Rassegna stampa 23 settembre 2019

20/09/2019 – Italia Oggi
Dal Mef direttiva sulle partecipate

Diramata nei giorni scorsi la direttiva della struttura costituita presso il dipartimento del tesoro per l’ attuazione della riforma del sistema delle partecipazioni pubbliche che ha adottato una direttiva sulla separazione contabile. Si tratta di un articolato che definisce le regole per la rendicontazione delle voci economiche e patrimoniali delle società a controllo pubblico che svolgono attività economiche protette da diritti speciali o esclusivi, insieme ad altre attività svolte in regime di economia di mercato. Per garantire che non vi siano trasferimenti di risorse dalle attività economiche di interesse generale a quelle svolte in contesti di mercato concorrenziale, tali società, secondo quanto disposto dall’ organismo del Mef, sono tenute a adottare e mantenere un sistema di contabilità analitica, su cui è chiamato a esprimere un giudizio di conformità il soggetto incaricato della revisione legale dei conti, idoneo a rilevare le poste patrimoniali ed economiche, in maniera separata e distinta, per singole attività economiche e comparti (quello della produzione protetta e quello della produzione in economia di mercato). Esse dovranno anche rendere pubbliche le risultanze relative al comparto della produzione protetta da diritti speciali o esclusivi, contestualmente a documenti e allegati dei bilanci. © Riproduzione riservata.

20/09/2019 – Italia Oggi

Offerte, invertire le buste non inficia il concorso

In gara negoziata al massimo ribasso

L’inversione procedimentale nell’apertura delle buste di offerta non inficia la regolarità della procedura di gara a condizione che si tratti di una gara al massimo ribasso e la violazione riguardi la busta contenente la documentazione amministrativa. Lo ha affermato il Consiglio di stato, con la pronuncia della quinta sezione n.. 6017 del 2 settembre 2019 relativa a una gara con procedura negoziata nella quale era stata aperta prima la busta economica e poi la busta amministrativa. Il Consiglio di stato ha ribaltato il giudizio di primo grado che aveva accolto il ricorso ritenendo l’alterazione dell’ordine di apertura delle buste lesivo del principio generale di trasparenza dell’azione amministrativa.

I giudici di appello hanno motivato sul fatto che il rischio di commistione tra le diverse offerte sussiste effettivamente nel caso di pericolo di compromissione della garanzia di imparzialità della valutazione. Ciò accade però soltanto quando il criterio di aggiudicazione è quello dell’offerta economicamente più vantaggiosa, individuata sulla base del miglior rapporto qualità-prezzo, e non con il minor prezzo dove il confronto avviene in ordine a profili economici e non tecnici. Fuori dalla logica dell’illustrato principio di separazione (ancorato al divieto di commistione tra profili tecnici ed economici dell’offerta), hanno precisato i giudici, «si colloca (su un piano più generale) il distinto canone che, avuto riguardo alla attitudine sequenziale ed alla necessaria razionalità procedimentale dell’azione amministrativa impone un ordine logico alla varie fasi della complessiva procedura evidenziale (es. ordine di apertura delle buste)».

Nessun dubbio, hanno rilevato i giudici, che sussista, quindi, un preciso ordine di apertura delle buste: prima la busta amministrativa; quindi la busta contenente l’offerta tecnica; infine la busta contenente l’offerta economica. La differenza è che mentre l’inversione che interessa i profili economici e quelli tecnici altera inesorabilmente la regolarità della procedura, ciò non accade nel caso in cui l’inversione riguardi l’apertura della busta contenente la documentazione amministrativa, «che non compromette in modo sostanziale i valori in gioco e che deve riguardarsi quale mera irregolarità».

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20/09/2019 – Italia Oggi

Operatori prequalificati, sì a operazioni di fusione

Legittime, nella fase di prequalifica, tra le imprese in corsa

In fase di prequalifica è legittima la fusione fra due operatori prequalificati. Lo ha affermato la Corte di giustizia Ue, quinta sezione, nella causa C-697/17, con la pronuncia dell’11 luglio concernente un rinvio pregiudiziale per un contenzioso relativo alla gara bandita nel 2016 del ministero dello sviluppo economico per la posa di fibra ottica. Si trattava in particolare di esaminare la legittimità dell’offerta di un candidato prequalificato impegnato in un accordo di fusione con altro candidato, nel periodo compreso tra la fase di prequalifica e la presentazione delle offerte. L’impresa in seguito incorporata (la cui composizione non risultava modificata alla data ultima per la presentazione delle offerte) aveva poi comunque ritenuto di non partecipare alla procedura ristretta.

Il Consiglio di stato aveva posto la questione pregiudiziale relativa all’interpretazione dell’articolo 28, paragrafo 2, della direttiva 2014/24/Ue secondo il quale soltanto gli operatori economici invitati in tal senso dalle amministrazioni aggiudicatrici in seguito alla valutazione delle informazioni fornite possono presentare un’offerta.

Dalla norma sembrerebbe quindi che si debba preservare l’identità giuridica e sostanziale tra gli operatori economici prequalificati e quelli che presentano le offerte.

Viceversa, la Corte ha ritenuto che la disposizione della direttiva non impedisce la presentazione dell’offerta del candidato prequalificato impegnato a incorporare altro candidato. Nel caso specifico, l’accordo riguardava una fusione per incorporazione di una delle imprese prequalificate in un’altra di esse (autorizzata in base alle norme sulle concentrazioni di imprese); gli effetti dell’operazione di fusione si sarebbero perfezionati dopo la presentazione dell’offerta da parte dell’impresa incorporante (da qui l’identità giuridica); l’impresa in seguito incorporata (la cui composizione non risultava modificata alla data ultima per la presentazione delle offerte) aveva comunque ritenuto di non partecipare alla procedura ristretta.

In sostanza, per la Corte la fusione per incorporazione aveva comportato, dopo la prequalifica, un rafforzamento di capacità economica e tecnica e questo elemento non è contrario agli interessi dell’amministrazione. Anzi, «può persino essere ritenuto normale che un candidato si doti di mezzi che gli consentano di accertarsi della sua capacità di garantire una buona esecuzione dell’appalto».

È invece la diminuzione della capacità economica e tecnica del candidato a poter condurre a un’elusione della procedura di prequalifica e addirittura la perdita di tale capacità rischierebbe di pregiudicare l’obiettivo della stessa prequalifica consistente nello scegliere un offerente in grado di eseguire detto appalto. Inoltre, «il rafforzamento di capacità economica e tecnica può includere il ricorso ai mezzi di altri operatori economici e, se del caso, l’incorporazione parziale o completa di un operatore economico, incluso un operatore economico che partecipa alla stessa procedura negoziata di aggiudicazione di un appalto pubblico». Quindi via libera all’operazione anche sotto il profilo della norme sulle concorrenza: «non è stato dimostrato alcun comportamento collusivo».

