Rassegna stampa 03 ottobre 2019

03/10/2019 – Corriere della Sera
Dubbi tecnici e ricorso al Tar sul consorzio Milano Next

Project financing
Milano Next si sta trasformando in un rompicapo: un progetto così «innovativo» da mettere in difficoltà gli uffici comunali. I tre scatoloni colmi di carte che rivoluzionano la gestione del trasporto pubblico milanese sta impegnando da mesi i tecnici di Palazzo Marino e dell’ Agenzia di bacino. La loro è una corsa contro il tempo per analizzare la proposta del consorzio a guida Atm (con l’ 84 per cento delle quote) insieme a BusItalia di Ferrovie, Hitachi Rail Sts, A2A Smart City, Commscon Italia e IgpDecaux e valutarne l’«interesse pubblico». È un passaggio fondamentale per la riuscita del contropiede ideato dall’ azienda di Foro Buonaparte per mettersi in posizione di forza in vista della temuta gara che sarà lanciata entro l’ estate. A quel punto la proposta di project financing diventerebbe la base di gara del servizio. Ma la materia è già complessa di suo, e aver allargato il perimetro della partita non aiuta. All’ interno c’ è la rete di bus, tram e metrò, la gestione dei parcheggi, di Area C e molto altro. Sono coinvolte due diverse stazioni appaltanti, Comune e Agenzia, che hanno preferito chiedere una consulenza tecnica per l’ analisi dei documenti e una legale per individuare i passi successivi del percorso. Intanto il tempo passa, e il materiale rimane secretato. A nulla sono servite le richieste di accesso agli atti presentate da Basilio Rizzo, consigliere della sinistra di Milano in Comune, che ha quindi presentato ricorso al Tar. «È un diritto disciplinato dalla legge che si ritiene non abbia limiti, salvo casi particolari, e questo non lo è. Non è neanche assimilabile a un’ offerta presentata all’ interno di una gara pubblica», hanno precisato gli avvocati Stefano Nespor e Federico Boezio, che assistono Rizzo. Nel ricorso viene sollevato un altro punto: i tre mesi per valutare la «fattibilità del progetto» sono scaduti (è stato depositato il 7 maggio) e la proposta sarebbe quindi «decaduta». Se per i legali di Rizzo il termine dei 90 giorni è «perentorio», per Palazzo Marino andrebbe recuperato poco più d’ un mese, cioè il tempo d’ attesa di carte integrative richieste al consorzio. Sarà il Tar a fare chiarezza. Pierpaolo Lio

02/10/2019 00.00 – Mondo Utilities

EmiliAmbiente: un milione di euro per un acquedotto più efficiente

È in fase di aggiudicazione il bando per la modellazione idraulica, la distrettualizzazione, la ricerca delle perdite di tutti gli 11 Comuni serviti. 1.005.810 euro di investimento per l’efficientamento gestionale ed energetico

EmiliAmbiente stanzia oltre un milione di euro per l’efficientamento della rete di acquedotto e la ricerca perdite. È in fase di aggiudicazione il bando “Modellazione idraulica di acquedotti, distrettualizzazione delle rete, analisi e ricerca delle perdite idriche, progetto generale acquedotto”, attraverso cui la SpA – gestore del Servizio Idrico Integrato di 11 Comuni del parmense – intende nel prossimo triennio ridurre sensibilmente le perdite di rete e migliorare la resa energetica dei propri impianti.

L’appalto, che riguarda l’intero territorio servito dall’azienda e prevede un investimento complessivo di 1.005.810 euro, si articola in quattro fasi differenti. La prima è la modellazione idraulica, cioè la ricostruzione di un modello accurato delle caratteristiche geometrico-idrauliche della rete di tutti i Comuni gestiti: una “mappatura” puntuale e aggiornata necessaria per procedere poi alla distrettualizzazione, cioè alla divisione della rete distributiva in sotto-distretti di misura. L’installazione di strumenti di telecontrollo consentirà a questo punto a EmiliAmbiente di monitorare e analizzare in tempo reale la situazione di ognuno dei distretti, rilevando in modo immediato e puntuale ogni anomalia.  Si apre quindi la fase di ricerca perdite vera e propria, cioè l’attività di indagine sulla rete per individuare e localizzare le dispersioni idriche.

L’impresa appaltatrice dovrà infine procedere alla proposta di un piano pluriannuale per la risoluzione delle criticità identificate nelle fasi precedenti, evidenziando gli interventi da realizzare in ordine di priorità e secondo una logica di efficienza, efficacia ed economicità del servizio: tra questi, ad esempio, l’eliminazione delle insufficienze idrauliche e la sostituzione dei tratti di rete più vetusti, la manutenzione, la taratura o la sostituzione di strumenti e organi idraulici, ma anche l’efficientamento energetico di impianti di captazione, sollevamenti e altri impianti di adduzione.

L’appalto prevede lo svolgimento di queste quattro operazioni su tutta la rete gestita da EmiliAmbiente in un periodo complessivo di 20 mesi, concentrandosi a rotazione su ognuno dei Comuni serviti (o gruppi di Comuni, nel caso delle realtà più piccole): questa modalità garantirà l’ottenimento dei primi risultati in tempi relativamente rapidi.
“L’appalto è stato redatto dall’Ufficio Ingegneria, di recente formazione nell’organigramma dell’azienda” afferma Andrea Peschiuta, Direttore di EmiliAmbiente. “La creazione di questa unità, che in futuro verrà ulteriormente ampliata, risponde alla necessità di adempiere alle richieste dell’Autorità in ambito di Qualità Tecnica in modo organico e con una strategia di lungo periodo. Considerando in particolare il Macroindicatore M1, relativo alle perdite idriche, il fatto di rientrare già ad oggi nei parametri imposti dall’Autorità ci consente di nutrire ottime aspettative per il futuro, quando l’organico dell’Ufficio sarà completo e il piano acquedotto operativo”. “L’impegno contro gli sprechi – conclude Peschiuta – non è rappresenta solo l’adempimento di un obbligo, ma un dovere morale e civile. Per questo, attraverso la campagna #occhioalcontatore , che riguarda le perdite occulte su reti private, ci siamo permessi di chiedere ai cittadini di fare la loro parte: acquisendo la semplice abitudine di controllare con regolarità il misuratore idrico possono davvero contribuire a fare la differenza per il loro portafoglio e per l’ambiente”.

