Rassegna stampa 02 ottobre 2019

02/10/2019 – L’Adige

Energia, alleanza con Verona e Vicenza

NORD EST
De Alessandri: stiamo trattando. Nascerebbe un colosso da 3,8 miliardi
Francesco Terreri Dolomiti Energia, in tandem con l’ altoatesina Alperia, ha presentato a luglio una vera e propria manifestazione di interesse per l’ aggregazione con le multiutility venete Agsm di Verona e Aim di Vicenza, con la prospettiva di valutare un progetto industriale comune. Lo conferma il presidente di Dolomiti Energia Holding Massimo De Alessandri : «Abbiamo espresso la manifestazione di interesse alle due aziende e ai sindaci di Verona e Vicenza. Ma siamo solo alle battute iniziali». Le aziende energetiche regionali se la debbono vedere con concorrenti nazionali del calibro di Hera e A2A. Inoltre, a quanto si dice in Veneto, Aim Vicenza, stanca delle incertezze dei veronesi, starebbe esplorando da sola la via trentina. De Alessandri però smentisce: «Il quadro è ancora quello di luglio». Se andasse in porto un progetto del genere, nascerebbe un colosso della produzione, distribuzione e vendita dell’ energia da 3,8 miliardi di ricavi complessivi, di cui 1,5 trentini, 1,3 altoatesini e 1 miliardo tra Verona e Vicenza. «Come è stato riportato dai giornali ( l’ Adige del 7 settembre), a luglio abbiamo fatto la manifestazione di interesse a entrambe le società e ai sindaci di Verona e Vicenza – spiega De Alessandri – Avevamo raccolto notizie che Agsm e Aim stavano valutando percorsi di aggregazione e che erano disponibili a valutare aziende sul territorio». Tra le due multiutility venete si parla da tempo di aggregazione ma le cose vanno a rilento. A giugno le due società hanno rilanciato il progetto con un importante elemento in più: siamo ormai diventate troppo piccole per difenderci dagli attacchi competitivi, per evitare l’ arretramento e la perdita di quote di mercato è necessario crescere. Così a Roland Berger, l’ advisor selezionato congiuntamente da Agsm e Aim, è stato chiesto di individuare un partner industriale in grado di supportare il disegno di crescita. In campo tra i candidati ci sono colossi come la lombarda A2A, con cui le due aziende venete si erano alleate per rilevare la trevigiana Ascopiave, e la bolognese Hera, che ha vinto la gara per Ascopiave, per la quale si erano fatte avanti anche Dolomiti Energia e Alperia. Le multiutility regionali ora tornano alla carica con le società veronese e vicentina. Dolomiti Energia aveva firmato nel 2016 un memorandum d’ intesa con Agsm per una possibile fusione, poi tramontata. Alperia ha di recente acquisito in Veneto le società Bartucci, Sum e Green Power. «Con Verona e Vicenza – precisa De Alessandri – valutiamo percorsi industriali, un progetto industriale territoriale, di servizi, con obiettivo sinergie. Con Alperia abbiamo ottimi rapporti di buon vicinato. Gestiamo insieme la centrale idroelettrica di San Floriano, abbiamo attivato un intervento paritetico sulla mobilità elettrica. Laddove nascessero opportunità, le due aziende potrebbero valutarle congiuntamente. Ma in tutto questo siamo alle battute iniziali».

02/10/2019 – L’Adige
L’ Asm vende a Dolomiti energia l’ attività per il gas e l’ elettricità

Tione | Fornitura ai clienti gestita dalla nuova azienda
TIONE – L’ Azienda servizi municipalizzati di Tione ha perfezionato il conferimento del ramo d’ azienda concernente l’ attività di commercializzazione di energia elettrica e gas in Dolomiti Energia. Pertanto dal 1° ottobre scorso tutte le operazioni commerciali (attivazioni, modifiche, cessazioni contrattuali, fatturazione dei consumi, informazioni commerciali) relative alle forniture di energia in regime di maggior tutela e di gas per i clienti fino ad ora serviti da Asm saranno gestite dalla società Dolomiti Energia. Nei prossimi giorni verrà recapitata a tutti i clienti interessati una lettera con le informazioni e i dettagli relativi a questa importante novità, che in ogni caso non comporterà alcun costo aggiuntivo o onere a carico dei clienti. A partire da ottobre, per ogni esigenza riguardante la fornitura di energia elettrica i clienti potranno rivolgersi per informazioni e pratiche commerciali al numero verde di Trenta 800 990078. Per quanto riguarda la fornitura di gas naturale, Dolomiti Energia mette a disposizione dei clienti privati il numero 800 030030 e per le aziende il numero 800 364364. Per la segnalazione di guasti o emergenze energia elettrica non cambia nulla rispetto al passato. Con l’ occasione si ricorda che per qualsiasi necessità sono a disposizione i siti www.trenta.it (per i clienti energia serviti con il marchio Trenta), www.dolomitienergia.it (per i clienti gas) e lo sportello di via Stenico 11 a Tione aperto dalle 8.00 alle 12.00 dal lunedì al venerdì.

