Rassegna stampa 21 ottobre 2019

16/10/2019 15.50 – quotidiano energia

Provincia di Trento, Cdp finanzia opere idriche per 10 mln €

Ammontano a 10 milioni di euro i fondi messi a disposizione da Cassa depositi e prestiti per la realizzazione di opere idriche nella Provincia di Trento. L’iniziativa rientra in un contratto di finanziamento sottoscritto ieri che prevede anche 120 mln € a favore di edilizia scolastica e progetti in campo stradale e sanitario. I fondi saranno destinati alle richieste di Comuni, Comunità di Valle e altri enti locali.
A sottoscrivere l’intesa per la Provincia autonoma la controllata Cassa del Trentino. Secondo il presidente Marco Radice si tratta di “un risultato notevole che genera valore per il territorio”. L’operazione, si legge in una nota, “conferma la bontà del modello ‘one for all’: Cassa del Trentino, raggruppando numerosi piccoli progetti di enti locali, raggiunge dimensioni di maggior interesse per il mercato finanziario, consentendo, unitamente all’elevato standing creditizio di Cassa e Provincia, il perfezionamento di un’unica operazione di debito a bassi oneri finanziari”. Il rimborso del finanziamento, in particolare, sarà in dieci anni e a un tasso fisso dello 0,46%.
Interventi sono previste anche nel Comune di Tito, in provincia di Potenza. Acquedotto lucano ha infatti approvato il progetto esecutivo relativo ai “Lavori di potenziamento rete idrica a servizio delle aree produttive site in località Santa Loja”, che prevede un investimento complessivo di 3,5 mln € (fondi Fsc 2014-2020). L’obiettivo, fa sapere il gestore, “è fornire un sistema di infrastrutture in grado di assicurare un efficiente approvvigionamento idrico in una zona che negli ultimi anni è stata interessata da un significativo sviluppo, tanto degli insediamenti produttivi quanto di quelli residenziali”.
In quest’area saranno realizzati più di otto chilometri di nuove condotte idriche, oltre all’adeguamento dei serbatoi, il collegamento del tronco fognante proveniente da Tito scalo con quello a servizio della zona industriale e l’implementazione di sistemi di telecontrollo e telemisura delle reti.
“Il progetto approvato – secondo Giandomenico Marchese, a.u. della società – rientra tra gli interventi in materia di efficientamento del Sii ammessi a finanziamento dalla Basilicata con Dgr n.  522 del 31 luglio scorso”.  Il potenziamento delle reti, dunque, “prosegue anche grazie al supporto della Regione che, destinando fondi nazionali e comunitari al gestore, permette la realizzazione di importanti interventi a beneficio degli utenti lucani e della sostenibilità della risorsa idrica”.
In tema di opere idriche, infine, da segnalare due interventi in Sicilia e in Piemonte con l’impiego di trenchless technology. Nello specifico, Caltaqua ha completato una manutenzione straordinaria su un collettore fognario a Caltanissetta, situato a tre metri di profondità, scegliendo il “relining”: un sistema di riparazione di canalizzazioni “che consiste nell’introduzione dall’interno della tubazione esistente di una guaina che viene fatta aderire alla condotta deteriorata e quindi fatta indurire”, spiega un comunicato.
“Oltre a una decisa accelerazione dei tempi di esecuzione delle opere – secondo il gestore idrico – l’utilizzo della metodologia relining ha garantito minori costi legati al mancato utilizzo di materiali, di opere di scavo e ripristino stradale, nonché un minore impatto ambientale dato dal fatto che è stato utilizzato un ristretto numero di mezzi d’opera, con consequenziale riduzione d’immissione di anidride carbonica, altri gas nocivi e polveri sottili nell’atmosfera”. Benefici sono stati riscontrati anche in termini di “inquinamento acustico e circolazione veicolare-pedonale nella zona interessata dall’intervento”.
Il “relining Uv-Cipp”, infine, è al centro anche di determina approvata dal Comune di Loggia (Torino) per la realizzazione di un risanamento fognario da circa 150.000 euro.

18/10/2019 18.31 – RADIOCOR

A2A: punta a nuovo polo lombardo multiutility, apre negoziato con Aeb Brianza

(Il Sole 24 Ore Radiocor Plus) A2A continua il percorso di espansione in Lombardia. La multiutility presieduta da Giovanni Valotti oggi ha reso noto di avere avviato con Aeb, ovvero Ambiente Energia Brianza, (societa’ che fa riferimento a vari Comuni dell’area e in particolare a Seregno) ‘uno studio di fattibilita’ che individui un percorso di crescita in grado di rendere il gruppo Aeb, grazie al supporto di A2A, un soggetto piu’ competitivo, capace di valorizzare le proprie eccellenze operative e incrementare il presidio territoriale’. A2A e Aeb con questa iniziativa ‘intendono esplorare la possibile costituzione di un nuovo polo lombardo delle multiutility, proseguendo cosi’ il percorso di fattiva e proficua collaborazione avviata con la recente partnership attivata dai due gruppi nel settore dell’ambiente’. Lo studio, della durata di 45 giorni, ‘avra’ la finalita’ di definire la possibile struttura e le linee guida strategiche della partnership, di identificare obiettivi industriali e operativi nonche’ i principali benefici per gli azionisti e per il territorio’. com-che

19/10/2019 – Il Cittadino MB (ed. Vimercatese)
Verso una partnership tra Aeb e A2A Avviato studio, entro 45 giorni la risposta

Aeb, società partecipata a capitale pubblico, che ha nel Comune di Seregno il suo socio di maggioranza, ed A2A, multiutility nata dalla fusione tra le milanesi Aem ed Amsa e la bresciana Asm Brescia, hanno approvato giovedì l’ avvio di uno studio di fattibilità con la finalità di individuare un percorso di crescita in grado di fare del gruppo Aeb, che comprende anche Gelsia, RetiPiù e Gelsia Ambiente, un soggetto più competitivo, capace di valorizzare le proprie eccellenze operative ed incrementare il proprio presidio territoriale. Lo studio, che avrà una durata temporale di quarantacinque giorni e coinvolge i tecnici delle due parti, mira a definire una possibile struttura e le linee guida strategiche della partnership, identificando obiettivi industriali ed operativi ed i principali benefici per gli azionisti e per il territorio. «Stiamo parlando dell’ avvio di uno studio di fattibilità -ha spiegato ieri, in una conferenza stampa nella sede di via Palestro a Seregno, Loredana Bracchitta, da poco più di due mesi presidente di Aeb-, un foglio bianco da scrivere insieme, senza vincoli di sorta per gli attori coinvolti. Siamo partiti da una fotografia della situazione attuale, che vede la società competitiva ma anche bisognosa di un accompagnamento, tecnico prima ancora che finanziario, in vista delle scadenze future imposte dal mercato». E qui la presidente è entrata nel merito: «Nel settore della vendita del gas e dell’ energia elettrica abbiamo bisogno di espanderci, in quello della distribuzione ci attendono le gare di ambito, che sono state già rinviate ma che non potranno esserlo all’ infinito; in quello dell’ ambiente abbiamo già una partnership con A2A, che però è limitata alla sola raccolta. Adesso l’ idea è quella di un confronto, per il quale comunque abbiamo posto paletti ben precisi: Aeb dovrà mantenere la sua identità e rimanere una società di riferimento per il territorio, con una maggioranza a capitale pubblico, nonché rafforzarsi con l’ acquisizione di asset limitrofi e garantire il personale, l’ indotto e gli utili da redistribuire ai soci. Il no a fusioni o incorporazioni in A2A è fin da ora chiaro e palese». La novità ha subito prodotto la reazione di Tiziano Mariani, capogruppo di Noi per Seregno, lista civica all’ opposizione a Seregno: «La notizia ci ha sorpresi ed amareggiati. Ogni decisione riguardante una partecipata deve interessare l’ assemblea dei soci e poi passare al vaglio del Consiglio comunale. Con questa azione, l’ assise è stata messa di fronte al fatto compiuto, senza alcuna informativa che precedesse la divulgazione di un comunicato stampa. Si tratta di un grave sgarbo istituzionale, per il quale chiediamo un intervento del presidente del consiglio e del prefetto». Su questo Bracchitta ha replicato nell’ immediato: «L’ obiettivo è creare un nuovo polo lombardo delle multiutility, ma siamo in una fase esplorativa, che compete solo alle società. Poi comunicheremo i risultati all’ assemblea dei soci». Paolo Colzani

21/10/2019 Italia Oggi

Futuro roseo per il mercato delle energie rinnovabili

Il mercato delle energie rinnovabili promette bene, anche senza il traino degli incentivi. L’Italia non è da meno, soprattutto per quanto riguarda idroelettrico ed eolico, con margini di crescita importanti. Si prospetta, infatti, un periodo di forte espansione su scala mondiale

Pagina a cura di Federico Unnia

Il mercato delle energie rinnovabili promette bene, anche senza il traino degli incentivi. L’Italia non è da meno, viste le potenzialità del mercato, soprattutto per quanto riguarda idroelettrico ed eolico, con margini di crescita importanti. Si prospetta, infatti, un periodo di forte espansione su scala mondiale, nel quale occorreranno investimenti finanziari più consistenti, le cui potenzialità reddituali saranno sostenute. Basti pensare che nel 2018 è stato raggiunto un valore degli investimenti in energie rinnovabili a livello globale di oltre 290 miliardi di euro mentre, sempre per lo stesso anno, in Italia gli investimenti sono stati pari a 630 milioni e 667 milioni, rispettivamente per la fonte eolica e solare. Lo scenario è stato delineato dal report The Future of Renewable Energy, condotto a livello mondiale da Acuris per lo studio legale Watson Farley & Williams, coinvolgendo 150 investitori, finanziatori e produttori di cui una ventina italiani.

L’idea dello studio è nata dall’esigenza di identificare quali fossero i temi importanti del mercato dell’energia nell’ottica di operazioni di M&A e quali siano gli orientamenti di investimento sull’evoluzione del panorama internazionale dell’energia. In quest’ottica, il mercato europeo, a differenza di quello asiatico, è sufficientemente maturo per non avere più la necessità di incentivi per supportare lo sviluppo delle rinnovabili. Sulla base dei dati raccolti nel sondaggio, per esempio, il 70% degli intervistati ritiene che nell’Europa occidentale la riduzione delle sovvenzioni non avrà alcun impatto o, addirittura, un impatto positivo sugli investimenti, mentre l’82% pensa che non ci saranno ripercussioni o aumenterà persino la disponibilità dei finanziamenti privati e bancari per i progetti. Ciò contrasta con il 63% degli intervistati secondo i quali una riduzione dei sussidi in Asia impatterà negativamente sulla costruzione di nuovi impianti. Un altro 61% pensa che la fine degli incentivi ridurrà i finanziamenti nella regione.

Emergono altri dati molto interessanti: per esempio il 51% degli intervistati dichiara che la riduzione degli incentivi non avrà un effetto negativo sugli investimenti in Europa, e tra questi il 18% crede che l’assenza di incentivi crei un effetto positivo per il mercato europeo. Inoltre il 47% degli intervistati ha dichiarato di aver già effettuato investimenti, o lo farà in un breve arco di tempo nel segmento dello stoccaggio.

L’affermarsi di obiettivi governativi volti a un consumo energetico più sostenibile ha portato un maggior numero di produttori a dismettere le vecchie centrali energetiche alimentate da combustibili organici. Questo aspetto, unito a una diffusa evoluzione tecnologica, ha determinato, infatti, un aumento degli investimenti nelle energie rinnovabili. Due terzi degli sviluppatori interpellati si aspetta di partecipare a sette o più progetti nei prossimi due anni, rispetto a solo un terzo nei due anni precedenti. In termini di investimenti diretti, l’eolico off shore, l’eolico on shore e il solare fotovoltaico (Fv) sono in testa rispettivamente con l’86%, l’83% e l’86% degli intervistati che negli ultimi due anni hanno investito sviluppato o finanziato progetti direttamente.

Secondo Eugenio Tranchino, head di Wfw Italia e referente dello studio per il nostro paese, «il mercato procederà a un consolidamento generale e gli operatori si stanno indirizzando verso la costruzione di impianti in cosiddetta grid parity, dove le utility giocheranno un ruolo fondamentale nella produzione e distribuzione ai clienti finali. Si persegue oggi, quindi, una prospettiva di investimenti a lungo periodo, di natura più industriale che finanziaria».

