Rassegna stampa 14 ottobre 2019

12/10/2019 – Corriere della Sera
Asm Energia, A2A rileva il 45%

Multiutility
MILANO A2A, controllata dai Comuni di Milano e Brescia, prosegue nel suo progetto di crescita attraverso il modello della multiutility dei territori, concentrandosi questa volta sui clienti domestici: il gruppo guidato da Valerio Camerano, attraverso la controllata A2A Energia, ha acquisito da Libera Energia il 45% di Asm Energia, società di vendita di gas ed energia elettrica attiva nel territorio della Lomellina. Asm Energia ha un portafoglio di oltre 40 mila clienti, di cui circa 30 mila per la fornitura del gas naturale, situati nei comuni di Vigevano, Mortara e nei territori vicini. Dopo l’ acquisizione, A2A Energia e Asm Vigevano e Lomellina (socio di maggioranza di Asm Energia) definiranno i patti parasociali utili per l’ accelerazione del percorso di sviluppo di Asm Energia e il consolidamento della società da parte di A2A.

11/10/2019 – Italia Oggi

E-procurement, nessun contributo spese è dovuto

L’ illegittimità della richiesta è stata chiarita dall’ Anac
Richiedere all’ aggiudicatario di una procedura di gara una gara telematica (e-procurement) un contributo per l’ utilizzo di una piattaforma digitale, oltre a non essere previsto dalla normativa vigente, può essere causa di indebito arricchimento sul piano civilistico. Lo ha affermato l’ Autorità nazionale anticorruzione (Anac) con la delibera n. 780 del 4 settembre 2019, a valle di una indagine effettuata sull’ attività contrattuale svolta da Asmel, la centrale di committenza operativa in regione Campania che ha messo a disposizione dei comuni locali una piattaforma di e-procurement. Era stata posta la questione della legittimità del contributo a carico degli aggiudicatari delle gare (pari all’ 1,5% del valore del contratto, importo che doveva poi essere ridotto all’ 1% e poi azzerato). L’ Anac, dopo avere premesso che la parziale riduzione dell’ ammontare «dell’ illegittimo contributo posto in capo all’ aggiudicatario» non poteva sanare l’ illegittimità della previsione, aveva richiesto ad Asmel (che si era impegnata in tal senso) di rendere gratuito l’ utilizzo della piattaforma. Effettuata però una analisi delle procedure di gara emesse da comuni che avevano utilizzato la piattaforma Asmel era emerso che la clausola contemplante l’ obbligo in capo all’ aggiudicatario di pagamento del 1% forfettario dei costi della gara «continuava a persistere». L’ Autorità ha messo in evidenza che, anche ammettendo che tale anomalia fosse il frutto della negligenza di alcuni comuni associati, la pretesa del contributo «in assenza di espressa previsione di legge, nazionale o regionale, non può in alcun caso giustificarsi, sia pure se finalizzata a fornire alla stazione appaltante un rimborso, anche in via forfettaria, delle spese di gestione». L’ Autorità ha aggiunto che, anche ammettendo che la responsabilità di tali addebiti sia da attribuire ai comuni consorziati, «dovrebbe essere la stessa associazione a vigilare affinché i bandi di gara dei propri associati siano conformi al dettato normativo che non prevede, in maniera assoluta, tale modalità di attribuzione delle spese di gara a carico dell’ aggiudicatario». Dal punto di vista dell’ entità del contributo, definito in misura fissa rispetto all’ importo a base di gara, esso, ha detto l’ Anac, «risulta oggettivamente irrazionale e incongruo», in quanto non coerente con l’ obiettivo di recuperare i costi sostenuti per l’ utilizzo della piattaforma telematica. Non esiste quindi uno stretto legame fra attività prestata e entità del contributo, fortemente variabile non in relazione alle attività rese (tendenzialmente uguali) bensì al solo valore dell’ appalto. In sostanza verrebbe snaturato il fine di mero «rimborso dei costi sostenuti». L’ Autorità ha concluso nel senso di ritenere l’ onere contributivo privo di giustificazione causale; non solo: si aggiunge che in assenza di un’ espressa previsione normativa potrebbe configurarsi sul piano civilistico anche un «indebito arricchimento». Infine, ha detto l’ Anac, l’ obbligo di corresponsione di un contributo, percepito come illegittimo dagli stessi operatori economici, rischierebbe di ingenerare anche un effetto anticoncorrenziale dato dal possibile rifiuto dell’ aggiudicatario a corrisponderne l’ importo. © Riproduzione riservata.

11/10/2019 – Italia Oggi
Ripresa per i contratti pubblici

Aumentati in numero e valore secondo i dati contenuti nel report dell’ Anticorruzione
Affidamenti diretti per 2 mld. Lombardia la più dinamica
Nel primo quadrimestre 2019 i contratti pubblici sono tornati a correre, con un aumento in numero e in valore, merito soprattutto degli appalti di maggiore importo; sono circa 2 i miliardi affidati in via diretta; la Lombardia è la regione più dinamica. È questo il positivo dato della relazione dell’ Anac (Autorità nazionale anticorruzione) diffusa in settimana e che prende in considerazione il primo quadrimestre del 2019. Come sempre, il report, aggiornato alla fine del mese di agosto 2019, fa riferimento alle procedure di affidamento (bandi e inviti di importo a base di gara pari o superiore a 40 mila euro) cosiddetti perfezionate per le quali cioè è stato pubblicato un bando (nel caso di procedure aperte) o è stata inviata una lettera di invito (nel caso di procedure ristrette o negoziate) ovvero è stata manifestata la volontà di affidare l’ appalto (nel caso di affidamenti diretti). Dopo la frenata dell’ ultimo scorcio del 2018, i dati evidenziano come nel primo quadrimestre del 2019 il mercato degli appalti nella sua totalità (servizi, forniture e lavori) sia tornato a crescere. Rispetto allo stesso periodo dell’ anno precedente, il comparto ha fatto registrare un aumento del 12,3% per numero di procedure e del 36,8% per importo complessivo (+15 mld). Sono i settori ordinari a crescere più di quelli speciali (acqua, energia e trasporti): il valore dei primi registrano un aumento del 63% in valore (attestandosi su un importo di 46,7 miliardi), mentre i secondi scendono del 23% (9,2 miliardi). Questo risultato è dovuto soprattutto ad appalti di grandi dimensioni, in particolare quelli banditi da centrali di committenza e soggetti aggregatori nel settore della sanità, che hanno comportato un aumento del 164,2% nel settore delle forniture ordinarie e del 157,3% nelle gare di importo superiore ai 25 milioni. Nei settori ordinari crescono, oltre alle forniture, anche i servizi (+21,3%) e i lavori (+23,4%), per un totale del quadrimestre di circa 6 miliardi di gare bandite. Da segnalare anche la crescita della fascia 40-150 mila euro, per i quali la Legge di bilancio ha consentito per il 2019 l’ affidamento diretto previa consultazione, ove esistenti, di tre operatori economici: sommando il settore ordinario e quello speciale, gli appalti sono cresciuti del 18% (+337 mln), una percentuale inferiore rispetto alla tendenza rilevata a livello generale. Sono in riduzione (-43%) gli appalti oltre i 25 milioni di euro messi in gara nei settori speciali e, in misura minore quelli compresi fra 5 e 25 milioni (-21,7%). Sempre con riguardo alle procedure di scelta del contraente, l’ analisi comparata della domanda complessiva mostra un aumento degli affidamenti diretti nei settori ordinari pari al 16,2% in valore (pari in termini assoluti a 1,5 miliardi) ai quali vanno aggiunti il quasi mezzo miliardo di affidamenti diretti nei settori speciali. Le procedure aperte bandite nei settori ordinari sono quasi raddoppiate (da 17 a 35 miliardi), mentre nei settori speciali sono sostanzialmente stazionarie (+2,4%). Le procedure negoziate senza previa pubblicazione di un bando di gara aumentano nei settori ordinari (+40,7% in valore, circa 512 milioni) e si riducono nei settori speciali del 3.5%, ma rimangono sempre su valori più altri (2,5 miliardi, il quintuplo dei settori ordinari). Fra le regioni, la più dinamica è la Lombardia (28% del totale degli appalti, seguita dall’ Emilia Romagna (7,1%), dal Piemonte, dalla Sicilia e dalla Toscana; chiude la Valle d’ Aosta con lo 0,1%, pari a 63 milioni di valore affidato nei primi quattro mesi del 2019. © Riproduzione riservata. PAGINA A CURA DI ANDREA MASCOLINI

11/10/2019 – Libero
«Così hanno incastrato Romeo nell’inchiesta su Consip»

