrastrutture si sono più che dimezzati tra il 2008 e il 2018, sia a livello centrale sia locale. Nell’ evidenza del costo economico e sociale di questa situazione, Il Sole 24 Ore ha sempre dato ampio spazio alle proposte di rilancio degli investimenti in infrastrutture. Tra queste ha suscitato un ampio dibattito la recente proposta di Franco Bassanini (pubblicata su queste pagine lo scorso 24 ottobre), che prevede una «garanzia pubblica dedicata a specifiche classi di infrastrutture» (es. quelle sociali) «limitata a progetti da realizzare in Ppp e Pfi». Una garanzia, gratuita o onerosa, che potrebbe coprire fino al 100% degli investimenti in progetti di qualità, effettuati coinvolgendo investitori istituzionali – assicurazioni, fondi pensione, fondazioni e casse previdenziali – alla ricerca di rendimenti compatibili con le proprie attitudini al rischio. La proposta – che riflette e reinterpreta lo schema virtuoso sperimentato con successo nella Ue prima con il Piano Juncker e ora con InvestEU – parte da un solido presupposto: quello della crescente accumulazione di capitale istituzionale nei Paesi occidentali che, vale la pena ricordarlo, in Italia è passato in pochi anni dal 25 al 53% del Pil. Su questo fondamento in altri Paesi dell’ Ue sono state avviate con successo formule innovative di libera collaborazione win win tra pubblico e privato. Ed è proprio in questa direzione che va la proposta di Bassanini: riequilibrare con la garanzia pubblica ogni disallineamento tra il rendimento e il rischio di progetti che altrimenti non sarebbero eleggibili per il mercato. Al riguardo, è bene chiarire un punto: qualsiasi infrastruttura presenta redditività potenziale. Tramite il pagamento di un canone di disponibilità anche un’ opera “fredda” (scuola o ospedale) può generare rendimenti. Per questo, del resto, il Mef sta lavorando alla stesura di un Contratto standard di disponibilità, la cui emanazione è attesa a breve. Il nodo centrale, dunque, non è la redditività di un progetto, ma l’ equità tra rischio e rendimento. Qualora dovesse mancare tale proporzionalità, ci potrebbe essere un fallimento di mercato per assenza di eleggibilità (equity) o di bancabilità (debito). Ed è proprio qui che potrebbe intervenire la garanzia in esame, colmando il gap con un trasferimento totale o parziale di rischio allo Stato. Per investitori che cercano rendimenti a rischi accettabili, si tratta di un’ opportunità. Se la garanzia pubblica, come spiega Bassanini, ha impatti contenuti sul bilancio dello Stato, un canone di disponibilità può però incidere sul bilancio della Pa che si impegna. A determinate condizioni, dettate da Eurostat, siffatto impegno non produce indebitamento aggiuntivo, ma solo spesa corrente. Tuttavia, l’ intervento di una garanzia statale può contenere il rischio e quindi il costo del canone, riequilibrando in parte l’ onere dell’ aggiustamento di finanza pubblica che in questi anni è gravato tutto su comuni e regioni. Ciò detto, il discorso inevitabilmente s’ inverte: perché mai lo Stato dovrebbe concedere la garanzia a uno specifico progetto? Onde evitare il rischio di moral hazard, solo in presenza di tre condizioni: valore prioritario dell’ opera; rating di qualità del progetto e chiare esternalità positive. Accanto all’ equilibrio tra rendimento e rischio, caro all’ investitore privato, deve quindi essere rispettato anche un principio di addizionalità e sostenibilità dell’ investimento, a tutela del pubblico interesse. E qui interviene un’ altra interessante complementarità tra il pubblico e il privato istituzionale. Gli investitori istituzionali aderiscono sempre più ai princìpi di investimento responsabile (Pri) adottati dall’ Onu nel 2006 – declinati in possibili strategie di impatto sociale e ambientale (Enviroment, social & governance – Esg) – e agli obiettivi di sviluppo sostenibile enunciati dalla stessa Onu nel 2015 (Sustainable development goal – Sdg). Gli Sdg individuano nelle infrastrutture la chiave essenziale di successo, ma a una condizione: la definizione di adeguati standard e specifici indicatori (Kpi) riconosciuti a livello globale e nazionale. Indicatori che potrebbero quindi essere alla base dell’ adozione della garanzia pubblica, rispondendo così alla difficoltà degli investitori istituzionali di individuare e misurare operazioni coerenti con i loro obiettivi Esg. Una circostanza positiva in presenza di una decisa azione normativa della Ue volta a integrare i principi Esg nella disciplina di tutti gli investimenti, a partire dai fondi pensione con la direttiva Iorp II del 2016. Indubbiamente da sola la garanzia proposta da Bassanini non basta. Occorre intervenire a cascata sull’ intera filiera del processo. Disciplina del Ppp; funzionamento della Pa, normative di settore e così via. Perché il nostro ritardo sugli investimenti non deriva tanto da un gap di risorse, che nel bilancio pubblico e sul mercato ci sono, quanto piuttosto da un gap di politiche. Al riguardo può essere utile ricordare un’ altra dichiarazione di Mario Draghi, vicina al «whatever it takes», ma meno nota alle cronache: «Il rischio di non fare è maggiore del rischio di fare». Fmerola@luiss.it © RIPRODUZIONE RISERVATA. Federico Merola

