Rassegna stampa 08 ottobre 2019

06/10/2019 – La Repubblica (ed. Firenze)

In cinque lasciano Toscana Energia Italgas ha il 51%

L’ AZIENDA
Via libera dell’ Antitrust alla cessione delle quote di piccoli Comuni. L’ allarme dei sindacati: ” Il privato ha la maggioranza per le decisioni strategiche sul territorio”. Replica dell’ assessore Gianassi: ” Lo statuto tutela i soci pubblici”
di Maurizio Bologni A Firenze, Pisa e in altre località dell’ area la distribuzione del gas, ovvero la realizzazione e manutenzione delle tubature oggi affidata a Toscana Energia ma che dovrà essere messa all’ asta, passa sotto il controllo societario di Italgas di cui Cassa depositi e prestiti è il primo azionista ( 26%). A cedere lo scettro di Toscana Energia è il socio pubblico, formato da Comuni e altri enti. Succede dopo che in questi giorni l’ Autorità per la concorrenza ha concesso il nulla osta alla cessione del 2% delle azioni di Toscana Energia, che passano da cinque piccoli Comuni, Lari, Calcinaia, Casciana Terme, Palaia e Buti, a Italgas, che raggiunge quasi il 51% dell’ azionariato. Una « privatizzazione » , quella realizzata dai Comuni nel loro complesso, giudicata da Cgil, Cisl e Uil «sbagliata e penalizzante per il territorio: circolano voci che già il prossimo cda si svolgerà a Milano, dove starebbero per essere trasferite funzioni societarie come quelle finanziarie di progettazione e gestione delle risorse», mette in guardia il sindacato. « La perdita del controllo societario è tappa di un percorso previsto, che mantiene e rafforza le prerogative della parte pubblica attraverso l’ entrata in vigore di un nuovo statuto di Toscana Energia», replica Federico Gianassi, assessore di Palazzo Vecchio, maggiore azionista tra i soci pubblici. Ai sindacati non va giù che piccoli Comuni abbiano passato il controllo della società al partner privato, che già aveva la guida industriale di Toscana Energia, cedendo il 2% dell’ azionariato per circa 16 milioni, quando solo un anno fa Italgas aveva rifiutato di pagare 70 milioni il 3% offerto da sei diversi enti (allora erano Massarosa, Camaiore, Campi Bisenzio, Dicomano, Pietrasanta, Vicchio e la Provincia di Pisa). « Questa corsa al ribasso – dice il sindacato – significa mancanza di strategia condivisa tra Comuni che si sono mossi in ordine sparso, dimostrando miopia ( si incassa oggi l’ anticipo dei dividendi dei prossimi anni). E non si capisce come altri Comuni, a cominciare dai capoluoghi Firenze e Pisa, non abbiano esercitato il diritto di prelazione rinunciando ad aumentare i dividendi da una società che nel 2018 ha avuto 41 milioni di utile netto ». Ma la critica di Cgil, Cisl e Uil si concentra soprattutto sulla « privatizzazione » del servizio. «La modifica dello statuto e dei patti parasociali avvenuta nel giugno del 2018 – scrive il sindacato – consentirà a Italgas di designare la maggioranza dei componenti del consiglio di amministrazione e, attraverso l’ eliminazione dell’ obbligo della maggioranza qualificata per le decisioni strategiche contenuta nelle modifiche sopra, di decidere in piena autonomia in tema di scelte per il territorio, relegando i sindaci dei Comuni serviti ad un ruolo marginale e di mera rappresentanza » . Replica Gianassi: « È vero il contrario. Il nuovo statuto introduce la maggioranza qualificata, e quindi il diritto di veto dei Comuni, sulle scelte strategiche, acquisizioni e cessioni, provenienza di ricavi, gare e spostamento fisico di funzioni. I Comuni si sono assicurati anche il mantenimento del livello dei dividendi, la nomina di presidente e vice, la conferma dei diritti dei lavoratori su standard superiori a quelli previsti dalla legge». © RIPRODUZIONE RISERVATA k La società Toscana Energia cura la distribuzione del gas in regione.

06/10/2019 – La Repubblica (ed. Firenze)
Campanello d’ allarme per la grande multiutility

Il commento
di Fabio Galati L ‘ultima evoluzione sull’ assetto azionario di Toscana Energia è utile come campanello d’ allarme. Al di là delle considerazioni sul fatto in se stesso, che questo giornale ha già fatto all’ epoca della nascita dell’ operazione che ora ha portato al recesso di alcuni Comuni, sono sotto gli occhi di tutti in Toscana la frammentazione, il campanilismo esasperato e la mancanza di volontà nel creare un’ alleanza forte tra soggetti pubblici. Se ora in Toscana Energia la parte pubblica scende sotto il 50% è per effetto di scontri avvenuti negli anni scorsi. Il che, appunto, dovrebbe allertare chi sta lavorando alla grande multiutility regionale lanciata come progetto dell’«agenda dei sindaci» radunati pochi giorni fa a Livorno da Nardella, Salvetti e Biffoni. Ammesso e non concesso che il gas dovesse essere considerato “perso” (ragionamento che sta alla base di quanto sta avvenendo) il problema vero è che pensare ad un’ azienda regionale dei servizi come acqua e rifiuti ha un senso solo se tutti i Comuni si muovono in accordo. Le guerriglie continue, le recriminazioni, i calcoli iper localistici su quanto è toccato a noi e quanto toccherà agli altri sono la pre-condizione perfetta per organizzare un bel disastro. Una grande multiutility regionale è un obiettivo importante: per gli investimenti, per le economie di scala e anche per potenziare il rapporto con i cittadini. Ma dove si pensa di andare se ogni singolo municipio si avvicina ad un progetto strategico del genere con gli occhi solo al proprio bilancio dell’ anno? Strategie di corto respiro (pur comprensibili, viste le ristrettezze) uccideranno un’ azienda del genere ancora prima di nascere.