Il mercato delle energie rinnovabili, in particolare con riferimento a quello del fotovoltaico, è maturo e ha dimostrato una forte stabilità di sistema, a eccezione di alcuni provvedimenti normativi quali lo Spalma incentivi (norma introdotta con la legge 11 agosto 2014, n. 116, di conversione del dl 91/2014, il decreto Competitività, ndr) e pertanto si presenta come terreno fertile per nuovi investimenti e realizzazioni di impianti. «Il rischio importante, che sento di evidenziare, anche a nome degli innumerevoli operatori con cui siamo in contatto», aggiunge Tranchino, «è quello legato alla lunghezza temporale dei procedimenti amministrativi per autorizzare le nuove costruzioni. Il nostro concorrente diretto, la Spagna, può vantare una velocità media di 12/18 mesi, mentre in Italia in alcuni casi si è atteso per più di dieci anni la conclusione del procedimento di autorizzazione unica ex dl 387». Quindi, quali sono i vantaggi di investire in Italia? Secondo il report, l’Italia si presta, per sue caratteristiche naturali, a essere un territorio con alto irraggiamento solare e una buona ventosità, in particolare sui rilievi, e pertanto ha dato dimostrazione di avere tutte le caratteristiche per accogliere gli insediamenti di produzione da fonte rinnovabili oggi presenti su tutto il territorio nazionale. In aggiunta, dobbiamo menzionare una filiera, soprattutto quella legata ai servizi, la manutenzione degli impianti e l’ingegneria, di primario standing e professionalità.

I drivers della crescita delle fonti rinnovabili in Italia sono in particolar modo riconducibili gli investimenti in impianti di media o grande taglia, soprattutto per ciò che concerne le tecnologie più mature ovvero fotovoltaico ed eolico. I principali attori della filiera sono sia utility sia fondi di investimenti, ma anche privati e società miste.

«Nel mercato italiano stiamo assistendo a un profondo e radicale cambiamento caratterizzato da obiettivi di crescita ambiziosi e da una prospettiva di investimento da parte degli operatori, industriali e finanziari, di lungo o lunghissimo termine» conclude il report.

Grande spazio avranno in Italia i cosiddetti Power Purchase Agreements, ovvero i contratti di lunga durata, di almeno 10 anni, che consentono di contrattualizzare la cessione di energia elettrica dal produttore all’acquirente, il quale sia in grado di assicurare attraverso la predisposizione di idonee garanzie gli obblighi assunti nel contratto, verso un corrispettivo fisso e invariabile. In Italia stanno avendo un forte sviluppo e consentiranno nel breve periodo di garantire la finanziabilità di molti impianti. La chiave per sbloccare questo potenziale è l’aggregazione della domanda.

Invece, a livello internazionale, gli investimenti in energia solare sono quelli che registreranno il maggior tasso di crescita con il 39% negli Stati Uniti e il 62% in Cina. Di contro, in Europa l’eolico off shore vedrà una forte crescita nei paesi mordici (con punte fino al 31% in Svezia) e del 19% in Uk, 50% in Germania, 10% in Francia.

Il taglio degli incentivi non sembra del resto preoccupare gli addetti ai lavori e, soprattutto, i finanziatori e investitori in tali progetti. Nel continente europeo prevalgono gli ottimisti, con il 62% dei paesi nordici che non prevede impatti significativi nel trend di crescita (con un 8% di negativi) e un 30% di positivi. Nell’Europa continentale il 60% degli interpellati non vede controindicazioni, a fronte di un 18% di valutazioni negative ed un 22% ottimistiche. Il 58% degli investitori e operatori finanziari ritiene che il mercato e il sistema finanziario nel suo insieme sarà in grado di far fronte all’eliminazione dei sussidi, fin qui fortemente incentivanti, e mantiene significative opportunità di crescita.

Infine, quasi due terzi degli intervistati in Europa e nel Sudest asiatico ritiene che il motivo principale per cui le piccole e medie imprese non si rivolgono con grande convinzione al mercato dei contratti privati a lungo termine è dovuto principalmente alla mancanza di produttori capaci di offrire Cppa adatti alle Pmi, che hanno una richiesta di energia relativamente minore rispetto alle grandi aziende. Più della metà degli intervistati cita la necessità di formule alternative per i Cppa, compresi consorzi e gruppi di acquisto aziendali, come uno dei singoli fattori più importanti per accendere la crescita dei Cppa.

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19/10/2019 – Il Manifesto

Cassa Depositi e Prestiti e il cappio al collo dei comuni

Nuova Finanza pubblica
Dal mese di settembre 2019 è stato dato il via a un piano di rinegoziazione della parte di mutui contratti dai Comuni con Cassa Depositi e Prestiti e posti in capo al Ministero dell’ Economia. Moltissimi Comuni stanno ricorrendo a questo strumento e sui giornali locali e nazionali si sprecano articoli che suonano così “Il Comune X ha rinegoziato i mutui, risparmiando tot milioni”, con dichiarazioni di sindaci che annunciano mirabilie coi soldi che a breve entreranno nelle casse comunali. Il tutto benedetto dall’ Anci (l’ Associazione nazionale dei Comuni italiani), che è stato promotore dell’ intesa con Cassa Depositi e Prestiti. In cosa consiste l’ operazione? In pratica, ogni Comune rinegozia i mutui in essere, spalmando diversamente rate e interessi, liberando risorse ora e caricando di maggiori oneri gli anni successivi, quelli prossimi alla scadenza del mutuo. In questo modo, i Sindaci di oggi possono usufruire di soldi immediati, mentre i loro Comuni chiudono un’ operazione che, nel conto finale, produce un saldo negativo. Sicuramente, i Sindaci avranno risorse con cui tentare di rivincere le elezioni a breve, potendo realizzare opere che prima non avevano copertura finanziaria, ma le loro comunità territoriali aumenteranno il loro debito complessivo, mentre Cassa Depositi e Prestiti rinsalderà il cappio finanziario al loro collo e potrà esibire nuovi dividendi per gli azionisti (Stato e fondazioni bancarie). Per fare un esempio concreto, prendiamo il caso di Torino, che ha rinegoziato 295 mutui, corrispondenti ad un debito residuo di 539.682.782 euro, portando nelle casse della giunta Appendino 32 milioni. L’ operazione consiste nel fatto che Cassa Depositi e Prestiti rinvia di due anni (guardacaso, giusto il tempo da qui alle elezioni) la riscossione delle rate dei mutui, che vengono spalmate negli anni successivi, a tassi di interesse più alti. La rinegoziazione, comportando maggiori oneri a decorrere dal 2037 e fino al 2045 per 97.315.291 euro, presenta per il Comune un costo netto complessivo stimato in 32.467.205 euro. Di fatto, il Comune non ha ottenuto alcuna riduzione dell’ importo complessivo da restituire alla Cassa, ma un allungamento della durata del debito fino all’ anno 2045 e un appesantimento dei bilanci degli anni futuri. È lo stesso meccanismo dei derivati, applicato in questo caso non da squali della finanza, bensì dallo Stato e dall’ Anci, con la complicità dei sinda ci e a danno delle comunità territoriali. Stiamo parlando per tutti i Comuni di mutui con tassi di interesse tra il 4% e il 6%, che, all’ attuale costo del denaro, rasentano l’ usura. Invece di proporre una ri negoziazione che aumenta le difficoltà finanziarie degli enti locali, l’ Anci avrebbe potuto proporre a tutti i Comuni una battaglia per la ristrutturazione dei debiti, chiedendo una drastica riduzione dei tassi a Cdp (e allo Stato) e motivandola come una doverosa restituzione di quanto sottratto alle comunità locali in venti anni di patto di stabilità. Ma sindaci, Anci, Cdp e Stato hanno perso da tempo lo sguardo sul tempo lungo della qualità della vita per porre l’ attenzione sul tempo corto del fare soldi “sporchi, maledetti e subito”; e da altrettanto tempo, hanno perso l’ attenzione all’ interesse generale per focalizzarsi ciascuno sui propri tornaconti particolaristici e privatistici. Se si tiene infine conto del fatto che le risorse di Cassa Depositi e Prestiti provengono dal risparmio dei cittadini, il cerchio dell’ alienazione si chiude: sono gli abitanti del Comune a mettere le risorse che serviranno ad espropriarli di risorse, diritti, beni comuni e servizi. Quanto tempo dovrà ancora passare perché le comunità territoriali si ribellino a questa gigantesca truffa e pongano con forza la riappropriazione collettiva della ricchezza prodotta e la socializzazione di Cdp?

20/10/2019 – Il Sole 24 Ore

«Serve un presidente con esperienza di Cassa depositi»

Intervista Francesco Profumo . Il numero uno di Acri. «Necessarie autorevolezza, rapporti con le istituzioni e competenze finanziarie»
«Le Fondazioni stanno lavorando per esprimere una candidatura di alto livello per la presidenza di Cdp. Il 22 ottobre ci riuniremo e faremo le valutazioni necessarie. Puntiamo a individuare il sostituto del dimissionario Massimo Tononi entro il cda della Cassa del 24 ottobre. Dovesse servire qualche giorno in più, Tononi ci ha già dato disponibilità a restare in carica per il tempo che dovesse servire. Per noi la priorità è trovare un presidente di profilo elevato». Francesco Profumo, presidente della Compagnia San Paolo e dell’ Acri, è al debutto nel ruolo di regista delle nomine in Cassa depositi e prestiti (la presidenza è statutariamente appannaggio dei soci di minoranza, ovvero le 61 Fondazioni ex bancarie) dopo l’ era ultraventennale di Giuseppe Guzzetti. La settimana prossima è quella decisiva per la scelta del successore di Tononi, che ha deciso di lasciare l’ incarico per la diversità di vedute con l’ amministratore delegato Fabrizio Palermo, ex cfo della Cassa diventato capo azienda su indicazione del Movimento 5Stelle. In questa intervista a Il Sole 24 Ore, Profumo illustra i criteri di selezione del nuovo presidente della Cassa, partendo dai necessari ragionamenti che i soci sono chiamati a fare sulle motivazioni che hanno determinato l’ uscita dell’ attuale presidente. «Ho chiesto a Tononi, che ha accettato, di partecipare alla riunione delle Fondazioni azioniste di Cdp di martedì 22 ottobre per spiegare i motivi delle sue dimissioni. È una persona seria e corretta, terremo conto di quello che ci dirà». Inutile dire che la nomina del nuovo presidente di Cdp è seguita con grande attenzione nei palazzi romani della politica e c’ è chi prevede un tentativo del Pd e dell’ Italia Viva di Renzi di contro-bilanciare, attraverso le Fondazioni, il potere attribuito ai 5Stelle. Profumo rivendica l’ autonomia delle Fondazioni ed elenca i quattro requisiti che saranno ricercati per la scelta del neo presidente di Cdp. «Il primo riguarda le capacità di tenere i rapporti istituzionali a tre livelli: in Italia, con i vari ministeri, in Europa e a livello internazionale – spiega Profumo -. Il secondo passa dal rafforzamento delle competenze industriali poiché la Cassa è chiamata a intervenire sempre più spesso in processi industriali decisivi per il Paese». Profumo ovviamente non vuol fare nomi ma è evidente, sulla base dei requisiti elencati, che esiste una rosa ristretta di candidati. «Il terzo elemento è l’ autorevolezza, sia in cda che all’ esterno, e l’ esperienza. Quarto e ultimo requisito: la competenza di tipo finanziario». Sulla base di questi prerequisiti, la rosa dei candidati pare ampia. Ma pare restringersi quando Profumo aggiunge che, trattandosi di un cambio in corsa, «serve una persona che non parta da zero e quindi che abbia già maturato un’ esperienza interna o anche esterna, ma di conoscenza di Cdp». Ingegner Profumo, uno dei possibili candidati è lei. Anche perché tra sei mesi scadrà il suo mandato al vertice della Compagnia San Paolo e il sindaco M5S Chiara Appendino pare intenzionata a non riconfermarle l’ incarico. Se così fosse, lei perderebbe anche la presidenza dell’ Acri. Esclude categoricamente di essere uno dei candidati per la presidenza Cdp? «Lo escludo. Non mi è mai passato per la testa. Ho preso servizio a maggio come presidente dell’ Acri e intendo portare avanti il mio lavoro con responsabilità». © RIPRODUZIONE RISERVATA. Alessandro Graziani

