Rassegna stampa 25 settembre 2019

25/09/2019 – Giornale di Brescia

A2A, Camerano: siamo in corsa per la gara degli asset Renvico

MILANO. È partita la gara per acquisire gli asset sul pacchetto eolico di Renvico, messo in vendita dal fondo australiano Macquarie, e «ci aspettiamo sviluppi nel giro di qualche set timana. Noi ci siamo». Lo ha spiegato Valerio Camerano, Ceo di A2A. Per quanto riguarda l’ interesse di A2A a rilevare gli asset di Sorgenia, «siamo in attesa di sviluppi da parte advisor. Non c’ è una scadenza per la presentazione delle offerte vincolanti». //

25/09/2019 – La Tribuna di Treviso
Causa al Tar contro Plavisgas i giudici danno ragione al Comune

Pederobba
PEDEROBBA. L’ amministrazione comunale di Pederobba vince la causa davanti al Tar intentata dalla Plavisgas srl di San Vendemiano riguardo a Asco Holding. È un altro capitolo della vertenza da tempo in atto tra il privato e le amministrazioni comunali socie di Asco Holding. Lunedì scorso il Tar del Veneto si è pronunciato dando piena ragione al Comune facendo proprie le tesi difensive proposte dal professore Lolli. «La sentenza del Tar – dichiara il sindaco Marco Turato – chiarisce che il Comune bene ha fatto con una nuova delibera ad allinearsi alle decisioni della giurisprudenza, potenziando il controllo pubblico in Asco holding, e che Asco holding è saldamente e legittimamente in mano comunale». Il collegio giudicante aveva concluso affermando che «non è condivisibile, dunque, quanto osservato dalla società ricorrente nel senso che la deliberazione in questione è stata adottata quando ormai il rapporto sociale era cessato, posto che non si è verificato alcun fatto idoneo a determinarne la cessazione. A livello pratico – aggiunge il sindaco – possiamo affermare che in tale quadro le iniziative comunali adottate finora risultano corrette ed efficaci a tutela esclusivamente dell’ interesse pubblico e ciò mi dà piena soddisfazione». –E.F.

25/09/2019 – Il Sole 24 Ore
Appalti pubblici sempre al Tribunale delle imprese

SEZIONI SPECIALIZZATE
Anche se il contratto è stato stipulato prima dell’ entrata in vigore del Codice
Le controversie in materia di appalti pubblici rientrano sempre nella competenza della sezione specializzata in materia di impresa. Si tratta di attribuzione inderogabile, che vale anche per i contratti stipulati prima dell’ entrata in vigore delle norme del codice dei contratti pubblici, contenute nel Dlgs 163/2006. È quanto afferma il Tribunale di Roma (giudice Guido Romano) in un’ ordinanza del 27 maggio. Il provvedimento è stato pronunciato a conclusione di un giudizio promosso da una Srl contro l’ Anas per ottenere il pagamento di 70mila euro, a saldo per lavori relativi a un contratto stipulato nel 1993. L’ azienda resistente ha eccepito l’ inammissibilità della domanda perché avanzata nelle forme del rito sommario di cognizione (articolo 702-bis del Cpc), consentito solo nelle cause in cui il tribunale giudica in composizione monocratica. Il che, aggiungeva l’ Anas, non ricorreva nel caso in esame, giacché le liti in materia di appalti pubblici sono riservate, in base all’ articolo 2 del Dl 1/2012, alle sezioni specializzate in materia di impresa. La Srl ha allora replicato che il contratto era relativo a un bando pubblicato prima dell’ entrata in vigore del codice dei contratti pubblici. Nell’ accogliere l’ eccezione di rito, il giudice ricorda che, come disposto dall’ articolo 3 del Dlgs 168/2003 nel testo riscritto dal Dl 1/2012, le sezioni specializzate sono competenti per le cause che riguardano contratti pubblici di appalto di lavori, servizi o forniture di rilevanza comunitaria. Si tratta di contratti – si legge nell’ ordinanza – nei quali il committente può essere non solo una pubblica amministrazione, ma anche un soggetto privato, quando, «per la natura dell’ opera da realizzare e per la connessa presenza di finanziamenti pubblici», venga in rilievo il pubblico interesse. Il tribunale osserva quindi che la Cassazione (sentenza 6327/2017) ha affermato che sono disciplinati dal Dlgs 163/2006 solo i contratti relativi a bandi pubblicati successivamente alla data di entrata in vigore dello stesso decreto, e quindi non rientrano nella competenza delle sezioni specializzate gli accordi firmati prima di quella data. Tuttavia, prosegue il Tribunale di Roma, l’ articolo 2 del Dl 1/2012, che ha istituito il tribunale delle imprese, non contiene alcun richiamo al Dlgs 163/2006. Inoltre, già prima di quell’ anno erano state introdotte le soglie di rilevanza comunitaria, in attuazione di tre direttive Ue; dunque – conclude il giudice – a esse «deve necessariamente farsi riferimento per l’ individuazione della competenza della sezione specializzata in materia di impresa». Nel caso in esame, l’ appalto in discussione, assegnato con contratto del 1993, era superiore alla soglia di rilievo comunitario, e quindi rientrava «nell’ ambito di applicazione del Dlgs 406 del 1991» (contenente norme di attuazione della direttiva 89/440 in materia di procedure di aggiudicazione degli appalti di lavori pubblici). Così il tribunale, affermata la competenza della sezione specializzata in materia di impresa, ha dichiarato inammissibile il ricorso. © RIPRODUZIONE RISERVATA. Antonino Porracciolo