08/10/2019 – Corriere Fiorentino
«Termovalorizzatori, la prima battaglia è contro le ideologie»

La mancanza in Italia di impianti per chiudere il ciclo dei rifiuti crea le condizioni fertili per la criminalità organizzata. In molte regioni gli innumerevoli sequestri da parte delle forze dell’ ordine, in capannoni adibiti a stoccaggio, di scarti di rifiuti, come i continui incendi in aree dismesse, ne sono la testimonianza quotidiana. Per questa ragione il reportage sui rifiuti del Corriere della Sera del 7 ottobre, a firma Antonio Castaldo e Milena Gabanelli, è un raggio di razionalità e serietà in un mondo di deliri ideologici. Nel nostro Paese gli impianti non si fanno perché «alcuni» hanno paura e perché la politica non è in grado di tranquillizzare l’ opinione pubblica, come chiarisce bene l’ articolo: i termovalorizzatori (questo è il nome corretto) di nuova generazione non inquinano, o se vogliamo essere precisi producono sostanze nocive in quantità praticamente nulle, assolutamente non pericolose alla salute umana. Concetti facili da dimostrare, molto complicati da spiegare ai cittadini, a fronte di una lettura dominante e trasversale che si compone di svariati preconcetti, basati su fondamenta completamente errati. Se a destra abbiamo la visione che pensa sia utile un ritorno al carbone, a sinistra non mancano le ambivalenze sulla gestione dei rifiuti, zone grigie in cui predomina il «vorrei, scusate, ma non posso». E a fronte di prendersi una responsabilità si preferisce sottostare all’ assioma «sono contro i termovalorizzatori perché mi fanno perdere consenso». Si arriva persino ad imputare colpe a chi non le ha, ovvero l’ Unione Europea. Travisando, con una forzatura, il messaggio che ci è stato dato sugli obiettivi per il 2030: l’ Europa non ha mai chiesto la chiusura dei termovalirizzatori entro quella dead line. La Commissione europea ha solo scritto in una sensatissima «comunicazione» quella che ritiene la strategia migliore da applicare per definire una economia circolare. Il testo è un invito a chi ha troppo incenerimento (paesi in over capacity, non certamente l’ Italia) a ridurre la produzione e invece «sollecita» chi ne ha poco (come noi) a non compromettere il raggiungimento del 65% di riciclo al 2035, faro della nuova direttiva. Discorso semplice. Oggi, l’ Italia ha il 15/18% di incenerimento degli scarti per essere compatibili con il dato del 65% di riciclaggio bisognerebbe giungere al 25% di incenerimento (con il 10% in discarica) o il 35% (e discarica zero). Alcune regioni hanno zero incenerimento (vedi la Sicilia) o troppo poco (casi del Lazio o della Toscana). Quindi, per rispondere positivamente alla Ue, la soluzione è passare il prima possibile agli impianti, nel numero necessario a non portare i rifiuti in Danimarca, Olanda e Germania. Continuare poi ad opporsi ai termovalorizzatori dicendo che è una tecnologia del secolo scorso, ormai antiquata, è un’ altro grave errore. Copenaghen sta inaugurando un nuovo modernissimo impianto, Vienna e Parigi lo hanno fatto pochi anni fa. Dire che il termovalorizzatore è una tecnologia obsoleta, equivale a dire che il treno o l’ aereo sono mezzi già superati. Ovviamente, le tecnologie evolvono, e così sarà anche per la qualità degli impianti, e qui vi invito davvero a leggere il chiaro articolo pubblicato dal Corriere . E faccio mio il senso delle conclusioni. Servono nel nostro Paese alcuni impianti moderni, non uno per provincia come diceva Salvini ma in base alla sostenibilità. Un Paese serio li costruirebbe rapidamente mettendosi in sicurezza ambientale e traendo energia. *Presidente Confservizi-Cispel Toscana Alfredo De Girolamo*

06/10/2019 – Il Messaggero
Infrastrutture, in arrivo una spinta da 9 miliardi

Sblocco dei cantieri e nuove risorse: piano in due mosse per rilanciare gli investimenti In settimana consiglio dei ministri ad hoc su 70 miliardi di opere ferme o in ritardo
LE MISURE ROMA Non solo taglio del costo del lavoro. Il rilancio degli investimenti pubblici è l’ altro obiettivo politico della legge di Bilancio che sarà firmata da Giuseppe Conte e Roberto Gualtieri: un obiettivo da perseguire con i limitati margini finanziari disponibili, ma con una forte caratterizzazione ecologica da spendere anche a livello europeo, nell’ ambito del più complessivo green new deal. L’ accelerazione del governo sarà in due mosse: alla fine della prossima settimana un consiglio dei ministri dedicato al tema infrastrutture, che passerà in esame l’ elenco dei cantieri più o meno fermi per un valore di circa 70 miliardi. Poi qualche giorno dopo, con la manovra da approvare entro il 20 ottobre, dovrebbero essere formalizzati stanziamenti aggiuntivi per circa 9 miliardi nel triennio. IL QUADRO Il quadro attuale è in chiaroscuro. Da una parte ci sono le consuete strozzature che ritardano o bloccano in particolare le grandi opere, pur in presenza di finanziamenti sulla carta disponibili. Dall’ altra l’ anno in corso ha fatto registrare segnali moderatamente positivi in particolare sul fronte degli enti locali, grazie allo sblocco degli avanzi di amministrazione e dal piano contro il rischio idrogeologico: l’ incremento percentuale degli investimenti fissi lordi – fotografato nella Nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza (Nadef) – è del 7,7 per cento rispetto al 2018, quasi tre miliardi in più. Per il 2020 a bocce ferme è previsto un progresso più modesto, mentre le uscite a legislazione vigente tornerebbero ad accelerare in modo più deciso l’ anno successivo. LA LISTA Il tema delle grandi infrastrutture sarà al centro del consiglio dei ministri programmato orientativamente per venerdì prossimo, salvo slittamenti. La lista dei progetti da far ripartire o accelerare vale circa 70 miliardi e ricalca grosso modo gli elenchi presentati negli ultimi tempi anche dai costruttori. Come ha rilevato Paola De Micheli, i nodi non sono solo tecnici ma anche politici, visto che su alcune opere pesano le perplessità del Movimento Cinque Stelle. In cima alla lista delle opere da sbloccare – ha spiegato De Micheli ieri parlando a Sky Tg 24 – ci sono il passante di Bologna e poi la Gronda di Genova. Ma poi anche tanti altri collegamenti ferroviari e stradali da Nord a Sud. Sul piano tecnico, gli aspetti da mettere a punto sono diversi. Innanzitutto si tratta di coordinare le varie strutture di missione esistenti. Con le ultime create si è arrivati a quota sette: toccherà a Palazzo Chigi esercitare un forte ruolo di coordinamento per evitare pericolose sovrapposizioni. Poi c’ è il tema dei commissari: ce ne sarebbero da nominare 77 ma mancano ancora vari passaggi: sulla carta c’ è il rischio di arrivare ai primi mesi del 2020 e per questo il governo punta ad accelerare i tempi per provare a chiudere entro l’ anno. Infine le regole degli appalti, oggetto di vari aggiustamenti dopo il tormentato Codice del 2016: il governo si riserva di intervenire ma non è ancora chiaro quale sarà il canale, visto che tra l’ altro non è previsto uno specifico disegno di legge collegato sul tema. PRIORITÀ Lo sforzo per muovere davvero la non trascurabile dote di risorse esistenti è forse la priorità, come hanno ripetuto tutti i ministri dell’ Economia che si sono succeduti negli ultimi anni. Ma il governo intende comunque aggiungere risorse aggiuntive, che sono già scontate (anche se non dettagliate) nel quadro programmatico della Nadef. L’ impegno addizionale nel triennio dovrebbe ammontare a circa 9 miliardi. Una cifra complessiva inferiore a quella messa in campo lo scorso anno quando a Via Venti Settembre c’ era Giovanni Tria, ma coerente con un impianto generale della manovra condizionato dalla necessità di sterilizzare 23 miliardi di aumenti dell’ Iva e poi dalla scelta tutta politica di dare un primo segnale sul fronte della riduzione delle tasse sul lavoro. L’ obiettivo è comunque far crescere il peso degli investimenti fissi lordi nel bilancio pubblico: dal 2,1 per cento del Pil del 2018 ad un valore che inizi a dirigersi verso la soglia del 3 per cento. Luca Cifoni © RIPRODUZIONE RISERVATA.

