Rassegna stampa 10 ottobre 2019

09/10/2019 13.10 – Quotidiano Enti Locali e Pa

Acea lancia 250 mini-impianti per la gestione dei rifiuti organici

Il primo sarà pronto già entro fine anno e sarà collegato alla mensa aziendale. Da qui al 2022, però, Acea conta di installare 250 mini-impianti che consentiranno di trattare i rifiuti organici a chilometro zero. L’innovativa macchina si chiama SmartComp e metterà insieme il know how industriale del gruppo, l’expertise dell’Enea e quella dell’Università della Tuscia per trasformare in loco, con una tecnologia sensoristica all’avanguardia targata Acea, rifiuti umidi in compost tramite un processo aerobico che in 90 giorni genera un fertilizzante di qualità pronto per l’uso. Ad annunciare l’iniziativa è stato ieri lo stesso amministratore delegato di Acea, Stefano Donnarumma: «Questo progetto si inquadra nelle linee guida del piano industriale 2019-2022 che prevede 1,7 miliardi di investimenti in sostenibilità, con un incremento di 400 milioni rispetto alla strategia precedente». Il lancio è avvenuto in occasione del primo Sustainability Day del gruppo destinato a diventare, come ha sottolineato la presidente della multiutility capitolina, Michaela Castelli, «un appuntamento annuale per promuovere un dialogo tra istituzioni, autorità, mondo della ricerca, imprese e start up». Un confronto?che ieri ha riunito attorno allo stesso tavolo il preidente dell’Autorità per l’energia, le reti e l’ambiente, Stefano Besseghini, il numero uno dell’Enea, Federico Testa, il portavoce di Allenza Italiana per lo sviluppo sostenibile, Enrico Giovannini, e il vicesegretario generale dell’Unione del Mediterraneo, Grammenos Mastrojeni. Tornando a SmartComp, il servizio sarà rivolto alle grandi utenze come centri commerciali, stazioni, aeroporti e mense, e si partirà, come detto, dalla mensa aziendale a valle di una sperimentazione interna. Già da agosto, infatti, Acea ha avviato un test per monitorare in tempo reale il processo di trasformazione degli scarti che sfrutta la modellistica e la sensoristica predisposta dallo stesso gruppo, nonché le competenze dell’ateneo laziale, che garantisce la qualità del risultato finale, e quelle dell’Enea relativa alla ricerca sul processo. A dicembre, scatterà quindi la prima applicazione interna per arrivare poi a marzo del prossimo anno a riutilizzare il compost prodotto negli spazi verdi degli impianti dell’azienda. Il fine è chiaro: far sì che Acea affianchi le grandi utenze con un servizio che ruota attorno al mini-impianto – il cui costo si aggira sugli 80-100mila euro – e che va dalla progettazione al supporto gestionale con ricadute estremamente positive sia in termini di risparmi che di efficientamento del processo di recupero dei rifiuti. Ciascuna macchina avrà una capacità di circa 100 tonnellate l’anno e consentirà di tagliare una serie di voci, tra l’esborso associato alla raccolta puntuale dei rifiuti, i costi di trasferimento verso l’impianto chiamato a gestirli e quelli per il trattamento finale. «Con l’obiettivo di installare 250 SmartComp entro il 2022, si potrà realizzare in maniera diffusa un sistema dalla capacità di 25mila tonnellate l’anno, pari a quella di un impianto localizzato che gestisce rifiuti organici prodotti da una città di 250mila abitanti, e produrre minori costi di filiera , a livello nazionale, di circa il 30%», ha evidenziato Donnarumma. A margine, poi, l’ad ha risposto ai cronisti che chiedevano lumi sul possibile rafforzamento del termovalorizzatore di San Vittore gestito da Acea Ambiente: «Potrebbe essere un impianto assoggettato a potenziamento, anche perché tratta non solo rifiuti di Roma ma di tutto il Lazio, per garantire un maggiore assorbimento delle quantità prodotte. Ne abbiamo gia parlato con la Regione e le ipotesi sono sul campo ma bisogna attendere come sempre l’iter autorizzativo. Di certo noi non abbiamo problemi di carattere finanziario e industriale per intraprendere l’investimento». L’ipotesi su cui si lavora riguarda la costruzione di una quarta linea da affiancare alle tre esistenti con un orizzonte temporale che potrebbe essere il 2024.

 

10/10/2019 – Il Sole 24 Ore

Investimenti idrici in crescita a 7 miliardi

Festival dell’ Acqua
Potenziare gli investimenti nel settore idrico, in particolare nella depurazione, per colmare il gap con i partner europei e mettersi al riparo dalle multe comunitarie. È questo uno dei messaggi che verranno lanciati dal Festival dell’ Acqua, organizzato da Utilitalia, che si terrà oggi e domani a Venezia. In realtà, quest’ anno, la manifestazione si è sviluppata in due tappe: si è partiti da Bressanone (a maggio), dove si è discusso del ciclo idrico “a monte” e si arriva oggi nel capoluogo veneto per analizzare la fase “a valle”, cioè depurazione e riuso. La strada imboccata è quella giusta: gli investimenti nel settore idrico sono passati dai 5 miliardi del biennio 2016-2017 ai 7 miliardi del 2018-2019 e quelli della depurazione sono cresciuti da 1,3 a 1,9 miliardi. Tuttavia, secondo il presidente di Utilitalia, Giovanni Valotti, serve una ulteriore accelerazione visto che «ci sono quasi 10 milioni di italiani non serviti dai depuratori: il ritardo accumulato va sanato rapidamente con piani di investimenti straordinari». Inoltre, rileva Valotti, nell’ ultimo biennio “gli investimenti sono aumentati con diverse velocità e così facendo si rischia di allargare il divario tra Nord e Sud, dove servono operatori industriali forti, che abbiano capacità finanziarie rilevanti”.

