Rassegna stampa 25-28 ottobre 2019

25/10/2019 – Corriere della Sera

Il piano di Iren sulla sostenibilità Investimenti per 3,3 miliardi su hi tech e ambiente

La municipalizzata
Entro il 2024 Iren ha in programma 3,3 miliardi di euro di investimenti, di cui 2 miliardi dedicati a progetti sostenibili, e il resto allo sviluppo, al digitale e all’ innovazione della società. Numeri che fanno parte della visione legata all’ economia circolare che il gruppo ha adottato come paradigma di crescita per i prossimi anni. I dati sono stati presentati all’ incontro «Orientati al futuro» organizzato da Iren e The European House Ambrosetti per parlare di come la multiutility stia impattando su innovazione, smart cities e occupazione. Secondo la ricerca di Ambrosetti, Iren è in prima linea per la rigenerazione urbana, e genera l’ 87% del totale di energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili e assimilate, di gran lunga superiore alla media delle altre aziende nel Paese (35%).«Siamo in salute, abbiamo prospettive di crescita sempre più ampie – ha detto Massimiliano Bianco, ceo di Iren ( nella foto ) -. La nostra prospettiva, in questo momento, è quella di andare oltre i confini del nostro gruppo». Il ceo Bianco ha poi confermato l’ interesse per la gara su Sorgenia e ha annunciato che dal prossimo giugno il gruppo opererà anche come istituto di pagamento. Al. Sc.

25/10/2019 – Il Sole 24 Ore
Espansione a Sud Ovest con l’ acquisizione del 45% di Asm

operazioni
Nelle scorse settimane A2A è sbarcata in Lomellina: Asm conta 40mila clienti
Comprando da Libera Energia il 45% di Asm Energia, A2A è sbarcata nelle scorse settimane anche nella parte lombarda della Lomellina, uno spicchio di territorio in cui la multiutility non era ancora presente. Asm è una realtà che può contare su un portafoglio di oltre 40mila clienti, di cui circa 30mila gas, situati principalmente nei comuni di Vigevano e Mortara (in provincia di Pavia) per circa 80 Mm3 di gas e 40 Gwh di energia elettrica. Una volta definito il riassetto, A2A Energia e Asm Vigevano e Lomellina (socio di maggioranza di Asm Energia) definiranno nuovi patti parasociali con l’ obiettivo di accelerare lo sviluppo dell’ azienda e il consolidamento dei margini da parte di A2A. Di che numeri stiamo parlando? Asm Energia ha chiuso il 2018 con un Ebitda di 2,4 milioni, ricavi a un soffio da quota 40 milioni, un utile operativo di 1,14 milioni e una posizione finanziaria netta negativa per 6,65 milioni di euro. Insomma, un’ operazione dalle dimensioni limitate, che tuttavia – ha sottolineato A2A – presenta due aspetti cruciali: il portafoglio clienti di Asm Energia è sinergico con le aree di sviluppo del gruppo controllato dai Comuni di Milano e di Brescia e la stessa Asm «ha una forte presenza e radicamento sul tessuto locale». Più rilevanti, invece, sono le dimensioni di Asm Vigevano e Lomellina, che fa riferimento al Comune di Vigevano come socio di controllo, con cui A2A metterà a punto accordi parasociali: in futuro si possono così immaginare ulteriori forme di partnership. Il gruppo è attivo anche nel ciclo integrato dei rifiuti, nel gas e nell’ idrico, e a fine 2018 vantava ricavi per 57,8 milioni e un margine operativo lordo di 6 milioni (dati che in ogni caso comprendono l’ apporto della società di vendita Asm Energia, che in futuro sarà consolidata da A2A). Va ricordato, peraltro, che nella zona limitrofa a Vigevano opera anche Lgh, multiutility con cui A2A ha firmato una partnership (rinnovata di recente per altri tre anni) contestualmente all’ acquisto del 51% del capitale. Lgh ha chiuso il 2018 con un utile netto superiore a 6 milioni, un fatturato consolidato di 556,5 milioni, in aumento del 10,7% rispetto al 2017, e un margine operativo lordo in crescita dell’ 8,8% a 92 milioni. © RIPRODUZIONE RISERVATA.

25/10/2019 – Il Messaggero
«Concessioni, su ponti e strade i controlli saranno solo esterni»

L’ intervista Paola De Micheli
La ministra delle Infrastrutture: «Cambiamo passo, a soggetti indipendenti tutte le verifiche» «Tra le priorità l’ Alta velocità al Sud e la Gronda Il Ponte Morandi? A breve avremo delle risposte»
Ministra delle Infrastrutture Paola De Micheli, il premier Conte ha voluto a Palazzo Chigi una cabina di regia per velocizzare gli investimenti in opere pubbliche e indicare le priorità, monitorando lo stato di avanzamento dei lavori. Ma fino ad ora, di là degli annunci, non si è mosso nulla. Perché? «Stiamo già sbloccando alcuni cantieri come la Campogalliano Sassuolo, di cui si parla da oltre 20 anni. Bisogna fare i conti con un sistema che ha una serie di problemi che non sono solo legati al codice degli appalti, ma anche a cantieri aperti da aziende con forti criticità economiche-finanziarie, opere che hanno problemi di impatto ambientale e quindi subiscono ritardi legati al contesto territoriale e politico locale come la stazione Foster di Firenze per l’ Alta Velocità. Poi esistono ostacoli di natura burocratica». Come pensa di superarli? «Per evitare di aumentare il caos e la stratificazione normativa proverò a usare tutti gli strumenti di cui già dispongo per mettere ordine sul piano dell’ attuazione delle norme vigenti. Questo non significa che non proporrò anche io se necessario modifiche legislative. Ma ora preferisco mettere ordine a ciò che c’ è già per portare chiarezza, semplificazione, ed eliminare inutili ulteriori passaggi. Lo farò con il regolamento unico di attuazione del Codice che per legge uscirà entro il 18 di dicembre e attraverso altri strumenti legislativi già in mio possesso. E ci sono alcuni cantieri che penso di poter sbloccare entro la fine dell’ anno». Quali? «Oltre alla Campogalliano-Sassuolo, il passante di Bologna, la ferrovia Olbia-Sassari. E poi dovrò provvedere a nominare alcuni commissari per le situazione più complesse come per Genova, dove c’ è sia la parte ferroviaria che quella stradale, e per il Mose di Venezia. La Gronda, invece, ha un suo percorso collegato alla concessione autostradale di Aspi». Proprio Atlantia è nel mirino dei 5Stelle. La battaglia sulle concessioni è ancora in corso… «C’ è una commissione tecnica che sta facendo una valutazione di tutti gli atti relativi al crollo del Ponte Morandi. Contiamo di avere i risultati a breve. Per quanto riguarda le concessioni, lo scorso 14 ottobre abbiamo scritto una lettera a tutte le società concessionarie nella quale stabiliamo che le attività di verifica sulle infrastrutture vengano validate da soggetti indipendenti individuati nelle strutture universitarie che saranno ogni volta diverse secondo il principio della rotazione. È un bel cambio di passo perché fino ad ora le validazioni venivano fatte da società interne ai concessionari. Aspi ha annunciato di aver dato seguito alla nostra richiesta». Ma lei condivide il giustizialismo autostradale dei grillini? «Credo che la vicenda del Ponte Morandi sia gravissima sotto ogni profilo. In merito c’ è una procedura in corso, e gli elementi di analisi estranei alle responsabilità penali – che spettano alla magistratura – legati alle responsabilità e corresponsabilità su sicurezza, controlli, manutenzione, sono al vaglio dei tecnici. La decisione sarà presa, come dicevo, dall’ intero governo». Ma non teme, a proposito dei 5Stelle, che dopo lo smacco che hanno subìto sulla Tav e la Tap possano minare il rilancio delle infrastrutture? «Primo, abbiamo condiviso tra PD e i 5Stelle la linea di indirizzo: anzitutto manutenzioni ordinarie e straordinarie. Ne abbiamo bisogno assolutamente: abbiamo pezzi interi del nostro territorio che non vengono manutenuti da decenni. Secondo: voglio realizzare interventi di infrastrutturazione di medie dimensioni. Penso, ad esempio, alla rete ferroviaria: dovrà essere tutta elettrificata e a doppio binario. Terza linea guida: ogni opera già finanziata, partita o in fase di realizzazione, deve essere realizzata sulla base di una valutazione realistica e scientifica». Quella compiuta dalla famosa commissione costi-benefici di Toninelli? «Io non ho confermato quella commissione ma la mia struttura di missione del Mit, come previsto dalla legge, realizzerà le analisi costi-benifici». Passato Toninelli, passata la nottata? «Guardi che tanti parlamentari del M5s mi chiedono di realizzare le opere. L’ approccio deve essere quello di fare le cose condividendole con i cittadini e gli amministratori locali, spiegando che quella strada o quella ferrovia serve, porterà benessere e ridurrà l’ inquinamento». Lei e Conte avete detto che la priorità è sviluppare le infrastrutture al Sud. C’ è una road map? «Per l’ Alta Velocità Napoli-Bari i lavori sono iniziati per diversi lotti e sono in corso le conferenze dei servizi e gare degli ultimi lotti restanti. Già dal 2023 avremo il collegamento diretto Napoli-Bari. Per l’ autostrada Ragusa-Catania si sta perfezionando l’ intesa tra l’ attuale concessionario e Anas per la cessione del progetto definitivo ad Anas con la valutazione dell’ Ordine degli ingegneri di Roma per la definizione del corrispettivo. Inoltre vorrei realizzare un mix tra Alta Velocità e Alta Capacità avviando una serie di interventi che consentiranno la velocizzazione della linea permettendo il raggiungimento di una velocità di 200-220 km, che consentirà di connettere Reggio Calabria a Milano e Torino con lo stesso treno. In più, sul tema stradale-Anas, vogliamo realizzare la Palermo-Caltanissetta, la Palermo-Siracusa e la Telesina, oltre alla Statale 106 Ionica che sembra in alcuni tratti una mulattiera e invece noi vogliamo trasformare in una superstrada a 4 corsie». Renzi sembra aver messo nel mirino l’ ad di Fs Gianfranco Battisti, mentre lei appare intenzionata ad affidare a Fs il compito di trainare i cantieri con miliardi di nuovi investimenti. Come finirà? «Italia Viva ha depositato un’ interrogazione parlamentare, aspettiamo la risposta dell’ amministratore delegato di Ferrovie. Il cda di Fs scade nel 2021 e la misurazione dei risultati è ciò che conterà per me, per il ministero dell’ Economia e per la maggioranza. Fs è una grande azienda e farò tutto quanto possibile perché tutti lavorino nella massima tranquillità». Alberto Gentili Umberto Mancini © RIPRODUZIONE RISERVATA.

27/10/2019 – Roma Today

Roma Metropolitane, dal Tar sospensiva della liquidazione. Pressing su Raggi per il ritiro della delibera

Il ricorso sarà discusso il prossimo 6 novembre. Le opposizioni compatte contro l’amministrazione capitolina

Venerdì lo sciopero dei lavoratori per la gestione delle partecipate, sabato la sospensiva del Tar del Lazio sulla liquidazione della società Roma Metropolitane. Partecipate sempre più spina nel fianco dell’amministrazione Raggi. Ieri la notizia del provvedimento del Tar giunto a seguito del ricorso presentato da Stefano Fassina contro la delibera dell’amminsitrazione capitolina.