02/10/2019 – Corriere della Sera
Battaglia sulle nomine di Invitalia e Authority

Maggioranza divisa
L’ elenco di società pubbliche e di authority con i vertici da rinnovare si configura come campo dove la maggioranza di governo è destinata darsi battaglia. Il banco di prova si è tenuto due giorni fa con l’ assemblea per il rinnovo del board di Invitalia, l’ Agenzia che si occupa di investimenti e di incentivi. A guidarla è dal 2007 Domenico Arcuri, manager che il premier Conte ritiene di riconfermare per il quinto mandato. La scelta però deve transitare per una trattativa tra M5S, Pd e Italia Viva, dove le forze guidate da Zingaretti e Renzi catalogano le indicazioni di Conte in quota al M5S. Ma il Movimento sul nome di Arcuri non pare identificarsi con le intenzioni di Conte, così l’ assemblea di Invitalia è stata rinviata. L’ incognita, del resto, non è su Arcuri quanto sulla capacità di allineamento tra Conte, che rivendica il suo ruolo, e il manuale da adottare tra i partiti di maggioranza. In ballo per il rinnovo, oltre a Invitalia, sono Sace, Sogin, Agcom e Garante per la Privacy. Andrea Ducci

02/10/2019 – MF
Profumo alla presidenza Cdp? Sale il pressing perché resti all’ Acri

Si complica il puzzle della presidenza Cdp. Secondo quanto risulta a MF-Milano Finanza nelle ultime ore starebbe salendo il pressing sul numero uno dell’ Acri, Francesco Profumo, perché non abbandoni la presidenza dell’ associazione delle fondazioni bancarie per trasfererisi in Cassa Depositi e Prestiti, dove il presidente Massimo Tononi sarebbe in procinto di lasciare per traslocare in Tim. Dopo mesi di tentennamenti e smentite, Tononi sarebbe ormai deciso al grande passo e Profumo rappresenterebbe una candidatura quasi naturale per prendere il suo posto, perché per statuto sono proprio le fondazioni, socie di Cassa con il 16%, a dover esprimere il presidente. Da canto suo il numero uno dell’ Acri vedrebbe di buon occhio il trasloco, che gli consentirebbe di navigare in acque tranquille per qualche anno, mentre la poltrona dell’ Acri potrebbe diventare scottante se allo scadere il suo mandato in Compagnia Sanpaolo non fosse riconfermato. E i tempi sono stretti su questo fronte, perché il rinnovo dei vertici dell’ ente è previsto per la prossima primavera, con l’ approvazione del bilancio 2019. La scelta è in mano alla sindaca di Torino Chiara Appendino (M5s), che non sarebbe tra gli sponsor di Profumo. Anche se, con il nuovo governo giallorosso forse il vento per il presidente uscente (già ministro dell’ istruzione del governo Monti), accreditato di riscuotere stima e simipatia in area renziana, potrebbe risultare più favorevole. E proprio questo potrebbe essere un perno su cui far leva per tentare di dissuadere Profumo dal trasloco in Cdp. Al momento la partita è quantomai aperta, ma se davvero il presidente dell’ Acri dovesse mollare prima della fine naturale del suo mandato, un candidato forte alla sua successione non mancherebbe di certo. Da tempo si parla di una promozione del Presidente dell’ Associazione delle Fondazioni di Origine bancaria del Piemonte, Giovanni Quaglia, che però non sarebbe appoggiato da tutte le anime del’ Acri. Per altro, nei mesi passati di Quaglia si era parlato anche come possibile sostituto dello stesso Tononi, di cui già si annusavano le possibili dimissioni, proprio alla presidenza della Cassa Depositi e Prestiti. Di certo c’ è che oggi il numero uno di Crt farà da anfitrione proprio all’ amministratore delegato di Cdp, Fabrizio Palermo, che sarà a Torino per il convegno «Il ruolo di Cassa Depositi e Prestiti a supporto del territorio, delle imprese e della pubblica amministrazione», organizzato proprio da Quaglia. Sullo sfondo resta sempre, comunque,la possibilità che alla fine per la presidenza di Cassa possa farsi strada un nome esterno al mondo delle fondazioni. In particolare nei mesi scorsi era stato sondato l’ ex presidente della controllata del Tesoro, Franco Bassanini, oggi chairman di Open Fiber, che ai tempi avrebbe però declinato l’ offerta. (riproduzione riservata) LUISA LEONE

02/10/2019 – Il Sole 24 Ore
Il professionista può fare anche gratis consulenze per la Pa

INCARICHI
Il Tar Lazio boccia il ricorso sul bando Mef. Non conta neanche l’ equo compenso
Il rapporto tra un’ amministrazione pubblica e un professionista può essere a titolo gratuito, se la consulenza ha regole molto flessibili e dà porta arricchimento professionale. Il Tar Lazio, con la sentenza 11411/2019 depositata il 30 settembre, torna sul tema, delineando le condizioni perché sia possibile una collaborazione senza compenso. La pronuncia si riferisce a un avviso pubblicato a febbraio dal ministero dell’ Economia alla ricerca di un supporto tecnico ad elevato contenuto specialistico di professionalità altamente qualificate per svolgere consulenze a titolo gratuito, sul diritto nazionale ed europeo societario, bancario e dei mercati e intermediari finanziari (in vista anche dell’ adeguamento dell’ ordinamento nazionale a quello comunitario). L’ avviso era rivolto a esponenti del mondo accademico e professionisti (requisito di ammissione era una consolidata esperienza di almeno cinque anni nel rispettivo settore) e prevedeva una durata biennale del rapporto, senza rinnovo e con possibilità per il professionista di recedere (con preavviso di 30 giorni) ma con obbligo di portare a termine un eventuale studio che avesse iniziato. Il Tar evidenzia anzitutto che l’ avviso aveva ad oggetto una consulenza eventuale e occasionale (seppure da svilupparsi in due anni), che, proprio per tale condizione di fondo, non poteva qualificarsi come contratto di lavoro autonomo. Le modalità di affidamento in base all’ articolo 7, comma 6 del Dlgs 165/2001 non sono quindi applicabili, anche perché l’ avviso prevedeva la possibilità, per il professionista, di recedere in ogni momento. Secondo i giudici, l’ obbligo di preavviso obbedisce a mera esigenza organizzativa (l’ amministrazione ha necessità di conoscere ex ante su quali professionalità può contare in un determinato periodo), mentre l’ obbligo di concludere l’ incarico è funzionale ad un’ azione della pubblica amministrazione efficace, che persegue il buon andamento: un’ interruzione potrebbe causare perdite di tempo e degli apporti qualificati. Il Tar ha pure chiarito che il rapporto non può configurarsi come appalto di servizi professionali: mancavano nell’ avviso la previsione del numero ben definito di incarichi da conferire, dell’ individuazione puntuale dell’ oggetto e della consistenza di ciascun incarico, nonché una selezione vera e propria, con graduatoria finale. Così il Tar afferma quindi la legittimità del carattere gratuito della consulenza, rilevando che nel nostro ordinamento non c’ è alcun divieto in tal senso. E precisa che la disciplina dell’ equo compenso non si applica, proprio perché il compenso non c’ è. Nulla impedisce al professionista, senza incorrere in alcuna violazione, neppure del Codice deontologico, di prestare la propria consulenza senza pretendere ed ottenere alcun corrispettivo in denaro. Il professionista può invece in questo caso trarre vantaggi di natura diversa, in termini di arricchimento professionale legato alla partecipazione ad eventuali tavoli, allo studio di particolari problematiche ed altro, nonché quale possibilità di far valere tutto ciò all’ interno del proprio curriculum vitae. Tale miglioramento professionale riguarda peraltro sia i giovani professionisti, sia i soggetti con maggiore esperienza. © RIPRODUZIONE RISERVATA. Alberto Barbiero