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20/09/2019 – Italia Oggi
Al via la pdl libera sindaci

Parte dalla camera l’ iter della proposta di legge dell’ Anci per azzerare la burocrazia
Meno vincoli per i comuni. Semplificazioni per i mini enti
Lo stato non potrà chiedere ai comuni informazioni di cui le banche dati della p.a. siano già in possesso. A cominciare dalla Bdap che dovrà diventare l’ unico canale di rilevazione degli enti territoriali. Una regola semplice e di buon senso destinata a disboscare la giungla amministrativa che oggi obbliga ogni comune (indipendentemente dalla dimensione demografica) a tenere aggiornate da 100 a 150 informazioni e comunicazioni, con diverse cadenze temporali, da trasmettere alla pubblica amministrazione centrale. I comuni dovranno svincolarsi anche da norme vetuste che sovraccaricano i sindaci di competenze che nulla hanno a che fare con il mandato elettivo (dal Trattamento sanitario obbligatorio alle merci avariate). E i mini enti dovranno beneficiare di una normativa ad hoc che li esoneri da una miriade di adempimenti contabili inutili in municipi di piccole dimensioni. Dovrà inoltre diventare cogente il principio (già contenuto nella legge delega Madia di riforma della p.a.) della distinzione netta tra la responsabilità amministrativo-contabile dei dirigenti e quella politico-istituzionale degli amministratori locali. Perché, lamentano i sindaci, non è giusto che un primo cittadino debba rispondere per aver assegnato una causa a un avvocato scelto in autonomia dal dirigente, così come per aver rilasciato una concessione di occupazione di suolo pubblico dichiarata in seguito illegittima. La proposta di legge dell’ Anci per liberare i sindaci dalla morsa della burocrazia muove i primi passi in parlamento. E lo fa dalle commissioni riunite affari costituzionali e bilancio della camera dove il testo bipartisan (Ac 1356), che reca come prima firma quella di Roberto Pella, vicepresidente Anci e deputato di Forza Italia, è stato incardinato lo scorso 17 settembre. L’ obiettivo è arrivare a una rapida approvazione. Un obiettivo non impossibile, considerato il vasto consenso ottenuto dalla proposta di legge sul territorio e in parlamento. Sono infatti circa 3.000 i sindaci, di ogni colore e peso politico (comprese Virginia Raggi e Chiara Appendino, prime cittadine M5s di Roma e Torino) ad aver sottoscritto il testo. E lo stesso dicasi per i firmatari in parlamento tra cui figurano esponenti di maggioranza e opposizione. «Il provvedimento, frutto del confronto avviato dall’ Anci sul territorio con sindaci e amministratori locali, non sarà blindato ma aperto alle osservazioni dei parlamentari», spiega a ItaliaOggi lo stesso Pella che tuttavia si augura che l’ impianto del testo non venga stravolto dalle camere essendo il risultato di un lavoro condiviso da una vasta platea di sindaci. «Si tratta di norme di buon senso che puntano a migliorare la gestione amministrativa dei comuni e, di riflesso, la vita dei cittadini perché, soprattutto nei piccoli enti, se i dipendenti sono liberati dalla burocrazia possono concentrarsi sui servizi alla collettività», osserva Pella che parla a ragion veduta essendo anche sindaco di un piccolo comune (Valdengo, 2.400 abitanti in provincia di Biella). «La speranza», prosegue, «è di poter arrivare a un’ approvazione della legge direttamente in commissione in sede legislativa, il che sarebbe un ottimo segnale di solidarietà istituzionale: il parlamento si farebbe garante di un altro livello istituzionale, quello dei comuni, che è parte e non controparte dello stato». Tra le norme predisposte dall’ Anci (riassunte in tabella) trovano posto anche l’ eliminazione dell’ incandidabilità al parlamento per i sindaci dei comuni con più di 20.000 abitanti, la revisione del procedimento di nomina dei revisori (il presidente del collegio sarà nominato dal consiglio comunale), meno vincoli per le assunzioni nei piccoli comuni, l’ abolizione totale del Dup per i mini enti, l’ eliminazione dei tetti di spesa per formazione, pubbliche relazioni, convegni, mostre e pubblicità. In materia di entrate, l’ Anci propone di far riscuotere la Tari dallo stesso soggetto che gestisce i rifiuti e chiede che i comuni abbiano libertà di manovra sulla ripartizione del 50% dei proventi delle multe per violazione del Codice della strada. © Riproduzione riservata. FRANCESCO CERISANO

20/09/2019 – Italia Oggi
Incentivi, non in ordine sparso

Parere del Cds sullo schema di regolamento per la ripartizione ai tecnici della p.a.
Serve un coordinamento per evitare difformità applicative
È necessario un incisivo coordinamento sull’ attuazione delle norme sugli incentivi ai tecnici delle amministrazioni previsti dal codice appalti per evitare difformità applicative, oltre ad un attento confronto con la disciplina previgente; necessaria anche l’ integrazione con l’ analisi di impatto sulla regolazione e con la bollinatura. È quanto ha precisato il Consiglio di stato nel parere interlocutorio n. 2368 della sezione consultiva per gli atti normativi emesso il 9 settembre 2019 n. 2368 sullo schema di regolamento recante «Norme per la ripartizione dell’ incentivo per le funzioni tecniche di cui all’ art. 113 del decreto legislativo 18 aprile 2016, n. 50», trasmesso dal ministero delle infrastrutture al Consiglio di stato il 5 luglio 2019. Si tratta di uno dei primi casi applicativi dell’ art. 113 del nuovo codice dei contratti pubblici del 2016, come modificato nel 2017 e poi integrato nel dalla legge di bilancio 2018. Lo schema è stato predisposto sulla base delle indicazioni fornite dalla Corte dei conti e dal Mef, oltre che dalla contrattazione con i sindacati. I giudici della sezione consultiva hanno premesso che si tratta di una bozza di provvedimento che «riveste indubbiamente un considerevole rilievo, in primo luogo per la specialissima importanza e il predominante peso che il Mit riveste nel campo dei lavori pubblici e inoltre perché esso dovrebbe costituire un essenziale parametro in vista della prossima adozione di analoghi atti da parte degli altri ministeri e delle altre amministrazioni aggiudicatrici». In relazione al fatto che l’ art. 113 del Codice determinerà l’ emanazione di un numero prevedibilmente elevato di regolamenti da parte delle numerose amministrazioni pubbliche aggiudicatrici di lavori, servizi e forniture, il parere evidenzia in primo luogo «la necessità dell’ esercizio di un incisivo ruolo di coordinamento di tali regolamenti da parte della presidenza del consiglio e in particolare del suo Dagl, onde evitare che le singole amministrazioni affrontino la tematica in esame, per così dire, in ordine sparso». Nel merito dei contenuti i giudici hanno rilevato «la mancanza di relazione tecnica, ovvero di bollinatura da parte della Ragioneria generale dello Stato, ovvero della attestazione della mancanza di oneri derivanti dalla sua applicazione». E sì vero che vi è un parere espresso dall’ Ufficio legislativo del ministero dell’ economia e delle finanze, cui peraltro nella sostanza lo schema in esame si attiene, ma le mancanze «devono essere sanate». Questo, si legge nel parere, assume rilievo soprattutto per quanto riguarda la mancanza della relazione di Air: «l’ analisi di impatto della regolazione avrebbe potuto fornire utili elementi ai fini della valutazione della congruità della disciplina sottoposta, tanto più ove fosse stato operato un opportuno confronto con gli effetti prodotti finora dalla disciplina che il testo in esame mira ad abrogare (d. m. n. 17 marzo 2008, n. 84)». Visto che la materia è poco mutata, per i giudici «resta utile un attento raffronto tra il regime anteriore e quello che viene introdotto con il nuovo regolamento». Non risulta poi conforme alla norma la procedura adottata per la redazione dello schema visto che, si legge, «dall’ esame degli atti, pare doversi desumere che nel caso in esame la contrattazione abbia preceduto la predisposizione dello schema di regolamento, e che quest’ ultimo si sia limitato a recepirne i contenuti». Di fatto si ricomincia da capo. © Riproduzione riservata. PAGINA A CURA DI ANDREA MASCOLINI

