Rassegna stampa 16 ottobre 2019

16/10/2019 – Italia Oggi

Finalmente prende il via l’ Archivio nazionale delle opere pubbliche

C’ è voluta la tragedia del Ponte Morandi per vederlo nascere
C’ è voluta la tragedia del Ponte Morandi di Genova a spingere la Pubblica Amministrazione a utilizzare le potenzialità della digitalizzazione per tutelare la sicurezza dei cittadini, e non solo per spiarli. Pochi giorni fa, il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti ha finalmente annunciato la creazione dell’ Ainop (Archivio informatico nazionale delle opere pubbliche). Si tratta di una piattaforma finalizzata a censire e monitorare le opere pubbliche (strade, autostrade, ferrovie, aeroporti, tunnel, viadotti.). Per ciascuna opera verrà creato un fascicolo comprensivo non solo di informazioni sulla sua storia e il contesto urbanistico e ambientale in cui si colloca, ma anche (man mano che diventeranno disponibili) i risultati del monitoraggio in tempo reale. All’ Ainop si affiancherà un tavolo tecnico permanente che dovrà vigilare sulla continua e puntuale alimentazione del database e assistere le amministrazioni che non hanno ancora provveduto a digitalizzare le proprie procedure. Il collasso del viadotto genovese rappresenta il più grave caso di fallimento infrastrutturale, ma certamente non l’ unico: nel quinquennio 2013-2018 sono ben dieci i ponti crollati, anche se fortunatamente non sempre ci sono state delle vittime. A queste circostanze estreme si aggiunge lo stato di manutenzione delle nostre reti infrastrutturali, spesso scadente e non di rado tale da determinare veri e propri pericoli per gli utenti. Sono molte le cause di questa situazione. Nel caso delle opere di competenza delle amministrazioni pubbliche, troppo spesso i responsabili non sono in grado di spendere le risorse stanziate. A questo contribuiscono i bizantinismi del codice degli appalti e l’ escalation di norme e obblighi che, nel nome dell’ anticorruzione, hanno solo complicato la burocrazia. La complicazione amministrativa è anche una delle principali cause delle difficoltà di intervento sulle opere date in concessione a soggetti privati. La creazione dell’ Ainop risponde a un’ esigenza prioritaria: garantire sia alla struttura amministrativa, sia al vertice politico del Ministero dei Trasporti di avere piena informazione sullo stato delle opere. Questo servirà anche a compiere scelte razionali su quali interventi siano prioritari e a chiarire dove stanno le responsabilità in caso di incidenti. Tuttavia, l’ informazione è solo una precondizione per una corretta gestione: non può in alcun modo essere un sostituto della piena responsabilità politica e amministrativa né può ovviare agli enormi problemi burocratici e amministrativi. In sostanza, l’ Ainop è essenziale per migliorare la capacità del Governo di effettuare una diagnosi sulla condizione delle opere, ma non offre particolare aiuto nell’ elaborare la terapia necessaria. Il Ministro delle Infrastrutture, Paola De Micheli, ha rivendicato l’ importante lavoro da svolgere per dare vita all’ Archivio informatico delle opere pubbliche: ora dovrebbe investire ancora più capitale politico per ripensare le norme sugli appalti e le autorizzazioni. Il populismo produce inerzia amministrativa, e l’ inerzia – quando blocca o rallenta interventi urgenti – può uccidere. © Riproduzione riservata. ISTITUTO BRUNO LEONI

16/10/2019 – Italia Oggi
L’ appalto integrato frena i servizi

ingegneria
Il ritorno all’ appalto integrato mette il freno al mercato dei servizi di ingegneri e architettura. È quanto emerge dal rapporto del Centro studi del Consiglio nazionale degli ingegneri. La misura introdotta dal decreto sblocca cantieri, secondo il Cni, è la causa principale del rallentamento del tasso di crescita dei bandi di affidamento. «Nonostante la frenata», si legge nella nota diffusa dagli ingegneri, «il bimestre si chiude comunque con un +71% rispetto al medesimo bimestre del 2018 (ma alla fine di giugno si era a +109%) con un importo cumulato che arriva a sfiorare i 558 milioni di euro contro i 326 dei primi otto mesi del 2018». «La reintroduzione “parziale” dell’ appalto integrato», osserva Michele Lapenna, consigliere Cni delegato sulla materia, «ha visto triplicare la percentuale della quota di mercato relativa allo stesso a scapito di quella che si riferisce alle gare senza esecuzione che registrano una significativa riduzione». © Riproduzione riservata. MICHELE DAMIANI

