Rassegna stampa 23 ottobre 2019

22/10/2019 13.00 – quotidiano energia

Comunità energetiche, al via il bando del Piemonte

Parte l’attuazione della legge per le comunità energetiche approvata nell’agosto 2018 dalla Regione Piemonte, la prima di questo tipo in Italia. E’ stato pubblicato infatti il bando che mette a disposizione dei Comuni 50.000 euro ripartiti sulla base del numero delle manifestazioni di interesse valutate positivamente: a ciascun richiedente sarà destinata una somma da 5.000 a 10.000 € fino ad esaurimento della dotazione.

“Con questa manifestazione di interesse tastiamo il terreno per capire qual è l’orientamento dei territori, se ci saranno molte domande stanzieremo più soldi a partire dal prossimo anno, sempre restando in attesa di una legge nazionale che disciplini questo settore”, ha spiegato l’assessore all’Ambiente e all’Innovazione tecnologica del Piemonte, Matteo Marnati.

Il bando (disponibile in allegato) prevede che le proposte siano valutate sulla base di un punteggio risultante da tre criteri: numero di Comuni e di soggetti coinvolti (fino a 20 punti), pluralità e caratteristiche di produttori di energia elettrica e termica (fino a 15 punti), entità di produzione e di consumo elettrico e termico afferente ai soggetti aderenti alla comunità energetica (fino a 20 punti).

I Comuni potranno richiedere il contributo finanziario alla Regione (sviluppoenergetico@cert.regione.piemonte.it) fino al prossimo 6 dicembre.

Sono ammissibili al contributo regionale le spese sostenute, a far data dal 21 ottobre 2019, per la redazione dei progetti e della documentazione correlata alla costituzione delle comunità energetiche (documenti e relazioni progettuali, analisi di fattibilità tecnico-economica, studi e atti di carattere giuridico). La valutazione delle manifestazioni di interesse sarà effettuata da un comitato tecnico-scientifico entro i 90 giorni successivi alla scadenza dell’avviso. Il Settore “Sviluppo energetico sostenibile” della Regione provvederà all’approvazione della graduatoria e alla successiva erogazione dei contributi.

La prima comunità energetica piemontese sperimentale è già stata costituita nel Pinerolese in un’area di 1.350 kmq con una popolazione di 150.000 abitanti.

Dopo il Piemonte, ha approvato una legge sulle comunità energetiche anche la Puglia (QE 24/7). Lo scorso settembre è stato avviato un progetto di questo tipo anche a Bologna.

23/10/2019 – Brescia Oggi
A2A-LGH, dal Tar del Lazio arriva il terzo no

UTILITY. Il Tribunale amministrativo respinge il ricorso contro la delibera dell’ Anac che aveva «bocciato» l’ acquisto del 51% di Linea Group Holding da parte della quotata
Alberti all’ attacco: «Viene ribadito che l’ operazione è irregolare. Ora attendiamo la Corte dei Conti» Ma per le società non ci sono «ricadute industriali»
Un altro pronunciamento, che alimenta prese di posizione dal fronte politico. «Dopo Antitrust e Anac, anche per il Tar del Lazio l’ operazione di fusione LGH-A2A è irregolare», dice il consigliere al Pirellone dei 5 Stelle, Ferdinando Alberti, commentando la sentenza, definita «storica», del Tribunale amministrativo regionale del Lazio. Ha dato ragione all’ Autorità Nazionale Anticorruzione definendo «inammissibile» la richiesta di annullamento della delibera Anac del febbraio 2018 «che dichiarava illegittima l’ acquisizione da parte di A2A» del 51% del capitale di Linea Group Holding. Il ricorso era stato presentato dalla Società Cremasca Servizi srl (socio di LGH).LA VICENDA nasce da un esposto inoltrato all’ Anac nel 2016, promosso da Alberti quando era deputato. «Il tutto si basava su una presunta violazione delle norme di concorrenza e pubblicità nella vendita delle quote della società pubblica LGH ad A2A – spiega in una nota -. L’ Anac aveva riconosciuto la violazione delle norme nazionali e comunitarie rigettando perfino le contro osservazioni di LGH, dichiarando per ben due volte illegittima la cessione». Il Tar «ha ribadito la legittimità della delibera e l’ operato di Anac – prosegue Alberti -, sottolineando che è nelle prerogative dell’ ente anticorruzione “vigilare sui contratti pubblici, al fine di garantire l’ osservanza dei principi di correttezza e trasparenza delle procedure di scelta del contraente nonché il rispetto delle regole della concorrenza nelle singole procedure di gara”».Non solo: per il Tar se Anac ritenesse che «dalla esecuzione di contratti pubblici deriva pregiudizio per l’ erario, gli atti e i rilievi sono trasmessi… alla procura generale della Corte dei conti», aggiunge Alberti spiegando che Anac ha già inoltrato «gli atti alla Corte dei conti: è proprio questo passaggio quello più temuto dagli amministratori di LGH, che hanno approvato l’ operazione. Attendiamo a questo punto la sentenza della Corte dei conti che si dovrà esprimere su un eventuale danno erariale. Mi aspetto l’ ennesima vittoria dopo quella ottenuta per due volte all’ Anac, all’ Antitrust e ora al Tar. In tutta questa vicenda – conclude Alberti – le società pubbliche che hanno fatto ricorso per sostenere le ragioni di A2A hanno preso sonore batoste. Il consiglio che vorrei dar loro è quello di rispettare le regole dell’ evidenza pubblica». Da A2A e LGH al momento nessun commento, ma fonti vicine alle utility fanno capire che «non ci sono ricadute dal punto di vista industriale». © RIPRODUZIONE RISERVATA. R.E.