02/10/2019 – Il Fatto Quotidiano

Roma Metropolitane chiude: via alla procedura di liquidazione. Il Campidoglio: “La metro C non è a rischio”

La municipalizzata con 4 bilanci in passivo non approvati, non verrà ricapitalizzata. La società creata da Veltroni operava da 15 anni fra scandali, inchieste, extra-costi e opere infinite. In 45 verso il licenziamento: scontri davanti alla sede di via Tuscolana, Stefano Fassina ferito

a società Roma Metropolitane sarà liquidata. La giunta capitolina guidata da Virginia Raggi ha votato una memoria in cui annuncia di non voler ricapitalizzare la municipalizzata, così già domani mattina l’amministratore unico Marco Santucci porterà i libri in tribunale e darà il via alla procedura di fallimento. L’azienda, che dal 2005 si occupava di svolgere il ruolo di stazione appaltante per la realizzazione delle opere trasportistiche in città – a iniziare dalla linea C della metropolitana – continuerà a essere operativa finché non saranno esauriti i progetti in essere.

Licenziamenti per 45: caos e proteste. Fassina ferito – Nel frattempo, i servizi saranno in parte spostati alle dipendenze del Dipartimento capitolino Trasporti e in parte girati all’Agenzia capitolina per la Mobilità. E’ probabile, dunque, che gli uffici di via Tuscolana continueranno a lavorare fino al 2024, quando dovrebbe essere consegnata ad Atac l’ultimo – per ora – tratto della Metro C con l’apertura della stazione Fori Imperiali-Colosseo. Per 45 dipendenti – sui 175 totali – già inseriti fra gli esuberi, è già pronta la procedura di licenziamento 223 con possibile ricorso alla cassa integrazione.

In attesa del “verdetto” i lavoratori hanno assediato l’esterno della sede, bloccando il traffico, mentre Cgil, Cisl e Uil hanno convocato per il 15 ottobre una grande manifestazione “contro il dissesto delle municipalizzate romane”. Circa 50 persone hanno protestato davanti alle forze dell’ordine, arrivate in assetto antisommossa. Nel corso delle proteste è rimasto contuso in maniera non grave il parlamentare e consigliere comunale Stefano Fassina, schiacciato dalla calca e portato via in ambulanza. Qualche colpo al volto anche per i segretari Cgil e Uil, Natale Di Cola e Alberto Civica. Il ministro dell’Interno, Luciana Lamorgese, ha dato indicazione al capo della Polizia Franco Gabrielli di accertare quanto accaduto “al fine di verificare se l’intervento delle forze di polizia presenti sia stato svolto in maniera corretta e senza violazioni di legge”.

Quattro bilancio in rosso mai approvati – La richiesta di liquidazione, secondo i vertici societari, si è resa indispensabile dal fatto che Roma Metropolitane ha ben 4 bilanci fin qui non approvati, dal 2015 al 2018 compresi, e una perdita d’esercizio di una decine di milioni che avrebbe dovuto essere ripianata dal Campidoglio, cosa che non è mai avvenuta. In Comune, d’altro canto, non hanno mai digerito il fatto che una società semplice, che si basa su un contratto di servizio certo e non deve fare altro che realizzare i progetti e fare da stazione appaltante, possa aver generato negli anni importanti perdite di bilancio.

Oltre al fatto che il dossier sulla Metro C è stato tutt’altro che lineare, fra extra-costi, scandali e inchieste che hanno coinvolto gli stessi vertici della società. La stessa Virginia Raggi, all’inizio del suo mandato, aveva presentato in Assemblea capitolina un dossier molto dettagliato sui problemi della società, tanto da lasciar presagire una procedura più veloce, poi “inceppatasi” quando l’ex assessore, Massimo Colomban, aveva invece preferito tirare avanti e capire se c’erano i margini per salvarla.

Inchieste, scandali e extra-costi: 15 anni tormentati – Roma Metropolitane è stata creata nel 2005 quando sindaco era Walter Veltroni, con lo scopo pressoché esclusivo di occuparsi della costruzione della linea C. Negli anni, tuttavia, è accaduto di tutto. Sin da subito è stato dato l’ok a tutta una serie di varianti (ben 45) presentate dal consorzio Metro C, relative a richieste di modifica operate in pochi anni proprio dai vertici della municipalizzata.