06/10/2019 – Il Sole 24 Ore
«Asse con Liguria e Lombardia sulle opere»

alberto cirio (piemonte)
«Aspetteremo tre mesi, come macroregione già dialoghiamo con l’ Europa»
«Aspetteremo fino a fine anno per avere una legge quadro sull’ autonomia, ma se questo passaggio finirà per svuotare il dossier di contenuti, noi non lo accetteremo». Il presidente del Piemonte Alberto Cirio accelera e punta ad aprire un tavolo con il ministero sul tema, come fatto da Lombardia, Veneto e Emilia Romagna. Presidente, teme che l’ iter per una legge quadro sull’ autonomia possa allungare i tempi? Sono un uomo pragmatico, il ministro ha chiesto un periodo per approfondire la materia e credo sia giusto riconoscerglielo. Dico però che le Regioni si stanno già muovendo. Sulle infrastrutture con Liguria e Lombardia vogliamo dialogare con l’ Europa come macroarea, ad esempio. Entro l’ anno per la prima volta avremo 50 borse di studio per medici specializzandi pagate con risorse del Piemonte e destinate a formare professionisti che si impegnino poi a restare sul territorio per 5 anni dopo la specializzazione. Il Piemonte arriva in ritardo sul dossier, quali le prossime tappe? Ho ereditato una una situazione di “timidezza” politica rispetto al tema dell’ autonomia, abbiamo accelerato approvando, il 9 agosto, una delibera di Giunta per definire la nostra proposta, che prevede di coprire le 23 competenze e aggiunge funzioni. Ad esempio quelle sulla ricerca e l’ innovazione, tema caro alle nostre imprese manifatturiere, quelle sul commercio estero e sulla gestione del personale scolastico, infine la difesa del suolo e il dissesto idrogeologico. Ora il testo passerà in Consiglio regionale, puntiamo a chiudere una pre-intesa con il ministero entro la fine dell’ anno per allinearci alle altre regioni. Il ministro Boccia insiste su Sanità e Livelli essenziali delle prestazioni Che ne pensa? Questo non mi convince, in tre mesi è impossibile arrivare a quantificare i fabbisogni standard, il tema rischia di portare ad un rinvio sine die. L’ autonomia che vogliamo va di pari passo con rispetto dell’ unità nazionale e solidarietà tra le regioni, è un discorso che ho voluto ribadire anche al presidente della Repubblica Mattarella in visita a Torino pochi giorni fa. © RIPRODUZIONE RISERVATA. Filomena Greco

06/10/2019 – Il Sole 24 Ore
«Definire subito i nuovi livelli di prestazione»

luca zaia (Veneto)
«Non esiste una questione di unità nazionale e bisogna evitare di allungare i tempi»
«Basta che quella dei Lep, i livelli essenziali di prestazione, non diventi una scusa per allungare il brodo». Un brodo ormai fin troppo lungo, ricorda Luca Zaia, presidente della Regione Veneto, che con il ministro Boccia ha già avuto un faccia a faccia: proprio a Venezia, il 23 settembre, con un incontro definito «costruttivo», il primo dell’ agenda con i governatori. Nella bozza di autonomia del Veneto sono state inserite annotazioni che tolgono ogni spazio alle contrapposizioni Nord Sud; Zaia lo aveva ribadito anche all’ ultima assemblea di Confindustria Vicenza: «Non esiste una questione di unità nazionale». Il nodo sono i Lep, quelli noti in sanità come Lea (Livelli essenziali di assistenza), e che fanno la differenza fra le regioni: portare allo stesso costo un trattamento antibiotico post intervento che adesso, in alcune regioni, arriva a un costo sette volte superiore a quello del Veneto. Nessun problema, in sostanza, ad applicare lo stesso criterio anche alla scuola, uno dei nodi”su cui la richiesta di autonomia del Veneto ha rischiato di incagliarsi. «Magari lo Stato riconoscesse davvero che le scuole paritarie sono una risorsa per il paese, nei limiti della Costituzione. In realtà lo Stato continua a penalizzare alunni e famiglie delle paritarie, costringendole a pagare due volte il servizio di istruzione, con le tasse e con la retta» ha detto Zaia in risposta al ministro Lorenzo Fioramonti, che, a Radio Capital ha dichiarato che «la scuola paritaria svolge un ruolo importante. È una risorsa per il Paese, ma nei limiti della Costituzione». «Il ministro dovrebbe sapere – puntualizza Zaia – che in Veneto 84mila bambini, cioè due su tre sotto i 6 anni, possono frequentare una scuola dell’ infanzia grazie agli istituti paritari. La Regione Veneto investe ogni anno 31 milioni per garantire il diritto alla scuola ai più piccoli, in un regime di ormai cronica sottovalutazione da parte dello Stato del servizio pubblico offerto dagli istituti paritari. Nonostante il risparmio per l’ erario, visto che il costo pro capite di una scuola dell’ infanzia pubblica è più che doppio rispetto a una paritaria. Se tutti i bambini i del Veneto dovessero frequentare una scuola dell’ infanzia pubblica, lo Stato spenderebbe 200 milioni in più». © RIPRODUZIONE RISERVATA. Barbara Ganz