 

23/10/2019 – Il Gazzettino
Faro dell’Antitrust su Hera-Ascopiave

IL PROCEDIMENTO VENEZIA L’ alleanza tra Hera e Ascopiave finisce nel mirino dell’ Antitrust. Con una delibera pubblicata lunedì, l’ Autorità garante della concorrenza e del mercato ha avviato un’ istruttoria sull’ acquisizione dei rami distribuzione del gas naturale di AcegasApsaAmga, società controllata dal colosso di Bologna, da parte del gigante di Pieve di Soligo, attraverso il loro conferimento alla Newco Distribuzione. Secondo l’ Authority, l’ operazione potrebbe determinare «la costituzione o il rafforzamento di una posizione dominante, tale da eliminare o ridurre in modo sostanziale e durevole» la competizione di altri operatori nell’ Ambito territoriale minimo Padova 1 che comprende, oltre alla città del Santo, anche la parte nord della provincia. L’ ACCORDO Nell’ accordo fra i due gruppi sono ricompresi pure altri Atem, cioè aggregazioni sovracomunali ritenute dal ministero dello Sviluppo Economico di dimensioni ottimali rispetto ai criteri di efficienza ed economicità del servizio: Padova 2 (Colli Euganei e zona ovest), Udine 3 (l’ area sud della provincia) e Pordenone. Si tratta dunque di una concentrazione soggetta all’ obbligo di comunicazione preventiva, «in quanto il fatturato totale realizzato, nell’ ultimo esercizio a livello nazionale, dall’ insieme delle imprese interessate è stato superiore a 498 milioni di euro e il fatturato totale realizzato individualmente, nell’ ultimo esercizio a livello nazionale, da almeno due delle imprese interessate è stato superiore a 30 milioni di euro». LA VALUTAZIONE In effetti Hera e Ascopiave hanno adempiuto alla prescrizione lo scorso 13 settembre, facendo così scattare la valutazione dell’ Antitrust, secondo cui nei territori di Padova 2, Udine 3 e Pordenone «l’ operazione non determina alcuna sovrapposizione rilevante». Invece nel Padova 1 «si ravvisa una posizione particolarmente rilevante di AcegasApsaAmga, non lontana dal 70% del totale dei Pdr (Punti di raccolta, ndr.), posizione che risulta ulteriormente accresciuta da quella non trascurabile detenuta dell’ acquirente Ascopiave, in modo che la nuova entità post merger verrà a detenere nell’ Atem interessato una posizione in termini di Pdr pari a 75-80%». Per l’ Autorità, dunque, si prefigura la possibilità che l’ operazione comporti effetti anticoncorrenziali nella futura gara d’ ambito, dal momento che fra Padova e l’ Alta la bergamasca 2i Rete Gas risulta avere una quota del 10-15% e la milanese Edison dell’ 1-5%. Annotano la relatrice Gabriella Muscolo e il segretario generale Filippo Arena: «Il ricongiungimento delle posizioni delle parti in un medesimo centro decisionale, infatti, oltre a comportare astrattamente l’ eliminazione di un probabile concorrente indipendente per la gara d’ ambito, potrebbe scoraggiare la partecipazione alla gara stessa da parte di altri concorrenti (ad esempio, gli operatori presenti in misura importante nelle località limitrofe o i grandi distributori con operatività diffusa a livello nazionale)». Questi infatti, «assistendo all’ ulteriore crescita della quota gestita dal gestore uscente AcegasApsaAmga (già piuttosto significativa), potrebbero giungere alla conclusione che l’ Atem di Padova 1 risulti di fatto incontendibile». Il procedimento, con la possibile audizione delle parti, dovrebbe concludersi entro la fine di novembre. © RIPRODUZIONE RISERVATA.  ANGELA PEDERIVA

23/10/2019 – Il Sole 24 Ore
Analisi prospettica anche nelle società pubbliche

Il controllo di Stato e Autonomie. Le indicazioni dei commercialisti per le aziende in cui la Pa orienta le decisioni gestionali e strategiche
La disciplina dell’ allerta interna regolata dal Dlgs 175/2016 (Testo unico delle società a partecipazione pubblica, Tusp) pone, per le società a controllo pubblico, nuovi obblighi, in linea con quelli poi previsti dal Codice della crisi e dell’ insolvenza (Dlgs 14/2019). In particolare, nelle società a controllo pubblico (sulla cui perimetrazione non c’ è ancora unanimità ma che, in linea di massima, possono essere fatte coincidere con quelle in cui una o più amministrazioni pubbliche – in virtù di norme di legge o statutarie o di patti parasociali – siano in grado di orientare le decisioni gestionali e strategiche relative all’ attività sociale) occorre predisporre specifici programmi di valutazione del rischio di crisi aziendale (articolo 6, comma 2, Tusp) al fine di anticipare l’ emersione del rischio di crisi mediante l’ impiego di indicatori di allerta che – ove integrati – obbligano l’ organo amministrativo – ex articolo 14, comma 2, Tusp – ad adottare senza indugio i provvedimenti necessari al fine di prevenire l’ aggravamento della crisi, correggerne gli effetti ed eliminarne le cause, attraverso un idoneo piano di risanamento. La ratio è quella di fornire sia agli organi societari sia al rappresentante della pubblica amministrazione controllante (indipendentemente dall’ ordinario flusso informativo pervenuto dagli organi societari) uno strumento che metta in condizione di compiere una fondata valutazione sullo stato della società in base a parametri la cui integrazione impone senz’ altro un intervento proattivo. Il tutto, muovendo dalla constatazione che la specificità del modello di governance caratterizzante le società pubbliche ha dato storicamente luogo a gestioni non ineccepibili. Il Codice della crisi d’ impresa, a sua volta, prevede (articolo 14, comma 1) il dovere – per gli organi di controllo societari, il revisore e la società di revisione – di verificare che l’ organo amministrativo valuti costantemente se l’ assetto organizzativo dell’ impresa è adeguato, se c’ è l’ equilibrio economico finanziario e qual è il prevedibile andamento della gestione (vale a dire, di vigilare sull’ istituzione e il mantenimento di un assetto organizzativo idoneo alla rilevazione tempestiva della crisi dell’ impresa e della perdita della continuità aziendale); nonché di segnalare subito all’ organo amministrativo l’ esistenza di fondati indizi della crisi. Entrambe le discipline non individuano i parametri in base ai quali accertare la ricorrenza, rispettivamente, di «fondati indizi di crisi» e del «rischio di crisi aziendale». Sul punto, i commercialisti hanno svolto un ruolo da protagonista: quanto al Codice, in virtù dell’ articolo 13, comma 2, che demanda al Consiglio nazionale dei dottori commercialisti e degli epserti contabili di elaborare almeno ogni tre annigli indicatori della crisi (nell’ accezione del comma 1); con riferimento al Tusp, predisponendo – attraverso un tavolo di lavoro che si è avvalso dell’ apporto di esponenti di Abi, di Utilitalia, della magistratura ordinaria e contabile, e di altri esperti della materia – una traccia di «Relazione sul governo societario ex articolo 6, comma 4, Dlgs 175/2016» (che incorpora un format di «Programma di valutazione del rischio di crisi aziendale ex articolo 6, comma 2, Dlgs 175/2016» e di «Relazione sul monitoraggio e verifica di crisi aziendale») e una serie di raccomandazioni per la selezione degli indicatori del rischio di crisi. Sotto tale ultimo profilo, il Consiglio nazionale evidenzia che l’ organo di governo è chiamato a privilegiare un’ ottica prospettica e di programmazione e sottolinea l’ importanza di strumenti di pianificazione e controllo (piano industriale; business plan) funzionali alla disponibilità di dati prognostici. Il tale prospettiva, il Consiglio nazionale ritiene che l’ indicatore più significativo sia il Debt service coverage ratio (Dscr) che può essere affiancato dal monitoraggio della determinazione del patrimonio netto (attraverso la somma algebrica dell’ enterprise value e della posizione finanziaria netta); mentre solo in subordine, in assenza di dati prognostici, si potrà ricorrere a indicatori sintetici (analisi degli indici di bilancio su base tendenziale degli ultimi tre-quattro esercizi). In aggiunta, il Consiglio nazionale dei dottori commercialisti e degli esperti contabili segnala la possibilità di impiegare un processo empirico fondato su un modello elettronico di adeguata verifica degli elementi segnaletici (early warning) e rating sulla probabilità di insolvenza; mentre sconsiglia l’ impiego isolato di strumenti dotati di valenza retrospettica che, pur utili a individuare una probabilità di default, non apprezzano dati prognostici e quindi potrebbero non intercettare tempestivamente il rischio di crisi. Vicepresidente Consiglio nazionale dottori commercialisti ed esperti contabili © RIPRODUZIONE RISERVATA. Davide Di Russo