“La sospensiva del Tar conferma le ragioni che abbiamo portato in queste settimane di scontro”, spiega Fassina all’agenzia Dire. “Mancavano gli atti per arrivare alla scelta di liquidazione di Roma metropolitane. Ora rivolgo un appello alla sindaca Raggi affinchè non attenda la sentenza di merito, prevista per il 6 novembre, e ritiri la delibera, che e’ una violazione delle regole fondamentali e del consiglio comunale. La Raggi costruisca all’interno della sua giunta le condizioni per riaprire un confronto serio e costruttivo con i sindacati”.

Le intenzioni dell’amministrazione capitolina appaiono però ben altre. L’assessore al Bilancio e al Coordinamento strategico delle Partecipate di Roma Capitale Gianni Lemmetti in una nota spiega: “Attendiamo la decisione nel merito dell’istanza cautelare su Roma Metropolitane che il Tar del Lazio prenderà il 6 novembre”. Quindi il responsabile dei conti capitolini aggiunge: ” “Abbiamo fiducia nell’operato dei giudici amministrativi e nella correttezza del nostro lavoro. Non possiamo far a meno di notare che il presidente del Collegio sindacale di Roma Metropolitane, che ha accertato le cause di liquidazione della società per riduzione del capitale sociale al di sotto del limite legale, ora chieda l’annullamento della stessa liquidazione, cercando di interrompere la legittima attività del socio Roma Capitale”.

Nel merito il Tar si esprimerà il 6 novembre. Dieci giorni che si annunciano carichi di polemiche e che già lunedì potrebbero vivere una giornata importante. Prevista infatti l’assemblea dei soci con la liquidazione all’ordine del giorno. Dalle opposizioni l’appello alla sindaca è quello a ritirare la delibera. Il Pd in Campidoglio con una nota: “La notizia della sospensiva del TAR sulla delibera di liquidazione di Roma metropolitane è fondamentale per evitare che l’azienda porti lunedi i libri in tribunale. Il ricorso Fassina, Melara e Santucci con l’affiancamento dei sindacati ha avuto successo. Questo dimostra la fondatezza delle ragioni della battaglia d’aula che il gruppo PD, le opposizioni tutte, i lavoratori, i sindacati, l’azienda, hanno condotto con fermezza in questi giorni. Questo dimostra che la Sindaca ancora una volta sbaglia!”. “Già da lunedì”, prosegue la nota, “come gruppo PD Campidoglio metteremo in campo ulteriori azioni tese a tutelare i servizi ai cittadini, i posti di lavoro, la prosecuzione dei lavori per metro c e la messa in sicurezza delle linee A e B. Raggi ora basta!”. “

25/10/2019 – Il Sole 24 Ore
Cdp, il cda nomina Gorno Tempini alla presidenza dopo l’ addio di Tononi

GOVERNANCE
La nomina andrà al vaglio dell’ assemblea dei soci fissata per il 5-7 novembre In arrivo un nuovo capo degli Affari Internazionali: l’ ambasciatore Salzano
roma La formalizzazione avverrà solo a valle dell’ assemblea dei soci, convocata per il 5 novembre in prima convocazione e per il 7 in seconda, che dovrà approvare la designazione, ma da ieri Giovanni Gorno Tempini è il nuovo presidente di Cassa depositi e prestiti al posto di Massimo Tononi che lascia la poltrona ai piani alti di Via Goito a poco più di un anno dalla nomina. Un addio anzitempo dovuto a una netta divergenza di vedute con l’ ad Fabrizio Palermo, ma anche, si racconta, a una certa idiosincrasia verso gli ambienti politici romani. Così l’ ex banchiere, che martedì ha partecipato alla riunione delle Fondazioni bancarie fissata per indicare il suo successore, ha deciso di rassegnare le dimissioni, ufficializzate ieri con una lettera stringata presentata al board «che l’ ha ringraziato per l’ attività svolta». In Cassa torna dunque Gorno Tempini, già amministratore delegato della spa di Via Goito dal 2010 al 2015, ma che fu messo alla porta, prima della fine naturale del secondo mandato, dall’ allora premier Matteo Renzi con il ribaltone che portò al vertice della controllata del Mef il tandem formato da Claudio Costamagna e Fabio Gallia. Un ritorno, quindi, per il top manager che ha raccolto, all’ atto della designazione, il consenso unanime delle 61 Fondazioni bancarie, azioniste di minoranza della Cdp. Il neo presidente avrà al suo fianco quel Palermo che arrivò alla Cassa nel 2014, da Fincantieri, per ricoprire l’ incarico di direttore finanziario proprio mentre al timone c’ era lui. Gorno Tempini conosce dunque perfettamente la “macchina” della Cdp che ha plasmato rendendola un “polmone” indispensabile per il tessuto economico del Paese. La sua profonda expertise potrà quindi rappresentare un utile supporto alle tante sfide industriali che attendono la Cassa. Tra i primi dossier che saranno sottoposti alla sua attenzione ci sarà però il pacchetto di nomine nelle controllate, da Sace al nuovo Fondo Nazionale Innovazione, nato per sostenere le start up e le pmi innovative. Le candidature sarebbero dovute arrivare già al board di ieri, ma l’ avvicendamento alla presidenza ha suggerito una piccola dilazione. È quindi molto probabile che un cda straordinario sia convocato nei prossimi giorni, forse già dopo l’ assemblea che ufficializzerà il ritorno di Gorno Tempini o comunque a strettissimo giro. Non tutte le caselle sono state definite, ma su alcuni nomi la chiusura è a un passo: per Sace dovrebbe così spuntarla il duo composto da Edoardo Ginevra (ad) e Rodolfo Errore (presidente), mentre su Simest manca ancora la quadratura del cerchio. Situazione fluida anche su Cdp Immobiliare, al momento gestita dal tandem formato dal presidente Matteo Melley e dall’ ad Salvatore Sardo, direttore operativo della Cassa. Per il Fondo Nazionale Innovazione, infine, i patti parasociali sottoscritti con Invitalia prevedono che Cdp indichi 6 dei 9 membri del board, incluso l’ ad ma con il gradimento dell’ Agenzia che esprime il presidente. I prossimi giorni serviranno dunque a definire tutte le posizioni in ballo, ma intanto in Cdp arriverà a breve un nuovo capo degli Affari Internazionali che potrebbe anche assumere altri incarichi all’ interno del gruppo: Pasquale Salzano, attualmente ambasciatore italiano in Qatar ma con un lungo trascorso in Eni. © RIPRODUZIONE RISERVATA.

Celestina Dominelli

25/10/2019 – Il Sole 24 Ore
Merloni all’ Anac, congelata la nomina del nuovo presidente

ANTICORRUZIONE
Un emendamento al Dl ministeri: il consigliere anziano subentra a Cantone
Il Governo guadagna tempo per definire il dopo-Cantone all’ Autorità Anticorruzione. Scelta delicata da affrontare – soprattutto per un Esecutivo già parecchio messo alla prova dalla sfida della manovra – dopo la stagione di grande visibilità (e rilancio dei poteri) garantita dalla decisione di affidare la presidenza dell’ Autorità al magistrato che all’ epoca (28 aprile 2014, governo Renzi) si era distinto soprattutto per le sue battaglie giudiziarie contro il clan dei Casalesi. Ieri è arrivata la notizia che il ruolo di Raffaele Cantone – che giurando in Cassazione è nel frattempo rientrato ufficialmente in magistratura – sarà preso da Francesco Merloni , il consigliere più anziano tra quelli in carica (gli altri sono Michele Corradino, Ida Nicotra, Nicoletta Parisi) . Sarà quindi Merloni a guidare nei prossimi mesi l’ Autorità, evitando al Governo la necessità di scovare subito un sostituto capace di non far rimpiangere Cantone, dimessosi a fine luglio in modo neppure troppo velatamente polemico con la scelta del precedente governo di ridimensionare il ruolo dell’ Autorità e dare battaglia sul codice appalti che invece Cantone aveva prima (indirettamente) contribuito a scrivere e poi sempre difeso nelle scelte di fondo. Nelle settimane scorse non erano mancate indiscrezioni di stampa sui possibili candidati al vertice dell’ autorità di Via Minghetti. Una “grana” che il Governo potrà affrontare con più calma (il Consiglio di cui fa parte Merloni scade a luglio 2020) dopo aver “scollinato” i sentieri impervi della legge di Bilancio. A garantire questa possibilità non è tanto l’ ufficializzazione della scelta di Merloni – già vicario di Cantone – ma la presentazione di un emendamento Cinque Stelle al Dl Ministeri (in discussione alla commissione Affari Costituzionale del Senato) che in accoppiata a un nuovo regolamento sul funzionamento dell’ Autorità – sdoganato guarda caso solo pochi giorni fa – consente di superare gli ostacoli normativi che, altrimenti, avrebbero impedito il regolare funzionamento dell’ Autorità, senza passare per la nomina di un nuovo presidente. Il problema sta nei cosiddetti poteri “monocratici” che le norme e il precedente regolamento dell’ Anac attribuivano al presidente e a lui solo, senza possibilità di estenderli a una figura facente funzione. Tra questi funzioni banalmente organizzative come la convocazione e la decisione dell’ ordine del giorno delle riunioni del Consiglio dell’ autorità, ma anche molto più incisive e rilevanti per il ricco mercato dei contratti pubblici, come la scelta di chiedere (ai prefetti) il commissariamento degli appalti delle imprese a rischio corruzione e di guidare le attività di Alta sorveglianza (svolte da un nucleo speciale della Guardia di Finanza) sugli appalti legati a eventi particolari, come è per esempio accaduto in occasione dell’ Expo di Milano, del Giubileo di Roma, per la bonifica di Bagnoli e ora per il padiglione italiano all’ Esposizione universale in programma per l’ anno prossimo a Dubai. L’ emendamento presentato al Senato – così come il nuovo regolamento sul funzionamento dell’ Autorità – colmano il vuoto normativo, specificando che in caso di vacanza dell’ incarico, cessazione o impedimento del presidente l’ esercizio di tutte le sue funzioni è assicurato dal componente del Consiglio più anziano per ufficio o per età, identikit che in questo caso si attaglia perfettamente a Merloni. Nato a Roma nel 1947, il nuovo numero uno dell’ Anac è stato professore ordinario di Diritto amministrativo a Perugia dal 1990 al 2015 e, fra i vari incarichi, è stato fra l’ altro componente, proprio insieme a Raffaele Cantone, della commissione ministeriale che nel 2012 portò all’ elaborazione della legge Anticorruzione (la cosiddetta «legge Severino»). © RIPRODUZIONE RISERVATA. Mauro Salerno

28/10/2019 – Affari & Finanza
Cdp: lo spread salva i conti semestrali e Palermo attende le mosse di Gorno