19/09/2019 – Il Sole 24 Ore
Dalle utility locali piani green da 50 miliardi

Il programma del nuovo Governo a guida 5 Stelle-Pd appare fortemente incentrato sulla transizione in chiave ambientale del sistema industriale, sulla piena attuazione dell’ economia circolare, sulle tematiche dell’ innovazione e su una nuova stagione che faccia dell’ Agenda 2030 sullo sviluppo sostenibile il suo punto di forza. Questo è senza dubbio un orientamento positivo, al quale bisogna dare concretezza con interventi normativi mirati. Sono da evitare invece azioni che creino inutile incertezza per quegli operatori che già investono, supportando la crescita sostenibile dell’ economia. In particolare le utility locali associate a Utilitalia, se messe nelle condizioni, possono fornire un contributo importante: hanno infatti un potenziale di investimento di 50 miliardi nei prossimi cinque anni e la possibilità di creare 100mila nuovi posti di lavoro tra occupazione diretta e indotto. In primo luogo, è necessario ragionare su una riorganizzazione del settore idrico che parta dai nodi critici. Per recuperare il gap infrastrutturale sono necessari ingenti investimenti, il cui finanziamento e la cui concreta realizzazione sul piano tecnico possono essere assicurati solo da soggetti industriali qualificati, siano essi totalmente pubblici, misti o quotati, come nella situazione attualmente in essere. Gli investimenti, che si attestavano sui 0,5 miliardi annui, ammontano ora a 3 miliardi annui e potrebbero concretizzarsi in circa 30 miliardi nel prossimo lustro. Il settore idrico potrebbe subire un brusco stop tuttavia, se si intervenisse senza tener conto dell’ importante sviluppo del servizio registrato in alcune aree del Paese grazie alla presenza di operatori industriali qualificati. Viceversa, nel ritardo del Sud ha avuto un ruolo determinante la lentezza di molte amministrazioni locali nell’ applicare una riforma ormai vecchia di un quarto di secolo (Legge Galli) e il mancato sviluppo di imprese industriali efficienti. Oggi una riforma del settore dovrebbe quindi dare la possibilità allo Stato di subentrare alle amministrazioni inadempienti, favorire la nascita di nuovi soggetti industriali e lasciare libertà di scelta a quei territori che hanno dato prova di sapersi organizzare. In secondo luogo, sul fronte dei rifiuti, il programma del Governo pone l’ accento sull’ economia circolare. Ma la sua piena attuazione non può prescindere da una modifica legislativa immediata che sblocchi lo stallo esistente sulla norma del cosiddetto “End of waste”. Inoltre andrebbe elaborato al più presto un piano nazionale sui rifiuti, sia per gli urbani che per gli speciali, che analizzi il reale fabbisogno di trattamento e acceleri, anche attraverso l’ introduzione di procedure semplificate, la costruzione delle infrastrutture necessarie ad accompagnare la transizione verso l’ economia circolare. Ferma restando l’ adozione di politiche che favoriscano la riduzione e il riuso, occorre che i rifiuti vengano avviati a impianti che li trattino per tornare a essere un materiale o, qualora non fosse possibile, ne sfruttino comunque il potenziale energetico. Anche in questo settore l’ impegno delle nostre associate è stato sempre crescente e potrebbe tradursi in investimenti pari a 10 miliardi di euro nei prossimi cinque anni. Le utility locali sono infine pronte a realizzare investimenti pari a 10 miliardi in cinque anni anche sul fronte energetico. In questo settore servono norme atte a garantire lo sviluppo di tecnologie pulite per il riscaldamento delle nostre città come il teleriscaldamento, il rilancio dei titoli di efficienza energetica, l’ incentivazione di combustibili alternativi – come i biocarburanti, il biometano e l’ energia elettrica – creando altresì le condizioni per lo sviluppo della domanda e dei necessari interventi infrastrutturali. Le utility locali sono pronte a mettere sul piatto 50 miliardi per un deal green e smart, ma come in ogni deal le parti che devono contribuire sono due. Auspichiamo che il Governo, attraverso un impegno diretto del premier Conte e un’ azione coordinata dei ministri dell’ Ambiente, dello Sviluppo economico, delle Infrastrutture e del Mezzogiorno, possa fare la sua parte. Presidente di Utilitalia © RIPRODUZIONE RISERVATA. Giovanni Valotti

19/09/2019 – Quotidiano Energia
Tar: Operazione Agsm-unicoge non rispetta i vincoli della legge madia

Accolto il ricorso di Sinergas contro la creazione della newco partecipata dall’utility Una sentenza del Tar Veneto rende più ardua per Agsm la conquista di Unicoge, società di vendita di gas/elettricità da cir- ca 30 milioni di valore della produzione e un utile di 1,1 mln (QE 20/12/18 ). I giudici hanno infatti accolto il ricorso di Sinergas contro le delibere dei Comuni di San Bonifacio e Cologna Veneta che a gennaio 2019 avevano sancito il trasferimento delle rispettive quote detenute in Unicoge (23,1% e 10,74%) alla newco Agsm Energia Est Verona, controllata al 40% dall’utility veronese. Rifacendosi alla nota sentenza del CdS sul caso Ascopiave (QE 24/1), il Tar ha ribadito che per rispettare gli obblighi della Legge Madia gli enti locali possono dete- nere quote in società attive in business di mercato purché l’interesse economico generale sia perseguito efficacemente dalle amministrazioni pubbliche azioniste. A tal fine è necessario un patto parasociale o comunque adeguati e tendenzialmente stabili (e comunque trasparenti e responsabili) strumenti negoziali di coordinamen- to delle decisioni tra tutti i soci pubblici. Nel caso dell’operazione Unicoge, il Tribunale rileva che pur avendo i due Comuni il 60% complessivo della newco, dai patti parasociali si evince che il controllo è in mano ad Agsm, a cui spetta tra l’altro la nomina dell’amministratore unico sia della newco che di Unicoge. Circostanza che impedisce alle due amministra- zioni di esercitare un controllo sul processo decisionale della società partecipata. Ora resta da capire come si muoveranno l’utility veronese e i due Comuni, che trami- te la newco intendevano esercitare il dirit- to di prelazione sulle quote degli altri soci pubblici: Lonigo (18,86%), Soave (18,10%), Colognola ai Colli (12,07%) e Zimella (4,93%). Prelazione a cui aspira anche Sinergas, forte del suo 9,75% di Unicoge.