23/10/2019 – Corriere della Sera
Cassa depositi e prestiti, il ritorno di Gorno Tempini

Le Fondazioni ex bancarie scelgono il banchiere per la sostituzione del dimissionario Tononi
Le fondazioni ex bancarie hanno scelto di indicare Giovanni Gorno Tempini per la presidenza della Cassa depositi e prestiti. Ieri si è tenuto un vertice in Acri, l’ associazione che riunisce le fondazioni di origine bancaria, per decidere il nome in vista del consiglio della Cdp in programma domani. Consiglio a cui l’ attuale presidente, Massimo Tononi si presenterà dimissionario. Il nome di Gorno Tempini sarà sottoposto oggi al parere del ministero dello Sviluppo Economico, per poter procedere domani alla nomina del nuovo presidente della Cdp. Da Statuto alle Fondazioni spetta la poltrona di presidente mentre via XX Settembre esprime l’ amministratore delegato, che oggi è Fabrizio Palermo. Il nome di Gorno Tempini è stato ritenuto il più adeguato per sostituire Tononi dopo il confronto dei giorni scorsi tra le fondazioni. Ieri qualcuno ha chiesto ulteriori informazioni, ma c’ è stata una sostanziale convergenza sul nome di Gorno. L’ identikit del nuovo presidente lo aveva tracciato il presidente dell’ Acri Francesco Profumo un’ intervista recente, raccomandando alle Fondazioni di scegliere qualcuno che avesse «autorevolezza», «competenza finanziaria» e con «un’ esperienza e conoscenza di Cdp». Gorno, consigliere di Intesa Sanpaolo e presidente di Fila, è stato dal 2010 al 2015 amministratore delegato della Cdp, che ha lasciato con il governo Renzi. Il suo nome, a prendere per vere le voci circolate in questi giorni, sarebbe stato preferito a quelli di Matteo Melley, presidente della Fondazione Cassa Spezia, del vicepresidente dell’ Acri, Umberto Tombari e dell’ ex ministro dell’ Economia e oggi banchiere di Jp Morgan, Vittorio Grilli. A poco è servito il tentativo di fare leva sulla nomina in Cdp per rivedere gli equilibri nel mondo delle Fondazioni, come sembravano far intendere le voci che alimentavano la candidatura di Profumo prima alla presidenza di Tim (di cui la Cassa ha il 9% del capitale) è poi a quella della Cdp. Il diretto interessato si è tuttavia subito chiamato fuori, togliendo così dal campo la poltrona di presidente dell’ Acri. Gorno Tempini, 57 anni, bresciano, ha alle spalle una lunga carriera da banchiere, prima in Jp Morgan, dove è stato dal 1992 al 2001, e poi in Intesa Sanpaolo dove è rimasto fino al 2007 prima di trasferirsi a Brescia per guidare la Mittel, la boutique finanziaria bresciana creata negli anni Ottanta da Giovanni Bazoli, che lascerà nel 2010 per andare a Roma in seguito alla chiamata dell’ allora ministro dell’ Economia, Giulio Tremonti, alla Cdp come amministratore delegato, da affiancare al presidente Franco Bassanini. Adesso torna con i gradi di presidente e alla guida troverà Palermo, che in Cdp Gorno ha incrociato quando l’ attuale amministratore delegato era chief financial officer ma per un periodo molto breve.

Federico De Rosa

 

23/10/2019 – Libero
Dall’ acciaio ad Alitalia lo Stato imprenditore spesso fallisce o fa fallire