Il caso
L’ arrivo del banchiere bresciano alla presidenza è destinato a modificare gli equilibri di vertice della Cassa e delle sue partecipate. Anche perché il piano industriale presentato dall’ ad è partito in sordina
Nei corridoi dell’ austero palazzo di via Goito, storica sede romana di Cassa depositi e prestiti (Cdp), a due passi da Porta Pia, è iniziata la stagione della partita doppia. La nomina di Giovanni Gorno Tempini, manager e banchiere bresciano, indicato dalle Fondazioni, non è un semplice avvicendamento dopo le dimissioni di Massimo Tononi. L’ addio, dopo un anno, dell’ ex presidente del Monte Paschi ed ex sottosegretario all’ Economia nel secondo governo Prodi – che di fatto non si era mai preso con l’ amministratore delegato Fabrizio Palermo – segnerà una nuova stagione per la Cassa. Con l’ inizio di una serie di partite che avranno un doppio risvolto, sia a livello di governance che finanziario. Nel primo caso, si parte nei prossimi giorni con le nomine nelle controllate: Sace e Simest, Cdp Immobiliare e il Fondo Innovazione aspettano da mesi i nuovi amministratori, in qualche caso già individuati ma congelati sia dallo scontro Tononi- Palermo, sia dalle diverse opinioni in tema dell’ ex ministro dell’ Economia Giovanni Tria. Ma saranno solo le prove generali per l’ ancor più rilevante partita di primavera, quando bisognerà indicare i nuovi consigli di amministrazione dei colossi di Stato, da Enel a Eni, da Leonardo a Poste Italiane, da Terna a Enav. C’ è poi il tema finanziario. Palermo ha presentato un piano triennale ambizioso che punta soprattutto al sostegno delle piccole e medie imprese (Pmi) con l’ apertura di sedi dedicate in giro per l’ Italia. E in questa prima fase ha inevitabilmente aumentato le spese. I suoi uomini spiegano che i frutti si vedranno col tempo e un bilancio si potrà fare solo a fine mandato. Ma i conti del primo semestre, che Cdp ha appena pubblicato, non sono certo brillanti. Su entrambi i fronti, inevitabilmente, Gorno Tempini dirà la sua. Non solo perché le Fondazioni, di cui è espressione, sono un socio di minoranza solo sulla carta. Ma soprattutto perché il manager bresciano torna negli uffici che lo hanno visto a sua volta amministratore delegato per cinque anni (dal 2005 al 2010). Anzi, si può dire che sia stato lui a dare l’ impronta alla Cdp come braccio operativo del governo a sostegno dell’ economia reale. Lui e l’ ex presidente Franco Bassanini, per il quale da un paio di mesi si parla di un possibile ritorno in Cassa con un nuovo ruolo. Non per nulla, ci si aspetta che Gorno Tempini possa chiedere – pur nel rispetto dello statuto – alcune deleghe operative. Non sarà facile ottenerle ma è certo che la sua presenza si farà sentire. Di sicuro, il neo presidente si sarà già studiato i dossier. Quello delle nomine ma anche quello della situazione finanziaria. La semestrale, come detto, non è la migliore della storia, soprattutto perché si raffronta con un periodo già negativo (gli ultimi sei mesi della vecchia gestione), e poi perché beneficia di una fase in cui lo spread e i tassi d’ interesse sono molto favorevoli. L’ utile del primo semestre, per la sola Cassa, si è attestato a 1,5 miliardi (+8,7% o 120 milioni in più del 2018) grazie al margine d’ interesse (+133 milioni o più 13,6%, a 1,11 miliardi): i progressi sono dunque dovuti ai profitti realizzati sulla gestione delle attività di credito. Se si guarda il bilancio consolidato, dove entrano i conti delle società di partecipazione che pongono la Cassa al centro del sistema imprenditoriale italiano, nonostante il balzo del margine d’ interesse legato allo spread (+18% a 1,06 miliardi), l’ utile netto scende del 5,2% a 1,37 miliardi. Pesano, soprattutto, i minori profitti delle partecipate (-13,4% a 587 milioni) e le maggiori spese amministrative (+9,6% a 3,7 miliardi). Tornando ai conti di Cdp spa, non mancano altri indicatori favorevoli. Il ritorno sul patrimonio netto (Roe) è ad esempio pari a 12%, dall’ 11% del primo semestre 2018. Ma ci sono anche altri chiaroscuri: sale il rapporto tra costi e ricavi, al 4,7% (dal 4,5), anche per le maggiori spese amministrative e per il personale (+11,2% a 90 milioni). Il piano industriale 2019-2021 presentato lo scorso dicembre ha poi mostrato una partenza lenta. A fine giugno Palermo aveva investito 12,8 miliardi di cui 11,1 in imprese (contro un target di 83 miliardi nel triennio e quindi 27,6 miliardi l’ anno), risorse dedicate all’ acquisizione delle fonderie Montorso e al fondo Quattro R per l’ acquisto di Trussardi, ma anche a un’ ulteriore quota del 5% di Telecom Italia. Poi ci sono gli investimenti per infrastrutture e territorio: dovranno essere nel triennio 25 miliardi, pari a 8,3 miliardi l’ anno, ma nel primo semestre 2019 sono stati spesi 1,5 miliardi, addirittura meno degli 1,8 miliardi dello stesso periodo 2018. La cifra investita nel semestre per la cooperazione è però la più bassa di tutte: 159 milioni (di cui 50 in un fondo a favore della Banca centrale della Tunisia per le Pmi locali e in un fondo con il ministero dell’ Ambiente per la tutela del mare, per 73 milioni). L’ obiettivo 2019-2021 è molto più ambizioso: tre miliardi, ovvero un miliardo l’ anno. Il punto di forza della Cdp resta la capacità di finanziarsi. In particolare la raccolta postale – compresi i libretti di risparmio – a fine giugno era salita a 260 miliardi (erano 258 al 31 dicembre 2018). Invece, il patrimonio netto era sceso a 23,8 miliardi (meno 942 milioni). Il bilancio delle partecipazioni, con le dovute eccezioni tra cui Eni e Poste, è invece deludente: su Saipem, Finteca-Fincantieri e Trevi si è provveduto a nuove rettifiche, anche se leggere, oppure si è ricorsi a un parere esterno per dimostrare come il valore d’ uso sia superiore a quello contabile, e pertanto non è stato necessario procedere a ulteriori svalutazioni. Stabile, invece, il valore di Cdp Reti, il veicolo che controlla le partecipazioni in Terna, Snam e Italgas, che a bilancio pesa per 5 miliardi e che ha aumentato i dividendi del 6,2%, a 380 milioni. Tra le nuove iniziative della Cdp di Palermo c’ è stato il raddoppio della quota in Telecom, un’ operazione che ha consentito di ridurre i valori di carico in bilancio rispetto al 5% che era stato acquistato nel 2018 a prezzi di gran lunga superiori a quelli che il titolo sconta oggi in Borsa. A fine giugno la partecipazione nella società telefonica era salita al 9,89% ed iscritta a bilancio a 722 milioni (0,48 euro per azione). Un investimento cospicuo a fronte del quale, però, la Cassa resta comunque fuori dalla gestione, in attesa di risolvere il conflitto d’ interessi che ha con Open Fiber. La fusione tra le due società sì che sarebbe un bel colpo, perché comportererebbe una ricca plusvalenza: il 50% della società compartecipata da Enel è a bilancio per circa 400 milioni, ma il valore della quota viene stimato da alcuni esperti di settore in 1,5-2 miliardi. Fatto sta che nel primo semestre 2019 Cdp ha investito nella partecipata 132,5 milioni, di cui la metà con un aumento di capitale e l’ altra come finanziamento soci. La partita telefonica della Cassa ora è in nuove mani: ad aprile, a capo della società che detiene direttamente la partecipazione in Open Fiber e che si chiama Cdp Equity, è stata promossa come direttore finanziario Emanuela Bono, figlia dell’ ad di Fincantieri Giuseppe Bono. Toccherà alla manager e al nuovo amministratore delegato di Cdp Equity, Pierpaolo Di Stefano, sovraintendere su Open Fiber, sul 12,6% di Saipem, sul 59% di Ansaldo Energia e sulla società dei pagamenti digitali Sia, nella quale il gruppo Cdp ha aumentato la partecipazione e pianifica la quotazione. Morale al 30 giugno il valore delle partecipazioni è sceso leggermente a 20,29 miliardi (20,39 miliardi a fine 2018) dopo aumenti di capitale (72 milioni), rivalutazioni (620 milioni soprattutto legati a Eni e Poste) e svalutazioni (37 milioni, tra cui Trevi e Open Fiber), dividendi distribuiti (644 milioni). Gli investimenti contabilizzati a fine giugno erano pari a 12,8 miliardi. Per essere in pari con gli obiettivi triennali, già entro dicembre dovrebbero arrivare a quota 37 miliardi. Sara Bennewitz Luca Pagni

26/10/2019 – Panorama

Alitalia: 9 cose che nessuno vi ha mai detto

Il futuro della compagnia è ancora in bilico, come un brutto romanzo a cui aggiungere un nuovo capitolo. Mai Guido Fontanelli – 25 ottobre 2019

1) La crisi del settore

Alitalia va male perché il settore è in crisi? In realtà da un decennio le compagnie aeree sono in utile e si prevede che quest’anno porteranno a casa 35,5 miliardi di profitti netti. Certo, non tutte stanno bene: come ricorda il sito Aviation industry news nel mondo volano 838 compagnie. Forse sono un po’ troppe e molte faticano a reggersi in piedi. In particolare in Europa, come dicono i recenti fallimenti di Thomas Cook e Adria Airways. Ma prosperare nel settore è possibile. Magari con meno personale e obiettivi più chiari.

2) Le dimensioni contano

Un altro luogo comune su Alitalia riguarda le dimensioni. Oggi la compagnia trasporta 22 milioni di passeggeri all’anno, meno della svedese Sas, un terzo della Turkish, addirittura un sesto del gruppo Lufthansa, meno addirittura di quanti ne trasporta la Ryanair in Italia (circa 40 milioni). Però ci sono aziende più piccole che riescono a guadagnare: la portoghese Tap, la greca Aegean, l’italiana Neos. Non contano le dimensioni, ma l’obiettivo che ti prefiggi.

3) Un asset strategico per il turismo

Dire che Alitalia è strategica fa sorridere: la compagnia, sottolinea Andrea Giuricin dell’Università di Milano-Bicocca, trasporta solo l’8 per cento dei passeggeri internazionali in entrata e in uscita dal Paese ed è al quinto posto dopo Ryanair, Easyjet, Lufthansa e Iag (British più Iberia). In realtà, se un Paese è attraente ci saranno sempre compagnie aeree interessate a trasportarvi turisti e uomini d’affari, Alitalia o no.

4) Meglio privatizzare

Lo Stato non dovrebbe più occuparsi dell’Alitalia e lasciar fare ai privati? Si può facilmente obiettare che

i cosiddetti «capitani coraggiosi» ci provarono con pessimi risultati. E poi in Europa molte compagnie aeree hanno una presenza pubblica, come Air France-Klm (con una quota del 17,6 per cento), Finnair (55,), la citata Tap (50), Turkish (49), Sas (42,8 suddiviso

tra Svezia, Danimarca e Norvegia). Non sempre privato è meglio.

5) Vendere allo straniero

Alitalia non è abbastanza piccola come Tap o Aegean, che si sono specializzate su alcune rotte, né abbastanza grande da competere con colossi come Lufthansa. Allora perché non cederla proprio ai tedeschi, che hanno rilevato Brussels Airlines, Austrian, Swiss mantenendole in vita con i loro hub e una discreta autonomia? Vero, ma a parte l’improbabile passo indietro della politica, quelle sono compagnie con poche rotte locali, più facili da sistemare rispetto all’Alitalia.