25/09/2019 – Il Messaggero
«Autonomia solo a parità di condizioni Città metropolitane, occasione Roma»

L’ intervista Francesco Boccia
Ministro Francesco Boccia, qual è il bilancio del suo primo tour tra le Regioni che vogliono l’ Autonomia differenziata? «Ho parlato con i governatori di Emilia Romagna, Veneto e Lombardia. Ma il mio giro d’ Italia continuerà: ci sono nodi da sciogliere». Veneto e Lombardia, a guida Lega, sono stati gli incontri più complicati si può immaginare. «Occorre distinguere. L’ incontro in Veneto con il governatore Zaia è stato costruttivo, non mi aspettavo in nessuna Regione un confronto facile. Ma a tutti ho fatto una premessa». Quale? «Se il percorso dell’ Autonomia si è arenato nello scorso governo è evidente che ci sono problemi reali che non dipendono da me. Stessa cosa in Lombardia. Se per 14 mesi ci sono state le sabbie mobili un motivo ci sarà o no?». Il problema sono le richieste hard del Nord che rischiano di spaccare il Paese. «Ai governatori ho detto: la Costituzione va attuata tutta. Non solo la parte sull’ Autonomia ma anche quella sulla perequazione. Vanno rispettati i parametri già decisi dal federalismo fiscale, voluto dal centrodestra per le Regioni a statuto ordinario». D’ accordo, ma cosa propone per superare lo stallo e non attirare su di sé la rivolta del Nord? «Propongo il capovolgimento del ragionamento. Bisogna ripartire dai livelli di assistenza che devono essere uguali per tutte le Regioni. Serve appunto una cornice unica, in modo che ci sia un paracadute per tutte le Regioni. Ecco perché, con il ministero dell’ Economia, inizierò a brevissimo un lavoro sui Lep. Definiti i parametri sotto i quali non bisogna andare, sono pronto a correre con l’ Autonomia». Ma il Sud reclama più risorse: come si può diminuire il divario già esistente? «La nostra proposta è quella di costruire un fondo pluriennale di perequazione. Sul Mezzogiorno, inoltre, ci sarà il lavoro del ministro Provenzano, volto a rimuovere le diseguaglianze. Va fatto un ragionamento capillare distinguendo anche le singole aree delle Regioni. Come ho spiegato in Veneto, Rovigo e Belluno, non sono Padova e Venezia. Dunque non bisogna sostituire lo statalismo assistenziale con quello regionale». Lei ha trovato una sintesi con l’ Emilia Romagna solo perché è un’ amministrazione a guida Pd, il suo partito, che fra tre mesi andrà al voto? Spingere sul modello emiliano è un modo per far rientrare dalla finestra le richieste di Veneto e Lombardi? «No, non è così. L’ idea del governatore Bonaccini è semplice: sburocratizzare e accelerare le pratiche. Ma io punto a trovare un’ intesa che comprenda anche il Veneto». Sarà difficile. «Ma la sfida è proprio questa». In Lombardia con Fontana ci sono state tensioni: lo strappo è vicino? «Mi auguro proprio di no. Ma se ci sono stati problemi con la scuola vorrei ricordare al presidente che il ministro competente fino a poco tempo fa era della Lega. Quindi o era colpa sua o c’ erano dei problemi reali. Ma non posso sfasciare lo Stato, se il problema sono gli insegnanti allora faremo nuovi concorsi». Con la Lega sarà una guerra aperta. «Non è così, con Zaia ho trovato punti di contatto, per esempio». Fontana potrebbe strappare, e lei darebbe poteri al Comune di Milano? «Questo lo dice lei. Di sicuro a breve metteremo le mani anche sulle città metropolitane». A partire da Roma? «Certo, i poteri passeranno anche da qui per la Capitale con più fondi per le periferie». Visto che di fatto l’ Autonomia ricomincia da capo: entro quando si arriverà a una sintesi? «Entro la fine della legislatura». Ovvero il 2023? «Quello sarà il termine, ma se tutti accettano regole condivise si può andare di corsa. L’ Autonomia è un’ opportunità per tutte le Regioni». S. Can. © RIPRODUZIONE RISERVATA.