Oltre 2 miliardi di euro di potenziali extra-costi, poi scesi a quota 700 milioni grazie a un accordo transattivo formalizzato fra il 2012 e il 2013, a cavallo tra le giunte guidate da Gianni Alemanno e Ignazio Marino. “Una continuità sospetta fra committente e aggiudicatario” su cui la Procura di Roma sta indagando ormai da più di 6 anni ma che fin qui ha prodotto una richiesta di rinvio a giudizio e un’ampia indagine della Corte dei Conti del Lazio, ormai prescritta. Attualmente presenta almeno 7,5 milioni di euro di crediti nei confronti del Campidoglio, che a Palazzo Senatorio però non riconosco.

Dal Campidoglio: “Non cambia nulla per le opere” – Cosa accadrà adesso alle opere ancora in sospeso? Dal Campidoglio rassicurano: “I dossier curati dalla società resteranno tali, quelli nuovi passeranno agli uffici capitolini”. Per quanto riguarda la linea C, ad esempio, è ormai quasi certo che le talpe escavatrici concluderanno la loro corsa sotto via dei Fori Imperiali e lì, dal 20 ottobre, saranno tombate quasi come fossero dei reperti di epoca augustea.

Perché qualcosa cambi, entro 20 giorni dovrebbe arrivare uno stanziamento del Ministero delle Infrastrutture sul proseguimento dell’opera almeno fino a piazza Venezia, di cui però non ci sono notizie. A quel punto, aumenterebbe di altri 60 milioni il contenzioso potenziale che il Consorzio ha in atto con Roma Metropolitane e che sfiora i 500 milioni di euro. E qui spunta la seconda criticità. Quando sarà ultimata procedura di liquidazione, i contenziosi passerebbero in capo al Campidoglio, “ma fino ad allora rappresenterà uno schermo per il bilancio capitolino”, assicurano da Palazzo Senatorio. Anche se, prima o poi, i nodi dovranno venire al pettine. Di Vincenzo Bisbiglia

 

02/10/2019 – Il Messaggero

Terremoto Ama, emergenza rifiuti travolge Roma, verso il commissario

Ai confini della realtà: nella città ricoperta dai rifiuti, il Campidoglio brucia l’ennesimo Cda. E affida l’Ama, l’azienda che dovrebbe raccogliere e smaltire la spazzatura, a Stefano Zaghis, un attivista 5 Stelle che seguiva la campagna elettorale dell’ex presidente del consiglio comunale, Marcello De Vito. Non ha, oggettivamente, alcuna esperienza in materia. In termini pratici Ama è allo sbando: nel ruolo di direttore operativo è stato richiamato Massimo Bagatti, che era stato spedito ai grandi eventi, e non potrà fare miracoli.

BARATRO

Tra quindici giorni i rifiuti saranno sui marciapiedi, avremo un Natale con la spazzatura e l’ipotesi dell’emergenza sanitaria con relativo commissariamento più forte. I tre del Cda che si sono dimessi denunciano: non ci hanno lasciato lavorare, non ci hanno ascoltato quando abbiamo spiegato che a Roma servivano impianti di ogni tipo, dai tmb alla discarica. Attacca il Pd capitolino: «La sindaca prenda atto del fallimento della sua amministrazione e chiuda qui la sua esperienza». Matteo Salvini annuncia una raccolta di firme per chiedere le dimissioni della Raggi, in Regione la Lega presenterà una mozione di sfiducia anche contro Zingaretti.

Dato record: Zaghis sarà il settimo amministratore di Ama in tre anni. La scelta della Raggi arriva attorno alle 19. Cinque ore prima la presidente Luisa Melara, l’ad Paolo Longoni e il consigliere con ruolo operativo Massimo Ranieri avevano convocato una quarantina di dirigenti e quadri di Ama, nella sala assemblee al decimo piano della sede di via Calderon de la Barca. Avevano spiegato che alle 18 avrebbero lasciato, completato le ultime pratiche. La Melara si era commossa. I tre erano stati scelti dalla Raggi stessa dopo una lunghissima selezione, da febbraio a maggio, per uscire dalla paralisi in cui l’azienda era finita dopo quattordici mesi di scontro sul bilancio tra il Campidoglio e il vecchio Cda, quello guidato da Lorenzo Bagnacani, che ha portato a inchieste della procura e della Corte dei conti. In sintesi: la Raggi per l’ennesima volta prima va allo scontro con gli amministratori che lei stessa ha scelto, poi li caccia, trova i sostituti, li presenta come i salvatori, dopo pochi mesi si stanca, li affonda, scarica su di loro le colpe sull’inefficienza della raccolta dei rifiuti.

E comincia un nuovo giro di giostra. «Cercavano solo a chi passare il cerino – si è sfogato ieri il cda -, ci hanno chiamato per rimettere in sesto l’azienda e riorganizzare la raccolta, poi però ci hanno lasciati soli, abbandonati. Chiedete alla Raggi le ragioni, neppure ci riceveva».

Quando il 18 febbraio fu rimosso Bagnacani, il motivo dello scontro era chiaro: i 18 milioni di euro di crediti di Ama nei confronti di Roma Capitale per i servizi cimiteriali inseriti nel bilancio 2017, che Virginia Raggi, il dg del Comune Franco Giampaoletti e l’assessore Gianni Lemmetti contestano. E nel bilancio riscritto dal nuovo Cda, anche alla luce dei pareri di esperti, quei 18 milioni ci sono ancora. Melara, Longoni e Ranieri però nella lettera di dimissioni inviata alla Raggi negano che l’origine dello scontro sia quel credito contestato («eravamo disponibili a un confronto valutativo»). No, secondo il nuovo Cda, che si era formalmente insediato il 19 giugno, il problema è «assai più grave», «verte esclusivamente sulla assoluta inerzia e constatata mancanza di una fattiva e concreta collaborazione con Ama per superare le situazioni di criticità».