6) Il «cavaliere bianco» americano

Tra i presunti salvatori di Alitalia l’unico socio industriale è l’americana Delta. Va ricordato che Delta si è schierata contro i voli Italia-Usa svolti da Air Italy, controllata da Qatar Airways, accusandola di aggirare gli accordi per volare negli Stati Uniti. «L’interesse di Delta verso Alitalia» si chiede Aviation Industry News «potrebbe essere motivato dalla volontà di mettere il bastone fra le ruote di Qatar nei voli transatlantici Italia-Usa?».

7) Il sistema rema contro

Oltre a dover pagare tariffe alte ad Adr, Alitalia deve avvalersi, visto che vola soprattutto in Italia, dei servizi Enav per l’assistenza in volo. Quotata in Borsa, questa ha alti margini e applica tariffe tra le più elevate tra i circa 40 Paesi che aderiscono a Eurocontrol. Non solo: Alitalia patisce molto la concorrenza dei circa 40 aeroporti che, nel Paese, pur di sopravvivere, sovvenzionano le compagnie low cost.

8) Amico treno

Gregory Alegi della Luiss sostiene che, in teoria, una alleanza Trenitalia- Alitalia potrebbe funzionare: in Francia esiste un Tgv che porta dall’aeroporto parigino Charles de Gaulle a Mont Saint-Michel. Ma bisogna migliorare le stazioni degli scali. «Per la concorrenza l’integrazione con l’aeroporto non è fattibile» replica Giuricin «così come la creazione di Alitrenitalia porterà a un intervento dell’Antitrust su alcune rotte».

9) Il vero limite: la visione che non c’è

Insomma, se le dimensioni, l’essere privata o pubblica

o finire in mano straniera contano relativamente poco, perché Alitalia perde sempre soldi? Secondo Alegi

il problema è quasi culturale: vogliamo una compagnia che voli un po’ dappertutto ma che sia sotto tutela statale, anche se la ostacoliamo in tutti i modi. E pure in quest’ultimo tentativo di rilancio, manca una visione: quali obiettivi vogliamo raggiungere, con quali rotte e, voce non banale, con quanti soldi?

© Riproduzione Riservata

25/10/2019 – Il Sole 24 Ore
Conto salato da 10 miliardi dalla mancata autonomia

Amministrazione regionale. Da un calcolo sui costi standard il Pirellone potrebbe ottenere 2,6 miliardi a cui si aggiunge il valore del trasferimento delle concessioni
La (mancata) autonomia per la Regione Lombardia vale almeno 2,6 miliardi, se si considera il risparmio teorico ottenuto dall’ applicazione di costi standard in tutte le regioni italiane, per quanto riguarda l’ erogazione di beni e servizi. Ma a questa cifra potrebbero anche aggiungersi le concessioni delle infrastrutture nazionali: aeroporti, autostrade, ferrovie, centrali idroelettriche. Per quest’ ultimo dossier si potrebbe contare almeno 7-8 miliardi in più. Il pacchetto complessivo – pur mettendo insieme cose molto diverse – potrebbe valere una decina di miliardi. Questi sono i primi calcoli di ciò che la Lombardia si aspetta dall’ intesa sull’ autonomia regionale, ovviamente da mettere a punto con maggiore precisione sulla base delle competenze che realmente riuscirà ad ottenere. Il percorso verso queste richieste, in sede di conferenza Stato-Regioni, è già partito nel 2017, anno in cui si è svolto un referendum consultivo in Lombardia e in Veneto, con Roberto Maroni governatore. In Lombardia si era recato al voto circa il 30%, un dato significativo anche se non eclatante (come invece avvenuto in Veneto). Ora il nuovo governatore Attilio Fontana rilancia e chiede di continuare quanto già fatto con il governo formato da Movimento 5 Stelle e Lega. Ma con la Lega ormai all’ opposizione, e il Partito democratico che esprime il ministero per gli Affari regionali, la strada dell’ autonomia regionale immaginato qualche mese fa si sta inceppando. Il modello di riferimento sta diventando sempre di più quello proposto dall’ Emilia Romagna, che vuole più competenze ma a perimetro di risorse invariato. La Lombardia chiede anch’ essa più libertà nel gestire scuola e formazione, energia e ambiente, tutela del patrimonio e occupazione. Ma intanto punta a valorizzare in sede nazionale le sue “buone pratiche” per ottenere risorse in più. Costi standard e risparmi Il conto dei primi 2,6 miliardi è presto fatto. I servizi più completi sono offerti dal Trentino Alto Adige (la Lombardia è la seconda dopo il Trentino per qualità di servizio), ma la spesa più efficiente è quella della Lombardia: 2,528 euro pro capite. Le altre regioni sostengono tutte spese più alte. Quindi l’ obiettivo è puntare al miglior servizio – quello del Trentino – con il miglior costo – quello della Lombardia. Ogni regione può calcolare, in base ai dati Istat e Ragioneria dello Stato, quante risorse in più o in meno dovrebbe spendere per raggiungere questo mix. Alla Lombardia occorrerebbero 255 euro pro capite, ovvero quasi 2,6 miliardi per l’ intera popolazione di 10 milioni di abitanti. La Lombardia quindi, essendo più oculata nel gestire la spesa, non solo non dovrebbe tagliare i suoi costi, ma potrebbe persino chiedere qualcosa allo Stato. Altre regioni invece dovrebbero tagliare. Il risultato potrebbe addirittura essere a livello italiano 66 miliardi di risparmi. Una cifra poco realistica, ma che sta a indicare che il risparmio generato dalla riforma dei costi standard permetterebbe di “liberare” nuove risorse da riversare alle Regioni, in grado a quel punto di reinvestirle in modo autonomo per le priorità del territorio. Questo almeno ciò che immaginano i vertici del Pirellone, i cui tecnici studiano, prima ancora delle nuove competenze regionali, il valore finanziario di ciò che già viene realizzato. È partendo da questo ragionamento che i politici lombardi chiedono, anche in modo provocatorio, di mantenere in casa il risultato delle proprie efficienze, per reinvestire liberamente le proprie risorse. Altro dato a supporto dell’ ipotesi autonomista: la partecipazione al fondo nazionale di solidarietà. La Lombardia versa il 43% del totale nazionale, pari a 2,3 miliardi, solo considerando l’ Iva. Cifra che non viene messa in discussione dai politici lombardi. Lo ha sottolineato recentemente il governatore Fontana che «l’ autonomia regionale non ha nulla a che vedere con la solidarietà nazionale». E lo dicono anche i tecnici della Regione Lombardia: «se continuiamo a sostenere la perequazione nazionale, perché dunque negare la bontà dell’ autonomia? Non nuoce a nessuno. Aiuta solo a rendere il paese più efficiente». La flessibilità verrebbe chiesta anche per la sanità, materia al momento concorrente tra Stato e Regioni. In Lombardia si fa riferimento non solo ai livelli di servizi, ma viene segnalato anche il trend della mobilità sanitaria, ovvero i cittadini che si spostano in Lombardia per curarsi. A livello nazionale il valore è pressoché invariato (con una crescita di circa l’ 1%); in Lombardia si registra un aumento del 16% nel 2017 e del 22% nel 2018. © RIPRODUZIONE RISERVATA. Sara Monaci

25/10/2019 – Il Sole 24 Ore
Appalti, rivolta delle imprese contro la stretta sulle ritenute

LA LETTERA INVIATA A GUALTIERI
Allarme per la sottrazione di liquidità con il nuovo sistema di versamenti
Già la chiamano “norma blocca appalti”. Non è ancora entrata in vigore ma la stretta sui versamenti delle ritenute applicata alle imprese appaltatrici e subappaltatrici ha allarmato l’ intero mondo produttivo. In una lettera inviata al ministro dell’ Economia, Roberto Gualtieri, mercoledì scorso, Confindustria, Ance, Abi, Assonime e Rete imprese Italia che raggruppa le cinque categorie di artigiani e commercianti, hanno lanciato l’ allarme sulle conseguenze che le imprese potranno subire soprattutto sul piano finanziario con una evidente sottrazione di liquidità per il pagamento al committente delle ritenute. Un adempimento, ricordano le imprese nella lettera inviata a Gualtieri, che oggi avveniva con la compensazione di crediti fiscali. Nella nota indirizzata al titolare di Via XX Settembre, le imprese manifestano tutte le loro preoccupazioni per la norma in base alla quale «in tutti i casi in cui un committente affidi ad un’ impresa l’ esecuzione di un’ opera o di un servizio, il versamento delle ritenute fiscali per i lavoratori dipendenti impiegati nell’ appalto, debba essere effettuato direttamente dal committente stesso». Questo fa sì, come ricorda la lettera, che «l’ appaltatore o subappaltatore dovrà fornire la provvista finanziaria necessaria al versamento, nonché i dati utili all’ identificazione del personale, o, in alternativa, chiedere di compensare tali importi con i corrispettivi fino a quel momento maturati». Ma non solo, perché le imprese appaltatrici e subappaltatrici non possono compensare «crediti verso l’ Erario con i debiti fiscali e contributivi, senza che sia preventivamente provata dall’ Amministrazione finanziaria alcuna violazione fiscale a loro carico». Una misura che comporta nuovi e complessi oneri secondo le associazioni perché « delinea una complessa procedura di comunicazione tra l’ impresa committente e le imprese appaltatrici e subappaltatrici, nonché l’ agenzia delle Entrate». Un onere che però appare «sproporzionato» rispetto al recupero di risorse che la relazione tecnica attribuisce alla norma: «Circa 71 milioni di euro – come si fa notare nella lettera – che ben potrebbero essere recuperati da altre poste del bilancio pubblico, senza ricorrere ad un aggravio nella gestione amministrativa delle commesse che potrebbe paralizzare l’ esecuzione dei contratti e frenare l’ attività economica del Paese». Del resto, viene ricordato come una norma simile contenuta nel decreto Visco-Bersani era stata poi abrogata dal Dlgs 175/2014 «perché nel tentativo, condivisibile, di contrastare l’ evasione fiscale, con particolare attenzione al fenomeno dell’ utilizzo di lavoratori in nero, la norma finiva per porre dei pesanti oneri amministrativi sulle imprese “oneste”, senza riuscire a contrastare efficacemente tali fenomeni evasivi». E anche in questo caso si chiede un «necessario ed urgente un tempestivo ripensamento sulla misura da parte del Governo, che ne eviti del tutto l’ approvazione definitiva e la conseguente entrata in vigore, al fine di salvaguardare l’ operatività di interi settori dell’ economia nazionale». © RIPRODUZIONE RISERVATA. M. Mo.G. Par.

