Rassegna stampa 24 ottobre 2019

23/10/2019 14.10 – Quotidiano Enti Locali e Pa

Infrastrutture del gas, il blocco delle gare frena gli investimenti

Con il provvedimento As1619,l’Antitrust ha censurato alcune clausole del bando di gara per l’affidamento in concessione del servizio di distribuzione del gas naturale nell’ambito territoriale della città di Napoli e relativo impianto costiero. L’Agcm ha ravvisato l’illegittimità del bando, in quanto suscettibile di comportare un’ingiustificata restrizione alla partecipazione alla procedura da parte degli operatori economici del settore. In altre parole, alcune clausole sarebbero state scritte in maniera da assicurare un indebito vantaggio competitivo del gestore uscente sui potenziali concorrenti, con l’effetto di impedire un equo confronto delle offerte in gara. L’autorità ha censurato, in particolare, la previsione di un termine troppo ravvicinato per la presentazione delle offerte, nonché la mancata messa a disposizione, a favore dei potenziali concorrenti, di informazioni cruciali per la predisposizione dell’offerta tecnica. Nel provvedimento sono evidenziati ulteriori aspetti di criticità riguardanti i criteri di valutazione dell’offerta economica, che secondo l’Agcm «possono incidere negativamente sugli incentivi dei potenziali partecipanti alla gara, traducendosi, in ultima analisi, in barriere all’accesso idonee ad ostacolare la presentazione delle offerte». Regole del bando da riscrivere e una gara tutta da rifare per l’affidamento in concessione di un servizio che, ovunque in Italia, stenta a decollare verso la liberalizzazione, anche, ma non solo, a causa di una normativa di settore caotica e farraginosa. Si osserva, infatti, che le barriere all’ingresso di nuovi operatori nel mercato del gas non dipendono esclusivamente dalle condizioni di accesso e dai nodi della disciplina di settore (valore residuo da riconoscere al concessionario uscente, calcolo della remunerazione degli investimenti da attribuire alla tariffa, ecc.), ma anche dalla condotta degli incumbent, che per decenni hanno gestito il servizio in condizioni di monopolio legale e che oggi ostacolano in molti casi lo svolgimento delle procedure, con condotte anticoncorrenziali volte a bloccare, o quanto meno a ritardare, il momento del confronto competitivo. Il quadro normativo L’odierna situazione di stallo che si registra in molte zone del territorio nazionale sembra porsi in rotta di collisione con la ratio legis della norma originaria, l’articolo 46-bis del Dl 159/2007, convertito in legge 222/2007, che puntava a una semplificazione delle gestioni esistenti con l’intento di assegnare a pochi grandi operatori privati la maggior parte degli Atem, estromettendo dal ruolo gestionale gli enti locali e i piccoli operatori, considerati inaffidabili e inefficienti. In linea con questo dettato normativo, il Dm 226/2011 ha fissato i criteri della riforma del settore, disponendo la messa a gara del servizio di distribuzione nei nuovi «ambiti territoriali minimi» (177 Atem), al fine di individuare gestori in grado di rendere «efficiente» e «competitivo» il servizio. In esito al processo delineato, le precedenti concessioni dovevano considerarsi scadute a decorrere da una certa data, per essere sostituite da quelle nuove a durata pluriennale, via via che le singole gare fossero esperite. Il problema degli investimenti Poi le cose sono andate diversamente, con il risultato che ai nostri giorni la riforma è per lo più rimasta sulla carta e, di conseguenza, la gran parte degli operatori titolari delle concessioni scadute gestiscono il servizio senza fare investimenti, o limitandoli comunque al minimo indispensabile, per il fatto di non sapere se e quando questi investimenti potranno essere riconosciuti in tariffa (o in cassa, nel caso di perdita della concessione).Di qui il rischio di una progressiva obsolescenza degli impianti, con tutte le conseguenze che ciò potrebbe comportare in termini di minore sicurezza e d’impatto negativo sullo sviluppo economico. Nel quadro delle considerazioni sopra esposte, l’Agcm ha evidenziato le criticità connesse a una determinata procedura, ma, come si è detto, il problema di fondo è ben più ampio e strutturale, dacché la liberalizzazione del settore è ancora ai primi passi e non ha ancora scalfito in modo significativo l’ambito pubblico dei monopoli naturali.

23/10/2019 12.33 – quotidiano energia
Catasto infrastrutture, modifiche per l’accesso alle informazioni

E’ pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 248 del 22 ottobre il decreto 2 settembre del Mise “Modifica ed integrazione al decreto 11 maggio 2016, recante: “Istituzione del Sinfi – Sistema informativo nazionale federato delle infrastrutture”.
Il provvedimento introduce cambiamenti alle norme del decreto che istituisce il Sinfi. Nel dettaglio, è previsto che le informazioni raccolte “nel Catasto delle infrastrutture relative alle reti pubbliche di comunicazioni e alle altre infrastrutture fisiche, funzionali ad ospitare reti di comunicazione elettronica ad alta velocità, sono rese consultabili e accessibili da Infratel”.

Inoltre, si stabilisce che “al momento del conferimento delle informazioni al Sinfi”, al responsabile indicato dal soggetto interessato, “sono attribuite credenziali per la consultazione delle informazioni minime, relative alle infrastrutture fisiche di alloggiamento delle reti pubbliche di comunicazione, delle reti di acque reflue, delle reti del gas, delle reti di elettricità compresa l’illuminazione pubblica e delle reti di altri servizi”, raccolte nel Catasto.