10/10/2019 – Corriere del Trentino
Merano, nuova sede Alperia da 25 milioni

Un palazzo di 22 metri d’ altezza. Ospiterà il settore della ricerca assieme a quello commerciale Il progetto vincitore è quello della veneziana Cecchetto e associati. Il cantiere partirà nel 2021
MERANO Sarà un palazzo di 22 metri di altezza, concepito con criteri di ecosostenibilità, che si specchia in una «piazza d’ acqua», la nuova sede che Alperia realizzerà a Merano in via Scuderia, di fronte alla stazione di Maia Bassa. Al tempo della fusione tra Aec e Sel in Alperia, uno dei punti cardine voluti dal Comune di Merano fu quello di vedere realizzata nella città del Passirio una sede importante di Alperia, che vi doveva trasferire l’ intero settore reti. «Abbiamo pensato di fare qualcosa di diverso e più importante – ha spiegato ieri Johann Wohlfarter prima alla stampa e in serata al Consiglio Comunale – prevedendo di concentrare a Merano l’ intero settore dello sviluppo e della ricerca e quello del commerciale, con la società Alperia Smart Services di recente costituzione. In accordo con il Comune, abbiamo deviato dal progetto originale che prevedeva di localizzare a Merano l’ intero settore delle reti – ha poi il direttore generale – perché questo avrebbe generato un forte pendolarismo dei nostri dipendenti verso la città e traffico in entrata e uscita, di tutti i mezzi delle reti che ogni giorno si spostano verso l’ intero territorio provinciale. In questo senso l’ attuale sede, vicina all’ ingresso dell’ autostrada a Bolzano è più baricentrica». Il progetto vincitore, tra cinquanta presentati a livello nazionale e internazionale, è risultato quello della Cecchetto e associati di Venezia. «La nuova sede di Alperia e Edyna (la società di distribuzione del gruppo, ndr ) – ha spiegato il titolare Alberto Cecchetto – è concepita come primo tassello di una Merano verde e rappresenta l’ ideale punto di ingresso verso il nuovo quartiere che si svilupperà al posto delle caserme dell’ esercito lungo la via Palade. Il progetto propone un’ architettura che nasce dal paesaggio e ne riprende gli elementi essenziali quali l’ acqua e gli spazi verdi entrambi fonte di benessere e energia. Un progetto – ha aggiunto ancora Cecchetto – che vuole essere un prototipo per ridisegnare la zona attualmente molto confusa, tra fiume Adige, zona delle caserme, stazione ferroviaria ed edifici residenziali e industriali. Un prototipo al quale ispirarsi per il futuro grande quartiere che sorgerà al posto delle caserme». Alla fase di concorso segue ora la fase di progettazione definitiva ed esecutiva che si svilupperà nel 2020. Nel corso del prossimo anno verranno indette le gare di appalto per la costruzione. Il cantiere partirà quindi nel 2021 e l’ opera sarà terminata nel corso del 2023. Due edifici separati: uno per Alperia (la torre) e uno per Edyna (molto più basso e parzialmente interrato) con un parcheggio sotterraneo che sostiene una vasca d’ acqua poco profonda in cui gli edifici si specchiano e sembrano galleggiare. L’ entrata sarà da una «strada-parco» su via Scuderie con un collegamento diretto con la stazione di Maia Bassa i cui treni, entro il 2026, collegheranno Merano e Bolzano con un cadenzamento di 15 minuti. Trecento i dipendenti (di cui 140 già a Merano) che troveranno posto in questa nuova sede, la prima in provincia costruita da Alperia. Venticinque milioni il costo dell’ opera finanziato dalla cessione delle due attuali sedi Alperia di Merano e di quella in via Canonicus Gamper a Bolzano, oltre alla restituzione della sede in affitto alla Enzian Tower di via Siemens. «Concentreremo a Merano il settore delle vendite di tutti gli asset che via via stiamo implementando, oltre a quelli dell’ energia e del gas – ha spiegato Wohlfarter – perché nella competizione globale, il core business della nostra azienda ha sempre più bisogno di essere sostenuto da altri asset come quello dell’ efficienza energetica, del solare e della mobilità elettronica verso i quali stiamo operando attivamente, anche con l’ acquisizione avvenuta quest’ anno, di altre tre aziende operative in settori affini al nostro». Wohlfarter ha infine sottolineato come tutta la strategia di Alperia, soprattutto in campo commerciale, sia concentrata sul mantenere in loco il governo del business, uscendo però dall’ ambito regionale in termini di mercato, per assicurare un più alto ritorno degli investimenti e la leadership in un mercato altamente competitivo. Enzo Coco

10/10/2019 – Il Fatto Quotidiano
Anac e le altre autorità ostaggio delle solite spartizioni dei partiti