RENATO FARINA La notizia è questa, e la diamo con un certo tremolio nelle dita che battono i tasti. Il colossale edificio giudiziario-politico-mediatico denominato Consip ha una pietra angolare contro cui ieri l’ avvocato Giandomenico Caiazza ha vibrato una picconata che potrebbe (forse, può essere, trovate voi altri sinonimi) aver mandato in frantumi la mattonella su cui si regge la baracca accusatoria del caso che ha sconquassato la vita politica italiana dal 2016 ad oggi. Caiazza, non è un kamikaze, si gioca la reputazione, essendo il presidente delle Camere penali italiane. Negli scorsi mesi il legale di Alfredo Romeo, che è il principale imputato, ha incaricato una società investigativa privata di svolgere indagini difensive. Da esse risulterebbe che il principale e unico testimone d’ accusa su cui si regge tutto l’ ambaradan sia a libro paga della società che ha ricavato il massimo beneficio da questa torbida faccenda. Ovvio che il testimone non sia più credibile, e la pistola fumante – secondo l’ interpretazione di Caiazza – si riveli essere una rivoltella ad acqua, e pure putrida. Occorre introdurre nomi, fatti, circostanze per decifrare l’ importanza di una mossa alla Perry Mason che è sì teatrale ma rischia di essere devastante. Consip è acronimo di Concessionaria Servizi Informativi Pubblici: è la centrale acquisti della pubblica amministrazione italiana e il suo azionista unico è il ministero dell’ Economia e delle Finanza (Mef). Gestisce appalti giganteschi. Un esempio: la pulizia delle scuole e dei Tribunali, delle caserme e dei ministeri. Non solo pulizie, ma manutenzione eccetera eccetera. L’ ORIGINE DI TUTTO La sigla coincide nella memoria di tutti con un gigantesco groviglio di serpenti a sonagli peraltro ancora sibilante e in movimento. Trattasi dell’ immenso casino che ha preso per il collo Renzi quand’ era presidente del Consiglio attraverso il suo babbo Tiziano, ha messo sotto accusa un ministro (Lotti, ora a processo), comandanti generali e regionali dei carabinieri, coinvolto magistrati e Csm, si è insinuata nei servizi segreti, e l’ elenco di certo è incompleto. Ebbene, questo rio delle Amazzoni ha per sorgente un piccolo episodio, un rivoletto di euro infinitesimo rispetto al giro di affari in gioco (circa 2,3 miliardi). Andò così. Dopo una perquisizione, un funzionario del Consip, Marco Gasparri, si accusò di corruzione e chiamò a correo il titolare di un’ impresa del settore con 20mila dipendenti, Alfredo Romeo. Costui gli avrebbe versato nel corso di quattro anni 100mila euro per avere notizie utili ad aggiudicarsi fette di torta da centinaia di milioni. Gasparri fu creduto. Romeo fu arrestato, e trascorse da quel dì del mese di febbraio 2017, 168 (centosessantotto) giorni in custodia cautelare. Quella testimonianza, raccolta dal pm napoletano Henry John Woodcock , fu il tassello decisivo per dare credibilità al teorema dell’ esistenza di un’ associazione criminale, in gergo “il sistema Romeo”. Una macchina perfetta, oliata da tangenti, il cui motore era politico, e aveva per stantuffo Tiziano Renzi, con il suo giro di conoscenze e aderenze nel Giglio magico. In realtà alcune comunicazioni all’ interno del Noe dei carabinieri, a cui Woodcock aveva affidato l’ indagine, mostrano una straordinaria attitudine a incolpare a viva forza il barbuto padre dell’ ex premier, a cui vengono (per errore involontario, ha sentenziato il gup) attribuiti incontri con Romeo. LA SCOPERTA Il sospetto, che ha spinto i pm di Roma, ora titolari del fascicolo, a ricorrere contro la decisione del gup, è che si sia voluto, a costo di forzature illegittime, coinvolgere la famiglia Renzi. Perché? Vattelapesca. Lotta politica dentro il Pd, opacità e rivalità tra corpi dello Stato. Nel frattempo, la palla – come si sarà capito – era poi passata Roma, dove si svolge il processo. Tiziano Renzi è stato prosciolto. L’ imputato principale resta Romeo. E ieri il colpo di scena lo esprimiamo, per evitare sbagli, con le parole della difesa riferite dall’ Adnkronos: «Abbiamo accertato che Marco Gasparri, il testimone d’ accusa, intrattiene una costante collaborazione professionale con una della società concorrenti che, proprio grazie alle sue accuse ad Alfredo Romeo, è subentrata alla Romeo Gestioni Spa al primo posto nella graduatoria per l’ aggiudicazione di alcuni lotti della gara Fm4 Consip, per un valore di circa 400 milioni di euro. Analoga evidenza riguarda il fratello Carlo Gasparri. Alla luce di ciò riteniamo Marco Gasparri totalmente inaffidabile». I pm sono di avviso contrario, ovvio. Vedremo. Ci preme sottolineare la condizione insopportabile in questo Paese di uno che resta innocente, ed ha già scontato 168 giorni di prigionia, ed è costretto a scoprire da solo che la prova regina forse era una prova di cartapesta. L’ uomo è molto ricco, e si capisce che le sue vicende non suscitino tenerezza. Per di più è in grado di pagarsi fior di avvocati e agenzie investigative, che i comuni mortali si sognano. Di certo, la sua storia è la prova che quando i pm ti puntano una volta, se anche perdono, poi tornano. Fatto sta che secondo calcoli che ci sfuggono in qualche ufficio dotato di manette si avverte l’ impellente necessità di arrestare Alfredo Romeo. E lo si fa. È un esercizio che è cominciato nel 2008. 75 giorni a Poggioreale, 12 capi di imputazione: tra i quali corruzione, turbativa d’ asta, rivelazione di segreto, associazione a delinquere. Impianto accusatorio demolito. riproduzione riservata.