19/09/2019 – Italia Oggi
Appalti, fuori gli intrusi

Il Consiglio di stato torna sui propri passi dopo la sentenza di fine giugno
Legittimo escludere l’ operatore non invitato
Illegittimo ammettere nelle procedure semplificate sotto soglia l’ offerta di un operatore economico non invitato alla gara. Il Consiglio di stato, con la sentenza della sezione sez. V, 12 settembre 2019, n. 6160, rivede un proprio precedente orientamento contrario espresso dalla sentenza sempre della sezione V 28 giugno 2018, n. 3989 e conseguentemente riforma la sentenza del giudice di prime cure, secondo il quale un operatore economico disporrebbe del diritto di presentare offerte anche se non invitato. La decisione di palazzo Spada si inserisce nella confusione enorme creata proprio dalla giurisprudenza amministrativa in tema di procedure semplificate e rotazione. La sentenza 6160/2019 esamina con chiarezza un elemento fondamentale: le procedure regolate dall’ articolo 36, comma 2, del dlgs 50/2016 sacrificano certamente il favore per la massima partecipazione possibile; tuttavia, rileva Palazzo Spada, «il sacrificio della massima partecipazione che deriva dal consentire la presentazione dell’ offerta ai soli operatori economici invitati è necessitato dall’ esigenza di celerità, essa, poi, non irragionevole in procedure sotto soglia comunitarie». I giudici, dunque, invitano a tenere presente che è il legislatore ad aver ponderato gli interessi in gioco e ad aver espressamente consentito, sotto le soglie di valore comunitario, di svolgere procedure semplificate (nella sostanza procedure negoziate), la cui partecipazione sia limitata a una soglia minima di operatori economici. Sotto soglia si ammette una parziale chiusura al mercato, giustificata da due elementi: il primo è la celerità procedurale. Il secondo è il principio di rotazione, che costituisce uno dei contrappesi (l’ altro è la motivazione delle scelte degli operatori) alla scelta discrezionale dell’ amministrazione appaltante della short list delle aziende da invitare. Afferma palazzo Spada: «Ricorre, dunque, nel sistema delineato dall’ attuale codice dei contratti pubblici un adeguato bilanciamento tra potere di scelta delle amministrazioni degli operatori economici da invitare e rotazione degli inviti; l’ introduzione dell’ eccezione per l’ operatore non invitato che sia, però, venuto a sapere della procedura e nutra interesse a prendervi parte, introdurrebbe una inevitabile distonia rispetto al descritto impianto normativo, e certo sarebbe elusa la necessaria rotazione degli operatori sin dalla fase dell’ invito dei partecipanti». Né, aggiunge la sentenza, contrasta col principio di parità di trattamento escludere l’ operatore economico che, saputo della gara, si sia «insinuato» senza invito nella procedura, presentando offerta; al contrario, è tale insinuazione che altera l’ equilibrio previsto dal legislatore. La pronuncia di palazzo Spada dovrebbe portare, però, ad una logica conseguenza: poiché la rotazione è definita condivisibilmente come «contrappeso» alla possibilità offerta alle stazioni appaltanti di restringere il mercato limitando la possibilità di presentare offerte alle sole ditte invitate, allora nell’ ipotesi opposta, allorché la procedura di cui all’ articolo 36, comma 2, sia attivata senza restrizioni al numero di coloro che possono presentare offerte, sì da considerare la gara aperta al mercato, la rotazione non ha ragione di essere. In questo senso di recente si è espresso il Tar Calabria-Catanzaro Sezione I con sentenza 20 luglio 2019, n. 1457, che evidenzia, in armonia con le linee guida 4 dell’ Anac, che la rotazione non è necessaria quando l’ affidamento avvenga con procedura aperta al mercato nella quale la stazione appaltante non operi alcuna limitazione in ordine al numero di operatori economici tra i quali effettuare la selezione. È auspicabile una definitiva armonizzazione tra le pronunce amministrative per dare definitiva chiarezza al quadro d’ insieme. © Riproduzione riservata. LUIGI OLIVERI

21/09/2019 12.09 – Quotidiano Enti Locali e Pa

Cessione di partecipazioni pubbliche, compete sempre al giudice amministrativo

Nella procedura di gara indetta per la cessione di partecipazioni pubbliche, gli aspiranti acquirenti del pacchetto azionario non sono titolari di diritti soggettivi ma di posizioni di interesse legittimo, questo comporta che la competenza sia del giudice amministrativo. Lo ha deciso il Tar del Veneto, con la sentenza n. 925/2019. Il fatto I giudici amministrativi hanno dedicato un’ampia disamina all’eccezione del difetto di competenza sollevata nell’ambito del contenzioso promosso da una società con un ricorso contro la procedura a evidenza pubblica bandita da un Comune, in qualità di ente capofila di varie amministrazioni locali, per alienare il capitale di una società in mano pubblica ritenuta non più necessaria al perseguimento delle finalità istituzionali, e pertanto divenuta oggetto di dismissione a seguito delle delibere consiliari adottate dagli enti (articolo 1, comma 611, della legge 190/2014).Quest’ultimo disposto ha raccolto le sollecitazioni del piano Cottarelli e ha stabilito l’avvio di un processo di razionalizzazione delle partecipazioni societarie dirette e indirette a cura degli enti soci, al fine di conseguire una riduzione strutturale degli asset entro il 31 dicembre 2015. L’analisi Il collegio ha ritenuto infondata l’eccezione del difetto di competenza in ragione dei poteri autoritativi derivanti dall’imposizione ex lege dell’obbligo di ricorrere all’evidenza pubblica per la cessione delle partecipazioni azionarie.La previsione di questo obbligo, scrivono i giudici, induce «a ritenere che la dismissione della partecipazione de qua costituisca espressione di attività autoritativa e non possa, invece, essere qualificata come atto che i soci pubblici compiono iure privatorum e con il rispetto dei soli principi di non discriminazione e trasparenza». Le norme di riferimento A suffragio di questo argomento la sezione veneta evoca alcuni riferimenti normativi in ordine sparso, che fanno obbligo all’ente di dismettere le partecipazioni con gara.Si tratta, in particolare, dell’articolo 3, comma 29, della legge 244/2007, che ha previsto il rispetto delle procedure a evidenza pubblica per la cessione a terzi delle società e delle partecipazioni vietate, nonché dell’articolo 1, comma 569, della legge 147/2013, che ha disposto un analogo richiamo in materia.Vi è tuttavia da considerare che entrambi i suddetti riferimenti normativi sono stati abrogati dall’articolo 28 del Dlgs 175/2016 (testo unico sulle società a partecipazione pubblica), che ha introdotto una disciplina meno vincolante rispetto all’obbligo di gara.Infatti, l’articolo 10, comma 2, del testo unico dispone oggi che «l’alienazione delle partecipazioni è effettuata nel rispetto dei principi di pubblicità, trasparenza e non discriminazione», senza più fare cenno alle «procedure ad evidenza pubblica».E come se ciò non bastasse, la norma prosegue con una deroga, affermando che «in casi eccezionali, a seguito di deliberazione motivata dell’organo competente (…) che dà analiticamente atto della convenienza economica dell’operazione, con particolare riferimento alla congruità del prezzo di vendita, l’alienazione può essere effettuata mediante negoziazione diretta con un singolo acquirente», salvo in ogni caso «il diritto di prelazione dei soci eventualmente previsto dalla legge o dallo statuto». La decisione A fronte di questa evoluzione normativa, i giudici non trovano elementi per discostarsi dall’orientamento che ascrive alla giurisdizione amministrativa i contenziosi sorti nella cessione del pacchetto azionario della Pa, né aderiscono alla tesi sostenuta dal Consiglio di Stato, secondo cui «la dismissione di quote azionarie pubbliche non è (…) soggetta alle norme sull’evidenza pubblica, e nemmeno a quelle sulla contabilità generale dello Stato, risolvendosi in un’operazione che l’ente pubblico pone in essere con modalità privatistiche, dovendosi soltanto attenere ai generali principi di trasparenza e non discriminazione» (Consiglio di Stato, sentenza n. 7030/2018).Secondo il Tar del Veneto il ricorso alle procedure di gara costituisce, nel caso di specie, «un principio immanente del nostro ordinamento giuridico, tenuto anche conto della cornice europea di riferimento e dei principi fondamentali del Trattato a tutela della concorrenza e della par condicio, che di queste procedure costituiscono diretto precipitato».Di qui la conferma della giurisdizione amministrativa per la cessione di partecipazioni pubbliche, che oltretutto, in conseguenza del processo di razionalizzazione imposto a regime dall’articolo 20 del Dlgs 175/2016, si configura quale ambito peculiare destinato a trovare crescente spazio nella programmazione di attività degli enti locali.