06/10/2019 – Il Tempo
La De Micheli. si fa la sua Anac

Caro direttore, manette, tasse, merendine, promesse impossibili, qualche intrigo internazionale, nomme e il governo Conte-bis si è già impantanato. Al Quirinale e nelle capitali europee, finita l’euforia per il suicidio politico di Salvi ni, l’ irritazione monta. Se ne sta già facendo carico il vicepresidente esecutivo Ue per l’ Economia, Valdis Dombrovslds, che ha bona to come «aria fritta» la Nota di aggiornamento al Def presentata pomposamente dall’ esecutivo giallorosso. Gli è stato comunque sussurrato che il nostro premier lascerà ferma al 22% l’ Iva ordinaria, su cui è posta l’ attenzione di tutti, mentre a Capodanno infilerà l’ aumento delle aliquote Iva del 4% e del 10%, sperando che nessuno se ne accorga. Sull’ evasione fiscale, Conte – che sui social, tra salsicce e santini, ha ormai superato persino Salvini – da Avvocato degli italiani si è trasformato in Pubblico Ministero, promettendo addirittura il Daspo per i commercialisti (quando per i suoi colleghi, i medici e gli architetti?), ma ignorando che esiste già una misura simile dell’ Ordine dei commercialisti per punire i professionisti macchiatisi di atti scorretti. Il problema delle tasse non pagate viene affrontato, come sempre, in maniera demagogica e «manettara»: Conte, infatti, lungi dal varare una manovra volta a colpire chirurgicamente i numerosi e diversi segmenti di evasione fiscale, preferisce lasciar credere agli italiani che i 100 miliardi di euro che sfuggono al Fisco di pendano esclusivamente dall’ utilizzo del contante. Ma è sul fronte dei delicati equilibri nel settore della sicurezza che il presidente del Consiglio avrà vita dura, dopo la visita a sorpresa del Procuratore generale degli Stati Uniti, William Barr, svelata in anteprima proprio da 11 Tempo: sono in molti ormai a consigliare al premier di lasciare la delega ai servizi, che pure tanto lo intriga, per affidarla invece ad un professionista navigato come l’ attuale presidente di Leonardo Spa nonché ex capo del Dis e del la Polizia, Gianni De Gennaro, peraltro ben introdotto anche a Washington. Sulle altre nomine è invece già scoppiata la rissa. Come antipasto, quelle di Invitalia e del Fondo Nazionale Innovazione, ma il vero piatto forte sono tulle le altre in scadenza, nell’ attesa di sapere da Matteo Renzi su chi punterà per la riconferma della sua vecchia terna composta da Poste Italiane (Del Fante), Enel (Starace), Eni (Descalzi) e se Gentiloni continuerà a sostenere Ales sandro Profumo in Leonardo. Ma se nella nuova squadra di governo Conte si muove ormai come Napoleone, tra i ministri si contendono già dissensi e ironie social il ministro dell’ Istruzione Lorenzo Fioramonti e la ministra dei Trasporti Paola De Michell, che in poche settimane è riuscita nell’ impresa impossibile di far rimpiangere il suo predecessore Toninelli. A proposito di Flora monti, c’ è grande apprensione alla Famesina perché sembra che da Tel Aviv stia arrivando una nota sulla sua attività in Sudafrica, con atteggiamenti antisemiti che non si conciliano proprio con quelli di un ministro della Repubblica di un Paese tradizionalmente vicino a Israele come è il nostro. Su Paola De Michell, invece, il buongiorno si era già visto sin dal mattino. Ancora non aveva giurato e già si era lanciata in intemerate difese della famiglia Benetton, al centro della tragedia del ponte Morandi, della querelle sulle concessioni autostradali e del pasticcio Alitalia. Passata spumeggiante sotto tutti i capi bastone che si sono succeduti alla guida del Pd, la Si nora delle infrastrutture e dei trasporti si sta ora muovendo con piglio poliziesco: senza aver affidato neppure una delega ai sottosegretari e ascoltando come suo unico «consigliori» il vecchio e caro amico, Mauro Moretti, sta infatti a punto una nuova struttura di controllo di tutte le opere sul territorio che, sulla carta, parte già con un costo di due milioni di euro. Una sorta di Anac 3.0 che si sovrapporrà agli uffici simili già esistenti all’ interno dei ministeri e delle regioni e finirà per bloccare definitivamente, in nome della trasparenza, un settore già fortemente penalizzato. Alla Corte dei Conti che diranno? Luigi Bisignani. Luigi Bisignani

07/10/2019 – Il Sole 24 Ore
L’ affidamento diretto opaco rivela l’ infiltrazione mafiosa