25/09/2019 – MF
Scudo di Conte sulle big di Stato

governo molte aziende rientreranno nel perimetro della cybersicurezza
Mezza Piazza Affari nel perimetro nazionale della cybersicurezza. Secondo quanto risulta a MF-Milano Finanza nel delicato ambito definito dal decreto legge approvato la scorsa settimana per proteggere la Borsa col Golden Power e il Paese dagli attacchi informatici, rientreranno alcune delle maggiori aziende del Paese, a partire dalle partecipate pubbliche: da Enel a Leonardo, da Snam a Terna. L’ elenco non è ancora stato stilato ma, secondo quanto ricostruito, le big di Stato saranno coinvolte, insieme con loro potrebbero rientrare nel perimetro anche grandi aziende del settore bancario e finanziario, dei trasporti, della sanità. L’ inclusione nel perimetro nazionale di sicurezza cibernetica implicherà una serie di vincoli che serviranno a garantire la massima tracciabilità e affidabilità delle forniture utilizzate per le infrastrutture considerate critiche e l’ adozione di standard elevati per la gestione dei sistemi e delle reti di interesse. Più nello specifico, le aziende titolari di asset considerati sensibili per la sicurezza nazionale, anche relativi a «un servizio essenziale per il mantenimento di attività civili, sociali o economiche fondamentali», saranno chiamate a compilare un elenco dei fornitori e degli standard utilizzati nella selezione di questo genere di forniture, oltre che dei singoli prodotti che le compongono. A vigilare sul rispetto degli obblighi sarà il ministero dello Sviluppo Economico, che avrà anche il compito di conservare gli elenchi degli operatori coinvolti. Si tratta di un passo decisivo che fa vedere come sia sentita dal premier la necessità di blindare asset strategici nel momento in cui si fa sempre più calda la guerra fredda high tech tra Usa e Cina (vedi Milano Finanza del 14 settembre). Dall’ entrata in vigore del decreto, qualsiasi fornitura relativa a questi sistemi e reti dovrà infatti superare il vaglio del Centro di valutazione e certificazione nazionale (Cvcn), che avrà 30 giorni di tempo per imporre condizioni. I bandi dovranno prevedere che l’ aggiudicazione sia condizionata al via libera del nuovo organismo. Per cercare di non appesantire troppo le aziende, si prevede però un’ ottica di gradualità e un’ attenta valutazione da parte del Comitato, per limitare le procedure più onerose, in termini di costi e tempi, solamente alle componenti più critiche. Le aziende i cui sistemi rientreranno nell’ ambito della tutela della cybersicurezza avranno poi obblighi di notifica per incidenti considerati rilevanti, tanto che per il mancato rispetto delle prescrizioni del decreto sono previste sanzioni pecuniarie, anche superiori al milione di euro, e perfino l’ interdizione ad assumere incarichi di direzione, amministrazione e controllo nelle imprese. I tempi per l’ entrata a regime della nuova impalcatura non saranno brevi: per individuare gli operatori coinvolti serviranno quattro mesi e dieci mesi ci vorranno per definire le procedura di notifica degli incidenti sulle infrastrutture critiche e le misure che dovranno garantire gli standard di sicurezza. Infine, il decreto prevede che, in casi di un grave rischio per la sicurezza nazionale, il presidente del Consiglio dei ministri possa disporre la «disattivazione, totale o parziale, di uno o più apparati o prodotti impiegati nelle reti, nei sistemi o per l’ espletamento dei servizi interessati». La guerra cibernetica è iniziata e l’ Italia si prepara. (riproduzione riservata) LUISA LEONE E ROBERTO SOMMELLA