20/10/2019 – Il Sole 24 Ore

Quell’ intersezione tra pubblico e privato

Focus. Sei volumi esplorano il diritto delle società quotate in Borsa
Ai privati è tutto consentito, salvo quello che la legge espressamente vieta. Allo Stato è tutto vietato, salvo quello che la legge espressamente consente. Questo “dictum” non è più vero da tempo, perché vi sono numerose attività private “funzionalizzate”, nel senso che sono minutamente regolate dal diritto. Ma il progresso dell’ intervento statale non era arrivato, fino a qualche decennio fa, al cuore stesso dell’ impresa privata, alle società “aperte”, cioè quotate in borsa, che dal 1974 sono sottoposte a una crescente regolazione, tanto da farle divenire «enti di interesse pubblico» (come le definisce una legge del 2010). Si è sviluppato un intero nuovo corpo di regole di carattere pubblicistico, che vanno a sovrapporsi alla disciplina dettata dal codice civile per le società per azioni. Questa intensa disciplina legislativa e amministrativa serve a proteggere una parte privata contro l’ altra, nel presupposto che quest’ ultima sia più forte, mentre la prima è in posizione di debolezza istituzionale. Quindi, è diretta a ridurre l’ asimmetria tra produttori di valori mobiliari e consumatori, tra emittenti ed investitori. Ma è anche diretta ad agevolare il funzionamento del mercato, per assicurare l’ accesso del risparmio all’ investimento nelle società per azioni di maggiori dimensioni, quelle quotate in borsa. Quindi, come il diritto amministrativo consta di una massa di regole dirette a tutelare il privato nei confronti dei poteri pubblici, il diritto delle società quotate (o del mercato mobiliare) consiste di norme miranti a proteggere un privato (l’ investitore) nei confronti di altri privati (le società emittenti titoli e i loro amministratori). Questa funzione sostanzialmente analoga dei due corpi normativi conduce agli stessi esiti, cioè alla costruzione di un’ armatura di regole dirette a riequilibrare interessi sociali contrapposti. La particolarità del diritto mobiliare sta nel fatto che in esso l’ ibridazione avviene tra norme non omogenee, tra norme del codice civile e norme di natura pubblicistica (e nella circostanza che queste ultime prevalgono sulle prime). A questa si aggiungono altre complicazioni: l’ origine europea di gran parte di questa normativa degli ultimi decenni; l’ esistenza di organi amministrativi a presidio della loro attuazione (principale la Consob); l’ ulteriore sovrapposizione di altre norme in alcuni campi, come quello bancario e quello assicurativo (cosiddetta doppia specialità). Tutto questo conduce in molte aree a iper-regolazione. La scienza italiana del diritto commerciale più sensibile ed attenta si è dedicata, negli ultimi anni, allo studio di questa nuova area, producendo una cospicua messe di studi approfonditi ed anche ottimi manuali ed altri strumenti per l’ insegnamento. Di questi se ne segnalano qui sei: quattro manuali, un “casebook”, un “bilancio” dell’ odierna situazione. I sei volumi, specialmente i quattro manuali, sono particolarmente attenti alle norme, non solo quelle legislative, ma anche il “soft law” prodotto sia dalle autorità europee, sia dalla Consob, con ampiezza diversa e con angolazioni differenti. In particolare, i testi di Annunziata, Perrone e Costi esaminano il mercato dei capitali (disciplina dei mercati, emittenti, intermediari, investitori), mentre quello di Cera considera le società quotate (assetti proprietari, assemblea e consiglio di amministrazione, controlli interni ed esterni) e quello di Mosco, anch’ esso sulle società quotate, raccoglie e illustra casi giurisprudenziali e casi pratici su assetti proprietari, organizzazione interna, bilancio e sua revisione, controllo e informazioni privilegiate. Si tratta di angolazioni diverse (una parte dall’ oggetto, l’ altra dai soggetti), che mirano allo stesso scopo, quello di spiegare come si innestano norme di carattere pubblicistico sull’ impianto privatistico delle società per azioni quotate. Le trattazioni sono di ampiezza diversa, talune più analitiche (ad esempio, il manuale di Annunziata), altre più sintetiche (ad esempio, quello di Perrone). Un posto a sé spetta alla “conversazione” di Costi, Enriques e Vella sul diritto commerciale, che traccia una sintesi degli sviluppi recenti dell’ intera materia, soffermandosi nell’ ultimo capitolo sul mercato mobiliare. Significativa la circostanza che gli autori insegnino nelle università del Centro Nord (Bocconi, Milano Cattolica, Pavia, Bologna e Luiss Roma). Dalle analisi contenute in questi volumi risaltano lucidamente i tratti distintivi della disciplina. Questa riguarda gli obblighi informativi, i tipi di negoziazione, le procedure, il governo societario, i controlli interni e quelli esterni. Le informazioni da fornire al pubblico ricordano gli obblighi di trasparenza della pubblica amministrazione. I vincoli gravanti sulla proprietà, sul capitale sociale, sull’ assemblea, sulla governance, sulla struttura del consiglio di amministrazione e sul suo funzionamento, hanno molti tratti in comune con le norme relative alle società partecipate dagli enti pubblici e dallo Stato. Ma sono le norme sul collegio sindacale, sui controlli interni e sulla revisione contabile che sottopongono le società quotate al più intenso controllo pubblico, stabilendo un legame funzionale tra la Commissione per le società e la borsa (Consob) e gli organi interni di controllo. Questi importanti sviluppi di un diritto che può ben dirsi misto, tanto accuratamente analizzati dagli autori di questi libri, richiedono agli amministratori e ai dipendenti delle società quotate, nonché agli operatori degli intermediari, della Borsa e degli altri soggetti interessati ,una particolare cura: in questa zona di confine tra diritto pubblico e diritto privato vi sono molte aree grigie, che impongono alla Consob e a giudici di risolvere problemi interpretativi nuovi e agli operatori di tener conto delle difficoltà proprie delle intersezioni tra i vari diritti, quello dei privati e quello dello Stato. © RIPRODUZIONE RISERVATA. Sabino Cassese

20/10/2019 – Il Sole 24 Ore

Turbo Cdp per scuole, ospedali e metro

Infrastrutture Opere pubbliche e territorio
Progettazione di ospedali a Trento con una struttura che vale 300 milioni, a Torino con il Parco della Salute che ne vale 830, in Lombardia e in Sicilia. L’ assistenza economico-finanziaria per il project financing della linea 2 della metropolitana di Torino, un investimento pubblico-privato da 4 miliardi. Due interventi di rigenerazione urbana di zone di case popolari a Milano e un modello di riqualificazione di caserme per la regione Lombardia. Il business crescente dell’ efficientemento energetico degli edifici. I progetti di strade in Sicilia. E soprattutto scuole, tante scuole in tutta Italia, con punte di eccellenza come il gigantesco intervento da 40 milioni di euro per la demolizione e la ricostruzione del polo scolastico Meucci-Galilei a Firenze. Cassa depositi e prestiti anticipa tutti nella grande partita dello sblocca/accelera cantieri correndo in aiuto delle amministrazioni pubbliche locali con la nuova struttura Sviluppo Infrastrutture che ha già messo in portafoglio decine di opere piccole e grandi sul territorio. Decollo rapido in appena quattro mesi. Un record, mentre le altre strutture tecniche pubbliche promesse un anno fa arrancano: il ministero delle Infrastrutture e il ministero dell’ Economia con il Demanio faticano a partire con le loro task force, dopo un anno di litigi all’ interno del governo Conte 1 su chi debba fare cosa. In gran silenzio, la nuova unità del gruppo guidato da Fabrizio Palermo ha cominciato a lavorare dallo scorso maggio offrendo agli enti pubblici sul territorio servizi di progettazione, consulenza tecnica, assistenza nella fase di programmazione e di preparazione delle gare di appalto, assistenza finanziaria nel project financing. Nella missione c’ è anche la promozione di opere con lo schema del partenariato pubblico-privato ma per ora è limitata alle opere che sono fuori della programmazione ordinaria delle pubbliche amministrazioni. Un limite che rende molto difficile il decollo di questo ramo, salvo che la legge di bilancio non intervenga – come pure si dice – per eliminare il divieto e consenta di svolgere la funzione di promotore (aggregando soggetti privati e finanziari) anche per opere già programmate dalle Pa. La nuova struttura, per ora una decina di neoassunti under 40 (sette ingegneri e tre amministrativi) che dovrebbero diventare un centinaio con il crescere del portafoglio, è guidata da Tommaso Sabato, manager chiamato da Astaldi, dove era stato prima responsabile del settore concessioni e poi del business development, con grande esperienza all’ estero. L’ unità si inserisce nella doppia sterzata che il piano industriale 2019-21 vuole dare all’ attività di Cdp: una maggiore e più qualificata presenza sul territorio in chiave di sviluppo e il rafforzamento dell’ area «Infrastrutture, pubblica amministrazione e territorio» (guidata da Luca D’ Agnese), con l’ obiettivo proprio di superare quel rapporto tradizionale fra Cdp ed enti locali fondato soltanto sull’ assegnazione di mutui per il finanziamento di opere. L’ obiettivo è invece favorire attività di tipo industriale, oltre che partnership con privati interessati a finanziare e realizzare opere. Passare, insomma, da un’ attività paraministeriale di concessione di mutui che in passato ha caratterizzato Cdp a uno sfruttamento pieno delle potenzialità di crescita economica e di sviluppo territoriale che la concessione di finanziamenti consente. Quanto all’ obiettivo della più qualificata presenza territoriale di Cdp sul territorio un ruolo decisivo ce l’ ha l’ apertura delle nuove sedi territoriali di Cdp: a quella di Verona inaugurata il 14 maggio 2018 seguiranno ora Genova (inaugurazione il 25 ottobre) e Napoli (entro fine anno), poi nel 2020 Firenze, Palermo, Bari e Torino. Presenze sul territorio di nuova generazione per accorpare tutti i servizi che Cdp offre alle economie locali e presentarsi in chiave unitaria. «Ridurre i tempi di progettazione da cinque anni a tre per un progetto non ci porterebbe ai primi posti in Europa ma sarebbe un grande passo avanti per il Paese», dicono in Cdp, rimarcando che Sviluppo Infrastrutture fornisce assistenza a titolo gratuito alle pubbliche amministrazioni e vuole essere una task force al servizio del Paese. All’ obiettivo del rilancio infrastrutturale dovrebbero concorrere anche due strumenti finanziari previsti dal piano industriale Cdp: il fondo per piccole e medie opere greenfield (di nuova costruzione) e il fondo per la mitigazione del rischio di progetto. I due fondi non sono stati ancora costituiti, ma, sul primo fronte, si stanno studiando strumenti finanziari che consentano di gestire anche una massa critica di progetti e sul secondo è già attivo il fondo rotativo per la progettazione che consente di finanziare le attività di progettazione degli enti locali. Intanto, il primo obiettivo che Sviluppo Infrastrutture si è posto a servizio del Paese è garantire la piena utilizzazione dei finanziamenti previsti per l’ edilizia scolastica nel protocollo firmato da Bei e ministero dell’ Istruzione lo scorso luglio. Si tratta di 1,3 miliardi che devono essere affidati entro il prossimo giugno. Per affidarli bisogna correre con la progettazione, appunto. E Sviluppo Infrastrutture ha già acquisito in portafoglio progetti per un equivalente di spesa di investimento di 100-120 milioni, quasi il 10% del totale. Un’ altra conferma della partenza sprint. © RIPRODUZIONE RISERVATA. Giorgio Santilli

 