26/10/2019 – Italia Oggi

Appalti, commercialisti giudici dei rischi

Commercialisti «candidati» a stilare la «pagella» della solidità (patrimoniale) delle imprese che concorrono all’aggiudicazione degli appalti pubblici. È l’idea lanciata ieri, dal palco del convegno nazionale della categoria, al Palazzo dei Congressi di Firenze, dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio Mario Turco, secondo cui è nel processo di valutazione delle società che puntano ad ottenere incarichi «che occorre intervenire normativamente, modificando il codice degli appalti. Nell’attuale contesto si privilegia, infatti, il prezzo offerto, la capacità tecnica dell’impresa di realizzare l’opera, ma si trascura un importante fattore», ovvero, ha spiegato l’esponente governativo, «non si valuta il grado di rischio, di difficoltà finanziaria e di insolvenza dell’impresa proponente». Ed ecco, dunque, l’esortazione ai commercialisti a scendere in campo, prestando un «valido supporto» alla Pubblica amministrazione, sollecitazione a stretto giro definita «interessante» dal presidente del Consiglio nazionale Massimo Miani: «È un’iniziativa che il sottosegretario mi aveva anticipato, prima di venire al convegno. Struttureremo una proposta e la presenteremo» all’esecutivo, ha annunciato a ItaliaOggi, aggiungendo che, in una stagione nella quale «tutte le forze politiche dicono d’esser d’accordo» nel voler tutelare le libere professioni, «mi aspetto mettano in pratica» quanto affermato in merito all’equo compenso: una volta fissato «un principio importante» (introdotto nel nostro ordinamento con la legge 172/2017, cui è seguita la correzione, pochi mesi dopo, inserita nel testo della manovra economica per il 2018, la legge 205/2017, ndr), adesso «bisogna consolidarlo e renderlo attuabile, a partire dalle funzioni pubbliche, perché lo Stato deve garantire una remunerazione adeguata» ai lavoratori autonomi.

La professione, però, deve avere «il coraggio di mettersi in gioco in maniera diversa», ha proseguito Miani, mettendo in risalto le «difficoltà» di sopravvivenza nel mercato degli studi di piccole dimensioni: in Italia, un terzo degli esponenti della categoria esercita, infatti, senza collaboratori, ma sono coloro che hanno scelto di svolgere l’attività con altri a poter vantare le entrate più ingenti, visto che, «stando ai dati della Cassa di previdenza dei dottori commercialisti (Cnpadc), la media dei redditi di chi lavora negli studi associati è più del doppio», ossia, ha scandito, «49.000 contro 125.000 euro», segnale inequivocabile che «sono maggiori le opportunità per chi pratica la professione in realtà più strutturate».

Spostando l’asse sul tema dell’assise fiorentina, infine, il presidente ha ammesso di essere «preoccupato» per alcuni effetti del codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza (decreto legislativo 14/2019): «Bisogna prestare molta attenzione» nell’attuazione delle norme, per non «ammazzarle, le imprese. Forse, sarebbe stato meglio partire dalle aziende più grandi» (senza, cioè, imporre l’obbligo di controllo interno a quelle che hanno almeno 20 dipendenti, ndr), ha concluso Miani. Di Simona D’Alessio © Riproduzione riservata

25/10/2019 – Il Sole 24 Ore
«Ora più condivisione delle strategie»

L’ INTERVISTAFRANCESCO PROFUMO
«Pronto a favorire un clima di coesione con il Mef e l’ ad Cautela sulle extra cedole»
Professor Profumo, mettere d’ accordo 61 Fondazioni sul nuovo presidente in tempi brevi non era un’ impresa scontata: com’ è andata? Le Fondazioni hanno individuato in Giovanni Gorno Tempini il candidato ideale. La scelta è arrivata al termine di un percorso condiviso. È stato seguito un metodo, individuando prima un profilo adatto al ruolo: una figura autorevole, capace di intrattenere rapporti istituzionali in Italia e all’ estero, dotata di competenze finanziarie e industriali e che avesse una conoscenza pregressa di Cdp. La candidatura di Gorno Tempini è risultata la più aderente ai requisiti. Abbiamo voluto rispettare i tempi in modo tale che non si creasse un vuoto e una discontinuità nella gestione. L’ attuale strategia di Cdp corrisponde alle aspettative delle Fondazioni? Il ruolo di propulsione dello sviluppo di Cdp è coerente con il perimetro di attività delle Fondazioni. Un’ affinità che ha trovato conferma nel piano industriale 2019-2021, che è orientato alla sostenibilità e allo sviluppo a livello locale. L’ ultimo consiglio di Acri ha deliberato di dare vita a un protocollo con Cdp per azioni comuni sul territorio: nelle grandi città la Cassa avrà un riferimento diretto e opererà in stretta collaborazione con le Fondazioni locali, nei centri più piccoli sarà istituito un desk presso le Fondazioni. Come valutate gli investimenti in Tim e Progetto Italia, che non sembrano a basso rischio come prevede lo statuto Cdp? Le Fondazioni sono azioniste e quindi non interagiscono direttamente sulla gestione. Possono dare, assieme all’ azionista di maggioranza, linee di indirizzo. Quindi il management si sta muovendo in un ambito strategico concordato con gli azionisti? Ci saranno altre operazioni di questo tipo? All’ interno del piano c’ è una linea di interventi di tipo industriale, una seconda linea di interventi sui temi infrastrutturali e poi la cooperazione internazionale. Dopodiché, la valutazione se il caso specifico debba essere portato avanti o meno dipende dalla situazione. Siete soddisfatti della politica dei dividendi, considerata anche la cedola straordinaria da un miliardo distribuita per sostenere le finanze pubbliche? Le Fondazioni sono investitori di lungo termine e quindi capiamo l’ eccezionalità, ma abbiamo l’ interesse a che la Cassa possa investire e diventare sempre di più uno strumento di sviluppo. La politica dei dividendi dovrebbe essere conseguente. Quale contributo porterà Gorno Tempini? Sarà presidente e come tale avrà le deleghe sulle relazioni sia a livello nazionale che internazionale e gestirà il board. Rispetto all’ ad vanno tenuti separati i ruoli: non pensiamo assolutamente che il dottor Gorno debba intervenire sul business operativo. Diverso è il contributo legato alla chimica che si può creare tra le due figure, quando si stabilisce quel rapporto di fiducia che può creare momenti di costruzione insieme. In questa fase di transizione cercherò di avere un ruolo di supporto. Vedrò ogni settimana entrambi. La stessa cosa la faremo anche tra azionisti: troveremo il modo per costruire una relazione che consenta di aiutare la Cassa in questa fase di transizione. Nel 2021 inizierà il nuovo settennato di programmazione europea, nel quale le modalità d’ investimento della Ue cambieranno dando vita a una sorta di fondo sovrano europeo che spingerà a far collaborare gli investimenti di Stati membri, investitori come la Cdp e privati come le Fondazioni. È una grande opportunità, nella quale Cassa e Fondazioni potranno trovare il mondo di investire. Quali saranno le priorità per un futuro veicolo di investimento nell’ economia italiana? Housing sociale, scuole e ospedali: in questi settori ci saranno grandi investimenti europei e Cdp può diventare importante per sviluppare infrastrutture sulle quali abbiamo investito poco. Il protocollo con il Mef ha funzionato o va rivisto? Il risultato è ampiamente positivo. Tutte le Fondazioni firmatarie hanno modificato gli statuti per recepire previsioni su diversificazione, trasparenza e governance. Non è all’ ordine del giorno una revisione del protocollo. L’ effetto è anche che il rinnovato attivismo delle fondazioni in alcune partite finanziarie viene guidato da valutazioni rischi/benefici essenziali per partite di questo genere. © riproduzione riservata. Laura Serafini

25/10/2019 – Italia Oggi
E-procurement, offerte senza imposta di bollo

Non si applica nelle procedure online di affidamento lavori
L’ imposta di bollo in una procedura telematica di affidamento di lavori, basata su una piattaforma di e-procurement, non si applica all’ offerta economica, in coerenza con quanto già previsto e chiarito con riguardo alle procedure per l’ aggiudicazione di contratti di forniture e di servizi attraverso il MePa. È quanto ha precisato l’ Agenzia delle entrate, direzione provinciale di Trento (ufficio fiscalità e compliance) con l’ interpello n. 906-101/2019 in merito a un quesito posto dalla provincia autonoma di Trento che gestisce gli acquisti di beni e servizi e gli affidamenti di lavori in modalità elettronica attraverso l’ utilizzo della piattaforma «Mercurio», sia per la procedura ad invito che per la procedura ad evidenza pubblica. In questa modalità, ogni operatore economico interessato deve registrarsi alla piattaforma e poi ogni fase della procedura è gestita all’ interno della piattaforma. In particolare, per presentare l’ offerta, l’ operatore economico deve caricare sulla piattaforma i file firmati digitalmente relativi ai requisiti di partecipazione alla gara, alla documentazione tecnica e economica e l’ offerta valida solo a seguito della generazione, da parte del sistema, del documento di sintesi dell’ offerta, da inserire tra la documentazione da inviare. Il quesito riguardava la riconducibilità dell’ offerta economica, presentata nelle procedure di gara telematica per l’ affidamento di lavori, nell’ ambito di quanto previsto dall’ articolo 2 della Tariffa, parte prima, allegato A al Dpr 26/10/1972, n. 642, quale scrittura privata con la quale si creano rapporti giuridici. La tesi della provincia era nel senso che l’ offerta economica, presentata in queste procedure non fosse riconducibile nell’ ambito dell’ articolo 2 della Tariffa, Parte prima, allegato A al Dpr 26/10/1972, n. 642, quale scrittura privata con la quale si creano rapporti giuridici. L’ Agenzia delle entrate segue la tesi dell’ interpellante sostenendo che l’ imposta di bollo non è applicabile in quanto viene in considerazione soltanto con riguardo al contratto di appalto, stipulato ad avvenuta aggiudicazione, e ai documenti facenti parte integrale del contratto. Viene, a tale proposito, citata la risoluzione n. 96/2013 nella quale l’ Agenzia ha chiarito che «le offerte economiche presentate dagli operatori che non sono seguite dall’ accettazione da parte della pubblica amministrazione non sono, invece, rilevanti ai fini dell’ applicazione dell’ imposta di bollo. Si tratta, infatti, di mere proposte contrattuali, la cui validità permane fino al termine indicato dalla procedura, che non producono effetti giuridici qualora non seguite dall’ accettazione». Avendo esaminato la procedura seguita dalla provincia, l’ Agenzia ha concluso nel senso di ritenere che l’ offerta economica, presentata nelle procedure di gara telematica per l’ affidamento di lavori, non deve essere assoggettata ad imposta di bollo ai sensi dell’ articolo 2 della Tariffa, parte prima, allegato A al Dpr n. 642/1972, in coerenza con quanto chiarito a proposito delle procedure di acquisto di beni e servizi tramite il mercato elettronico. © Riproduzione riservata.