24/10/2019 – Il Sole 24 Ore
Dl crisi, prima fiducia al Conte bis

SENATO
Via libera con 168 voti a favore. Ora corsa contro il tempo per il sì alla Camera Norma per sbloccare il caos rifiuti. Ma le imprese: «Troppa burocrazia»
Alla sua prima fiducia il governo Conte bis ottiene 168 voti a favore e 110 contrari. È l’ esito della votazione che si è svolta ieri in Senato sul maxiemendamento presentato dall’ esecutivo al decreto su lavoro e crisi di imprese. Il provvedimento, che deve essere convertito in legge entro il 3 novembre, passa ora alla Camera dove visti i tempi stretti dovrebbe essere replicato il ricorso alla fiducia. Del Dl negli ultimi giorni si è parlato molto per l’ emendamento M5S, passato con l’ accordo del Pd, che sopprime le tutele legali per l’ ex Ilva (si veda pagina 16), ma ci sono norme che intervengono anche su materie molto diverse. Rifuti ed energia Per sbloccare i problemi sull’«end of waste», ovvero le procedure per la cessazione della qualifica di rifiuto, si consente l’ operatività delle autorizzazioni regionali caso per caso sulla base dei nuovi criteri europei, facendo salve le autorizzazioni esistenti e abrogando la norma introdotta con la legge “sblocca cantieri”. Le associazioni di settore, a partire da Utilitalia e Fise Assoambiente, criticano però il sistema di controlli, ex post e a campione affidati a Ispra o Arpa. Vengono rivisti al ribasso le sanzioni in materia di incentivi per impianti rinnovabili, oggetto di numerosi contenziosi. Se il Gse riscontra delle irregolarità in impianti di produzione di energia rinnovabile potranno esserci dei tagli agli incentivi che vanno dal 10 al 50% mentre la precedente forchetta era 20-80%. Lavoro Cambia la normativa sui ciclofattorini, i cosiddetti rider. Di fatto si apre un doppio canale. Se sono impiegati in modo continuativo ed etero organizzato, avranno applicate le tutele del lavoro subordinato. Se, invece, lavorano in modo occasionale e discontinuo (autonomi) avranno livelli minimi di tutela: è vietato il cottimo, va garantito un compenso minimo orario parametrato ai minimi tabellari stabiliti dai contratti nazionali, sono soggetti alla copertura antinfortuni e contro le malattie professionali, a carico del committente, con l’ obbligo di stendere in forma scritta i contratti individuali. Si modifica poi il Jobs act, estendendo il concetto di collaborazioni etero organizzate dal committente, le cosiddette “finte collaborazioni”, alle quali si applicherà la disciplina del lavoro subordinato. Ulteriori interventi e il rifinanziamento della Cigs aggiungendo 90 milioni di euro ai 180 milioni già previsti per quest’ anno. Inps assume in controllo diretto (in house) l’ attività dei contact center multicanale tramite la nuova Inps Servizi Spa, la società che prende il posto della vecchia Sispi Spa, un’ attività che coinvolge più di 3mila addetti. Crisi aziendali Il ministero dello Sviluppo potrà inserire fino a 12 funzionari nell’ unità che gestisce le vertenze. Ma il Tesoro ha bocciato l’ emendamento che avrebbe impedito al personale dell’ unità, per i cinque anni successivi all’ incarico, di lavorare per aziende oggetto di attività al ministero. Vengono assegnate risorse alle regioni Sardegna (fino a 3,5 milioni) e Sicilia (fino a 30 milioni) per la prosecuzione, per il 2019, per gli ammortizzatori sociali riconosciuti nelle aree di crisi industriale complessa (Portovesme e Termini Imerese). Aig e le polemiche su Castelli È diventato un caso politico l’ emendamento, bocciato solo ieri in extremis per profili finanziari, che mirava a convertire l’ Aig (Associazione italiana alberghi per la gioventù) in ente pubblico con un finanziamento di 2 milioni in 2 anni. Per alcuni esponenti M5S la modifica era stata fortemente perorata dal viceministro del Mef Laura Castelli, loro collega di partito. Con un conseguente conflitto di interessi, in quanto il segretario nazionale della Aig è Carmelo Lentino, portavoce della stessa Castelli. Quest’ ultima parla di «polemica strumentale costruita ad arte» ed evidenzia che emendamenti analoghi a quello pentastellato sono stati presentati da altre forze politiche (Italia Viva, Lega, Forza Italia). © RIPRODUZIONE RISERVATA. Carmine Fotina

24/10/2019 – Libero
ACEA CRESCE SU MARGINI ED UTILI

ACEA cresce su margini ed utili nUna precisazione di Acea sull’ articolo intitolato «Dall’ acciaio all’ Alitalia lo Stato imprenditore spesso fallisce o fa fallire» pubblicato martedì 22 ottobre. Dice la nota: «Non riusciamo a capire come si possa definire “claudicante” una società che negli ultimi due esercizi ha registrato una crescita normalizzata dell’ Ebitda del 19% e dell’ utile netto del 29%. Gli investimenti effettuati nello stesso periodo sono stati di circa 1,1 miliardi di euro, mentre il titolo Acea dal 1 gennaio 2017 al 30 settembre 2019 ha incrementato il suo valore in Borsa del 58%. Ci sfugge veramente il senso del ragionamento alla base delle affermazioni».

24/10/2019 – MF
A2A, vicina chiusura della gara Renvico

L’ ad di A2A, Valerio Camerano, a margine dell’ Italy Employer RepTrak(r) 2019 tenutosi a Milano, fa il punto sui dossier a cui lavora il gruppo. Per Renvico «siamo entrati nella fase calda» e «credo che il processo potrebbe concludersi entro la fine dell’ anno», ha affermato. Così come vicina, «da un punto di vista formale», è la conclusione «della fase delle offerte vincolanti per Sorgenia». In merito ad Ambiente Energia Brianza, con la quale A2A sta valutando una possibile aggregazione, Camerano ha spiegato che «è l’ inizio di un percorso per verificare se esistono i presupposti per una joint venture ad alto contenuto industriale». «Ci auguriamo», ha concluso, «che ci siano i presupposti per un progetto industriale a beneficio di tutti gli azionisti. In questo momento il dialogo è fra Gelsia e A2A». (riproduzione riservata)

24/10/2019 – Il Sole 24 Ore
Appalti, rispunta il controllo preventivo della Corte dei conti

DL MINISTERI
Per i lavori di valore superiore alla soglia comunitaria dei 5,5 milioni
ROMA Torna prepotente in campo il progetto di controllo preventivo della Corte dei conti per gli appalti di lavori di valore superiore alla soglia comunitaria dei 5,5 milioni di euro. L’ idea è contenuta in due emendamenti gemelli al decreto sulla riorganizzazione dei ministeri, presentati dall’ M5S e dalla Lega, oggi all’ esame della commissione Affari costituzionali della Camera. E ieri ha ottenuto aperture politiche importanti, a partire da quella della ministra delle Infrastrutture Paola De Micheli che è intervenuta sul tema in un seminario proprio in Corte dei conti. Il progetto riprende quello già avviato qualche mese fa, in epoca gialloverde, quando però l’ idea inciampò nell’ incrocio pericoloso con il tentativo di offrire un salvacondotto preventivo ai funzionari chiamati a firmare la revoca delle concessioni autostradali. Senza quel fardello, legato a un tema che divideva la maggioranza di allora come quella di oggi, la novità potrebbe viaggiare più speditamente. Gli emendamenti prevederebbero un doppio binario, riservato agli appalti sopra le soglie comunitarie e anche alle varianti in corso d’ opera quando il loro importo supera il 20% del valore originario del contratto. Il controllo preventivo sarebbe obbligatorio per i lavori pubblici avviati dall’ amministrazione statale e dagli enti pubblici nazionali. Mentre sarebbe facoltativo per Regioni ed enti locali, per i loro enti strumentali e per le università. Soprattutto nel loro caso, l’ idea è che la possibilità di bussare alla porta della magistratura contabile per ottenere il via libera al bando libererebbe i funzionari dalla «paura della firma»; perché la giungla delle regole in cui si rischia di rimanere intrappolati è spesso una ragione sufficiente per fermare la procedura che porta ai lavori. I «controlli non vanno visti come un ostacolo ma come un sostegno all’ azione delle amministrazioni», rilancia il presidente della Corte dei Conti Angelo Buscema. E il principio trova sostanzialmente d’ accordo anche il mondo delle imprese. Ma con un’ incognita: i tempi, ovviamente, per il timore che il passaggio in Corte allunghi il calendario già parecchio disteso che deve condurre alla realizzazione delle opere. Da Confindustria Carlo Robiglio, presidente della Piccola Industria, spiega che «un intervento legislativo sulla questione può essere utile a favorire lo sblocco e la velocizzazione delle opere pubbliche», a patto però che i tempi del controllo siano «certi e brevi». E per evitare la «burocrazia difensiva» i costruttori dell’ Ance, per bocca del vicepresidente Edoardo Bianchi, chiedono che al controllo preventivo si affianchi un ripensamento «della responsabilità erariale e del perimetro dell’ abuso d’ ufficio», giudicati passaggi indispensabili per «rimettere la macchina pubblica in condizione di operare, di firmare con una “leggera” serenità che non venga messo in discussione quello che viene siglato dal dirigente». Sui tempi in realtà una prima garanzia è già nella norma di riferimento, perché il controllo preventivo previsto dalla legge 20/1994 sfocia in un via libera automatico in 30 giorni, salvo richieste di integrazioni degli atti, se l’ ufficio non decide di rimettere gli atti alla sezione. Ma certo per far funzionare la macchina occorre una riorganizzazione della Corte: che l’ emendamento chiede di portare avanti «senza ulteriori costi» per la finanza pubblica. gianni.trovati@ilsole24ore.com © RIPRODUZIONE RISERVATA. Gianni Trovati

