Rassegna stampa 01 ottobre 2019

01/10/2019 – MF

Utility, Vicenza saluta Verona e punta al Trentino

All’ insegna del «chi ha tempo non aspetti tempo», i continui rallentamenti nei dialoghi tra Agsm e Aim, le multiutility rispettivamente di Verona e Vicenza, stanno mettendo a dura prova il loro matrimonio e, di conseguenza, soprattutto i piani di A2A ed Hera, le due maggiori candidate a promotori industriali dell’ aggregazione. Questa ennesima fase di stallo starebbe però stretta a Vicenza, conscia della necessità di aggregarsi con un player di dimensioni maggiori per diventare un attore rilevante nel Nord. Così, secondo quanto risulta a MF-Milano Finanza, Aim avrebbe avviato in solitaria dei dialoghi serrati con la trentina Dolomiti Energia, già candidatasi in estate (in tandem con l’ altoatesina Alperia) come alternativa a Hera e A2A. I possibili risvolti dell’ aggregazione con i trentini e gli altoatesini erano già stati oggetto, in estate, di una relazione di Roland Berger, l’ advisor incaricato di gestire il matrimonio tra Agsm e Aim. Qui è stato evidenziato come la convergenza con Dolomiti Energia consentirebbe di esportare nella Regione soluzioni smart sia nelle città sia nell’ agricoltura di precisione, a partire dal settore vitivinicolo. Dal punto di vista della generazione, invece, l’ asse Alperia-Dolomiti farebbe nascere il secondo produttore idroelettrico nazionale dietro Enel con circa 1 milione di clienti. Alla luce di queste stime, pare quindi verosimile anche un coinvolgimento di Alperia, in quanto terzo produttore idroelettrico italiano, con un discreto tasso di digitalizzazione e molto attiva in Veneto, dove, negli ultimi 18 mesi, ha messo a segno una serie di operazioni in vari settori tra cui Bartucci, Sum e, da ultimo, l’ opa sul Gruppo Green Power. Ad ora, tuttavia, nulla è ancora ufficiale, anche perché la storia veneta non ha mai smesso di riservare sorprese, ma va segnalato come la pista trentina appare una delle più apprezzate a livello politico. Anche se da un punto di vista tecnico la relazione di Roland Berger ha incoronato A2A quale candidato ideale. (riproduzione riservata) NICOLA CAROSIELLI

 

01/10/2019 – Il Sole 24 Ore
Privatizzazioni, avanti piano a 3,5 miliardi l’ anno

MISURE ANTIDEBITO
L’ obiettivo di privatizzazioni per il 2019, fissato a 18 miliardi dal precedente governo, scende a zero mentre l’ obiettivo 2020-2022 è corretto allo 0,2 per cento Pil l’ anno, per un introito di 3,6 miliardi ogni anno. Nella Nota di aggiornamento al Def andata ieri all’ esame del consiglio dei ministri si afferma che gli obiettivi saranno raggiunti con dividendi straordinari e altri proventi finanziari. L’ allusione ai dividendi straordinari, in verità, può sembrare impropria in una voce dedicata alle privatizzazioni. Il dividendo straordinario non implica di per sé cessioni di asset pubblici; la legge prevede invece che possano essere utilizzati quei proventi per riacquistare titoli di Stato sul mercato per ridurre il debito pubblico. Il documento, però, articola il riferimento ai quei dividendi spiegando che in realtà si tratterebbe di proventi di cessioni di quote di società controllate da partecipate dello Stato, le quali incasserebbero le somme e poi le girerebbero all’ azionista pubblico sotto forma di dividendo. Per fare un esempio: Cdp controlla molte società pubbliche. Negli anni scorsi spesso si è parlato della possibilità di mettere sul mercato un’ altra quota di Poste, come potrebbe essere il 35% del capitale controllato da Cassa (l’ incasso potenziale sarebbe di 4,6 miliardi). Il testo non esclude, in ogni caso, anche la cessione di partecipate direttamente dallo Stato. L’ importante è che ci siano condizioni di mercato favorevoli. © RIPRODUZIONE RISERVATA. L.Ser.