29/10/2019 – Il Sole 24 Ore
Favorire le imprese che collaborano

l’ Intervista Francesco Mucciarelli . Per il docente della Bocconi il decreto 231 è da rivedere
L’ inasprimento delle sanzioni? Rischia di essere solo dimostrativo. Francesco Mucciarelli, docente di Diritto penale all’ Università Bocconi di Milano non nasconde forti perplessità sulla parte del Dl fiscale sui reati tributari. Professor Mucciarelli, ancora una volta (2011, 2015, con “filosofie” di intervento diverse però) si utilizza la leva penale per combattere l’ evasione, inasprendo complessivamente il trattamento sanzionatorio. Una strategia convincente o misure eccessive? L’ inasprimento sanzionatorio ha valenza simbolica: l’ efficacia dissuasiva delle sanzioni non dipende tanto dallo loro gravità, ma dalla loro effettività (semplificando: dalla probabilità che il reato commesso venga accertato e comporti la effettiva applicazione della pena). Il problema è ancora maggiore di fronte a reati molto diffusi come quelli di infedeltà fiscale, che sono ormai un fenomeno deviante e dei quali non sempre viene percepito appieno il grave disvalore: ci si preoccupa di più e si disistima maggiormente un borseggio o un furto anziché una frode fiscale, eppure Cesare Beccaria (padre del diritto penale moderno, illuminista e liberale) ci ha insegnato che la gravità del reato si misura sulla base del danno che esso arreca alla società. In sintesi: lo strumento penale è indispensabile, ma deve essere reso più efficiente e accompagnato da altre misure sanzionatorie e da un mutamento dell’ atteggiamento nei confronti dei beni comuni e della collettività sociale. Ma quest’ ultimo aspetto non è certo di competenza del diritto penale: è piuttosto un problema culturale o, per non usare parole alte, un tema di educazione civica. Sanzioni più elevate e soglie più basse. Si espande l’ area di rilevanza penale, punendo le condotte in maniera più severa, favorendo anche l’ utilizzo di strumenti investigativi come le intercettazioni. Ritiene che in questo modo si colpirà un maggiore e significativo, quanto a importi evasi, numero di evasori o si rischia l’ effetto boomerang, per esempio accrescendo la possibilità che le imprese si trovino esposte anche per importi limitati a un procedimento penale dai tempi lunghi, a esito incerto ma sicuro danno reputazionale? Vale quanto detto prima, con la nota ulteriore che l’ aumento del numero dei processi porta il rischio di aggravare il carico del sistema giudiziario. Il sistema delle “soglie” non è convincente in generale, sia perché implica l’ esigenza di un accertamento tecnico specifico con le complicazioni del caso, sia perché determina una discutibile area di impunità penale che può essere sfruttata ex ante. Opzione largamente preferibile per un legislatore avveduto è una riscrittura delle norme in modo da individuare in modo preciso le condotte vietate, valorizzando i profili di effettiva lesione o messa in pericolo del bene tutelato, indipendentemente dall’ entità del danno. Sul piano tecnico, non convince l’ introduzione di una soglia per il reato di frode mediante uso di fatture false, né mi pare che le intercettazioni telefoniche siano strumento d’ indagine di frequente impiego per l’ accertamento di questo tipo di reati (che si svolge essenzialmente sul piano documentale). Condivide l’ estensione della confisca per sproporzione, che potrebbe essere applicata anche in via preventiva? La confisca è ormai uno strumento sanzionatorio largamente adoperato dal legislatore (non soltanto italiano) per fronteggiare la criminalità orientata al profitto: in questo contesto si colloca l’ estensione ai reati tributari della confisca anche per sproporzione. Da notare che essa finirà con l’ incidere in situazioni peculiari, distanti dalla criminalità economica in senso classico (l’ impresa che occasionalmente delinque), mentre troverà largo spazio applicativo in contesti di impresa criminale (cioè di attività economiche del tutto o per la gran parte delinquenziali: si pensi alle cosiddette cartiere, alle frodi carosello, alle imprese che svolgono unicamente attività di money laundering e che certo non pagano le tasse). Da lungo tempo si discute dell’ inserimento dei delitti tributari nella lista dei reati presupposto prevista dal decreto legislativo 231 del 2001. Ora viene aperta la strada. Un approdo inevitabile o una scelta discutibile? Credo che sia opportuno estendere l’ inserimento a tutti i reati tributari, anche perché in questo senso depongono istanze sovranazionali. Mi parrebbe però altrettanto necessario un duplice intervento sul decreto 231/01: da un lato prevedere meccanismi di definizione della contestazione per la società che collabora (lasciando immutata la reazione penale a carico della persona fisica e rendendo altresì evidente la divaricazione tra la posizione dell’ ente e quella dell’ autore del reato); dall’ altro coordinare il profilo sanzionatorio con il comparto dell’ illecito amministrativo, rispetto al quale la persona giuridica già ora risponde direttamente. In mancanza di coordinamento si rischia di duplicare le sanzioni per il medesimo fatto, il che aprirebbe la strada alla controversa problematica del ne bis in idem in presenza di sistemi a doppio binario sanzionatorio, quale quello ora applicabile alle sole persone fisiche. In questo contesto, potrebbe essere valutata l’ attribuzione alla competenza del giudice collegiale (e non monocratico) per i reati e per gli illeciti previsti dal decreto 231/01 in materia tributaria. © RIPRODUZIONE RISERVATA. Giovanni Negri