16/10/2019 – Panorama
Autonomia è ancora la parola d’ ordine del Veneto

Nella regione guidata da Luca Zaia torna d’attualità la voglia d’indipendenza. E mentre il governatore non ha ancora sciolto le riserve sulla propria ricandidatura, il «Partito dei veneti» si rafforza.
No se pol far de manco!». Desideroso d’ingaggiar battaglia a Lepanto, il condottiero Sebastiano Venier, prima di diventar Doge, esortava in dialetto i tentennanti alleati genovesi: «Non si può farne a meno!». Mutuando quella belligerante frase, pure gli autonomisti veneti si sono convinti: il momento è giunto. Urge riporre fanatismi e folklore. E tentare l’ardita impresa: diventare la mosca al naso della Lega, proprio laddove miete le percentuali più bulgare. Nove movimenti si sono così saldati, per varare il Partito dei veneti. Il 19 ottobre 2019 l’intesa sarà celebrata con una «reunion» nel padovano Gran Teatro Geox. Proprio mentre la Lega, assieme agli alleati, manifesterà a Roma contro il governo. Voi direte: che importa? Qualche centinaio di indomiti tentano di far da contraltare a decine di migliaia di persone. Come paragonare il carro armato russo T-14, capace di dintegrare un barsaglio a otto chilometri, al carnevalesco «Tanko» dei Serenissimi, che più di vent’anni fa tentava l’assalto al campanile di piazza San Marco con un cannone sparaturaccioli. Eppure è il segnale del ribollìo. Un rigurgito che parte dal profondo Veneto, per rimescolarsi con la delusione di altri territori del Nord. Matteo Salvini dice «prima gli italiani». «E chi se ne ciava dei foresti?» direbbe il Poiana, disilluso imprenditore leghista interpretato da Andrea Pennacchi. Già, a lui interessa il suo capannone, pagar meno tasse e innalzare la bandiera con il Leone alato. Un’iperbole, per carità. Ma certamente la svolta sovranista del Carroccio e l’autonomia rinfoderata dai giallorossi sobillano gli animi: nostalgici dell’«Umberto Bossi», imprenditori antistatalisti e cittadini convinti che ogni male risieda Oltretevere. Li hanno titillati per lustri: secessione, basta tasse, «paroni a casa nostra». Due anni fa li hanno perfino mandati alle urne, per votare il referendum sull?autonomia. Oltre cinque milioni di cittadini, in Lombardia e Veneto, hanno detto sì. Un plebiscito. E ora che succede? Il ministro degli Affari regionali, Francesco Boccia, ha già messo a verbale il più legnoso degli intendimenti: «L’obiettivo politico è definire entro l?anno la norma quadro che farà da perimetro all’autonomia». Insomma, una legge omnibus che metta insieme tutte le richieste delle regioni italiane. Un’irrealizzabile supercazzola? Il governatore veneto, Luca Zaia, sbraita: «Scenderemo in piazza». Il presidente lombardo, Attilio Fontana, minaccia: «Faremo da soli». Ma l?antifona che echeggia da Palazzo Chigi è chiara: calende greche. I giallorossi pescano voti al Sud. Votare una legge che, a torto o ragione, viene percepita come antimeridionalista sarebbe deleterio. E gli scaltrissimi neoalleati sono disposti a tutto. Ma non a tagliarsi le gambe da soli. La disputa però potrebbe allargarsi. «Non abbiamo ottenuto niente neppure dal precedente governo» attacca Cesare Busetto, uno dei fondatori del Partito dei veneti. «Tanti roboanti proclami, nulla di concreto» sintetizza. Alle urne, dunque. La prossima primavera si vota per le Regionali. Durante l’imminente «convention» veneta sarà presentato il «Piano di rinascita»: autogoverno, decentramento del fisco, contributi a chi è residente da almeno dieci anni. E rilancio dei «Dogi», la squadra di rugby veneta. Per partecipare al Torneo Sei nazioni di rugby, assieme ai cugini indipendentisti gallesi e scozzesi. Ma