ENTI LOCALI E APPALTI
Consiglio di Stato duro: poca trasparenza e contiguità giustificano lo scioglimento
Il disordine amministrativo e una gestione poco lineare e trasparente delle procedure ad evidenza pubblica, costituiscono terreno fertile per l’ infiltrazione della criminalità organizzata. Su questi presupposti oggettivi, in aggiunta ai legami tra alcuni amministratori comunali e ambienti legati alla ‘Ndrangheta, il Consiglio di Stato (sentenza n. 6435 del 26 settembre, presidente Frattini, estensore Noccelli) ha confermato la legittimità dello scioglimento del Comune di Lamezia Terme, riformando la pronuncia del Tar Lazio. L’ appalto del servizio di mensa scolastica, così come quello di manutenzione delle strade e altri servizi pubblici, sempre alle stesse ditte, contigue ad ambienti criminali, attraverso procedure di favoritismo con affidamenti diretti o proroghe al di là delle ipotesi consentite dal Codice degli appalti, sono alcuni degli elementi concreti che il Consiglio di Stato stigmatizza come rivelatori di un’ intera struttura amministrativa e politica ormai asservita agli interessi mafiosi, e tale da giustificare il ricorso alla misura di carattere straordinario di scioglimento dell’ ente locale. Un potere che l’ ordinamento attribuisce allo Stato per la tutela del funzionamento democratico degli enti rappresentativi dei cittadini, qualora siano permeabili alle logiche criminali e non più al servizio della collettività. L ‘articolo 143 del Testo unico sull’ ordinamento degli enti locali disciplina in modo rigoroso la procedura, sia per quanto concerne la verifica della presenza di elementi soggettivi di collegamento o condizionamento degli organi amministrativi ed elettivi con la criminalità organizzata, che della oggettiva distorsione delle attività dell’ ente tale che ne sia compromessa l’ imparzialità e il buon andamento. Per tre mesi, rinnovabili una sola volta, una commissione d’ indagine nominata dal Prefetto del luogo effettua ogni utile accertamento. Sentito, poi, il comitato provinciale per l’ ordine e la sicurezza pubblica integrato con la partecipazione del procuratore della Repubblica, il Prefetto riferisce al ministro dell’ Interno, cui segue, ove vi siano i presupposti, la delibera di scioglimento da parte del Consiglio dei ministri e il decreto del presidente della Repubblica di cessazione delle cariche e gestione commissariale dell’ ente fino alle successive elezioni. La speditezza e riservatezza della procedura sono giustificate dalla delicatezza degli interessi coinvolti, attinenti alla sicurezza collettiva, che, come ribadisce il Consiglio di Stato, comportano il sacrificio delle garanzie procedimentali previste dalla legge 241/1990, tra le quali la comunicazione di avvio del procedimento. È dunque sul piano della tutela giurisdizionale che si sposta il controllo della legittimità del decreto di scioglimento, e spetta al giudice amministrativo valutare la completezza del quadro indiziario dell’ inquinamento mafioso, fondato su presunzioni gravi, precise e concordanti come chiesto dall’ articolo 2729 del Codice civile, tali da giustificare la misura amministrativa di tutela preventiva, distinguendosi da ulteriori responsabilità penali dei singoli amministratori o dirigenti del Comune. L’ impossibilità di applicare misure intermedie alla rigorosa alternativa fra scioglimento o meno aveva trovato un recente superamento (dichiarato però incostituzionale dalla Consulta) con la previsione di una “terza via” introdotta dal Dl 113/ 2018 che aveva riconosciuto al Prefetto (inserendo il comma 7bis nell’ articolo 143) la possibilità di fornire un «supporto tecnico amministrativo» agli enti locali infiltrati, per ricondurre a normalità l’ azione amministrativa e, in caso di inadempienza, per sostituirsi tramite commissario ad acta. La Corte costituzionale, con sentenza del 24 luglio 2019 n. 195 , pur condividendo la ratio della misura, ne ha però decretato l’ illegittimità a causa della genericità dei presupposti, tali da poter ledere l’ autonomia degli enti locali. Non senza ricordare al legislatore di poter riformulare la norma in termini compatibili con l’ autonomia degli enti locali, per fornire un ulteriore strumento a garanzia della trasparenza ma anche dell’ efficienza dell’ azione amministrativa, a tutto vantaggio dei cittadini. © RIPRODUZIONE RISERVATA. Paola Maria Zerman

 

08/10/2019 – MF
Il ritorno delle grandi opere

in italia ricominciano a crescere i bandi del valore superiore ai 100 milioni di euro
Grazie a Tav e a Rfi il numero delle commesse top nei primi 8 mesi è tornato sui livelli medi degli ultimi anni. Già indette 20 gare, più di tutto il 2018, per un valore complessivo di circa 6 miliardi
Ripartono i grandi appalti, con l’ incidenza dei bandi di valore superiore ai 100 milioni che nei primi 8 mesi del 2019 in termini di numero sono tornati sopra lo 0,1% e più in particolare allo 0,14%, incidenza che non si registrava da 10 anni. Il 2018, anzi, aveva fatto segnare un minimo da questo punto di vista allo 0,05%. Non si tratta di un «effetto Progetto Italia», visto che i dati sono aggiornati all’ agosto del 2019, ma di un doppio contributo, dato dalla ripartenza della tratta alta velocità Torino-Lione e dall’ approvazione del contratto di programma di Rfi (Rete Ferroviaria Italiana) che ha dato il via a una serie di bandi ferroviari. Il dato in valore assoluto è intorno ai 20 miliardi, con i bandi di importo superiore ai 100 milioni che in totale sono ammontati a 6 miliardi. Per spiegarla in numeri, in tutto il 2018 c’ erano stati 18 grandi bandi, mentre ad agosto 2019 il numero era già arrivato a 20 (su un totale di circa 15 mila) con la sensazione nel mondo delle costruzioni che il trend sia destinato a proseguire. La fotografia precisa verrà poi fatta dall’ Ance (Associazione Nazionale Costruttori Edili) che pubblicherà i dati annuali, ma la sensazione è che la tendenza stia mutando. Insomma, nonostante il settore resti chiaramente in difficoltà, i numeri sembrano tornare sui livelli medi degli ultimi anni (nel periodo 2008-2018 l’ importo medio è stato appunto di 6 miliardi, cifra già raggiunta ad agosto 2019). Gli addetti ai lavori ricordano che il dato sui bandi non equivale alla ripresa dei cantieri, ma di sicuro è un buon punto di partenza. Sullo sfondo resta, ovviamente, l’ operazione Progetto Italia, partita ufficialmente venerdì scorso (quando l’ assemblea dei soci ha dato il via all’ aumento di capitale di Salini Impregilo), che dovrebbe cambiare gli equilibri del settore costruzioni. Un’ operazione necessaria per un comparto in forte crisi che stava assistendo alla palese difficoltà di molti grandi gruppi. Di fatto, l’ idea alla base di Progetto Italia è proprio quella di ridare linfa a un settore colpito dalla contrazione degli appalti italiani. Il fallimento di aziende come Astaldi o Condotte avrebbe riflessi evidenti su tutta la filiera. Allo stesso tempo, negli scorsi mesi l’ Ance ha sollevato qualche perplessità sulla partecipazione della Cdp all’ operazione Progetto Italia. La paura dei piccoli costruttori, quanto di quelli di medie dimensioni (o di quelli grandi non coinvolti da Progetto Italia) è la creazione di una posizione dominante che poi si rifletta sul mercato. Il nuovo colosso guidato da Pietro Salini potrebbe, in soldoni, definire le condizioni alle quali far lavorare le piccole aziende. Timori in parte comprensibili, che viaggiano in parallelo alla razionalità della creazione di un campione nazionale delle costruzioni. (riproduzione riservata) MANUEL FOLLIS

 

08/10/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e etrritorio

Subappalti, Anie: tornare alla soglia del 30% sulla categoria prevalente

Mau.S.