21/10/2019 – Corriere della Sera – Economia

Nuovi fondi per Cdp ora Palermo cerca alleati

Per la Cassa depositi e prestiti questa potrebbe essere una settimana decisiva. Il consiglio d’ amministrazione in calendario per giovedì 24 potrebbe sancire un cambio al vertice. Ci si attendono le dimissioni del presidente Massimo Tononi, che potrebbe scegliere di restare fino all’ individuazione del suo successore. La nomina spetta alle Fondazioni bancarie, azioniste di minoranza di Cdp che è controllata dal ministero del Tesoro guidato ora da Roberto Gualtieri, Pd. Formalmente, sarebbe la prima mossa politica nel forziere di Stato dopo l’ insediamento del governo Pd-5Stelle. Per l’ ente guidato dall’ amministratore delegato Fabrizio Palermo, che con Tononi fu nominato il 25 luglio 2018 con il governo M5S-Lega, parte la Fase 2, quella del fundraising: la raccolta di denaro per i coinvestimenti. Un cambio di passo nella direzione di un fondo sovrano. Si può aprire una stagione di alleanze, di acquisizioni e di patti industriali. Fra le novità, dovrebbero partire entro un mese due joint venture fra Cdp e l’ Eni per iniziative d’ economia circolare, dopo la firma del protocollo del 12 marzo scorso: i terreni ereditati dalla vecchia Iri, bonificati, saranno usati per produrre energia rinnovabile, per esempio a Carbonia. E sono attese altre joint venture interne fra Cdp, l’ Eni, Fincantieri e Terna per produrre energia dal moto ondoso. Uno dei primi esperimenti è previsto a Pantelleria. Cdp, azionista dei grandi gruppi come Eni ed Enel, Poste e Snam, Fincantieri e Tim, si vuole insomma rafforzare come partner finanziario delle imprese e sta cercando soci di capitale – dagli investitori istituzionali internazionali alle casse dei professionisti italiani – su interventi specifici, per aumentare la capacità d’ investimento sulle infrastrutture e sull’ industria. Sono partiti i colloqui con i fondi pensione in Canada e Olanda, per la ricerca di partner sui grandi progetti infrastrutturali e le reti (Cdp è azionista oltre che di Tim anche di Open Fiber, Terna, Italgas). Proseguono poi i lavori con i russi dopo l’ accordo con Rdif, il fondo sovrano di Mosca già partner dell’ Enel, che in luglio si è impegnato per 300 milioni al fianco di Cdp per supportare le imprese italiane che vogliono espandersi in Russia. E continuano i dialoghi con i cinesi per sinergie, dopo la firma dell’ accordo di luglio fra Cdp, Snam e il Silk Road Fund. Centrali i cinesi, come si vede dalla vicenda Ansaldo Energia, di cui Cdp ha il 60% e Shanghai Electric il 40%. A fine dicembre scadranno gli accordi parasociali che limitano la presenza di Pechino alla minoranza nel gruppo delle grandi turbine, come la gigantesca GT36 in arrivo su un mercato complicato. Non si esclude un rinnovo del patto, ma non sarà un passaggio semplice. Intanto Cdp ha incassato l’ ok di Shanghai Electric, al consiglio del 18 ottobre, al nuovo vertice, con Giuseppe Marino, ex Hitachi, ceo al posto di Giuseppe Zampini, ora presidente con deleghe. Nel 2020 Ansaldo dovrebbe entrare con Valvitalia e Trevi in Cdp Industria, la società per le partecipazioni manifatturiere, presieduta da Paolo Calcagnino. Fincantieri e Saipem dovrebbero arrivarci prima, entro l’ anno. Fra le partite aperte, c’ è Progetto Italia per le costruzioni, con l’ integrazione Salini Impregilo-Astaldi. Se i mercati lo consentiranno, a fine mese potrebbe partire l’ aumento di capitale (250 milioni da Cdp) di Salini, mentre l’ omologa del concordato di Astaldi è attesa nella prima metà del 2020, quando dovrebbe anche risolversi il rebus dell’ integrazione fra Tim e Open Fiber sull’ Internet veloce. Fra i possibili successori di Tononi, ex presidente di Borsa Italiana le cui dimissioni erano nell’ aria da tempo, sono circolati alcuni nomi. Resta quotato Francesco Profumo, presidente dell’ Acri, apprezzato dall’ ex presidente delle Fondazioni Giuseppe Guzzetti. Continua a circolare l’ ipotesi Giovanni Gorno Tempini, che di Cdp conosce ogni dettaglio. È anch’ egli è in buoni rapporti con Guzzetti. Nomina pesante ma anche delicata perché Gorno, di Cdp, è stato ceo. Recente è poi la possibile candidatura di Andrea Beltratti, docente all’ Università Bocconi. Spunta ora però anche Andrea Sironi, l’ ex rettore della Bocconi, di cui è oggi vicepresidente: graditissimo a Guzzetti, super partes, d’ indubbia competenza. Al di là di ciò che succederà il 24 (o nei giorni successivi), Cassa si appresta a ripartire sui grandi temi con la squadra dei Palermo Boys (dopo l’ uscita di un centinaio di persone, un gigantesco turn over), in testa Luca D’ Agnese (partecipazioni), Nunzio Tartaglia (imprese e territorio) e Pierpaolo Di Stefano (infrastrutture e investimenti). Centrale sarà Cdp Equity, la società delle partecipazioni industriali guidata da Di Stefano al cui fianco lavora Vito Lo Piccolo, ex Citi e Deutsche Bank, da gennaio a capo d’ investimenti e promozione dei fondi. Ancora aperte le nomine in Sace e nell’ immobiliare, dove circola il nome di Luca Petrichella, di Fabrica, per Investimenti Sgr. Anche il mattone di Cdp dovrebbe ripartire: sono ritenute un buon auspicio le gru apparse alle Torri dell’ Eur e all’ ex Poligrafico, dove andrà l’ Enel. Per il ceo del Fondo Innovazione si fa il nome di Salvo Mizzi, ex Tim Ventures.

21/10/2019 – La Stampa

Gorno Tempini verso la presidenza Cdp Domani il vertice delle Fondazioni

In corsa anche lo spezzino Melley, consigliere della Cassa. Tononi in uscita, il governo punta a rimanere fuori dalla partita
ALESSANDRO BARBERA ROMA Poiché lo Stato interventista si è ripreso lo spazio di un tempo, la notizia è piuttosto rilevante. Cassa depositi e prestiti, il colosso pubblico che ogni anno muove più fondi di una Finanziaria (nel 2018 ben trentasei miliardi di euro), sta per cambiare presidente. Massimo Tononi, già Goldman Sachs, sottosegretario al Tesoro e numero uno del Monte dei Paschi di Siena, si è stufato. Ha rapporti difficili con l’ amministratore delegato della Cassa – il decisionista Fabrizio Palermo – e si sente poco tagliato per quel lavoro, che costringe a trattative estenuanti fra il Tesoro e le sessantuno Fondazioni bancarie azioniste del sedici per cento del capitale. A quella poltrona avrebbe dovuto candidarsi il torinese Francesco Profumo, attualmente presidente dell’ Acri, l’ associazione che riunisce proprio le Fondazioni e della Compagnia San Paolo. Ma anche se la candidatura stava avanzando, su consiglio del grande vecchio della finanza bancaria – Giuseppe Guzzetti – ha deciso di fare un passo indietro. Nei palazzi si dice che lo stesso Guzzetti – ormai in pensione ma ancora regista indiscusso di quel mondo – abbia avanzato la candidatura di Giovanni Gorno Tempini, già amministratore delegato di Cassa ai tempi di Berlusconi e Monti, e oggi consigliere di amministrazione a Banca Intesa. Mettere d’ accordo sessantuno persone non è mai semplice, se ne parlerà domani in un vertice delle Fondazioni. Fino all’ ultimo la partita sembra aperta a possibili colpi di scena. Fra le Fondazioni c’ è chi vorrebbe riavere su quella poltrona Franco Bassanini, ma al momento l’ unica alternativa concreta a Gorno è quella dello spezzino Matteo Melley, consigliere della Cassa. Il governo avrebbe deciso di rimanere fuori della partita, e con l’ eccezione del penultimo presidente (Claudio Costamagna) questo è quel accade di solito per la scelta del presidente. In ogni caso la maggioranza giallorossa non avrebbe obiezioni attorno al nome di Gorno. Non tutti i tasselli però si sono ancora messi al loro posto, e come spesso accade in queste grandi operazioni di potere il diavolo è sempre nel dettaglio. Perché l’ avvicendamento si compia Tononi deve rassegnare le dimissioni. Dovrebbero arrivare nel consiglio di amministrazione di giovedì della Cassa, ma la certezza ancora non c’ è. In ogni caso la mancata candidatura di Profumo sta creando a cascata fibrillazioni nell’ universo piemontese delle Fondazioni. Già, perché l’ ex ministro è presidente dell’ Acri da appena quattro mesi, e nell’ ipotesi della nomina in Cassa avrebbe dovuto dare dimissioni premature. Per prendere il posto di Profumo all’ Acri c’ era già un candidato in pista: il presidente della Fondazione Cassa di risparmio di Torino Giovanni Quaglia. C’ è poi un ulteriore dettaglio da considerare: Profumo ha accettato di buon grado il passo indietro dall’ ipotesi Cassa ma vorrebbe ottenere la conferma alla presidenza della Compagnia del San Paolo. E però il sindaco Chiara Appendino non sembra decisa a riconfermarlo. Le nuove competenze di Cassa depositi, in fase di espansione (sta aprendo sedi nelle principali città italiane) e decisa a dare un’ impronta di politica industriale come non si vedeva dai tempi dell’ Iri, rendono quella poltrona particolarmente interessante. – Twitter @alexbarbera c BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI retroscena Su consiglio di Guzzetti, Profumo ha deciso di fare un passo indietro Massimo Tononi, attuale presidente Cdp Giovanni Gorno Tempini in corsa per Cdp. ALESSANDRO BARBERA

19/10/2019 – Il Sole 24 Ore

Reverse charge sulle ritenute dei dipendenti negli appalti

L’appaltatore deve anche comunicare via pec i dati relativi ai lavoratori
Il meccanismo del reverse charge è esteso anche alle ritenute fiscali dei dipendenti impegnati in appalti di opere e servizi. Lo prevede l’ articolo 4, comma 1, dello schema di Dl fiscale, mediante l’ introduzione dell’ articolo 17 bis del Dlgs 241/1997, secondo cui il committente diventa il soggetto obbligato a versare le ritenute fiscali trattenute dall’ appaltatore ai propri dipendenti coinvolti nell’ esecuzione dell’ opera o del servizio oggetto del contratto. Il meccanismo introdotto si presenta articolato, in quanto prevede che l’ appaltatore debba versare entro 5 giorni dalla scadenza dei versamenti delle ritenute (16 del mese successivo a quello di effettuazione), su un conto corrente dedicato, una provvista pari all’ ammontare complessivo delle ritenute operate. Quest’ ultimo, entro lo stesso termine dovrà pertanto comunicare via pec al committente i dati afferenti all’ importo versato (ad esempio, elenco dei dipendenti con dettaglio delle retribuzioni e relative ritenute). Nella medesima comunicazione l’ appaltatore potrà richiedere al committente di compensare il debito delle ritenute con l’ eventuale suo credito pari ai corrispettivi maturati sino a quel momento. Il committente, dal canto suo, eseguirà il versamento entro il termine di legge, senza possibilità di compensare crediti, indicando nel modello F24 il codice fiscale nonché i dati dell’ appaltatore per conto del quale effettua il pagamento. Nei cinque giorni successivi dovrà altresì comunicare via pec all’ appaltatore l’ effettuazione del versamento, pena la segnalazione all’ agenzia delle Entrate da parte dell’ appaltatore. Anche le responsabilità sono condivise tra i due soggetti, in quanto il committente è responsabile del versamento delle somme tempestivamente ricevute dall’ appaltatore, della mancata comunicazione degli estremi del conto corrente nonchè del pagamento in favore di appaltatori inadempienti. L’ appaltatore invece è responsabile di quanto dovuto all’ erario, qualora non versi le somme al committente o non comunichi a quest’ ultimo i dati necessari o non richieda la compensazione con propri crediti. In caso di inadempimento, il committente dovrà sospendere i pagamenti dovuti all’ appaltatore dandone altresì comunicazione all’ Agenzia delle Entrate entro 90 giorni. La norma prevede infine la possibilità di disapplicare il reverse charge consentendo all’ appaltatore di versare direttamente le ritenute dei propri dipendenti, qualora in possesso di specifici requisiti (ad esempio, versamenti in conto fiscale nei due anni precedenti non inferiori a 2 milioni di euro), previa comunicazione al committente dell’ opzione nonché presentazione di una certificazione da cui risultino i requisiti prescritti. In ogni caso agli appaltatori sarà vietato di utilizzare crediti di qualsiasi natura in compensazione di versamenti di ritenute fiscali, contributi e premi Inail dovuti per i dipendenti coinvolti nell’ appalto. © RIPRODUZIONE RISERVATA. Barbara Massara