25/09/2019 – Corriere della Sera
La spesa dello Stato continua a correre In 2 anni salita del 5%

L’ analisi
Nel governo manca una figura deputata al controllo
Con poco tempo e molti miliardi da trovare per far tornare i conti, Roberto Gualtieri deve aver studiato ogni riga delle previsioni e dei saldi lasciati dai governi di prima. C’ è un dato di spesa pubblica che potrebbe aver fatto sobbalzare il ministro dell’ Economia alla scrivania: nei tre anni fino al 2021, le uscite correnti dello Stato risultano più alte di 48,7 miliardi rispetto a quanto stimato per lo stesso periodo appena diciotto mesi fa. Naturalmente si tratta del risultato cumulato nel triennio, non di ogni singolo esercizio, ma è quanto risulta dal confronto dei Documenti di economia e finanza, o Def, pubblicati nell’ aprile del 2018 (governo di Paolo Gentiloni) e in quello del 2019 (primo governo di Giuseppe Conte). In sostanza la spesa corrente quest’ anno sarà più alta di una decina di miliardi rispetto a quanto sembrava possibile diciotto mesi fa; quindi in ciascuno dei prossimi due anni sarà superiore di circa venti. È il punto di partenza che rende così difficile far quadrare la Legge di bilancio delle prossime settimane. Se lasciata a se stessa, questa tendenza minaccia di consegnare nel 2021 un debito pubblico che metterebbe in dubbio la tenuta di prezzo dei titoli di Stato e il precario equilibrio dell’ economia italiana. Da solo un deficit al 2% del prodotto lordo (Pil) per quest’ anno – lo ha previsto ieri Antonio Misiani, viceministro all’ Economia – non disinnesca la minaccia. Da dove vengano quei 48,7 miliardi di spesa corrente in più è noto: in buona parte, dalle pensioni anticipate di «quota 100» e dal reddito di cittadinanza. Ma è proprio questa realtà, che non è destinata a cambiare, a rendere più fragili le altre aree di tensione nella spesa dello Stato. Perché non ne mancano. Misiani ha riconosciuto il lavoro di chi è passato prima al ministero dell’ Economia, con una «spending review» da 1,3 miliardi nel 2019. Eppure un’ occhiata da vicino alle voci di uscita rivela dinamiche sorprendenti: in gioco c’ è il modo in cui le amministrazioni pubbliche gestiscono gli appalti, smaltiscono i rifiuti o intrattengono rapporti con una miriade di società partecipate a livello locale. I numeri suggeriscono che non tutto è a posto, né tutto sembra sempre sottoposto uno stretto controllo di gestione. Soprattutto, un lavoro di monitoraggio e cesello sulla spesa nei prossimi anni diventa decisivo per garantire quella che serve: assistenza alle famiglie, sanità, istruzione, ricerca. Senza un impegno del governo su questo fronte, non è scontato che gli equilibri attuali possano reggere. La spesa per «consumi intermedi» dello Stato, quella per l’ acquisto di beni e servizi, è salita di 7,2 miliardi di euro da fine 2016 a fine 2018: sono aumenti del 2,6% all’ anno su un portafoglio che da vale circa 140 miliardi, quasi un quinto di tutte le uscite pubbliche prima di pagare gli interessi sul debito. Non tutto in queste spese è sbagliato e da eliminare, ovviamente. Negli anni scorsi c’ era stata una compressione, quindi un rimbalzo era prevedibile. Soprattutto, nei «consumi intermedi» rientrano 33 miliardi della sanità per l’ acquisto di costosissimi farmaci contro i tumori o l’ epatite C: ma comprarli giustifica un aumento degli esborsi da mezzo miliardo, mentre la fattura degli acquisti di beni e servizi dal 2017 sale sette volte di più ogni anno. Lo Stato non pubblica una contabilità per funzioni, ma dietro l’ esplodere di questi costi emergono alcuni principale sospetti: i contratti di servizio a mille, spesso inefficienti partecipate pubbliche locali; e i rifiuti urbani, a caro prezzo spediti all’ estero o in altre regioni da centinaia di enti privi dei mezzi per smaltirli. Non è solo con l’ inquinamento che l’ assenza di inceneritori e altri impianti presenta il conto agli italiani. Ne deriva una sfida per il governo: la spesa pubblica complessiva (al netto degli interessi sul debito) sta salendo del 2% all’ anno fino al 2022, secondo l’ ultimo Def; ma ciò resta vero solo a patto che la dinamica degli acquisti di beni e servizi freni drasticamente rispetto agli ultimi due anni. Per garantire gli equilibri del bilancio, la fattura dei «consumi intermedi» dovrebbe più che dimezzare il proprio ritmo di crescita nominale dal 2,6% all’ uno per cento annuo. In caso contrario la spesa pubblica (sempre al netto degli interessi) rischia di aumentare in proporzione all’ economia italiana. Servirebbe dunque un’ idea di dove mettere le mani. Servirebbe un’ idea dei servizi pubblici che occorrono e di come fornirli con efficienza. È necessario un commissario alla «spending review», ma non basta: servirebbe un’ idea politica di come lo Stato funziona per i cittadini, specie i più deboli, senza sprecare le proprie risorse. FEDERICO FUBINI