29/10/2019 – Italia Oggi
P.a., privacy senza delega

Parere del Garante sull’ applicazione del Gdpr nei bandi di gara
Le compagnie non sono responsabili esterni
La compagnia, che fornisce servizi assicurativi a un ente pubblico, ai fini privacy, non è responsabile esterno del trattamento dei dati per conto della p.a. È, invece, un titolare autonomo del trattamento. Nei bandi di gara per l’ affidamento dei servizi assicurativi (polizze infortuni, responsabilità civile di terzi, e così via), quindi, gli enti pubblici e/o società controllate o partecipate da enti pubblici non devono prevedere che la compagnia assicurativa aggiudicataria debba necessariamente assumere il ruolo di responsabile del trattamento ai sensi dell’ articolo 28 del Regolamento Ue sulla privacy n. 2016/679 (Gdpr). È quanto chiarito dal Garante della privacy, che ha fornito il parere 21/10/2019, rispondendo al quesito di una compagnia. Secondo il Garante la conclusione deriva da una serie rilievi: 1) l’ attività dell’ assicurazione è effettuata in maniera totalmente autonoma; 2) l’ attività assicurativa è riservata per legge a soggetti specializzati (e cioè le compagnie, soggette alla vigilanza dell’ Ivass), mentre una p.a. non può svolgere questa attività, né tanto meno delegarla; 3) la compagnia deve avere mani libere nella valutazione e liquidazione del danno, ad essa sola spettando decidere se liquidare direttamente un sinistro, oppure avviare puntuali verifiche o resistere in giudizio. La conclusione è che la società assicuratrice, aggiudicataria del servizio di copertura assicurativa, agisce in qualità di autonomo titolare, in quanto non effettua un trattamento di dati «per conto» dell’ ente aggiudicante. Detto questo, si pone il problema delle condizioni del trasferimento di dati (ad esempio di dipendenti e utenti) dall’ ente alla compagnia: sul punto, il Garante precisa che, per i dati diversi da quelli sensibili, particolari e giudiziari, la base giuridica del trasferimento è il contratto (articolo 6, paragrafo 1, lett. b) del Gdpr (si deve rilevare, però, non sempre le persone, i cui dati sono trattati, sono parte del contratto assicurativo e ci si chiede, allora, se le compagnie debbano utilizzare una diversa base giuridica per il loro autonomo trattamento). Il Garante aggiunge, inoltre, che l’ assicurazione non può usare i dati, ricevuti per trattare i sinistri, a fini diversi da quelli assicurativi (ad esempio marketing). Nella lettera non vi sono specifiche indicazioni sulla base giuridica utilizzabile per il trasferimento, da ente ad assicurazione, dei dati sensibili, particolari o relativi a condanne e reati e per il successivo autonomo trattamento dei medesimi dati da parte delle compagnie. Tornando ai bandi, il Garante rileva che, in un’ ottica di accountability (articolo 25 Gdpr), è comunque apprezzabile l’ inserimento, in sede di bando di gara, di elementi per selezionare contraenti che diano le massime garanzie in materia di privacy. Infine, nel contratto con l’ assicurazione devono essere determinati puntuali termini di conservazione dei dati, una volta esauriti gli effetti del contratto stesso. Fin qui il parere del Garante. Ci si chiede, peraltro, se il risultato sia lo stesso in relazione alla possibile attività di gestione delle liti sui sinistri da parte delle compagnie per conto dell’ ente aggiudicante. Più in generale si ricorda che il problema della qualificazione del fornitore di servizi alla p.a. non è nuovo e il Garante se ne è occupato molte volte in passato, arrivando a individuare quali responsabili del trattamento: 1) i soggetti privati chiamati a collaborare con l’ ente pubblico per lo svolgimento di compiti istituzionali, come una società incaricata da un comune di effettuare misurazioni presso abitazioni per l’ accertamento della tassa di smaltimento dei rifiuti (provvedimento 29 luglio 1998); 2) il concessionario di pubblici servizi rispetto alla p.a. concedente (provvedimento 15 ottobre 1998); 3) la società di consulenza informatica, professionisti ed altri organismi che elaborano dati inerenti a clienti, fornitori, dipendenti, a fini di gestione amministrativa e contabile (provvedimento 26 novembre 1998). © Riproduzione riservata. ANTONIO CICCIA MESSINA