La proposta della federazione delle aziende attive nel comparto tecnologico dopo la sentenza della Corte Ue che ha bocciato i limiti sui subaffidamenti

Limitare il ricorso ai subappalti, ma con riferimento alla sola categoria di lavorazione prevalente in cantiere e non a tutto l’importo dell’appalto. È la proposta avanzata dalla federazione che riunisce le imprese attive nel comparto tecnologico (Anie), a valle della sentenza con cui , pochi giorni fa, la Corte di Giustizia europea ha bocciato i limiti sui subaffidamenti previsti dal nostro codice dei contratti pubblici.

Per l’Anie la migliore soluzione è quella che è rimasta tanti anni in vigore sotto l’operatività del vecchio codice appalti. Subaffidamenti limitati al 30% della categoria prevalente e possibilità di subappaltare al 100% tutti gli altri lavori previsti dal bando come scorporabili.

«La proposta di Anie – spiegano all’associazione -, pur prevedendo un limite rispetto alla categoria prevalente, faciliterebbe l’accesso al mercato degli appalti anche alle Pmi garantendo comunque un elevato livello qualitativo nell’esecuzione delle prestazioni oggetto del contratto».

«Risolvere il contrasto con la disciplina europea significa intervenire nuovamente sul Codice, scelta questa che dalle ultime indiscrezioni sembra essere condivisa dal nuovo Esecutivo», aggiungono.

Importante per le imprese specialistiche del settore tecnologico è anche accelerare sull’approvazione del nuovo regolamento appalti, condensando le regole per lavori, servizi e forniture, in un testo unico, ma in ambiti distinti .

«Si potrebbe ad esempio immaginare un capo del Regolamento dedicato alla disciplina dei lavori e un capo relativo a quella di servizi e forniture» è la proposta.

Inoltre, l’intervento legislativo necessario a prendere atto delle contestazioni in arrivo dall’Europa, potrebbe essere l’occasione per portare a regime la cancellazione dell’obbligo di nominare una terna di subappaltatori (obbligo ora sospesa dal decreto Sblocca-cantieri fino al 31 dicembre 2020) e eliminare il divieto di «subappalto a cascata», anche questo contestato da Bruxelles e dai giudici europei.

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08/10/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e etrritorio

Appalti degli enti locali, il responsabile del servizio non può presiedere la «propria» commissione di gara

Stefano Usai

La precisazione contenuta nel parere dell’Anac espresso con la delibera n. 760/2019

L’approvazione degli atti di gara non costituisce un’operazione di natura meramente formale ma integra una «funzione o incarico tecnico o amministrativo relativamente al contratto del cui affidamento si tratta» (articolo 77, comma 4 del codice dei contratti) il cui svolgimento è precluso ai componenti della commissione giudicatrice. Ciò determina l’incompatibilità del dirigente/responsabile del servizio a presiedere le commissioni di gara relative ad appalti del proprio settore. È questa la precisazione contenuta nel parere dell’Anac espresso con la deliberazione n. 760/2019.

L’istanza

All’Anac è stata posta la questione della illegittimità della composizione della commissione di gara per incompatibilità del presidente. Più nel dettaglio, l’impresa istante – avvalendosi della norma sulla incompatibilità contenute nel comma 4 dell’articolo 77 del codice secondo cui «i commissari non devono aver svolto né possono svolgere alcun’altra funzione o incarico tecnico o amministrativo relativamente al contratto del cui affidamento si tratta» – ha rilevato l’impossibilità per il responsabile del servizio (che approva la legge speciale di gara) di svolgere anche le funzioni del soggetto che approva le risultanze della gara. Ciò in virtù dell’estensione delle cause di incompatibilità – a differenza di quanto accadeva con il vecchio regime normativo (e in specie con l’articolo 84, comma 8) del Dlgs 163/2006 – anche al soggetto che presiede la commissione di gara (delibera Anac n. 27/2017).

Il chiarimento dell’Anac

L’autorità anticorruzione ha chiarito che la disposizione in tema di incompatibilità risponde all’esigenza di assicurare una «rigida separazione della fase di preparazione della documentazione di gara da quella di valutazione delle offerte in essa presentate, a garanzia della neutralità del giudizio ed in coerenza con la ratio generalmente sottesa alle cause di incompatibilità dei componenti degli organi amministrativi». Questo divieto, quindi, sarebbe destinato a prevenire il pericolo concreto di possibili «effetti distorsivi prodotti dalla partecipazione alle commissioni giudicatrici di soggetti (progettisti, dirigenti che abbiano emanato atti del procedimento di gara e così via) che siano intervenuti a diverso titolo nella procedura concorsuale, definendo i contenuti e le regole della procedura (Cons. Stato, sez. V, 28 aprile 2014, n. 2191)».

Ora, nel ragionamento espresso nel parere, l’approvazione degli atti di gara non può essere considerata una mera operazione di natura solo formale ma, trattandosi di un «controllo preventivo di merito, implica necessariamente un’analisi degli stessi, una positiva valutazione e – attraverso la formalizzazione – una piena condivisione».

La fase (e gli atti dell’approvazione) implica e concretizza proprio una funzione o incarico tecnico o amministrativo relativamente al contratto da aggiudicare il cui svolgimento è precluso ai componenti della Commissione giudicatrice (in tal senso Tar Brescia n. 1306/2017; Tar Puglia, Lecce, sezione II, n. 1040/2016). Questa situazione, pertanto, avrebbe l’effetto di determinare una chiara incompatibilità che non può essere superata – prosegue l’Anac – neppure ammettendo l’ulturavigenza dell’articolo 84 del vecchio codice.

L’ultravigenza, infatti, deve ritenersi limitata alla sola modalità di nomina delle commissioni di gara e non anche alle «incompatibilità ovvero gli altri aspetti disciplinati dall’art. 77 del Codice, né tantomeno appare giuridicamente possibile che una norma espressamente abrogata – l’art. 84 del d.lgs. 163/2006 – possa continuare a spiegare effetti».

La conclusione è nel senso, quindi, della incompatibilità del ruolo dirigente/responsabile del servizio che approva la legge di gara con il ruolo del soggetto tenuto ad approvare le risultanze della gara. Negli enti locali (e nella altre stazioni appaltanti) il dirigente/responsabile del servizio a cui è riconducibile l’appalto non può presiedere, quindi, la propria commissione di gara nonostante quanto disposto nell’articolo 107 del decreto legislativo 267/2000. © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

 

08/10/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Individuazione della soglia di anomalia, il Tar Catania «blinda» la circolare del Mit

Pietro Verna

Con la sentenza n.2191/2019 i giudici amministrativi confermano l’interpretazione di Porta Pia e forniscono ulteriori indicazioni

A pochi mesi dall’entrata in vigore del decreto Abocca- cantieri (decreto legge n. 32 del 2019), il Tar Sicilia- Catania ha «blindato» la circolare del Ministero delle Infrastrutture («Edilizia e territorio» 16 luglio 2019) sui metodi di calcolo della soglia di anomalia.