25/09/2019 – Corriere della Sera
Grandi opere al palo: mancano 77 commissari per sbloccare i lavori

Infrastrutture
MILANO Chiamiamolo serenamente «Blocca cantieri». Di cantieri sbloccati – formula di marketing politico sotto forma di decreto del precedente governo – siamo a quota zero. Con due eccezioni: la Napoli-Bari che, non a caso, annovera l’ amministratore delegato di Rfi, Maurizio Gentile, come commissario. E il terzo Valico di Genova, che ha previsto il rientro di Marco Rettighieri nel ruolo di regista dell’ alta velocità ferroviaria tra la città ligure e Milano. Per il resto è nebbia fitta e certo il passaggio di consegne tra i due governi – con il relativo avvicendamento al timone del dicastero delle Infrastrutture tra Danilo Toninelli e Paola De Micheli – non ha giovato ad accelerare l’ iter. Potremmo chiamarlo il gioco dell’ oca delle grandi opere. L’ annuncio del decreto «Sblocca cantieri» è di febbraio scorso. A conti fatti, spiega l’ Ance (l’ associazione dei costruttori), arriveremo almeno a febbraio 2020 per vedere qualche scavo qua e là. Ora siamo al punto zero. Cioè a una lista di 77 «opere prioritarie» che Toninelli aveva spedito all’ ex ministro del Tesoro, Giovanni Tria, poco prima che cadesse il governo. Valore dei cantieri: 38 miliardi. Per un buon 60% con due stazioni appaltanti che dovranno redigere i bandi di gara e scegliere i committenti: Anas e Rete ferroviaria italiana, entrambe sotto la capogruppo Ferrovie dello Stato. Questa lista ora è sul tavolo della De Micheli (Pd) che potrebbe aggiornarla. Fonti vicine al Mit dicono che sta lavorando per «accelerare l’ iter ascoltando i territori e le altre forze di maggioranza». Ma il tempo stringe. Perché entro il 15 dicembre il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, dovrà stendere il decreto definitivo con le opere da riavviare. Nel mentre ci sono però diversi passaggi tecnici. 1) La De Micheli, una volta ascoltati i territori, invierà la lista al nuovo ministro del Tesoro, Roberto Gualtieri, che potrebbe non condividerla introducendo ulteriori correzioni; 2) Il testo, una volta condiviso, poi dovrà finire sul tavolo di Conte che stilerà una bozza di decreto da dibattere alla Camera e al Senato nelle commissioni parlamentari competenti. Il documento poi tornerà a Conte per il decreto finale. Finito qui? Magari. Da quel testo – su cui giuriamo ci saranno confronti serrati sulle opere da “accendere” come l’ alta velocità ferroviaria Brescia-Verona-Padova per non aprire un pesante scontro con il Nord a trazione leghista che la invoca a gran voce – la De Micheli proseguirà scegliendo i commissari. Cioè 77 commissari, selezionati di concerto col Tesoro, tra alti dirigenti di Ferrovie, Anas ed accademici esperti di infrastrutture. Chi li nominerà? Sempre Conte. Senza contare un velato conflitto di interesse, segnalato da Ance. I commissari li avallerà il Tesoro, azionista di controllo di Cassa depositi. Socio futuro di Salini Impregilo, il general contractor che potrebbe spuntarla in tutte le gare. Ance si augura siano trasparenti, non come il bando di gara per il nuovo ponte Morandi, in cui si è andato in deroga al codice degli appalti e alla normativa comunitaria per dare a Genova un viadotto nel più breve tempo possibile. Quel che è interessante notare è un altro aspetto. Cioè la differenza tra gli investimenti annunciati dall’ Anas nel contratto di programma 2016-2018 e quelli effettivamente realizzati. Nel 2018 ad esempio è stato realizzato soltanto il 33% delle opere promesse. Nel 2017 il 44%. Un divario nell’ arco di tre anni di quasi 5 miliardi tra gli annunci e la realtà. I motivi sono molteplici. Le risorse destinate ad Anas e Rfi sono stabilite dalle leggi di Bilancio, ma spesso la ripartizione è complessa. E poi serve il via libera di Corte dei conti e Cipe. Passano anni. Senza uno scavo. FABIO SAVELLI