 

01/10/2019 – Italia Oggi

Il ricorso con troppi allegati va in fuorigioco

È improcedibile e aumenta le spese di giudizio il ricorso ridondante e con troppi allegati Sinteticità a tutela della parte stessa: chiarezza funzionale all’intelligenza delle questioni dedotte.

di Dario Ferrara

Improcedibile. Rischia lo stop con l’impennata delle spese di giudizio il ricorso ridondante e con troppi documenti in calce. E ciò perché il principio della sinteticità è posto a tutela della parte stessa e si applica agli allegati oltre che agli scritti difensivi: la chiarezza espositiva risulta funzionale alla comprensione delle questioni dedotte. Quando molti degli atti depositati risultano inconferenti il giudice ne tiene conto al momento di liquidare gli oneri della causa. Il «copia e incolla» selvaggio pesa contro il ricorrente. È quanto emerge dalla sentenza 2203/19, pubblicata il 17 settembre dalla prima sezione del Tar Palermo.

Norma primaria. Il giudizio di ottemperanza nell’ambito del rapporto di pubblico impiego offre ai magistrati amministrativi il destro per fornire ai difensori indicazioni utili per non contravvenire ai principi di celerità del giudizio. Il ricorso nella specie è di oltre 100 pagine senza che lo giustifichi la complessità della vicenda. È vero: il ricorso risulta anteriore ai paletti posti alle dimensioni degli atti nel processo amministrativo ma il dovere di sinteticità nella redazione scaturisce direttamente dalla norma primaria ex articolo 3, secondo comma, Cpa, anche se il collegio non è dispensato dall’esame di tutti i documenti. La sintesi, peraltro, giova anzitutto alla parte laddove soltanto la chiarezza espositiva consente al giudice si comprendere a fondo le questioni devolute.

Difesa ripetitiva. Nella specie la controversia riguarda la ricostruzione della carriera e la domanda di risarcimento, ma molte pagine dell’atto d’impugnazione sono dedicate a ricostruire la carriera scolastica e universitaria del lavoratore e il suo curriculum professionale in anni ben precedenti ai fatti di causa: insomma, la difesa si dilunga in modo ripetitivo su vicende giudiziarie irrilevanti rispetto all’attuale materia del contendere. Emerge invece il tentativo di traslare il giudizio sulla legittimità dei provvedimenti disciplinari sul piano del giudizio sulla persona del lavoratore che non rileva nella controversia. E la violazione del dovere di sintesi risulta «abnorme» con riferimenti ad atti parlamentari e i numerosi stralci di provvedimenti giudiziari.

Patchwork da evitare. Ancora: il solo fatto di depositare un documento agli atti costringe la controparte oltre il collegio a valutarne la pertinenza e la rilevanza finendo per rallentare il processo. Nella specie gli atti prodotti sono centinaia, alcuni dei quali molto corposi. Insomma: i giudici sono chiamati agli straordinari senza motivo, mentre con il copia-incolla alcune parti dello scritto difensivo risultano riprodotte in punti diversi del testo. Al ricorrente non resta che pagare 8 mila euro al Ministero.

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01/10/2019 – ANSA

Ponte Genova, varo del primo tratto del viadotto sul Polcevera

Struttura lunga 50 metri, costruita in acciaio e pesa 500 tonnellate e verrà issata a quasi 50 metri di altezza. E’ la prima di 19 campate

Iniziate le operazioni di sollevamento della trave che sorreggerà il primo impalcato del nuovo viadotto sul Polcevera tra le pile 5 e 6. Le operazione, annunciate da un suono di sirena, sono cominciate alla presenza del premier Giuseppe Conte, del ministro delle Infrastrutture Paola De Micheli, del sindaco Bucci, del governatore Toti, dell’architetto Piano che ha donato il disegno del viadotto. Presenti anche Salini e Bono per il consorzio PerGenova (Salini-Impregilo e Fincantieri) che ricostruisce il ponte. E’ una struttura lunga 50 metri, costruita in acciaio e pesa 500 tonnellate e verrà issata a quasi 50 metri di altezza. E’ la prima di 19 campate che costituiranno il nuovo viadotto: 16 da 50 metri e 3 da 100 metri.