È l’effetto della sentenza 16 settembre 2019 n. 2191 del Tar Catania con la quale anche i magistrati amministrativi catanesi hanno fornito la stessa interpretazione dell’art 97, comma 2, lettera d), del codice dei contratti, che individua i criteri per addivenire alla individuazione della soglia di anomalia allorché le offerte ammesse siano in numero pari o superiore a 15 (« la soglia calcolata al punto c) è “decrementata” di un valore percentuale pari al prodotto delle prime due cifre dopo la virgola della somma dei ribassi di cui alla lettera a) applicato allo scarto medio aritmetico di cui alla lettera b»). Disposizione che aveva creato problemi di ordine applicativo derivanti dalla difficoltà di tradurre in formula matematica la sequenza « la soglia [..] è decrementata [del] prodotto delle prime due cifre», tant’è che per risolvere il busillis si erano prospettate due soluzioni:

1) la soglia viene decrementata di un valore percentuale pari al prodotto delle prime due cifre dopo la virgola della somma dei ribassi applicato allo scarto medio aritmetico di cui alla lettera b);

2) la sottrazione del valore ottenuto dal prodotto delle prime due cifre dopo la virgola della somma dei ribassi di cui alla lettera a) applicato allo scarto medio aritmetico di cui alla lettera b).

Interpretazione, quest’ultima, alla quale inizialmente aveva aderito il Mit, e ora il Tar Catania.

Il giudice amministrativo ha confermato che l’operazione indicata dall’art. 97, comma 2, lett. d) consiste nella «sottrazione» tra i due valori percentuali ivi indicati: il valore percentuale della c.d. “prima soglia” e il valore percentuale prodotto delle prime due cifre dopo la virgola della somma dei ribassi applicato allo scarto medio aritmetico di cui alla lettera b (ossia il calcolo della somma e della media aritmetica dei ribassi percentuali di tutte le offerte ammesse, con esclusione del cd. “taglio delle ali”, arrotondato all’unità superiore, rispettivamente delle offerte di maggior ribasso e quelle di minor ribasso). Sequenza che la circolare ministeriale ha illustrato nelle “Istruzioni operative” della predetta circolare ed esplicitato nella seguente formula:

sa = M + S * [ 1- (C1*C2/100)]

dove

sa= soglia di anomalia

M= media dei ribassi percentuali, calcolata previo accantonamento del 10% – arrotondato all’unità superiore – rispettivamente delle offerte di maggior ribasso e quelle di minor ribasso;

S= scarto medio aritmetico di cui alla lett. b)

C1 = primo decimale dopo la virgola della somma dei ribassi

C2 secondo decimale aritmetico dopo la virgola della somma dei ribassi.

Nel senso indicato dal Tar Sicilia, si era espressa l’Autorità nazionale anticorruzione (Anac) con delibera n. 715 del 23 luglio 2015 e il Tar Calabria- Catanzaro (ordinanza 16 settembre 2019 n.363). Ordinanza che rinvia espressamente all’ultimo capoverso della circolare in narrativa: « le gare esperite prima delle presenti precisazioni dovranno essere opportunamente adeguate, a cura dei punti istruttori e/o presidenti gara».

Prospettive

L’orientamento giurisprudenziale e la netta presa di posizione dell’Anac a favore della circolare ministeriale lasciano presagire che essa potrebbe “tener banco” almeno sino a quando il MIT non intenderà avvalersi della facoltà di cui al comma 2-ter del citato art. 97 («Al fine di non rendere nel tempo predeterminabili […] i parametri di riferimento per il calcolo della soglia di anomalia, il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti può procedere […] alla rideterminazione delle modalità di calcolo per l’individuazione della soglia di anomalia»).

Calcolo della soglia di anomalia -Istruzioni operative

In caso di discordanza tra il ribasso espresso in cifre e quello espresso in lettere si prende in considerazione quello espresso in lettere;

In caso di ribassi uguali si procede all’aggiudicazione per sorteggio;

Si procede all’aggiudicazione anche nel caso in cui sia pervenuta o sia rimasta in gara una sola offerta valida

Ai fini dell’aggiudicazione il ribasso offerto e le medie calcolate sono troncate alla terza cifra decimale, senza arrotondamento. © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

 

08/10/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Gare, illegittimo selezionare i concorrenti sulla base dell’ordine di arrivo delle richieste di invito

Mauro Salerno

La precisazione dell’Anac in risposta a un parere di precontenzioso inviato da un’impresa

Selezionare i tre concorrenti da invitare alla procedura negoziata per la realizzazione di un impianto di illuminazione sulla base dell’orine di arrivo delle domande di partecipazione. È l’idea che è venuta all’Istituto nazionale di astrofisica per scremare le candidature in caso di una risposta “sovrabbondante” da parte del mercato. Peccato che il metodo usato per accelerare al massimo l’assegnazione del contratto non sia piaciuto all’Antcorruzione che, chiamata in casua da un’impresa, ha bocciato la scelta della stazione appaltante.

Per l’Anac stabiulire una graduatoria di ammissione in base all’ordine di arrivo delle manifestazioni di interesse è illegittimo perché non garantisce trasparenza e par condicio. Al massimo, ricorda l’Autorità nel parere di precontenzioso (n .827/2019) appena pubblicato, per raggiungere lo stesso obiettivo si può talvolta ricorrere al sorteggio. Mentre il criterio di selezione basato «sulla tempestività della domanda, non è in grado di garantire la medesima casualità del sorteggio e di neutralizzare il possibile rischio di asimmetrie informative tra i potenziali concorrenti». Per questo non è ammesso.

Bocciata anche la scelta di richiedere ulteriori requisiti di partecipazione oltre alla qualificazione Soa per un appalto sottosoglia. « Per regola generale -si legge nel documento -, nell’ambito del sistema unico di qualificazione previsto per i lavori pubblici, tale attestazione costituisce condizione necessaria e sufficiente per la dimostrazione dell’esistenza dei requisiti di capacità tecnica e finanzi aria», a meno che non si tratti di appalti di importo pari o superiore a 20 milioni, per i quali «è prevista una sorta di qualificazione rafforzata, ulteriore alla Soa». © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

07/10/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Progetto Italia/2. Si parte con Astaldi e Cossi ma contatti già avviati con Pizzarotti

L.G.