 

03/10/2019 – Giornale di Brescia
Energia, arrivano i contatori smart A2A sostituisce 260mila dispositivi

Piano da 272,5 milioni, si parte nel 2020 dalla città e altri 45 Comuni bresciani Poi toccherà a Milano Multiutility
Davide Bacca d.bacca@giornaledibrescia.it Monitorare in tempo reale i propri consumi energetici, risoluzione più rapida dei problemi, piani tariffari cuciti su misura in base ai propri consumi, risparmio energetico, riduzione delle spese di gestione. È quel che promette di fare il nuovo contatore smart di Unareti, il dispositivo intelligente che la società del gruppo A2A installerà nei prossimi anni nei 48 comuni dove gestisce la rete elettrica, 46 nel Bresciano. Un maxi -piano da 272,5 milioni che porterà alla sostituzione di 1,3 milioni di contatori. L’ operazione si chiama «Smart meter 2.0» e scatterà il prossimo anno da Brescia. I dispositivi. Fino a qualche anno fa c’ erano i contatori elettromeccanici. Poi, dal 2000, sono arrivati i dispositivi 1G, con le prime teleletture. Ora siamo al 2G. «I nuovi smart meter – spiega Francesco Buresti, direttore del settore Retie Calore di A2A – vanno a potenziare una rete sempre più intelligente, integrandosi con i sempre più sofisticati sistemi di sensoristica, controllo ed automazione che stiamo sviluppando». In sostanza addio bollette sui consumi stimati (e successivi conguagli), ma fatture basate sui consumi reali; offerte orarie personalizzabili in funzione del profilo giornaliero di consumo; tempestiva comunicazione alla sala controllo di un disservizio e taglio dei tempi di ripristino. L’ obiettivo del piano è anche portare gli utenti a una maggiore consapevolezza dei propri consumi. Sarà infatti possibile conoscere nel dettaglio i prelievi giornalieri di energia e la potenza assorbita; gli utenti che sono sia produttori che consumatori, avranno dati ancora più dettagliati dell’ energia generata. I tempi. Nel capoluogo saranno sostituiti 128.475 contatori, altri 130.769 nei comuni della nostra provincia gestiti da Unareti (Botticino, Gavardo, Maderno, Manerba, Mazzano, Rezzato, Salò, Toscolano i principali). Da gennaio a maggio si effettueranno alcune sostituzioni specifiche, con la gestione delle utenze e delle attività commerciali. Dal 1 giu I numeri. Unareti (società del gruppo A2A) gestiste la distribuzione di energia elettrica in 48 comuni, 46 in provincia di Brescia, e 2 in provincia di Milano. La società ha presentato all’ Arera Autorità per l’ Energia – un piano di messa in servizio di nuovi misuratori smart. Il piano. Il piano di sostituzione vale in tutto 272,5 milioni di euro (50-70 investiti nel Bresciano). Saranno sotituiti 1,3 milioni di contatori. Si partirà da Brescia, dove saranno coinvolti 260mila contatori: i lavori partiranno nel 2020 e finiranno nel 2021. gno 2020 al 31 dicembre 2021 è invece in programma la «sostituzione massiva» dei vecchi contatori, in tutto 259.244. Difficile compartimentare l’ investimento, ma nel Bresciano il valore dovrebbe aggirarsi tra i 50 e i 70 milioni di euro. L’ operazione a Milano e a Rozzano, dove dovranno essere sostituiti 1 milione di dispositivi, partirà nel 2022 e si concluderà nel 2025. I dettagli saranno resi noti il 4 novembre, in un incontro pubblico a Milano (Casa dell’ Energia e dell’ Ambiente, ore 10). In vista dell’ evento, Unareti ha messo online (www. unareti.it) la documentazione del piano. Chi avesse dubbio domande, può contattare la società (entro il 26 ottobre) che risponderà nell’ incontro del 4 novembre. //

03/10/2019 – Il Sole 24 Ore
A2a, Dolomiti e altri tre in gara per l’ asta su Renvico

rinnovabili
Passa alla fase due l’ asta sul gruppo Renvico, la ex Sorgenia-Green ora di proprietà del fondo Macquarie Infrastructure: gruppo del settore delle rinnovabili, tra i maggiori player italiani, con in portafoglio 179 turbine eoliche attive e 334 megawatt installati. Nella prima fase dell’ asta hanno partecipato numerosi operatori strategici, gruppi del private equity e fondi specializzati sul settore delle rinnovabili. Al lavoro, ormai da qualche mese per conto di Macquarie, c’ è infatti la banca d’ affari Rothschild. La scorsa settimana l’ agenzia Reuters ha riportato che, tra i soggetti più interessati, c’ è A2a che ha inoltrato un’ offerta per le attività di Renvico. Parlando a margine dell’ Italian Energy summit organizzato da il Sole 24-Ore, l’ amministratore delegato della superutility di Milano e Brescia, Valerio Camerano ha confermato: «Per Renvico la gara è partita ed è in corso. Ci aspettiamo sviluppi nel corso di qualche settimana». Ora emerge che alla seconda fase dell’ asta, secondo Mergermarket, sarebbero stati ammessi proprio A2a, ma anche Dolomiti Energia, Tages, Erg ed Engie. L’ operazione potrebbe valere circa 400 milioni di euro dei quali 150 milioni in equity. Le offerte vincolanti sono attese a fine ottobre. Macquarie rilevò il gruppo nel 2015 con un enterprise value di 250 milioni: la compagnia allora era ben diversa da quella in vendita oggi e gestiva circa 112 megawatt in Italia e 165 megawatt in Francia. © RIPRODUZIONE RISERVATA. C.Fe.

03/10/2019 – L’Adige
«Ci vuole la multiutility regionale»

Tancredi, segretario regionale Uiltec, sulla sinergia Dolomiti-Alperia
«Apprendiamo con interesse che il gruppo Dolomiti Energia in sinergia con Alperia Bolzano ha presentato una manifestazione di interesse per l’ aggregazione con Aim Vicenza e Agsm Verona. In coerenza con la nostra posizione, che manifestiamo da anni, osserviamo con interesse questa aggregazione ma ancor più riteniamo prioritario comprendere in che modo si svilupperà la sinergia con Alperia in quanto crediamo indispensabile creare una multiutility regionale». Il segretario regionale Uiltec, Alan Tancredi, dice la sua sulle ipotesi di alleanza delle multiutility. «Immaginando che siano mutati i punti che hanno portato alla rottura dei negoziati per la fusione precedente con Agsm», prosegue Tancredi, «chiediamo di essere puntualmente informati dello sviluppo di questa operazione a differenza di quanto avvenuto con il precedente tentativo di fusione con Agsm Verona». In attesa delle gare che interesseranno sia le concessioni idroelettriche che del gas, insiste il segretario regionale Uiltec, «auspichiamo che questa iniziativa contribuisca ad agevolare l’ aggiudicazione da parte di società del territorio, ma questo non deve essere l’ unico valore condiviso con l’ azienda perché non è sufficiente essere trentini per essere bravi, serve un miglioramento delle relazioni industriali perché ad oggi il gruppo dirigente forse proprio per una limitata visione territoriale non ha trovato altri punti di condivisone con le organizzazioni sindacali e riteniamo che si debba cambiare passo perché il Gruppo Dolomiti Energia è un gruppo industriale che gestisce nevralgici servizi pubblici locali: i suoi dipendenti si meritano relazioni sindacali di alto livello come è esperienza consolidata in altre multiutiliy di settore».