13/10/2019 – L’Espresso
CONSIP

entro il pozzo oscuro dello scandalo Consip ci sono tante cose. C’ è l’ inchiesta romana che ha portato qualche giorno fa al rinvio a giudizio di alti ufficiali dei carabinieri e di un pezzo grosso del Pd come Luca Lotti, accusati di aver fatto trapelare notizie riservate e aver rovinato volutamente le indagini sul grande appalto da 2,7 miliardi di euro della procura di Napoli. C’ è lo scontro tra i pm di Roma e il maggiore Gianpaolo Scafarto, l’ investigatore accusato di falso e depistaggio, ma prosciolto da ogni accusa dal Gup Clementina Forleo la scorsa settimana. E le presunte manovre di Tiziano Renzi e del suo sodale Carlo Russo, entrambi indagati per traffico di influenze illecite per aver tentato di favorire i business dell’ imprenditore Alfredo Romeo (i magistrati hanno chiesto per la seconda volta l’ archiviazione del babbo del leader di Italia Viva: il gip deciderà a giorni se dare l’ ok, ordinare altre indagini oppure procedere con un’ imputazione coatta). Ma nel vaso di Pandora di Consip c’ è pure l’ altro filone. Quello incentrato sulla figura di Romeo, assurto fin da principio a “grande corruttore” dell’ affaire. Tutto lo scandalo parte da lui. O meglio, dalle accuse di corruzione della procura di Napoli e dei carabinieri del Noe contro il boss indiscusso del facility management nazionale. Romeo nel marzo del 2017, dopo che le carte partenopee gonfie di intercettazioni vengono spedite per competenza nella Capitale, viene arrestato. L’ accusa è grave: aver comprato un alto dirigente della Consip, Marco Gasparri, per ottenere notizie riservate dei bandi di gara, e vincere poi i lotti della gara FM4, la più ricca d’ Europa, con il trucco. Accuse che appaiono circostanziate: perché è lo stesso Gasparri che, dopo 9 giorni da una prima perquisizione, decide di vuotare il sacco davanti ai pm napoletani Henry John Woodcock e Celeste Carrano, ammettendo di aver preso denaro in contanti direttamente dalle mani di Romeo, e spiegando di aver venduto all’ imprenditore di Cesa la sua funzione pubblica intascando somme ingenti per quattro anni. La mazzetta finale arriverebbe, secondo i pm, a circa 100 mila euro. La confessione piena e la chiamata in correità ha portato Gasparri, nel settembre 2017, a patteggiare un anno e otto mesi di carcere, e ha sprofondato Romeo nel gorgo del processo di cui giovedì scorso si è tenuta la prima udienza. In aula l’ imprenditore si gioca non solo una condanna penale, ma anche il futuro della sua Romeo Gestioni: dopo l’ inchiesta e le accuse di Gasparri la società è stata esclusa prima dalla gara incriminata, la FM4, poi da altri sei bandi di Consip dal valore di centinaia di milioni di euro. Tutti erano certi che Romeo – che ha sempre dichiarato di non aver mai girato un centesimo a Gasparri – si sarebbe difeso fin da subito con le unghie e con i denti. Ma nessuno poteva immaginare il colpo di scena che aveva in canna. L’ avvocato di Romeo Gian Domenico Caiazza ha infatti chiesto ai giudici di depositare agli atti del processo il rapporto di un’ agenzia di intelligence privata, la Dogma. Si è scoperto così che lo scorso marzo l’ imprenditore ha deciso di ingaggiare un gruppo di investigatori a cui ha delegato indagini difensive preventive. Obiettivo principale degli agenti di Dogma (tra cui ci sono molti ex carabinieri) è proprio il grande accusatore del loro cliente, Marco Gasparri. Che è stato pedinato e fotografato per 101 giorni, dalla mattina alla sera, alla ricerca spasmodica di elementi che potessero essere utili alla difesa di Romeo. Ebbene, secondo gli avvocati difensori gli investigatori privati avrebbero fatto bingo. Trovando evidenze di «costanti rapporti di lavoro», si legge nel report di Dogma, «l’ architetto Gasparri» e una società, la Team Service, «la quale, già classificatasi seconda in graduatoria nei lotti 3 e 18 della gara FM4 bandita da Consip, in conseguenza dell’ esclusione dalla suddetta gara derivante dalla chiamata in correità di Alfredo Romeo da parte del Gasparri, diviene prima in graduatoria in luogo della Romeo Gestioni spa, per un importo pari a circa 388 milioni». Da marzo 2019 fino allo scorso 1 ottobre, Gasparri è stato seguito «per un totale di 101 giorni esclusi i sabato e le domeniche», e sarebbe stato visto entrare e uscire negli uffici dei rivali di Romeo per 51 volte. «In particolare, lo stesso è stato notato più volte» scrivono allegando fotografie e riprese video «alla stessa finestra degli uffici occupati dalla direzione della Team Service al sesto piano». Il rapporto degli 007 di Romeo mette l’ accento su quelle che sarebbero altre evidenze. L’ esistenza di una società di consulenza di Gasparri aperta a marzo del 2018, a qualche mese dal patteggiamento, chiamata Magas (che quell’ anno, risulta all’ Espresso, ha fatturato 76 mila euro). E anche i rapporti professionali di un fratello dell’ architetto Gasparri, che frequenterebbe anche lui «costantemente» gli uffici della Team Service. L’ Espresso ha cercato l’ architetto e i vecchi concorrenti di Romeo per capire se e quando avessero affidato incarichi professionali all’ ex direttore Consip dopo il patteggiamento per corruzione: al telefono hanno confermato che Gasparri è di casa ( «non è ancora arrivato in ufficio», spiegano), ma né lui né i dirigenti dell’ azienda ci hanno richiamato. IN AFFARI COL NEMICO Oltre i rapporti con chi ha preso il posto della Romeo come possibile vincitore di alcuni lotti della gara FM4, il dossier fa le pulci anche al tenore di vita di Gasparri, sostenendo che l’ ex funzionario spiato «a differenza di quanto da lui affermato in fase di incidente probatorio, dove lo stesso dichiara di aver dimezzato il suo tenore di vita», avrebbe invece un livello di spese personali elevate. Lo dimostrerebbe la frequentazione assidua del Circolo Tiro a Volo di Roma, i ristoranti di lusso, gli hotel «medio alti», le visite a centri massaggi e viaggi in prima classe. Caiazza, sentito dall’ Espresso, spiega che a suo parere le scoperte saranno utili per smontare le accuse contro “il grande corruttore”. «I rapporti tra Gasparri e la società che grazie alle sue dichiarazioni contro Romeo è diventata aggiudicataria di bandi da centinaia di milioni di euro sembrano lampanti. Ora è legittimo chiedere al tribunale di verificare se questo rapporto nasca nel contesto di un accordo. E se dunque le dichiarazioni accusatorie possano avere avuto una spiegazione diversa da quella che viene data da Gasparri. Questo dossier evidenzia che Gasparri non è più credibile. E a parte le sue parole, non ci sono a nostro parere riscontri confermativi delle mazzette di cui lui parla». Il report di Dogma mette in evidenza pure quelli che, a parere della difesa, sarebbero altri punti deboli dell’ accusa. Come la relazione di servizio dei Carabinieri del Noe sull’ attività che portò alla prima identificazione su un taxi di Gasparri a fine novembre 2016 (redatta mesi dopo e firmata da un militare che però, quel giorno, sarebbe stato in Sardegna come dimostrerebbero alcuni post su Facebook); il fatto che nel decreto di perquisizione del 7 dicembre 2016 deciso dalla procura di Napoli si farebbe riferimento «a fatti specifici che vengono evidenziati dal Gasparri» solo nell’ interrogatorio di 9 giorni dopo; e la discordanza delle dichiarazioni di Gasparri, che se ammette di aver preso soldi ai pm a dicembre 2016, a marzo 2017 avrebbe poi negato «nelle giustificazioni inviate a Consip… di aver percepito somme di denaro» da Romeo. I PM: ABBIAMO LE PROVE Insomma, il colpo di scena servirebbe a screditare completamente il test che ha portato Romeo in galera. Cercando di aprire scenari che per la procura di Roma appaiono però altamente improbabili. Fonti di Piazzale Clodio si dicono più che tranquille dagli elementi di prova che hanno in tasca. Che Gasparri possa lavorare oggi per un’ azienda di facility management non desta allarme: Gasparri è un esperto del ramo (Romeo lo chiamava il “prototipatore”) e nel campo – dopo aver lavorato per oltre tre lustri in Consip – è certamente uno dei più bravi. Oltre alla confessione di Gasparri (il gip Gaspare Sturzo che ne ordina gli arresti nel 2017 evidenzia «l’ assenza di motivi per rendere false dichiarazioni a carico del Romeo»), i pm romani hanno in mano anche “pizzini” con il nome dell’ architetto, e alcune intercettazioni in cui l’ allora funzionario Consip dà all’ imprenditore indicazioni tecniche per correggere gli “errori” dei consulenti che progettavano le gare («senza il suo intervento Romeo con molta probabilità sarebbe stato escluso da tutti i lotti ai quali ha partecipato», chiosa Sturzo nel dispositivo). Soprattutto, hanno in tasca quelle in cui si parlerebbe chiaramente di promesse di passaggio di denaro tra i due. «Però avvocato una cosa! Mi è rimasto “quaranta” indietro…», dice Gasparri a Romeo in uno degli ultimi incontri, a ottobre 2016, prima di salutarsi. «Va bene» risponde Romeo. «Ma tanto eh? Sto in difficoltà, vediamo…». «No, fra poco… C’ ho una buona notizia oggi. No, va bene!». E Gasparri, bisbigliando: «È… per quello. Ce la fa?». «Sì sì» chiude Romeo. Prova inconfutabile di scambi di soldi, secondo l’ accusa. Mentre la difesa spiega che Gasparri non dice «quaranta indietro», ma «ma tanto indietro». Frase che non sarebbero affatto da collegare «alla disponibilità di Romeo di sborsare una cifra importante, 40 mila euro» come sostiene l’ accusa, ma ad aspetti tecnici legati ai bandi di gara a cui la Romeo Gestioni sta partecipando. Vedremo. I rapporti tra Romeo e Gasparri, certamente in pieno conflitto d’ interessi, durano anni. E i magistrati puntano sull’ altissima probabilità che il funzionario, per aiutare il gruppo Romeo, sia stato per forza ricompensato. Come lui stesso ha ammesso a verbale, aggiungendo pure che l’ imprenditore napoletano gli avrebbe chiesto anche di concordare una versione di comodo per inquinare le prove. Per i pm l’ architetto avrebbe venduto la sua funzione di pubblico ufficiale non solo in cambio di tangenti prese in contanti «dal “nero” dell’ albergo di Romeo a Napoli», ma anche con promesse di ulteriori benefici. In altre intercettazioni, in effetti, i due parlano di altri business, di «un bonus inglese», che secondo l’ accusa nient’ altro sarebbe che la promessa fatta da Romeo a Gasparri di diventare capo di una struttura allocata in un hotel in Inghilterra di proprietà dell’ imprenditore «funzionale per gestire la gare d’ appalto». Il metodo criminale che per i pm sarebbe confermato da altre imputazioni portate avanti dalla procura di Napoli, che in un altro processo sta tentanto di inchiodare Romeo per diversi presunti episodi corruttivi, come favori e regali ad alcuni ex dirigenti e dipendenti del Comune di Napoli, e a una funzionaria della Soprintendenza di Roma. «In questo caso la prova del fatto che io sia un corruttore è una pianta grassa, un myrtillocactus del valore di una quarantina di euro. Se fossi un giudice sereno direi: “Ma mi faccia il piacere”» ha ironizzato Romeo qualche giorno fa in una nota. «Io per l’ opinione pubblica sono divisivo al 50 per cento. Diavolo o vittima. Buono o cattivo. Per me si tifa contro o a favore. Difficile che qualcuno si applichi a vedere i fatti. Spero però che lo faranno i giudici di merito». n l’ imprenditore arrestato nel 2017 indaga sul suo accusatore. e spunta un dossier Politica e affari Prima Pagina Prima Pagina Politica e affari. EMILIANO FITTIPALDI