29/10/2019 – Italia Oggi

Cumulo k.o. in tre bandi

Le agevolazioni previste dal bando «agrifood», «fabbrica intelligente», «scienze della vita» e «calcolo ad alte prestazioni», non sono cumulabili con altre agevolazioni pubbliche concesse per le medesime spese. Il divieto di cumulo agisce solo qualora le agevolazioni siano qualificabili come aiuti di stato. Al contrario, tali le agevolazioni risultano fruibili insieme al credito di imposta per le attività di ricerca e sviluppo. Questi i chiarimenti del Mise in merito all’accesso ai 380 mln di euro del bando agrifood in vista della presentazione della proposta progettuale, che va presentata a partire dal 12 novembre 2019. I soggetti ammissibili sono le imprese di ogni dimensione che esercitano attività industriali, agroindustriali, artigiane, di servizi all’industria (attività di cui all’art. 2195 del c.c., nn. 1, 3 e 5), e i centri di ricerca. Le agevolazioni sono concedibili nella forma del contributo alla spesa e del finanziamento agevolato, in misura coerente con i limiti fissati dal regolamento (Ue) n. 651/2014.

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28/10/2019 – Diritto 24

Dentons con Astaldi per la Metropolitana di Toronto

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Lo studio legale Dentons ha assistito Astaldi, in qualità di sponsor e guarantor, nel contesto del progetto di realizzazione, finanziamento e gestione della nuova metropolitana “Hurontario Light Rail Transit” di Toronto, da cui è derivata l’aggiudicazione, assieme a Salini Impregilo e partner canadesi, di un contratto per lavori di ingegneria civile del valore di circa 917 milioni di Euro (circa 1,3 miliardi di dollari canadesi), commissionato da Infrastructure Ontario e Metrolinx al consorzio composto da Salini Impregilo, Astaldi, Hitachi e Transdev.

Il team di Dentons è stato guidato dal partner Giovanni Diotallevi e dal managing counsel Andrea De Luca Picione e composto dal managing counsel Cristian Fischetti e dalle associate Stefania Verroca e Virginia Barni.

L’operazione è stata seguita dal team legale interno di Astaldi composto da Simone Giovagnoni (Direttore Affari Legali) e Gioia Alison Muggia (Legal Counsel).

Il progetto Hurontario contempla la realizzazione, il finanziamento e la gestione trentennale di un’importante opera strategica di mobilità sostenibile: una linea ferroviaria leggera, lunga 18 km e con 19 stazioni, che percorrerà la Hurontario Street da Port Credit a Mississauga al Brampton Gateway Terminal.

Il progetto, inoltre, riveste un’importanza fondamentale in quanto, da un lato, rafforza ulteriormente il ruolo di Astaldi in Nord America e, dall’altro, rappresenta la prima aggiudicazione che vede insieme Salini Impregilo e Astaldi dopo il lancio di Progetto Italia.

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28/10/2019 – ANSA

Descalzi (Eni), dal 2021 energia alle piccole isole da onde marine

Firmato l’accordo con Cdp, Fincantieri e Terna

“Dal 2021 cominceremo a fornire energia alle piccole isole” con il nuovo sistema Iswec, che produce energia dalle onde del mare. Lo ha annunciato l’amministratore delegato dell’Eni, Claudio Descalzi, presentando a Ravenna il progetto in collaborazione con Cdp, Terna e Fincantieri, alla presenza del presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Si tratta di un sistema ibrido smart grid unico al mondo composto da fotovoltaico e da un sistema di stoccaggio energetico idoneo sia per l’alimentazione di asset offshore di medie e grandi dimensioni sia per la fornitura di energia elettrica completamente rinnovabile in luoghi non interconnessi alla rete, come le isole minori. I vantaggi per l’Italia sono notevoli in quanto l’energia da moto ondoso può essere realizzata sfruttando lo sviluppo costiero del Paese, con un impatto ambientale inferiore rispetto a quello delle altre principali fonti rinnovabili terrestri già in uso, e creando una industria nazionale ed un indotto a elevato sviluppo tecnologico e valore aggiunto.

Gli amministratori delegati di Cassa Depositi e Prestiti, Fabrizio Palermo, Fincantieri, Giuseppe Bono, Terna, Luigi Ferraris ed Eni, Claudio Descalzi, hanno firmato oggi un accordo che pone le basi per la costituzione di una società per lo sviluppo e realizzazione di impianti di produzione di energia elettrica da moto ondoso. Grazie a questo accordo, che segue l’intesa firmata lo scorso 19 aprile, la collaborazione tra le società entra in una fase più operativa che consentirà di trasformare il progetto pilota Inertial Sea Wave Energy Converter (Iswec), l’innovativo sistema di produzione di energia dal moto ondoso, in un impianto realizzabile su scala industriale e, quindi, di immediata applicazione e utilizzo. L’accordo di partnership si svilupperà in due fasi: nella prima, si metterà a punto il modello di business, definendo un vero e proprio piano di realizzazione in Italia. Parallelamente, verrà completata la prima installazione industriale di Iswec presso la piattaforma Eni Prezioso nel Canale di Sicilia al largo delle coste gelesi, con avvio previsto nella seconda metà del 2020. La seconda fase sarà, invece, dedicata da un lato alla vera e propria costituzione della società, e dall’altro alla conseguente esecuzione del piano di realizzazione e sviluppo delle attività, a partire dalle applicazioni per le isole minori in Italia e successivamente all’estero.