25/10/2019 – Italia Oggi
Gare e rating di legalità, misure compensative

Il rating di legalità non può penalizzare la partecipazione alle procedure di appalto da parte di microimprese, giovani professionisti e società di nuova costituzione; se previsto negli atti di gara occorre che vi siano misure compensative a pena di illegittimità. Lo ha precisato il consiglio di Stato sezione quinta con la pronuncia del 10 ottobre 2019 n. 6907 rispetto ad una vicenda in cui in una lettera di invito era prevista l’ attribuzione fino a sei punti per il possesso del rating di legalità (attribuiti all’ aggiudicataria), dimostrato attraverso il certificato rilasciato dall’ Antitrust, senza prevedere alcuna misura di compensazione. I giudici hanno analizzato la disciplina dettata dall’ articolo 95, comma 13, del codice appalti, che ha lo scopo di coniugare il criterio premiale del rating di legalità con l’ agevolazione della partecipazione delle microimprese, delle piccole e medie imprese. Va rilevato che, ai sensi dell’ art. 5-ter del d.l. 24 gennaio 2012, n. 1, non possono ottenere il rating di legalità (riservato a imprese costituite da almeno due anni e con un fatturato minimo pari ad almeno 2 milioni di euro. Nella sostanza, si può anche stabilire che il rating di legalità «pesi» in fase di aggiudicazione, ma in base alla norma si devono anche contemplare criteri per agevolare la partecipazione alle procedure di affidamento per le microimprese, piccole e medie imprese, nonché per i giovani professionisti e le imprese di nuova costituzione. Il consiglio di Stato ha richiamato anche le linee guida n. 2 dell’ Anac che hanno evidenziato come «a meno che la stazione appaltante non sappia già, nella predisposizione del bando di gara o della lettera di invito, che alla procedura potranno partecipare solo imprese potenzialmente idonee ad avere il rating, è opportuno che, per il suo utilizzo, vangano introdotte compensazioni per evitare di penalizzare imprese estere e/o di nuova costituzione e/o carenti del previsto fatturato, consentendo a tali imprese di comprovare altrimenti la sussistenza delle condizioni o l’ impiego delle misure previste per l’ attribuzione del rating». Nel caso esaminato, la lex specialis ammetteva la partecipazione di imprese con un fatturato non inferiore a un milione di euro, senza che fosse prevista altra misura compensativa, cosa ritenuta dai giudici illegittima. © Riproduzione riservata.

25/10/2019 – Italia Oggi
Inviti, la selezione la fa la sorte

Illegittimo ricorrere all’ ordine cronologico di arrivo delle manifestazioni di interesse
Anac: il sistema del sorteggio va specificato nel bando
In una gara per l’ affidamento di un contratto di appalto è illegittimo e vietato selezionare i candidati da invitare alle procedure negoziate utilizzando il criterio cronologico di arrivo delle manifestazioni di interesse o delle domande di partecipazione. È quanto ha precisato l’ Autorità nazionale anticorruzione (Anac) con la delibera n. 827 del 18 settembre 2019 in risposta ad una istanza di precontenzioso ex art. 211, comma 1, del codice appalti concernente un avviso di indagine di mercato per l’ individuazione di operatori economici da invitare ad procedura negoziata ex art. 36, comma 2, lett b) del decreto 50 per la realizzazione di un impianto di illuminazione artistica di edifici di una amministrazione centrale, il cui importo era pari a poco meno di 200 mila euro. Era stata eccepita la legittimità del criterio adottato per individuare i soggetti da invitare alla procedura di selezione, che prevedeva, nel caso in cui il numero delle domande pervenute fosse risultato superiore a tre, che l’ invito sarebbe stato rivolto ai primi tre candidati, in base all’ ordine cronologico di arrivo istanze di partecipazione. Nel caso di specie, la società che aveva presentato la richiesta di parere si era collocata al 13° posto dell’ elenco cronologico delle domande di partecipazione. La stazione appaltante si era difesa di fronte all’ Anac affermando che vi era una pressante necessità di concludere la gara in tempi molto ristretti e che, nel merito, il criterio cronologico fosse del tutto legittimo, in quanto modalità di selezione casuale, al pari del sorteggio e che l’ ordine cronologico non si sarebbe posto neanche in conflitto con il principio di rotazione, in quanto non si trattava di un appalto ricorrente e non esisteva un gestore uscente. La delibera Anac ha rilevato, in primo luogo, che le Linee guida n. 4 ribadiscono che le procedure sotto soglia devono essere condotte nel rispetto dei principi di cui all’ art. 30 del Codice dei contratti, declinando in particolare il principio della libera concorrenza quale effettiva contendibilità degli affidamenti da parte dei soggetti potenzialmente interessati e il principio di pubblicità e trasparenza quale conoscibilità della procedura di gara e facilità di accesso alle informazioni. In altre parole, anche sotto soglia chi partecipa ad una procedura di gara deve avere modo effettivamente di acquisire la commessa. Inoltre, ha detto l’ Anac, sempre le linee guida n. 4 suggeriscono, ove non siano stati previsti criteri oggettivi per la selezione dei fornitori e risulti idoneo a partecipare alla procedura un numero di operatori economici superiore a quello predeterminato, di ricorrere al sistema del sorteggio, a condizione che ciò sia stato debitamente reso noto nell’ avviso a manifestare interesse. Ciò premesso, l’ Autorità ha evidenziato come il criterio di selezione adottato dalla stazione appaltante e fondato sull’ ordine cronologico di arrivo, cioè sulla tempestività della domanda, «non è in grado di garantire la medesima casualità del sorteggio e di neutralizzare il possibile rischio di asimmetrie informative tra i potenziali concorrenti». Inoltre, ha sottolineato l’ Anac, la pubblicità (nel caso di specie l’ avviso di manifestazione di interesse) deve essere «funzionale, nel senso che il mezzo prescelto deve essere idoneo allo scopo di raggiungere la più ampia sfera di potenziali operatori interessati all’ affidamento, in relazione all’ entità e all’ importanza dell’ appalto». E tutto ciò, ha concluso l’ Anac, «risulta sostanzialmente vanificato dall’ utilizzo del criterio cronologico dell’ ordine di arrivo delle candidature» e deve essere ritenuto vietato. © Riproduzione riservata. PAGINA A CURA DI ANDREA MASCOLINI

28/10/2019 – Il Sole 24 Ore
Pa responsabili per le ritenute dell’ appaltatore

Il Dl fiscale include anche le partecipate tra i soggetti che operano come sostituti
Le pubbliche amministrazioni (e le società partecipate) dovranno versare le ritenute fiscali dovute dalle imprese loro appaltatrici o subappaltatrici per i lavoratori dipendenti e assimilati, risultando quindi solidalmente responsabili. Il decreto legge fiscale introduce una nuova disposizione nel Dlgs 241/1997 finalizzata a contrastare l’ omissione dei versamenti delle ritenute fiscali da parte di imprese appaltatrici e subappaltatrici o comunque impiegate nell’ esecuzione di opere e servizi, introducendo un meccanismo che circostanzi le responsabilità del committente, limitandole a quelle derivanti dall’ omesso o tardivo versamento delle ritenute fiscali effettivamente subite dal lavoratore e garantendo che la provvista per il versamento delle stesse venga messa a disposizione dal datore di lavoro, oppure possa essere rinvenuta nei corrispettivi dovuti già dovuti dal committente all’ impresa affidataria del lavoro o del servizio. Le nuove norme comprendono tra i soggetti tenuti a svolgere il ruolo di sostituti nelle ritenute anche le Pa, perché valgono ogni qualvolta un committente affidi a un’ impresa l’ esecuzione di un’ opera o di un servizio, indipendentemente dalla sua configurazione giuridica. In tali situazioni, il versamento delle ritenute fiscali deve essere effettuato dal committente che sia un sostituto di imposta residente nel territorio dello Stato ai fini delle imposte sui redditi. L’ estensione dell’ ambito di applicazione soggettiva della norma sulla responsabilità solidale negli appalti prevista dal Dlgs 276/2003 (esplicitamente non riferita alle amministrazioni pubbliche) punta a sviluppare un’ azione di contrasto ad ampio raggio, con la conseguenza che anche agli enti pubblici e agli enti non commerciali privati viene imposto il versamento delle ritenute effettuate dalle imprese appaltatrici. L’ obbligo di versamento è peraltro riferito alle sole ritenute effettuate dal datore di lavoro per le retribuzioni corrisposte al lavoratore direttamente impiegato nell’ ambito della prestazione. Pertanto il committente (anche pubblico) non può essere ritenuto responsabile per gli omessi versamenti di ritenute applicate sulle retribuzioni di personale non utilizzato nell’ opera o nel servizio. La provvista necessaria all’ effettuazione del versamento mensile delle ritenute fiscali deve essere tempestivamente (5 giorni precedenti alla scadenza del versamento) messa a disposizione del committente dalle imprese appaltatrici e subappaltatrici (mediante versamento con F24), unitamente alla trasmissione dei dati necessari allo stesso committente per il riscontro degli importi trattenuti e per la verifica della congruità del versamento dovuto. L’ impresa affidataria nei cui confronti siano già maturati corrispettivi non ancora corrisposti dal committente può peraltro richiedere allo stesso di effettuare il versamento rivalendosi su tali corrispettivi e non rimettendo, pertanto, la necessaria provvista. La disposizione è finalizzata a evitare che il ritardo nel pagamento dei corrispettivi da parte del committente, rendendo impossibile all’ impresa esecutrice il pagamento delle ritenute (nonché delle retribuzioni e degli oneri previdenziali e assicurativi), possa diventare ulteriore elemento a sostegno della legittimità nel ritardo del pagamento alle imprese dei corrispettivi dovuti. Le amministrazioni dovranno anzitutto predisporre specifici percorsi informativi per le imprese appaltatrici e subappaltatrici (correlabili alle fasi di stipulazione del contratto di appalto e di autorizzazione del subappalto), volti ad acquisire le specificazioni in ordine all’ opzione preferita tra la costituzione della provvista o la detrazione dai corrispettivi. Il quadro derivante dalla nuova disposizione comporta tuttavia per le stazioni appaltanti un impegno più rilevante, nella necessaria definizione di adeguate soluzioni finalizzate ad acquisire le somme dalle imprese appaltatrici e, qualora queste scelgano di farle detrarre dai corrispettivi, per rendere disponibili risorse di cassa con cui far fronte ai versamenti delle ritenute entro i tempi di legge. © RIPRODUZIONE RISERVATA. Alberto Barbiero

28/10/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Su ponti e strade è emergenza, ma per il super-archivio non c’è fretta

Maurizio Caprino

Che fine ha fatto la banca dati delle opere pubbliche «Ainop» annunciata dopo il crollo del Ponte di Genova

Quindici giorni, non uno di più. Tanto doveva bastare per il «monitoraggio» straordinario «dello stato di conservazione e manutenzione delle opere viarie e dighe» avviato in tutta fretta dal ministero delle Infrastrutture il 17 agosto 2018. Erano passati solo tre giorni dal crollo del Ponte Morandi e furono mobilitati tutti gli enti gestori. Ora, a 14 mesi di distanza, si è definitivamente capito che avevamo scherzato: la ministra Paola De Micheli ha firmato un decreto che non pone alcun vero limite di tempo.

Certo, i 15 giorni sono riferiti a una mera ricognizione delle opere a rischio, mentre il Dm (n. 430 dell’8 ottobre) riguarda il funzionamento della super banca dati Ainop (Archivio informatico nazionale delle opere pubbliche) prevista a fine settembre 2018 dal decreto Genova (Dl 109/2018, articolo 13) proprio perché ci si rese subito conto che quel monitoraggio straordinario era più che altro velleitario: in pieno agosto i tecnici degli enti gestori erano in ferie e i dati sarebbero dovuti arrivare entro il 1° settembre a Roma, dove – in tutto il ministero – si faticava persino a trovare il personale per mettere a verbale le audizioni di manager e tecnici di Autostrade per l’Italia chiamati dalla commissione ispettiva ministeriale sul crollo del Ponte Morandi. E meno male che il lavoro della commissione doveva essere il perno della procedura di «caducazione» della concessione.