21/10/2019 – Il Sole 24 Ore

Appalti, Anac boccia il criterio che premia chi arriva prima

ANTICORRUZIONE
La casualità non è garantita dall’ ordine cronologico delle manifestazioni di interesse
Il criterio cronologico, cioè l’ ordine di arrivo delle manifestazioni di interesse al protocollo della stazione appaltante), non può ritenersi strumento idoneo per assicurare la scelta degli operatori da far concorrere in quanto «non è in grado di garantire la medesima casualità del sorteggio e di neutralizzare il possibile rischio di asimmetrie informative tra i potenziali concorrenti». In questo senso si è espressa l’ Anac con il parere n. 827/2019. L’ appaltatore ha contestato la legittimità del criterio adottato dalla stazione appaltante – per la realizzazione di un impianto di illuminazione – per individuare i soggetti da invitare alla procedura negoziata. Nell’ avviso di indagine di mercato, la stazione appaltante ha previsto che nell’ ipotesi in cui «il numero delle domande pervenute fosse risultato superiore a tre», l’ invito da parte del Rup «sarebbe stato rivolto ai primi tre candidati, in base all’ ordine cronologico di arrivo delle istanze di partecipazione” al protocollo dell’ ente. L’ amministrazione ha giustificato il criterio evidenziando l’ esigenza di concludere la gara in tempi rapidi. E ne ha sostenuto la legittimità in quanto modalità di selezione casuale e oggettiva come il sorteggio . La tesi non persuade l’ Autorità anticorruzione. Nel parere si riafferma che le procedure sotto soglia (linee guida Anac n. 4) devono essere condotte nel rispetto del principio della libera concorrenza «quale effettiva contendibilità degli affidamenti da parte dei soggetti potenzialmente interessati e il principio di pubblicità e trasparenza quale conoscibilità della procedura di gara e facilità di accesso alle informazioni». Le Linee guida suggeriscono, quando la stazione appaltante non abbia previsto dei criteri oggettivi per la selezione dei fornitori e vengano presentate manifestazioni di interesse da un numero di operatori superiore a quello predefinito nell’ avviso, di ricorrere a un sistema oggettivo e trasparente. Queste connotazioni sono sicuramente riconducibili al sistema del sorteggio «a condizione che ciò sia stato debitamente reso noto nell’ avviso a manifestare interesse». Invece il criterio cronologico, basato sulla tempestività della domanda, non può ritenersi «in grado di garantire la medesima casualità del sorteggio e di neutralizzare il possibile rischio di asimmetrie informative tra i potenziali concorrenti». Il mezzo prescelto per la selezione, prosegue il parere, deve essere idoneo a «raggiungere la più ampia sfera di potenziali operatori interessati all’ affidamento, in relazione all’ entità e all’ importanza dell’ appalto». L’ obiettivo viene frustrato nel caso dell’ utilizzo del criterio cronologico e infatti l’ Anac ha segnalato le criticità di questo sistema prevedendo già «il divieto di prevedere l’ adozione del criterio cronologico nella selezione degli operatori da invitare». Sotto il profilo pratico, inoltre, al di là delle autorevoli considerazioni espresse dall’ Anac si deve rilevare che l’ utilizzo dell’ ordine di arrivo al protocollo si presta anche a possibili censure per potenziali fughe anticipate di notizie sulla gara da avviare. Circostanza che, inevitabilmente, finisce per condizionare lo svolgimento della procedura. © RIPRODUZIONE RISERVATA. Stefano Usai

21/10/2019 – Italia Oggi Sette

Limitazioni alla Soa in prestito

L’ orientamento della giurisprudenza sulla certificazione per aggiudicarsi gli appalti
Per l’ avvalimento serve un contratto di autorizzazione
Addio all’ aggiudicazione dell’ appalto perché l’ impresa non è certificata Soa, l’ attestato che serve per partecipare alle procedure dei lavori pubblici. È vero, si può ricorrere all’ avvalimento, l’ istituto di matrice europea che consente alla società di utilizzare la certificazione di un’ altra azienda, che diventa così ausiliaria della prima. Ma il prestito della Soa non può restare soltanto sulla carta: serve un contratto con cui le parti precisano quali risorse e mezzi, che hanno consentito all’ ausiliaria di ottenere la certificazione, vengono messi a disposizione dell’ impresa ausiliata. È quanto emerge dalla sentenza 121/19, pubblicata dalla sezione unica del Tribunale regionale di giustizia amministrativa di Trento. Il caso. Accolto il ricorso della società seconda in classifica nella gara per curare il risanamento di tre ponti sulla ferrovia. Non c’ è dubbio che l’ impresa ausiliaria sia in possesso di una Soa rilasciata da un organismo autorizzato dall’ Anac, l’ authority anticorruzione, che verifica le capacità tecniche e organizzative oltre che la solidità economica e finanziaria della società richiedente. Ma in caso di avvalimento costituisce un vero e proprio obbligo legale stipulare fra le parti un contratto che specifica mezzi e risorse dati in prestito dell’ ausiliata: la stazione appaltante, infatti, non può confidare nella buona esecuzione del servizio messo a gara senza un impegno certo e vincolante fra le parti dell’ avvalimento. Così va interpretato l’ articolo 89, primo comma ultimo periodo, del codice degli appalti che si rifà alla direttiva europea 2014/24/Ue, secondo cui vanno rafforzati i controlli sull’ effettivo possesso dei requisiti oggetto dell’ avvalimento. E nella specie dal tenore complessivo dello strumento negoziale non si capisce quali sono le attrezzature delle quali l’ ausiliata si potrà servire nello svolgimento dei lavori messi a gara. Ma quando il prestito non è soltanto sulla carta bisogna dare spazio all’ avvalimento, un istituto che incentiva l’ ingresso di nuovi operatori sul mercato. Ecco allora che ai fini della partecipazione alla gara d’ appalto risultano utilizzabili gli asset della società con la quale intercorre un rapporto di affitto d’ azienda. E soprattutto la società ausiliaria ben può mettere a disposizione all’ avvalente i suoi requisiti di qualità come l’ attestazione Soa e la certificazione del sistema di gestione per la qualità, il tutto grazie alla convenzione ad hoc. È quanto emerge da un’ altra sentenza, la 8322/13, pubblicata dalla sezione seconda bis del Tar Lazio, con cui è stato accolto il ricorso di alcune società partner contro l’ esclusione dell’ Ati dalla gara per l’ aggiudicazione di un’ area residenziale. Lo stop è deciso dal comune sul rilievo che alcune delle imprese che costituiscono l’ associazione temporanea non risultano in possesso del requisito di aver realizzato interventi di edilizia agevolata nel quinquennio precedente alla gara. E a salvare la situazione interviene proprio l’ avvalimento, che consente di comprovare il possesso di requisiti soggettivi senza che il codice dei contratti pubblici contenga alcun divieto sul punto: anche i requisiti di qualità, allora, possono essere oggetto dell’ accordo. È così che l’ impresa ausiliaria fornirà i suoi requisiti di carattere economico, finanziario, tecnico e organizzativo, mettendo a disposizione le risorse, l’ organizzazione e l’ esperienza d’ impresa necessarie per l’ intera durata della convenzione stipulata all’ esito dell’ eventuale assegnazione. Gli altri precedenti. L’ azienda, poi, non può finire fra i «cattivi» senza potersi difendere. L’ attestazione di qualificazione Soa è revocata: uno dei certificati di esecuzione lavori prodotti all’ atto della domanda risulta disconosciuto dalla stazione appaltante. Il punto è, però, che l’ impresa interessata sostiene di non aver fatto carte false per la Soa, ma di averle ereditate dalla società cedente di cui ha acquistato un ramo produttivo. L’ Autorità di vigilanza, intanto, ha già inserito la revoca nel suo casellario informatico, una sorta di anagrafe delle imprese qualificate che all’ occorrenza funge anche da «libro nero». Ma è un errore: non si può procedere all’ annotazione senza contraddittorio con l’ impresa «incriminata». Lo precisa il Tar Lazio con la sentenza 2309/11, emessa dalla terza sezione. La qualificazione riconosciuta dalle società organismo di attestazione è fondamentale per le imprese che vogliono partecipare a lavori pubblici di una certa importanza. E per chi rilascia false dichiarazioni il codice dei contratti pubblici, sanzioni amministrative piuttosto severe. L’ annotazione nel casellario informatico dell’ autorità, tuttavia, va considerata una sanzione ulteriore: impedisce all’ impresa «incriminata» di acquisire una nuova attestazione per il periodo di un anno a partire dalla data di inserimento nella black list. Dunque? In base alla legge sulla trasparenza del procedimento amministrativo l’ iter dell’ annotazione non può essere avviato senza il contraddittorio con l’ impresa, senza cioè garantire all’ interessata il diritto di dimostrare di non aver fornito documentazione falsa per ottenere l’ attestazione di qualificazione. Tanto più che, nel caso di specie, c’ è anche la (asserita) provenienza da terzi delle carte false a rendere il quadro tutt’ altro che chiaro. Risultato: l’ annotazione dell’ autorità sul conto dell’ impresa è annullata. E ancora: il mercato italiano, fra l’ altro, è aperto alle Soa estere costituite nella forma di società per azioni. Il tutto grazie alla grande sezione della Corte di giustizia europea che con la sentenza C-593/13 ha bocciato la norma italiana che imponeva di avere la sede nel territorio nazionale alle società di organismo attestazione che operano nel mondo degli appalti. Pesa il contrasto con la direttiva Ue «servizi». L’ obbligo imposto dal dpr 207/10 risulta contrario ai principi comunitari della libera concorrenza e della libertà di stabilimento. È il Consiglio di stato a sollevare la questione pregiudiziale nell’ ambito di una controversia che riguarda una società organismo di attestazione che si occupa di controlli tecnici sull’ organizzazione e sulla produzione delle imprese edili: l’ oggetto sociale, in particolare, consiste nella fornitura di servizi di certificazione di qualità Uni Cei En 45000. Non trova ingresso l’ argomentazione portata dalla presidenza del Consiglio dei ministri secondo cui la disciplina delle Soa sarebbe sottratta all’ ambito di applicazione tanto della direttiva servizi quanto del trattato di funzionamento Ue perché partecipano all’ esercizio di poteri pubblici, visto il ruolo fondamentale che hanno negli appalti. In realtà i servizi di attestazione rientrano nell’ ambito di applicazione della direttiva servizi. E le Soa sono imprese a scopo di lucro che esercitano le loro attività in condizioni di concorrenza e che non dispongono di alcun potere decisionale connesso all’ esercizio di poteri pubblici. Il fatto di imporre che la sede legale della società sia localizzata nel territorio nazionale limita la libertà dell’ azienda perché la obbliga ad avere lì il suo stabilimento principale. Inutile infine il riferimento al trattato di funzionamento dell’ Unione europea: la «direttiva servizi» tutela una libertà fondamentale e ben può impedire agli stati membri di apportare deroghe tali da causare un grave pregiudizio al buon funzionamento del mercato interno. © Riproduzione riservata. PAGINA A CURA DI DARIO FERRARA

 

18/10/2019 – Italia Oggi

Nelle procedure telematiche Obbligo di marcatura temporale per le offerte

Nelle procedure telematiche la cosiddetta marcatura temporale dà certezza dell’ora e del minuto di chiusura dell’offerta; un file di offerta privo di marcatura determina l’esclusione e non consente l’attivazione del soccorso istruttorio. È quanto ha chiarito il Tar Basilicata Potenza sez. I 11/10/2019 n. 746 rispetto ad una gara di e-procurement gestita da un comune sulla piattaforma Asmel, in cui si discuteva della regolarità di un’offerta priva di marcatura temporale.

I giudici hanno precisato che la «marcatura temporale è il risultato di una procedura informatica che consente di dare certezza all’ora ed al minuto di chiusura dell’offerta». Una volta apposta ad un’offerta economica la marcatura temporale, identificata da un apposito numero di serie, risulta infatti garantita la certezza del tempo entro cui l’offerta è stata redatta, anche se il file dell’offerta economica viene inviato dopo l’esame della documentazione amministrativa e delle offerte tecniche, entro il termine successivamente indicato dalla stazione appaltante. Alla stazione appaltante compete poi la verificare la corrispondenza del numero di serie di marcatura temporale con quello, comunicato dagli offerenti entro il termine perentorio prestabilito dalla lex specialis di gara, in quanto con la coincidenza del numero di serie di marcatura temporale vi è l’assoluta certezza che l’offerta, formulata entro il termine perentorio prestabilito dalla lex specialis di gara, non è stata successivamente modificata.