“Genova – ha detto il premier Conte  – è un simbolo di rinascita che si sta concretizzando. Tocchiamo con mano. La collaborazione tra pubblico e privato con spirito squadra in modo intelligente. le eccellenze insieme possono fare grandi cose. Il Paese balza agli onori della cronaca per queste capacità. Grazie alla comunità operosa che rende concreto questo progetto: operai, dirigenti, istituzioni, ingeneri.  Non dimentichiamo le 43 vittime. Il progetto rappresenta il riscatto ma ha incorporato il ricordo delle vittime”. Atti concreti e impegno costante per la sicurezza delle infrastrutture e l’impegno del governo perché la sicurezza sia un imperativo categorico sono stati ricordati da Conte che ha aggiunto: “Ci sarà un monitoraggio costante per inaugurare secondo il crono programma. La fase di avanzamento consente di essere più precisi e i tempi sono confermati”, ha aggiunto Conte. “In tempi record consegneremo l’opera alla storia. Genova offre una grande lezione. Abbiamo ridato luce e speranza al Paese intero”.

Da parte dell’architetto Renzo Piano, che  ha donato il disegno del nuovo viadotto, parole per chi sta costruendo la struttura: “Parlo per un migliaio di persone, un esercito che sta costruendo il ponte. Da saldatori a ingegneri. Costruire è un gesto collettivo. Far nascere una cosa è bellissimo. Questo costruire è un gesto di speranza, di pace. Un ponte è speciale, unisce, è un gesto di pace. Grazie a tutti. In Giappone per tradizione gli architetti parlano poco dicono agli operai state attenti lavorate in sicurezza. Noi lavoriamo al tavolo seduti in sicurezza voi siete gli acrobati operai, ma lavorate in sicurezza”.

“Questo ponte – ha ricordato il sindaco di Genova e commissario straordinario alla ricostruzione, Marco Bucci – non è solo il ricordo di una grande tragedia ma anche la certezza che quando stiamo tutti insieme diamo un segnale che noi, in Italia, riusciamo a fare le cose giuste nei tempi giusti. E’ un ponte che riguarda il dna dei genovesi, che ha un impalcato forte come l’acciaio e che somiglia a una nave e per i genovesi andare per mare significa dare ricchezza alla nostra città. Poi ci sono le pile che vanno su una dopo l’altra ‘cianin cianin’ come diciamo a Genova”, ha aggiunto Bucci che con voce commossa ha voluto ringraziare “con nel cuore il ricordo delle 43 vittime chi ha demolito il ponte, chi lo ha costruendo e tutti i cittadini genovesi che vivono intorno al ponte, che soffrono un disagio per cantiere che non si ferma mai e che tra qualche mese riunirà le due valli”.

“Lavoriamo 24 ore su 24, sette giorni su sette – ha detto ancora Bucci – le cose vanno avanti secondo i programmi e di questo sono assolutamente contento. La città sta rispondendo benissimo, siamo esattamente sul percorso indicato e che sta dando i suoi frutti. Voglio ringraziare e lo farò anche nel discorso ufficiale quelli che vivono intorno al ponte che maggiormente soffrono i disagi per questa costruzione – ha aggiunto Bucci -. Siamo contenti di avere qui i più alti rappresentanti del governo”. Il sindaco indossava la cravatta delle grandi occasioni con inciso “Femmo torna Zena superba” (facciamo tornare Genova superba): “Se lo avete notato questa è la cravatta che – ha spiegato – metto sempre nei momenti importanti anche perché vuole mandare un messaggio chiaro cioè che Genova aspira a diventare una delle città più importanti in Europa”.