13/10/2019 – Il Messaggero
Alitalia, stretta sui tempi supplementari

Legali al lavoro su una lettera congiunta di Fs e Atlantia per presentare il piano con Delta e Mef a fine ottobre Domani i partner italiani incontrano separatamente i vertici di Lufthansa sebbene sia difficile un coinvolgimento dei tedeschi
LA TRATTATIVA ROMA Il cerchio non è ancora chiuso sulla formazione del consorzio per il rilancio di Alitalia da presentare alla scadenza del 15 ottobre. Ma l’ obiettivo, stando al clima che si respirava ieri tra i partner che insieme a Fs sono in pista per l’ operazione, è superare la scadenza di martedì presentando ai commissari straordinari della compagnia – quindi al governo e in particolare al ministro dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli – una proposta con un percorso a tappe: subito una lettera in cui si formalizza l’ interesse ad andare avanti, un appiglio giuridico per anticipare lo schema di massima della newco, per poi prendere altre due o tre settimane di tempo per la presentazione del piano industriale e del nome dell’ ad. Questo schema permetterebbe ai commissari di incassare qualcosa di concreto, dopo aver accordato ben sei proroghe dall’ avvio della procedura, ma permetterebbe anche al ministro Patuanelli di rispettare, come promesso, la scadenza del 15 ottobre, almeno per l’ impegno congiunto dei partner, concedendo uno slittamento del termine per la presentazione formale dell’ offerta vincolante. Di questo discuteranno proprio martedì i cda già in calendario di FS ed Atlantia.In particolare, la società della famiglia Benetton dovrà confermare la sua disponibilità a proseguire la trattativa dopo gli ultimi dubbi sul piano industriale. GLI OSTACOLI Il nodo della quota di Delta e qualche limatura nel piano richiesta da Atlantia, soprattutto sul traffico verso gli Usa, rimangono i punti cruciali sul tavolo accanto a quello degli esuberi, al centro anche ieri dei contatti tecnici tra i partner della Newco, Fs, Atlantia, Delta e Mef. Il nodo è anche politico, visto che il governo dovrebbe mettere in conto uno stanziamento per l’ eventuale prestito ponte e per circa 2.000 esuberi. I lavori tra tecnici e legali continueranno anche oggi e probabilmente, dicono fonti vicine al dossier, si arriverà in extremis alla soluzione giuridica che permette di prendere tempo, anche per convincere Delta a impegnarsi con più del 10%, come auspicato anche dal premier Giuseppe Conte. Del resto, un ruolo importante nel pressing sugli americani potrebbe giocarlo una trattativa con Lufthansa che finora ha promesso solo una partnership commerciale. Non a caso domani pomeriggio i vertici di Fs e di Atlantia, incontreranno separatamente la prima linea di Lufthansa per capire i possibili margini di un suo coinvolgimento nel capitale. I PALETTI UE Il documento con l’ impegno dei partner e la richiesta dei tempi supplementari per gli ultimi dettagli del piano permetterebbero in effetti ai tre commissari di Alitalia, Stefano Paleari, Enrico Laghi e Daniele Discepolo, di girare la richiesta al Mise, scongiurando la messa in liquidazione della compagnia. Il segnale concreto permetterebbe d’ altra parte a Patuanelli di fissare al 31 ottobre il termine per la presentazione formale dell’ offerta vincolante. Difficile immaginare uno slittamento a novembre. Anche perché la partita della vendita di Alitalia è uno di quei dossier che i commissari straordinari dovranno portare a Bruxelles, il più presto possibile, appena ricevuto il piano industriale. Sono due i fronti su cui discutere con la Commissione: il dossier aperto sugli aiuti di Stato e quello Antitrust. A quel punto finirà sul tavolo Ue anche l’ ipotesi di un nuovo prestito ponte da parte del governo. «La data del 15 ottobre deve essere rispettata. E quindi non c’ è necessità di un nuovo prestito ponte», aveva detto Patuanelli nei giorni scorsi. E in effetti si potrà parlare di un nuovo prestito soltanto dopo l’ offerta. Solo allora, spiega una fonte vicina al dossier, in base ai tempi previsti dall’ avvio del piano di rilancio, si potrà parlare con l’ Ue di un nuovo intervento del governo senza inciampare nelle norme sugli aiuti di Stato. A settembre la liquidità di Alitalia era scesa a 310 milioni. Quanto basta per arrivare a fine anno, non oltre. Roberta Amoruso © RIPRODUZIONE RISERVATA.

14/10/2019 – Il Corriere della sera

Alitalia perde ogni giorno 715 mila euro

di Leonard Berberi

ei primi nove mesi di quest’anno la cassa di Alitalia si è ridotta in media di 715.328,46 euro. Al giorno. Molto meno dei circa due milioni della primavera 2017 che poi ha portato la liquidità ad essere in negativo per 92 milioni di euro il 31 dicembre 2017. Ma comunque tanto. Così dopo il prestito ponte di 900 milioni di euro (consegnato in due tranche, da 600 e 300 milioni) potrebbe esserci bisogno di staccare un altro assegno da 250 milioni per gestire la transizione tra la vecchia e la nuova Alitalia. Sono questi alcuni dei dati che emergono dall’analisi del Corriere incrociando i documenti depositati in Parlamento, le note della compagnia e alcuni bilanci consegnati a chi si occupa della gestione commissariale.

Le date

Commissari che stanno amministrando il vettore dal 2 maggio 2017, cioè quasi 900 giorni. Il 15 ottobre scade il termine per consegnare l’offerta vincolante per rilevare e rilanciare Alitalia. Una data che sarà prorogata per la settima volta per dare tempo alla cordata Ferrovie dello Stato-Atlantia-Delta Air Lines di definire un piano industriale condiviso. E come se non bastasse oggi, il 14 ottobre, FS e Atlantia — separatamente — parleranno pure con Lufthansa che si è riaffacciata offrendo una forte partnership commerciale, ma nulla di più. Per ora.

L’altro rilancio

Intanto la cassa di Alitalia continua a erodersi. Un quadro chiaro della sua evoluzione lo si più tracciare sin da dicembre 2014, cioè pochi mesi dopo l’ingresso di Etihad Airways, società degli Emirati Arabi Uniti in forte ascesa. Poco prima delle quattro del pomeriggio dell’8 agosto di quell’anno gli allora amministratori delegati Gabriele Del Torchio (Alitalia) e James Hogan (Etihad) firmano l’accordo di investimento e di cessione del 49% del vettore tricolore (l’altro 51% finisce nella mani della nuova Midco Spa, tutta italiana). «Vogliamo un’Alitalia più sexy e con i migliori servizi possibili», annuncia Hogan.

Alitalia perde ogni giorno 715 mila euro

L’amministrazione straordinaria

Il 31 dicembre del 2014 la cassa della compagnia italo-emiratina ammonta a 446 milioni di euro. L’anno successivo sale a 504 milioni, stando ai documenti consultati dal Corriere. Frutto anche di buona parte degli 1,76 miliardi di euro di ricapitalizzazione di una società che rinasce senza i debiti pregressi. Non dura molto. Già a novembre 2016 negli ambienti di Etihad iniziano le preoccupazioni sull’investimento. A gennaio 2017 si decide per un intervento drastico — sul personale e sulla flotta — da sottoporre al referendum ai dipendenti. Referendum che boccia il piano di rilancio. Etihad fa un passo indietro, il governo nomina tre commissari straordinari (Luigi Gubitosi, Stefano Paleari, Enrico Laghi) che dovranno preoccuparsi di gestire e vendere il vettore.

Il prestito

Il 2 maggio 2017 — giorno dell’avvio dell’amministrazione straordinaria — i numeri della cassa di Alitalia sono drammatici. La liquidità è scesa a 83 milioni di euro e intanto sono stati venduti 4,5 milioni di biglietti «per un controvalore di circa 531 milioni», ricordano i commissari nelle varie audizioni al Parlamento. Si tratta di un enorme debito: sono persone che bisogna far volare, soprattutto d’estate. Poi c’è la Iata, l’associazione internazionale delle compagnie, che chiede subito 118 milioni per tutelare i passeggeri (e i vettori) dall’eventuale default. Lo stesso 2 maggio il governo stanzia 600 milioni. Senza questi il 31 dicembre 2017 la cassa del vettore avrebbe registrato -92 milioni.

Alitalia perde ogni giorno 715 mila euro

L’evoluzione

Altri 300 milioni di prestito arrivano nel primo trimestre del 2018. Il 31 marzo di quell’anno nelle casse di Alitalia si contano 728 milioni. Il mese dopo la liquidità aumenta a 769 milioni per effetto della vendita dei voli estivi. E infatti con le prenotazioni autunnali il 30 giugno la cassa torna a ridursi, di poco, a 763 milioni. Non incrementerà più. Il 30 settembre 2018 ci sono 135 milioni in meno rispetto a tre mesi prima, il 31 dicembre l’anno si chiude con 506 milioni. Il 30 giugno 2019 la liquidità ammonta a 453 milioni, si riduce di mese in mese di 40 milioni (a luglio), di 52 milioni (ad agosto), di 51 milioni (a settembre).