24/10/2019 – Il Sole 24 Ore
Garanzia pubblica e infrastrutture

Come si sa, l’ accelerazione della crescita (necessaria anche per ridurre il rapporto debito pubblico/Pil dal lato del denominatore) richiede un forte rilancio degli investimenti pubblici e privati, tra i quali gli investimenti in infrastrutture, materiali e immateriali. Si aiuterebbe così anche la ripresa del settore delle costruzioni, decisiva per uscire dalla stagnazione. Ma le risorse pubbliche per questi investimenti sono limitate. Quelle disponibili sono spalmate su più anni e sono largamente impegnate per programmi e progetti da tempo in cantiere (per lo più nel settore dei trasporti). I nuovi piani annunciati dal governo (per gli asili nido, per l’ edilizia scolastica, per l’ ambiente e la difesa del suolo, per il Green new deal, per gli acquedotti) dispongono di risorse di bilancio del tutto insufficienti rispetto al fabbisogno, pur rispondendo a bisogni essenziali della popolazione. È possibile che, per alcuni di questi investimenti (per es. infrastrutture sociali o ambientali), la Ue introduca qualche forma di golden rule. Ma anch’ essi – ancorché non contabilizzati al fine del Patto di stabilità – produrrebbero comunque un aumento dello stock del debito pubblico, che i mercati finanziari vedrebbero con preoccupazione. Occorre dunque varare tutte le misure e strumenti utili ad attrarre capitali privati nel finanziamento delle infrastrutture. Ma che fare per i molti progetti che non offrono agli investitori rendimenti a livelli di mercato (infrastrutture sociali remunerate con contratti di disponibilità, ma non solo)? Un’ ipotesi merita di essere esplorata, anche perché contribuirebbe ad affrontare un altro serio problema: quello della messa in sicurezza dei risparmi previdenziali degli italiani, gestiti da investitori istituzionali (casse di previdenza, fondi pensione) e dalle assicurazioni vita. Il patrimonio complessivo di questi enti è vicino ai mille miliardi, ma è per buona parte investito in titoli sovrani, italiani o stranieri, o in obbligazioni a basso rischio, che ormai danno rendimenti negativi o quasi: con i quali è difficile garantire trattamenti pensionistici adeguati. Peraltro, neppure il ritorno dei tassi di interesse verso i livelli pre-crisi (che non pare imminente) sarebbe privo di effetti negativi, per la riduzione di valore dei titoli a rendimento facciale negativo ora allocati nel patrimonio di questi enti. Di qui il loro crescente appetito a investire in infrastrutture: investimenti a lungo termine scorrelati dal ciclo economico, dunque coerenti con il loro business model. Ma questo appetito non ha prodotto finora grandi risultati, per alcuni vincoli regolamentari e per la difficoltà di trovare “buoni progetti”, dotati di un rapporto accettabile fra rischio e rendimento. Tutto cambierebbe però se il Governo concedesse – sul modello dei Piani Juncker e InvestEU – una garanzia pubblica, dedicata a specifiche classi di infrastrutture (infrastrutture sociali e ambientali, ma non solo) e limitata a progetti da realizzarsi in Ppp o in Pfi e previsti in piani e programmi pubblici (piano degli asili nido, piano dell’ edilizia scolastica, piano degli acquedotti ecc.). Dovrebbero essere esclusi i progetti finanziabili a condizioni di mercato (per i quali eventuali garanzie sarebbero concesse dal sistema assicurativo privato). La garanzia pubblica dovrebbe coprire fino al 100% dell’ investimento; potrebbe essere gratuita o onerosa (ma modestamente retribuita, considerato l’ interesse dello Stato alla attuazione di piani e programmi pubblici, che, altrimenti, sarebbero a carico dei bilanci pubblici). Se concessa previa valutazione della qualità e sostenibilità dei singoli progetti (essenziale anche per evitare i rischi di moral hazard), rientrerebbe nella categoria delle garanzie che non sono contabilizzate nei conti pubblici se non in caso di escussione. Dunque non inciderebbe su deficit e debito pubblico, se non in casi eccezionali e comunque tra qualche anno. In presenza della garanzia pubblica, il livello di rischio di questi investimenti risulterebbe mitigato (e tendenzialmente allineato a quello dei titoli di Stato italiani a medio-lungo termine); e così anche rendimenti relativamente modesti (di qualche punto superiori ai titoli di Stato italiani) risulterebbero appetibili per gli enti gestori del risparmio previdenziale (e per altri long-term investor). Occorrerebbe naturalmente: rimuovere gli ostacoli normativi e regolamentari che limitano gli investimenti in infrastrutture degli investitori istituzionali (per es. limiti e vincoli di portafoglio); snellire coraggiosamente le procedure di programmazione, progettazione, decisione ed esecuzione dei progetti infrastrutturali, e quelle relative alla struttura e copertura dei loro piani finanziari (codice degli appalti, disciplina dei Ppp, disciplina dei contratti di disponibilità ecc.); estendere al pagamento dei canoni di disponibilità la garanzia che tutela il rimborso dei mutui Cdp (prelazione sul gettito delle imposte locali); affidare a una struttura snella e competente (InvestItalia?) la validazione dei progetti garantibili. Della garanzia potrebbe avvalersi anche Cassa depositi e prestiti per potenziare (senza impatto sui suoi capital ratio) gli investimenti che già ha cominciato a fare con successo nelle infrastrutture sociali (vedi Santilli, Il Sole del 20/10). Ma in più Cdp potrebbe svolgere un ruolo chiave nella promozione e strutturazione di “buoni progetti”, nell’ aggregazione dei progetti di minore dimensione, nella raccolta dei finanziamenti (agendo da anchor investor) e nella finalizzazione dei progetti. Potrebbe anche proporre alla Bei la costituzione di una piattaforma comune, che avrebbe accesso diretto alle garanzie del Piano InvestEU e a finanziamenti della stessa Bei e di fondi europei. Si tratterebbe dunque di una soluzione win win win perché darebbe un buon contributo a raggiungere, insieme, diversi obiettivi di politica pubblica: 1 la ripresa del settore delle costruzioni, decisiva per uscire dalla stagnazione; 2 la messa in sicurezza del risparmio previdenziale di 15 milioni di italiani, minacciato dalla stagione dei tassi negativi; 3 il potenziamento degli investimenti in infrastrutture materiali e immateriali, senza impatto rilevante sul debito pubblico; 4 il contrasto al cambiamento climatico e al dissesto idrogeologico, mediante il potenziamento degli investimenti in infrastrutture ambientali; 5 la qualità del welfare e a coesione sociale del Paese (infrastrutture sociali); 6 la riduzione del rapporto debito/Pil dal lato del denominatore. © RIPRODUZIONE RISERVATA Come si sa, l’ accelerazione della crescita (necessaria anche per ridurre il rapporto debito pubblico/Pil dal lato del denominatore) richiede un forte rilancio degli investimenti pubblici e privati, tra i quali gli investimenti in infrastrutture, materiali e immateriali. Si aiuterebbe così anche la ripresa del settore delle costruzioni, decisiva per uscire dalla stagnazione. Ma le risorse pubbliche per questi investimenti sono limitate. Quelle disponibili sono spalmate su più anni e sono largamente impegnate per programmi e progetti da tempo in cantiere (per lo più nel settore dei trasporti). I nuovi piani annunciati dal governo (per gli asili nido, per l’ edilizia scolastica, per l’ ambiente e la difesa del suolo, per il Green new deal, per gli acquedotti) dispongono di risorse di bilancio del tutto insufficienti rispetto al fabbisogno, pur rispondendo a bisogni essenziali della popolazione.  Franco Bassanini