25/09/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Appalti, il mercato corre al Nord: il 36% dei valori in gara in Lombardia, Piemonte e Veneto

Alessandro Lerbini

Cresme Europa Servizi: da gennaio ad agosto promossi 15.051 bandi (+8%) per un valore di 24,252 miliardi (+42,8%)

Il mercato dei lavori pubblici continua a crescere senza sosta. Anche ad agosto bandi e importi hanno migliorato il dato registrato nel 2018. In particolare il mese scorso l’osservatorio Cresme Europa Servizi ha rilevato 1.594 appalti (+8,4%) per un valore complessivo di 2,3 miliardi (+26,3%).

Con questo risultato, il settore dopo otto mesi totalizza 15.051 bandi per un valore di 24,252 miliardi. Rispetto al periodo gennaio-agosto 2018 il numero delle gare aumenta dell’8% e il valore a base d’asta delle opere del 42,8 per cento.

Stazioni appaltanti

Le ferrovie, grazie anche ai 5 lotti Telt dell’ammontare di circa 3,3 miliardi per la costruzione del tunnel di base della sezione transfrontaliera del collegamento ferroviario Lione-Torino a partire dagli attacchi lato Francia, balza in testa tra gli enti promotori con 98 bandi per 4,622 miliardi (+45%). Seguono le amministrazioni comunali con 8.849 appalti (+8,8%) per 4,389 miliardi (+16%), i gestori di reti, infrastrutture e servizi pubblici locali con 1.309 avvisi (+4,8) per 2,546 miliardi (+18,9%), i concessionari gestori della rete autostradale con 246 gare (+53% per 2,155 miliardi (+49%) e l’edilizia sanitaria con 616 bandi (+5,7%) per 2 miliardi (+149%). Bene anche l’Anas che ha promosso 239 opere (+21%) per 1,918 miliardi (+182%).

Classi d’importo

Sono soprattutto le maxiopere a trainare i lavori pubblici. Dall’inizio dell’anno i bandi oltre i 50 milioni sono stati 45 per un importo complessivo di 10,2 miliardi. L’incremento, nel confronto con lo stesso periodo dell’anno scorso, è del 50% per le gare e del 156% per i valori. Sono solo due le fasce d’importo che rallentano: quella dei piccoli lavori fino a 150mila euro (5.048 procedure per 328 milioni, rispettivamente -7,4% e -9,8%) e quella tra 5 e 15 milioni che perde il 3% dei bandi (385) e il 9,2% dei valori (3,2 miliardi).

Regioni

Il 36% dei valori messi in gara arriva da sole tre regioni del Nord: la Lombardia ha promosso nel 2019 2.914 gare (+1,7%) per 3,223 miliardi (+45,6%), il Piemonte 1.162 (+4%) per 2,842 miliardi (+131%), il Veneto 1.360 opere (+20%) per 2,667 miliardi (+107%). In flessione invece Campania e Puglia che hanno mandato in gara opere per 1,689 miliardi (-12% e 958 milioni (-19%).

Top ten agosto

Autostrade per l’Italia ha promosso un appalto di manutenzione della rete del valore di 764 milioni suddiviso in dieci lotti, il cui valore oscilla tra 30,6 milioni (lotto n.10) e 161 milioni (lotto n. 3). La durata di ciascun contratto è di due anni, eventualmente rinnovabili per altri due a discrezione di Autostrade.