il neo cartello elettorale non promette sfracelli solo in campo. «Puntiamo al dieci per cento» azzardano i duri e puri. Peccato che il consenso di Zaia rimanga vertiginoso. Le nuove geometrie romane gli permettono perfino di scaricare ogni attendismo sul nuovo esecutivo: «Meridionalista!». «Ma la nostra gente ha capito» insiste Busetto. «Anche la Lega non ha portato a casa neppure un briciolo di quello che aveva promesso. Le pare possibile che nelle nostre scuole mancano centinaia di supplenti che tornano al Sud?». Viva el leon che magna el teròn? «Tutt’altro: veneto è chi veneto fa». La propaganda potrebbe beneficiare di qualche stratificato dissapore. Zaia avrebbe mal digerito la salvinizzazione del partito nella sua regione. Lo scorso luglio viene defenestrato il segretario della Liga, il fedele Toni Da Re. Procedura inedita: nessun Consiglio federale, avvicendamento in sordina. Arriva un commissario: il fedelissimo del Capitano, Lorenzo Fontana, allora ministro della Famiglia. Quindi? «Lo scenario è in movimento» ammette sibillino uno stimato palafreniere del governatore. E Zaia si guarda bene per adesso da annunciare la sua ricandidatura. Va bene: i soliti retroscenismi. Ma chi avrebbe scommesso due anni fa sulla rinuncia di Roberto Maroni a correre nuovamente per la guida della Lombardia? Nessuno, appunto. Nel mentre, anche nella regione dell’Alberto da Giussano, proliferano movimenti e comitati. Nel nome della mai assopita indipendenza. «Il fallimento dell’autonomia ha aperto nuovi spazi» ragiona il politologo Paolo Feltrin, storico studioso della Liga Veneta. «È una pentola che continua a sbuffare. In un anno e mezzo non è stata portata in Consiglio dei ministri nemmeno una proposta. Del resto, un partito nazionale è in contraddizione con una forte autonomia del Nord». La tesi è questa: Salvini non poteva scontentare i neoelettori appena guadagnati da Roma in giù. La Lega adesso è un partito sovranista, da Agrigento a Bolzano. Perché Salvini è riuscito in una delle più straordinarie imprese della storia repubblicana: trasformare una scialuppa di salvataggio in un traghetto, che naviga attorno al 30 per cento. Ribaltare le coordinate di un movimento così radicato nelle regioni settentrionali è stata un’impresa ardita. E conquistare milioni di voti al Sud ha avuto uno spiacevole corallario: disilludere i veneti e i padani più nostalgici. Il mormorio sale. Roberto Brazzale guida l’omonima azienda di Zanè, nel vicentino. È il più antico gruppo caseario italiano. Un colosso alimentare da 150 milioni di euro di fatturato, che fa burro e formaggi da sette generazioni. Brazzale non ha mai nascosto le sue simpatie indipendentiste. Due anni fa s’è perfino speso per il Referendum sull’autonomia: incontri, convegni, dibattiti. Ora si sente tradito. «Ogni velleità è stata frustrata» racconta. «Il progetto che ha trasformato la Lega da federalista a centralista c’ha reso orfani. E sottotraccia c’è un malcontento forte e trasversale: operai, partite iva, imprenditori». Brazzale giura che, fuori dai consessi confindustriali, gli ormai iconici capannoni schiumano di delusione. Come quella che ha vomitato a Propaganda live il Poiana di Pennacchi: veneto di Casale di Scrodisia, il paese dove ad aprile 2014 trovano un altro «Tanko», pronto a muoversi alla volta di Venezia, nel solco dei Serenissimi. L’enfatica geremiade di un irriducibile indipendentista. Pure il Poiana smoccola. Gli hanno parlato di secessione, poi di federalismo, dopo di autonomia, ha perfino votato al Referendum. E adesso? Non gli resta che tornare nel suo capannone, per ricominciare a costruire quel «carro allegorico». Blindato.