Da ciò deriva che senza l’invio del numero di serie di marcatura temporale entro il termine perentorio prestabilito dalla lex specialis di gara, i partecipanti ad una gara di appalto potrebbero redigere più offerte economiche entro il predetto termine e scegliere quale offerta trasmettere alla stazione appaltante dopo l’esame della documentazione amministrativa e delle offerte tecniche. Infine, per i giudici, in caso di presentazione di un file offerta privo di marcatura non è possibile attivare il soccorso istruttorio ex art.83 del D.Lgs.n.50/2016, in quanto la marcatura temporale è un elemento costitutivo dell’offerta telematica. Nel caso di specie tutto era regolare e il ricorso è stato respinto. © Riproduzione riservata

 

21/10/2019 – Il Sole 24 Ore

Rischio sanzione dell’ 1% per i Comuni deficitari

AMMINISTRAZIONI IN CRISI
Taglio per chi non garantisce la copertura minima dei costi dei servizi
Dal decreto fiscale arriva anche una semplificazione delle certificazioni per effetto dell’ invio dei bilanci tramite la banca dati delle amministrazioni pubbliche e apertura agli investimenti per l’ ambiente, in linea con la priorità del governo di realizzare un Green New Deal. Sul primo fronte, le modifiche derivano dalla norma (comma 902 della legge 145/2018) che ha disposto, a decorrere dal preventivo 2019, l’ invio, da parte degli enti locali dei bilanci di previsione e dei rendiconti alla banca dati delle amministrazioni pubbliche (Bdap), in sostituzione della trasmissione delle certificazioni di bilancio al ministero dell’ Interno. Il passaggio non rende più necessario allegare, anche al certificato del rendiconto, la tabella dei parametri di riscontro della situazione di deficitarietà strutturale e il piano degli indicatori e dei risultati di bilancio. Per cui il decreto fiscale dispone la cancellazione della norma che ne disciplina l’ onere (comma 5, articolo 228 del Dlgs 267/2000), poiché il Viminale potrà effettuare l’ acquisizione di parametri e indicatori tramite la Bdap. A questo fine il decreto del Mef del 1° agosto 2019 (11° correttivo dell’ armonizzazione contabile), ha aggiunto agli schemi del bilancio di previsione e del rendiconto le tabelle riportanti i parametri di deficitarietà strutturale (definite dal decreto del Ministro dell’ Interno 28 dicembre 2018). Sono poi riformulati dal decreto fiscale i commi 5 e 6 dell’ articolo 243 del Tuel in materia di enti strutturalmente deficitari. Gli enti in queste condizioni che, nonostante l’ obbligo, non rispettano i livelli minimi di copertura dei costi di gestione o che non ne danno dimostrazione trasmettendo la certificazione, sono soggetti a una sanzione pari all’ 1 per cento delle entrate correnti risultanti dal certificato di bilancio del penultimo esercizio finanziario precedente a quello in cui viene rilevato il mancato rispetto dei limiti minimi di copertura. La norma aggiunta dal decreto fiscale prevede che ove il rendiconto del penultimo anno precedente non risulti inviato alla Bdap, si fa riferimento all’ ultimo rendiconto presente nella stessa banca dati o, in caso di ulteriore indisponibilità, in quella dei certificati di bilancio del ministero dell’ Interno. Un ulteriore cambiamento prevede che sono soggetti, in via provvisoria, ai controlli centrali, sino all’ adempimento, gli enti locali per i quali non sia intervenuta nei termini di legge la deliberazione del rendiconto della gestione e quelli che non inviano il rendiconto alla Bdap entro 30 giorni dal termine previsto per la deliberazione. Anche nella distribuzione dei contributi a favore degli investimenti, in caso di eccedenza di richieste rispetto ai fondi a disposizione, si prevede che le informazioni richieste (per i comuni per i quali sono sospesi per legge i termini di approvazione del rendiconto di gestione) sono desunte dall’ ultimo rendiconto trasmesso alla Bdap. Nel decreto fiscale si fa poi largo una prima disposizione del Green New Deal: i fondi per gli investimenti comunali erogati tramite le regioni a Statuto ordinario, previsti dal comma 134 della manovra 2019, potranno essere usati, oltre che per la messa in sicurezza degli edifici e del territorio, anche per finalità «verdi» legate a trasporto pubblico, rigenerazione urbana e riqualificazione energetica. © RIPRODUZIONE RISERVATA. P.Ruf.

21/10/2019 – Il Sole 24 Ore

Alitalia, un carrozzone con le ali sulle spalle dei contribuenti

Tra le pieghe del decreto fiscale appena varato dal governo c’è anche il punto dolente di un nuovo prestito-ponte di 350 milioni accordato alla società

di Giancarlo Mazzuca

Torno a parlare di Alitalia perché il caso continua a riservare brutte sorprese. Adesso più che mai ci troviamo di fronte ad una situazione quasi paradossale: da una parte la vicenda della società sembra ingessata, con una gravissima situazione finanziaria che non si sblocca da anni e che, anzi, si avvicina sempre più al fallimento; dall’altra, la cronaca delle ultime settimane riserva di continuo nuove sorprese che meritano qualche approfondimento.

Cominciamo dalla settima proroga (fissata in sei mesi) chiesta dagli aspiranti azionisti, o presunti tali, per cercare di dipanare l’intricata matassa. Non c’è limite al peggio perché solo poco tempo fa Di Maio & C. ci avevano detto (o meglio: ci avevano fatto credere) che – con la scelta di Atlantia, dopo tanto tergiversare per via dei risvolti del Ponte Morandi di Genova, accanto a Ferrovie ed Air Delta – la strada sarebbe stata tutta (o quasi) in discesa: il più era stato davvero fatto. Gli ultimissimi sviluppi hanno invece dimostrato che non è andata proprio così perché, senza considerare l’offerta molto virtuale fatta in “zona Cesarini” dalla Lufthansa, ci sono state altre docce fredde: forse molti osservatori avrebbero dovuto essere più prudenti nel prendere per oro colato le parole del governo gialloverde allora in carica.

Al riguardo, mi viene pure un dubbio: non è che Di Maio, con il Conte-bis, abbia scelto il ministero degli Esteri anche per sbarazzarsi della patata bollente della compagnia aerea?

Ma l’aspetto più clamoroso dell’intera vicenda è un altro: tra le pieghe del decreto fiscale appena varato dal governo c’è anche il punto dolente di un nuovo prestito-ponte di 350 milioni accordato alla società. La notizia è passata quasi inosservata e, ad essere maligni, la ragione potrebbe anche essere che una parte dei politici pronti a fare, due anni fa, fuoco e fiamme sui 900 milioni accordati dal governo Gentiloni, è la stessa che, stavolta, non ha detto “bao” ed, anzi, ha avallato il nuovo flusso di denaro con rotta Alitalia.

Siamo, insomma, alle solite: per anni ci hanno continuato a ripetere che non ci sarebbero più stati i carrozzoni pubblici, ma oggi scopriamo invece che ce ne sono ancora, magari con le ali: per fare marciare l’ex compagnia di bandiera, il solito elemosiniere-Pantalone è costretto a bruciare, ogni giorno, qualcosa come 715 mila euro. Negli ultimi 40 anni, la spesa sostenuta ha così superato i 9 miliardi di euro: e poi dicono dei faraonici voli di Stato… Riproduzione riservata ©

 

20/10/2019 – Il Fatto Quotidiano

Autostrade, la procura: “Sistema di falsificazione delle carte e contro inchiesta dopo il crollo del Morandi”

L’atto di accusa, pubblicato dalla Stampa in edicola domenica 20 ottobre, è contenuto nella richiesta di misure cautelari a carico di 9 dirigenti e ingegneri della società e della controllata Spea Engineering

di Ferruccio Sansa

Autostrade per l’Italia ha sistematicamente falsificato le carte per nascondere le sue “gravissime inadempienze” agli obblighi nei confronti della legge e dello Stato. Sono accuse pesantissime quelle messe per la prima volta nero su bianco dalla procura di Genova contro la concessionaria della famiglia Benetton.

L’atto di accusa, pubblicato dalla Stampa in edicola domenica 20 ottobre, è contenuto nella richiesta di misure cautelari a carico di 9 dirigenti e ingegneri della società e della controllata Spea Engineering, che sono state eseguite nelle scorse settimane per l’accusa di aver compilato falsi report sulla sicurezza di alcuni viadotti. Il procuratore Walter Cotugno, nell’atto depositato al tribunale del Riesame, dipinge infatti un quadro “sistemico”, come mai si era visto in precedenza. “Dalle carte dell’inchiesta emergono reiterati e organizzati comportamenti di falsificazione di numerosi atti pubblici, tutti caratterizzati dalla finalità di occultare il reale stato di ammaloramento di svariate opere della rete autostradale”, spiega il magistrato.

Nelle carte, sottolinea ancora la Stampa, si rileva come questi comportamenti sino proseguiti anche dopo il crollo del Ponte Morandi il 14 agosto del 2018 causando la morte di 43 persone. “Vengono tuttora falsificati con pari sistematicità gli atti pubblici relativi agli accertamenti e alle verifiche circa la sicurezza della circolazione su una serie di ulteriori opere d’arte della rete autostradale”, sottolinea il procuratore. E con la parola sistematico si fa riferimento a un sistema che non è riconducibile a dei casi isolati bensì “ad un preciso modus operandi. Emerge, infatti, il coinvolgimento diffuso di svariate articolazioni della società Spea e di Autostrade per l’Italia, con i loro rispettivi responsabili al più alto livello“.

In particolare la concessionaria, tramite “alcuni indagati ai massimi livelli di responsabilità” chiedeva “costantemente a Spea” la falsificazione “di atti e documenti. Al fine di mantenere occulto, anche nei confronti delle specifiche attività d’ispezione ministeriale, il grave stato di ammaloramento delle rete autostradale”. E le indagini della magistratura hanno fatto si che gli indagati si siano “organizzati per sviare ed eludere le indagini, che sanno essere in corso, ostacolando sia l’acquisizione delle prove sia la genuinità delle stesse. Anche tale attività di inquinamento probatorio viene svolta ai massimi livelli dirigenziali. Risulta infatti che il direttore responsabile dell’ufficio legale di Spea abbia posto in essere con l’aiuto di numerosi collaboratori indagati una sistematica attività di “contro indagine” e d’inquinamento probatorio, anche mediante comportamenti penalmente rilevanti”.

Per esempio si citano “la preparazione degli interrogatori dei testimoni e il posizionamento di jammer per disturbare le intercettazioni. Le indagini hanno inoltre consentito di accertare che i testimoni vengono convocati per essere preparati alle indagini e sono poi ri-convocati per riferire in ordine alle dichiarazioni rese”.

Intanto Autostrade ha licenziato i manager Michele Donferri Militelli e Paolo Berti: il primo ex direttore delle manutenzioni, il secondo direttore delle operazioni. Sono indagati a Genova per omicidio colposo plurimo e disastro. Berti è stato condannato a 5 anni e 6 mesi per l’uscita di strada di un bus in autostrada nei pressi di Avellino con 40 morti. Aspi precisa poi che ha avviato da tempo monitoraggi sui viadotti attraverso società esterne specializzate, che verificano a loro volta i rilievi compiuti da Spea. Ed entro la fine dell’anno tutte le 1943 opere della rete saranno verificate anche da queste società esterne.

 

19/10/2019 – Diritto 24

Deloitte Legal con AEGA ASA nell’acquisizione di un impianto fotovoltaico da 1MW

Deloitte Legal ha assistito la società quotata norvegese AEGA ASA nell’acquisizione di una società operante un impianto fotovoltaico da 1 MW in provincia di Latina, incentivato in Conto Energia.

Il team di Deloitte Legal, composto da Antonella Alfonsi, Emanuele Bottazzi e Ugo Attisani ha supportato il cliente nelle fasi di legal due diligence, per gli aspetti societari ed amministrativi, e di assistenza contrattuale al signing e closing. Il venditore Produzioni Fotovoltaiche Cori S.r.l. è stato assistito da. Riccardo La Cognata dello Studio Montone La Cognata Partnership. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

 

21/10/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Anas Catania, operazione «Buche d’oro»: arrestati cinque tecnici che lucravano sui costi dei lavori

  1. E. T.

In manette anche quattro imprenditori di Palermo, Caltanissetta e Agrigento. I Pm: mercimonio e dazione di tangenti in accordo con funzionari compiacenti

Lucrare sui costi del lavoro, abbassando la qualità dell’intervento, e dividere i soldi risparmiati secondo quote prestabilite: due terzi alle imprese, un terzo ai funzionari compiacenti. Era la tecnica utilizzata, secondo la Procura di Catania, da cinque dipendenti dell’Anas di Catania e quattro imprenditori di Palermo, Caltanissetta e Agrigento. Otto di loro sono stati arrestati nell’ambito di un’inchiesta che è il prosieguo dell’operazione «Buche d’oro» del nucleo Pef della guarda di finanza di Catania su quelli che la Procura definisce “rodati circuiti corruttivi” che “vedono coinvolti dirigenti e funzionari infedeli responsabili della manutenzione programmata di strade e raccordi della Sicilia Orientale e imprenditori corruttori compiacenti”.

I Pm parlano di “mercimonio e dazione di tangenti” con “illegittimi risparmi di costi consentiti alle imprese” che, “in accordo con funzionari Anas compiacenti”, “scovavano, tra le pieghe dei capitolati tecnici dei lavori ampi margini di manovra, individuando quelli da non effettuare o da realizzare soltanto in parte”. I funzionari coinvolti, accusa la Procura di Catania, agivano “in totale dispregio dei rilevanti interessi pubblici in gioco”. Il profitto conseguito era pari a circa il 20% dei lavori appaltati. Per evitare controlli e chiudere gli occhi sui “lavori svolti in economia”, come il posizionamento delle guaine, la stesura dell’asfalto e lo smaltimento degli inerti in discarica i dipendenti Anas avrebbero incassato almeno 93 mila euro. Facendo diventare così, secondo la Procura di Catania, le «buche d’oro».