L’ idea ricorrente, diffusa a destra e a sinistra, è che con colpo di pennello si risolvano crisi aziendali, costruiscano fusioni, si coinvolga partner per progetti strategici, imponendo loro però non regole del mercato, ma quelle del consenso. Ma è una balzana. Gli esempi di danni irreparabili si sono riscontrati in ogni tempo con azioni perseveranti, alcune come il ripetersi del tentativo di rigenerare Alitalia, sono ormai puerili. Ci hanno provato ben sei governi, senza cavare un ragno dal buco. COme dimenticare l’ Ilva e precedentemente la torinese della holdina tedesca ThyessenKrup. Piani progettati nel tentativo di tenere a tutti i costi in Italia la multinazionale che proprio non ne voleva sapere. Adesso ci risiamo con Alitalia che nel fantomatico progetto vuole mettere insieme Trenitalia, gli americani di Delta , la tedesca Lufthansa, e facendola però prima fuori dalle concessioni autostradali, Autostrade per l’ Italia, con l’ idea di fare un’ ammucchiata a qualunque costo, che industrialmente sta in piedi solo se le compagnie aeree Usa e tedesca si spartiscono le rotte e poi, com’ è successo con gli arabi, se le tengono, ma se no, né Autostrade né Trenitalia sono in grado di apportare alcunché al progetto, se non dare fondo ad alcune liquidità di cassa per l’ azienda partecipata dai Benetton e alla completa cassa per l’ ente pubblico Fs. Stranamente in quest’ anomala partita non è stata o forse è riuscita a non farsi coinvolgere Cdp, che come finanziaria di Stato avrebbe potuto, almeno come socio di capitali, metterci i quattrini. La politica ha provato anche a fare credere, coinvolgendo tutte le aziende a capitale pubblico che le pensioni anticipate avrebbero prodotto risultati faraonici per l’ occupazione, almeno 1 ad 1, ma anche 2 o 3 per ogni uscita, il risultato è stata la fuga delle controllate da simile improponibile promessa. Bene ricordare che della gloriosa truppa delle controllate pubbliche si sono salvate negli anni, grazie solo alla tipologia del business, meno della metà di quelli che erano fino a metà anni 90. Vivono di luce propria Eni, Enel, Leonardo, Fincantieri, Poste, tutte quotate, le quali grazie alle governance indipendenti dalla politica, hanno fatto cose egregie. In chiaro scuro le municipalizzate, quelle del nord a gonfie vele, anche esse in Borsa a Piazza affari, mentre claudica la romana Acea. Le autostrade in concessione è bene che rimangano saldamente ai privati. Telecom era una gallina dalle uova d’ oro, adesso da anni non sforna né uova né soprattutto dividendi. Lo scenario descritto racconta di potenzialità andate al macero e di altre tenute in sella ma, ad esclusione di Enel, la quale ha fatto e fa bene, maxi debito a parte, non in grado di fare acquisizioni di pari livello e sempre soggette come nel caso Fincantieri a dover rincorre per mantenere la posizione a causa di uno Stato debole. Eppure oggi, se la politica non interferisse, alcuni dei citati, fondendosi con altri internazionali potrebbero crescere e forse mantenere una maggioranza. E visto come va il mondo il risiko in molteplici comparti sarebbe che almeno nei settori dove contiamo, si possa rimanere tali. riproduzione riservata.

23/10/2019 – Italia Oggi
Tutor nei mini-enti

Dadone (Pa): 20 milioni sul Nucleo concretezza
Grazie ai risparmi sulle impronte
I soldi risparmiati grazie alla mancata rilevazione delle impronte digitali ai dipendenti pubblici andranno a finanziare il nucleo concretezza nei piccoli comuni. Ossia la task force, istituita dall’ ex ministro della p.a. Giulia Bongiorno, per assistere le amministrazioni in difficoltà (e in primis i mini-enti) nelle attività tecnico-istituzionali e nell’ attuazione delle riforme. A darne l’ annuncio il ministro per la pubblica amministrazione, Fabiana Dadone, che ha anticipato le principali misure patrocinate da palazzo Vidoni per la Manovra 2020. Come annunciato dal ministro su ItaliaOggi del 27/9/2019, la Funzione pubblica non intende proseguire sulla strada dei controlli biometrici quale misura cardine dell’ attività di accertamento dei fenomeni di assenteismo. Niente impronte digitali, dunque, anche in considerazione dei rilievi mossi dal Garante privacy. Sì invece ai sistemi di videosorveglianza che saranno usati come deterrente per scoprire i «furbetti del cartellino». La mancata implementazione dei sistemi di rilevazione delle impronte digitali frutterà un risparmio di 20 milioni di euro che saranno dirottati sul «Nucleo concretezza», con particolare riguardo ai piccoli comuni. «Dal controllo di stampo punitivo si passa al sostegno costruttivo», ha commentato il ministro. «Tecnologia, sostenibilità, trasparenza e sostegno alle amministrazioni che devono far fronte alle carenze di personale saranno i temi chiave del pacchetto di proposte del dipartimento della funzione pubblica in legge di bilancio», ha spiegato. Dadone ha anche annunciato che le graduatorie dei concorsi approvate nell’ anno 2019 saranno utilizzate, mediante scorrimento, per un ulteriore 30% dei posti banditi, entro il limite triennale di efficacia previsto dalla legge. In arrivo anche l’ obbligo per le p.a. di realizzare una mobilità green. Dal 2020 le amministrazioni dovranno acquistare o noleggiare almeno il 50% di nuovi veicoli di servizio elettrici o ibridi, nei limiti delle risorse di bilancio. Per stimolare la digitalizzazione della p.a., la Manovra 2020 collegherà la retribuzione di risultato del Responsabile per la transizione digitale (il dirigente di ogni ente incaricato di curare l’ informatizzazione degli uffici) al raggiungimento effettivo degli obiettivi previsti dal Piano triennale per l’ informatica nella pubblica amministrazione. © Riproduzione riservata. PAGINA A CURA DI FRANCESCO CERISANO

23/10/2019 – Roma Today

Roma Metropolitane, mal di pancia nel M5s dopo il sì alla liquidazione. E il Pd pensa a ricorso al Tar

Polemiche e malumori dopo il voto di ieri in aula Giulio Cesare. Dai dem la richiesta di parere al Segretariato su un vizio di forma legato all’atto: “Potrebbe essere nullo”

Roma Metropolitane, mal di pancia nel M5s dopo il sì alla liquidazione. E il Pd pensa al ricorso al Tar

Malumori che serpeggiano tra i consiglieri di maggioranza, possibili ricorsi al Tar da parte dell’opposizione e il clima che si scalda in vista dello sciopero del 25 ottobre. Il capitolo Roma Metropolitane è tutt’altro che chiuso. Ieri il voto in aula Giulio Cesare alla delibera per la messa in liquidazione della società controllata che dal 2005 si occupa – non senza problemi di cassa – della progettazione di opere del trasporto pubblico. Dopo una seduta fiume di 13 ore scandita dalle proteste di lavoratori e consiglieri di minoranza, è arrivato (con i soli 25 voti favorevoli dei pentastellati) il sì finale. Che oggi porta con sé strappi e polemiche.