03/10/2019 – Il Sole 24 Ore
Sblocco o definanziamento: ai raggi X 8mila progetti

Infrastrutture. Il sottosegretario a Palazzo Chigi Turco sta finendo la fase iniziale di monitoraggio: prossima settimana dossier sul tavolo del premier, poi un Cdm. «Di 2.600 lo Stato non ha notizie»
Roma Ottomila progetti infrastrutturali passati ai raggi X «e di 2.600 di questi il governo non ha nessuna notizia sullo stato di attuazione». Mario Turco, senatore M5S e professore di Economia aziendale all’ Università del Salento, ora sottosegretario alla presidenza del Consiglio con la delega alla programmazione economica e alle infrastrutture per volere diretto del premier Giuseppe Conte, tocca con mano l’ arretratezza italiana in materia di infrastrutture: risorse ferme, progetti bloccati, burocrazia infinita, progetti incerti, mancanza di informazioni in molti casi. Ha avviato, su mandato del premier e in coordinamento con il sottosegretario Riccardo Fraccaro, un lavoro straordinario e preventivo di monitoraggio che punta proprio a superare questo disastro informativo prima ancora che operativo. «La prima fase del mio lavoro – dice Turco – sarà completata la prossima settimana e il fascicolo sarà sul tavolo del presidente del Consiglio che considera una priorità assoluta dell’ azione di governo sbloccare gli investimenti fermi e far partire i nuovi». Palazzo Chigi ha ripreso in mano il coordinamento sul tema degli investimenti e delle infrastrutture, avvalendosi anche della cabina di regia politica (coordinata da Fraccaro) e la struttura di missione di esperti Investitalia (coordinata da Turco) volute nel precedente governo dallo stesso Conte. «Oggi abbiamo questi due strumenti nuovi per smuovere situazioni ferme ma anche altri strumenti messi a diposizione dal decreto legge sblocca cantieri – dice Turco – per monitorare, spingere, riavviare le opere. Lo sblocca cantieri ci dà per esempio la possibilità di inviare dei tecnici di Invitalia in aiuto degli enti locali per rimuovere ostacoli che frenano o fermano le opere. Sarà possibile anche uno scambio di esperienze e risorse fra regioni più virtuose e meno virtuose. In questo modo noi sosteniamo lo sforzo degli enti in difficoltà con i singoli progetti e diamo loro due, tre, quattro mesi per trovare una soluzione e ripartire. Dopo di che, qualora questo non dovesse avvenire, dovremo decidere». Ecco svelato il secondo obiettivo del governo dopo aver monitorato e capito qual è la fotografia sul campo: sbloccare o definanziare. È il bivio o, se si preferisce, l’ ultimatum davanti al quale si troveranno centinaia e forse migliaia di progetti. «C’ è una politica di riprogrammazione – dice Turco – che il presidente Conte sta valutando. io penso sia assurdo che risorse ferme da anni impediscano di fare nuova programmazione sulle priorità che abbiamo scelto. In ogni caso, sia quando dovremo sostenere lo sforzo degli enti locali a rimuovere gli ostacoli sia in caso di definanziamento e destinazione delle risorse ad altri progetti, daremo priorità assoluta ai progetti verdi che danno una spinta all’ economia sostenibile». E qui c’ è il terzo obiettivo del lavoro di Turco: tutti i progetti saranno classificati e divisi in «verdi» e «non verdi». Priorità sempre ai primi. «È la cifra di questo governo», conferma Turco. Finito il monitoraggio – che si tradurrà anche in una classifica di enti più o meno capaci – la parola passerà a Conte che dovrebbe dedicare un intero Consiglio dei ministri al tema: per spiegare a tutti i ministri che sul rilancio degli investimenti pubblici e infrastrutturali il governo vuole correre. Il premier dovrebbe anche annunciare un confronto costante, almeno una volta al mese, per fare il punto sui progetti dei singoli ministri e su cosa ciascuno ha fatto nel mese trascorso. Una sorta di competizione sotto lo stretto controllo del premier e dei suoi collaboratori a Palazzo Chigi. La prima fase di programmazione riguarderà il piano Sud. «Ora è la priorità – dice Turco – perché non possiamo perdere i finanziamenti 2014-2020 e perché siamo convinti che se non parte il Sud non decolla neanche il Nord: con le difficoltà crescenti nello scenario internazionale, abbiamo bisogno di rafforzare la domanda interna e l’ unica via per farlo in modo significativo è rimettere in moto il Sud». © RIPRODUZIONE RISERVATA Giorgio Santilli

03/10/2019 – Il Tempo
«I diciotto milioni dei cimiteri? Non sono la causa del disastro»