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25/09/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Rho-Monza a passo di lumaca: 15 anni per asfaltare sette chilometri di strada

Sara Monaci

Nuova scadenza per completare l’opera: fine 2021 per realizzare i 5 chilometri di competenza della società autostradale Serravalle (a cui si aggiungono 1,7 chilometri di innesti)

Quindici anni per cinque chilometri. La (lunga) storia della (breve) strada che dovrà collegare Rho a Monza ha una particolarità: gli anni di attesa sono tre volte il numero dei chilometri.

Se ne è cominciato a parlare in modo più circostanziato nel 2005, ma ancora non è terminata. Per chi vive nell’area sembra un’opera importante – e durante l’Expo pareva addirittura indispensabile. Servirebbe infatti a creare un’alternativa al tratto urbano della A4, utilizzato per il traffico cittadino, e a completare il sistema di tangenziali intorno a Milano. Eppure non c’è stato ancora modo di completarla, tra lungaggini politiche, pressioni dei comitati cittadini e disavventure societarie.

Ora c’è una nuova scadenza: la fine del 2021, per realizzare i 5 chilometri di competenza della società autostradale Serravalle (a cui si aggiungono 1,7 chilometri di innesti), su un totale di circa 8 chilometri, di cui i primi 3 già realizzati da Autostrade per l’Italia. Costo dell’infrastruttura: 170 milioni, di cui 100 già spesi per iniziare i cantieri e per costruire i correttivi che durante l’Expo hanno permesso di decongestionare solo in parte le strade vicine, in particolare la Milano-Meda. Il resto, di fatto un ampliamento stradale, è ancora da fare.

Il 4 ottobre Ezio Casati, sindaco di Paderno Dugnano – una delle cittadine più coinvolte dall’opera – andrà al Ministero delle Infrastrutture per “spingere” la costruzione di misure compensative ambientali, che potrebbero far lievitare i costi. «Ma sarebbero comunque ripagati dal pedaggio della Serravalle – spiega Casati – L’opera ormai non può essere fermata, comprendo la necessità, ma non posso far pagare un prezzo troppo alto alla mia comunità. Chiedo barriere naturali e artificiali per proteggere la città da rumore e polveri sottili».

Ricapitoliamo le tappe. Della Rho Monza se ne comincia a parlare nel 2005, con Filippo Penati alla guida della Provincia di Milano, l’istituzione che controllava Serravalle, concessionaria del tratto a due corsie della Rho Monza. Viene così commissionato uno studio di fattibilità (costato 100mila euro), da cui prende vita il primo progetto preliminare.

Nel 2010 cambia giunta provinciale e colore politico, alla guida di Palazzo Isimbardi arriva Guido Podestà (Forza Italia), che fa un accordo col provveditorato alle Opere pubbliche affidandogli la responsabilità di stazione appaltante dell’opera per i due lotti di competenza della Serravalle, 5 chilometri in totale. Il resto viene realizzato da Aspi senza gara.

Il metodo che sceglie il provveditorato è quello dell’”appalto concorso”, dove va a gara il progetto esecutivo, a seguito del quale viene prevista la conferenza dei servizi e la valutazione di impatto ambientale (Via). La gara viene aggiudicata al raggruppamento di imprese guidato da Fincosit, ma l’iter di Via è più lungo di quanto immaginato, anche a causa dei ricorsi al Tar contro i decreti di esproprio.

Nel 2013 l’opera viene inserita nell’elenco di infrastrutture indispensabili per l’Expo, visto che avrebbe permesso di arrivare al sito espositivo di Rho evitando il flusso di traffico proveniente da Est. Tuttavia a causa dei ricorsi e delle lunghe procedure di valutazione ambientale l’aggiudicazione definitiva della gara arriva solo nel 2014 e i lavori partono a inizio 2015.

Troppo tardi a quel punto, bisogna riflettere sulle varianti per facilitare l’Expo e abbandonare l’idea di completare l’opera in pochi mesi. L’evento universale rimane senza la “sua” Rho Monza; al suo posto solo qualche svincolo provvisorio. Così finisce che le aree vengono consegnate all’azienda solo nel 2016.

Sembra tutto pronto per partire, ma nel 2018 altro colpo di scena: Fincosit ha una crisi finanziaria irreversibile, e si ritrova in concordato preventivo. I fornitori non vengono più pagati e i cantieri si fermano ancora.

Serravalle ha recentemente pagato 16 milioni per saldare i debiti di Fincosit. I lavori possono ricominciare, ma intanto sono passati 15 anni e il nuovo orizzonte è la fine del 2021.