La performance

Sulla base di queste informazioni allora è possibile effettuare un calcolo dell’evoluzione quotidiana delle casse di Alitalia. Se si prende il periodo dal 31 marzo 2018 (con all’interno i 900 milioni di euro di prestito ponte) al 30 settembre 2019 questo significa che la liquidità dell’azienda è scesa alla media di 761.384 euro al giorno. Se, invece, si considera l’intera annualità (30 settembre 2018-30 settembre 2019) allora il consumo medio è stato di 871.232 euro. Restringendo il campo al solo 2019 (1° gennaio-30 settembre) allora si tratta di 715.328 euro ogni 24 ore.

lberberi@corriere.it

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14/10/2019 – Corriere della Sera – Economia
APPALTI, FERMATE LO SGAMBETTO DEI RICORSI

A sorpresa Consiglio di Stato e Anac promuovono il Codice dei governi Renzi-Gentiloni. Raddoppiate le gare e dimezzati i contenziosi grazie alla norma che vietava le impugnazioni facili delle gare pubbliche. Ma questa regola è stata appena cancellata…
Numero di gare raddoppiato. Tasso d’ impugnazione dei bandi quasi dimezzato. Sono questi alcuni degli effetti positivi prodotti dal Codice degli appalti varato dal governo Renzi nel 2016 e poi parzialmente modificato da quello Gentiloni nel 2017. Conclusioni in controtendenza rispetto alle critiche generalizzate riportate dal corpo normativo firmato dall’ allora ministro Graziano Delrio. Deduzioni che emergono da un’ analisi, ancora inedita, realizzata dal Consiglio di Stato in collaborazione con gli uffici statistici dell’ Anac, l’ Autorità anticorruzione, sul contenzioso in materia di appalti negli anni 2017-18. Non è ancora noto cosa farà l’ attuale governo di questa materia che l’ esecutivo precedente ha parzialmente modificato con lo Sblocca-Cantieri. Intanto però l’ analisi in questione, curata dal consigliere di Stato, Giulio Veltri, aiuta a capire cosa possa aver prodotto il raddoppio delle gare e il dimezzamento della percentuale di contenzioso negli anni 2017-18. E sarà sorprendente scoprire che proprio la norma che più sembrerebbe aver innescato quegli effetti virtuosi è stata cancellata dallo Sblocca-Cantieri… Nel 2017 e 2018 il numero delle procedure di gara che sono state bandite è cresciuto esponenzialmente, soprattutto nel sottosoglia (vale a dire per quei contratti per i quali l’ importo a base di gara per l’ affidamento ed esecuzione di lavori, servizi e forniture è al di sotto delle soglie di rilevanza comunitaria). L’ analisi attribuisce con certezza questo risultato «principalmente, al consolidarsi della legislazione e del quadro normativo attuativo, nonché di quello giurisprudenziale». In particolare dai dati Anac emerge che nel 2017 sono state bandite 255.151 procedure per un ammontare complessivo posto a base di gara di 133 miliardi e 480 milioni circa. Nell’ anno successivo le gare sono state 238.101 per un importo 141 miliardi e 330 milioni circa. Insomma, rispetto al biennio precedente il numero delle gare si è raddoppiato. Sempre l’ Anac aveva infatti certificato che nel 2015 erano state bandite 136.645 procedure per 121 miliardi e 977 milioni circa, mentre nel 2016 le gare erano state 120.628 per 110 miliardi e 327 milioni circa. Confrontando i dati della «produzione» amministrativa con quelli del contenzioso giurisdizionale, lo studio ricava la percentuale delle procedure di gara che finisce nelle aule della giustizia amministrativa. Questa percentuale nel 2017 è pari all’ 1,4% mentre per il 2018 è dell’ 1,5%. La diminuzione del tasso di contenzioso è «netta e rilevantissima» se è vero che nel 2015 risultava pari a 2,61% e per l’ anno successivo al 2,76%. «In estrema e approssimativa sintesi – sintetizza l’ analisi – può dirsi che il tasso di contenzioso in materia di appalti è calato di circa il 50%». Le cause, si legge, «possono dipendere astrattamente da una serie di fattori di contesto: crisi economica, perdita da appeal della giurisdizione, insostenibilità del costo del contenzioso, etc» ma «esiste tuttavia una straordinaria e significativa coincidenza temporale tra la deflazione contenziosa e l’ introduzione di un innovativo meccanismo processuale: il rito superaccelerato di cui all’ articolo 120 bis, introdotto dal legislatore nel 2016». Di che si tratta? Il Codice Delrio, ferma restando la possibilità degli esclusi di ricorrere contro l’ estromissione, aveva imposto ai concorrenti che invece volessero impugnare l’ ammissione alla gara altrui, di farlo sin da subito. In questo modo, in sede di impugnazione dell’ aggiudicazione finale, erano ammesse solo le censure relative alla meritevolezza dell’ offerta economica. Scrive l’ estensore dell’ analisi: «Non può escludersi che il suddetto onere, da assolvere quando ancora non v’ è alcuna certezza per l’ impresa in ordine alla futura graduatoria, abbia nei fatti disincentivato il contenzioso, soprattutto per gli appalti di fascia bassa, come visto, cresciuti esponenzialmente nel 2017 e 2018». Quello che l’ analisi non dice, ma che è il caso di aggiungere, è che proprio questa norma (insieme a alcune altre) è stata cassata dallo Sblocca-Cantieri. Con quali effetti, lo si potrà verificare tra qualche tempo. Intanto però «il numero, in percentuale, degli appalti banditi che annualmente in sede giudiziaria vengono sospesi sino alla decisione definitiva, si è conseguentemente fortemente contratto», attestandosi sullo 0,3% rispetto allo 0,7% del precedente biennio. Un dato «così basso da potere essere ritenuto assolutamente fisiologico» osserva l’ analisi. Ben diverso, si fa notare, è l’ effetto della «burocrazia difensiva», cioè di quel «fattore di blocco “indirettamente” connesso, non alle pronunce ma, alla semplice pendenza di un giudizio, non imposto né giustificato da norme, tanto meno di provenienza comunitaria». Un blocco indiretto che cresce all’ elevarsi dell’ importo degli appalti. In sostanza, sino a quando il giudizio non si è definitivamente concluso, eventualmente anche in appello, negli appalti di grande importo «molte amministrazioni non procedono alla stipula del contratto temendo di essere esposte ad una possibile responsabilità patrimoniale ed erariale» che in materia d’ appalti prescinde dalla colpa. Anche questa una materia su cui il nuovo governo, volendo, potrà applicarsi.

14/10/2019 – Il Sole 24 Ore
Società, al controllo pubblico non basta la maggioranza

PARTECIPATE
L’ applicazione degli obblighi dipende dalla possibilità di determinare le scelte
Le Sezioni unite della Corte dei conti in sede giurisdizionale con la sentenza 25/2019 ribadiscono i concetti della sentenza 16/2019 sui presupposti per l’ attribuzione dello status di società a controllo pubblico ex Dlgs 175/2016. Questa la ratio: la partecipazione pubblica diffusa, frammentata e maggioritaria non costituisce in sé prova o presunzione legale (ma mero indice presuntivo) dell’ esistenza di un coordinamento tra i soci pubblici, e quindi di un controllo pubblico, che deve essere invece accertato in concreto sulla base di elementi formali. Dunque la partecipazione maggioritaria di più Pa non può di per sé giustificare l’ affermazione di un coordinamento di fatto né può tradursi automaticamente in «controllo». Ciò anzitutto perché non c’ è l’ obbligo per gli enti proprietari di provvedere alla gestione in modo associato e congiunto: non ci sono norme che dettino quest’ obbligo espressamente (come invece sarebbe necessario per configurare una sorta di consorzio forzoso tra enti equiordinati); e l’ interesse pubblico che le Pa devono perseguire non può certo dirsi compromesso dall’ adozione di differenti scelte gestionali o strategiche, che possono far capo, infatti, a ciascun socio pubblico in relazione agli interessi locali (da valutarsi in relazione alle finalità in concreto realizzate dalla società quale soggetto unitario). Il coordinamento tra le amministrazioni socie – tale da comportare una reductio ad unum della volontà assembleare e dunque configurarsi come «controllo pubblico» – deve risultare da norme di legge o statutarie o da patti parasociali che, richiedendo il consenso unanime o maggioritario, determinino la capacità delle Pa di incidere sulle decisioni finanziarie e strategiche della società. Le ricedute della sentenza delle sezioni Unite sono importanti. Anzitutto, nel confermarsi il contrasto interno alla magistratura contabile (in senso contrario sezioni Riunite in sede di controllo, delibera 11/2019), viene disatteso l’ atto di orientamento del 15 gennaio 2018 della Struttura di monitoraggio del Mef, che affermava all’ opposto il principio secondo cui la maggioranza pubblica del capitale basterebbe di per sé a qualificare una società come «in controllo pubblico». Inoltre – ed è ciò che più rileva – il concetto di controllo pubblico ha connotazione dinamica e quindi implica un concreto dominio della parte pubblica sull’ attività gestionale, distinto dalla mera partecipazione al capitale, che dunque deve essere pesata alla luce dell’ effettivo assetto societario. Pertanto, in caso di maggioranza pubblica in assemblea o in cda, anche se in capo a un’ unica Pa, l’ affermazione di un controllo pubblico sarà preclusa in presenza di clausole statutarie o di patti parasociali che stabiliscano maggioranze qualificate la cui formazione postuli l’ apporto del socio privato. Se poi la maggioranza pubblica fa capo a più amministrazioni cumulativamente considerate, il controllo richiederà anche l’ elemento positivo del coordinamento formalizzato (sulla base di legge, statuto o patti parasociali), idoneo a determinare l’ orientamento delle scelte strategiche della società. Infine, a contrario, anche una partecipazione pubblica minoritaria non esclude di per sé il controllo pubblico, che può essere affermato se la componente pubblica (di minoranza) vanta un potere di voto/veto concretamente in grado di condizionare la formazione della volontà della società. © RIPRODUZIONE RISERVATA. Harald Bonura Davide Di Russo

14/10/2019 – ANSA

Cancellato il termine Alto Adige, è polemica

Il Governatore: la Costituzione lo impedisce. Il ministro: cambi o impugno

È polemica per l’approvazione, da parte del Consiglio provinciale di Bolzano, del provvedimento che ha modificato il testo italiano del disegno di legge 30 sull’adempimento degli obblighi della Provincia autonoma derivanti dall’appartenenza dell’Italia all’Unione europea.