Ma proprio perché l’Ainop si presentava nel decreto Genova come la prima seria risposta tecnica all’emergenza del degrado delle infrastrutture emersa ormai con prepotenza (mentre il dibattito politico già virava immancabilmente sulle grandi opere da costruire) ci si era illusi che potesse funzionare davvero. E invece siamo qui a misurare i ritardi e a temere un altro spreco di denaro pubblico.

I ritardi rischiano di non poter essere neanche più misurati. Il decreto Genova dava tempo fino al 30 aprile scorso per inserire i dati, praticamente le schede di identificazione di ogni opera pubblica con tutta la loro storia dal progetto fino all’ultima ispezione effettuata. Il decreto ministeriale attuativo, invece, concede una serie di termini (dalla prossima primavera al 31 dicembre 2020) soltanto per «avviare» la messa a disposizione dei dati. Non pare esserci alcuna scadenza entro cui tutti i gestori dovranno aver messo tutto nell’Ainop. E, se ci fosse, sarebbe opinabile: la norma ha una formulazione contraddittoria.

Com’è possibile che un decreto ministeriale vada allegramente in deroga a un Dl convertito in legge dal Parlamento? La scappatoia sta nell’intesa perfezionata in Conferenza unificata il 1° agosto, che ha fissato la nuova tempistica. Era prevista dallo stesso Dl e la Conferenza è riconosciuta dalla Costituzione. Inoltre, in quella sede le Regioni e gli enti locali hanno portato tutta la preoccupazione per adempimenti che paiono fuori dalla portata di non poche amministrazioni.

Ma l’Ainop deve essere alimentato anche da altri soggetti più specializzati e con bilanci floridi, come le concessionarie autostradali. Perché concedere una proroga generalizzata, peraltro in mesi in cui sulle autostrade proliferano controlli e restrizioni disposti da pm e ispettori ministeriali per sospetti problemi strutturali (l’ultimo sulla tangenziale di Napoli)?

Proprio l’Ainop dovrebbe per la prima volta fare da riferimento per le ispezioni strutturali. Quelle su cui per la prima volta nella storia proprio il decreto Genova aveva istituito un controllo pubblico. Affidandolo a una nuova agenzia, l’Ansfisa, anch’essa finita di fatto in stallo: ha un regolamento e uno statuto che dovevano essere pronti entro fine marzo e solo ora dovrebbero essere sbloccati dal Consiglio di Stato. Ma continua a soffrire per resistenze interne al ministero, su cui ci sono state due interrogazioni parlamentari (primi firmatari i deputati Manuela Gagliardi e Giorgio Mulè); la ministra, nella sua risposta, ha glissato. Poi, il 14 ottobre, ha scritto una lettera alle concessionarie autostradali, comunicando che le validazioni sui controlli fatti svolgere da loro saranno affidate, a rotazione, alle università (che non è chiaro se abbiano la possibilità di garantire il servizio a regime).

Alla luce di tutto questo, diventano molto incerti i risultati degli stanziamenti previsti dal decreto Genova per mettere in piedi l’Ainop: 300mila euro per il 2018, un milione per quest’anno e 200mila euro a regime dal 2020. E sorge il dubbio che non si voglia davvero premere più di tanto sul pedale dei controlli, non solo per non mettere in difficoltà Regioni ed enti locali: tra i controllati di spicco ci sono Fs (sia in proprio sia come capogruppo dell’Anas) e Atlantia, impegnate nel salvataggio di Alitalia. © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

28/10/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Responsabilità solidale/2. Cassazione: l’obbligo sui contributi vale anche se il contratto vieta il subappalto

Mauro Salerno

L’obbligazione sui contributi va tenuta distinta da quella sulle retribuzioni, soprattutto in caso di non adeguato controllo del personale impiegato nell’appalto

Il committente imprenditore è obbligato in maniera solidale a versare i contributi dei lavoratori di un subaffidatario anche se il contratto stipulato con l’appaltatore principale vietava esplicitamente la possibilità di subappaltare l’intervento.È il principio stabilito dalla Cassazione con la sentenza n. 27382/2019, pubblicata venerdì 25 ottobre.

Il caso nasce da un appalto assegnato da un’azienda a un’impresa che a sua volta aveva affidato la commessa a un subappaltatore, nonostante il con tratto stipulato vietasse il ricorso al subappalto. In questo scenario si innesta l’intervento dell’Inps che contestava al subappaltatore il mancato versamento dei contributi, chiamando in causa anche il committente in nome della responsabilità solidale prevista dal Dlgs 276/2003 (articolo 20, comma 2). Il committente obiettava di non dover rispondere dei contributi del subappaltatore sia perchè «non aveva avuto mai alcun contatto con la ditta subappltatrice» ritenendo che i lavoratori impiegati «fossero dipendenti dell’appaltatore» sia perchè il «subappalto era pacificamente avvenuto in violazione delle disposizioni contrattuali».

La Cassazione rigetta questa ricostruzione. Dapprima i giudici ricordando che la “ratio” della responsabilità solidale è quella di «incentivare un suo più virtuoso dei contratti di appalto, inducendo il committente a selezionare imprenditori più affidabili per evitare che i meccanismi di decentramento e dissociazione tra titolarità del contratto e utilizzazione della prestazione vadano a danno del lavoratore». Poi spiega che il committente deve essere considerato responsabile in via solidale rispetto alle contribuzioni di «tutti i lavoratori impiegati nell’appalto, anche ove tra committente e appaltatore sia stato convenuto il divieto di subappalto» perché «l’obbligazione contributiva va tenuta distinta da quella retributiva», soprattutto nel caso in cui si possa contestare un «non adeguato controllo da parte del committente del personale addetto all’appalto». © RIPRODUZIONE RISERVATA

28/10/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Responsabilità solidale/1. Dl Fiscale, Pa obbligate per le ritenute dell’appaltatore

Alberto Barbiero

Il decreto include anche le partecipate tra i soggetti che operano come sostituti nel settore delle opere pubbliche

Le pubbliche amministrazioni (e le società partecipate) dovranno versare le ritenute fiscali dovute dalle imprese loro appaltatrici o subappaltatrici per i lavoratori dipendenti e assimilati, risultando quindi solidalmente responsabili.

Il decreto legge fiscale introduce una nuova disposizione nel Dlgs 241/1997 finalizzata a contrastare l’omissione dei versamenti delle ritenute fiscali da parte di imprese appaltatrici e subappaltatrici o comunque impiegate nell’esecuzione di opere e servizi, introducendo un meccanismo che circostanzi le responsabilità del committente, limitandole a quelle derivanti dall’omesso o tardivo versamento delle ritenute fiscali effettivamente subite dal lavoratore e garantendo che la provvista per il versamento delle stesse venga messa a disposizione dal datore di lavoro, oppure possa essere rinvenuta nei corrispettivi dovuti già dovuti dal committente all’impresa affidataria del lavoro o del servizio.

Le nuove norme comprendono tra i soggetti tenuti a svolgere il ruolo di sostituti nelle ritenute anche le Pa, perché valgono ogni qualvolta un committente affidi a un’impresa l’esecuzione di un’opera o di un servizio, indipendentemente dalla sua configurazione giuridica. In tali situazioni, il versamento delle ritenute fiscali deve essere effettuato dal committente che sia un sostituto di imposta residente nel territorio dello Stato ai fini delle imposte sui redditi.

L’estensione dell’ambito di applicazione soggettiva della norma sulla responsabilità solidale negli appalti prevista dal Dlgs 276/2003 (esplicitamente non riferita alle amministrazioni pubbliche) punta a sviluppare un’azione di contrasto ad ampio raggio, con la conseguenza che anche agli enti pubblici e agli enti non commerciali privati viene imposto il versamento delle ritenute effettuate dalle imprese appaltatrici.

L’obbligo di versamento è peraltro riferito alle sole ritenute effettuate dal datore di lavoro per le retribuzioni corrisposte al lavoratore direttamente impiegato nell’ambito della prestazione. Pertanto il committente (anche pubblico) non può essere ritenuto responsabile per gli omessi versamenti di ritenute applicate sulle retribuzioni di personale non utilizzato nell’opera o nel servizio.

La provvista necessaria all’effettuazione del versamento mensile delle ritenute fiscali deve essere tempestivamente (5 giorni precedenti alla scadenza del versamento) messa a disposizione del committente dalle imprese appaltatrici e subappaltatrici (mediante versamento con F24), unitamente alla trasmissione dei dati necessari allo stesso committente per il riscontro degli importi trattenuti e per la verifica della congruità del versamento dovuto.

L’impresa affidataria nei cui confronti siano già maturati corrispettivi non ancora corrisposti dal committente può peraltro richiedere allo stesso di effettuare il versamento rivalendosi su tali corrispettivi e non rimettendo, pertanto, la necessaria provvista. La disposizione è finalizzata a evitare che il ritardo nel pagamento dei corrispettivi da parte del committente, rendendo impossibile all’impresa esecutrice il pagamento delle ritenute (nonché delle retribuzioni e degli oneri previdenziali e assicurativi), possa diventare ulteriore elemento a sostegno della legittimità nel ritardo del pagamento alle imprese dei corrispettivi dovuti.

Le amministrazioni dovranno anzitutto predisporre specifici percorsi informativi per le imprese appaltatrici e subappaltatrici (correlabili alle fasi di stipulazione del contratto di appalto e di autorizzazione del subappalto), volti ad acquisire le specificazioni in ordine all’opzione preferita tra la costituzione della provvista o la detrazione dai corrispettivi.

Il quadro derivante dalla nuova disposizione comporta tuttavia per le stazioni appaltanti un impegno più rilevante, nella necessaria definizione di adeguate soluzioni finalizzate ad acquisire le somme dalle imprese appaltatrici e, qualora queste scelgano di farle detrarre dai corrispettivi, per rendere disponibili risorse di cassa con cui far fronte ai versamenti delle ritenute entro i tempi di legge.© RIPRODUZIONE RISERVATA

28/10/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Progetti a tempo per le aree da rigenerare

Paola Pierotti

Edifici pubblici e privati, aree urbane e spazi aperti sono soggetti a cicli di alto e basso utilizzo. Nei momenti di transizione, c’è «un gap temporale, tra vecchia e nuova destinazione d’uso – come lo definisce Isabella Inti, presidente di Temporiuso e docente al Politecnico di Milano – dove è possibile sperimentare attività e progetti temporanei, che possono offrire nuovi scenari di rigenerazione urbana».

Spunti anche per identificare vocazioni future. Riqualificazione del patrimonio e sottrazione dello stesso al degrado, sussidiarietà con il terzo settore e creazione di incubatori culturali. E ancora, posizionamento del bene sul mercato immobiliare, in attesa che l’edificio o l’area possano essere apprezzati, una volta riaccesi. Queste sono alcune delle finalità economiche, sociali e urbanistiche del riuso temporaneo che sempre più spesso ha ricadute dirette sul valore immobiliare.

Un caso che fa scuola è l’iniziativa promossa dalla società Ninetynine guidata da Simone Mazzarelli a Roma per la riattivazione del palazzo della Civiltà Italiana oggi headquarter di Fendi. In questi giorni Ninetynine ha stilato il bilancio della sua divisione “Urban Value”: investimenti per 3,9 milioni di euro in tre anni, 2mila aziende coinvolte e 1,5 milioni di visitatori, 604 attività realizzate e 894mila euro di ricavi per i proprietari degli immobili, un indotto per le città ospitanti che supera i 56 milioni, 500 posti di lavoro creati.