16/10/2019 – MF
Sulle nomine pubbliche tira aria di lottizzazione

Torna di stretta attualità il tema delle nomine pubbliche da preparare per il 2020. Le nomine da conferire sono oltre 400, tra cui il rinnovo dei vertici di Eni, Enel, Terna, Leonardo, Poste, Enav, agenzie fiscali e (sin da quest’ anno) Sace, Invitalia, Sogei, Simest, Sogin. Annunciate le dimissioni di Massimo Tononi, un personaggio di grande credibilità, dalla presidenza di Cdp, ora si profilano per la successione diverse candidature: da ultimo quella di Andrea Beltratti, già presidente del consiglio di gestione di Intesa. La designazione è di competenza delle fondazioni di origine bancaria partecipanti alla Cdp. In questo caso vi è dunque una barriera nei confronti degli istinti spartitori delle forze politiche. Comunque la nomina in questione è importante anche perché dovrebbe essere l’ occasione per la revisione della governance di Cdp. Nei giorni scorsi La Repubblica ha dato notizia di un’ interrogazione parlamentare di Italia viva, la quale solleva interrogativi che alcuni hanno interpretato come l’ inizio di una campagna sulle cariche di spettanza del governo, sull’ attuale amministratore delegato di Fs Gianfranco Battisti, nominato dal governo Conte 1 in sostituzione di Renato Mazzoncini, il ceo che invece era stato scelto dal Governo Renzi. È da ritenere che, se l’ interpretazione data al caso Fs troverà conferma, allora altri partner della maggioranza scenderanno sullo stesso terreno e si rischierà di arrivare a una situazione in cui si intrecciano sponsorizzazioni partitiche varie, magari con l’ obiettivo del «do ut des», dunque di un negoziato lottizzatorio ancora peggiore di quelli della Prima Repubblica perché non assistito dal Manuale Cencelli. Il fatto è che ora non di un tale Manuale vi sarebbe bisogno ma di corrispondere all’ esigenza che, prima che si avviino i giochi lottizzatori, si fissino criteri oggettivi per la selezione delle candidature. Questa volta, viste la qualità e la mole degli incarichi da conferire, è fondamentale stabilire una trasparente regolamentazione del conferimento, prima ancora delle possibili candidature. È possibile mai che si sia sordi a una tale fondamentale esigenza? Se questa sottovalutazione troverà conferma, vorrà dire che la bramosia della lottizzazione è forte e che essa è vista come cruciale per la vita del governo: una situazione niente affatto esaltante. Del resto all’ epoca della formazione del Conte 2 qualcuno malignò sostenendo che una delle principali molle per la costituzione del nuovo esecutivo era proprio la torta delle nomine da spartire nel prossimo anno. A tutto ciò bisogna aggiungere quei possibili spostamenti di competenze che potrebbero sopravvenire, perché, per esempio, le azioni di alcune imprese detenute dal Tesoro potrebbero passare a Cdp. Nell’ elencazione delle cariche da rinnovare viene altresì indicata anche quella, prossima, del direttore generale della Banca d’ Italia, a seguito della prevista nomina dell’ attuale dg Fabio Panetta a membro del comitato esecutivo della Bce. Ora é bene chiarire che la nomina in questione non compete al governo bensì al consiglio superiore dell’ Istituto su proposta del governatore. Poi la nomina stessa, giuridicamente perfetta ma non efficace, è sottoposta all’ approvazione del capo dello Stato, che tale efficacia le conferisce, previa delibera del Governo. È da ritenere che alcune strampalate proposte di legge che avrebbero voluto attribuire le nomine al vertice di Bankitalia in parte al governo e in parte al Parlamento – destinate, se mai approvate), a trasformare la Banca in una sorta di Rai – siano state poste su di un binario morto con il sopravvenire del Conte 2. La stessa destinazione dovrebbe avere una proposta di legge, questa volta recente, che conferisce la nomina dei vertici dell’ Ivass al governo e al Parlamento, ignorando tutto quel che ha significato l’ integrazione di quest’ ultimo Istituto nella Banca d’ Italia. Da questa integrazione è scaturita, tra l’ altro, l’ attribuzione «de iure» della carica di presidente al direttore generale di Bankitalia. Insomma, siamo complessivamente nel campo di nomine che fuoriescono, per fortuna, dall’ oggetto dei desideri spartitori dei partiti. (riproduzione riservata) ANGELO DE MATTIA