Ci vedevano come i nemici, come se Ama non fosse un’azienda pubblica, racconta il Cda durato poco più di tre mesi. L’atto di accusa è pesante perché mette in fila gli impegni sottoscritti in un documento il 22 maggio, prima dell’accettazione della nomina, in cui chiedevano alla Raggi garanzie, tra l’altro, su un tavolo di verifica dei crediti e debiti Roma Capitale-Ama, sul rinnovo da parte di Roma Capitale della garanzie richieste dalle banche, sull’impegno a «condividere e supportare le politiche di investimento in nuovi impianti, interventi di adeguamento di quelli esistenti, mezzi e personale».

«Su nessuno di questi punti, all’indomani dell’insediamento del nuovo consiglio di amministrazione, peraltro espressione dell’amministrazione capitolina in quanto selezionato con procedura ad evidenza pubblica, c’è stata alcuna forma di fattiva e concreta collaborazione, fino al punto che sono diventate difficili le stesse comunicazioni». Come dire: ci avete cercato, ci avete scelto, poi non ci avete consentito di lavorare. «Per voi l’importante è che tenessimo in mano il cerino, che ci prendessimo le responsabilità dei rifiuti per strada».

Di Mauro Evangelisti   © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

02/10/2019 – ANSA

Caos rifiuti a Roma, si è dimesso il cda di Ama

Con le dimissioni odierne del cda di Ama si va verso il sesto cambio in tre anni della governance dell’azienda

Ama: si dimesso il Cda © ANSA

Si è dimesso il Cda di Ama, l’azienda che gestisce la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti a Roma. La decisione è stata presa a poco più di 100 giorni dall’insediamento. All’origine della decisione del Cda – presieduto da Luisa Melara, Ad Paolo Longoni e consigliere Massimo Ranieri – lo scontro con il Campidoglio sui 18 milioni di crediti vantati sui servizi cimiteriali già al centro delle dimissioni dell’ex Cda presieduto da Lorenzo Bagnacani.

In tre anni sei cambi di vertice – Con le dimissioni odierne del cda di Ama si va verso il sesto cambio in tre anni della governance dell’azienda. Con l’arrivo della giunta pentastellata in azienda siedeva Daniele Fortini che, nominato durante l’era di Ignazio Marino e rimasto con il commissario Francesco Paolo Tronca, andò via al termine di un duro scontro con l’allora assessore all’ambiente Paola Muraro, dimessasi successivamente per guai giudiziari). Fu nominato Alessandro Solidoro, vicino all’allora assessore al bilancio Marcello Minenna. Solidoro si dimetterà nel 2016 lo stesso giorno che in Campidoglio sbatterono la porta lo stesso Minenna e la capo di gabinetto Carla Raineri. Poi fu la volta di Antonella Giglio, che lasciò la dirigenza nel 2017, seguita da Lorenzo Bagnacani che lasciò proprio dopo uno scontro durissimo sul bilancio e il credito di 18 milioni sui servizi cimiteriali. Sempre per il nodo bilancio Ama si dimise l’ex assessore Pinuccia Montanari. Subito dopo il cda presieduto da Bagnacani fu nominato amministratore unico pro tempore il dirigente Massimo Bagatti. Un incarico temporaneo, circa un mese e mezzo, che servì all’amministrazione per avere il tempo di reperire i nuovi amministratori della partecipata. I nuovi amministratori che si sono dimessi oggi.

Ama: il nodo 18 milioni,bruciati 2 cda e un assessore – Uno scontro che ha bruciato due cda e e un assessore quello sul bilancio Ama e che ruota tutto attorno ad un credito vantato dall’azienda di 18 milioni per i vecchi servizi cimiteriali. Un debito che però il Campidoglio sostiene di non avere e, dunque, di non volere pagare. Diciotto milioni che di fatto hanno sequestrato da due anni il bilancio di Ama, azienda preposta alla difficilissima gestione dei rifiuti nella Capitale. I 18 milioni sono relativi agli anni tra il 2008 e il 2016 e, prima della giunta Raggi, sono stati sempre inseriti nei rendiconti di Ama. Ora per il Campidoglio non vanno più inseriti, neanche in un limbo finanziario, ovvero un fondo rischi, come ha fatto il Cda dimissionario. Il Campidoglio ha infatti ribadito tre giorni fa che “non approverà mai un bilancio di Ama Spa che sia redatto in maniera non corretta e contenga valutazioni già in precedenza non avallate dal Comune”. Per l’amministrazione “i 18 milioni di euro derivanti dai servizi cimiteriali sono soldi dei cittadini romani che Ama aveva incassato in più rispetto alla somma prevista nel contratto di servizio con il Comune, senza alcuna giustificazione. Soldi che dovevano essere restituiti ai cittadini e quindi ritornare nelle casse del Comune per poter essere gestiti nell’interesse pubblico, così come Ama aveva riconosciuto nel 2017 riversandoli all’Amministrazione. Non risulta dunque alcun credito che possa essere vantato da Ama su tale somma”. A complicare la situazione c’è anche l’ordinanza della Regione Lazio, prorogata proprio ieri e che di fatto salva Roma dall’emergenza rifiuti. Il documento firmato dal presidente Nicola Zingaretti infatti prevede una serie di impegni da parte del Campidoglio e uno di questi è proprio l’approvazione del bilancio Ama che però con le dimissioni odierne del cda è ancora in stallo. Ovvero resta quello del 2016 con i conti del 2017 al centro di uno scontro che anche oggi ha mietuto vittime.