L’Ad di Eni Claudio Descalzi ha aggiunto che “questo accordo si inserisce nel nostro piano strategico di decarbonizzazione e trova fondamento nella grande esperienza di Eni nelle attività offshore e nella gestione dei progetti complessi. Elementi che hanno consentito di realizzare e installare la prima applicazione industriale di Iswec in tempi record per il settore. La collaborazione con tre eccellenze italiane, quali Cdp, Terna e Fincantieri, consentirà di mettere a fattor comune le grandi competenze esistenti e di accelerare il processo di industrializzazione di questa tecnologia, a differenza di quanto avvenuto finora per dispositivi analoghi”. Cdp contribuirà all’iniziativa curando, in sinergia con i partner, i rapporti con le Istituzioni centrali e gli enti locali e valutando i profili economici e finanziari ed i più idonei meccanismi di remunerazione dell’energia prodotta. L’Ad Fabrizio Palermo ha detto che “questo accordo, frutto della collaborazione tra le società partecipate dal Gruppo Cdp, mira alla realizzazione di una tecnologia estremamente innovativa. Si tratta di un sistema capace di generare valore per i territori e per la collettività ed è in linea con la nostra strategia che punta a indirizzare gradualmente le attività e gli investimenti del Gruppo a supporto della transizione energetica e a contrasto del cambiamento climatico”.

Fincantieri apporterà competenze industriali e tecniche tipiche delle realizzazioni navali per l’industrializzazione e il deployment della prima applicazione industriale “full scale”. L’Ad Giuseppe Bono ha dichiarato: “Questa cooperazione di grande respiro industriale e tecnologico, che ci vede affiancati a gruppi del calibro di Eni, Terna e CDP, apre una nuova frontiera per lo sfruttamento delle energie pulite in Italia, valorizzando la morfologia del Paese. Fincantieri viene riconosciuta come la massima autorità in campo marittimo e navale, e siamo certi che, grazie alle sinergie fra i partner coinvolti, questo progetto d’avanguardia segnerà un punto di svolta per lo sviluppo sostenibile del Paese”.

Terna apporterà le sue competenze industriali e tecniche nel campo dell’ingegneria elettrica per l’industrializzazione e il deployment della prima applicazione industriale “full scale” e nel campo dell’integrazione con la rete elettrica. Spiega l’Amministratore Delegato di Terna Luigi Ferraris: “L’iniziativa avviata con Eni, CdP e Fincantieri consentirà di mettere ulteriormente a sistema la nostra esperienza e il know-how in innovazione, tecnologia e ricerca a servizio della transizione energetica. È un’importante partnership che, attraverso l’utilizzo di nuovi fattori abilitanti, contribuisce a potenziare il ruolo primario e centrale del nostro Paese nel sistema energetico europeo, sempre più decarbonizzato e sostenibile”.

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28/10/2019 – Roma Today

Roma Metropolitane, Raggi non aspetta il Tar: pronta nomina di Giovanni Mottura amministratore unico

Il blitz della Sindaca sui vertici della partecipata: Mottura potrebbe essere liquidatore. Il 6 novembre la pronuncia del Tar sul ricorso sulla delibera votata dal Consiglio Comunale

Roma Metropolitane, Raggi nomina Giovanni Mottura amministratore unico

l prossimo 6 novembre, dopo la sospensiva, il Tar del Lazio si esprimerà sul merito del ricorso sulla delibera per la liquidazione di Roma Metropolitane votata favorevolmente dall’Assemblea Capitolina.

Roma Metropolitane: Giovanni Mottura nuovo amministratore unico

Ma a meno di dieci giorni dall’attesa pronuncia dei giudici sulla partecipata del Comune è arrivato il blitz della Sindaca Raggi che ha comunicato in commissione moblità il nome di Giovanni Mottura quale prossimo amministratore unico della società. L’ex au Marco Santucci è infatti dimissionario da quasi un mese.

Mottura, dottore commercialista e revisore legale dei conti, a quanto apprende l’agenzia DIRE, potrebbe essere nominato liquidatore della società, o tra i liquidatori della società, nel caso in cui il Tar e la giustizia amministrativa successiva, si esprimessero a favore della delibera del Comune di Roma che ha stabilito la liquidazione dell’azienda.

“Non vedo perchè aspettare il Tar. Siamo nelle condizioni di operare ai sensi dell’indirizzo dato da Roma Capitale” – ha commentato l’annuncio della nomina di Mottura l’assessore ai Trasporti di Roma Capitale, Pietro Calabrese.

“L’Oref ha specificato che vista la liquidazione volontaria il socio può interromperla e revocarla quando vuole. Ricordo che per l’amministrazione – ha aggiunto il neo assessore – c’è la volontà di risanare le sue aziende pubbliche”.