La consigliera dissidente: “Iter poco chiaro”

“Non è stato condiviso per niente tutto l’iter amministrativo, ma soprattutto mancano gli scenari di cosa succederà nei mesi successivi al voto delle messa in liquidazione”. La prima voce infuriata è di Monica Montella, consigliera M5s che si è rifiutata di votare l’atto, dicendosi pronta anche a essere cacciata. Prima in aula durante il suo intervento, poi su Facebook in risposta agli utenti, ha espresso chiaramente la sua contrarietà rispetto a una procedura a suo dire poco trasparente, che non chiarisce le varie fasi del processo. “Sono convinta che si possa trovare una terza strada. Aspettiamo almeno l’incontro tra la sindaca e il ministro De Micheli” suggeriva ieri schierandosi di fatto con la richiesta delle opposizioni: prendere tempo.

“Io, espulsa dalla chat”

Oggi, contattata da RomaToday, non vuole aggiungere molto altro, se non un laconico: “Sono amareggiata, questo sì”. Nessuno l’ha contattata, dice. “L’unica solidarietà l’ho ricevuta dagli attivisti dell’VIII municipio, il mio, che hanno riconosciuto il mio lavoro”. Ha un sito Montella, dove raccoglie atti e testi vari relativi alla sua attività di consigliera. Ci sono anche le tante richieste di accesso agli atti proprio su Roma Metropolitane. Quelle alle quali sostiene di non aver ricevuto risposte esaustive. Assicura che non ha intenzione di lasciare i Cinque Stelle: “Credo ancora nel Movimento”. Ma non in alcune sue declinazioni che tanto somigliano alla “vecchia politica”. Intanto, a riprova della pessima aria che tira, la consigliera è stata espulsa dalla chat dei Cinque Stelle su Telegram, come lei stessa ci conferma.

“Il punto non è che non fosse d’accordo, ma i panni si lavano in famiglia” commenta Paolo Ferrara, ex capogruppo. “Ci sono state tante occasioni per verificare le carte, poteva chiedere ed esprimersi tutte le volte che voleva”. Certo, riconosce la portata di una delibera simile. “Io sono il primo ad aver avuto dubbi, in tanti ne abbiamo avuti, legati sia al futuro delle opere pubbliche che a quello dei lavoratori”. Dubbi dipanati, almeno per lui e per chi alla fine ha scelto di allinearsi.

Il Pd: “La delibera potrebbe essere nulla”

A non mollare invece è l’opposizione. Dal centrosinistra la richiesta di un parere al Segretariato generale sull’ammissibilità stessa della delibera. “Il dg Franco Giampaoletti ha firmato la delibera in qualità di delegato alle Partecipate della sindaca ad interim, un incarico rinnovato per almeno 3 volte l’ultima delle quali ad aprile fino al 30 giugno, e quindi scaduto” attaccano dal Partito democratico. “Non esiste un atto successivo che proroghi questo incarico, motivo per cui abbiamo chiesto al Segretariato se questo possa comportare un vizio di nullità o annullabilità della delibera qualora malauguratamente venisse approvata” ha spiegato il presidente della commissione Trasparenza di Roma Capitale, Marco Palumbo. Il parere del Segretariato è atteso tra domani e giovedì. Se dovesse essere positivo rispetto al quesito, e quindi confermare l’ipotetica nullità dell’atto, i dem pensano a un ricorso al Tar.

“Come consiglieri essendo una delibera d’aula e non di giunta rispondiamo in solido” spiega il capogruppo dem Giulio Pelonzi. Tocca però prima capire se il ricorso di amministratori pubblici contro la stessa amministrazione pubblica preveda o meno la decadenza dalla carica. “Domani lo appureremo”. Senza contare, oltre al presunto vizio di forma, la sostanza contenuta nella delibera. “Non è una liquidazione volontaria, è una liquidazione provocata – conclude Pelonzi – ho depositato in capigruppo e in commissione mobilità la copia di un accordo del 2018 tra l’au (amministrazione unico, ndr) e il Comune in cui c’era l’impegno da parte della società a non richiedere 4 milioni e mezzo al Comune delle annualità 2014, 2015 e 2016, e da parte del Comune in cambio di mettere in campo una serie di azioni di risanamento, che non sono mai arrivate”.

 

23/10/2019 – Italia Oggi

Autostrade, a una società internazionale il monitoraggio di ponti e viadotti

L’attività non sarà più effettuata da Spea. Già avviata la selezione

‘amministratore delegato di Autostrade per l’Italia, Roberto Tomasi, ha informato il Consiglio di Amministrazione della società che le attività di monitoraggio e sorveglianza di legge sulle opere d’arte saranno affidate a una primaria società del settore di livello internazionale, la cui selezione è già stata avviata. Pertanto tali attività non verranno più effettuate da Spea Engineering. Entro la fine dell’anno, informa un comunicato, sarà inoltre conclusa l’attivita’ di verifica e asseverazione su tutte le 1.943 opere d’arte della rete di Autostrade per l’Italia, attività iniziata nel mese di ottobre 2018 e svolta da societa’ di ingegneria esterne al gruppo. Sempre sul fronte dei monitoraggi, l’a.d. ha informato il Cda che Autostrade per l’Italia sta sviluppando operativamente dal mese di maggio 2019 un innovativo sistema digitale per consentire la più efficiente gestione del patrimonio infrastrutturale, dalla fase di ispezione fisica fino al completamento delle attivita’ di manutenzione. L’a.d. ha inoltre illustrato al Consiglio di Amministrazione il piano, avviato già a inizio 2019, finalizzato a dare un significativo impulso ai lavori su ponti e viadotti della rete autostradale, dimezzando i tempi di intervento. Il piano prevede risorse per oltre 360 milioni di euro e più di 350 interventi sulle opere d’arte di tutta la rete gestita da Autostrade per l’Italia. Tale importo si va ad aggiungere al programma di manutenzione e investimenti in corso sulla rete di Aspi.