Una macchina rodata per il team di Mazzarelli che ha affiancato nella capitale Cdp nell’area di Guido Reni (Guido Reni District) e per il Palazzo degli Esami e per l’Atac ha ridato vita a tre ex autorimesse: PratiBus District, Ragusa Off e San Paolo District; a queste si aggiunga l’ex cartiera Ligestra (CityLab 971). A Napoli con Agenzia del Demanio ha riattivato Palazzo Fondi. Ultima operazione, da poco assegnata tramite gara dal Comune di Milano, la trasformazione del Cavalcavia Bussa in un contenitore di attività aperte al pubblico in ambito sportivo, ricreativo, cinematografico, artistico e di intrattenimento.

«Di fatto prendiamo in gestione dei ruderi – racconta Mazzarelli – e con un investimento iniziale (per Atac si parla di un milione di euro, per Palazzo Fondi mezzo milione, per Guido Reni 2 milioni, ndr) li facciamo diventare delle infrastrutture idonee per ambientare una serie di attività temporanee. Siamo dei gestori, trasformiamo l’immobile in un brand, sempre prestando attenzione alla comunità e ai diversi target». In questi anni si sono affacciati operatori del mondo food, della moda, e dell’innovazione; gli spazi hanno ospitato anche mercatini, riprese televisive, mostre, shooting. «A Napoli, dove il palazzo diventerà la sede dell’Agcom, in un anno e mezzo di attività temporanee, si sono generati 4,4 milioni di indotto per l’economia della città».

Da Berlino a New York i casi internazionali di successo fanno scuola, e anche in Italia ormai le pratiche di riuso temporaneo vengono riconosciute per il loro valore economico. «Negli ultimi dieci anni – racconta Isabella Inti – sono stati avviati numerosi progetti da una pluralità di soggetti istituzionali e informali. Da Milano a Sesto San Giovanni, da Bologna a Ferrara con la Factory Grisù, da Genova a Lecce, a San Vito dei Normanni (Br), fino in Sicilia con esperienze a Favara e Giarre. Una rete informale di riutilizzatori dal basso con associazioni, artisti, artigiani e makers, studenti e gruppi di cittadini, studi di architetti e designer, piccole imprese creative con attori tra i 20 e 50 anni, che si sono attivati per promuovere ricerche, campagne di sensibilizzazione e strategie di intervento». Un fermento che attraverso la creatività e l’imprenditorialità va a creare un mercato, ad alimentare quella nicchia che per una decina d’anni poche strutture come la stessa Urban Value hanno capitalizzato, anche educando la committenza pubblica e privata ad una domanda in continua evoluzione.

«Sperimentazioni positive, con tutti i rischi del caso» commenta un rappresentante della committenza com’è Marco Sangiorgio, direttore Cdp Investimenti sgr. Ricordando l’esperienza di successo del Guido Reni District davanti al Museo Maxxi dove «la città si è ripresa un luogo chiuso da anni, grazie ad un fitto programma di iniziative culturali e ludiche. Sul fronte della normativa c’è ancora qualche passo da fare: nel Lazio ad esempio c’è una legge regionale che prevede questi usi per una durata limitata, ma per stare tranquilli meglio optare per il comodato che per l’affitto». Sul fronte della normativa si è distinta la Regione Veneto grazie all’articolo 8 della legge 14/2017 sul contenimento del consumo di suolo. Claudio Bertorelli, paesaggista urbano di Aspro Studio, ha contribuito a questo obiettivo forte della considerazione che «le destinazioni d’uso classiche non riescano ad intercettare bisogni e tendenze del mercato. Concretamente stiamo lavorando a Verona Est, dove c’era il grande polo della logistica delle Ferrovie dello stato che sta per diventare un polo dello sport (Adige Docks) e nel tempo di transizione è stato riaperto come piazza. Ancora, a Treviso di fronte all’aeroporto nell’area delle ex ceramiche Pagnossin si sta lavorando per farne un polo delle eccellenze, restituendola alla comunità con usi temporanei». © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

28/10/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Dai 200 milioni di Italferr ai 9 di Esa Engineering: la Top 50 dell’ingegneria italiana

Aldo Norsa

Nelle prime posizioni spiccano società che operano in mercati “captive”. In forte crescita Arup Italia e Politecnica. Salgono anche Jacobs Italia e Dba Group

Questo articolo anticipa la classifica delle prime 150 società di ingegneria (per fatturato 2018) che sarà pubblicata nel “Report 2019 on the Italian Construction, Architecture and Engineering Industry” promosso con il sistema editoriale digitale di Edilizia e Territorio / Il Sole 24 Ore e sarà presentato il 4 dicembre in un incontro/dibattito a Milano al Centro Congressi Fast. Per il momento la classifica (e i suoi commenti) è limitata alle prime 50 società, anche perché non tutti i bilanci 2018 sono ancora reperibili al Registro Imprese. (Attenzione: si esaminano qui solo le società di capitali, non gli studi professionali, neppure se associati, i cui bilanci sono troppo semplificati per trarne tutti i dati che interessano). Lo spettro di fatturato nel caso dell’ingegneria è molto più ampio di quello delle società di architettura: la prima, Italferr, fattura 199,3 milioni e la cinquantesima, Esa Engineering, 8,7 milioni

Le maggiori società di ingegneria
Prima di esaminare i numeri di insieme e i dati emergenti dell’offerta di ingegneria (e consulenza tecnico-economica, nella dizione dell’Oice) italiana si notano alcuni movimenti al vertice degni di nota. Primo tra tutti, la decisione del numero uno, Italferr, che in primis è anche committente delegato di Rfi (gruppo Fs), di rafforzarsi nella progettazione acquistando (alla fine dello scorso anno) la società (di architettura e ingegneria) Cremonesi Workshop (Crew). Le posizioni seguenti fino alla quarta restano invariate e riguardano società anch’esse in un modo o nell’altro sostenute da un mercato “captive” in settori anche fortemente diversificati dalle costruzioni.

È il caso di EniProgetti, nell’oil & gas, di Spea Engineering, che progetta autostrade per conto del gruppo controllante Atlantia, ma anche di Proger che da quest’anno ha accolto nel suo capitale il gruppo Cadogan Petroleum, quotato alla Borsa di Londra.

Scendendo nella top ten la quinta e sesta posizione si invertono con l’ascesa di Rina Consulting e invece la riduzione di fatturato di Italconsult: la prima dovrebbe però ridimensionarsi in seguito alla cessione del ra mo d’azienda “energy” a Seingim Global Service mentre la seconda (che è partecipata da IntesaSanpaolo e non consolida Studio Altieri, in forte ridimensionamento) è in attesa di sviluppare il mercato statunitense con Boswell Engineering (suo recente acquisto).

Due avanzamenti in classifica sono quelli di Jacobs Italia (sempre più attiva nell’edilizia ad alto contenuto tecnologico e meno nell’oil & gas) e di Dba Group, unica società di ingegneria quotata in Borsa e coerente in una progressiva “crescita esterna” per acquisizioni di piccole società. Se Manens-Tifs, numero uno dell’impiantistica in edilizia, conferma la sua posizione, entra invece nella top ten Net Engineering International, specializzata in trasporti, alla quale le due filiali tedesche danno belle soddisfazioni.

Scendendo in classifica, a differenza che nell’architettura, non si notano particolari exploit di crescita. Ma ne vanno menzionati almeno due (anche se non i maggiori in assoluto) che segnalano l’importanza della diversificazione in architettura: ovviamente per le società di ingegneria che operano nelle costruzioni e non nell’industria: il più 36,3 per cento di Arup Italia (filiale dell’omonimo gruppo britannico) e il più 30,2 percento della maggior cooperativa di progettazione, Politecnica.

Quanto alla “crescita esterna”, se gli ultimi mesi non hanno portato novità (e l’annunciato desiderio di Artelia Italia di ripetere la positiva esperienza dell’acquisto di Intertecno non si è ancora concretizzato) il segnale più forte di dinamismo viene da una società ancora in 76° posizione: Seingim Global Service. È di questi giorni l’annuncio dell’acquisto di un ramo d’azienda di Hitachi Industrial Engineering Emea che si aggiunge a quello citato a proposito di Rina Consulting, che la proietterà con ogni probabilità nella top 50.

I numeri e i dati emergenti
Nel 2018 le prime 50 società di ingegneria (tra cui mancano ancora due nomi del calibro di Elc Electroconsult e Lotti per ritardata approvazione del bilancio) fatturano 1.723 milioni (con un incremento rispetto al 2017 del solo 1,7 percento, di cui il 26,7 percento (relativamente alle società che forniscono il dato) è destinato all’esportazione. A fronte di questa magra crescita dimensionale anche altri dati di bilancio non sono entusiasmanti (e comunque in controtendenza rispetto all’architettura). L’ebitda (margine operativo lordo) cala del 23 per cento a 134 milioni e l’utile netto si riduce anche maggiormente: del 45,2 percento scendendo a 34,8 milioni. E, a differenza delle società di architettura, la posizione finanziaria netta totale (già negativa nel 2017) grava per 119,6 milioni con un peggioramento del 109,8 percento. Infine il patrimonio netto, pur contraendosi, cala solo del 2,2 percento a 623,3 milioni.

Indici di redditività
Per quanto riguarda l’ebitda il forte calo totale dell’ultimo anno si spiega con alcuni casi isolati di significative riduzioni a fronte di solo tre società di ingegneria che denunciano un ebitda negativo: soprattutto Geodata (gruppo Powerchina) e Anas International Enterprise (gruppo Fs). In valori assoluti l’ebitda più consistente è quello di Italferr (gruppo Fs) seguito a forte distanza da Italconsult e da Proger, mentre in rapporto al fatturato i migliori ebitda margin appartengono a Studio Pietrangeli seguita da Infraengineering ed Enereco. Quanto all’utile netto, risultano in perdita sette società con le situazioni più problematiche ancora riferite a Geodata e Anas International Enterprise, a cui si aggiunge (con brusca inversione di tendenza rispetto al 2017) Spea Engineering. Al contrario la palma del maggior utile netto in assoluto va a Italconsult, seguita immediatamente da Italferr e, più distanziata, da Enereco.

Indici finanziari
Tra le maggiori società di ingegneria se i casi in cui la posizione finanziaria netta si mantiene attiva anche nel 2018 sono 21 (talvolta per importi irrisori) tra questi si distingue nettamente Manens-Tifs, seguita da Enereco, Sina (gruppo Gavio) e Spea Engineering (gruppo Atlantia), mentre per gravità dell’indebitamento netto bisogna segnalare EniProgetti (gruppo Eni), seguita a distanza da Italconsult e da Proger. Quanto al patrimonio netto Spea Engineering batte tutte le concorrenti, seguita da Sina e da Italferr. In termini di debt equity (rapporto tra debito e patrimonio), possono preoccupare le nove situazioni specifiche in cui il valore del rapporto è superiore all’unità, tra cui i casi peggiori sono quelli di: EniProgetti, Iqt Consulting e Sws Engineering
© RIPRODUZIONE RISERVATA