L’ intervista L’ ato di accusa dell’ ex presidente Ama Luisa Melara
Fernando M. Magliaro Due giorni fa ha firmato una lettera durissima: un lucido atto di accusa all’ inerzia del Campidoglio verso Ama. Le dimissioni di Luisa Melara, avvocato chiamato dal sindaco di Roma, Virginia Raggi, a guidare Ama il 7 giugno scorso «dopo una selezione pubblica» e del suo CdA sono riuscite a fare molto più chiasso di quelle, pur rumorose, del suo predecessore, Lorenzo Bagnacani. Avvocato Melara, lunedì lei ha scritto al Campidoglio proponendo il rinvio della seduta dell’ Assemblea dei soci a dopo la conclusione dell’ analisi sui conti. Poi, martedì, gli eventi sono precipitati. Cosa è successo? «Noi abbiamo assistito dai primi giorni di settembre a un progressivo isolamento del CdA nonostante le reiterate richieste di interlocuzione con il Campidoglio. Questo ci ha fatto prendere atto ad un certo punto che non c’ erano più le condizioni per rimanere». Insomma vi è mancata la protezione del Campidoglio. «Non ci siamo sentiti sufficientemente protetti e compresi nelle nostre reali e autentiche intenzioni». Veniamo al problema dei bilanci. In Campidoglio ritengono di essere nel giusto. «Premesso che la storia dei 18,3 milioni di euro sui servizi cimiteriali sono del tutto irrilevanti nella globalità del bilancio Ama e che non è questa la ragione della rottura ma la fine del rapporto fiduciario, il bilancio 2016 approvato dal Comune aveva ratificato quel credito. Approvato sempre dalla Giunta Raggi». In Campidoglio viene citata la delibera di Giunta 21 del 2019 come dirimente sulla questione. «Leggiamo il deliberato: il Comune delibera di avviare una “due diligence” sui conti per i “servizi cimiteriali, che qualifichi e certifichi, sia sotto il profilo giuridico, sia sotto quello economico” le “partite creditorie/debito rie”. E la due diligence? «Il Comune non l’ ha mai iniziata. Se il Comune ha sentito il bisogno di verificare come stanno le cose, come Posso io, con un tratto di penna, eliminare queste poste di bilancio? Poi la nostra bozza di bilancio ha superato il vaglio della società di revisione (la Ernst&Young, ndr) e del Collegio Sindacale che, nella conclusione della sua relazione, esorta il Socio all’ approvazione del bilancio». Secondo lei, il Campidoglio sta cercando di «alleggerire» Ama per accorparla con Acea? «Abbiamo parlato molto, almeno all’ inizio, con il sindaco Raggi e l’ assessore Lemmetti e non ci è stato mai prospettata questa idea». Nella vostra lettera di dimissioni, lamentate l’ impossibilità di parlare con il Sindaco. «L’ ultima volta che ho parlato con la Raggi era fine luglio, inizio agosto». Forse 104 giorni sono po chi, ma la vostra esperienza quale soluzione vi suggerisce per risolvere il problema rifiuti? «A Londra ci sono 4 ince neritori, 5 impianti di compostaggio, 10 TMB e 2 discariche. Qui servono impianti di servizio, di trattamento e di destino, necessari a chiudere il ciclo dei rifiuti. A fronte di una emergenza strutturale, è necessario un Piano Marshall che con provvedimenti straordinari metta in sicurezza il ciclo dei rifiuti e consenta ad Ama di poter gestire la propria attività in modo sostenibile a livello ambientale ed economico». È un commissario? «Assolutamente no. Noi abbiamo indicato un piano operativo a breve termine che identifica gli strumenti che normalizzi il ciclo dei rifiuti». Le è mancato non avere un assessore di riferimento? «No. Ho letto nel Sindaco la volontà di risolvere il problema. Il cortocircuito è sul come». Lei ha sottoposto al Sindaco le sue idee sulla necessità di creare impianti a Roma? «Questi aspetti sono stati rappresentati». E la risposta qual è stata? «Il problema è il come. Il Sindaco rappresenta un’ idea politica e come tale deve contemperare diversi interessi. A volte non si riesce a fare la sintesi in tempi veloci».

03/10/2019 – Il Messaggero

Alitalia, ultimatum di Atlantia: il Mise convinca Delta o lasciamo

ROMA Atlantia rompe gli indugi difronte al tira-molla di Delta su Alitalia. In una lettera inviata ieri a Stefano Patuanelli, secondo quanto ricostruito da Il Messaggero presso fonti di via Veneto, il dg Giancarlo Guenzi avrebbe sollecitato il ministro del Mise a scendere in campo, per il suo ruolo istituzionale, e smuovere le acque intervenendo sulla compagnia aerea Usa che, al tavolo negoziale dove c’è anche Fs, fa orecchie da mercante rispetto alla necessità di rivedere il piano. Insomma, a meno di due settimane dal termine ultimo per presentare l’offerta definitiva e il contratto (15 ottobre), senza che sia possibile ottenere una sesta proroga per l’indisponibilità dei commissari difronte alla cassa in discesa continua, il gruppo autostradale gioca l’ultima carta. Sono ore improvvisamente divenute cruciali.

Oggi in tarda mattinata sarebbe in programma una riunione a Roma tra Enrico Laghi, Stefano Paleari, Daniele Discepolo con Mediobanca, presso la sede di quest’ultima che è l’advisor di Ferrovie. Un incontro organizzato in gran segreto ieri sera e al quale, dovrebbero partecipare i top manager dei soci italiani. Poi, sempre oggi alle 18, sarebbe in calendario una riunione in call fra i rappresentanti di Ferrovie, Atlantia, Delta, alla presenza degli advisor finanziari, industriali e legali per proseguire la trattativa sul piano. Ma dalle intelligence dei consulenti sarebbe stata intercettata l’intenzione della compagnia americana di non scoprire le carte, come sollecitano Fs e Atlantia rispetto all’integrazione del business plan che va ad impattare sull’alleanza Blue Sky dalla quale, allo stato, Alitalia è fuori mentre Delta, Air France, Virgin Atlantic hanno il ruolo paritetico di partner. La società americana continua a tergiversare e i giorni passano senza ci sia un avvicinamento alla condivisione dell’intera operazione. In più dai contatti fra i legali, emerge che sulla governance Delta è irremovibile dalla posizione che le azioni di pesano e non si contano: pretende poteri di veto su materie gestionali e straordinarie, in assemblea e cda della Newco, compresa la decisione su futuri aumenti di capitale.

LA GOVERNANCE

Dal primo momento che si è seduta al tavolo (seconda metà di luglio), Atlantia ha posto la necessità di modificare il piano. In questa lettera il top manager della holding dei Benetton avrebbe scritto che il piano industriale di Alitalia, così come è impostato, non garantisce un futuro redditizio della compagnia aerea italiana, come lo stesso Patuanelli ha più volte chiesto. In altre esperienze di vettori in difficoltà, il rilancio è avvenuto con l’intervento incisivo e di lungo termine di un partner industriale che crede nel rilancio. Questo, a quanto pare, non sembra essere il proposito di Delta mentre con questa sorta di operazione trasparenza Atlantia avvisa il governo che, a queste condizioni, Alitalia non potrà essere rilanciata. Anche se nella missiva non viene fatto cenno, Atlantia, d’intesa con Fs, ritiene che a dimostrazione dell’impegno di lungo periodo del socio estero Delta dovrebbe da subito aumentare la partecipazione del 10% fino a un 15-20%. Ma da questo orecchio il socio Usa non sente. Dunque, bisogna alzare il tiro. Perciò Atlantia ha lanciato un ultimatum: senza una svolta potrebbe sfilarsi e a quel punto il salvataggio sarebbe problematico.