Critica Forza Italia: “Da Sindaca arroganza istituzionale”

Critiche le opposizioni. “Dopo la sospensiva concessa dal TAR del Lazio, dopo le continue richieste di incontri per far entrare la Regione all’interno del capitale sociale di Roma Metropolitane, oggi con un ennesimo atto di ‘arroganza istituzionale’ l’amministrazione capitolina procede alla nomina di un nuovo amministratore unico. Un’azione molto preoccupante, nelle more delle verifiche del Tar che aveva già alendarizzato il giorno di discussione nel merito al 6 novembre” – ha dichiarato il consigliere regionale del Lazio, Antonello Aurigemma.

Il Pd non partecipa al voto: “Contestiamo commissione nomina”

In Commissione Mobilità il Pd invece non ha partecipato al voto: “Riteniamo i tempi della convocazione esasperati, visto che la comunicazione ci è arrivata da poche ore, non c’è stata poi una selezione dei curricula, alla faccia della trasparenza. Infine – ha spiegato il capogruppo Dem, Giulio Pelonzi – ci riserviamo di contestare questa delibera e questa commissione di nomina in tutte sedi opportune”.

Su Roma Metropolitane esposto a Prefetto e Corte dei Conti

Intanto sulla vicenda di Roma Metropolitane, sulle opere in bilico e sui posti di lavoro a rischio, dal Partito Democratico l’esposto al Prefetto di Roma e alla Corte dei Conti.

“Di fronte alla protervia e alla sordità dell’amministrazione Raggi, ci vediamo costretti ad intraprendere tutte le azioni utili alla salvaguardia di opere importanti, come il prolungamento della metro C e la messa in sicurezza delle linee A e B nonchè la tutela dei livelli occupazionali dei lavoratori della società”.

Chiesta inoltre la convocazione di una Commissione Trasparenza “al fine di verificare la correttezza delle procedure amministrative adottate nell’assunzione da parte dell’Assemblea capitolina del provvedimento di liquidazione di Roma Metropolitane”.

29/10/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Manovra, strutturali i 500 milioni ai Comuni per investimenti «verdi»

Daniela Casciola

Lo prevede una norma nella manovra, annunciata ieri proprio dal sottosegretario Riccardo Fraccaro

I 500 milioni di euro stanziati a favore dei Comuni per i cosiddetti investimenti «verdi» diventano strutturali. Lo prevede una norma nella manovra, annunciata ieri proprio dal sottosegretario Riccardo Fraccaro che ha legato il proprio nome alla prima edizione della misura istituita con il Decreto Crescita.

Lo scorso 14 maggio, infatti il Ministro dello Sviluppo economico aveva emanato un decreto (Norma Fraccaro) che assegnava i contributi, stanziati dal Dl Crescita in favore di ogni comunità, per la realizzazione di progetti di efficientamento energetico e di sviluppo territoriale sostenibile.

Così, ora i 500 milioni di euro a favore di tutti i Comuni diventano strutturali. Saranno sempre destinati a opere pubbliche in materia di efficientamento energetico e sviluppo sostenibile. Tutti i Comuni, in base al numero di abitanti, riceveranno da 50mila euro a 250mila euro che potranno essere subito spesi.

Si potranno finanziare progetti per dotare le città di impianti per il risparmio energetico e la produzione di energia da fonti rinnovabili. Inoltre, le risorse potranno essere impiegate per mettere in sicurezza strade, scuole, edifici pubblici. Ancora, si potranno rimuovere le barriere architettoniche e realizzare progetti di mobilità sostenibile.

Pare siano stati proprio i risultati ottenuti finora – che il sottosegretario ha definito «incoraggianti» – che hanno spinto questa decisione.

Intanto, a proposito della prima edizione dei finanziamenti, sarà attivo dal 31 ottobre il sistema per il monitoraggio degli investimenti finanziati con i contributi per l’efficientamento energetico e lo sviluppo territoriale sostenibile. Sempre entro questa data dovrà essere dato inizio ai lavori che deve infatti necessariamente avvenire entro il 31 ottobre, per evitare ai Comuni la revoca del contributo.

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29/10/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Dl fiscale, in vigore (ma non ancora attuata) la norma sui versamenti delle ritenute negli appalti

Massimo Frontera

La filiera dell’edilizia punta a modificare in Parlamento – quasi certamente iniziando dalla Camera – la misura definita una «nuova grave sottrazione di liquidità»

Con la pubblicazione in gazzetta del decreto fiscale, è entrata in vigore la norma che dispone l’obbligo di versamento delle ritenute fiscali da parte del committente «in tutti i casi in cui il committente affidi a un’impresa l’esecuzione di un’opera o di un servizio» relativamente a tutti i «lavoratori dipendenti impiegati nell’appalto». Obbligo che coinvolge l’appaltatore e il subappaltatore, il quale «dovrà fornire la provvista finanziaria necessaria al versamento, nonché i dati utili all’identificazione del personale o, in alternativa, chiedere di compensare tali importi con i corrispettivi fino a quel momento maturati» ma senza la possibilità di «compensare crediti verso l’Erario con debiti fiscali e contributivi, senza che sia preventivamente provata dall’amministrazione finanziaria alcuna violazione fiscale a loro carico». La norma – contestatissima dall’intera filiera dell’edilizia oltre che della compagine confindustriale e bancaria – si legge all’articolo 4 del decreto fiscale pubblicato sulla Gazzetta del 26 ottobre scorso.