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01/10/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Appalti, a Padova un focus per approfondire novità e impatto del decreto Sblocca-cantieri

Q.E.T.

Si terrà giovedì 3 ottobre un seminario destinato a imprese, progettisti e funzionari pubblici

Si terrà nella mattinata di giovedì 3 ottobre il seminario organizzato da Esna Soa destinato ad approfondire le novità introdotte dal decreto Sblocca-cantieri nella disciplina degli appalti pubblici e gli effetti che ne stanno derivando sul mercato. Il focus è destinato a imprese, progettisti e funzionari pubblici.

Si tratta della terza tappa del roadshow organizzato dalla società di attestazione padovana su questo tema, con la partnership di Ance Veneto e con la partecipazione dell’Ordine degli Architetti e dell’Ordine degli Ingegneri della provincia.

Questo terzo appuntamento, si legge in una nota, «sarà l’occasione per centrare il focus sulle novità normative introdotte dal decreto – evidenziandone luci e ombre – e per proporre alcuni spunti di riflessione sull’impatto della riforma nel settore degli appalti pubblici, a partire dal Regolamento di attuazione del codice, e con particolare attenzione alle modifiche introdotte in materia di qualificazione, requisiti per la partecipazione alle gare, soglie per gli affidamenti, subappalti e appalto integrato». Il convegno si terrà presso la sede dell’Ordine degli Architetti di Padova (Sala Zairo), in Piazza Salvemini 19 a Padova.

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01/10/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Gare, l’affitto di ramo d’azienda non comporta l’esclusione automatica dell’impresa

Roberto Mangani

La pronuncia intende salvaguardare la libertà organizzativa delle aziende: deve trovare spazio senza pregiudicare la partecipazione alle gare

L’affitto di un ramo d’azienda operato in corso di gara da parte di una mandante di un raggruppamento temporaneo di imprese non determina automaticamente l’esclusione dalla procedura del raggruppamento medesimo. Infatti, nonostante nell’ambito del D.lgs. 50/2016 non sia stata riprodotta una disposizione analoga a quella contenuta all’articolo 51 del D.lgs. 163/2006, rimangono validi i principi enunciati da quest’ultima disposizione. Di conseguenza in caso di affitto di ramo d’azienda – come anche nel caso di cessione di azienda o di trasformazione, fusione o scissione di società – l’affittuario – ovvero il cessionario o il soggetto risultante dalla trasformazione, fusione o scissione – è ammesso a partecipare alla gara, previa verifica della perdurante sussistenza in capo al concorrente dei requisiti di qualificazione.

Il principio si trova affermato nella sentenza del Consiglio di Stato, Sez. III, 18 settembre 2019, n. 6216 che quindi, pur in mancanza di un’esplicita previsione come quella contenuta nell’ordinamento previgente, respinge la tesi secondo cui il mero affitto d’azienda comporterebbe il venir meno in capo al concorrente dei requisiti di qualificazione necessari, con conseguente esclusione di quest’ultimo dalla procedura di gara.
Si tratta di un’affermazione importante, con cui vengono sterilizzati gli effetti che determinate operazioni aziendali possono avere sulla partecipazione alle gare dei soggetti coinvolti. In questo modo si consente che il dinamismo organizzativo delle imprese possa trovare adeguato spazio senza che lo stesso abbia conseguenze pregiudizievoli ai fini della partecipazione alle gare.

Il fatto
Un ente appaltante aveva bandito una gara telematica per l’affidamento dei servizi integrati per la gestione di apparecchiature elettromedicali.
Alla gara aveva partecipato, tra gli altri, un raggruppamento temporaneo di imprese nell’ambito del quale un’impresa mandante, nel corso dello svolgimento della procedura, aveva proceduto all’affitto di un ramo di azienda.
L’ente appaltante non aveva ritenuto che tale evenienza avesse immediati riflessi sulla posizione del raggruppamento concorrente, che aveva quindi regolarmente ammesso alle successive fasi di gara.
L’ammissione veniva contestata da un altro concorrente, che ricorreva al giudice amministrativo chiedendo che fosse dichiarata l’illegittimità del relativo provvedimento.
Il ricorso veniva respinto dal Tar Puglia, che riteneva non sussistessero motivi per deliberare l’esclusione del concorrente, consentendo quindi legittimo il provvedimento di ammissione.
Contro la decisione di primo grado l’originario ricorrente ha proposto appello davanti al Consiglio di Stato, che si è espresso con la pronuncia in commento.