16/10/2019 – La Verità
Il presidente di Cdp a fine corsa Guzzetti «nomina» il successore

Tononi verso le dimissioni, in pole tutti uomini vicini all’ ex presidente di Acri
Alessandro da Rold. Cassa depositi e prestiti alle prese con il nuovo governo giallorosso di Giuseppe Conte. C’ è incertezza sull’ esito del consiglio di amministrazione convocato per il 24 ottobre in via Goito. All’ ordine del giorno ci saranno le dimissioni del presidente Massimo Tononi ma anche la sostituzione del consigliere Valentino Grant, volato a Bruxelles come europarlamentare della Lega di Matteo Salvini a maggio, più di 4 mesi fa. La riunione del board è confermata, ma date le tensioni tra la Fondazione sul riassetto bancario dopo l’ addio di Giuseppe Guzzetti da Fondazione Cariplo e Acri, gli screzi tra gli alleati sulla manovra economica e le imminenti elezioni in Umbria, non è detto che alcune decisioni non possano slittare al 28 novembre. Del resto l’ amministratore delegato Fabrizio Palermo, nominato dal precedente governo gialloblù, si ritrova ora a doversi confrontare con un nuovo ministro dell’ Economia come Roberto Gualtieri, più legato alla vecchia Cdp di Franco Bassanini. Scalpita poi l’ ex premier Matteo Renzi, leader di Italia Viva, sempre più attivo sul fronte nomine – vedi l’ assalto renziano a Ferrovie dello Stato tramite interrogazione parlamentare – e ancora scottato per come l’ anno scorso è stato messo alla porta il suo fedelissimo Claudio Costamagna. Come ieri riportava anche Dagospia, sulla presidenza tutto ruoterebbe intorno alla figura di Francesco Profumo, il professore scelto da Guzzetti come suo successore in Acri. Qui il gioco è complesso, perché l’ ex rettore del Politecnico di Torino scade il prossimo anno dalla presidenza della Compagnia di San Paolo dove ha voce in capitolo il sindaco pentastellato Chiara Appendino. La presidenza di Acri dura tre anni ma alla presidenza dell’ organizzazione può essere designato solo chi è consigliere di un ente associato. Da qui la preoccupazione per una scadenza anticipata: la presidenza di Cdp potrebbe essere una soluzione a tutti i problemi. Ma Guzzetti, ancora regista della partita, farebbe resistenze. Così circola in questi giorni una girandola di nomi per il posto di Tononi, molti provenienti dal mondo delle fondazioni e della finanza, come il vicepresidente di Acri Umberto Tombari o l’ ex presidente di Fondazione CariSpezia Matteo Melley o l’ ex ministro dell’ Economia Vittorio Grilli, l’ incastro è complesso. Non giocano a favore le tensioni tra 5 stelle e Pd. Di sicuro nell’ ultimo consiglio di amministrazione del 20 settembre c’ è già stata una nomina di area dem. È quella di Giampietro Castano, nuovo consigliere indipendente di Ansaldo Energia (Aen), società partecipata tramite Cdp Equity. Castano non è un nome qualunque. È stato per 10 anni titolare delle vertenze sulle crisi industriali (Unità di crisi) al ministero dello Sviluppo economico. Considerato molto vicino all’ ex ministro Carlo Calenda e all’ ex premier Renzi, non è mai entrato in sintonia con Di Maio, tanto che a febbraio non fu riconfermato. Ora ritrova posto nella galassia di Cdp. Altro nodo da sciogliere è quello di Sace, dove i vertici sono in proroga da sei mesi. Infine c’ è incertezza sul sostituto di Grant. Prima dell’ estate sembrava che la vecchia maggioranza gialloblu avesse trovato l’ accordo sul professore Giulio Sapelli, sostenuto soprattutto dalla Lega di Salvini. Ora le carte si rimescolano. La nomina spetta al nuovo Mef di Gualtieri. Di nomi al momento non ne circolano. C’ è chi assicura che saprà cantare Bella ciao, come il ministro.