24/10/2019 – Il Sole 24 Ore
Un piano per gli appalti innovativi

Procurement. Nella relazione del Cnr la proposta di fissare un target e gli incentivi per far decollare la spesa di R&S della pubblica amministrazione. E sollecitare le aziende a sviluppare prototipi e trovare soluzioni
C’ è un tesoretto nascosto nell’ innovazione italiana: per aumentare del 5% la spesa in ricerca e sviluppo, basterebbe che le pubbliche amministrazioni destinassero all’ R&S l’ 1% del procurement totale. Così si arriverebbe a circa un miliardo di procurement innovativo «pari alla dotazione del fondo per l’ innovazione» ha fatto notare la settimana scorsa Daniele Archibugi, dirigente del Cnr, illustrando al Presidente del Consiglio, la «Relazione 2019 sulla ricerca e l’ innovazione in Italia». Il passaggio della quota di procurement di R&S dall’ attuale 0,17% all’ 1% può apparire piccolo ma potrebbe essere strategico. «Il Regno Unito fa registrare, ad eccezione di due anni, i valori più alti, con una spesa media in appalti di R&S (199 milioni) circa tre volte superiore rispetto a quella fatta registrare in Italia (66 milioni) che è il paese con la spesa media più bassa», si legge nella relazione del Cnr, che precisa come l’ exploit del 2018 sia attribuibile a una gara dell’ Agenzia spaziale Italiana (105 milioni). Il Cnr ha rilanciato l’ idea di un piano nazionale per il procurement innovativo. «L’ acquisto da parte della Pa di beni e servizi innovativi, ritagliati “su misura” sui fabbisogni della Pa, rappresenta un tassello importante per l’ efficientamento della spesa pubblica, con impatti positivi in termini di sviluppo economico – evidenzia Andrea Bianchi, Direttore Politiche Industriali di Confindustria – È quindi condivisibile l’ adozione di un Piano nazionale sul procurement pubblico che potrebbe prevedere azioni di supporto e di coordinamento per orientare i processi di spesa, in primis, l’ individuazione di target di spesa sia per le amministrazioni centrali che periferiche, da destinare all’ acquisto di soluzioni innovative». Il piano andrebbe a sostenere tutte le tipologie di appalti innovativi, sollecitati anche dalle politiche e norme europee ovvero: 1) la categoria più consistente è quella degli avvisi di gara R&S dove l’ opportunità per le imprese è quella di sviluppare un prototipo di un prodotto o servizio. 2)l’ appalto pubblico pre-commerciale (Pcp) che in Italia ha fatto capolino sette anni fa e raggiunge il 10% del numero di appalti (e il 20% del valore) totali: la Pa lancia una sfida e diverse imprese sono chiamate a sviluppare, in modo parallelo e concorrente, soluzioni innovative e quindi non ancora presenti sul mercato 3) la terza possibilità, ancora meno esplorata, è l’ acquisto di soluzioni innovative (Ppi) che avviene quando le procedure di appalto pubblico esistenti (ad esempio, procedura aperta, dialogo competitivo, procedura negoziata) vengono utilizzate per acquistare soluzioni innovative che non sono ancora disponibili su base commerciale su vasta scala. «La spesa pubblica per beni e servizi si attesta a 144 miliardi di euro e rappresenta l’ 8,2% del Pil – fa notare Stefano Pan, vicepresidente di Confindustria – È evidente l’ influenza sul mercato e sulle filiere produttive delle scelte operate dalla Pa attraverso gli acquisti. Ora noi siamo impegnati nel far conoscere il più possibile questa opportunità alle imprese». Un anno fa è stato firmato un protocollo dalla stessa Confindustria, da Agid e dalla Conferenza delle Regioni/Itaca per attivare una stretta sinergia pubblico-privato. Così è stata fatta una attività di roadshow per l’ Italia. Sulla piattaforma dell’ Agenzia per l’ Italia digitale (Appaltinnovativi.gov) sono raccolti aggiornamenti sui fabbisogni delle Pa, dando visibilità alle procedure d’ appalto di innovazione. Confindustria si sta muovendo come innovation broker facendo da ponte tra pubblico e privato per stimolare le imprese ad attivare partenariati industriali in risposta ai fabbisogni di innovazione della Pa e presto integrerà la sua piattaforma con quella dell’ Agid. Guglielmo de Gennaro del Servizio strategie di procurement e innovazione del mercato di Agid riferisce che il numero di Pa che si stanno avvicinando agli appalti innovativi è in aumento e che l’ agenzia cerca di accompagnarle nella consapevolezza dei propri fabbisogni di innovazione, che a volte possono essere soddisfatti con tecnologie emergenti e digitali, altre volte attraverso l’ innovazione di processo. Per legge, l’ Agid è identificata quale elemento di snodo ed esercita la funzione di broker di innovazione attraverso un’ azione continua e la realizzazione della Piattaforma prevista dal Piano per l’ informatica nella Pa (2019/2021). Partecipano i ministeri competenti, le Regioni, i soggetti aggregatori regionali, Consip, le grandi stazioni appaltanti, quali Anas, Enel, Fs, Cnr e gli stakeholder dell’ innovazione tra cui Confindustria. © RIPRODUZIONE RISERVATA. Alessia Maccaferri

24/10/2019 – Il Sole 24 Ore

Appalti, una corsia preferenziale a chi denuncia estorsioni

di Andrea Mascolini

Chi denuncia fenomeni estorsivi e criminali avrà una corsia preferenziale negli affidamenti di appalti sotto soglia. È quanto prevede la proposta della Regione Calabria presentata il 21 giugno scorso al Senato (n. 1360) e assegnata il 22 ottobre all’ottava commissione lavori pubblici del Senato, in sede redigente (il lavoro si fa in commissione e l’aula vota soltanto tutto il testo). Nel merito la proposta interviene sull’articolo 36 del codice appalti inserendo un comma 2-bis e prevede che «le imprese che denunciano i fenomeni estorsivi e criminali siano inserite in un elenco istituito presso tutte le stazioni appaltanti integrante il circuito preferenziale di partecipazione agli affidamenti di importo inferiore alle soglie di rilevanza comunitaria». Da questi elenchi, si legge nella proposta, il responsabile unico del procedimento «attinge, prioritariamente e con prelazione rispetto al mercato» per individuare i soggetti da invitare a formulare offerta. La norma si lega alla disciplina prevista per gli affidamenti sotto soglia da 40 mila euro a 150 mila per i lavori e da 40 mila a 221 mila euro per servizi e forniture (con richiesta di tre o cinque preventivi). Di fatto l’ambito oggettivo di applicazione del nuovo comma potrebbe riguardare quasi il 90% del mercato globale dei servizi e delle forniture, in termini di numeri di avvisi. Nella relazione di accompagnamento della proposta di legge si legge che «la ratio della proposta è quella di creare un volano positivo e di supporto alle aziende che iniziano una collaborazione con lo Stato».