20/09/2019 00.00 – Mondo Utilities

Il CdA di AQP approva gare per oltre 66 milioni di euro

Tra gli investimenti più rilevanti, nuovi contatori Smart Meter a Brindisi e Taranto e il potenziamento dell’impianto di sollevamento di Torre del Diavolo (Bari)  Bari, 20 settembre 2019 – Il Consiglio di Amministrazione di Acquedotto Pugliese, nel corso dell’ultima seduta, ha deliberato l’avvio delle procedure di appalto per complessivi 66 milioni di euro nell’innovazione, nel potenziamento di reti idriche e fognarie e nel comparto depurativo. Di seguito gli interventi più rilevanti, tra cui il progetto Smart Meter per la telelettura e la sostituzione degli attuali contatori con misuratori intelligenti e l’intervento di manutenzione straordinaria sull’impianto di sollevamento fogna di Torre del Diavolo, a Bari.

Innovazione

Il nuovo piano di telelettura si chiama Smart Metering AQP e ha come ambizioso obiettivo la sostituzione degli attuali contatori installati con dispositivi intelligenti di nuova generazione gestiti in telelettura. Il piano prevede la sostituzione progressiva dell’intero parco contatori, costituiti da un milione di apparecchiature, in dieci anni.

Nell’ultima seduta del CdA sono stati approvati gli appalti per la sostituzione dei primi 240mila contatori da installare nelle province di Taranto e Brindisi. Importo a base d’asta è di 21,2 milioni di Euro, di cui 8 milioni per l’approvvigionamento dei primi centomila smart meter e 13,2 milioni per l’installazione.

Successivamente la sostituzione avverrà gradualmente su tutto il territorio regionale.

Smart Metering AQP porterà con sé numerosi vantaggi, tra cui: la fatturazione a conguaglio, la possibilità di accesso ai consumi attraverso apparecchiature mobile, l’ottimizzazione della gestione delle reti idriche.

È di 710 mila Euro l’importo a base d’asta dei lavori di manutenzione straordinaria all’impianto di sollevamento fogna di Torre del Diavolo, alla periferia Sud di Bari. La procedura prevede la progettazione di una innovativa pompa centrifuga ad asse verticale, in grado di rispondere appieno alle esigenze dell’impianto, che andrà a sostituire due delle quattro elettropompe centrifughe presenti, preposte al sollevamento del refluo, diretto all’impianto di depurazione di Bari Est.

L’impianto raccoglie le acque reflue urbane dei quartieri di Bari, Murat, Borgo Antico, Madonnella, Japigia, Picone, Poggiofranco, Carrassi, San Pasquale, Carbonara, Ceglie e Loseto.

Reti idriche e fognarie

Sannicandro di Bari sono previsti lavori per 5,6 milioni di euro di potenziamento delle reti idriche e fognarie. Due chilometri di condotta idrica e otto chilometri di rete fognaria.

È di circa 6 milioni l’importo a base d’asta per i lavori a Patù (Le) che prevedono il completamento delle reti idriche con ulteriori 5 chilometri e 6,2 di nuovi tronchi fognari.

Lavori di completamento delle reti idriche e fognaria a Torre Mozza e Torre Fontanelle e parte di Torre San Giovanni (località marine di Ugento). Previsti 4,5 chilometri di nuove condotte idriche e circa 8 chilometri di tronchi fognari, il completamento del sistema di collettamento dei reflui al depuratore di Ugento e la realizzazione di sei impianti di sollevamento. L’importo a base d’asta è 9,3 milioni di Euro.

Tutte le opere sono pianificate dalla Regione Puglia e finanziate a valere su fondi europei (POR Puglia 2014-2020) ovvero stanziati dal CIPE.

Depurazione

Per quanto concerne il comparto depurativo, il CdA di AQP ha approvato la procedura di gara per il potenziamento dell’impianto di depurazione a servizio dell’agglomerato di Maglie (LE). Importo dei lavori di quasi 10milioni di Euro.

Con un programma della durata di circa due anni, oltre a conseguire il potenziamento della linea acque e il ripristino funzionale della linea fanghi, è prevista l’installazione di nuovi sei impianti di abbattimento delle emissioni odorigene. Tra gli interventi, la realizzazione di una vasca di disinfezione delle extra-portate, l’installazione di nuove pompe e piping, di misuratori di portata e sensori monitoraggio, il ripristino funzionale della stabilizzazione anaerobica con l’installazione di quattro cupole di chiusura del digestore, un impianto di desolforazione biogas e una torcia di combustione biogas. La durata dell’intervento è di circa due anni, dalla consegna dei lavori.

Sarà, altresì, potenziato il depuratore di Gioia del Colle dove sono previsti interventi per 8,3 milioni di Euro, anche al fine di consentire il riutilizzo in agricoltura delle acque depurate e la riduzione dell’impatto olfattivo, nel rispetto della disciplina in materia di emissioni odorigene.

Previsti, inoltre, il bando di gara per l’affidamento del servizio di campionamento e analisi chimiche e odorigene sull’intero parco impiantistico AQP per un importo a base d’asta di 2 milioni di Euro e la fornitura di strumentazione per il campionamento delle acque in entrata ai depuratori per un importo a base d’asta di 875 mila euro.

 

21/09/2019 – La Verità
Programmate opere per 317 miliardi però sono quasi tutte ferme al palo