Nella versione tedesca del testo esiste il “Suedtirol”, ma non più l’Alto Adige, sostituito invece con “Provincia di Bolzano” nella versione italiana. In serata il ministro per gli affari regionali e le autonomie, Francesco Boccia, ha reso noto di aver “personalmente chiesto al Presidente Arno Kompatscher di intervenire sulla norma relativa al disegno di legge sulle ‘Disposizioni per l’adempimento degli obblighi della Provincia autonoma di Bolzano derivanti dall’appartenenza dell’Italia all’Unione europea’ – ha detto il ministro – perchè è necessario rendere i testi italiani e tedeschi perfettamente identici e rispettosi della Costituzione. Se così non dovesse essere, la legge sarà impugnata dopo la sua pubblicazione”.

Era stato il consigliere provinciale dell’Alto Adige nel cuore -Fratelli d’Italia e coordinatore regionale del partito, ad esprimere “profondo sconcerto per la decisione assunta dal Consiglio provinciale di Bolzano di cancellare l’espressione ‘altoatesino’ e ‘Alto Adige’ dalla Legge definita ‘europea’.

Perché non va bene? Perché Alto Adige è dizione imputata di ‘fascismo’ dai secessionisti di Süd-Tiroler Freiheit”. Urzì è l’unico ad aver votato contro il provvedimento, approvato con 24 sì (Suedtiroler Volkspartei, Suedtiroler Freiheit e Freiheitlichen) e 5 astensioni (Pd, Verdi, Lega e Team Koellensperger). A tuonare è stata anche la leader di Fdi Giorgia Meloni: “Continua l’ignobile guerra di aggressione della Svp e dei secessionisti sudtirolesi all’italianità dell’Alto Adige. È vergognosa la decisione del Consiglio provinciale di Bolzano di cancellare le parole ‘Alto Adige’ e ‘altoatesino’.

Fratelli d’Italia chiede al Governo di rispondere con nettezza a questo inaccettabile affronto e di impugnare immediatamente questa scandalosa legge anti-italiana, che calpesta la Costituzione e la nostra storia”.

Ma Fratelli d’Italia non è la sola voce contraria. Anche Italia Viva, con Maria Elena Boschi, ha sostenuto che “aver cancellato il termine ‘Alto Adige’ dalla legge europea con un colpo di maggioranza è stato un grave errore. Mi auguro che si tratti di un caso isolato e che si possa porre rimedio”. Il presidente altoatesino Arno Kompatscher ha gettato acqua sul fuoco: “La denominazione Alto Adige non è stata abolita. Va ricordato che non sarebbe neanche possibile, visto che la denominazione della Regione Trentino Alto Adige Suedtirol è sancita dalla Costituzione. Il provvedimento approvato – spiega ancora Kompatscher – riguardava semplicemente un comma della legge omnibus, nel quale la denominazione Alto Adige è stata sostituita con quella di Provincia di Bolzano”.

Il dibattito, prosegue Kompatscher, “riguarda il fatto che la dizione tedesca Suedtirol non è stata modificata. Giustamente, va detto, è stato evidenziato che di conseguenza anche in tedesco andrebbe scritto Provinz Bozen. Così però non è stato fatto”. Rassicurazioni che tuttavia non devono essere bastate al ministro Boccia. Le parole del governatore altoatesino hanno invece “piacevolmente sorpreso” la coordinatrice regionale di Forza Italia, Michaela Biancofiore: “Il presidente Kompatscher riconosce l’errore di aver abolito con legge provinciale il termine Alto Adige. Le sue parole sono un atto di umiltà e di intelligenza che lo certificano presidente di tutti”.

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12/10/2019 – ANSA

Porti: Adsp, passi avanti progetto Darsena Europa a Livorno

Riguardo alle opere marittime di difesa e dei dragaggi

(ANSA) – LIVORNO, 11 OTT – Passo in avanti sul fronte della progettazione delle opere marittime di difesa e dei dragaggi di competenza pubblica previsti dalla prima fase di attuazione della Darsena Europa: entro metà novembre il raggruppamento temporaneo di impresa composto da F&m Ingegneria, Haskoning-Dhv Nederland, Hs Marine, e G&t consegnerà infatti il progetto preliminare. Lo annuncia oggi in una nota l’Autorità di sistema portuale di Livorno.

Risultano in stato avanzato di completamento, si spiega nella nota, anche le indagini geognostiche, geofisiche e ambientali dell’area: dopo le operazioni di bonifica bellica, è stata effettuata la quasi totalità dei carotaggi previsti. E comunque sono state completate tutte le indagini necessarie alla progettazione della Fase 1 della Darsena Europa. Per quanto riguarda il terminal contenitori previsto nella fase 1 della Darsena Europa, ricordano dall’Authority, si chiuderà invece il 30 novembre la finestra temporale che hanno a disposizione i soggetti privati interessati per presentare una proposta completa di tutti gli elementi a garanzia secondo il codice degli appalti. A quella data, infatti, l’AdSP inserirà l’opera nella programmazione triennale e procederà autonomamente. “Con la progettazione delle opere pubbliche ben avviata – ha commentato ato il presidente dell’Adsp Stefano Corsini – è tempo di dedicarsi alla realizzazione del terminal container.

L’Autorità di Sistema è pronta a prendere le redini dell’iniziativa”.

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12/10/2019 – ANSA

Falsi report, secondo l’inchiesta l’Ad di Aspi sapeva di atti nascosti

Tomasi: ‘Chiesto solo di chiarire’. Nel mirino altri 5 viadotti

Il nuovo Ad di Autostrade Roberto Tomasi sapeva che il direttore dell’VIII tronco di Bari, Gianni Marrone, non aveva fornito documenti all’ispettore del Mit Placido Migliorino e che aveva omesso di dare documentazione alla guardia di finanza nel corso di una perquisizione. E’ quanto emerso dal contenuto di alcune telefonate di cui si dà notizia tra le carte dell’inchiesta depositate al Riesame.

Mentre sulla vicenda, Tomasi afferma di aver chiesto in realtà a Marrone di chiarire la propria posizione alla magistratura. Proprio oggi al Riesame è stata discussa la posizione di Gaetano Di Mundo e Francesco D’Antona (assistiti dall’avvocato Gabriele Bordoni), due degli indagati nell’inchiesta bis sui falsi report per i quali la procura aveva ottenuto l’interdizione insieme ad altri quattro e tre domiciliari, tra tecnici e dirigenti di Aspi e Spea. E si apprende che sotto la lente degli investigatori sono finiti altri cinque viadotti, in A26, tra la Liguria e il Basso Piemonte. Tornando a quanto emerso nell’inchiesta su Tomasi, il 31 gennaio, all’indomani della notizia sul nuovo filone di indagine sui falsi report, chiama Marrone per sapere di cosa si tratta: “Marrone spiega che – si legge nell’annotazione della gdf – l’armatura rinvenuta in sede di indagine sulla trave è difforme dal progetto del 1974, che non hanno fornito dei documenti a Migliorino nel corso delle ispezioni del ministero e che nel corso delle perquisizioni hanno volontariamente omesso di consegnare la documentazione di collaudo e i certificati dei materiali”.

Da quanto trapela in procura la conversazione è al centro di approfondimenti investigativi. I due al telefono si domandano come possa essere partita l’indagine sul Paolillo, il viadotto in Puglia. Marrone spiega all’amministratore che è stato Migliorino a segnalare alla procura di Genova. Per Marrone, l’ispettore sta segnalando, in quel periodo, tutte le presunte criticità solo perché vuole fare carriera. Da parte sua, in una nota, l’Ad di Autostrade per l’Italia Tomasi chiarisce che “in realtà nel colloquio con il geometra Marrone veniva espressamente chiesto allo stesso di chiarire la propria posizione direttamente alla magistratura, in modo da consentire una puntuale ricostruzione dei fatti. Tale telefonata avveniva alla fine del mese di gennaio 2019, in occasione delle prime notizie stampa riguardanti il Paolillo, mentre i fatti oggetto della conversazione si riferivano ad ottobre del 2018”. Rispetto ai nuovi viadotti finiti sotto la lente degli investigatori, la procura ha avviato approfondimenti sul viadotto Carlo Alberto, il Baudassina e il Ferrato nell’alessandrino e sul Gorsexio e Stura III tra i caselli di Voltri e Masone, in A26.

Al vaglio c’erano già il Pecetti e il Gargassa (A26), il Sei Luci, il Teiro e il Costa (A10), il Bisagno e il Veilino (A12). I nuovi accertamenti nascono dall’analisi delle mail e dei documenti sequestrati nell’inchiesta bis. A insospettire i pm sarebbero stati i voti alti dati a viadotti con “appoggi molto corrosi e inefficaci” e “ammaloramento diffuso sui bulbi inferiori”. Nessuna criticità, hanno sottolineato da Aspi, segnalando che su quattro di tali infrastrutture, già oggetto di normale attività di sorveglianza, è stata effettuata una serie di verifiche ulteriori da parte di società esterne specializzate che non hanno rilevato criticità di ordine statico”. Sul quinto viadotto, il Baudassina, verifiche ulteriori di società terze, si concluderanno entro il mese corrente”.