Il dossier. Anticorruzione – Cantone va via tra due settimane, ma è già pronta la norma per arrivare al luglio 2020 con un presidente supplente
Ogni anno la corruzione in Italia fa bruciare decine di miliardi di euro, brandelli di prodotto interno lordo, le stime variano con un po’ di confusione, a volte si gonfiano, altre si sgonfiano, però la corruzione, malefica, permane. Eppure la nomina del presidente dell’ Autorità nazionale anticorruzione (Anac) – con il rientro di Raffaele Cantone in magistratura, annunciato il luglio scorso e previsto tra un paio di settimane – sta per finire nell’ ammasso di nomine che la politica ha rinviato per costruire, veto su veto, la spartizione perfetta, impresa ancora più ardua dopo il cambio di maggioranza di governo e la scissione di Matteo Renzi. Il 16 giugno s’ è concluso il settennato di Antonello Soro e colleghi al Garante per la Privacy, l’ 11 luglio è scaduto il mandato di Angelo Cardani e commissari in Agcom, l’ Autorità per le comunicazioni. Un recente decreto ha prolungato la prudente ordinaria gestione di Privacy e Agcom al 31 dicembre, magari con la speranza che la politica trovi il coraggio nelle buone intenzioni di fine anno. Adesso Privacy e Agcom sono in compagnia dell’ Anticorruzione. Per l’ Anac è il momento delle precauzioni. Cantone sta per sbrigare le ultime pratiche, ma il governo è convinto che sarà complicato scegliere con rapidità il successore, perché il processo di nomina è assai ampio: il premier propone il capo (o un consigliere) di Anac al Quirinale di concerto con i ministeri di Funzione Pubblica, Gustizia e Interno, dopo l’ approvazione dei due terzi delle commissioni affari istituzionali di Camera e Senato. Allora l’ Anac, già un mese fa, ha chiesto un parere all’ Avvocatura dello Stato: aspettando il futuro presidente, che facciamo? La risposta è semplice: assume la guida dell’ Autorità il componente più anziano del collegio, cioè il professore Francesco Merloni, cattedra di diritto amministrativo all’ Università di Perugia, tra i fautori di quel pacchetto di leggi per reprimere la corruzione che porta il nome di Paola Severino, ex ministro della Giustizia. Per rendere effettiva l’ indicazione dell’ Avvocatura, però, c’ è bisogno di una norma. Nessun timore: il ministero per la Funzione Pubblica vuole infilare l’ emendamento in un decreto legge del 21 settembre che transita in Parlamento per la conversione. Così l’ Anac può funzionare, seppur con quattro anziché cinque membri, e raggiungere l’ agognata meta di luglio 2020. Cosa succede il prossimo luglio? L’ intero collegio compie sei anni e quindi decade, e la politica sarà chiamata ad assegnare cinque posti all’ Anac. Più facile stringere un accordo. Il tavolo di Agcom e Privacy, invece, è in continuo movimento. S’ è aggiunta Italia Viva di Renzi, che da partito al governo può reclamare il vertice di un’ Autorità o almeno un paio di seggiole, come gli alleati di Partito democratico e Cinque Stelle. Un lacerto di potere, però, va lasciato alla consistente, e pare compatta, opposizione di centrodestra. In Parlamento ci sono in palio otto poltrone tra Camera e Senato, quattro ciascuno per Privacy e Agcom, più il presidente di Agcom che dovrà ottenere l’ investitura del premier, del ministro dello Sviluppo Economico e sempre dei due terzi delle commissioni parlamentari competenti. Perciò i fabbricatori di nomine, quelli che trattano con le segreterie di partito e ammiccano alle frotte di candidati, meritano la massima compassione, soprattutto se inconsapevoli del valore di Anac, Agcom e Privacy. Per dire, l’ Agcom ha in agenda sciocchezze del tipo: sviluppo della tecnologia internet veloce 5G , bando di gara per le frequenze televisive e passaggio al digitale terrestre di seconda generazione, applicazione della legge sul divieto di promozione del gioco d’ azzardo. Il Garante della privacy ha milioni di cittadini e migliaia di aziende da tutelare dalle invasioni sui dati personali. E l’ Anac ha quei miliardi di corruzione da combattere, ogni giorno, ogni anno. Auguri. Carlo Tecce

10/10/2019 – Il Sole 24 Ore
Bandi in ritardo e contenzioso, sul mercato è rischio subappalto

CONTRATTI PUBBLICI
Lo stop della Corte Ue mette in difficoltà le Pa e apre la strada a ricorsi Serve un adeguamento del Codice del 2016 per garantire le aziende
Stazioni appaltanti che potrebbero decidere di rimandare l’ avvio di gare. Imprese che avranno una via facile per impugnare i bandi. E una generale situazione di incertezza, che potrebbe frenare il mercato. In attesa di un intervento da parte del Governo che, a questo punto, è urgente. Nei giorni scorsi ha avuto risalto (si veda Il Sole 24 Ore del 27 settembre) la decisione con la quale la Corte di Giustizia dell’ Unione europea nella causa C-63/18 ha affermato l’ incompatibilità con le previsioni del diritto eurounitario dei limiti quantitativi al subappalto imposti dal nostro Codice all’ articolo 105 (il Dlgs 50/2016). La Commissione europea aveva già inviato una lettera di messa in mora all’ Italia nel gennaio del 2019 contestando, tra le altre cose, il non corretto recepimento delle direttive europee del 2014 proprio con riferimento alla disciplina nazionale sul subappalto. Ora la Corte di Giustizia ha chiarito che l’ imposizione in via generale e astratta di un limite alla prestazioni subappaltabili non può essere ragionevolmente giustificata sulla base del fatto che tale restrizione sarebbe un necessario strumento per contrastare la criminalità organizzata. Questo obiettivo può essere raggiunto con altre misure. In attesa di un adeguamento del Codice – essenziale per dare a tutti regole certe – ci si chiede come dovranno comportarsi le stazioni appaltanti. Il principio del primato del diritto comunitario imporrebbe di disapplicare l’ articolo 105 e quindi di liberalizzare il subappalto. Tuttavia non è difficile immaginare che, in una situazione di incertezza quale quella attuale, alcune stazioni appaltanti possano continuare ad applicare il Codice e quindi a limitare la percentuale subappaltabile, magari in attesa che intervengano le prime decisioni dei giudici amministrativi, se non anche l’ Anac, il Governo o il Consiglio di Stato. Oppure alcune stazioni appaltanti potrebbero decidere di attendere regole più chiare prima di lanciare le prossime gare, con inevitabili rallentamenti. Probabile è anche un incremento del contenzioso. Infatti, quegli operatori che non potranno partecipare alle gare per carenza dei requisiti di ammissione, non potendo ricorrere al subappalto sopra la soglia del 40% – caso non infrequente -, saranno costretti ad impugnare da subito il bando per non incorrere in decadenze processuali. Il bando con le sue previsioni, in quanto atto amministrativo e non normativo, non potrebbe essere disapplicato dal giudice, ma dovrebbe essere annullato, essendo il nostro sistema di giustizia amministrativa imperniato sulla regola dell’ impugnabilità dei provvedimenti lesivi. Decorso il termine per impugnare la clausola del bando lesiva della direttiva, questa clausola però rimarrebbe efficace e vincolante per i concorrenti e per la stazione appaltante, a meno che le stazioni appaltanti non decidano di intervenire in autotutela, annullando la previsione illegittima. Il rischio quindi che, in tale sistema, le clausole anti-comunitarie in tema di subappalto contenute nei bandi possano comunque resistere non è trascurabile. Rischio tanto più concreto con riferimento alle gare già pendenti, in cui i termini per impugnare il bando siano già decorsi e pertanto un eventuale ricorso dinnanzi al giudice amministrativo sarebbe tardivo. In questo contesto si possono immaginare rinvii pregiudiziali alla Corte di Giustizia quale ultimo baluardo del diritto comunitario o, da parte di qualche giudice, più coraggioso casi di applicazione della rimessione in termini per errore scusabile in considerazione del quadro di incertezza normativa esistente, oltre che, magari, di indicazioni equivoche e non chiare da parte delle stazioni appaltanti. Ancora una volta il tema della certezza delle regole e dell’ effettività della tutela giuridica sono posti in primo piano nel settore degli appalti pubblici ed il ruolo della giustizia amministrativa sarà fondamentale. © RIPRODUZIONE RISERVATA. Giorgia Romitelli