RIPRODUZIONE RISERVATA © Copyright ANSA

 

02/10/2019 – Italia Oggi

Autostrade, Di Maio: tutto il governo d’accordo sulla revoca delle concessioni

Il leader M5s in un video su Facebook: sono contento che l’ok ci sia anche nel Pd

Di Maio

“Sono contento che in tutto il Governo c’è l’ok sulla questione della revoca delle concessioni, sono contento che ci sia anche nel Pd”. Lo afferma il leader del M5S, Luigi Di Maio, in un video su Facebook, parlando della revoca delle concessioni ad Autostrade per l’Italia, in sgeuito al crollo del ponte Morandi. “Per me è importante che siamo tutti d’accordo sulla linea che il M5S ha lanciato 14 mesi fa”. “Quando abbiamo cominciato questa battaglia con il ministro Toninelli – continua Di Maio- tutti ci hanno accusato di aver fatto crollare il titolo in Borsa. Le dinamiche della Borsa risentono delle azioni e delle responsabilità dell’azienda quotata”.

 

01/10/2019 – Il Secolo XIX

«Rivediamo la concessione ad Autostrade», ma il Comune boccia la mozione

Il sindaco Bucci, insieme con Lega, Forza Italia, Fratelli d’Italia e Lista Bucci, ha votato contro una proposta avanzata dalle opposizioni

Annamaria Coluccia,

Genova – Bagarre in sala Rossa, e seduta del consiglio Comunale sospesa per qualche minuto, dopo che la maggioranza ha bocciato un ordine del giorno presentato da Movimento 5 Stelle, Partito Democratico e Lista Crvello per sollecitare il governo a rivedere le concessioni ad Autostrade per l’Italia, «fino alla possibile revoca».

Oltre ai firmatari, hanno votato a favore anche Chiamami Genova e Ubaldo Santi, mentre il sindaco, Marco Bucci, insieme con Lega, Forza Italia, Fratelli d’Italia e Lista Bucci hanno votato contro: la richiesta è stata dunque bocciata.

Dopo la votazione (su 35 presenti, 15 hanno votato a favore e 20 contro), Luca Pirondini, capogruppo dell’M5S, ha detto ironicamente che «mi complimento con la maggioranza che continua a difendere Autostrade»; fra i primi a rispondergli, Antonio Gambino (FdI): «Siete al governo da un anno e mezzo, perché non avete revocato le concessioni?».

Di Maio: «La revoca delka concessione resta una priorità»

Per il crollo del ponte Morandi di Genova, «in 14 mesi abbiamo sempre chiesto la revoca delle concessioni a coloro che non hanno fatto la manutenzione di quel ponte. Oggi è un giorno importante perchè è stata issata la prima parte del ponte nuovo che sta sorgendo, ma ma noi non molliamo sulla revoca delle concessioni autostradali ai Benetton». Lo sottolinea il capo politico M5s, Luigi Di Maio. «Chi non ha fatto la manutenzione, chi non ha fatto il suo dovere deve pagare. Questo è importante per l’Italia, dire che chi sbaglia paga», ha detto ancora. «Sono contento che ormai in tutto il governo c’è l’ok sulla questione del ritiro della revoca delle concessioni. Sono contento che ci sia nel Pd questa consapevolezza e lo dico senza alcuna volontà di voler ironizzare, per me è molto importante che siamo tutti d’accordo su una linea che il Movimento ha fatto partire 14 mesi fa», ha osservato.

Sul tema ritorna anche il deputato del Movimento 5 Stelle Simone Valente: «Senza una revoca della concessione ad Autostrade la ricostruzione del viadotto sul Polcevera sarà a metà. Il giorno della cerimonia di varo del primo impalcato del nuovo ponte sul Polcevera, per il riguardo che dobbiamo alle vittime e alle loro famiglie, non possiamo dimenticare che accanto al rispetto del cronoprogramma dell’opera, va portata avanti con decisione la revoca delle concessioni ad Autostrade. Il premier lo ha ribadito e non si tratta assolutamente di un tema secondario.».

 

02/10/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

A Genova si rivede il Morandi, la finanza nella sede di Spea

Raoul de Forcade e Sara Monaci

Di Maio: vicini a revoca concessione ai Benetton, siamo tutti d’accordo. Nella sede dell’engineering trovati i «jammer» per disturbare le intercettazioni

Genova ha di nuovo, da ieri, un troncone di viadotto sulla Val Polcevera. Non si tratta più di una parte del ponte Morandi che, crollato il 14 agosto del 2018, portando con sé 43 vittime, è stato ormai definitivamente abbattuto. Si tratta invece del primo impalcato del nuovo viadotto. Un’opera alla cui posa ha assistito il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, che ha anche confermato l’avvio delle procedure per la revoca delle concessioni ad Autostrade per l’Italia, concessionaria di quel tratto autostradale. Iter confermato anche dal ministro e leader del M5s Luigi Di Maio: «non molliamo sulla revoca della concessione ai Benetton, chi non ha fatto il suo dovere deve pagare». L’operazione per issare sulle pile 5 e 6, a 50 metri di altezza, il primo impalcato (lungo 50 metri e del peso di 500 tonnellate) del nuovo ponte disegnato dalla matita dell’architetto Renzo Piano, presente alla cerimonia, è durata circa un’ora: alle 10,11 minuti è suonata la sirena che ha dato l’avvio alle gru di sollevamento. E alle 11,17 la prima delle 19 campate che costituiranno l’intera opera era varata (Piano ha spiegato che il termine “varo” si usa sia per le navi che per i ponti). Dopo aver ricordato la tragedia del crollo e le sue vittime, Conte ha sottolineato che «Genova è un simbolo di rinascita che si sta concretizzando, con la collaborazione tra pubblico e privato». L’impegno del Governo, ha proseguito, «è quello di lavorare affinché la manutenzione delle nostre infrastrutture sia un imperativo categorico morale».