L’affitto di ramo d’azienda e i suoi riflessi sulla partecipazione alla gara
Secondo la tesi prospettata dall’appellante il principio di continuità dei requisiti di qualificazione durante lo svolgimento dell’intera procedura di gara – e anche nella fase esecutiva del contratto – risulterebbe violato a seguito dell’intervenuto affitto del ramo di azienda. In particolare, il suddetto affitto avrebbe fatto venir meno i requisiti del raggruppamento concorrente, che conseguentemente andava escluso dalla gara.

Questa tesi è stata respinta dal Consiglio di Stato. Secondo il giudice di appello è da escludere che un atto di cessione di beni, ancorché assuma i caratteri della cessione di ramo di azienda, comporti per il cedente in via automatica la perdita dei relativi requisiti di qualificazione. Occorre invece analizzare in concreto se la cessione del ramo di azienda abbia riguardato un complesso di beni di dimensioni tali da incidere sulla struttura aziendale fino al punto da inficiare il possesso dei requisiti di qualificazione.
Ma accanto a questo aspetto, che attiene ai requisiti del cedente, il Consiglio di Stato richiama anche una diversa prospettiva, che attiene alla posizione del cessionario del ramo di azienda e al suo eventuale subentro nell’ambito della procedura di gara in corso. E si tratta della parte più interessante della pronuncia, in quanto offre una chiave interpretativa volta a salvaguardare la fattibilità di una serie di operazioni societarie che possono riguardare i concorrenti alle gare.

Ricorda infatti il giudice amministrativo che nel previgente regime normativo di cui al D.lgs. 163/2006 l’ipotesi dell’affitto del ramo di azienda – insieme ad altre fattispecie similari – era specificamente disciplinata dall’articolo 51. Tale disposizione prevedeva che in caso di cessione o affitto di azienda o ramo di azienda o di trasformazione, fusione o scissione di società, il cessionario, l’affittuario ovvero il soggetto risultante dall’avvenuta trasformazione, fusione o scissione subentrano nella procedura di gara in corso, previa verifica del possesso dei requisiti generali e speciali.
In sostanza la norma disciplinava alcune vicende che riguardavano i concorrenti prevedendo che, a fronte di esse, vi fosse una sostanziale indifferenza ai fini della partecipazione alla gara, purché rimanessero inalterati i relativi requisiti di qualificazione.

Nel richiamare questa norma del D.lgs. 163 il Consiglio di Stato ritiene che, pur in mancanza di un’analoga disposizione nel D.lgs. 50, il principio fondamentale in essa affermato volto a consentire modifiche soggettive dei concorrenti nel corso della procedura di gara debba continuare a ricevere applicazione anche nel vigente assetto normativo.

Questa conclusione si giustifica innanzi tutto alla luce dell’esigenza di salvaguardare la libertà organizzativa delle imprese, le quali devono poter procedere alle ristrutturazioni aziendali ritenute più opportune senza che ciò possa comportare un pregiudizio ai fini della loro partecipazione alle procedure di gara.

Occorre quindi che la libertà organizzativa delle imprese non sia ingiustificatamente ingessata, cosicché occorre evitare, anche tenendo conto del principio di tassatività delle cause di esclusione dalle gare, che la partecipazione di un’impresa a una procedura di gara costituisca un limite al pieno dispiegarsi della sua vocazione imprenditoriale, che può trovare legittimo spazio anche in operazioni societarie che coinvolgano l’azienda.
Anche sotto questo profilo, quindi, il mero affitto d’azienda non è un evento che di per sè comporta l’automatica esclusione del concorrente dalla procedura di gara, essendo ammessa la partecipazione alla gara dell’affittuario, purché rimangano inalterati i relativi requisiti generali e speciali.