Il Gip ha disposto il carcere per un funzionario dell’Anas di Catania (Gaetano Trovato) e gli arresti domiciliari per tre suoi colleghi già coinvolti in un blitz anticorruzione del 20 settembre scorso (Riccardo Carmelo Contino, Giuseppe Panzica, e Giuseppe Romano) e quattro imprenditori (Salvatore Truscelli, Pietro Matteo Iacuzzo, Roberto Priolo, e Calogero Pullara). È stato invece interdetto dai pubblici uffici per un anno un ingegnere dell’Anas (Antonino Urso). Il Giudice nel provvedimento parla dell’esistenza di “un vero e proprio sistema di corruttela” all’Anas di Catania con accordi “sistematicamente ricorrenti” tra gli indagati che hanno una “logica mercantile”.

E riporta anche le dichiarazioni “auto accusatorie ed etero accusatorie” di Romano e Urso, che, scrive il Gip, hanno rivelato l’esistenza di altri casi che sono adesso al centro di indagini del nucleo Pef della guardia di finanza, coordinate dalla locale Procura distrettuale.

Anas ha subito sospeso i tecnici arrestati, ha bloccato loro l’erogazione degli emolumenti mensili e avviato verifiche sui lavori appaltati alle aziende dei quattro imprenditori posti agli arresti domiciliari. La dirigenza di Anas, estranea all’inchiesta, “ha collaborato e collabora attivamente” con la magistratura e chiederà “il risarcimento dei danni” e si “costituirà parte civile” nell’eventuale processo.

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21/10/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Appalti, l’Anac boccia il criterio che premia chi arriva primo alle manifestazioni di interesse

Stefano Usai

Il criterio cronologico non può ritenersi strumento idoneo per assicurare la scelta degli operatori da far concorrere

Il criterio cronologico, cioè l’ordine di arrivo delle manifestazioni di interesse al protocollo della stazione appaltante, non può ritenersi strumento idoneo per assicurare la scelta degli operatori da far concorrere in quanto «non è in grado di garantire la medesima casualità del sorteggio e di neutralizzare il possibile rischio di asimmetrie informative tra i potenziali concorrenti». In questo senso si è espressa l’Anac con il parere n. 827/2019.

L’appaltatore ha contestato la legittimità del criterio adottato dalla stazione appaltante – per la realizzazione di un impianto di illuminazione – per individuare i soggetti da invitare alla procedura negoziata. Nell’avviso di indagine di mercato, la stazione appaltante ha previsto che nell’ipotesi in cui «il numero delle domande pervenute fosse risultato superiore a tre», l’invito da parte del Rup «sarebbe stato rivolto ai primi tre candidati, in base all’ordine cronologico di arrivo delle istanze di partecipazione” al protocollo dell’ente.

L’amministrazione ha giustificato il criterio evidenziando l’esigenza di concludere la gara in tempi rapidi. E ne ha sostenuto la legittimità in quanto modalità di selezione casuale e oggettiva come il sorteggio .

La tesi non persuade l’Autorità anticorruzione. Nel parere si riafferma che le procedure sotto soglia (linee guida Anac n. 4) devono essere condotte nel rispetto del principio della libera concorrenza «quale effettiva contendibilità degli affidamenti da parte dei soggetti potenzialmente interessati e il principio di pubblicità e trasparenza quale conoscibilità della procedura di gara e facilità di accesso alle informazioni».

Le Linee guida suggeriscono, quando la stazione appaltante non abbia previsto dei criteri oggettivi per la selezione dei fornitori e vengano presentate manifestazioni di interesse da un numero di operatori superiore a quello predefinito nell’avviso, di ricorrere a un sistema oggettivo e trasparente. Queste connotazioni sono sicuramente riconducibili al sistema del sorteggio «a condizione che ciò sia stato debitamente reso noto nell’avviso a manifestare interesse».

Invece il criterio cronologico, basato sulla tempestività della domanda, non può ritenersi «in grado di garantire la medesima casualità del sorteggio e di neutralizzare il possibile rischio di asimmetrie informative tra i potenziali concorrenti».

Il mezzo prescelto per la selezione, prosegue il parere, deve essere idoneo a «raggiungere la più ampia sfera di potenziali operatori interessati all’affidamento, in relazione all’entità e all’importanza dell’appalto».

L’obiettivo viene frustrato nel caso dell’utilizzo del criterio cronologico e infatti l’Anac ha segnalato le criticità di questo sistema prevedendo già «il divieto di prevedere l’adozione del criterio cronologico nella selezione degli operatori da invitare».

Sotto il profilo pratico, inoltre, al di là delle autorevoli considerazioni espresse dall’Anac si deve rilevare che l’utilizzo dell’ordine di arrivo al protocollo si presta anche a possibili censure per potenziali fughe anticipate di notizie sulla gara da avviare. Circostanza che, inevitabilmente, finisce per condizionare lo svolgimento della procedura. © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

21/10/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Bandi, lo sprint dei primi nove mesi (+51% per i valori) lanciato da comuni e ferrovie

Alessandro Lerbini

Volano le maxiopere: in nove mesi gli appalti superiori ai 50 milioni sono stati 50 (+61,3%) per 11,831 miliardi (+192%)

Il mercato dei lavori pubblici continua a spingere sull’acceleratore. Anche a settembre l’osservatorio Cresme Europa Servizi ha rilevato un incremento di bandi e valori a base d’asta: i 1.710 avvisi per 3 miliardi del mese scorso corrispondono a una crescita del 2,8% per le gare e del 210% per gli importi rispetto allo stesso mese del 2018.

Con questo risultato, il settore degli appalti chiude i primi nove mesi dell’anno con dati positivi grazie ai 16.711 appalti (+7,1%) per 27,185 miliardi (+51%). Un terzo dei valori andati in gara arriva dalle amministrazioni comunali e dalle ferrovie. In particolare i comuni hanno indetto 9.816 procedure (+8,2%) per 4,848 miliardi (+16,8%) mentre per le opere ferroviarie si contano 102 gare (-62%) per 4,774 miliardi (+50%).

Di rilievo anche l’andamento dell’edilizia sanitaria dove sono stati promossi 674 avvisi (+5,1%) per 2,1 miliardi (+130%) e i gestori di reti, infrastrutture e servizi pubblici locali che hanno pubblicato 1.478 bandi (+7,4%) per 2,988 miliardi (+36%).

L’Anas ha mandato in gara da gennaio a settembre 249 appalti (+13%) per 1,923 miliardi (+177). Segni entrambi negativi invece per le regioni che hanno ridotto i bandi (242, -8,7%) e i valori (320 milioni, -32%).

Per le classi d’importo, gli unici andamenti negativi arrivano dalle piccole opere fino a 150mila euro (in flessione del 7,2% e dell’11,9%) e dalla classe tra 5 e 15 milioni che ha perso il 6,9% dei valori (3,4 miliardi). Volano le maxiopere: in nove mesi gli appalti superiori ai 50 milioni sono stati 50 (+61,3%) per 11,831 miliardi (+192%).

Tra le gare di settembre spicca l’affidamento in concessione delle tratte autostradali A21 Torino-Alessandria-Piacenza, A5 Torino-Ivrea-Quincinetto, la bretella di collegamento A4/A5 Ivrea-Santhià, la diramazione Torino-Pinerolo e il Satt. La gara comprende anche progettazione ed esecuzione dei lavori finalizzati al miglioramento delle condizioni di sicurezza delle stesse infrastrutture stradali per un valore complessivo di 1,2 miliardi.

Di rilievo anche il bando di Cepav Due da 147 milioni per l’ esecuzione delle opere civili per la realizzazione della linea ferroviaria AV/AC Milano-Verona — tratta Brescia Est-Verona. Si tratta dei lavori relativi alle opere di linea e alle relative opere connesse comprese tra il km 140+091 e il km 148+400, con esclusione del tratto compreso tra il km 144+900 e il km 145+800, del lotto funzionale Brescia-Verona – lotto costruttivo 1, nell’ambito della linea AV/AC Milano Verona, tratta Brescia Est-Verona. L’appalto prevede la realizzazione di opere quali rilevati ferroviari, 2 trincee ferroviarie, 2 gallerie artificiali policentriche ferroviarie, una galleria naturale policentrica ferroviaria e le relative opere di completamento connesse o interferenti (sottopassi, sottovia, cavalcavia e opere stradali).

I dati Cresme di settembre

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21/10/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Edp (Excessive deficit procedure), il management nel partenariato pubblico privato come ancora di salvezza

Remo Dalla Longa *

Non è il Pp, come formula, a fare la differenza ma questa è data dalla presenza di management all’interno della Pa che non può essere sostituita

Da qualche anno si ripete inevitabilmente, e con qualche stanchezza, un rito istituzionale importante per il paese che è la legge di bilancio (ex legge finanziaria). A ripetersi, stancamente, non è la procedura della legge finanziaria che ebbe inizio nel 1978 con l’allora Ministro del Tesoro Filippo Maria Pandolfi (mi ricordo l’enfasi della prima finanziaria) ma la discussione che ne segue. Con il Trattato di Maastricht sono cambiate anche le regole ed è cambiata l’accountability (3% iniziale e con il fiscal compact si è teso a scendere progressivamente sotto tale livello con il fine di arrivare a riequilibrare il deficit complessivo della nazione rispetto al PIL: addirittura al 60% in quindici anni quando il nostro disavanzo oggi è al 135%). Tuttavia non è di questi numeri che è qui utile soffermarci, ma degli investimenti in infrastrutture. Il dibattito sulla legge di bilancio si prolungherà sino all’ultima settimana di dicembre con il coinvolgimento interattivo degli organi comunitari che rimarranno sino alla fine parte in causa.

Vi è una convergenza più o meno estesa sul fatto che:

  1. a) le infrastrutture sono un passaggio fondamentale ed un moltiplicatore formidabile per lo sviluppo del paese, dell’economia e del PIL (Dalla Longa, Edilizia e Territorio, 30 ottobre 2018);
  2. b) gli appalti ordinari (opere che sono dentro questa procedura) non rappresentano, in questo contesto, il futuro in quanto entrano automaticamente sul debito pubblico e sono da decenni (sul lato investimenti) in calo rispetto al PIL;
  3. c) il dibattito nel paese è su due fronti: riformare gli appalti (per es. ‘lo sblocca cantieri’) e chiedere all’Europa di portare fuori gli investimenti dal debito pubblico. Entrambe le componenti del dibattito sono deboli. La prima è che continuare a lavorare sugli appalti non risolve il problema del debito pubblico. La seconda, avanzata dal nostro paese, è come abbaiare alla luna.

Nel 2018 l’allora governo italiano ha attivato un confronto/scontro con la commissione europea sulla crescita del deficit al 2,4% del Pil per il 2019. Poi dopo defatiganti trattative si è arrivati al 2,04% e si è lasciato in sub iudice un possibile intervento restrittivo della commissione europea sino all’estate avanzata con un’incertezza su una possibile infrazione. In questi giorni il dibattito prolungato è su come reperire 3 o 5 miliardi di euro per chiudere la legge di bilancio attorno al 2,2% del Pil ritenuta sostenibile nel rapporto con l’Europa e i mercati. Il problema tuttavia non è solo la commissione europea, ma soprattutto l’impatto con lo spread. L’anno scorso nel periodo della turbolenza lo spread era + 1,5% di tasso di interesse bancario superiore ad oggi (lo spread il 15 ottobre del 2018 era 308, il 15 ottobre 2019 è a 145 punti base) con implicazioni sia sul debito pubblico che sul possibile credit crunch.

Quindi qual’è la soluzione nella dicotomia investimenti in infrastrutture e debito pubblico? Anche questo è un suggerimento già dato ma poco ascoltato, cerchiamo di riproporlo con l’aggiunta di altre osservazioni.

La soluzione parziale per gli investimenti è il Partenariato Pubblico-Privato (PPP). È però importante sottolineare a date condizioni e, quest’ultime, non sono trascurabili.

Perché le infrastrutture fatte con il PPP sono importanti nel contesto del EDP (Excessive deficit procedure)? La risposta è che esse non vengono conteggiate nel bilancio della Pubblica Amministrazione e quindi non incidono sul debito pubblico. Questa tuttavia è una mezza verità che vedremo di affrontare più avanti in quanto devono prima essere create delle condizioni. Quello che è comunque certo è che negli appalti gli investimenti fissi lordi (GFCF – Gross Fixed Capital Formation) sono contabilizzati totalmente nel bilancio della PA durante il periodo di costruzione dell’asset e quindi contribuiscono a determinare il deficit pubblico. Il termine usuale utilizzato è on oppure off‘ balance (dentro e fuori il bilancio – debito – pubblico).