 

23/10/2019 – Italia Oggi

Appalti, paletti allentati

Verso un allentamento della stretta sugli appalti prevista nel decreto fiscale. La stesura del provvedimento è alle ultime battute, dopo la riunione di martedì a palazzo Chigi per risolvere alcuni nodi all’interno della maggioranza. Per la stretta sugli appalti è allo studio una nuova formulazione: tutti i committenti attivi da almeno 5 anni senza pendenze con il fisco continueranno a sottostare alle vecchie regole. Gli altri verseranno le ritenute per i lavoratori impiegati nei cantieri cui appaltatori e subappaltatori dovranno anticipare le somme. Sul punto ieri era arrivata la protesta delle sigle del settore delle costruzioni denunciando una grave sottrazione di liquidità. Ancora al lavoro sulle commissioni dei Pos, regime dei forfettari, e web tax. Per quanto riguarda le commissioni dei pos, il viceministro dell’economia Antonio Misiani ha anticipato ieri che è allo studio un sistema di credito di imposta come quello sperimentato già per i benzinai

© Riproduzione riservata

 

23/10/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Appalti, De Micheli: su regolamento unico saremo puntuali, no altre modifiche a codice

Mauro Salerno

Interventi sul sistema per via amministrativa, a partire dal regolamento. «Se ogni ministro proponesse una revisione del codice non faremmo più un appalto»

Non bisognerà attendere molto il nuovo regolamento appalti, mentre è inutile aspettarsi una nuova revisione organica del codice dei contratti dopo l’intervento del decreto Sblocca-cantieri. Sono le indicazioni arrivate dal ministro delle Infrastrutture Paola De Micheli,ascoltata ieri dalla commissione Ambiente e lavori pubblici della Camera sui programmi del suo ministero.

La prima notizia per imprese e stazioni appaltanti è che, a dispetto del generale scetticismo, il ministro conta di licenziare il nuovo regolamento attuativo del codice appalti entro l’anno. O al massimo nelle prime settimane di quello successivo. «Per noi i 180 giorni di scadenza partono dall’entrata in vigore della legge di conversione del decreto Sblocca-cantieri», ha detto il ministro a chi gli faceva notare che contando a partire dall’entrata in vigore del decreto il termine sarebbe in realtà già scaduto il 16 ottobre. «Contiamo – ha aggiunto – di essere abbastanza puntuali con la scadenza del 18 dicembre».

Non ci saranno invece nell’immediato revisioni del codice appalti. Almeno se si pensa a ripensamenti in qualche modo organici del sistema entrato in vigore nel 2016, corretto una prima volta nel 2017 e poi da ultimo di nuovo quest’anno con lo Sblocca-cantieri. «Se tutti i ministri proponessero una modifica al codice – ha risposto De Micheli a una domanda specifica posta da un deputato dell’opposizione – , considerata la durata media dei nostri governi, in Italia non faremmo più un appalto». Per il ministro il «modo migliore» per intervenire è «per via amministrativa». Con il regolamento «e poi con tutte gli altri strumenti che abbiamo ora a disposizione» per agire soprattutto sulle questioni relative «agli atti di gara e alla sicurezza dei cantieri». Se poi «valutato l’impatto di queste novità» si scoprirà «che servono ulteriori aggiustamenti, allora seguiremo anche la via dell’intervento legislativo, ma in modo puntuale».

Investimenti e concessioni

Durante l’audizione De Micheli è anche tornata sul tema delle concessioni confermando che il governo intende «procedere a una revisione generale di tutte le concessioni in essere». Mentre sul tema della revoca della concessione ad Autostrade in seguito al crollo del Ponte Morandi De Micheli ha ribadito che «a decidere sarà il Consiglio dei Ministri», anche sulla base delle risultanze dell’inchiesta portata avanti dalla Corte dei Conti.

Quanto agli investimenti De Micheli ha annunciato che il Mit procederà «entro le prossime settimane» all’assegnazione di tre miliardi di euro alla realizzazione di progetti relativi al trasporto rapido di massa (tram, metropolitane, filotramvie). Il ministero, ha spiegato de Micheli, ha anche richiesto l’integrazione del Fondo Investimenti per il 2020 con «due miliardi aggiuntivi», di cui «750 milioni da destinare nel primo triennio a opere in avanzato stato di progettazione. Inoltre, «sarà data rapidissima attuazione ad alcuni interventi strategici quali la messa in sicurezza e il rifacimento della via Salaria a seguito dei danneggiamenti provocati dal sisma, con un finanziamento pari a 216 milioni di euro». Mentre «475 milioni andranno alle strade provinciali, 732 alle ferrovie regionali, 430 agli interventi di eliminazione delle barriere architettoniche e 30 milioni al rifinanziamento del fondo per la progettazione delle opere prioritarie»

Priorità a manutenzione, controlli su Anas

Nella programmazione degli investimenti il ministero darà «massima priorità alla manutenzione ordinaria e straordinaria continuativa» delle opere. «Il contratto di programma 2016-2020 dell’Anas – ha detto De Micheli – prevede investimenti per 29,5 miliardi nei prossimi 10 anni, di cui 15,9 destinati alla manutenzione della rete esistente». Inoltre, ha aggiunto il ministro «l’Anas sarà soggetta a valutazione delle performance organizzative con particolare riferimento ai servizi resi agli utenti».

© RIPRODUZIONE RISERVATA

 

23/10/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Appalti/2. Danno erariale, controllo preventivo della Corte dei Conti contro lo «sciopero della firma»

Mauro Salerno

Bandi di gara e aggiudicazioni: torna in un emendamento gemello Lega-M5S al decreto Ministeri l’idea di uno scudo per escludere la colpa grave dei funzionari pubblici

Arriva lo scudo contro il rischio di vedersi contestare il danno erariale per i funzionari della Pa che sottopongono bandi di gara e aggiudicazioni al controllo preventivo della Corte del Conti. La misura, mirata a superare le conseguenze negative del cosiddetto “sciopero della firma” messo in atto da dipendenti pubblici incerti sull’applicazione delle norme ( e della giurisprudenza) che regolano il sistema degli appalti, dovrebbe farsi largo all’interno del cosiddetto decreto Ministeri, che il Senato sta esaminando per la conversione in legge. Il provvedimento (As 1493, ora al vaglio della commissione Affari costituzionali di Palazzo Madama) è atteso in Aula dal 29 ottobre.

La norma-ombrello per i dipendenti pubblici è al centro di un emendamento gemello presentato da Lega (primo firmatario Luigi Augussori) e Cinque Stelle (Ugo Grassi). Che il tema sia caldo lo conferma anche il fatto che – proprio oggi – la questione della responsabilità erariale sia al centro di un convegno organizzato proprio dalla Corte dei Conti dal titolo emblematico («Quale controllo preventivo per gli appalti pubblici») alla presenza di esponenti delle imprese, a cui parteciperà anche il ministero delle Infrastrutture Paola De Micheli.