10/10/2019 – Il Sole 24 Ore
Urgente una presa di posizione delle Infrastrutture

le prospettive
Tempi lunghi sul correttivo: gli operatori sollecitano almeno delle linee guida
Un atto interpretativo del ministero delle Infrastrutture, che spieghi alle pubbliche amministrazioni come muoversi. Con l’ obiettivo di evitare che, in una situazione di notevole incertezza, i dirigenti pubblici preferiscano prevenire rischi e rimandare la pubblicazione dei bandi. È la richiesta recapitata al Mit da più parti, sulla quale la responsabile del dicastero, Paola De Micheli si pronuncerà nei prossimi giorni. Una richiesta che parte da una considerazione, esplicitata così dal presidente Ance, Gabriele Buia: «Le modifiche legislative hanno tempi molto lunghi, sarebbe bene avere subito un chiarimento, per evitare impatti sul mercato». Tutti ricordano il faticoso percorso che, negli ultimi anni, ha caratterizzato ogni intervento in materia di appalti. Così, anziché aspettare un processo destinato a durare molti mesi, meglio avere certezze subito, anche se con una semplice circolare. Nell’ attesa che arrivi una correzione strutturale, comunque improbabile prima della legge di Bilancio. D’ altronde, dalla stessa Anac fanno sapere di avere intenzione di verificare «cosa vogliono fare il Mit e il Governo che devono dare attuazione alla sentenza». Che la sentenza della Corte di Giustizia abbia creato un clima di incertezza, viene confermato dalle diverse letture che, in queste ore, arrivano dalle stazioni appaltanti. Dall’ Anas spiegano che la disapplicazione della norma nazionale «determinerebbe una situazione conflittuale con le altre norme di derivazione nazionale (vedi cautele antimafia, verifiche sui subappaltatori), situazione conflittuale che soltanto il legislatore può e deve risolvere». Per questo motivo, «Anas continuerà a bandire applicando la normativa nazionale attualmente vigente che, peraltro, è cambiata rispetto a quella sindacata dal giudice comunitario». Su una linea opposta ci sono le Regioni, come spiega il direttore di Itaca (l’ Istituto di Regioni e Province autonome specializzato in materia di appalti), Giuseppe Rizzuto: «Per noi è pacifico che il limite al subappalto calcolato sugli importi complessivi vada disapplicato, perché incompatibile con i principi comunitari in base alla sentenza della Corte di Giustizia Ue. Certamente, questa situazione crea molti problemi, anche sui bandi già pubblicati e ora in fase di aggiudicazione». Per questo, Itaca «ha chiesto al Mit di prendere una posizione sul tema». Insomma, il ministero dovrebbe intervenire subito per minimizzare le ricadute sul mercato: è evidente (si veda anche il pezzo in alto) che molte Pa si troveranno in difficoltà sull’ impostazione da dare ai loro bandi di gara. E la questione, al dicastero di Porta Pia, è sotto esame, al di là dello strumento che sarà scelto per risolverla. Non va, infatti, sottovalutato l’ impatto che questa difficoltà potrebbe avere sul mercato: «La paura che ci sia un rallentamento dei bandi esiste – spiega Buia -. Anche perché lo stop della Corte di Giustizia arriva in un momento di trend positivo del mercato. Per questo sollecitiamo il Mit a intervenire in tempi rapidi». Per Buia, comunque, non va dimenticato che la questione è esplosa adesso ma veniva sottovalutata da tempo: «Sono anni che sottolineiamo con forza la sua importanza al legislatore». Adesso è arrivato il momento di intervenire. © RIPRODUZIONE RISERVATA. Giuseppe Latour

10/10/2019 – La Repubblica

Alitalia, Lufthansa entra in partita. Lettera a Fs e Mise per partnership commercialeAlitalia, Lufthansa entra in partita. Lettera a Fs e Mise per partnership commerciale

La compagnia tedesca si propone come alternativa a Delta, ma non valuta di entrare nel capitale della nuova società. Patuanelli: “Io valuto asetticamente, non siamo sponsor di nessuno”. Benetton “benedice” il vettore di Berlino: “Serve esperienza e loro ne hanno”

MILANO – Lufthansa si riaffaccia sul dossier Alitalia. Secondo quanto riportano alcune agenzie di stampa, la compagnia tedesca avrebbe inviato ieri una lettera a Ministero dello Sviluppo Economico e Ferrovie dello Stato nella quale si proporrebbe come alternativa a Delta. Non si tratterebbe però di ingresso nel capitale azionario perché, a quanto si apprende il vettore avrebbe proposto una forte partnership commerciale. L’invio della missiva è stato confermato anche dal Ministro dello Sviluppo Economico Stefano Patuanelli, che ha spiegato che la lettera è stata inviata al Mise “per conoscenza”. Io, ha detto il ministro a proposito della proposta, “la valuto asetticamente”.

Lufthansa: “Da sempre a favore di accordo commerciale”

“Non vogliamo esprimerci su illazioni su chi ha avuto contatti con chi, quando ci sono stati, che lettera è stata scritta”, ha detto all’Ansa un portavoce di Lufthansa. “Abbiamo sempre detto che il mercato italiano per noi ha un grande significato, è uno dei più importanti mercati stranieri”, ha premesso. “Abbiamo pure sempre sottolineato che abbiamo interesse ad un’Alitalia ristrutturata e anche in passato abbiamo detto che ci potremmo immaginare anche un partenariato commerciale”, ha aggiunto senza fornire altre indicazioni.

Luciano Benetton: “Serve esperienza e loro ne hanno”

Le indiscrezioni rimbalzano a poche ore dalle parole pronunciate da Luciano Benetton, la cui holding di famiglia è azionista di maggioranza di Atlantia, la società che insieme a Fs e Delta dovrebbe controllare la newco che sostituirà l’ex compagnia di bandiera. “L’obiettivo deve essere veramente dare un futuro ad Alitalia, non un rinvio o una soluzione transitoria”., ha detto Benetton a Londra alla presentazione d’una partnership culturale fra Aga Khan Foundation e Fondazione Benetton. “In linea di principio -ha aggiunto- ho visto ciò che ha fatto Lufthansa nell’acquisizione d’altri vettori: Lufthansa ha molta esperienza e anche il progetto Alitalia dovrebbe passare attraverso chi ha esperienza tecnica e di gestione”. Interpellato dall’Agi però un portavoce della famiglia ha puntualizzato che le parole di Luciano Benetton non sono da intendere in linea di principio come la preferenza per un partner piuttosto che per un altro.