Sia Conte che il commissario straordinario per la ricostruzione (e sindaco di Genova), Marco Bucci, hanno confermato il cronoprogramma per la consegna del nuovo viadotto: «a fine aprile 2020», ha detto Bucci.A margine della cerimonia (cui hanno partecipato anche il ministro delle Infrastrutture, Paola De Micheli, governatore ligure, Giovanni Toti, l’ad di Fincantieri Giuseppe Bono e l’ad di Salini Impregilo, Pietro Salini) il premier ha spiegato che «è in corso il procedimento per la caducazione della concessione (di Autostrade per l’Italia, ndr). La procedura non è ancora stata completata – ha chiarito – perché è complessissima e bisogna acquisire tutte le perizie, le valutazioni e le controdeduzioni. E si complica ancora perché, man mano che vengono depositate le perizie nell’inchiesta penale, noi le acquisiamo per valutarle anche sul fronte civile». Conte ha poi inaugurato lo Spazio ponte nel porto antico di Genova (un punto di incontro e informazione sul nuovo viadotto) e visitato lo stabilimento genovese di Ericsson. Intanto prosegue l’inchiesta sulle responsabilità del crollo, che ha già portato a nove misure cautelari nei confronti di tecnici di Aspi e Spea per la presunta falsificazione di report sullo stato di sicurezza del ponte. C’è ora un secondo filone, su come gli indagati che sospettavano di essere intercettati hanno utilizzato strumenti per non rendere decifrabili le voci al telefono. La Gdf di Genova ha quindi sequestrato negli uffici milanesi di Spea i «jammer», oltre a nuovi documenti sulla valutazione delle opere. La prova dell’utilizzo di questi strumenti è arrivata da una precedente perquisizione negli studi di due avvocati milanesi, dove i finanzieri hanno trovato fatture per 70mila euro per l’acquisto dei jammer per disturbare le intercettazioni.

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02/10/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Mafia e appalti. Condannato a 9 anni Vito Nicastri, il «re dell’eolico»

R.E.I.

L’imprenditore trapanese è stato condannato dal Gup, con rito abbreviato, per concorso esterno in associazione mafiosa

L’imprenditore trapanese Vito Nicastri è stato condannato dal Gup, in abbreviato, per concorso esterno in associazione mafiosa, a nove anni di carcere. Nicastri – soprannominato il “Re dell’Eolico” per i suoi investimenti nelle energie rinnovabili – secondo l’accusa sarebbe stato tra i finanziatori della latitanza del boss Matteo Messina Denaro. Il nome di Nicastri era emerso nei mesi scorsi nell’ambito di una inchiesta che ha coinvolto il suo socio, il faccendiere ex consulente della Lega, Francesco Paolo Arata, indagato per corruzione. L’indagine, coordinata dalla Dda di Palermo, ha svelato un giro di mazzette alla Regione siciliana per agevolare le pratiche relative agli investimenti nelle energie rinnovabili. Nell’inchiesta è emersa anche una presunta tangente che Arata avrebbe pagato all’ex sottosegretario alle Infrastrutture, Armando Siri, per la presentazione di un emendamento favorevole alle imprese che si occupano di energie alternative. Tra gli imputati, anche il fratello di Nicastri, Roberto, condannato a nove anni per concorso esterno in associazione mafiosa, Leone Melchiorre, condannato a 9 anni e 4 mesi per associazione mafiosa, Girolamo Scandariato, che ha avuto 6 anni e otto mesi per favoreggiamento ed estorsione. Assolti Giuseppe Belletti e i fratelli Tommaso, Virgilio e Antonio Asaro.

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02/10/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

End of Waste, Ance: caos normativo e decreti attuativi lontani, l’Ambiente intervenga

Massimo Frontera

Allarme dei costruttori: un passo indietro la norme del Dl sblocca-cantieri. Il caso Lombardia: la regione “congela” il riesame di 100 autorizzazioni nel bresciano

L’End of Waste e il “pacchetto” europeo sull’economia circolare resteranno obiettivi irraggiungibili senza una nuova stagione normativa in grado di superare l’attuale situazione di incertezza, i ritardi nell’attuazione delle norme e soprattutto la «superficialità normativa» finora dimostrata dal legislatore nazionale. L’ennesima denuncia sulle difficoltà operative delle imprese nell’ambito delle normative ambientali è arrivata dai costruttori edili dell’Ance, ascoltati alla Camera nell’ambito del ciclo di audizioni volute dalla commissione Ambiente di Montecitorio.

A esprimere il disagio delle imprese è stato il vicepresidente dell’Ance per i temi dell’Edilizia e del territorio, Filippo Delle Piane. A fronte di un ambizioso quadro normativo europeo, definito da documenti programmatici, linee guida, protocolli e direttive, l’operatività in Italia è ancora fortemente incerta. Il sintomo più allarmante arriva dalla Lombardia, dove la provincia di Brescia ha comunicato nel febbraio scorso l’intenzione di riesaminare circa 100 autorizzazioni rilasciate in materia di gestione dei materiali End of Waste, di cui 70, ha ricordato l’Ance, «riguardano impianti che operano per il settore delle costruzioni». La conseguenza è chiara. C’è il rischio che da un giorno all’altro si blocchi un ciclo di riutilizzo dei materiali da parte delle imprese, con le immaginabili conseguenze sul piano operativo ed economico. Per fortuna questa situazione di rischio si è almeno in parte ridimensionata grazie all’intervento della regione Lombardia che con una circolare diffusa negli ultimi giorni di settembre ha “congelato” di fatto il riesame annunciato dall’amministrazione locale. Questo però non impedisce a qualsiasi altra amministrazione provinciale in Italia di prendere la stessa iniziativa di Brescia (e non è detto che la rispettiva regione corra ai ripari come ha fatto la Lombardia). Questo senza considerare che il caso riguarda solo le autorizzazioni in essere. Mentre l’iter sulle nuove autorizzazioni non viene neppure avviato.