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24/10/2019 – Italia Oggi
Spinta agli investimenti locali

MANOVRA 2020/ I viceministri Misiani e Castelli alla Conferenza Ifel sulla finanza locale
Confermate le risorse 2019. Rifinanziato il fondo Imu-Tasi
Pioggia di risorse per gli investimenti degli enti locali. Rifinanziamento dei due fondi (uno di 400 milioni per la messa in sicurezza di scuole e strade e l’ altro di 500 mln per la realizzazione di progetti di efficientamento energetico e di sviluppo territoriale sostenibile) che nel 2019 hanno contribuito alla ripresa degli investimenti locali. Nessuna perdita di gettito dall’ unificazione di Imu e Tasi. Rifinanziamento con una dotazione di 110 milioni del fondo Imu-Tasi che va a favore di circa 300 comuni. Risorse per le fusioni di comuni con una dotazione di 30 milioni di euro l’ anno dal 2020 in avanti che stabilizzerà il fondo a quota 70 milioni in modo da consentire a tutti i municipi accorpati di ricevere gli incentivi a cui hanno diritto senza tagli (a differenza di quanto accaduto quest’ anno). E ancora: 300 milioni a valere sul Fondo infrastrutture sociali e altrettanti per le aree interne. Ma soprattutto niente tagli. Sono queste le certezze che gli enti locali portano a casa dal governo alla vigilia dell’ approdo della Manovra 2020 in parlamento (previsto per la prossima settimana). A rassicurare i sindaci c’ hanno pensato i due viceministri del Mef, Laura Castelli e Antonio Misiani intervenuti entrambi all’ ottava Conferenza sulla finanza e l’ economia locale dell’ Ifel. Ai due viceministri, i tecnici dell’ Ifel hanno recapitato le richieste del comparto comunale in vista della legge di bilancio 2020. Un elenco di nodi più o meno irrisolti e di richieste più o meno recenti che i sindaci ritengono essenziali per programmare con serenità i bilanci dell’ anno prossimo. E in cima alla lista ci sono i fondi per far ripartire gli investimenti che nel 2019 hanno immesso nel sistema comunale (e soprattutto nei piccoli comuni) risorse fresche per 900 milioni di euro. Con effetti benefici che sono sotto gli occhi di tutti. Dopo sette anni di crollo degli investimenti comunali (dal 2010 al 2017 a livello nazionale si sono ridotti del 39,5% in termini di impegni e del 28,4% in termini di pagamenti) e una prima ripresa nel 2018 (+10% in termini di impegni e +2% sul versante della cassa), nel primo semestre 2019 i pagamenti comunali per investimenti sono cresciuti del 28,8% rispetto all’ anno precedente. La ripresa è più consistente al Nord, meno al Sud dove si traduce in una contrazione progressivamente minore. Merito dell’ iniezione di risorse decisa con la Manovra 2019 (400 milioni per la messa in sicurezza di strade e scuole) e con il decreto crescita (500 milioni per efficientamento energetico e sviluppo territoriale) che ovviamente i comuni si attendono confermata anche l’ anno prossimo. «La ripresa della contribuzione erariale per gli investimenti locali costituisce certamente un fattore decisivo per il rilancio del settore», ha osservato Andrea Ferri, responsabile della finanza locale dell’ Anci e del dipartimento finanza locale dell’ Ifel che ha auspicato un rifinanziamento delle misure su base pluriennale. Alla richiesta dell’ Ifel il governo ha risposto con aperture che lasciano ben sperare. «Vogliamo riproporre la misura perché il governo è contento dei risultati del 2019», ha dichiarato il viceministro Castelli. Il suo collega Misiani, qualche ora dopo, sempre dal palco dell’ Ifel, ha rivendicato l’ impegno del governo che, pur nell’ ambito di una Manovra per 23 miliardi su 30 destinata ad evitare l’ aumento dell’ Iva, ha impegnato gran parte dei 7 miliardi residui agli investimenti degli enti locali. Il riferimento è al piano di di investimenti pubblici per cui vengono stanziati 55 miliardi in 15 anni, di cui 10,5 miliardi per il triennio 2020-2022. Risorse che, ha promesso Misiani «andranno in gran parte agli enti locali per investimenti sull’ ambiente e per l’ infrastrutturazione sociale del paese». «Il Green new deal che il governo intende promuovere prevede un piano di investimenti pubblici in stretta alleanza con gli enti locali», ha proseguito. Misiani e Castelli hanno rivendicato l’ assenza di tagli per il comparto dei comuni («cosa non scontata», hanno ammesso) e lo sforzo fatto dall’ esecutivo per recuperare già nella legge di bilancio 2020 (nel 2019 furono recuperati ad anno in corso) le risorse per rifinanziare il Fondo Imu-Tasi «che per i prossimi tre anni avrà una dotazione di 110 milioni l’ anno». A queste risorse vanno poi aggiunti 30 milioni aggiuntivi per le fusioni, 300 milioni a valere sul Fondo infrastrutture sociali e altrettanti per le aree interne. Da Laura Castelli sono invece arrivate aperture su un altro tema caldo per i sindaci: la mancata restituzione dei 560 milioni di tagli da spending review che, essendo cessati nel 2018, avrebbero dovuto essere restituiti già quest’ anno al comparto dei comuni. Il problema si riproporrà anche l’ anno prossimo e il viceministro ha aperto alla proposta di una restituzione graduale, tema che però dovrà essere affrontato, si spera presto, in Conferenza stato-città. Castelli ha infine annunciato che nella legge di bilancio 2020 ci sarà un capitolo ad hoc dedicato agli enti locali «dove ci saranno, tra l’ altro, le norme per la riforma della riscossione locale, volte a potenziare le capacità finanziarie degli enti, la nuova Imu-Tasi e all’ accorpamento dei tributi minori». © Riproduzione riservata. PAGINA A CURA DI FRANCESCO CERISANO

24/10/2019 – Umbria 24

Cancelleri: «Sbloccata l’assegnazione degli appalti Terni-Rieti»

L’annuncio del ministro alle infrastrutture che aveva fatto visita al cantiere

Il ministro delle infrastrutture Giancarlo Cancelleri annuncia con un video pubblicato sulla sua pagina Facebook lo sblocco del cantiere Terni-Rieti. Solo pochi giorni fa il sopralluogo del ministro sul cantiere che negli ultimi 4 km di strada è bloccato dopo il fallimento dell’azienda che si era aggiudicata l’appalto: «Mi piace quando possiamo dare belle notizie, fatti concreti e non annunci» dice il ministro.

L’adeguamento della ss 79 che da Terni porta a Rieti A proposito del cantiere fermo dal 2017, Cancelleri senza mezzi termini dice che «non completare un’infrastruttura costata milioni di euro rappresenta una vergogna e dà il senso dell’assenza dello Stato. Avevo detto che ci saremmo attivati e grazie ai vertici dell’Anas abbiamo trovato rapidamente una soluzione».

La soluzione per completare i lavori «Attraverso un dispositivo di legge vigente all’epoca dell’appalto – spiega Cancelleri – siamo riusciti ad assegnare il lotto mancante alla ditta che sta lavorando nel tratto verso Rieti. Sarà quindi completato il ponte, le barriere e la strada asfaltata. La strada sarà pronta entro l’estate del 2020. Ed anche il cantiere del quadrilatero Perugia-Fossato di Vico sarà aperto il 29 ottobre».

 

24/10/2019 – Roma Today

Metro C, Raggi rassicura dopo l’incontro con la ministra: “Linea fino a Saxa Rubra. Governo stanzierà i fondi”

La sindaca al suo primo incontro con la ministra delle Infrastrutture e Trasporti Michela De Micheli. Tra i temi sul tavolo il proseguimento della terza linea della metropolitana

Metro C, Raggi rassicura dopo l’incontro con la ministra: “Linea fino a Saxa Rubra. Governo stanzierà i fondi”

La metro C si farà e si farà fino a Saxa Rubra. Parola della sindaca Raggi che appena uscita dall’incontro con il ministro dei Trasporti Paola De Micheli, rassicura sul completamento della terza linea metropolitana della città. “La nostra intenzione è di portare la linea fino a Saxa Rubra e con il Ministero abbiamo parlato dei finanziamenti. Se ci hanno garantito risorse? Assolutamente sì. Fino a dove? Adesso stiamo lavorando sul quanto però c’è l’intenzione di portarla avanti e di collaborare”.