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03/10/2019 – Italia Oggi

Equo compenso non obbligatorio per la Pa

Il professionista che lavora per il pubblico può “trarre vantaggi di natura diversa in termini di arricchimento professionale”. Inoltre, l’equità della paga deve esserci quando la stessa è prevista dal bando; se non è previsto compenso, non è necessario che lo stesso sia equo

di Michele Damiani

Equo compenso non obbligatorio per la p.a. Il professionista che lavora per il pubblico può «trarre vantaggi di natura diversa in termini di arricchimento professionale». Inoltre, l’equità della paga deve esserci quando la stessa è prevista dal bando; se, invece, l’avviso non prevede un compenso, non è necessario che lo stesso sia equo. È la conclusione a cui è giunto il Tar Lazio nella sentenza n. 03015/2019. Il tribunale ha respinto il ricorso presentato contro un bando del Mef pubblicato lo scorso 27 febbraio (si veda ItaliaOggi del 5 marzo 2019), in cui si ricercavano professionisti di comprovata esperienza per un’attività di consulenza su materie quali diritto bancario, societario e dei mercati finanziari, per la quale non era previsto alcun compenso. L’incarico aveva una durata biennale e prevedeva la possibilità per il professionista di recedere con un preavviso di 30 giorni. Il ricorso presentato contro il ministero verteva sul mancato rispetto dell’articolo 36 della Costituzione e della norma sull’equo compenso. Secondo il tribunale, però, il ricorso è ammissibile ma infondato. Per prima cosa, la consulenza è stata considerata di carattere occasionale, seppur nell’arco temporale di due anni, perché è prevista nel bando la possibilità di recedere in qualsiasi momento e il preavviso di 30 giorni serve soltanto «a una mera esigenza organizzativa». Il carattere gratuito della consulenza, per i giudici, appare legittimo: «Deve rilevarsi in proposito che nel nostro ordinamento non si rinviene alcun divieto in tal senso». Inoltre: «Non può ritenersi che la disciplina dell’equo compenso presenti carattere ostativo. Essa deve intendersi nel senso che, laddove il compenso sia stabilito, esso non possa che esser equo». In sostanza, se il bando non prevede un compenso non c’è bisogno che lo stesso sia equo. Per il Tar: «Nulla impedisce al professionista di prestare la propria consulenza senza pretendere ed ottenere alcun corrispettivo in denaro». Infatti: «Lo stesso può in questo caso trarre vantaggi di natura diversa, in termini di arricchimento professionale legato alla partecipazione ad eventuali tavoli, allo studio di particolari problematiche e altro, nonché quale possibilità di far valere tutto ciò all’interno del proprio cv». «L’equo compenso assomiglia sempre più alla tela di Penelope», commenta il presidente di Confprofessioni Gaetano Stella. «Quello che fa la politica, la giurisprudenza disfa. Rimaniamo sorpresi davanti alla decisione dei giudici amministrativi laziali». «La formazione non è lavoro», afferma la presidente del Colap Emiliana Alessandrucci, «a maggior ragione perché il bando del Mef a cui si fa riferimento era rivolto a figure di altissima professionalità. Questa sentenza è irricevibile».

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03/10/2019 – ANSA

Fondi pubblici finiti alle cosche, arrestati otto imprenditori

Inchiesta della Dda di Reggio Calabria sul fallimento di una partecipata dal Comune

Fondi pubblici destinati alla manutenzione dei principali servizi cittadini di Reggio Calabria distratti e lucrati dalle cosche di ‘ndrangheta grazie ad accordi con politici e imprenditori collusi. E’ il quadro disegnato da un’inchiesta coordinata dalla Dda e condotta dai finanzieri del Comando provinciale di Reggio che ha portato all’arresto di otto imprenditori che ricoprivano incarichi nelle società Multiservizi, partecipata dal Comune, e Gst, fallite nel 2014 e nel 2015. L’accusa è bancarotta fraudolenta.

Gli indagati, che ricoprivano cariche o qualifiche societarie, secondo l’accusa avrebbero distratto e dissipato il patrimonio delle società Multiservizi – che si occupava della manutenzione, tra l’altro, del patrimonio edilizio comunale, delle strade, degli uffici giudiziari e di altro ancora – e Gestione servizi territoriale, causandone il fallimento e privando i creditori di quanto dovuto. Sequestrati anche beni per oltre 5 milioni di euro.

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03/10/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Fondo salva opere ancora bloccato, Ance: dote di 45,5 milioni ma ne servono 430

M.Fr.

Le risorse sono inaeguate, dicono i costruttori: una singola impresa di Venezia vale, da sola, l’intera annualità 2019 del fondo

Il fondo salva-opere (e salva-imprese) annunciato in pompa magna prima dell’estate è ancora lettera morta. La misura è stata concretizzata dal precedente governo Conte – per volontà soprattutto dell’ex ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli – grazie al decreto legge crescita (n.34/2019). Il Dl, e di conseguenza l’istituzione del fondo, è entrato in vigore il 30 giugno scorso, con una dotazione di 45,5 milioni di euro nel periodo 2019-2020. Peccato che a distanza di tre mesi il fondo è ancora al palo. Il motivo è semplice: manca all’appello il solito “decretino” attuativo, l’ultimo miglio normativo che vanifica l’efficacia di questo sostegno, atteso da tante imprese in difficoltà. Nel caso particolare si tratta del Dm Infrastrutture-Economia che regola appunto l’erogazione delle risorse. Decreto che avrebbe dovuto vedere la luce entro la fine di luglio e che ovviamente ancora non c’è.

A denunciare, una volta di più, il ritardo nell’attuazione della misura è l’Ance, ascoltata lo scorso 1 ottobre dalle Commissioni riunite Industria e Lavoro del Senato, nell’ambito della conversione in legge del decreto sulle crisi d’impresa (n.101/2019). Come è noto, infatti, nel Dl sulle crisi d’impresa hanno trovato spazio alcune migliorie e limature sul fondo, come per esempio l’estensione della copertura anche ai sub-fornitori, sub-appaltatori e sub-affidatari del contraente generale.

«Questo ritardo è inaccettabile», ha protestato la delegazione dei costruttori dell’Ance ascoltata a Palazzo Madama. «Le imprese della filiera, “a valle” degli appaltatori o contraenti generali colpiti da procedure concorsuali – hanno aggiunto i costruttori edili – versano, infatti, in situazione di estrema criticità ormai da molti anni e non possono permettersi un’ulteriore dilazione nei tempi di pagamento di quanto loro dovuto per i lavori già svolti». Peraltro, il ritardo nell’attuazione di questa misura così attesa stride con «le operazioni di “salvataggio” che il Governo sta mettendo in piedi a favore dei grandi gruppi imprenditoriali colpiti da procedure concorsuali non tutelano assolutamente le imprese della filiera che hanno realizzato i lavori “a valle”, poiché queste continueranno ad essere pagate con moneta concordataria, ossia in percentuali risibili».