L’emendamento (qui è possibile scaricare i due testi gemelli) riprende un’idea già proposta ma naufragata all’epoca del decreto Sblocca-cantieri. La strategia è semplice: creare un interpello preventivo alla Corte dei conti, a cui le Pa si potranno rivolgere per un controllo di legittimità «sui bandi di gara e sugli atti di aggiudicazione comunque denominati». Il controllo preventivo – che permetterà di usufruire dello scudo della Corte dei Conti rendendo impossibile la contestazione del danno erariale per colpa grave del funzionario – potrà essere richiesto dalle amministrazioini centrali dello Stato e dagli altri enti pubblici nazionali per i lavori di importo superiore alla soglie comunitarie (quindi oltre 5,5 milioni), nonchè sulle varianti che superano il 10% del valore del contratto. In caso di esito positivo del controllo, scatterebbe la norma della legge che disciplina la giurisdizione della Corte dei Conti (articolo 1, comma 1 della legge 20/1994) che esclude «la gravità della colpa quando il fatto dannoso tragga origine dall’emanazione di un atto vistato e registrato in sede di controllo preventivo di legittimità». In questo caso l’atto, sottoposto al controllo preventivo, diventa esecutivo in 30 giorni. Altrimenti i tempi possono allungarsi sulla base delle richieste di chiarimenti.

Se l’emendamento andrà in porto, alla Corte dei Conti potranno rivolgersi anche gli enti locali , ma solo per lavori di importo superiore almeno alla metà delle soglie Ue e bussando alle porte delle sezioni di controllo regionale.

Visto che al momento il controllo sulle varianti è affidato all’Anac, l’emendamento prevede che la richiesta alla Corte escluda la necessità di inviare gli atti all’Anticorruzione, in modo da evitare la duplicazione degli adempimenti, rischiando di ingolfare ulteriormente l’attività delle stazioni appaltanti.

Se il meccanismo dovesse funzionare il rischio-ingolfamento si porrebbe però quasi ceretamente per i magistrati contabili, bloccando gli uffici, e quindi gli appalti. Ccon un effetto paradossale rispetto all’obiettivo sminare il cosiddetto «blocco della firma». Rischio che il Parlamento dovrà tenere molto ben presente, ponderando se allo scopo sia sufficiente affidarsi al l’adozione di semplici «misure organizzative» a costo zero cosi come si prevede negli emendamenti Lega-M5S.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

 

23/10/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Ingegneria, giusto tenere le fondazioni fuori dalle gare? Il Tar Lazio chiama in causa la Corte Ue

Mauro Salerno

Al mercato dela progettazione in Italia possono partecipare solo i soggetti strutturati nelle forme giuridiche previste dall’articolo 46 del codice

È giusto o no tenere le gli enti privati senza scopo di lucro fuori dalle gare d’appalto per i servizi di progettazione? È la domanda che il Tar Lazio (con un’ordinanza pubblicata ieri) rivolge alla Corte di giustizia europea, dopo aver verificato che le norme italiane non prevedono spiragli di accesso al mercato dei servizi di ingegneria e architettura al di fuori dei soggetti elencati dall’articolo 46 del codice appalti e dal Dm 263/2016. Cioè a : professionisti singoli o associati, società di professionisti, società di ingegneria, raggruppamenti temporanei e consorzi stabili di società di professionisti e di società di ingegneria e dei Geie.

Il caso nasce dall’0intenzione della Fondazione Parsec (Parco delle scienze e della cultura di Prato) di partecipare alle gare per l’affidamento del servizio di classificazione del territorio in base al rischio sismico. Con questo scopo la Fondazione aveva inviato all’Anac la richiesta di iscrizione nell’elenco dei soggetti ammessi a partecipare alle gare per l’affidamento di servizi di architettura e ingegneria, tenuto proprio dall’Autorità, vedendosi però respingersi la richiesta.

Il Tar non mette in dubbio la legittimità dell’operato dell’Anac sulla base delle norme italiane. Ma avanza perplessità sul fatto che il nostro ordinamento sia conforme alle regole europee. Perplessità cui ora dovranno dare risposta i giudici Ue.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

 

23/10/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Oice, con il ritorno dell’appalto integrato il valore dei bandi chiude i primi nove mesi in crescita del 14%

Al. Le.

Le gare italiane pubblicate sulla gazzetta comunitaria sono passate da 778 a 944 (+21,3%, incidenza del 16,8%)