La norma è in vigore ma non è operativa, sia perché la disposizione scatta dal primo gennaio prossimo, sia soprattutto perché richiede l’attuazione attraverso provvedimenti dell’agenzia delle Entrate e una nuova architettura telematica. Anche se non è ancora iniziato l’iter parlamentare – che, secondo indiscrezioni dovrebbe iniziare alla Camera – è facile prevedere un pressing formidabile da parte di una nutrita platea di operatori. Tra questi c’è l’Ance che, come è noto, in un comunicato congiunto sottoscritto con Assistal, Assoimmobiliare, artigiani e cooperative, ha bollato la misura come una «nuova grave sottrazione di liquidità», dopo la misura – mai digerita – dello split payment. Contro la misura si era schierata anche Confindustria, che ha cercato di sensibilizzare il ministro dell’Economia con una lettera sottoscritta, tra gli altri, anche dall’Abi, Assonime, Rete Imprese e, ancora una volta, Ance.

Nella discussione in parlamento tutte le associazioni manifesteranno le loro “perplessità” chiedendo «l’immediato ritiro della norma». Anche perché, ha fatto notare Confartigianato, il vantaggio per l’erario è valutato in 71 milioni dalla stessa relazione tecnica al provvedimento: soldi che, afferma l’associazione degli artigiani, «ben potrebbero essere recuperati da altre poste del bilancio pubblico, senza ricorrere ad un aggravio nella gestione amministrativa delle commesse che potrebbe paralizzare l’esecuzione dei contratti». Anche l’Ance respinge con forza la norma al mittente. «Ancora una volta – ricorda l’Associazione dei costruttori – per combattere l’evasione fiscale si scelgono strumenti che mettono a rischio il fragile equilibrio finanziario delle imprese, già pesantemente danneggiate dall’introduzione dello split payment. Senza considerare che il meccanismo disegnato dalla norma costituisce un capolavoro di complicazione burocratica nella gestione amministrativa dell’appalto, mettendo così a rischio l’esecuzione dell’intera opera».

Il decreto fiscale pubblicato in Gazzetta © RIPRODUZIONE RISERVATA

29/10/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Offerte anomale, nuova circolare Mit sul calcolo della soglia dopo la «querelle» tra i Tar

Mauro Salerno

Porta Pia chiarisce con un documento ufficiale il metodo da seguire per individuare la soglia di anomalia negli appalti al massimo ribasso

Il ministero delle Infrastrutture prova a chiudere la querelle sul calcolo della soglia di anomalia, innescata dalla difficoltà di interpretare in maniera univoca l’articolo del codice degli appalti che indica alle amministrazioni come calcolare la soglia di anomalia delle offerte nel caso di aggiudicazione degli appalti al massimo ribasso. Con una circolare appena diffusa e firmata lo scorso 24 ottobre , Porta Pia indica alle stazioni appaltanti la strada da seguire per calcolare la soglia senza errori offrendo anche esempi concreti in base alle diverse situazioni che si possono presentare in gara.

Il punto-chiave sta in uno dei passaggi che il codice appalti (articolo 97) impone di seguire per evitare la predeterminabilità delle soglie e scongiurare così quindi il rischio di accordi-cartello tra le imprese.

Il passaggio della discordia riguarda il calcolo da eseguire dopo aver effettuato il cosiddetto “taglio delle ali”, individuato la media dei ribassi e la media dello scarto aritmetico presentato dalle offerte che presentano un ribasso superiore alla media. Qui per evitare accordi preventivi la norma impone di ridurre il valore della soglia di un certo valore. È proprio sul metodo di calcolo di questo valore che si è verificato il contrasto di interpretazioni. Il Mit, a dire il vero, aveva già detto la sua attraverso un parere diffuso qualche mese fa dalla Regione Toscana. A questa interpretazione si erano allineate anche l’Anac e una serie di Tribunali amministrativi (Catania, Milano, Catanzaro Bologna), mentre da ultimo si era staccato il Tar Ancona, proponendo una interpretazione letterale della norma che va in senso contrario ai precedenti orientamenti.

L’ultimo intervento del Mit, con la circolare del 24 ottobre, prova a chiudere la vicenda ribadendo l’interpretazione offerta in prima battuta nel primo parere rilasciato nei confronti della Regione Toscana. Ora le stazioni appaltanti hanno una bussola da seguire. Il che non significa che l’intervento, per quanto ufficiale, riesca a chiudere la porta ai ricorsi, almeno fino a quando anche la giustizia amministrativa non prenderà una linea univoca sulla vicenda. © RIPRODUZIONE RISERVATA

29/10/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Edilizia, in Veneto nasce la cassa interprovinciale

Q.E.T.