 

10/10/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Costruzioni, Buia: allineare appalti e pagamenti alle regole europee

Q.E.T.

I costruttori italiani in una serie di incontri Bruxelles: flessibilità su investimenti verdi, riforma subappalto e basta ritardo pagamenti

Flessibilità per gli investimenti sostenibili e necessità di allineare la normativa italiana a quella europea in tema di appalti e ritardati pagamenti. Queste le richieste sostenute dall’Associazione dei costruttori italiani (Ance) al centro degli incontri di ieri con i vertici delle istituzioni Ue.

Il presidente dei costruttori Ance Gabriele Buia considera positiva la volontà espressa dal commissario Gentiloni nei giorni scorsi «di fare pieno uso della flessibilità prevista dalle regole Ue, ma è necessario affrontare il problema della burocrazia, altrimenti in Italia gli investimenti non atterreranno mai». Tra le altre questioni più urgenti, il tema del subappalto, «che vede i limiti imposti dalla normativa italiana in contrasto con le direttive europee», e i ritardati pagamenti della pubblica amministrazione (sull’Italia gravano ancora due procedure di infrazione).

Infine, l’Ance si dichiara «fortemente preoccupata» per le difficoltà di accesso al credito: «La normativa prudenziale europea ha creato un clima di estrema chiusura degli istituti di credito nei confronti delle imprese di costruzione». L’Ance sostiene poi che «l’avvio di un vero ‘Green new deal’ passa dal rilancio delle costruzioni». Dei 17 obiettivi Onu per lo sviluppo sostenibile 15, infatti, coinvolgono direttamente il settore. Per questo l’associazione chiede «un cambio di passo, a cominciare da una revisione del patto di stabilità per gli investimenti ‘verdi». © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

10/10/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Dalle autostrade alle case popolari, entro il 2020 un «codice fiscale» per ogni opera pubblica

Mauro Salerno

Tre step per alimentare la banca dati delle infrastrutture (Ainop). Entro sei mesi dati delle opere nazionali. Ma per chi non si adegua nienet sanzioni. Il decreto firmato dal ministro De Micheli

Un codice fiscale per ogni opera pubblica. Una sorta di “braccialetto elettronico” da far virtualmente indossare alle nostre infrastrutture per avere sempre sottomano tutti i dati utili a pianificare gli interventi, a tenere sotto controllo le manutenzioni e a intervenire in caso di necessità.

Con poco meno di un anno di ritardo rispetto alle intenzioni (e con un nuovo governo in campo) è finalmente partita l’operazione Ainop, che dovrebbe portare a regime l’archivio nazionale informatico delle opere pubbliche italiane. Un modo per tenere sotto controllo e a portata di clic lo stato di salute di ferrovie, aeroporti, strade, viadotti senza dimenticare porti e edifici di edilizia residenziale pubblica. Un’operazione “monstre”, nata sull’onda dell’emergenza seguita al crolo del Ponte di Genova, che scatterà con la pubblicazione del decreto firmato ieri dal neo ministro alle Infrastrutture Paola De Micheli.

Il decreto (8 articoli e un corposo allegato tecnico) disciplina i dati che tutti i gestori delle opere pubbliche (enti locali, Ferrovie, Anas, concessionari, Autorità portuali, Enac, provveditorati alle opere pubbliche, Demanio) dovranno inserire, in via telematica, per alimentare la banca dati gestita da Porta Pia. In questo archivio dovranno essere censite decine e decine di informazioni utili a identificare ogni singola infrastrutture. Dalla parte anagrafica (data di realizzazione, coordinate geografiche, ecc.) agli aspetti economici, senza trascurare i dati tecnici, gli interventi di manutenzione programmati e realizzati, i lavori in corso, le segnalazioni utili agli enti di vigilanza.

L’Archivio è diviso in 9 sezioni a seconda del tipo di opera: si va dai ponti alle case popolari passando per strade, ferrovie, aeroporti, dighe, gallerie e porti. Ognuna di queste sezioni è poi divisa in sottosezioni relative al tipo di informazioni da raccogliere (anagrafiche, tecniche, economiche, foto e video, segnalazioni, ecc.). Alimentando i dati il sistema genererà automaticamente il codice «Iop» identificativo dell’opera pubblica. Si tratterà di un codice alfanumerico composto da 18 caratteri, attraverso i quali sarà possibile risalire all’infrastruttura. Una sorta di «codice a barre» delle infrastrutture che dovrà essere usato ogni volta che si dovranno registrare attività o novità relative all’opera.

A essere censite per prime dovranno essere le opere di rilevanza nazionale. Il decreto assegna sei mesi di tempo per rendere disponibili tutti i dati relativi alle infrastrutture di interesse nazionale. Entro lo stesso termine dovrà essere garantita almeno la disponibilità dei dati anagrafici e tecnici delle infrastrutture di interesse regionale e e dei soli dati anagrafici di quelle provinciali e comunali. La fase due (da completare in 12 mesi) prevede l’implementazione dei dati mancanti per le infrastrutture regionali e l’integrazione di quelle di minori di dimensioni. Entro il 31 dicembre 2020 il lavoro di raccolta e inserimento dei dati dovrà essere portato a termine anche per le opere più piccole. Tutti gli enti coinvolti dovranno inoltre nominare un referente unico per la gestione dei flussi verso la banca dati Ainop «all’interno delle proprie strutture organizzative».

A coordinare il lavoro e garantire il rispetto dei tempi sarà un «tavolo tecnico permanente» (25 componenti) con il compito di coordinare il flusso di alimentazione dei dati e vigilare sul rispetto dei tempi. Vedremo se funzionerà. Poter contare su una base di informazioni di questo tipo garantirebbe una svolta nella programmazione delle manutenzioni. Ma bisognerà fare i conti con la mole di lavoro aggiuntiva (e la tradizionale resistenza alle innovazioni) richiesta alle amministrazioni chiamate in causa. Per chi non si adegua – questo è forse il maggior punto debole del decreto – non sono previste sanzioni.