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14/10/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Migliorie (ammesse) e varianti (bocciate): la differenza spiegata dal Consiglio di Stato

Dario Immordino

Palazzo Spada fa il punto sulle correzioni al progetto da considerare ammissibili in un appalto da aggiudicare all’offerta più vantaggiosa

Nell’ambito delle gare d’appalto da aggiudicarsi attraverso il criterio dell’offerta economicamente più vantaggiosa le soluzioni migliorative del progetto posto a base di gara si differenziano dalle varianti perché si configurano come integrazioni, precisazioni e migliorie che lo rendono meglio corrispondente alle esigenze della stazione appaltante, senza tuttavia alterare i caratteri essenziali dell’opera da realizzare e delle prestazioni richieste. Le varianti, invece, si sostanziano in modifiche del progetto dal punto di vista tipologico, strutturale e funzionale, ammissibili solo se il bando di gara ne autorizza l’esperibilità ed individua i limiti ed i requisiti minimi di ammissibilità, e se la stazione appaltante verifica espressamente che l’opera proposta dal concorrente, pur costituendo un aliud rispetto a quella prefigurata dalla Pubblica Amministrazione, che rientra tuttavia nei limiti individuati dalla legge di gara.

Lo ha rilevato la sentenza n. 6793/2019 del Consiglio di Stato, con la quale viene precisato che le proposte migliorative consistono in soluzioni tecniche che investono singole lavorazioni o singoli aspetti tecnici dell’opera che il bando di gara lascia aperti a diverse soluzioni, e si traducono in modifiche che non incidono sulla struttura, sulla funzione e sulla tipologia del progetto a base di gara. Di conseguenza la valutazione delle offerte tecniche migliorate attraverso tali integrazioni e della efficienza e rispondenza delle soluzioni migliorative alle esigenze della stazione appaltante costituisce espressione di un’ampia discrezionalità tecnica, motivo per cui le valutazioni ed i punteggi attribuiti dalla commissione non possono essere sindacati nel merito da parte del Giudice amministrativo, ove non inficiate da macroscopici errori di fatto, da illogicità o da irragionevolezza manifesta (Cons. Stato, sez. V, 14 maggio 2018, n. 2853, Cons. Stato, sez. III, 7 marzo 2014, n. 1072; 14 novembre 2017, n. 5258).

Il confine tra le proposte migliorative che i concorrenti possono avanzare senza necessità di autorizzazione della stazione appaltante e le varianti che richiedono un iter formale che non può prescindere dalla previa autorizzazione nella legge di gara e dall’assenso del committente viene pertanto identificato nella alterazione delle caratteristiche strutturali del progetto tecnico posto a base di gara.

Le proposte migliorative costituiscono, infatti, una evoluzione delle opere o delle prestazioni individuate dalla lex specialis, finalizzata a renderle più aderenti alle esigenze della stazione appaltante, attraverso la specificazione di alcuni aspetti tecnici che non ne modificano la consistenza funzionale e le caratteristiche strutturali. Trattandosi di modifiche “interne” al progetto originario che ne determinano lo sviluppo delle caratteristiche essenziali, le proposte migliorative non ne alterano la rispondenza all’interesse pubblico, e non comportano alcuna alterazione dell’equilibrio concorrenziale, e pertanto non è necessario che su tali modifiche venga conseguito l’assenso del committente.

Al contrario le varianti modificano le caratteristiche strutturali dell’opera prefigurata dal bando di gara ed alterano l’assetto competitivo tra i concorrenti, e pertanto si rivela indispensabile che la stazione appaltante ne valuti espressamente la rispondenza all’interesse pubblico e il rispetto della par condicio tra i partecipanti.

Il Collegio precisa inoltre che la circostanza che per la realizzazione della proposta migliorativa sia eventualmente necessario il rilascio del permesso di costruire e una nuova validazione del progetto da realizzare non costituiscono elementi idonei a qualificarla come variante essenziale, inammissibile, piuttosto che offerta migliorativa.

Ciò perché si tratta di titoli che, pure ammettendone la necessità, riguardano la conformità ai vigenti strumenti di pianificazione, o l’appaltabilità di un progetto di opera pubblica, e come tali non costituiscono strumenti di per sé idonei a verificare se la modifica al progetto posto a base di una gara proposta dai concorrenti ne determini uno stravolgimento essenziale dal punto di vista funzionale o strutturale (così Cons. Stato, sez. V, 14 maggio 2018).

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14/10/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Gare, non si può sanare in corsa il mancato impegno a rilasciare la cauzione: il punto su garanzie e avvalimento

Roberto Mangani

Una sentenza del Tar Campania offre l’occasione per chiarire gli aspetti controversi in tema di garanzie e prestito dei requisiti

La mancanza della dichiarazione di impegno da parte di un garante a rilasciare la fideiussione relativa alla cauzione definitiva in caso di aggiudicazione non può essere sanata ricorrendo al soccorso istruttorio. Pertanto in mancanza di questa dichiarazione, esplicitamente prevista dall’articolo 93, comma 8 del D.lgs. 50/2016, la relativa offerta deve essere esclusa dalla gara.

È questo il principio affermato dalTar Campania, Sez. VII, 30 settembre 2019, n. 4641, che contiene anche altre significative affermazioni in tema di decorrenza dei termini di impugnazione dei provvedimenti di ammissione ed esclusione, di modalità di costituzione della garanzia e di avvalimento.

Il fatto

Un ente appaltante aveva bandito una procedura aperta per la concessione in locazione di alcuni spazi siti nel locale Palazzo di giustizia. A fronte dell’intervenuta aggiudicazione il secondo classificato nella graduatoria proponeva ricorso davanti al giudice amministrativo.

Tra le diverse censure mosse assumeva un ruolo centrale quella volta a contestare il comportamento dell’ente appaltante che, a fronte della mancanza della dichiarazione da parte di un garante dell’impegno di rilasciare la fideiussione relativa alla cauzione definitiva in caso di aggiudicazione della gara, aveva consentito al futuro aggiudicatario di sanare questa carenza ricorrendo al soccorso istruttorio.

Veniva inoltre contestato che l’aggiudicatario era ricorso all’avvalimento in palese violazione di una previsione del disciplinare di gara che esplicitamente vietava l’utilizzo dell’istituto.

Il termine per ricorrere

La prima questione affrontata dal Tar Campania è di natura procedurale.

L’aggiudicataria aveva infatti eccepito la tardività del ricorso per mancato rispetto del termine decadenziale previsto dall’articolo 120, comma 2 – bis del codice del processo amministrativo, secondo cui i provvedimenti di ammissione e di esclusione vanno impugnati entro trenta giorni dalla loro pubblicazione sul profilo del committente.

Secondo l’eccezione sollevata, pur in mancanza di tale pubblicazione il termine decorrerebbe dal momento in cui il concorrente ha avuto piena consapevolezza delle determinazioni assunte dall’ente appaltante in ordine all’ammissione degli altri concorrenti, cosa che nel caso di specie sarebbe avvenuta con la trasmissione del verbale recante la graduatoria finale delle offerte.

Questa prospettazione è stata respinta dal giudice amministrativo. La pronuncia ricorda in primo luogo come la norma è chiara nell’ancorare la decorrenza del termine alla pubblicazione delle ammissioni e delle esclusioni sul profilo del committente, non potendo considerarsi equipollente la trasmissione del verbale di gara ai concorrenti.

Ed anzi aggiunge che alla luce delle recente sentenza della Corte di giustizia Ue del 14 febbraio 2019, C – 54- 18, è necessario che ai fini della decorrenza del termine di trenta giorni i provvedimenti di ammissione e di esclusione siano accompagnati da una relazione contenente i relativi motivi, così da mettere i soggetti interessati nelle condizioni di valutare con cognizione di causa le eventuali violazioni delle norme nazionali e comunitarie.

Ma a queste considerazioni il giudice ammnistrativo ne aggiunge un’altra per alcuni aspetti ancora più rilevante. Evidenzia infatti che l’onere di tempestiva impugnazione non può sorgere in relazione alla comunicazione di una graduatoria in cui il ricorrente era soltanto quarto, essendo palese la carenza di interesse che esso ha in questa fase della procedura. Coerentemente il termine di trenta giorni decorre solo dal momento in cui – a seguito della rinuncia dei primi due classificati nell’originaria graduatoria – l’ente appaltante abbia comunicato l’aggiudicazione a favore del terzo classificato, rispetto alla quale il ricorrente (divenuto secondo classificato) viene a maturare un interesse immediato e diretto a vedere riconosciute le sue ragioni, anche attraverso il ricorso giurisdizionale.

L’impegno a rilasciare fideiussione relativa alla garanzia definitiva

Questo aspetto rappresenta il nucleo centrale della pronuncia. Il disciplinare di gara, coerentemente alla previsione dell’articolo 93, comma 8 del D.lgs. 50/2016, stabiliva che i concorrenti alla gara dovevano presentare una dichiarazione di un istituto bancario o assicurativo contenente l’impegno verso il concorrente a rilasciare, qualora lo stesso fosse risultato aggiudicatario, una garanzia fideiussoria relativa alla cauzione definitiva in favore della stazione appaltante.