Le tappe per costruire un soggetto in grado di competere sullo scacchiere globale. Per ora Trevi non è in agenda

Progetto Italia parte con Salini Impregilo, Astaldi e Cossi. Ma sono già in corso trattative, sebbene non serrate, per ampliare il perimetro del polo aggregante. In particolare, come confermato ieri dall’amministratore delegato Pietro Salini, si sta dialogando con Pizzarotti. «È uno dei soggetti che operano nel genio civile in Italia, quindi è chiaramente una delle aziende a cui Progetto Italia rivolge la sua attenzione. Con loro sono in corso dei contatti», ha sottolineato Salini. Diversamente «Trevi è una società con grande specializzazione, con un suo brand, una sua vita e una sua storia: un soggetto interessante che non è escluso ma che per ora non è in agenda», ha aggiunto il costruttore. La lista dei potenziali candidati, in ogni caso, è lunga.

D’altra parte la condizione chiave che Cdp ha posto per fare da supporto al piano di rilancio delle costruzioni è stata proprio quella di definire un percorso che permetta di inglobare la società in crisi che operano nel paese. Messaggio subito colto da Salini che assieme al general manager Massimo Ferrari ha messo a punto Progetto Italia proprio per dare una prospettiva diversa al comparto. Tanto più considerato l’attivismo a livello di contesto globale e la fase di stallo che sta invece vivendo l’Italia. «Abbiamo sottoposto al Governo un elenco di opere ferme, per circa 36 miliardi. Siamo un Paese con depositi bancari che traboccano ma non abbiamo stimoli agli investimenti, che sono una parte fondamentale per la ripresa del pil». Lo sblocco di una simile mole di grandi opere sarebbe, come più volte dichiarato dalla compagnia, «un’occasione di rafforzamento della crescita e dell’occupazione di tutto il segmento». Quel che preme, soprattutto, è costruire un soggetto che faccia da volano alla ripresa del paese ma capace di mettersi in gioco anche sullo scenario internazionale.

Il mercato globale di riferimento è rappresentato da 630 miliardi di euro di large-project già avviati per i prossimi anni. I competitor internazionali presentano grandi dimensioni e forte presenza nel mercato domestico (il 60% dei top 250 fa più del 75% di fatturato nel mercato di riferimento). Cosa che invece non accade in Italia, dove, sebbene il settore sia strategico, poiché vale 160 miliardi, l’8% del pil, è talmente frammentato da non essere stato in grado di imporsi sul piano globale. Tanto più alla luce della recente crisi che ha rischiato di spazzare via le architravi di questo sistema, cosa che avrebbe avuto un impatto rilevante sia sul tessuto economico che finanziario dell’Italia. Ora si tratta di procedere passo passo per identificare i soggetti con le caratteristiche giuste per partecipare al progetto. In passato erano circolati i nomi di Rizzani de Eccher, Grandi Lavori Fincosit e Condotte. Tutto con l’obiettivo finale di rimettere in moto il settore.

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07/10/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Autostrade per l’Italia. Tar Lazio: il Mit ha 20 giorni per motivare il «silenzio» sul Pef 2018-2022

Massimo Frontera

Lo hanno deciso i giudici della Prima Sezione con l’ordinanza pubblicata il 4 ottobre scorso. Camera di Consiglio fissata al 20 novembre

Il Tar del Lazio stringe i tempi sul contenzioso promosso da Autostrade per l’Italia contro il ministero delle Infrastrutture per il “silenzio serbato” da Porta Pia sulla proposta di aggiornamento del Piano economico finanziario (Pef) 2018-2022 inviato il 15 giugno 2018 da Aspi all’allora ministro Danilo Toninelli, insediato da pochi giorni. A fronte del prolungato silenzio del Mit, la società del gruppo Atlantia ha promosso un ricorso al Tar chiedendo l’approvazione del Pef con un decreto interministeriale (Infrastrutture di concerto con l’Economia). Nell’udienza del 2 ottobre scorso i giudici hanno osservato che le «intimate amministrazioni si sono costituite con atto di mera forma senza depositare alcuna documentazione a corredo». E hanno pertanto chiesto al solo Mit di produrre – «entro 20 giorni dalla notifica della presente ordinanza» – una esauriente documentazione sul «procedimento in atto alla data dell’8 giugno 2018 relativo all’aggiornamento del Piano in questione». Il Tar, pertanto, con l’ordinanza pubblicata il 4 ottobre scorso, ha fissato al 20 novembre prossimo la nuova camera di consiglio sul braccio di ferro tra il governo e Aspi.
L’ordinanza del Tar Lazio

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07/10/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Ponte Messina: slitta a luglio 2020 l’udienza del Tar su contenzioso con Salini Impregilo

Massimo Frontera

Su richiesta dei ricorrenti dopo l’atto di caducazione del contratto con Eurolink. Contraria allo slittamento la difesa erariale

Slitta all’8 luglio 2020 l’udienza del Tar Lazio sul contenzioso promosso da Eurolink, il raggruppamento di contractors guidato da Salini Impregilo, contro la caducazione del contratto per realizzare il maxi-ponte tra Calabria e Sicilia. La caducazione del contratto, decisa per legge dal governo Monti nel 2012 era stata comunicata ufficialmente ai contraenti il 2 marzo 2013 dalla società Stretto di Messina Spa. La decisione del rinvio, si legge nell’ordinanza del Tar Lazio pubblicata il 4 ottobre scorso, è stata presa dai giudici della Prima Sezione nella riunione del 2 ottobre. La richiesta di rinvio è stata formulata dai ricorrenti – «Eurolink Scpa e Salini Impregilo Spa» – con l’adesione anche della società Stretto di Messina Spa. Contraria invece la difesa erariale, che, si legge nell’ordinanza, «nell’odierna udienza pubblica (del 2 ottobre scorso, ndr) si è opposta alla richiesta di rinvio, in ragione della asserita irrilevanza delle questioni dedotte dalla parte ricorrente nella propria richiesta rispetto agli argomenti oggetto del presente giudizio». I giudici, «alla luce delle ampie motivazioni poste a sostegno della richiesta di rinvio e correlate alla effettiva permanenza dell’interesse del ricorso», hanno comunque accolto la richiesta di rinvio, fissando l’udienza pubblica all’8 luglio prossimo.
L’ordinanza del Tar Lazio

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