Ieri il battesimo della Ceiv – Cassa edile di mutualità e assistenza interprovinciale del Veneto – nata dall’integrazione delle casse edili di Padova e di Treviso

Nasce ufficialmente la Cassa edile di mutualità e assistenza interprovinciale del Veneto (Ceiv) dall’integrazione delle Casse edili di Padova e di Treviso. Il nuovo ente è stato presentato ieri a Treviso presso la Scuola edile. Importanti i numeri con cui opererà Ceiv: 1.400 aziende iscritte nei due territori per 10.550 lavoratori attivi e una massa salariale complessiva di 112 milioni di euro. La sede legale di Ceiv sarà a Padova e verranno mantenute con piena operatività le attuali sedi a Treviso come a Padova. Numerose e importanti le prestazioni erogate dalle Casse edili ai lavoratori, che tengono conto della particolare situazione contrattuale del settore. Tra queste vi sono quelle di tipo contrattuale e previdenziale (ferie, gratifica natalizia, Ape-Anzianità professionale edile), assistenziale (integrazione della retribuzione in caso di malattia e infortunio) e di welfare (borse di studio per i figli, compartecipazione spese mediche).

Nell’ultimo anno, tra Padova e Treviso le casse edili hanno erogato 1.654.055 euro per prestazioni assistenziali 16.556.755 per la gratifica natalizia ai lavoratori, 5.121.811 euro per l’Ape. E vi sono tra l’altro anche 247.706 euro per borse di studio e 285.682 euro di cure dentarie. Va inoltre ricordato che la Cassa Edile opera in parallelo con gli Enti Edili per la Formazione e la Sicurezza (che sono presenti sia a Treviso che a Padova), organismi anch’essi bilaterali tra Ance e Sindacati, che promuovono la formazione professionale per i giovani (prima formazione e apprendistato), per i lavoratori già attivi (corsi di aggiornamento e per la sicurezza sul lavoro) e visite sui cantieri finalizzate a sviluppare i principi della salvaguardia della sicurezza e della salute dei lavoratori. © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

29/10/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

L’Ambiente blocca il raddoppio di Fiumicino, Adr: già allo studio un piano di sviluppo sostenibile

Q.E.T.

l progetto di ampliamento del terminal bocciato a causa dell’ «incompatibilità» con una riserva naturale

Ci sono voluti 12 anni ma la decisione è di quelle che non lascia spazio a dubbi: il ministero dell’Ambiente ha bocciato il progetto di ampliamento dell’aeroporto di Fiumicino presentato da Enac e Adr, perché ritenuto incompatibile con la riserva naturale sulla quale dovrebbe sorgere.

Un esito salutato con entusiasmo dal ministro Sergio Costa: «Abbiamo fermato l’ampliamento dell’aeroporto di Fiumicino. Sarebbe stata l’ennesima speculazione di cemento in un territorio già martoriato. Per me questa è una vittoria». Adr però fa sapere di lavorare da tempo con Enac ad un progetto che coniughi l’aumentato traffico aereo del principale aeroporto di Roma, e uno dei principali scali d’Italia, con la tutela ambientale. «Il principale scalo italiano, porta d’accesso da e per il nostro Paese rispetto al traffico globale, registra da oltre dieci anni una crescita costante del volume di passeggeri e le stime di sviluppo del trasporto aereo nei prossimi anni rendono ineludibile uno sviluppo delle

infrastrutture di volo e di terra -spiega in una nota Adr – Fiumicino è oggi uno degli aeroporti

più sostenibili d’Europa, anche dal punto di vista del consumo del suolo. Peraltro lo sviluppo di Fiumicino Sud, che ha soddisfatto negli ultimi anni l’esigenza di adeguare i Terminal

all’aumento dei passeggeri, è stato realizzato senza utilizzare un solo metro quadro di territorio aggiuntivo».

Le prime cartografie con il progetto di Aeroporti di Roma di un vero e proprio secondo aeroporto che, estendendosi su 1.300 ettari a nord di quello attuale, lo avrebbe di fatto raddoppiato risalgono appunto a 12 anni fa, ma il Masterplan 2030 dell’aeroporto di Fiumicino era stato presentato da Enac/AdR il 31 marzo 2017 per ottenere la Valutazione di Impatto Ambientale (Via) dal Ministero. Che puntuale, è arrivata. «L’idea dell’ampliamento dell’aeroporto di Fiumicino andava a impattare una parte della Riserva del litorale romano, nonché avrebbe comportato molti espropri per decine di famiglie, solo per aumentare il sedime aeroportuale – ha spiegato il ministro dell’Ambiente – Con il parere negativo della commissione Via-Vas si mette fine ad un’altalena che va avanti da troppo tempo per Fiumicino».

Il Masterplan 2030 avrebbe dovuto costituire la prima metà del raddoppio con una nuova pista, la quarta, una nuova aerostazione, parcheggi, stazione ferroviaria, vincoli autostradali, il tutto ricadente nella Riserva Naturale statale del Litorale Romano. © RIPRODUZIONE RISERVATA