16/10/2019 – Il Fatto Quotidiano

Alitalia, settima proroga per l’offerta vincolante. Atlantia mette quattro paletti per partecipare al piano di rilancio

Per il gruppo dei Benetton l’operazione è legata a doppio filo con la partita delle concessioni autostradali. Ora avverte che per proseguire il confronto occorre individuare un partner industriale, definire un piano condiviso, trovare un accordo sull’assetto di governance e “un assetto azionario che veda Atlantia come socio di minoranza e senza un coinvolgimento nella gestione corrente”. Intanto aumenta la probabilità di un nuovo prestito ponte

di Fiorina Capozzi

Settima proroga per Alitalia. Dopo 29 mesi di gestione straordinaria arriva l’ennesimo rinvio. La cordata guidata dalle Ferrovie dello Stato non è riuscita a formalizzare un’offerta definitiva per il vettore italiano. Atlantia si è detta disponibile a proseguire il confronto per la definizione di un’offerta vincolante, ma pone quattro condizioni per andare avanti. Inoltre, sullo sfondo, resta il fatto che per il gruppo dei Benetton l’operazione di salvataggio è legata a doppio filo con la partita delle concessioni autostradali. Non a caso l’esecutivo starebbe valutando l’ipotesi di limitare la revoca della concessione al solo tratto ligure.

In attesa di novità dal governo, Atlantia ha precisato che la partecipazione al progetto di salvataggio di Alitalia “non può prescindere da ulteriori approfondimenti” su almeno quattro punti. In primo luogo, secondo la società dei Benetton è necessaria “l’individuazione di un partner industriale che partecipi al capitale della Newco con una quota significativa”. In seconda battuta, bisognerà definire un “piano industriale della newco, condiviso”. Inoltre sarà necessario “il raggiungimento di un accordo sull’assetto di governance e sul top management della newco”. Infine, dovrà delinearsi “un assetto azionario che veda Atlantia come socio di minoranza e, conseguentemente, senza un coinvolgimento nella gestione corrente della stessa al fine di prevenire eventuali conflitti di interesse, detenendo Atlantia la quasi totalità della partecipazione al capitale di Aeroporti di Roma spa”.

Quanto a Ferrovie, il consiglio di amministrazione si è perfettamente allineato con la visione di Atlantia deliberando la “disponibilità a proseguire il confronto per la definizione di un piano industriale condiviso, solido e di lungo periodo volto a valutare la formulazione di un’offerta finale per l’acquisto da Alitalia”. Difficoltà che saranno superate “con ulteriori sessioni di lavoro” in cui approfondire le tematiche individuate anche dal gruppo dei Benetton. Sempre a patto che le Ferrovie restino un socio di minoranza.

Per ora quindi l’unica certezza è che bisognerà ben presto mettere mano al portafoglio. Il denaro pubblico del prestito ponte (900 milioni) non basterà a traghettare la compagnia di bandiera verso la nuova Alitalia. Il gruppo perde infatti ancora più di 500mila euro al giorno (500 milioni il rosso solo nel 2018) e ha bisogno di una boccata d’ossigeno con un nuovo prestito ponte da 200-350 milioni. L’ipotesi di una nuova iniezione di liquidità pubblica è stata finora smentita dal ministero dello sviluppo economico che teme le ire di Bruxelles. Ma, secondo i sindacati, il nuovo finanziamento non è un’opzione, bensì una necessità. Non a caso, nella nota appena diffusa, anche Atlantia ha sottolineato “l’esigenza che l’amministrazione straordinaria sia messa in condizione di gestire i complessi aziendali fino al closing dell’operazione”. Per questa ragione, secondo alcune indiscrezioni, in queste ore, sarebbe nuovamente tornato d’attualità un vecchio piano che prevede la trasformazione del finanziamento pubblico in credito limitando la partecipazione azionaria alla conversione dei soli interessi sul prestito ponte. In questo modo, salvo nuovi colpi di scena, il Tesoro diventerebbe azionista con il 15% Una quota analoga andrebbe alla compagnia americana Delta, mentre alle Ferrovie e ad Atlantia andrebbe il 35% ognuna. Così complessivamente i soci della nuova Alitalia sborserebbero circa un miliardo.