Il 76 per cento delle infrastrutture è già finanziato, ma i cantieri in corso ammontano ad appena 32 miliardi Per colpa di una dissennata burocrazia sprechiamo un tesoro che potrebbe far ripartire la nostra economia
Lungaggini nell’ assegnazione degli appalti, bandi da rifare, ricorsi e troppa burocrazia. In Italia passare dai progetti sulla carta ai cantieri è un’ impresa titanica, come vediamo nel caso di tante grandi opere: dalla gronda di Genova all’ autostrada tra Roma e Latina. Il tempo medio di realizzazione è di 4,4 anni, con durate bibliche che sfiorano i 16 anni per opere con costo superiore ai 100 milioni di euro. La cosa più grave è che coperture finanziarie per realizzare le infrastrutture ci sarebbero e, ciononostante, il nostro Paese riesce a perdere un potenziale di 315 miliardi di euro. Come è possibile? Lo rivela uno studio di Ambrosetti dal titolo folgorante e polemico: «Progetto 11,7: questo il rapporto tra investimenti strategici stanziati e opere in costruzione. Ne siamo consapevoli?». I ricercatori spiegano che in Italia sono previste opere infrastrutturali strategiche per circa 317 miliardi di euro, di cui circa 166 miliardi destinati alle prioritarie. Di queste circa 132 miliardi di euro riguardano interventi già approvati, finanziati e contrattualizzati: le cosiddette opere invarianti. Circa il 76% presenta inoltre una copertura finanziaria. Ma nonostante ciò, i cantieri in corso ammontano a solo 27 miliardi di euro, e appena 2,1 miliardi quelli conclusi. Così perdiamo, per colpa di una dissennata burocrazia, un tesoro che vale 315 miliardi, oltre al fatto che la spesa pubblica per investimenti in infrastrutture avrebbe un forte effetto volano sulla crescita economica. Basta osservare la geografia delle incompiute per rendersi conto di una situazione allarmante, da Nord a Sud. Sono principalmente dieci i grandi cantieri italiani avviati, ma che ancora aspettano e aspetteranno il taglio del nastro. In Piemonte c’ è il completamento della linea metropolitana di Torino, per la quale sono stati stanziati 2 miliardi. In Lombardia incontriamo invece la tratta Brescia-Verona dell’ alta velocità, con altri 1,9 miliardi. Passando al Veneto, è ancora bloccato il sistema di tangenziali nel tratto Verona-Vicenza-Padova, con un tesoretto da 2,2 miliardi. Così come è impantanato il potenziamento della linea Venezia-Trieste da 1,8 miliardi di euro. Mentre in Trentino Alto Adige si aspetta ancora un altro potenziamento, quello Fortezza-Verona che vale 3,3 miliardi. Ci sono poi la Gronda di Genova con circa 5 miliardi di euro e l’ autostrada Roma-Latina da 2,8 miliardi. Senza dimenticare, sempre nel Lazio, il prolungamento della metro A, B, B1 e C di Roma dal costo di oltre 2 miliardi. E, ancora in Liguria, il completamento del raddoppio ferroviario Genova-Ventimiglia: circa 1,5 miliardi di euro. La mappa delle grandi incompiute prosegue in Toscana, con l’ autostrada Tirrenica (1,8 miliardi) e in Abruzzo con l’ adeguamento sismico e la messa in sicurezza della Strada Parchi: altri 3,1 miliardi di euro. E questi sono solo i cantieri più importanti, accanto ai quali aspettano di essere iniziati o terminati moltissimi altri lavori pubblici. Un bilancio cerca di farlo l’ Ance (Associazione costruttori edili), che dalla primavera 2018 monitora sul sito sbloccacantieri.it le opere pubbliche rimaste al palo, finanziate ma ferme per motivi burocratico-approvativi, indecisione politica e contenziosi in corso d’ opera. La prima lista era stata presentata a luglio 2018, con 270 progetti congelati, ma all’ inizio di quest’ anno il numero era già schizzato a 400. Nella maggior parte dei casi si tratta di cantieri finanziati e mai partiti. Non vengono invece monitorati quelli rallentati o fermi per crisi d’ impresa, dove sono i problemi economici degli appaltatori a impedire la prosecuzione. Nell’ elenco compaiono tantissimi progetti: la terza corsia dell’ A11 tra Firenze e Pistoia da quasi 3 miliardi di euro, l’ autostrada regionale Cispadana con 1,3 miliardi di euro, il raccordo autostradale Ferrara-Porto Garibaldi che vale 600 milioni. E ancora: la Campogalliano-Sassuolo (500 milioni), la strada statale Maglie-Santa Maria di Leuca in Puglia (300 milioni) e una serie di medie e piccole opere, come l’ ospedale Morelli a Reggio Calabria (115 milioni), il piano scuole in Umbria (100 milioni) e quello antidissesto in Veneto (140 milioni).Soldi che potrebbero contribuire a far ripartire l’ economia, ma che invece restano fermi, bloccati come i cantieri che dovrebbero finanziare. E pensare che, secondo lo stesso studio di Ambrosetti, dato il Pil italiano in crescita media dello 0,7% annuo dal 2008 al 2018, se gli investimenti in opere pubbliche tornassero ai 48,5 miliardi di 11 anni fa il prodotto interno lordo recupererebbe un altro 0,6%. Ecco perché proprio quello del rilancio dei cantieri rappresenta un banco di prova fondamentale per il governo giallorosso, che ha messo il capitolo infrastrutture in cima all’ agenda. E che rischia, proprio su questo terreno delicato, di incontrare l’ opposizione radicale del M5S come già successo nell’ esecutivo con la Lega. Nel frattempo le opere aspettano, mentre altre infrastrutture concluse da anni rischiano di crollare. Fra incuria e, si è scoperto ultimamente, controlli truccati. carlo piano

20/09/2019 – Il Corriere della Sera

Atlantia, i tre dossier aperti: Alitalia, Telepass ed Abertis

di Fabio Savelli

Sul tavolo del presidente Fabio Cerchiai, del consigliere espressione dei Benetton Carlo Bertazzo e del nuovo direttore generale Giancarlo Guenzi ci sono tre dossier delicatissimi. Archiviata l’era Castellucci, dominus di Autostrade per l’Italia e di Atlantia per 15 anni, il comitato esecutivo si trova a dover gestire tre partite intricate. La prima, l’investimento in Alitalia, ha ricadute enormi sul nostro grado di connettività nei confronti del mondo. Entro una decina di giorni dovrà arrivare il via libera alla costituzione della newco che possa rilevare gli asset di Alitalia dall’amministrazione straordinaria.

La famiglia Benetton ha acconsentito da tempo ad un nuovo ingresso nel capitale di Alitalia (dopo l’esperienza negativa del 2008 in cui ha dilapidato l’investimento). Si proseguirà nella stessa direzione con Cerchiai a tenere le fila, coadiuvato dai dirigenti di Atlantia in trattativa da diversi mesi con Delta. Ieri dagli Stati Uniti il ceo della compagnia Usa, Ed Bastian, ha tranquillizzato tutti. L’investimento da 100 milioni in Alitalia, deliberato dal consiglio di amministrazione, è confermato. Pur non avendo più al tavolo Castellucci. Il rischio è che la holding infrastrutturale, protagonista di questo avvicendamento al vertice, possa negoziare ora in una posizione di debolezza con Delta se non dovesse avvenire un passaggio di consegne immediato. C’è da difendere l’aeroporto di Roma nell’alimentazione dei voli a lungo raggio verso gli Stati Uniti, evitando che ad Atlanta, quartier generale di Delta, prevalga la posizione di Air France-Klm con maggiori rotte da Parigi ed Amsterdam.

C’è da valorizzare sul mercato il 40% della controllata Telepass che vale circa 800 milioni. La società che gestisce i pagamenti automatici ai caselli autostradali e che da due anni ha ampliato l’offerta a settori contigui come traghetti, parcheggi, carburanti, bollo, skypass, taxi è nel mirino della cordata tricolore Fondo Strategico-Sia-Generali che però sembra in ritardo rispetto alle altre tre pretendenti: i fondi Apax, Warburg Pincus e Partners Group. Non siamo ancora alle offerte vincolanti, ma la direzione è chiara. La vendita porterà risorse importanti per digerire serenamente l’operazione Alitalia. Ma il tema più delicato riguarda l’integrazione con Abertis. A Madrid le nozze con il colosso delle costruzioni Acs sono complicate. L’assetto di governance, con pesi e contrappesi, permette agli spagnoli di porre una serie di veti per gli investimenti oltre 80 milioni decisi dall’amministratore delegato nominato da Atlantia. Ma sulle operazioni con parti correlate e sul modello di integrazione con Abertis gli spagnoli hanno diritti di veto. Potrebbe prendere corpo la spartizione degli asset del gestore spagnolo, che Castellucci voleva evitare.