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10/10/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Bandi in ritardo e contenzioso, sul mercato è rischio-subappalto

Giorgia Romitelli

Lo stop della Corte Ue ai vincoli sui subaffidamenti mette in difficoltà le Pa e apre la strada a ricorsi

Stazioni appaltanti che potrebbero decidere di rimandare l’avvio di gare. Imprese che avranno una via facile per impugnare i bandi. E una generale situazione di incertezza, che potrebbe frenare il mercato. In attesa di un intervento da parte del Governo che, a questo punto, è urgente.

Nei giorni scorsi ha avuto risalto (si veda Il Sole 24 Ore del 27 settembre) la decisione con la quale la Corte di Giustizia dell’Unione europea nella causa C-63/18 ha affermato l’incompatibilità con le previsioni del diritto eurounitario dei limiti quantitativi al subappalto imposti dal nostro Codice all’articolo 105 (il Dlgs 50/2016).

La Commissione europea aveva già inviato una lettera di messa in mora all’Italia nel gennaio del 2019 contestando, tra le altre cose, il non corretto recepimento delle direttive europee del 2014 proprio con riferimento alla disciplina nazionale sul subappalto. Ora la Corte di Giustizia ha chiarito che l’imposizione in via generale e astratta di un limite alla prestazioni subappaltabili non può essere ragionevolmente giustificata sulla base del fatto che tale restrizione sarebbe un necessario strumento per contrastare la criminalità organizzata. Questo obiettivo può essere raggiunto con altre misure.

In attesa di un adeguamento del Codice – essenziale per dare a tutti regole certe – ci si chiede come dovranno comportarsi le stazioni appaltanti. Il principio del primato del diritto comunitario imporrebbe di disapplicare l’articolo 105 e quindi di liberalizzare il subappalto. Tuttavia non è difficile immaginare che, in una situazione di incertezza quale quella attuale, alcune stazioni appaltanti possano continuare ad applicare il Codice e quindi a limitare la percentuale subappaltabile, magari in attesa che intervengano le prime decisioni dei giudici amministrativi, se non anche l’Anac, il Governo o il Consiglio di Stato. Oppure alcune stazioni appaltanti potrebbero decidere di attendere regole più chiare prima di lanciare le prossime gare, con inevitabili rallentamenti.

Probabile è anche un incremento del contenzioso. Infatti, quegli operatori che non potranno partecipare alle gare per carenza dei requisiti di ammissione, non potendo ricorrere al subappalto sopra la soglia del 40% – caso non infrequente -, saranno costretti ad impugnare da subito il bando per non incorrere in decadenze processuali. Il bando con le sue previsioni, in quanto atto amministrativo e non normativo, non potrebbe essere disapplicato dal giudice, ma dovrebbe essere annullato, essendo il nostro sistema di giustizia amministrativa imperniato sulla regola dell’impugnabilità dei provvedimenti lesivi.

Decorso il termine per impugnare la clausola del bando lesiva della direttiva, questa clausola però rimarrebbe efficace e vincolante per i concorrenti e per la stazione appaltante, a meno che le stazioni appaltanti non decidano di intervenire in autotutela, annullando la previsione illegittima.

Il rischio quindi che, in tale sistema, le clausole anti-comunitarie in tema di subappalto contenute nei bandi possano comunque resistere non è trascurabile. Rischio tanto più concreto con riferimento alle gare già pendenti, in cui i termini per impugnare il bando siano già decorsi e pertanto un eventuale ricorso dinnanzi al giudice amministrativo sarebbe tardivo.

In questo contesto si possono immaginare rinvii pregiudiziali alla Corte di Giustizia quale ultimo baluardo del diritto comunitario o, da parte di qualche giudice, più coraggioso casi di applicazione della rimessione in termini per errore scusabile in considerazione del quadro di incertezza normativa esistente, oltre che, magari, di indicazioni equivoche e non chiare da parte delle stazioni appaltanti.

Ancora una volta il tema della certezza delle regole e dell’effettività della tutela giuridica sono posti in primo piano nel settore degli appalti pubblici ed il ruolo della giustizia a

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10/10/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

No al finanziamento delle sole spese di progettazione senza certezze sui fondi per costruire l’opera

Patrizia Ruffini

Corte dei Conti: l’affidamento di un incarico di progettazione va necessariamente correlato alla effettiva reperibilità delle risorse necessarie per la sua realizzazione

Stop al finanziamento delle sole spese di progettazione svincolate dalle successive fasi di esecuzione dei lavori e finalizzazione dell’opera; l’affidamento di un incarico di progettazione va necessariamente correlato non solo a un’opera che sia stata programmata, ma anche a un’indicazione sulla effettiva reperibilità delle risorse necessarie per la sua realizzazione. Con la delibera n. 352/2019, la Sezione regionale di controllo della Corte dei conti per la Lombardia affronta, su richiesta di un Comune, la pratica diffusa tra gli enti, a fronte della mancanza di disponibilità di risorse per l’intera opera, di conferire un incarico per le sole spese relative alla progettazione, imputandole al titolo II, nella speranza di reperire in un momento successivo quelle necessarie per il finanziamento dell’ opera intera.

Dopo le novità del Dm 1° marzo 2019, la contabilizzazione, tra gli investimenti, delle spese per il livello minimo di progettazione, richiede che i documenti di programmazione dell’ente, che definiscono gli indirizzi generali riguardanti gli investimenti e la realizzazione delle opere pubbliche (Dup, Defr o altri documenti di programmazione), individuino in modo specifico l’investimento a cui la spesa di progettazione è destinata, prevedendone, altresì, le necessarie forme di finanziamento. Secondo i giudici contabili, la contabilizzazione deve discendere da una chiara e trasparente programmazione dell’opera da realizzare, dove l’indicazione «specifica» delle «necessarie» forme di finanziamento ha un ruolo di particolare rilievo.

In una fase successiva rispetto alla verifica del livello di progettazione minima, gli interventi sono inseriti nel programma triennale dei lavori pubblici e le relative spese sono stanziate nel titolo II del bilancio di previsione, con imputazione agli stanziamenti riguardanti l’opera complessiva. Ciò che rileva, dunque, per la corretta contabilizzazione della spesa di progettazione è il riferimento agli stanziamenti «riguardanti l’opera complessiva» a cui la fase progettuale è funzionalmente e strutturalmente correlata.