L’indicazione comune dello stesso subappaltatore
Il ricorrente ha sottoposto al Consiglio di Stato anche un secondo motivo di censura, relativo alla contestuale indicazione in sede di offerta di uno stesso subappaltatore da parte di due concorrenti.

Ciò avrebbe comportato l’instaurarsi di una relazione di fatto tra i due concorrenti, con conseguente applicazione della causa di esclusione prevista dall’articolo 80, comma 5, lettera m) del D.lgs 50, secondo cui opera l’esclusione se le offerte dei due concorrenti che si trovano in relazione tra loro sono imputabili a un unico centro decisionale.
In sostanza la tesi del ricorrente era che l’indicazione dello stesso subappaltatore in sede di offerta avrebbe creato un collegamento tra i due concorrenti idoneo ad alterare il regolare svolgimento della gara, poiché la presenza del medesimo subappaltatore avrebbe comportato la possibilità di conoscere le reciproche intenzioni in ordine alla formulazione delle relative offerte.

Anche questa censura è stata respinta dal Consiglio di Stato. Il giudice amministrativo ricorda come la ratio della previsione invocata dal ricorrente è quella di evitare che possa aver luogo una concertazione di offerte tra concorrenti che, pur essendo formalmente distinti, sono tuttavia legati da un rapporto di controllo o da altra relazione di fatto che può appunto far ritenere che le loro offerte siano il frutto della suddetta concertazione.
Tuttavia viene evidenziato come la situazione di controllo o la situazione di fatto non siano sufficienti per dimostrare l’esistenza della concertazione: occorrono infatti elementi univoci tali da provare che le offerte siano effettivamente riconducibili ad un unico centro decisionale. Tale prova deve essere fornita da chi invoca il ricorrere della causa di esclusione, e deve fondarsi sia sulla struttura imprenditoriale dei due offerenti che sul contenuto delle offerte.

In questa logica il fatto che un medesimo soggetto sia designato subappaltatore di due concorrenti non può essere considerato elemento di per sè sufficiente a provare l’esistenza di una concertazione delle relative offerte e nemmeno di un condizionamento nella formulazione delle stesse.

Ne consegue che l’indicata circostanza non configura una causa di esclusione dalla gara dei concorrenti che hanno in comune l’indicazione di un medesimo subappaltatore, non essendo di per sè elemento idoneo a comprovare che le relative offerte siano riconducibili ad un unico centro decisionale.

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01/10/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Gare/2. Il termine per impugnare scatta solo con la piena conoscenza dell’aggiudicazione

Francesco Machina Grifeo

Le precisazioni del Consiglio di Stato sulle scadenze per i ricorsi

Ai fini della decorrenza del termine per impugnare gli atti di gara (art. 120 c.p.a.), la comunicazione dell’aggiudicazione da parte della stazione appaltante – non più tenuta ad esporre le ragioni di preferenza, o, in alternativa, ad allegare i verbali della procedura – resta la via esclusiva che non può essere surrogata da altre forme di pubblicità legali, quali la pubblicazione all’albo pretorio del Comune o sul profilo della committente e neppure dalla pubblicazione sulla G.U. dell’Ue.

Lo ha stabilito la V Sezione del Consiglio di Stato, con la sentenza n. 6251/2019, accogliendo il ricorso di una società estromessa da un appalto, e chiarendo che non è invece possibile desumere, come ritenuto dal giudice di primo grado, la c.d. piena conoscenza dell’aggiudicazione «da un elemento indiziario», quale l’interruzione del rapporto di lavoro con gli autisti e la dismissione degli automezzi, cui la ricorrente, nella sua veste di gestore uscente, era stata costretta. Il caso era quello di una gara bandita da due comuni per il trasporto scolastico. La ricorrente era arrivata seconda, il comune infatti aveva aggiudicato la vittoria alla società concorrente salvo verifica dei requisiti che erano tuttavia risultati in regola solo a seguito di un ulteriore controllo in quanto inizialmente erano state rilevate delle anomalie. La società estromessa lamentava dunque di non aver avuto più notizie sulla aggiudicazione definitiva se non a seguito, mesi dopo, di un accesso agli atti. Proposta impugnazione, era stata però giudicata tardiva.