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22/09/2019 – Il Sole 24 Ore
Piano triennale e dibattito pubblico Prove d’ intesa M5S-Pd sui cantieri

infrastrutture
La ministra De Micheli: «Confronto territoriale su opere piccole e medie»
Prove di convergenza giallorossa sui cantieri. La ministra delle Infrastrutture, Paola De Micheli, fa la prima mossa da Varenna, dove interviene al 65° Convegno di studi amministrativi organizzato dal Consiglio di Stato. «Servono condivisione e partecipazione. Ogni cambiamento che cala dall’ alto non funziona – dice De Micheli -. Dobbiamo fare un percorso di legislatura che duri tre anni e avvicini le infrastrutture e i trasporti alle persone. A guidare la svolta deve essere certamente la sostenibilità ambientale ma senza la centralità della persona ogni scelta diventa ideologica». Rilancia il débat public, confronto istituzionalizzato con i cittadini e il territorio prima di approvare i progetti. De Micheli è disposta anche ad allargarlo per andare incontro ai partner di governo: «Dobbiamo trovare una modalità ancora più territoriale per le piccole e medie opere». Ecco il terreno su cui Pd e M5s possono giocare una partita comune anche sulle infrastrutture. La ministra aggiunge che non ha paura di «dire qualche no» e rilancia il tema, carissimo ai Cinquestelle, del potenziamento delle ferrovie regionali. Certo, De Micheli vuole accelerare, non fermare, e conferma la necessità di andare avanti senza tentennare sui grandi collegamenti ferroviari con l’ Europa, ma la Tav non sembra più tema che può far cadere un governo. Le prove di convergenza sono confermate più tardi dal viceministro allo Sviluppo economico, Stefano Buffagni, che incalza tecnici, imprese e amministratori pubblici ma non si risparmia qualche autocritica. «Ora basta salire in cattedra e puntare il dito, così non ci si resposnabilizza mai. Lo dico a tutti, anche a noi stessi che in passato abbiamo dato l’ esempio. Mettiamoci invece tutti al tavolo per capire cosa serve tagliare e cosa mandare avanti all’ unisono». Sui commissari straordinari, per esempio. «Ci sono stati chiesti dalle imprese – dice Buffagni – e noi li abbiamo messi nel decreto sblocca cantieri. Ora andiamo avanti, anziché cominciare a criticare». E poi Buffagni dà una risposta a De Micheli. «Serve fare infrastrutture con progetti sostenibili, efficaci, condivisi dai territori perché non si potrà mai mettere d’ accordo tutti ma almeno si possono responsabilizzare i territori in modo che durante il percorso di realizzazione ci siano meno ostacoli, siano garantite soluzioni più veloci e minori costi di rallentamento dei lavori». Il dibattito a Varenna è di alto livello tecnico. La giudice costituzionale Franca de Pretis apprezza le nuove forme di partecipazione ma mette in guardia da distorsioni che anziché facilitare un corretto processo decisionale lo ritardino e lo ostacolino. Riassume così tre vincoli necessari: «Deve esserci sempre una decisione finale, i tempi devono essere rapidi, deve esserci una fedeltà ai fatti e a una lettura scientifica dei fatti». Sulla stessa linea anche il presidente Ance, Gabriele Buia, che ricorda come ci siano 750 opere ferme per 62 miliardi. «Qualcosa si sta muovendo – dice – ma non si vedono ancora gli effetti». E torna ad apprezzare le modifiche al codice appalti che non hanno bloccato il settore. Un’ altra svolta reclamata a Varenna riguarda l’ urbanistica, il governo del territorio e in particolare delle città. Il presidente del Consiglio di Stato, Filippo Patroni Griffi, ha ricordato che le regioni si sono incaricate di rinnovare fortemente gli strumenti di pianificazione (lo sdoppiamento del piano regolatore in “strutturale” e “operativo”)in assenza di un quadro legislativo statale coerente (rimasto fermo alla legge del 1942). «Va lamentata – ha detto Patroni Griffi – la carenza, allo stato, di una disciplina statale di principio che sarebbe invece importante adottare in un settore di grande interesse per lo sviluppo economico e sociale del Paese e soprattutto per porre freno alla proliferazione dei modelli di urbanistica regionali differenziati». La risposta di De Micheli non si è fatta attendere: «Una grande questione da risolvere subito è cambiare il modello di governo del territorio. È ineludibile dare vita a piani di rigenerazione urbana finanziati non solo da fondi pubblici, ma capaci di attrarre investimenti privati» . © RIPRODUZIONE RISERVATA. Giorgio Santilli