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25/09/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Copenhagen, dopo 8 anni di lavori pronta la nuova linea della metropolitana realizzata da Salini Impregilo

Marco Morino

Domenica 29 settembre l’inaugurazione ufficiale con la Regina Margherita di Danimarca. L’investimento per costruire l’opera è stato di 3,5 miliardi di euro

L’ingegneria italiana si fa onore all’estero. Dopo circa 8 anni di lavori, la nuova linea M3 della metropolitana di Copenhagen, realizzata da Salini Impregilo, sarà inaugurata domenica 29 settembre dalla Regina Margherita di Danimarca, insieme al primo mnistro Mette Frederiksen, al sindaco di Copenhagen Frank Jensen e a Pietro Salini, amministratore delegato di Salini Impregilo. L’investimento per costruire l’opera è stato di 3,5 miliardi di euro.

La capitale danese, che vanta il più evoluto sistema di mobilità pubblica in Europa, con il progetto Cityringen ha realizzato il nuovo anello metropolitano nel centro città: un mega-progetto infrastrutturale che aiuterà Copenhagen a diventare la capitale più “verde” al mondo.

Il progetto

La linea Cityringen circonda il centro di Copenaghen con due tunnel di 15,5 chilometri di lunghezza ciascuno, per un totale di 31 chilometri di tunnel, ed è caratterizzata da 17 nuove stazioni in sotterraneo completamente attrezzate, situate mediamente a 30 metri di profondità dal piano stradale.

La nuova linea metropolitana – promossa da Metroselskabet, l’ente pubblico responsabile della rete metropolitana della città – raggiungerà l’85% della popolazione con una stazione ogni 600 metri e un convoglio ogni 80-100 secondi. Si collegherà alla metropolitana già esistente, così come alle altre stazioni di autobus e treni della città, riducendo ulteriormente l’utilizzo delle automobili da parte dei cittadini.

Rispettando il CPH Climate Plan 2025, Copenhagen intende infatti diventare da qui al 2025 una città carbon neutral. Il sistema metro, e in generale tutto il sistema del trasporto pubblico, si inserisce come progetto strategico di supporto nel raggiungimento dell’obiettivo 0-emissioni di CO2 entro il 2025. Grazie alla nuova rete di connessioni, i residenti potranno muoversi a piedi, in bicicletta o con il trasporto pubblico per il 75% dei loro spostamenti.

La linea Cityringen, totalmente automatizzata, è dotata di treni senza conducente (driverless) e offrirà un sistema di trasporto attivo 24 ore su 24, garantendo la mobilità di 72 milioni di passeggeri all’anno.

Innovazione

Realizzare Cityringen, con il suo portato di tecnologia e innovazione, non è stata impresa facile. Come detto, Cmt (la società che ha costruito l’infrastruttura controllata al 100% da Salini Impregilo) è stata impegnata per circa 8 anni per portare a termine il progetto.

Un risultato significativo, già in termini di tempi, se si considera il confronto europeo con altre linee metro, simili per tecnologia a Cityringen, anche se realizzate in luoghi e condizioni differenti. A Parigi, per realizzare la linea 14 lunga 9,2 chilometri sono stati necessari 15 anni di lavori (1993 – 2007); 12,8 anni sono serviti per terminale la linea 5 di Milano (2007 – 2015) e 15 anni per la Linea 9 di Barcellona (2002 – 2016).

Oltre al tempo di realizzazione, una delle grandi sfide affrontate con Cityringen è stata la realizzazione dell’opera in aree altamente urbanizzate e in contesti in cui sono presenti edifici storici di grande valore. In concomitanza con i Magasin Du Nord (il più importante e storico grande magazzino di Copenhagen) lo scavo è passato a un metro e mezzo dalle fondamenta dell’edificio, senza mai richiedere un giorno di chiusura alle attività commerciali. O ancora, sotto la Marble Church (la chiesa più importante della città) è stata realizzata la stazione più profonda del progetto, proteggendo e garantendo l’assoluta tutela del monumento.

«Cityringen – osserva Pietro Salini – è una metro smart, la cui costruzione ha rappresentato una sfida unica dal punto di vista ingegneristico e ci ha messo continuamente alla prova per superare complessità legate alla gestione di un’opera così ampia in una città come Copenhagen, con edifici storici da tutelare e impegno continuo per ridurre al massimo i disagi della popolazione nella fase di costruzione».

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