Il Dl Sblocca-cantieri

Questa situazione – come è stato spiegato ai parlamentari della Camera dalla delegazione dell’Ance – si deve a un “combinato disposto” paradossale. Il primo elemento riguarda le norme sui rifiuti introdotte dal Dl sblocca-cantieri, che contiene un richiamo al decreto Ambiente 5 febbraio 1998 che, di fatto, riporta la lancetta dell’orologio indietro di vent’anni per quanto riguarda la gestione dei rifiuti.

La sentenza del Consiglio di Stato del 2018

Un altro elemento di difficoltà ha la sua origine nella giurisprudenza. In particolare, l’Ance ha segnalato la sentenza del Consiglio di Stato n.1229/2018 con la quale il giudice amministrativo ha chiarito, tra le altre cose, «che nessuna norma attribuisce alle Regioni potestà legislativa in materia di EoW che, pertanto, rimane attratta nella competenza esclusiva dello Stato, ai sensi dell’art. 117 Cost.”» e che «peraltro, in assenza di un provvedimento di armonizzazione di livello statale, deferendo alle Regioni la potestà decisionale sui criteri di EoW non verrebbe garantito in modo uniforme sul territorio nazionale lo stesso livello di tutela per l’ambiente e la salute umana». Riportando al legislatore nazionale la piena competenza in materia di rifiuti, Palazzo Spada, di fatto, riporta l’attenzione sulla necessità e l’urgenza di attuare l’architettura normativa europea, largamente disattesa.

I decreti attuativi “missing”

L’impianto dell’End of Waste, entrato nell’ordinamento italiano da dieci anni (considerando le modifiche sul sottoprodotto e l’EoW introdotte nel 2008 al Dlgs 152/2006) poggiava su una serie di decreti attuativi dedicati ad altrettanti aspetti specifici del settore industriale e delle costruzioni. «Finora – questo il bilancio dell’Ance – ad oggi abbiamo solo tre tipologie di rifiuti industriali per i quali sono stati adottati i decreti attuativi». Di questi, uno solo riguarda il settore delle costruzioni ed è in particolare dedicato al riutilizzo del fresato d’asfalto. Anche se questo provvedimento tecnico non risolve tutti i problemi (anzi ne pone di nuovo per quanto riguarda alcuni aspetti dello stoccaggio dei campioni utilizzati) è almeno un passo avanti. Ma è appunto l’unico per quanto riguarda il settore delle costruzioni.

Il decreto-fantasma sui rifiuti da demolizione

Delle circa 16 bozze di decreto attuativo che sono da anni in fase di stesura, ce n’è uno di importanza centrale per l’edilizia. Si tratta del decreto sul riutilizzo degli scarti della demolizione edilizia (peraltro strettamente funzionale alla rigenerazione urbana e alle esigenze di contenimento del consumo di suolo). «I contenuti che si leggono nelle bozze di questo decreto – rileva l’Ance – presentano numerose criticità, in quanto si rischia, anche in questo caso, di introdurre norme e procedure “insostenibili” e quindi controproducenti. A ciò si aggiunga che si tratta di un testo su cui si discute da oltre due anni e ancora non è giunto alla sua stesura definitiva». Per questi motivi l’Ance non può che rinnovare l’appello già rivolto al ministro dell’Ambiente Sergio Costa nel luglio scorso da altre associazioni, per definire al più presto testo chiaro e soprattutto con nuovi contenuti.

La direttiva Ue e le decisioni «caso per caso»

Peraltro l’Ance ricorda che la nuova recente direttiva europea in materia di rifiuti (851/2018/UE) «chiarisce e declina le condizioni in funzione delle quali un rifiuto cessa di essere tale e, cosa che rileva ancora di più, riconosce la possibilità di adottare decisioni “caso per caso” in assenza di specifiche normative a livello europeo e nazionale. Tutto ciò al fine di assicurare un uso, il più efficace ed efficiente, possibile delle risorse, garantendo la transizione ad una economia sempre più circolare». E qui c’è appunto l’aspetto più paradossale: mentre l’Europa apre alle soluzioni «caso per caso» (che in Italia è stato di fatto attuato da Regioni e province, che, ricosce l’Ance «hanno consentito al nostro Paese di competere, a livello europeo, con gli altri Stati Membri nel difficile e complesso processo di transizione») il legislatore nazionale resta ancorato a un quadro normativo rigido, fortemente strutturato e allo stesso tempo inattuato.

Ance a Costa: serve intervento rapido

«Le risposte fornite dal legislatore – conclude l’Ance – sono state inadeguate nei contenuti e nei tempi, rispetto alle esigenze del mondo imprenditoriale, che ha necessità di poter disporre di regole chiare, certe e stabili nel tempo, in grado di rappresentare un punto di riferimento nel cui ambito poter operare». «È evidente – afferma Delle Piane – che in assenza di un intervento normativo, nel breve periodo, si rischia il blocco totale delle operazioni di recupero e a cascata si potrebbe ipotizzare anche quello dei settori collegati, compreso quello dell’edilizia già duramente provato». I costruttori chiedono pertanto al titolare dell’Ambiente e al legislatoreun rinnovato impegno sul tema: «È necessario un intervento urgente del ministero dell’Ambiente e del Parlamento, al fine di evitare la paralisi delle attività di recupero e scongiurare il fallimento del processo di transizione verso l’economia circolare».

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