Peraltro, sottolineano i costruttori, le risorse stanziate – bloccate dal mancato decreto attuativo – sono pure largamente insufficienti alle necessità. La dotazione, spiega l’Ance, «è di appena 12 milioni di euro nel 2019, 33,5 nel 2020 e 18 milioni a regime». Risorse «assolutamente inadeguate a soddisfare, in tempi brevi, un fabbisogno che, attualmente, ammonta a centinaia di milioni di euro: almeno 430 milioni di euro, considerando solo, in prima analisi, le procedure concorsuali dei soggetti di più grande dimensione. Inoltre, il solo credito di un’impresa di Venezia – pari a 12 milioni di euro – è in grado di esaurire la dotazione disponibile per quest’anno». In conclusione, i costruttori chiedono di accelerare la pubblicazione del decreto e incrementare al più presto la dote stanziata finora.

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03/10/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Top 50 europea delle costruzioni: i big francesi e spagnoli aspettano al varco il «polo» italiano di Salini Impregilo

Aldo Norsa

Nella classifica Ue l’Italia è debolissima, anche se la crisi morde anche all’estero: fallite la britannica Carillion e la spagnola Isolux Corsan

È stata completata la classifica dei top 50 gruppi europei delle costruzioni (il 15 aprile scorso era stata pubblicata quella limitata ai top 25) per cifra d’affari 2018. Ne derivano alcune considerazioni su un mercato del Continente che continua a dar soddisfazioni a suoi più grandi player e permette loro di affermarsi nel mondo da posizioni domestiche competitive e uno italiano così asfittico da aver ridotto la sua rappresentanza al vertice alle sole Salini Impregilo e Pizzarotti (dopo l’uscita di scena di Astaldi, e di Condotte nella classifica precedente), rispettivamente 14° e 48° in classifica (era 11° e 50° l’anno scorso). Di poco fuori dalla top 50 risulta Rizzani de Eccher (52°) con un fatturato 2018 di 937 milioni (in calo del 12,6% rispetto all’anno prima). Da notare che solo un altro grande gruppo europeo (oltre ad Astaldi) è uscito di scena per fallimento: il britannico Carillion (l’anno scorso era stato il turno dello spagnolo Isolux Corsan).
COSTRUZIONI, SALINI IMPREGILO È IL NONO GRUPPO MONDIALE DEL MERCATO USA
Le realtà più interessanti
Al vertice europeo la graduatoria per fatturato si conferma sostanzialmente quella negli ultimi tre anni, con alcuni interessanti movimenti in Spagna: a un gruppo Acciona che sale da 12° a 8° e Fcc da 13° a 10° fa da contraltare Ferrovial che scende da 7° a 12°. Altri avanzamenti significativi sono in Paesi piccoli ma ricchi: il gruppo finlandese Yit-Corporation che in due anni passa da 40° a 21° (avendo fuso per incorporazione il connazionale Lemminkainen) e il norvegese AF Gruppen sale dalla 49° alla 37° posizione (per crescita interna). In tema di m&a le novità del 2018 sono limitate: il gruppo francese Eiffage (salito a 5° da 6°) acquista l’impresa svizzera Priora e lo spagnolo Ferrovial scorpora la divisione servizi in vista della sua vendita (con la conseguente accennata riduzione di fatturato). Inoltre la più grande operazione m&a della recente storia europea, l’acquisto del gruppo tedesco Hochtief da parte dello spagnolo Acs (2° in classifica), continua a dar luogo a due realtà con forte grado di indipendenza, la prima delle quali nel 2018 fattura 23,9 miliardi. Né va dimenticata la forte diversificazione dei due gruppi leader francesi, il numero uno europeo Vinci è il terzo concessionario autostradale al mondo, oltre che gestore di 45 aeroporti in 12 Paesi, e il numero tre europeo Bouygues, includendo la rete televisiva TF1 e Bouygues Telecom, raggiunge nel 2018 una cifra d’affari di 35,5 milioni. Anche queste diversificazioni spiegano la debolezza di una concorrenza italiana tutta focalizzata sul costruire.
Il limitato presidio europeo in Italia
Dei top 50 maggiori gruppi europei solo cinque hanno attività in Italia. In primis l’austriaco Strabag (sesto in Europa), che nel 2008 acquistò Adanti e da allora opera con una filiale che porta il suo nome (44° nella classifica italiana) con un fatturato 2018 di 61 milioni, poi lo svizzero Implenia (19° europeo) che con Rizzani de Eccher ha realizzato il grattacielo Intesa Sanpaolo a Torino ed è alleato nell’offerta per un lotto della nuova linea ferroviaria Torino-Lione, nonché lo spagnolo Sacyr (20°) che opera stabilmente tramite il consorzio Sis, di cui nel 2012 ha ceduto la maggioranza all’impresa Inc, e l’olandese Strukton (40°) che controlla l’impresa di armamento ferroviario Clf (20° nella classifica italiana con un fatturato 2018 vicino a 134 milioni). Dal 2012 ha una filiale italiana anche il gruppo tedesco Max Bögl ma si limita a presidiare i lavori pubblici in Alto Adige, che opera dal 2012 con una filiale che nel 2018 vi ha fatturato 11 milioni in opere pubbliche. Infine, fuori classifica, il gruppo tedesco Max Streicher, specializzato in posa di pipelines, ha una filiale che è 22° tra le imprese italiane con un fatturato 2018 di oltre 120 milioni.
Il “peso” dei maggiori Paesi
Esaminati in base al fatturato 2019 dei loro maggiori gruppi delle costruzioni, la Francia e la Spagna si confermano i Paesi più potenti d’Europa: la prima con una quota del 31,7% della cifra d’affari totale, la seconda con un 21 percento. Seguono distanziati il Regno Unito e Paesi più piccoli come Svezia, Olanda, e Austria (rispettivamente con 9,4, 8,9, 7,9 e 7,7 percento). Quest’ultima con Strabag, che ha in realtà in Germania il suo mercato principale. Germania che proprio per aver subito in passato le vendite delle citate Strabag e Hochtief e di un ramo d’azienda di Bilfinger (al gruppo svizzero Implenia) nonché alcuni grandi fallimenti appare con una quota europea (2%) persino inferiore all’italiana (2,1%). Un esempio, quello tedesco, che si ripropone anche nell’ingegneria civile, di un grande Paese che non ritiene strategica l’industria delle costruzioni ma privilegia la manifatturiera.
TOP 50 COSTRUZIONI UE – CLASSIFICA PER IMPRESA
TOP 50 COSTRUZIONI UE – CLASSIFICA PER PAESE (FATTURATO IN VALORI ASSOLUTI)
TOP 50 COSTRUZIONI UE – CLASSIFICA PER PAESE (FATTURATO IN PERCENTUALE)