Va evidenziato inoltre che la progettazione di un’opera, seppur articolata secondo livelli, non può prescindere da un quadro trasparente determinato a monte, relativo alla sua realizzazione e, sotto il profilo contabile, a una chiara previsione ed effettiva individuazione delle forme di finanziamento.

La Corte dei conti ritiene, pertanto, che il conferimento di un incarico relativo alle spese di progettazione, da contabilizzare tra le spese di investimento, vada inserito nell’ambito di una effettiva e concreta programmazione dell’opera, ove, di conseguenza, anche le risorse e i mezzi finanziari complessivi da utilizzare devono essere conosciuti o conoscibili ex ante, con un grado di attendibilità tale da evitare che si faccia ricorso a un affidamento non finalizzato al perseguimento di un concreto interesse pubblico.

Risulta, altresì, indispensabile, proseguono i giudici, l’accertamento della fattibilità e della finanziabilità dell’opera pubblica, quale condizione minima e imprescindibile per il conferimento di un incarico di progettazione, al fine di evitare una spesa di denaro pubblico inutile, nel rispetto del più generale criterio di diligenza, che deve sempre caratterizzare l’agire pubblico. Ciò vale anche nell’ipotesi in cui si decida di far rientrare l’affidamento dell’incarico tra le spese correnti.

Conferimento dell’incarico
Infine, i giudici si soffermano sulle ipotesi vagliate dalla giurisprudenza in tema di conferimento di incarichi subordinati alla concessione di finanziamenti per la realizzazione di un’ opera pubblica. L’inserimento nel contratto d’opera professionale di una clausola di copertura finanziaria, in base alla quale l’ente pubblico territoriale subordina il pagamento del compenso al professionista alla concessione di un finanziamento, non consente di derogare alle procedure di spesa, che non possono essere differite al momento dell’erogazione del finanziamento; in mancanza di finanziamento, il rapporto obbligatorio non è riferibile all’ente ma intercorre tra il privato e l’amministratore o funzionario che abbia assunto l’impegno.
L’articolo 24, comma 8-bis, del Dlgs 50/2016, da ultimo, prevede che le stazioni appaltanti non possono subordinare la corresponsione dei compensi relativi allo svolgimento della progettazione e delle attività tecnico-amministrative ad essa connesse, all’ottenimento del finanziamento dell’opera progettata. Nella convenzione stipulata con il soggetto affidatario sono previste le condizioni e le modalità per il pagamento dei corrispettivi.© RIPRODUZIONE RISERVATA

 

10/10/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Svolta finanziaria per la Brebemi: bond da 1,7 miliardi per coprire il debito

Cheo Condina

L’emissione dell’obbligazione allungherà la scadenza del debito (principalmente dal 2038 al 2042) e ne abbasserà il costo

Svolta finanziaria per la Brebemi, la nuova autostrada direttissima tra Milano e Brescia, che è pronta a rifinanziare tutto il debito, per oltre 2 miliardi di euro grazie all’emissione di un maxi bond da 1,72 miliardi, in rampa di lancio in questi giorni, e a nuove linee di credito per circa 360 milioni concesse da un pool di istituti tra cui Unicredit, Intesa Sanpaolo, Mps, Ubi e Banco Bpm. Al di là dei dati sul traffico, in costante crescita ma comunque sotto gli obiettivi che consentirebbero di andare a break even, il vero tallone d’Achille del conto economico dell’infrastruttura è infatti la struttura del debito, su cui ha pagato fino ad oggi tassi fuori mercato (di poco sotto il 7%). Giusto per dare un’idea, nel 2018, dopo un Ebit migliorato del 50% a 41 milioni, gli oneri finanziari sono ammontati a 87 milioni, causando così un rosso di bilancio di 37,1 milioni. Ecco perché l’emissione dell’obbligazione, che – come riportato da Radiocor – allungherà la scadenza del debito (principalmente dal 2038 al 2042) e ne abbasserà il costo (per le tranche più consistenti si attesterà tra il 3,25% e il 4,25%, quasi la metà rispetto ad oggi), rappresenta una tappa cruciale nella storia dell’infrastruttura, entrata in funzione nel luglio 2014 ma andata veramente a regime solo nel novembre 2017, quando è stata aperta l’interconnessione con la A4 a Brescia.

La ristrutturazione del debito potrebbe anche contribuire a riaprire i giochi per il riassetto azionario della Brebemi stessa, la cui catena di controllo vede attualmente come socio di maggioranza con l’81,69% Autostrade Lombarde, di cui Intesa Sanpaolo detiene a sua volta il 55,7% (già da tempo ritenuto non strategico). Proprio questa quota, nel 2018, era stato oggetto di una trattativa per la cessione a F2i, con cui l’istituto di credito aveva anche negoziato in esclusiva ma alla fine non se ne era fatto nulla.

L’attuale struttura del debito, va ricordato, vede tra i principali creditori Intesa Sanpaolo, Unicredit, Ubi, Mps e Banco Bpm, oltre a Cassa Depositi e Prestiti e alla Bei, la Banca europea per gli investimenti: tutte istituzioni che avevano contribuito nel 2015 al finanziamento quadro dell’infrastruttura, di cui l’attuale e storico presidente Francesco Bettoni è sempre stato fermo sostenitore assieme a Giovanni Bazoli, presidente emerito di Intesa Sanpaolo. Il bond, la cui emissione avverrà a brevissimo sul mercato (probabilmente già nelle prossime ore), sarà destinata a investitori istituzionali e vedrà tranche sia a tasso fisso che variabile; tra le garanzie vedrà il pegno sul 94% del capitale di Brebemi. Grazie al collocamento, si sottolinea sul mercato, la società viene rifinanziata con una struttura “investment grade”, migliorando i ratio e anticipando le distribuzioni agli azionisti, che sono anche creditori, rispetto al prestito attualmente in essere.

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10/10/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Lavori all’estero, Salini Impregilo conquista un contratto da 255 milioni di dollari negli Stati Uniti

Q.E.T.