Per dare dei dati il Regno Unito aveva nel 2016 in infrastrutture in PPP iscrivibili in off balance (anno del D.lgs 50) 34,5 miliardi di euro di investimenti “vivi” (rimangono vivi sino a quando il Long Term Contract non si estingue). Lo stesso “piccolo” Portogallo, con difficoltà di debito superiore o paragonabile a quello italiano, ne aveva 6 miliardi di euro. Portogallo che è uscito dalla crisi del 2009-11 molto meglio dell’Italia avendo condizioni iniziali peggiori delle nostre e per via del suo modello ‘politico’ ritenuto oggi laboratorio anche per il nostro paese. A differenza di queste nazioni l’Italia, sempre nel 2016, aveva infrastrutture in PPP iscrivibili in off balance solo per 0,3 miliardi di euro e ad oggi la situazione non è cambiata.

In ciò è ben rappresentata la nostra contraddizione. Dobbiamo investire in infrastrutture (scuole, ospedali, impianti ed efficientamento energetico, ecc.) ma non sappiamo farlo fuori dal debito pubblico e quindi ci autolimitiamo, nello sviluppo e riammodernamento e ogni anno “cozziamo” con questo all’atto della scrittura della legge di bilancio annuale.

Ecco quindi che emerge l’importanza delle “a date condizioni”. Non basta infatti far affluire capitale privato nella realizzazione di opere ed infrastrutture per avere un off balance, sarebbe forse troppo semplice apparirebbe tra l’altro un modo questo per aggirare un deficit pubblico. Se la formula è quella del DBFOM (Design Build Finance Operate Maintenance), non basta che il capitale privato sia iscritto ‘in pancia’ ad una società di progetto (SPV) controllata dall’operatore economico per portare fuori l’investimento dal bilancio dello Stato e quindi dal deficit pubblico. Bisogna saper rispettare delle regole di “management” guidato dalla Pubblica amministrazione ed indicate da SEC 2010 e da Eurostat. Lo stesso vale anche per l’efficientamento energetico, se la formula è quella del EPC o ESCO. Nel passato recente questo è stato l’errore principale commesso dal nostro paese: favorire una finanza di progetto e pensare che una mancanza di ‘management’ applicato non fosse importante.

Si pensava bastasse rispettare una procedura per non incorrere in impugnative o “illegittimità” giuridica. Non è così, il montaggio è diventato più complesso, o meglio si è coniugato con il management pubblico che noi come paese non siamo stati in grado di strutturare in modo diffuso. Lo abbiamo evocato nella norma ma non lo abbiamo applicato

Vi sono tre numeri da ricordare con attenzione: 3, 5, 30. Il primo (3) riguarda gli anni della programmazione; il secondo (5), indicativamente ed in forma ottimistica, gli anni del mandato elettorale di un’amministrazione; il terzo (30), gli anni di un Long Term Contract (LTC) – gli anni mediamente sono 10 se si tratta di un EPC. Molte volte la sfera politica ha finito per favorire scelte di finanza di progetto prima iscritte in off balance e poi rientrate nel on balance in quanto non erano state rispettate le regole di ‘management’, soprattutto per la mancanza di una “consistenza” del progetto e del “governo” pubblico di questa, per mancanza di una cultura e di strumenti (tools) operativi di impostazione, controllo e verifica di un LTC.

Il problema del management riguarda la Pubblica amministrazione, l’operatore economico non ha tra le sue “mission” quella di operare dentro i criteri di un off balance. Anzi, se manca il ‘management’ iniziale di impostazione di una finanza di progetto (“consistenza” dell’oggetto), l’operatore economico è chiamato in parte ad assicurarsi di vincere la gara e non è indirizzato a lavorare su un’offerta di precisione. Vi è poi nei suoi calcoli, una volta firmato il contratto, quello di entrare in un ambito di negoziazione con l’operatore pubblico, azione questa che però rimane incompatibile con l’off balance. Vi sono spunti, in tal senso, che emergono dalla recente sentenza del Consiglio di Stato del 23 settembre scorso n 6329 (cfr. Edilizia e Territorio 9 ottobre), leggibili in una carenza di consistenza del progetto, anche se il riferimento è più assimilabile ad una concessione.

Non è il PPP, come formula, a fare la differenza ma questa è data dalla presenza di management all’interno della Pubblica amministrazione (PA) che non può essere sostituita, per diversi motivi da una eventuale sussidiarietà dell’operatore economico, quest’ultimo è chiamato a condividere una regia ed essere proattivo su questa. Non può, per conflitti di interesse strutturali, sostituirsi al management pubblico. Quindi il PPP riesce ad essere iscritto in off balance solo se è in grado, attraverso il “management” acquisito, a produrre valore pubblico (public value) e non a far in modo che sia il ‘private value’ ad assorbire quello pubblico.

Si tratta di capire cosa sia il management applicato che serve alla PA per mantenere l’infrastruttura e il debito nel off balance.

Il riferimento non può essere una ‘procedura’ come quella contenuta nell’art. 183 del D.lgs 50. Semmai tale procedura può apparire rischiosa per mantenere l’off balance, in quanto spesso viene sottovalutata la definizione della consistenza del progetto e viene altresì equivocato il peso di alcuni strumenti come i Piani Economici e Finanziari che difficilmente, nel modo in cui sono concepiti, possono essere considerati strumenti di controllo e verifica.

Spesso l’operare all’interno dell’art. 183 è maggiormente apprezzato dal decisore politico ed è quello, ad oggi, maggiormente conosciuto nell’applicazione della finanza di progetto, ma è più una supposta rapidità di ‘montaggio’ che un beneficio per la PA per quanto riguarda l’EDP (Excessive deficit procedure). Si rischia poi di perdere, in quanto trascurati o dissimulati, i principi di salvaguardia del off balance che non possono stare, per comprensibili motivi, dentro l’azione dell’operatore economico. I principi dell’off balance rimangono tutti interni al progetto e alla regia dell’operatore economico solo se è la concessione ad essere applicata come intesa dalla direttiva 2014/23 dove prevale il rischio operativo incentrato sulla domanda e sulla tariffa pagata dall’utente (e non vi è canone pubblico, salvo la shadow toll), in cui è un rapporto tra privati che si va a determinare (finanziatore e realizzatore) e dove il ruolo della pubblica amministrazione è limitato e si passa dal off balance al on balance solo quando, montato l’intervento, lo Stato interviene sostituendo i rischi del mercato (es. calo dei ricavi) con garanzie pubbliche (es. pagamenti a copertura). Ciò riguarda la concessione che come è noto è solo una parte, presumibilmente minoritaria, del PPP.

Rimane da chiarire cos’è il management applicato al off balance per mantenerlo tale entro un Long Term Contract di un PPP. In genere devono essere rafforzate le condizioni d’insieme e le paratie per rendere possibile la formula dell’investimento in PPP e la coerenza di questi con l’off balance che deve permanere per tutto il Long Term Contract ed evitare che il mancato presidio si traduca con notevole danno nella cessazione del off balance e l’iscrizione per il mancato rispetto di regole nel on balance.

Di seguito alcuni richiami indispensabili al management applicato che svilupperemo successivamente:

– la portata a compimento delle stazioni appaltanti qualificate, soprattutto quelle superiori, non paragonabili con i centri di acquisto regionali e nazionali (Consip);

– la precisione nella definizione di una consistenza di progetto e capacità di scomposizione di questa dentro un’azione e linguaggio unitario di management;

– la programmazione da acquisire tramite tools di management già esistenti. Va creata la cultura di utilizzo attualmente mancante;

– l’individuazione del rischio ben ancorato all’interno della “consistenza” del progetto, la capacità di condividerlo con l’operatore economico e di trasferirlo a quest’ultimo e di saperlo poi monitorare senza ambiguità. L’abolizione della matrice generica del rischio e delle penali svincolate da logiche attinenti alla consistenza del progetto. Ancorare il rischio trasferito e monitoraggio proattivo dentro il LTC;

– l’alta distinzione concettuale tra rischio operativo che attiene alla concessione e che assume una sua dinamica e rischio di costruzione e disponibilità che riguarda altri PPP e attorno a ciò organizzare precise strategie;

– vanno sviluppati i sistemi operativi ed informativi di controllo e verifica;

– va creata una cultura interdisciplinare complessa da istituire soprattutto a livello di stazione appaltante superiore.

Gli accessi al management vanno sviluppati e vi deve essere un investimento ad hoc, e devono entrare nell’agenda parallela alla legge di bilancio come corredo e “road map” alle scelte di investimento come risposta operativa e non retorica al Excessive deficit procedure.

*Professore all’Università Bocconi/SDA, coordinatore scientifico dell’Osservatorio PREM – Public Real Estate Management di SDA Bocconi e coordinatore di GePROPI – Gestione dei Processi Realizzativi di Opere Pubbliche ed Infrastrutture

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21/10/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Urbanistica, chi compra l’area in convenzione deve garantire la qualità del vivere

Angelo Busani

Consiglio di Stato: l’acquirente è tenuto all’adempimento degli obblighi quali il pagamento degli oneri di urbanizzazione, la cessione gratuita di aree al Comune, la costituzione di servitù di uso pubblico

L’acquirente di un’area per la quale, anteriormente all’atto di acquisto, è stata stipulata una convenzione urbanistica per la realizzazione di opere di urbanizzazione, è tenuto all’adempimento degli obblighi derivanti dalla convenzione: per esempio, il pagamento degli oneri di urbanizzazione, la cessione gratuita di aree al Comune, la costituzione di servitù di uso pubblico su date aree.

In altre parole, dalla convenzione urbanistica originano obbligazioni cosiddette “reali” o propter rem, le quali gravano sul soggetto che, tempo per tempo, venga a essere proprietario dell’area convenzionata. Lo afferma il Consiglio di Stato nella sentenza 6282 del 23 settembre 2019.

Secondo la giurisprudenza amministrativa di vertice, le convenzioni urbanistiche hanno lo scopo di garantire che all’edificazione del territorio corrisponda non solo l’approvvigionamento delle dotazioni minime di infrastrutture pubbliche ma anche il suo equilibrato inserimento in rapporto al contesto di zona che, nell’insieme, garantiscano la normale qualità del vivere in un aggregato urbano discrezionalmente, e razionalmente, individuato dall’autorità preposta alla gestione del territorio (si veda anche la sentenza del Consiglio di Stato 199/2019).

In questa quest’ottica devono, dunque, essere letti ed interpretati gli obblighi derivanti dalle convenzioni urbanistiche: l’obbligazione di provvedere alla realizzazione delle opere di urbanizzazione da parte del soggetto che stipula una convenzione edilizia è quindi di natura “reale”, in quanto le convenzioni urbanistiche sono funzionalizzate non solo alla realizzazione di interessi privati ma soprattutto all’interesse pubblico al corretto assetto del territorio.

Le clausole delle convenzioni urbanistiche devono pertanto essere interpretate in relazione allo scopo delle convenzioni stesse, cioè, come detto sopra, che infrastrutture ed equilibrato inserimento in rapporto al contesto di zona garantiscano la normale qualità del vivere.

Ne consegue che gli obblighi assunti dal soggetto che stipula una convenzione urbanistica gravano sia sul medesimo sia sui successivi proprietari del terreno convenzionato, per cui l’avente causa del lottizzante assume tutti gli oneri a carico di quest’ultimo in sede di convenzione di lottizzazione, compresi quelli di urbanizzazione ancora dovuti. Peraltro:

  1. a) è inopponibile all’Amministrazione qualsiasi previsione contrattuale con la quale il lottizzante convenga con il suo avente causa che quest’ultimo si faccia carico degli obblighi derivanti dalla convenzione urbanistica (Consiglio di Stato, sentenza 199/2019);
  2. b) se il soggetto che acquista l’area convenzionata ed esegue le opere di urbanizzazione previste dalla convenzione urbanistica intenda rivalersi della spesa sostenuta verso i successivi proprietari dell’area stessa, «tale prestazione è ottenibile solo in virtù di un’espressa pattuizione negoziale» venditore e acquirente dell’area convenzionata, senza che, in questo àmbito, abbia più rilievo il carattere “reale” dell’obbligazione derivante dalla convenzione urbanistica (Cassazione, sentenze 12571/2002, 11196/2007 e 16401/2013).

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