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03/10/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

A Genova si rivede il Morandi, la finanza nella sede di Spea

Raoul de Forcade e Sara Monaci

Di Maio: vicini a revoca concessione ai Benetton, siamo tutti d’accordo. Nella sede dell’engineering trovati i «jammer» per disturbare le intercettazioni

Genova ha di nuovo, da ieri, un troncone di viadotto sulla Val Polcevera. Non si tratta più di una parte del ponte Morandi che, crollato il 14 agosto del 2018, portando con sé 43 vittime, è stato ormai definitivamente abbattuto. Si tratta invece del primo impalcato del nuovo viadotto. Un’opera alla cui posa ha assistito il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, che ha anche confermato l’avvio delle procedure per la revoca delle concessioni ad Autostrade per l’Italia, concessionaria di quel tratto autostradale. Iter confermato anche dal ministro e leader del M5s Luigi Di Maio: «non molliamo sulla revoca della concessione ai Benetton, chi non ha fatto il suo dovere deve pagare». L’operazione per issare sulle pile 5 e 6, a 50 metri di altezza, il primo impalcato (lungo 50 metri e del peso di 500 tonnellate) del nuovo ponte disegnato dalla matita dell’architetto Renzo Piano, presente alla cerimonia, è durata circa un’ora: alle 10,11 minuti è suonata la sirena che ha dato l’avvio alle gru di sollevamento. E alle 11,17 la prima delle 19 campate che costituiranno l’intera opera era varata (Piano ha spiegato che il termine “varo” si usa sia per le navi che per i ponti). Dopo aver ricordato la tragedia del crollo e le sue vittime, Conte ha sottolineato che «Genova è un simbolo di rinascita che si sta concretizzando, con la collaborazione tra pubblico e privato». L’impegno del Governo, ha proseguito, «è quello di lavorare affinché la manutenzione delle nostre infrastrutture sia un imperativo categorico morale».

Sia Conte che il commissario straordinario per la ricostruzione (e sindaco di Genova), Marco Bucci, hanno confermato il cronoprogramma per la consegna del nuovo viadotto: «a fine aprile 2020», ha detto Bucci.A margine della cerimonia (cui hanno partecipato anche il ministro delle Infrastrutture, Paola De Micheli, governatore ligure, Giovanni Toti, l’ad di Fincantieri Giuseppe Bono e l’ad di Salini Impregilo, Pietro Salini) il premier ha spiegato che «è in corso il procedimento per la caducazione della concessione (di Autostrade per l’Italia, ndr). La procedura non è ancora stata completata – ha chiarito – perché è complessissima e bisogna acquisire tutte le perizie, le valutazioni e le controdeduzioni. E si complica ancora perché, man mano che vengono depositate le perizie nell’inchiesta penale, noi le acquisiamo per valutarle anche sul fronte civile». Conte ha poi inaugurato lo Spazio ponte nel porto antico di Genova (un punto di incontro e informazione sul nuovo viadotto) e visitato lo stabilimento genovese di Ericsson. Intanto prosegue l’inchiesta sulle responsabilità del crollo, che ha già portato a nove misure cautelari nei confronti di tecnici di Aspi e Spea per la presunta falsificazione di report sullo stato di sicurezza del ponte. C’è ora un secondo filone, su come gli indagati che sospettavano di essere intercettati hanno utilizzato strumenti per non rendere decifrabili le voci al telefono. La Gdf di Genova ha quindi sequestrato negli uffici milanesi di Spea i «jammer», oltre a nuovi documenti sulla valutazione delle opere. La prova dell’utilizzo di questi strumenti è arrivata da una precedente perquisizione negli studi di due avvocati milanesi, dove i finanzieri hanno trovato fatture per 70mila euro per l’acquisto dei jammer per disturbare le intercettazioni.

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03/10/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Conferenza di servizi, Palazzo Spada toglie agli Enti locali l’arma del dissenso per «pubblica incolumità»

Massimo Frontera

Il Consiglio di Stato accoglie l’interpretazione di Palazzo Chigi e azzera, di fatto, la possibilità per i comuni di appellarsi all’articolo 14-quinquies della legge n.241/90 introdotto nel 2016