Tanti i dubbi in questi giorni sulla reale fattibilità dell’opera, specie in relazione alla messa in liquidazione della sua stazione appaltante, Roma Metropolitane. Il contraente generale Metro C spa ha scritto una lettera diretta a palazzo Chigi per esprimere preoccupazione e chiedere la nomina di un Commissario straordinario. Pronta la replica di Raggi, sempre tramite una lettera riservata anche questa inviata al presidente del Consiglio Giuseppe Conte, al ministro dei Trasporti Paola De Micheli, a quello dell’Economia Roberto Gualtieri, al presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti e al prefetto di Roma Gerarda Pantalone.

“Come noto – scrive il sindaco nella lettera – nell’ambito delle criticità connesse alla realizzazione della linea C, Roma Capitale sta affrontando la problematica concernente la situazione economico-finanziaria di Roma Metropolitane anche alla luce della normativa vigente in materia di società partecipate. Segnatamente l’attuale governo di Roma Capitale sta procedendo alle iniziative tese al risanamento della società nell’ambito dei pareri imposta dal Testo unico sulle società pubbliche e alla rimodulazione, l’interno delle articolazioni del gruppo Roma Capitale, dell’attività di progettazione concernenti, tra l’altro, i finanziamenti richiesti dal ministero dei Trasporti per le infrastrutture di trasporto anche all’esito della recente adozione del Pums”.

 

24/10/2019 – Roma Today

Il futuro dei trasporti: dal governo i fondi per la funivia Battistini-Casalotti ed il tram sulla Togliatti

Il Ministero dei Trasporti ha selezionato le “opere invarianti” contenute nel Piano Urbano della Mobilità Sostenibile. Oltre alla tramvia ed alla funivia finanziato anche l’acquisto di 50 nuovi tram

Mobilità sostenibile: dal governo i fondi per la funivia Battistini-Casalotti ed il tram sulla Togliatti

Arrivano i soldi. Il governo ha stabilito quali sono le opere da finanziare per rivoluzionare la mobilità sostenibile della Capitale. L’agenzia DIRE ha fatto messo nero su bianco quali investimenti ha deciso di fare il governo Conte per migliorare i trasporti romani. Ci sono bocciature sorprendenti ma anche conferme importanti.

Le bocciature del governo giallo-rosso

Niente da fare per il tram che viaggiando sui via dei Fori Imperiali, fino a Cavour,  fino a 115 mila passeggeri al giorno. Accantonato anche il tram che avrebbe dovuto collegare piazzale del Verano con la stazione Tiburtina. La maggior parte delle cosiddette “opere invarianti”, quelle su cui l’amministrazione aveva deciso di puntare a prescindere dall’esito del processo partecipativo del PUMS, sono state finanziate.

La fumata bianca: le opere previste

A margine dell’incontro alla Corte dei Conti, dopo la riunione al MIT con la Sindaca, la neomininstra ai tasporti Paola De Micheli ha fornito indiscrezioni su “scelte che si concretizzeranno nei prossimi giorni”. Dal governo giallo rosso, secondo l’Agenzia DIRE, sono stati messi a disposizione i fondi per acquistare 50 nuovi tram, per prolungare la Termini Giardinetti con deviazione a Tor Vergata e per un paio di altre opere strategiche.

La funivia Battistini-Casalotti-Boccea

L’attesa fumata bianca per la funivia Battistini Casalotti Boccea è arrivata. Il Campidoglio avrà a disposizione 109 milioni di euro per realizzare il previsto collegamento di 3,85 km. La cabinovia ha una capacità di trasporto di 3600 passeggeri l’ora e funziona come i classici impianti di risalita che si possono incontrare nelle stazioni sciistiche. La frequenza è di un passaggio ogni 10 secondi ed ogni cabina è in grado di accogliere fino a10 persone.  Servirà sette stazioni – Battistini, Acquafredda, Montespaccato, Torrevecchia, Campus, Collina delle Muse-Gra e Casalotti – ma non sarà direttamente collegata al capolinea della metro A Battistini da cui, la filovia, dista circa 200 metri. L’opera costerà 109 milioni di euro.

La tramvia sulla Togliatti

L’altro importante intervento finanziato dovrebbe riguardare il tram sulla Palmiro Togliatti. Si tratta di un collegamento che, passando nei municipi IV, V e VII, andrebbe ad unire piazza di Cinecittà con la stazione della metro B “Ponte Mammolo”. Il percorso, lungo 8 chilometri, ha una capacità di tasporto di 9750 passeggeri al giorno ed ha il vantaggio di  intersecare tutte e tre le linee metropolitane, ma anche la FL2 e la Roma Giardinetti. La tramvia, il cui costo è di 185 milioni di euro, è la prima parte di un percorso più ampio che  in futuro potrebbe svilupparsi come un anello tangenziale tramviario in grado di connettere  anche Saxa Rubra e San Paolo. E’ l’opera più costosa che l’amministrazione ha proposto al governo.

 

24/10/2019 – ANSA

Sanità: inchiesta Gdf Udine, 8 arresti

In manette noto imprenditore friulano. Sequestri per 10 mln euro

(ANSA) – UDINE, 24 OTT – Le Fiamme Gialle di Udine, coordinate dalla locale Procura della Repubblica, stanno eseguendo otto arresti – tra i quali quello di un noto imprenditore friulano Massimo Blasoni – perquisizioni e sequestri per un totale di dieci milioni di euro nell’ambito di un procedimento in materia di spesa socio-sanitaria, ai danni dei bilanci delle Regioni Friuli Venezia Giulia, Piemonte, Veneto, Emilia Romagna, Toscana e Sicilia.

Al centro delle indagini una società attiva nel settore dell’assistenza per anziani, autosufficienti e no, e nella gestione di comunità terapeutiche – riabilitative per minori e adolescenti, con sedi operative in tutto il territorio nazionale. Tra le 8 persone arrestate c’è il noto imprenditore friulano Massimo Blasoni, fondatore e guida di Sereni Orizzonti, la società che negli anni è diventata la prima azienda italiana per crescita nel settore della costruzione e gestione di Residenze Sanitario Assistenziali per anziani in larga misura non più autosufficienti. (ANSA).

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24/10/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Appalti, Buscema (Corte dei Conti): il controllo preventivo aiuterà le opere strategiche

Massimo Frontera

I magistrati contabili favorevoli all’estensione dell’emendamento contro lo sciopero della firma. Ance e Confindustria: rischio di allungamento dei tempi

«L’attenzione che le comunità pongono alla correttezza della gestione del denaro pubblico richiede un ripensamento del sistema dei controlli. Un controllo preventivo intestato alla Corte dei conti in materia di appalti e contratti pubblici potrebbe consentire, salvaguardando comunque l’esigenza di brevità dei tempi, di affiancare l’azione dei responsabili di settori così delicati e complessi. Ciò a maggior ragione per le opere pubbliche che costituiscono un volano per lo sviluppo economico». Il presidente della Corte dei Conti Angelo Buscema “benedice” l’emendamento sul controllo preventivo finalizzato a scongiurare lo “sciopero della firma” dei pubblici funzionari, i quali si mettono al sicuro da eventuali chiamate di responsabilità a seguito di controlli erariali, a prezzo però della paralisi della macchina amministrativa nel settore dei lavori pubblici.