Nei primi nove mesi del 2019 la progettazione si mantiene in campo positivo nel valore. Secondo l’osservatorio Oice/Informatel le gare sono state 2.097 (527 sopra soglia) per 452,3 milioni (371,6 sopra soglia): -11% per il numero (+21,1 sopra soglia) e +14,2% in valore (+30,4% sopra soglia) sui nove mesi del 2018. Il dato più rilevante è quello sugli appalti integrati nei tre mesi estivi (luglio-settembre), dopo l’entrata in vigore del decreto sblocca-cantieri (seconda decade di giugno): il numero è cresciuto del 72% (da 25 a 43) e il valore stimato della progettazione esecutiva oggetto di questi bandi è aumentato di 11 volte (da 1,2 a 14,5 milioni) rispetto agli stessi mesi del 2018. Si tratta di 13,3 milioni di progettazione esecutiva che si aggiungono al valore delle gare di progettazione pura, rimaste stabili nello stesso triennio (nel periodo luglio-settembre 2018 erano 126,5 milioni, quest’anno ci si attesta su 125,5). A settembre continua l’erosione del mercato dei servizi di progettazione pura: sono state bandite 221 gare (55 soprasoglia), per un valore di 36,6 milioni (28,2 soprasoglia): rispetto ad agosto il numero cala del 14% e il valore del 7,2%, rispetto a settembre 2018 -9,8% in numero e -1% in valore.
Nei nove mesi del 2019, per il totale dei servizi di ingegneria e architettura sono state bandite 4.161 gare per 998,3 milioni che, confrontati con i primi nove mesi del 2018, mostrano il calo del 3,3% nel numero (+21,3% sopra soglia) ma la crescita del 18,3% nel valore (+24,5% sopra soglia). «Il dato dei primi nove mesi dell’anno – ha dichiarato Gabriele Scicolone, presidente Oice – conferma un andamento altalenante dei bandi di progettazione: dopo un inizio eccellente, da giugno è iniziata una fase calante in numero che ha attraversato i mesi estivi e che forse ancora deve trovare il suo minimo. Il cambio di passo è dovuto anche all’entrata in vigore del decreto sblocca cantieri che ha incentivato il ricorso all’appalto integrato e che ha assorbito negli ultimi tre mesi 13,3 milioni di sola progettazione esecutiva in più rispetto all’anno scorso. Da notare che nel 2019 il mercato è sostenuto dalle gare sopra soglia, sia nel mercato della sola progettazione sia in quello di tutti i servizi di ingegneria e architettura, un mercato che vede un ampio ricorso allo strumento dell’accordo quadro».
«È proprio su questo strumento – prosegue Scicolone – che si addensano le nubi per i progettisti e per le imprese. Se gli accordi quadro promettono prospettive di lavoro, gli ordini attuativi languono rendendo molto, troppo, spesso pezzi di carta senza contenuto. Ciò rende anche difficile decifrare il vero valore del mercato dal momento che, l’inattività di accordi quadro assegnati può “drogare” la percezione del mercato. Rimangono poi forti le criticità sui tempi di aggiudicazione che, in media, sono di 230 giorni e, in settori come quello ospedaliero possono arrivare anche a 2 anni. Occorre intervenire al più presto, anche con una moratoria sulle durate, perché non si può chiedere agli offerenti di consegnare offerte in due mesi e poi lasciare libere le stazioni appaltanti di tenere aperte le gare per uno o due anni, rinviando la “messa a terra” di investimenti significativi e necessari per la collettività. Rimane poi la piaga dei ribassi, sia pure in leggero miglioramento nel 2019, per la quale chiediamo da tempo l’obbligo di punteggio soglia per le offerte tecniche, e notiamo che anche sul fronte dei pagamenti la situazione sta andando peggiorando con un aumento dei pagamenti oltre 9 mesi. Altro tema di preoccupazione è quello legato alle assicurazioni “single project” che, ulteriore balzello come effetto collaterale della normativa, stanno nuovamente sfibrando le società di ingegneria con un incomprensibile “doppio pagamento”. Chiediamo che il prossimo regolamento del codice introduca meccanismi in grado di riequilibrare il rapporto fra operatore economico e stazione appaltante».
Tornando ai dati dell’osservatorio a settembre per il totale dei servizi di ingegneria e architettura cala sia il numero sia il valore: sono stati rilevati 439 bandi per un valore di 98,6 milioni di euro, -23,7% in numero e -26,7% in valore rispetto a settembre 2018. Rispetto al precedente mese di agosto -15,3% in numero e -27,2% in valore.
Si mantengono su livelli molto alti i ribassi con cui le gare vengono aggiudicate, in base ai dati raccolti fino a settembre il ribasso medio sul prezzo a base d’asta per le gare indette nel 2016 è al 42,8%, per quelle indette nel 2017 il ribasso arriva al 40,4%. Le notizie sulle gare pubblicate nel 2018 attestano un ribasso del 40,7%, mentre le prime notizie sulle aggiudicazioni di gare bandite nel 2019 danno un ribasso medio del 38,6%.
Le gare italiane pubblicate sulla gazzetta comunitaria sono passate dalle 778 unità dei primi nove mesi del 2018, alle 944 dei nove appena trascorsi, con un aumento del 21,3%. Nell’insieme dei paesi dell’Unione Europea il numero dei bandi presenta, nello stesso periodo, una crescita del 16,8%. Cresce quindi l’incidenza del nostro Paese nei nove mesi del 2019 continuando però ad attestarsi su un modesto 3,8%, un dato di gran lunga inferiore rispetto a quello di paesi di paragonabile rilevanza economica: Germania 26,7%, Francia 23,2%, Polonia 11,7%, Svezia 4%.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

 

23/10/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

La protesta delle costruzioni contro il Dl fisco: sottrae ancora liquidità alle imprese

  1. E. T.

Richiesto l’immediato ritiro della misura. Possibile che la norma sia modificata alla luce degli accordi trovati nel vertice di maggioranza tenuto l’altro ieri

Un ulteriore aggravio burocratico e un pesante drenaggio di risorse ai danni delle imprese quello previsto dal decreto fiscale, recentemente esaminato dal Consiglio dei Ministri. Lo denunciano in modo unitario le sigle imprenditoriali, artigiane e le cooperative del settore delle costruzioni: Ance; Anaepa Confartigianato edilizia; Confapi Aniem; Alleanza delle cooperative italiane – Produzione, Lavoro, Servizi; Assistal; Casartigiani; Claai; Cna costruzioni; Assoimmobiliare.
La misura prevede che in tutti i casi in cui un committente affidi a un’impresa l’esecuzione di un’opera, il versamento delle ritenute fiscali per i lavoratori impiegati in quell’appalto venga effettuato direttamente dal committente stesso, a cui l’appaltatore o subappaltatore deve anticipare le somme. In tal modo si chiede alle imprese di sottrarre propria liquidità senza peraltro poter utilizzare la compensazione con i rispettivi crediti fiscali. Ancora una volta – secondo le imprese edili – per combattere l’evasione fiscale si scelgono strumenti che mettono a rischio il fragile equilibrio finanziario delle imprese, già pesantemente danneggiate dall’introduzione dello split payment.
Senza considerare che il meccanismo disegnato dalla norma costituisce un capolavoro di complicazione burocratica nella gestione amministrativa dell’appalto, mettendo così a rischio l’esecuzione dell’intera opera. Le associazioni chiedono quindi un immediato ritiro della misura iniqua e dannosa che, così come formulata, punisce anche gli operatori sani del settore mettendone a rischio la sopravvivenza.
Si dovrebbe attenuare, nel decreto fiscale, la stretta anti-evasione delle ritenute fiscali negli
appalti e subappalti. È questo, spigano da Italia Viva, un punto dell’intesa raggiunta a Palazzo Chigi. Si sarebbe studiata una nuova formulazione «per salvaguardare le imprese oneste». In concreto tutti i committenti attivi da almeno 5 anni e senza pendenze col fisco continueranno a sottostare alle vecchie regole. Gli altri verseranno le ritenute per i lavoratori impiegati nei cantieri, cui appaltatori e subappaltatori dovranno anticipare le somme.© RIPRODUZIONE RISERVATA