Gli enti locali non sono, di norma, legittimati a esprimere il dissenso contro la determinazione motivata della conferenza di servizi, ai sensi dell’articolo 14-quinquies della legge 241/90. Lo ha stabilito il Consiglio di Stato nel parere pubblicato il 30 settembre scorso in risposta ad alcuni specifici quesiti arrivati da Palazzo Chigi. L’articolo di legge in questione, sui «Rimedi per le amministrazioni dissenzienti», è stato introdotto nel giugno del 2016 al testo della legge 241; e consente, in ultima istanza, di opporsi alla realizzazione di un’infrastruttura, in ragione di specifiche esigenze di tutela della cittadinanza. Nel sottoporre alcuni specifici quesiti al Consiglio di Stato, la Presidenza del Consiglio riferisce di «numerose opposizioni formulate da amministrazioni comunali a vario titolo chiamate ad esprimersi» su opere esaminate nelle conferenze di servizi di primo livello. Le numerose opposizioni sono, evidentemente, altrettante procedure bloccate dal braccio di ferro dei comuni che si sono avvalsi dell’articolo citato. Grazie al parere del Consiglio di Stato, che accoglie la tesi di Palazzo Chigi, le procedure – sia presenti, sia future – hanno ora la strada spianata. Ma andiamo con ordine.
L’articolo 14-quinquies e il quesito del governo
Ecco, più precisamente, il testo della norma: «Avverso la determinazione motivata di conclusione della conferenza – recita l’articolo 14-quinquies della legge 241/90 – , entro 10 giorni dalla sua comunicazione, le amministrazioni preposte alla tutela ambientale, paesaggistico-territoriale, dei beni culturali o alla tutela della salute e della pubblica incolumità dei cittadini possono proporre opposizione al Presidente del Consiglio dei ministri a condizione che abbiano espresso in modo inequivoco il proprio motivato dissenso prima della conclusione dei lavori della conferenza. Per le amministrazioni statali l’opposizione è proposta dal Ministro competente». Il governo chiede ai giudici di Palazzo Spada «in linea generale, se le amministrazioni comunali possano a pieno titolo rientrare tra i soggetti deputati alla cura di taluni interessi sensibili e, dunque, risultare conseguentemente legittimate a sollevare opposizione ai sensi dell’art. 14-quinquies della legge n. 241 del 1990».
La risposta del Consiglio di Stato
Rispondendo al governo, il Consiglio di Stato accoglie – sostanzialmente – la tesi suggerita dalla stessa Presidenza del Consiglio, secondo cui i comuni sono esclusi dalla possibilità di appellarsi all’articolo citato, fatta salva l’ipotesi (teorica, residuale e, di fatto, molto remota) che l’ente locale sia espressamente delegato da una amministrazione sovraordinata e titolare delle competenze tecniche circa la valutazione delle tutele citate nell’articolo della legge 241 (ambientale, paesaggistico-territoriale, beni culturali, salute e pubblica incolumità dei cittadini).
Le amministrazione «preposte»
Il pilastro argomentativo dei giudici poggia proprio sulla titolarità delle amministrazioni «preposte» alle materie citate dalla legge. «E ciò essenzialmente – spiegano i giudici – perché un siffatto potere non può rinvenire un suo adeguato fondamento attributivo nella generale competenza del Comune, quale ente esponenziale della collettività rappresentata, a “tutelare” tutti gli interessi ad essa facenti capo, essendo invece necessaria, come si evince dalla lettera stessa della disposizione, un’apposita “preposizione”, con norma speciale, all’esercizio di funzioni, eminentemente tecnico-scientifiche (cfr. art. 17, comma 2, della stessa legge n. 241 del 1990), di tutela di quegli interessi “sensibili”, preposizione che, riguardo ai Comuni, di regola non si rinviene nella legislazione di settore che provvede alla allocazione delle funzioni amministrative ai sensi dell’art. 118 della Costituzione».
La scappatoia: necessaria una delega “tecnica” al comune
Come si diceva, anche se, di fatto, i comuni vengono “disarmati” dalla possibilità di appellarsi all’articolo 14-quinquiues, Palazzo Spada lascia aperto uno spiraglio, sia pure teorico. «Tuttavia – si legge infatti nel parere della Prima Sezione – anche in considerazione del non infrequente ricorso, in specie nella legislazione regionale in materia ambientale, a ciò abilitata dalla legge nazionale, a forme di delega di funzioni di tutela agli enti locali e, in taluni casi, tra questi, anche ai Comuni, non appare possibile enunciare in questa sede una conclusione in termini assoluti, valida una per volta per tutte e per tutti i casi applicativi, che neghi in radice e a priori un siffatto potere di opposizione comunale, potere che potrebbe invece ravvisarsi come sussistente allorquando la pertinente legislazione speciale di settore, statale e, soprattutto, regionale, abbia attribuito o delegato talune competenze (propriamente) di tutela ambientale ai Comuni».
I comuni potranno pertanto agire solo in funzione di una apposita attribuzione di una competenza o delega loro conferita: forte, specifica e tecnica. Spiegano infatti i giudici: «al fine del soddisfacimento del concetto di “preposizione” (alle funzioni di tutela . . . etc.) utile agli effetti dell’art. 14-quinquies in esame, non basterà una norma (di fonte statale o regionale, a seconda dei casi) di attribuzione o di delega di funzioni di tutela in quanto tali, ma occorrerà che queste funzioni di tutela (attribuite o delegate) si concretizzino e debbano esprimersi proprio attraverso la pronuncia di pareri tecnici (potenzialmente ostativi e non surrogabili) o di atti di assenso comunque denominati potenzialmente impeditivi dell’approvazione del progetto di intervento in conferenza di servizi».
Gli spazi e i poteri dei comuni
Dunque, che spazi di manovra ha il Comune per avvalersi dell’articolo 14-quinques? Allo stato attuale, gli spazi sono pressoché nulli, rispondono i giudici. Prima di tutto, a seguito di una disamina costituzionale, si esclude che gli enti locali siano «proposti – nel senso tecnico e specifico del termine – ad alcuna delle funzioni di “tutela ambientale, paesaggistico-territoriale, dei beni culturali o alla tutela della salute e della pubblica incolumità dei cittadini” di cui all’art. 14-quinquies della legge n. 241 del 1990». In un successivo approfondimento, si esclude che nella normativa di settore – specifica in materia ambientale, protezione civile, tutela paesaggistico-territoriale, sanitaria ed edilizia – gli enti locali abbiano specifiche attribuzioni sufficienti a giustificare il ricorso all’articolo 14-quinques. Resta tuttavia possibile – in via del tutto residuale e ipotetica – che in alcuni casi, le regioni possano avere attribuito ai comuni o alle città metropolitane, alcune competenze di tutela in materie di competenza legislativa regionale.
Il caso del Piemonte (non sufficiente per il dissenso)
A titolo esemplificativo si cita il caso del Piemonte, dove con la legge n.42/2000 la Regione ha delegato ai comuni funzioni in materia di bonifica dei siti inquinati, di approvazione del progetto e di autorizzare degli interventi previsti, realizzazione degli interventi di messa in sicurezza, bonifica e ripristino ambientale. Una caso però insufficiente, tuttavia, a giustificare l’opposizione ai sensi dell’articolo 14-quinquies. Tale attribuzione decisa dal legislatore regionale, sottolineano infatti i giudici della prima sezione di Palazzo Spada, «non pare rilevante e risolutiva ai fini della proponibilità dell’opposizione al Consiglio dei Ministri ex art. 14-quinquies della legge n. 241 del 1990, poiché, a tal fine, si deve trattare non già di competenze “qualsiasi”, purché in materia di tutela ambientale, ma occorre che si tratti, evidentemente, di competenze a pronunciare pareri o atti di assenso comunque denominati in conferenze di servizi per progetti, interventi o attività da approvare o autorizzare. Nell’esempio proposto della legge regionale del Piemonte, invero, la tutela delegata in materia di bonifica dei siti inquinati pone il Comune delegato nella posizione di autorità procedente e non di autorità chiamata a rendere un parere o un atto di assenso comunque denominato, e dunque non rileva ai fini del presente quesito».
Cosa succede a tutte le conferenze di servizi bloccate?
Il Consiglio di Stato indica pertanto alla Presidenza del Consiglio la strada da seguire per rimettere in marcia tutte le conferenze di servizi bloccate dai comuni dissenzienti: basta verificare se, alla luce delle considerazioni espresse dai giudici amministrativi, l’ente locale è o meno titolato a dissentire. «Alla luce di questa impostazione interpretativa – conclude il parere del Consiglio di Stato – codesta Presidenza dovrà, ogni qual volta pervenga un’opposizione comunale ex art. 14-quinquies, al fine di poter motivatamente escludere la legittimazione comunale e dichiarare inammissibile l’opposizione, operare un’attenta analisi specifica della disciplina di settore applicabile». In che modo? Svolgendo, «riguardo al singolo affare concreto», una «puntuale disamina sulla legislazione settoriale e regionale applicabile alla fattispecie».
Il parere del Consiglio di Stato

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