Il numero uno della magistratura contabile ha parlato aprendo il convegno, promosso dalla stessa Corte dei Conti sul tema “Quale controllo preventivo per gli appalti pubblici?”, che ha visto la partecipazione, tra gli altri, del vicepresidente dell’Ance, Edoardo Bianchi, e del vicepresidente di Confindustria, Carlo Robiglio. «I primi segnali di riavvio degli investimenti pubblici che si colgono dai dati della prima metà dell’anno – ha fatto osservare Buscema – devono spingere a proseguire in tale direzione, ben consapevoli che una adeguata dotazione di infrastrutture è indispensabile per la crescita». Nel corso dell’incontro è apparso chiaro che la norma – nella forma dell’emendamento al Dl “ministeri” (n.104/2019) in corso di discussione al Senato (atteso in Aula dal 29 ottobre prossimo) – piace ai “controllori” dell’operato degli amministratori, che vorrebbero ampliarne ulteriormente l’applicazione. «Sarebbe auspicabile estendere l’ambito di applicazione sia abbassando il limite di importo per l’utilizzo del controllo preventivo, sia estendendolo anche agli appalti di servizi e forniture», ha detto Francesco Saverio Marini, componente del Consiglio di Presidenza della Corte dei Conti. Gli ha fatto eco Luigi Caso, presidente dell’Associazione nazionale magistrati della Corte dei Conti, chiedendosi perché limitare l’istituto ai soli lavori e non anche – appunto – ai servizi e alle forniture.

All’ottimismo della Corte dei Conti – che per garantire il servizio dovrà rafforzare la propria struttura – hanno fatto riscontro le cautele e i timore espressi dai rappresentanti del mondo delle imprese, che non hanno nascosto il rischio di produrre un ingolfamento delle procedure di appalto, con l’effetto di moltiplicare – anziché abbattere – l’allungamento dei tempi di aggiudicazione delle opere e, di conseguenza, dell’apertura dei cantieri.

«Il controllo preventivo di legittimità è sicuramente utile – ha detto il vicepresidente dell’Ance con delega alle opere pubbliche Edoardo Bianchi – è però importante vedere come dispiega i suoi effetti. La finalità del controllo preventivo di chi sta dalla parte della Pa si aspetta che il controllo preventivo sia una esimente della colpa grave. Se non c’è questo il paese resta fermo». «Se non viene riperimetrato il reato di abuso d’ufficio e riconfigurato il reato di responsabilità erariale – ha aggiunto Bianchi – è tutto tempo perso: dobbiamo rimettere la macchina pubblica in condizione di operare, di firmare con una “leggera” serenità che non venga messo in discussione quello che viene siglato dal dirigente». Quanto agli aspetti operativi il vicepresidente dell’Ance suggerisce di abbassare l’attuale soglia prevista di cinque milioni di euro «perché il 97% dei bandi di lavori sono sotto questa soglia». Inoltre il ricorso al controllo preventivo dovrebbe essere esteso alle amministrazioni decentrate, non solo a quelle centrali». Altro aspetto che secondo l’Ance andrebbe affrontato è il coordinamento con le funzioni di Anac, competente sulla vigilanza collaborativa, e le competenze dell’Avvocatura interna delle amministrazioni, cui spesso ci si rivolge in via preventiva «spesso con esiti diversi a secondo dell’interlocutore».

Anche secondo il vicepresidente di Confindustria e presidente della Piccola industria Carlo Robiglio la norma «può essere utile a favorire lo sblocco e la velocizzazione delle opere pubbliche», manifestando però «preoccupazioni che riguardano i riflessi procedurali e organizzativi che gli emendamenti proposti possono avere». «Il controllo preventivo sugli atti di aggiudicazione da parte della Corte dei conti – si è chiesto Robiglio – potrà contenersi in tempi brevi e certi? È stata verificata la fattibilità organizzativa della proposta in termini di risorse necessarie da parte della Corte per far fronte alla nuova gravosa funzione? Non sarebbe utile studiare soluzioni alternative che possano risolvere la questione riducendo direttamente per legge le ipotesi di colpa e responsabilità, senza alcun aggravio procedurale od organizzativo?». «Un’altra grande questione da risolvere a monte – ha aggiunto il leader confindustriale – è la qualità del decisore pubblico, su cui emerge l’assoluta necessità di una formazione adeguata, per colmare i deficit di professionalità e di cultura economica e aziendale».

Una valutazione “freddamente neutra” è arrivata invece dalla ministra delle Infrastrutture, Paola De Micheli. «Secondo me è una possibilità», ha detto. «Nel mio caso – ha aggiunto, ricordando l’applicazione della valutazione preventiva agli appalti della ricostruzione, nel suo precedente ruolo di commissario di governo – quello strumento è stato potente: mi accontenterei tra due anni di poter dire che magari lo abbiamo provato e, nel caso delle gare, è stato utile».

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24/10/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Fondo «salva opere», De Micheli: da novembre pagamento dei crediti alle imprese

M.Fr.

Oggi è atteso il parere del Consiglio di Stato sul regolamento attuativo del fondo istituito dal Dl Crescita del giugno scorso

«Il decreto attuativo sui criteri di assegnazione delle risorse e delle modalità operative del fondo ‘salva opere’ per assicurare il pagamento del 70% dei crediti insoddisfatti delle imprese subappaltatrici, subaffidatarie e subfornitrici è stato trasmesso al Consiglio di Stato, che proprio domani (oggi per chi legge, ndr) esprimerà il proprio parere». Lo ha riferito la ministra delle Infrastrutture Paola De Micheli rispondendo ieri alla Camera a un question time. «Presso il Mit – ha aggiunto De Micheli – è stato già previsto il rafforzamento delle strutture preposte all’istruttoria delle domande e al pagamento dei crediti. In tal modo contiamo di poter procedere alle prime somme dovute a partire dalla prima metà del mese di novembre».

La norma istitutiva del fondo “salva opere” (e salva imprese) è stato istituito dal decreto legge Crescita del giugno scorso (n.34/2019) e poi ulteriormente modificato, sempre dall'”emendatore”, attraverso norme inserite nel decreto legge sulle crisi d’impresa (n.101/2019). L’attuazione – molto attesa dalle imprese subappaltatrici o subaffidatarie di imprese entrate in crisi – è affidata a un decreto del Mit-Mef che deve appunto definire le modalità di assegnazione delle risorse. Provvedimento attuativo che, stima appunto la ministra De Micheli, dovrebbe essere perfezionamento in tempo per consentire l’erogazione delle prime risorse entro il prossimo mese di novembre.

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24/10/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Social housing/1. Delmonte (Cdp): nel nuovo piano del Mit c’è spazio per investitori privati di lungo termine

Massimo Frontera

La responsabile Business Development di Cdp Investimenti Sgr valuta positivamente il programma “Rinascita Urbana” annunciato dal governo

«Da quello che abbiamo compreso, i progetti candidabili, che dovranno essere veicolati attraverso il punto di accesso dei Comuni, e quindi avere un impulso di natura pubblica, possono, anzi debbono, prevedere il coinvolgimento, in fase di investimento e cofinanziamento, di operatori privati interessati alla rigenerazione urbana e alla casa. Sono quindi aperti un po’ a tutti: fondi immobiliari, cooperative, developer, costruttori, Aziende Casa: tutti i soggetti in grado di aggregare la strutturazione dell’offerta. Da punto di vista dei capitali e delle fonti finanziarie, c’è spazio per le fondazioni bancarie e gli enti previdenziali, ma con un “blending” di risorse che potranno andare da quelle totalmente pubbliche a quelle totalmente private, così da strutturare progetti che hanno allo stesso modo un “blending” di utilizzatori e di funzioni». Paola Delmonte, Chief business development officer presso Cdp Investimenti Sgr, società di gestione che gestisce il maxi-fondo sul social housing, apre al piano “Rinascita Urbana”, annunciato dal governo per rispondere alla domanda abitativa e la rigenerazione di parti di città. L’iniziativa – ancora in fase di definizione – prevede uno stanziamento di un miliardo di euro circa di risorse statali che dovrebbero fare da volano al coinvestimento pubblico – ci si aspetta in particolare un contributo dalle Regioni – e privato, da parte di investitori e gestori immobiliari. La norma – come ha annunciato ieri la ministra delle infrastrutture Paola De Micheli – sarà svelata in occasione della legge di Bilancio, ma il Mit è già al lavoro per definire le linee guida della progettazione, rivolte agli enti locali per proporre il progetto.