Secondo i sindacati, però, la cifra non è sufficiente al rilancio del gruppo ed è evidente sin d’ora che gli azionisti saranno nuovamente chiamati a mettere mano al portafoglio. Lo ha spiegato recentemente anche Atlantia in una lettera inviata ad inizio ottobre al Mise: “L’analisi dell’attuale piano, così come strutturato, a nostro meditato avviso – si legge nella missiva firmata dal direttore generale di Atlantia Giancarlo Guenzi e dal presidente Fabio Cerchiai – Consente al massimo un rischioso salvataggio con esiti limitati nel tempo ed è quindi ben lungi da costituire una piattaforma di rilancio della compagnia”. Detta in altri termini, un miliardo non basta per il rilancio. Non a caso Lufthansa resta alla finestra nel caso in cui il salvataggio non dovesse andare in porto e Alitalia andasse verso la liquidazione. Ipotesi che, secondo i sindacati, è tutt’altro che scongiurata.

 

16/10/2019 – Il Sole 24 ore – Edilizia e territorio

Rating di legalità, la premialità non può «schiacciare» piccole imprese e professionisti

Dario Immordino

Il bonus per la buona condotta, dice Palazzo Spada, non può danneggiare microimprese, giovani professionisti, operatori esteri o di nuova costituzione

È illegittima la legge di gara che riconosce l’attribuzione di un punteggio al rating di legalità certificato dall’A.G.C.M. senza prevedere alcuna misura di compensazione in favore dei concorrenti impossibilitati ad ottenerlo. Posto infatti che il rating di legalità può essere richiesto solamente dalle imprese operanti in Italia, iscritte al registro delle imprese da almeno due anni e con un fatturato minimo pari ad almeno due milioni di euro, per garantire il favor partecipationis e la par condicio tra i concorrenti la stazione appaltante deve prevedere, già nella disciplina di gara, vantaggi compensativi per i soggetti sprovvisti di tali requisiti, quali gli operatori economici esteri, le micro imprese, i giovani professionisti o gli operatori economici di nuovo costituzione.

In applicazione di tali principi la sentenza n.6907/2019 del Consiglio di Stato ha dichiarato l’illegittimità della lex specialis di una procedura che ammetteva la partecipazione di imprese con un fatturato non inferiore ad un milione di euro e «prevedeva la premialità per il rating di legalità, senza introdurre alcuna misura compensativa a favore delle imprese estere o di quelle di nuova costituzione». L’assunto della pronuncia è che la disciplina sul rating di legalità e sui benefici alle imprese che lo conseguono mira a favorire la promozione e l’introduzione di principi di comportamento etico in ambito aziendale, attraverso l’attribuzione di vantaggi in relazione alla concessione di finanziamenti pubblici, all’accesso al credito bancario e alla partecipazione alle procedure di aggiudicazione di contratti pubblici, ma tale rilevante obiettivo va coniugato con gli altri obiettivi e principi che informano le gare pubbliche, quali in particolare il principio di libera concorrenza e quello del favor partecipationis lle micro, piccole e medie imprese.

A tal fine l’art. 95, comma 13, del Codice degli appalti precisa eloquentemente che la previsione di criteri premiali a favore dell’offerta dei concorrenti provvisti del rating di legalità deve essere compatibile «con il diritto dell’Unione europea e con i principi di parità di trattamento, non discriminazione, trasparenza, proporzionalità», e le stazioni appaltanti devono «agevolare la partecipazione alle procedure di affidamento per le microimprese, piccole e medie imprese, per i giovani professionisti e per le imprese di nuova costituzione». Di conseguenza il bonus alla certificazione di buona condotta delle imprese deve essere configurato in maniera da premiare i concorrenti che lo hanno conseguito rispetto a quelli che, pur essendo in condizione di farlo, non vi sono riusciti, senza però danneggiare i soggetti che non sono in condizione di conseguire il rating di legalità.