La decisione ricorda che il termine per impugnare decorre dalla “piena conoscenza” e cioè da quando il concorrente abbia acquisito piena contezza del nominativo dell’aggiudicatario e del carattere definitivo dell’aggiudicazione. Per il Collegio dunque l’interruzione del rapporto di lavoro con gli autisti e la dismissione degli automezzi integrava una circostanza idonea a dimostrare solo la chiusura del precedente contratto di appalto, ma non certo l’acquisita conoscenza dell’esistenza di una nuova aggiudicazione. Mentre il riferimento dell’amministrazione agli “atti relativi all’aggiudicazione del lotto 1” non consentiva al destinatario di sapere con certezza se l’aggiudicazione definitiva fosse stata adottata, né tanto meno il nominativo dell’aggiudicatario.

In mancanza di formale comunicazione da parte della stazione appaltante deve dunque ritenersi che la ricorrente sabbia avuto conoscenza del provvedimento di aggiudicazione solo a seguito dell’accesso ai documenti avvenuto – per ammissione della stessa amministrazione – solo in un momento molto successivo (il 29 maggio 2018). Il ricorso introduttivo del giudizio, notificato il 19 giugno 2019, è dunque stato proposto tempestivamente.

Anche se, argomenta la decisione, «si può ritenere che la stazione appaltante non sia più obbligata, nella comunicazione d’ufficio dell’avvenuta aggiudicazione, ad esporre le ragioni di preferenza dell’offerta aggiudicata, ovvero, in alternativa, ad allegare i verbali della procedura, a maggior ragione, però, restano validi i principi elaborati dalla giurisprudenza amministrativa nella vigenza del vecchio codice dei contratti pubblici». Vale a dire: a) in caso di comunicazione dell’aggiudicazione che non specifichi le ragioni di preferenza dell’offerta dell’aggiudicataria, e comunque, in ogni caso in cui si renda indispensabile conoscere gli elementi tecnici dell’offerta dell’aggiudicatario per aver chiare le ragioni di preferenza, l’impresa concorrente può richiedere di accedere agli atti della procedura; b) alla luce dell’insegnamento della Cgue il termine di trenta giorni per l’impugnativa non decorre sempre dal momento della comunicazione ma può essere incrementato di un numero di giorni pari a quello necessario affinché il soggetto (che si ritenga) leso dall’aggiudicazione possa avere piena conoscenza del contenuto dell’atto e dei relativi profili di illegittimità; c) la dilazione temporale, che prima era fissata nei dieci giorni previsti per l’accesso informale ai documenti di gara, decorrenti dalla comunicazione del provvedimento, può ora ragionevolmente essere fissata nei quindici giorni previsti per la comunicazione delle ragioni dell’aggiudicazione su istanza dell’interessato; d) qualora la stazione appaltante rifiuti illegittimamente l’accesso, o tenga comportamenti dilatori che non consentano l’immediata conoscenza degli atti di gara, il termine non inizia a decorrere e il potere di impugnare dall’interessato pregiudicato da tale condotta amministrativa non si “consuma”; e) la comunicazione dell’avvenuta aggiudicazione, non è surrogabile da altre forme di pubblicità legali; f) anche indipendentemente dal formale inoltro della comunicazione, il termine decorre dal momento in cui il concorrente abbia acquisito “piena conoscenza” dell’aggiudicazione, del suo concreto contenuto dispositivo e della sua effettiva lesività, pur se non si accompagnata dall’acquisizione di tutti gli atti del procedimento.

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