«Il programma – riprende Delmonte – è ancora tutto da declinare, ma per quello che abbiamo compreso finora, il piano “Rinascita Urbana” prevede una dote di un miliardo di euro, potenzialmente incrementabile nel tempo, presumibilmente di contributi a fondo perduto, o estremamente calmierati sotto il profilo finanziario. Risorse che vengono declinate progetto per progetto, con un massimo di 20 milioni di euro per singola iniziativa». «La prima cosa da rilevare – segnala la manager di Cdp – è un cambio di paradigma sulla spesa pubblica: dopo anni in cui la spesa pubblica si è progressivamente ritirata, c’è un ritorno della spesa pubblica o alla contribuzione pubblica sul capitolo casa, con un nuovo piano che si riallaccia un po’ al piano delle periferie e che dà una continuità all’impulso pubblico con interventi di rigenerazione urbana fortemente incentrati sul tema della risposta al disagio abitativo, ma caratterizzato da elementi di complementarietà sotto il profilo dei servizi e delle infrastrutture».

Il piano è “attenzionato” da Cdp anche perché, come ha ribadito la stessa Paola Delmonte, la dotazione del maxi fondo dedicato al social housing è ormai interamente allocato. Secondo l’ultimo aggiornamento disponibile (al 30 giugno 2019), il Fia ha investito 1,958 miliardi di euro in 30 fondi immobiliari territoriali, su un totale di 2,991 miliardi di investimento complessivo (che include cofinanziatori degli altri fondi). Di queste somme, 1,093 miliardi di euro risultano erogati (pari al 56% degli importi sottoscritti dal Fia) sul totale di 1,838 miliardi complessivamente erogati dal sistema dei fondi immobiliari incardinato sul Fia.

Ad oggi, le risorse investite hanno finanziato 261 interventi per quasi 15mila alloggi sociali e 5.200 posti letto in residenze temporanee e studentesche. Di questi, 129 interventi sono stati realizzati, consentendo di mettere a disposizione 5.819 alloggi sociali e 2.989 posti letto. Altri 55 interventi sono in corso di realizzazione mentre gli altri 30 interventi devono essere ancora avviati. A questi si aggiungono 47 progetti in “pipe line” che devono essere ancora acquisiti e sviluppati dai fondi locali.

A causa dell’esaurimento della disponibilità del maxi-fondo immobiliare, Cdp sta ragionando anche su un eventuale “secondo giro” che, come spiega Delmonte, «non è escluso, anche se siamo a uno stadio preliminare, in cui dobbiamo sempre distinguere il ruolo di Cassa depositi e prestiti da quello di altri finanziatori e investitori». «Cdp – spiega la manager – mantiene nel suo dna la funzione di soggetto privato di interesse pubblico che ha nel suo piano industriale per esempio gli obiettivi di rigenerazione urbana o di investitore nello student o nel senior housing. Dall’altro lato c’è la funzione di catalizzatore e aggregatore di risorse di altri investitori. In questa prospettiva l’elemento più innovativo è quello che, accanto alle risorse di investitori come le fondazioni bancarie o gli enti previdenziali, vediamo salire la contribuzione dell’investimento pubblico statale o le risorse comunitarie, come per esempio il programma InvestinEU 2021-2027. La “cifra” del futuro sarà proprio quella di un “blending” di risorse finanziarie, cui corrisponde la realizzazione di una mixité di tipologie abitative, di servizi e infrastrutture».© RIPRODUZIONE RISERVATA

 

24/10/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Social housing/2. Piano «Rinascita urbana», De Micheli: linee guida per la progettazione entro gennaio

Massimo Frontera

Per ciascuna iniziativa 20 milioni statali, più l’eventuale pari cofinanziamento della Regione e ulteriori investimenti di privati

«Il testo della norma vedrà la luce in via definitiva sulla legge di Bilancio. L’obiettivo è di mettere soldi pubblici per aumentare il numero di alloggi pubblici, ma di non escludere anche la possibilità di usare immobili privati facendo entrare operatori privati nella rigenerazione delle periferie, all’interno delle quali spesso ci sono immobili che devono essere ristrutturati». Lo ha detto la ministra delle Infrastrutture Paola De Micheli ieri a margine del convegno promosso dalla Corte dei Conti su “Quale controllo preventivo per gli appalti pubblici?”, rispondendo alle domande dei giornalisti sull’annunciato piano “Rinascita Urbana” che vedrà un miliardo di euro di risorse statali e che registra l’interesse di Cassa depositi e prestiti.

«La dotazione per progetto – ha aggiunto De Micheli – sarà di massimo 20 milioni di euro, ma le regioni ci possono mettere altrettanto, e ovviamente anche i privati possono partecipare». «Nella finanziabilità del progetto – ha precisato – potranno rientrare anche rientrare infrastrutture come piste ciclabili, trasporti, parcheggi di scambio». «Stiamo attivando l’attuazione perché vorrei essere più veloce possibile. Venerdì ci sarà un incontro con le direzioni (del ministero, ndr): vorrei dare le linee guida con le priorità progettuali entro il 30 gennaio, con un decreto ministeriale, per consentire ai comuni di progettare a partire da febbraio e fino all’estate». © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

24/10/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

«Per Salini Impregilo il 2019 sarà un anno record»

Simone Filippetti

Il Ceo a Londra incontrando gli investitori: oltre 20 miliardi di euro di potenziali nuovi ordini

Il giorno dopo essere salito a bordo dei treni dell’Ontario, un mega contratto da oltre 900 milioni, Pietro Salini è a Londra per incontrare alcuni investitori. «Il 2019 è un anno record per Salini Impregilo – ha spiegato ai fondi che ha incontrato il ceo della compagnia – con oltre 20 miliardi di euro di potenziali nuovi ordini. Abbiamo confermato la strategia commerciale di consolidamento del portafoglio ordini nei mercati con un basso profilo di rischio e che presentano ottime previsioni in termini di pianificazione di grandi opere infrastrutturali anche nei prossimi anni».

Prima di imbarcarsi nel salvataggio del concorrente, e concittadino, Astaldi, Salini Impregilo aveva avviato una strategia di de-risking sul mappamondo, cosa che l’aveva portato a spostare il baricentro dei cantieri (e dei ricavi) su Stati Uniti (con il treno veloce in Texas, opera colossale da 20 miliardi di dollari che vedrà gli italiani portare la Tav negli Usa), il Golfo Persico (metro di Ryiadh, stadio e metro in Qatar per i Mondiali 2022) e da ultima l’Australia.La commessa vinta in Canada, la prima che è frutto del Progetto Italia, in quanto un appalto congiunto insieme ad Astaldi, è un altro passo in questa direzione: «La sinergia sta già funzionando. Crescere e crescere insieme, con tutta la filiera italiana, si può».

Gli Stati Uniti e l’Australia «stanno facendo da traino per il nostro sviluppo» ha proseguito l’imprenditore italiano che ha ricordato alla business community come i contratti complessivi già acquisiti e in via di finalizzazione superino i 6,9 miliardi di euro di fatturato. «Abbiamo più che raddoppiato gli ordini presi nei primi 9 mesi del 2018, cui si aggiungono ulteriori 13,5 miliardi di progetti in corso». Infine Salini ha ricordato il nuovo ingresso anche in un altro paese che per il gruppo di grandi opere è strategico come la Norvegia, «nel quale stiamo investendo da molti mesi, e in cui Salini Impregilo si è aggiudicata un contratto del valore complessivo di 388 milioni di euro per il potenziamento di una tratta ferroviaria a sud di Oslo, a consolidamento del nostro posizionamento strategico in progetti di mobilita sostenibile».

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