Il concorrente risultato aggiudicatario non aveva in realtà presentato tale dichiarazione; la commissione di gara, a fronte di questa carenza, consentiva il ricorso al soccorso istruttorio per sanare la mancanza riscontrata.

Il ricorrente ha contestato il comportamento dell’ente appaltante, ritenendo che nel caso di specie non ricorressero i presupposti per l’attivazione del soccorso istruttorio e il giudice amministrativo ha accolto questo motivo di censura.

Nella pronuncia viene ricordato come il disciplinare di gara – in piena aderenza alla disposizione di cui all’articolo 83, comma 9 – prevedesse che la mancanza, l’incompletezza e ogni altra irregolarità delle attestazioni, dichiarazioni ed elementi da presentare in sede di offerta potessero essere sanate a condizione che i requisiti dichiarati fossero sussistenti al momento della presentazione della domanda. Ed è proprio quest’ultima condizione che non ricorreva nel caso di specie.

Infatti non si trattava di un requisito già posseduto ancorché non regolarmente dimostrato, bensì della mancanza di una manifestazione di volontà che, una volta decorso il termine di presentazione dell’offerta, deve ritenersi irrimediabilmente tardiva, dovendo necessariamente comportare l’esclusione dalla gara.

D’altra parte la dichiarazione di impegno a rilasciare la garanzia definitiva deve sussistere a prescindere dalle modalità con cui è stata costituita la cauzione provvisoria. Non può quindi essere accolta la tesi secondo cui tale impegno sussisterebbe solo nel caso in cui la cauzione provvisoria sia rilasciata mediante fideiussione ma non, ad esempio, quando tale cauzione sia rilasciata in contanti, non trovando tale tesi alcun riscontro nella corrispondente norma legislativa.

In sostanza la posizione accolta dal giudice amministrativo è che l’impegno a rilasciare la fideiussione inerente la garanzia definitiva deve essere necessariamente presente al momento della presentazione dell’offerta costituendo un requisito essenziale della stessa che come tale non può essere oggetto di sanatoria tramite soccorso istruttorio, il cui ricorso produrrebbe una violazione della par condicio tra i concorrenti.

Le modalità alternative di costituzione della garanzia definitiva

Nel caso di specie il concorrente poi divenuto aggiudicatario aveva evidenziato l’impossibilità di ottenere l’impegno di un garante a costituire la fideiussione relativa alla cauzione definitiva in quanto soggetto di recentissima costituzione privo di redditi pregressi. Per ovviare alla indisponibilità di qualunque istituto a rilasciare tale impegno, il concorrente aveva proceduto a versare all’ente appaltante fin dal momento della partecipazione alla gara una somma a titolo di cauzione definitiva mediante assegno bancario.

Il Tar ha ritenuto tale modalità non idonea ad assolvere la funzione di garanzia propria della cauzione definitiva. Rifacendosi a una giurisprudenza consolidata il giudice ammnistrativo ha evidenziato che solo l’assegno circolare può essere utile allo scopo, in quanto è il solo strumento che tutela il beneficiario in merito all’effettiva e indiscussa percezione del denaro contante. Ciò non vale per l’assegno bancario che di per sè non garantisce la sussistenza della relativa provvista presso l’istituto obbligato al pagamento.

Il divieto di avvalimento e il contenuto del contratto

Alcuni passaggi della sentenza sono dedicati al tema dell’avvalimento.

Il concorrente poi risultato aggiudicatario era ricorso all’avvalimento ma questa scelta è stata censurata in giudizio in relazione all’esplicito divieto contenuto nel disciplinare di gara, secondo cui ai fini della partecipazione alla relativa procedura non trovavano applicazione le norme dell’articolo 89 che disciplinano il ricorso all’avvalimento.

Il giudice ammnistrativo non ha avuto difficoltà a respingere questa censura. Rifacendosi a una giurisprudenza consolidata ha ricordato come la finalità ultima dell’avvalimento sia quella di ampliare la platea dei concorrenti alle gare, consentendo la partecipazione di soggetti sprovvisti dei necessari requisiti che si possono appunto avvalere di altri soggetti che ne siano in possesso.

Proprio in relazione a questa finalità l’applicazione dell’istituto deve essere generalizzata e non può subire limiti o divieti che ne escludano o ne circoscrivano fortemente l’utilizzo. Non può quindi essere considerata legittima una clausola – come quella contenuta nel disciplinare di gara in esame – che vieta tout court il ricorso all’avvalimento.

Un ulteriore passaggio della pronuncia è dedicato al contenuto del contratto di avvalimento. Nel caso di specie l’impresa concorrente si era avvalsa dell’impresa ausiliaria in relazione ai requisiti economico – finanziari posseduti da quest’ultima. Al riguardo il giudice ammnistrativo, nel configurare la fattispecie in esame come avvalimento “di garanzia”, aderisce all’orientamento giurisprudenziale che, anche dopo l’entrata in vigore del D.lgs. 50, ritiene che in relazione a questa tipologia di avvalimento il relativo contratto non debba avere quel grado di dettaglio che invece è richiesto nell’ipotesi del così detto avvalimento “operativo”.

Secondo questa impostazione la prestazione oggetto dell’obbligazione assunta dall’impresa ausiliaria non è costituita dalla messa a disposizione di strutture e mezzi materiali, quanto piuttosto dalla garanzia in ordine alle risorse economiche e patrimoniali. Di conseguenza l’oggetto del relativo contratto non deve avere il grado di dettaglio richiesto nella diversa ipotesi, potendosi anche limitare – come avvenuto nel caso di specie – alla generica messa a disposizione delle risorse di cui è carente il concorrente.

Va detto che questa impostazione – che peraltro non è unanimemente accolta dalla giurisprudenza – suscita perplessità specie alla luce di una specifica previsione introdotta dal D.lgs.50. Ci si riferisce al comma 9 dell’articolo 89 che obbliga la stazione appaltante ad eseguire in corso d’opera le verifiche circa l’effettivo possesso delle risorse oggetto di avvalimento da parte dell’impresa ausiliaria e l’effettivo impiego delle stesse nell’esecuzione dell’appalto. Appare infatti evidente che tali verifiche presuppongono necessariamente che le risorse oggetto di avvalimento siano concretamente definite e conseguentemente che il relativo contratto le individui in maniera specifica e puntuale.

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14/10/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Manovra, arriva «Rinascita urbana» piano da un miliardo per case e città

Mauro Salerno

Il Governo annuncia un programma pluriennale per abitazioni e riqualificazione urbana. Bando Mit detinato ai comuni con tetto di 20 milioni a progetto

Un piano per la casa da un miliardo, con iniezioni di riqualificazione urbana. È la novità annunciata dal Governo destinata a trovare posto nella Manovra. Il piano che ha già un nome parecchio ambizioso, «Rinascita urbana», metterà in campo investimenti per un miliardo e nasce per iniziativa del ministro per le Infrastrutture Paola de Micheli.

L’idea, spiegano dal Governo, è quella di lanciare « un programma pluriennale per la riqualificazione e l’incremento dell’edilizia residenziale pubblica e sociale e la rigenerazione urbana». Le misure, viene spiegato, saranno nel Dl fiscale e in manovra: in totale valgono

un miliardo. I fondi saranno cumulabili con le altre misure a favore della casa come il sisma bonus e l’ecobonus. In affiancamento ai fondi pubblici ci sarà spazio anche per il cofinanziamento delle Regioni e l’apporto di risorse private, da Cdp e fondi privati.

Ai fondi del piano casa si accederà attraverso un bando pubblico del ministero delle Infrastrutture e la valutazione dei progetti da parte di una commissione composta da esperti dalla elevata professionalità. Il finanziamento massimo che potrà essere richiesto al ministero è di 20 milioni di euro per ciascun progetto.

L’ambito d’intervento del piano casa saranno i comuni con situazioni di marginalità economica e sociale importanti, degrado edilizio e carenza di servizi, oltre a spazi consistenti e inutilizzati da riqualificare.

I progetti finanziabili

Dagli “spazi collettivi e relazionali”, agli edifici “intelligenti”, fino al “co-house” e alle residenze temporanee per gli studenti: il piano per casa da un miliardo, almeno nelle intenzioni, punta a «far rinascere interi quartieri nelle città medie e grandi» attraverso un mix di interventi, come la riconversione di immobili e spazi inutilizzati pubblici e privati e la manutenzione straordinaria di edifici e infrastrutture, la spinta al miglioramento sismico ee energetico degli immobili.

Una parte “consistente” del piano per la casa, infine, servirà a finanziare «il fondo di sostegno alla locazione, per agevolare l’accesso all’affitto per le famiglie in difficoltà». «Le risorse arriveranno direttamente alle famiglie attraverso la definizione di graduatorie comunali aggiornate ogni tre mesi», viene spiegato.

Verrà, inoltre, rifinanziato e migliorato l’accesso al «Fondo Piccoli Comuni» rendendo «ancora più veloce la realizzazione degli interventi già cantierabili». Prevista la proroga per sisma bonus, ecobonus e cedolare secca.

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