In altri termini, per rispettare le condizioni di legalità prescritte dal Consiglio di Stato, la legge di gara deve prevedere l’attribuzione di un punteggio premiale per i concorrenti operanti in Italia, iscritti al registro delle imprese da almeno due anni e con un fatturato minimo pari ad almeno due milioni di euro che abbiano ottenuto il rating di legalità, mentre a favore delle imprese estere, di quelle di nuova costituzione e di quelle carenti del previsto fatturato devono essere previsti altri benefici oppure deve essere consentito loro «di comprovare altrimenti la sussistenza delle condizioni o l’impiego delle misure previste per l’attribuzione del rating»…. «a meno che la stazione appaltante non sappia già, nella predisposizione del bando di gara o della lettera di invito, che alla procedura potranno partecipare solo imprese potenzialmente idonee ad avere il rating» (vedi le Linee guida Anac n.2, di cui alla delibera n. 1005 del 21 settembre 2016).

La pronuncia del Consiglio di Stato

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16/10/2019 – Il Sole 24 ore – Edilizia e territorio

Civitavecchia, consegnato a Rcm costruzioni il cantiere per il pontile della darsena

  1. E. T.

L’impresa salernitana è esecutrice delle opere per conto del Consorzio stabile Grandi Lavori

L’impresa salernitana Rcm Costruzioni approda al porto di Civitavecchia. Come azienda esecutrice per il Consorzio Stabile Grandi Lavori, l’impresa di Sarno realizzerà il pontile della nuova darsena traghetti nell’ambito del progetto «BClink: MOS for the future».

Martedì 15 ottobre in rappresentanza del gruppo, i fratelli Elio ed Eugenio Rainone hanno ricevuto dall’Autorità di Sistema Portuale del Mar Tirreno Centro Settentrionale la consegna del cantiere. L’opera, che sarà realizzata presumibilmente in 12 mesi, avrà ricadute positive anche a livello occupazionale.

«Per la Rcm Costruzioni questo intervento rappresenta- hanno dichiarato Elio ed Eugenio Rainone – la possibilità di confermare la consolidata esperienza del nostro gruppo nella realizzazione di importanti infrastrutture portuali, aggiungendo l’intervento di Civitavecchia all’elenco di lavori effettuati e in corso in numerosi e importanti porti italiani». Alla società F&M Ingegneria, leader in Europa nel settore della progettazione delle opere marittime, il compito, attraverso l’ingegnere Tommaso Tassi, di curare la progettazione esecutiva, coordinata alla proposta migliorativa.

Il progetto di Civitavecchia, co-finanziato dalla Commissione europea, è di fondamentale importanza per rispondere all’aumento e all’ulteriore sviluppo del traffico Ro-Ro e Ro-Pax non solo sulla rotta Civitavecchia-Barcellona, sempre più competitiva, anche in ragione dei vantaggi di carattere ambientale, ma anche, in virtù dell’attività di promozione che l’Authority sta portando avanti, sulle potenziali nuove linee marittime con il nord Africa.

«Siamo in una fase molto importante per le Autostrade del Mare. Grazie al progetto “BClink” avremo un ulteriore rafforzamento del corridoio intermodale tra il porto di Civitavecchia e il porto di Barcellona con benefici non solo in termini di traffici ma anche in termini di sicurezza e sotto il profilo ambientale. Il trasporto intermodale, infatti, in cui la componente marittima sia prevalente, determina indubbi vantaggi sulla riduzione delle emissioni nocive nell’aria, rispetto al trasporto tutto su gomma, e contribuisce a decongestionare il traffico sulle nostre strade e autostrade», dichiara il presidente dell’Autorità di Sistema Portuale del Mar Tirreno Centro Settentrionale, Francesco Maria di Majo. «Con il completamento di opere infrastrutturali portuali come la nuova darsena traghetti il porto di Civitavecchia assurgerà, quindi, a vero e proprio polo dei segmenti Ro-Ro e Ro-Pax (principalmente collegamenti di linea con Tunisi e Barcellona) dell’Italia Centrale», ha concluso di Majo.

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