Tramite la controllata Lane realizzerà un tunnel di stoccaggio idrico per il Lake Washington Ship Canal

Lane, società del gruppo Salini Impregilo, si è aggiudicata un contratto da 255 milioni di dollari (224,3 milioni di euro) per la costruzione di un tunnel di stoccaggio idrico, per ridurre le inondazioni di acque inquinate nel Lake Washington Ship Canal: il primo progetto nello stato di Washington per Lane.

Noto con il nome di Ship Canal Water Quality Project – Storage Tunnel project, comprende la costruzione di una galleria lunga 2,7 miglia (4,2 chilometri), che permetterà di trattenere fuori dal Canale, da Salmon Bay e da Lake Union una media annuale di 75 milioni di galloni (276 milioni di litri) di acque contaminate pluviali e di acque reflue.

Note localmente con il nome di “Combined Sewage Overflow” (CSO), queste acque non depurate che si immettono nei corpi d’acqua vicino a Seattle, in seguito a piogge intense, possono nuocere alla salute delle persone, ai pesci, alla fauna e all’ambiente in generale.

I lavori dovrebbero iniziare nel mese di ottobre 2019, per essere completati entro il 2022. Salini Impregilo – indica una nota – è pronta a espandersi ulteriormente negli Stati Uniti, il suo più grande mercato per fatturato, dopo la nomina di Mark Schiller quale presidente e amministratore delegato di Lane.

Con un portafoglio ordini a fine giugno di oltre 4 miliardi di dollari e nuovi ordini che totalizzano oltre 800 milioni di dollari, inclusi i nuovi contratti e quelli a breve finalizzati, oltre alle migliori offerte, il Gruppo è desideroso di aumentare la propria quota di mercato con nuovi progetti nei settori trasporto, acqua e tunnelling.

Lo scorso marzo, Lane si è aggiudicata un contratto da 524 milioni di dollari (460 milioni di euro) per la realizzazione di un bacino nel sud della Florida per ridurre l’immissione di acque inquinate in un estuario

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09/10/2019 – Genova 24

Nuovo impianto di Scarpino, pubblicata gara per project financing: c’è Iren nel futuro di Amiu

La concessione avrà 25 anni di durata, il valore dell’investimento è stimato in oltre 42 milioni

Genova. Altro passo avanti fondamentale nel processo che porterà all’affidamento in project financing del futuro impianto Tmb – trattamento meccanico biologico – dei rifiuti urbani nel sito di Scarpino a Genova. Sull’albo pretorio del Comune di Genova è stato pubblicato oggi il bando di gara per la concessione. Per partecipare c’è tempo fino al 13 novembre.

L’impianto sarà con tutta probabilità progettato, realizzato e gestito da Iren per conto di Amiu. L’azienda multiutility aveva già preventivato di vincere questa partita inserendo la costruzione nel proprio piano industriale.

La gara, che prevede un diritto di prelazione a favore del promotore, sarà da aggiudicare con il criterio dell’offerta economicamente più vantaggiosa.

L’importo stimato dell’investimento è stabilito in 41 milioni e 300 mila euro. Il valore della concessione è stato calcolato in 342 milioni euro e la durata della stessa concessione sarà di 25 anni. L’aggiudicatario, dopo l’aggiudicazione potrà costituire un apposita società, con capitale minimo non inferiore ad un ventesimo dell’investimento (quindi 3 milioni).

L’impresa aggiudicataria provvederà a stipulare il contratto conseguente al presente appalto con Amiu e il rapporto contrattuale intercorrerà in via esclusiva con la società stessa, non essendo prevista alcuna forma di responsabilità solidale, tra l’impresa aggiudicataria e rispettivamente il Comune di Genova e la partecipata.

 

10/10/2019 – Il Piccolo

Piscina comunale e Palacima: anche per loro si ricerca partner privato. L’amministrazione comunale vuole procedere con un partenariato pubblico-privato

ALESSANDRIA – L’intenzione c’era già da tempo. E l’amministrazione comunale l’aveva espressa ‘nero su bianco’ nel Dup 2019-2021, il Documento unico di programmazione approvato mesi fa dal Consiglio comunale. Ma ora con una delibera di giunta si procede concretamente per “vagliare il mercato”, ovvero il mondo dei privati interessati ad investire su due impianti comunali: la piscina comunale scoperta di lungo Tanaro San Martino, che ormai ha alle spalle tre bandi di gara per la cessione del diritto di superficie, l’ultima sotto forma di trattativa privata previa gara ufficiosa, tutti tentativi falliti e il Palazzetto dello Sport, impianto sportivO attaccato alla piscina. Quest’ultimo è stato inserito in questa “strategia gestionale complessiva per il complesso sportivo/ricreativo costituito dai due impianti” perché il personale comunale non è più sufficiente a garantire il regolare funzionamento del Palacima (2 addetti).

Parteneriato pubblico-privato
Così “visto che il Peg 2019 prevede per il settore Urbanistica l’apertura della piscina scoperta per la stagione estiva 2020 e visto che negli obiettivi posti in essere dall’amministrazione Cuttica c’è la necessità di adeguare la gestione degli impianti sportivi verso soluzioni in cui i privati possano avere un ruolo attivo, mantenendo un rapporto con l’amministrazione, così che gli investimenti (attraverso project financing o altre soluzioni) portino ad una migliore qualità del servizio” la strada scelta è stata quella del partenariato pubblico-privato anche per piscina comunale e Palazzetto dello Sport. Perché ad oggi la pubblica amministrazione non ha risorse e servono investimenti soprattutto sulla struttura della piscina, per “migliorare le strutture esistenti, lasciando aperta la possibilità agli operatori di prevedere anche soluzioni differenti di utilizzo, riconvertendola anche ad altri usi diversi da quello natatorio, purché si mantenga la destinazione sportivo-ricreativa e con la possibilità nella proposta di partenariato di assunzione del personale comunale che oggi opera al Palacima. Tutto nell’ottica “del minor impegno finanziario per il Comune e con oneri e obblighi a carico del privato per la progettazione, esecuzione e gestione dell’intero intervento nel suo complesso, su entrambe le strutture”. Da qui la pubblicazione, prossima, di un avviso esplorativo finalizzato a ricercare un partner privato. Esattamente come si sta facendo per i cimiteri e per il tris di impianti sportivi “Centro Borsalino/Piscina coperta/Campo atletica”