22/09/2019 – L’Espresso
Abbuffata giallorossa

L a pazza estate della politica italiana, conclusasi con un clamoroso ribaltone e la nascita del Conte 2 a trazione giallorossa, ha mandato in ambasce mezzo Paese. Dai parlamentari di ogni partito all’ opinione pubblica, dalle cancellerie internazionali ai media, i colpi di scena a catena e le capriole dei leader (ultima quella di Matteo Renzi, uscito dal Pd) hanno logorato per un mese protagonisti e osservatori più o meno interessati. Ma tra le vittime che hanno subito più danni dallo “stress da crisi” vanno annoverati, senza dubbio, gli inquilini dei palazzi del potere. Amministratori delegati delle partecipate di Stato, dirigenti influenti delle authority, boiardi in cerca di riconferma e civil servant smaniosi di un posto al sole, tutti concentrati da mesi sulla grande stagione delle nomine 2019-2020. Un deep state che – dopo essersi dovuto riposizionare sulla Lega dopo il trionfo di Salvini alle elezioni europee di maggio – è stato costretto, all’ improvviso, a fare un doppio carpiato con repentina marcia indietro. Così da due settimane manager e funzionari che affollavano l’ anticamera della sede leghista di via Bellerio hanno mollato i leghisti per precipitarsi (di nuovo) in direzione del Nazareno e della Casaleggio Associati, i quartier generali del Pd e del M5S. E chiedere udienza e raccomandazioni ai referenti dei partiti di maggioranza che si spartiranno gran parte delle 400 poltrone da assegnare nei prossimi mesi, contando multinazionali, spa controllate dai ministeri, organismi indipendenti enti economici vari. Per vincere la partita delle nomine pubbliche i vari candidati dovranno sudare sette camicie. Perché i pretendenti e le ambizioni sono sterminati. E perché a banchetto parteciperanno, oltre ai plenipotenziari di Luigi Di Maio e di Nicola Zingaretti, altri due pezzi da Novanta della Terza Repubblica. Cioè Giuseppe Conte, che da Palazzo Chigi ha già fatto intendere di volere gestire un pacchetto considerevole da intestarsi personalmente. E il redivivo Matteo Renzi, che con il suo nuovo partito Italia Viva farà contare, anche sulla battaglia delle nomine, la golden share sul governo che lui stesso a contribuito a far nascere. LE PARTITE ENI ED ENEL Partiamo dalla polpa. Cioè dalle nomine delle grandi utilities dai fatturati miliardari e dal poderoso peso politico e strategico, come Eni, Enel, Leonardo-Finmeccanica e Poste, tutte previste per la primavera del prossimo anno. Renzi, in un passaggio dell’ intervista a Repubblica con cui annunciava l’ uscita dal Pd, ha già fatto capire indirettamente che farà le barricate se qualcuno pensa di toccare l’ amministratore delegato del colosso elettrico, Francesco Starace. Il manager è stato nominato a capo dell’ Enel proprio dal governo del rignanese, e riconfermato nel 2017 da quello retto da Gentiloni. Ottimi rapporti con il Giglio Magico (conosce bene Marco Carrai dai tempi in cui era ad di Enel Green Power, mentre nel cda siede l’ avvocato Alberto Bianchi, amico di Matteo ed ex presidente della Fondazione Open: con Salvini era considerato sicuro uscente, adesso una sua riconferma nel board è più che probabile), Starace è tra i registi dell’ operazione Open Fiber, e da anni gira allo Stato dividendi monstre. Non solo: investendo in tempi non sospetti sulle energie rinnovabili, sembra l’ uomo giusto per quel “green new deal” annunciato prima dalla neonata Commissione europea di Ursula von der Leyden e poi dal premier Conte nel suo discorso di fiducia alle Camere. Salvo sorprese, il manager (che ha buone entrature anche con Conte, che sul dossier delle partecipate chiederà più di un consiglio al suo mentore Guido Alpa) dovrebbe rimanere inchiodato alla sua poltrona. «Starace? Lascerà l’ Enel solo in caso di una sua promozione all’ Eni», dicono i ben informati da Palazzo Chigi. I manager del colosso petrolifero, in effetti, appaiono assai più traballanti dei cugini dell’ elettrico. Claudio Descalzi, pur considerato da tutti un oilman più che capace, in primavera rischia di scontare gli scandali che hanno costellato il suo regno, iniziato nel 2014 grazie all’ esecutivo Renzi. Già imputato per corruzione internazionale dalla Procura di Milano per alcune presunte tangenti in Nigeria, il manager è finito nella bufera anche per i denari (oltre 310 milioni di dollari) che il gruppo Eni ha girato a una cordata di aziende africane che un’ inchiesta dell’ Espresso ha dimostrato essere state costituite, attraverso una società anonima di Cipro, dalla moglie (di cittadinanza congolese) di Descalzi stesso. Non solo. I grillini imputano all’ ad di essersi avvicinato troppo a Salvini, (secondo alcuni anche favorendo l’ assunzione di giovani nel gruppo al fine di evidenziare la bontà del decreto Quota 100, fortemente voluto dal leghista), mentre gli uomini di Zingaretti non dimenticano le altre inchieste che hanno inguaiato alcuni fedelissimi su cui Descalzi cui aveva puntato moltissimo. Come Massimo Mantovani, coinvolto nell’ indagine sui tentati depistaggi dell’ indagine milanese portati avanti dal gruppo di faccendieri capitanati dall’ ex legale dell’ Eni Piero Amara. Il manager e l’ azienda hanno sempre respinto ogni addebito e ogni accusa, compresa qualsiasi partecipazione al Russiagate di Gianluca Savoini o alle trame di Lotti e Palamara contro il pm Paolo Ielo. Eppure – al netto dell’ esito giudiziario dei procedimenti – una riconferma di Descalzi, come pure quella del presidente Emma Marcegaglia, sembra in salita. Se la promozione di Starace appare un’ ipotesi percorribile (per la poltrona di ad dell’ Enel, a quel punto, potrebbe avere qualche chance il numero uno della multi utility bresciana A2A, Luca Valerio Camerano), altri decisori di peso stanno invece pensando a una soluzione “interna” all’ azienda. Esattamente come accaduto con Descalzi, che fu promosso amministratore delegato dopo essere stato capo della divisione Exploration & Production, i cacciatori di teste della maggioranza hanno cerchiato in rosso i nomi di alcuni profili che vengono dalla “scuola” dell’ Eni. In particolare, quelli di Alessandro Puliti e di Luca Bertelli. Il primo, geologo con natali fiorentini, è da poco a capo della fondamentale divisione “Upstream”, ed ha ereditato deleghe importanti un tempo appannaggio dell’ ex braccio destro di Descalzi Roberto Casula, anche lui imputato per l’ affaire nigeriano, e di Antonio Vella, in uscita per pensionamento. Pure Bertelli, numero uno dell’ Exploration Officier, è nato in Toscana ed è laureato in geologia. E, come Puliti, ha scalato posizioni in azienda tenendosi lontano da scandali e polemiche. Ma Bertelli è anche l’ uomo che è stato capace di individuare, grazie all’ aiuto del suo team e di un super-software sviluppato dal colosso petrolifero, alcuni tra i più grandi giacimenti di gas del mondo scoperti degli ultimi decenni. Ultimo successo di Bertelli è arrivato nel 2015 quando nello specchio d’ acqua di fronte a Zohr, in Egitto, è spuntato fuori – in un’ area studiata per anni dalle multinazionali rivali – il più grosso giacimento del Mediterraneo. «Manager come Starace o come Marco Alverà di Snam, pur bravissimi, di petrolio non sanno nulla. Meglio continuare con uno dei nostri», sostiene chi all’ Eni vuole continuità in azienda. Vedremo. Se la scelta cadesse su un interno, però, è probabile che il presidente sia un garante della nuova maggioranza politica. E tutti indicano Franco Bernabé, già all’ Eni negli anni ’80 e ’90, come l’ uomo che potrebbe tutelare al meglio sia la nuova cosa renziana Italia Viva (Franco è stato socio di Carrai), sia il Pd, sia il M5S. Già: da sempre considerato vicino ai democratici, Bernabé è uno dei pochi finanzieri a cui Davide Casaleggio chiede consigli spesso e volentieri. I rapporti tra i due sono di antica data: “Bebè”, come lo chiamano i nemici, ha conosciuto bene il padre Gianroberto ai tempi in cui guidava Telecom, e la stima reciproca si è cementata nel tempo. Ospite di Sum, la kermesse che Davide organizza per ricordare il padre, Bernabé era addirittura dato qualche settimana fa in pole position come possibile presidente del Consiglio “terzo”, in caso non si fosse trovata la quadra su Conte. LA GRANDE ABBUFFATA Oltre alle utility dell’ energia, la grande abbuffata interesserà altre big di peso. Fabrizio Palermo, ad della potentissima Cassa depositi e prestiti, non è in scadenza. Anche se non è amato dal Pd, difficilmente il M5S, suo grande sponsor, a partire da Stefano Buffagni, ne permetterà un defenestramento. Potrebbe però restare anche il suo competitor, il presidente Massimo Tononi, l’ uomo delle fondazioni bancarie che qualcuno dava in uscita per gli scontri continui (in tema di spoil system sulle controllate) con Palermo. Tononi spera adesso di poter fare proficuamente sponda con il nuovo inquilino del Mef, lo zingarettiano Roberto Gualtieri, che da ministro politico avrà un peso specifico assai maggiore rispetto a quello che aveva il suo predecessore Giovanni Tria. Presto – giurano dal governo e dal Pd, dove il deputato Claudio Mancini ha confessato a qualche suo amico di avere già la fila fuori di lobbisti che vogliono accreditarsi con il partito – potremmo così assistere alla fumata bianca su Sace. Una spa di Cdp attiva nell’ assicurazione dell’ export, i cui vertici sono scaduti da mesi, e il cui rinnovo (che era voluto da Tria senza se e senza ma) è stato bloccato per mesi da Palermo, che chiedeva invece un rinnovamento totale in salsa gialloverde. A marzo vanno certamente rinnovati i vertici di Leonardo. L’ ad Alessandro Profumo era considerato debole prima del ribaltone, ma non sembra che il cambio di maggioranza gli gioverà più di tanto. Mentre un nuovo rinnovo del presidente Gianni De Gennaro, ex poliziotto e nemico giurato dei grillini, dimostrerebbe in maniera plastica la metamorfosi del Movimento da partito di lotta a movimento pronto a collaborare con i poteri forti del Paese. A Fincantieri (che Renzi ha detto di sognare di “fondere” con Leonardo) rischia invece di continuare l’ epopea di Giuseppe Bono, da ben 17 anni in sella al gigante della cantieristica che costruisce navi da crociera e militari. Presidente dell’ azienda è (e dovrebbe essere ancora) Giampiero Massolo, proveniente – come De Gennaro – dagli apparati di sicurezza dello Stato. Un altro settore che il nuovo governo potrebbe terremotare prima del previsto. Al Dis, il Dipartimento delle informazioni per la sicurezza, non tutti sono infatti contenti del comando del generale Gennaro Vecchione, scelto solo un anno fa da Conte in persona. Finito qualche giorno fa (per fortuna senza conseguenze gravi) con la sua auto di servizio contro i dissuasori in acciaio che proteggono l’ ingresso della nuova sede dei servizi a Piazza Dante a Roma, l’ operato di Vecchione ormai è messo in discussione anche dal premier, che – è cosa nota – ha mantenuto le deleghe sulle nostre barbe finte. L’ ipotesi più accreditata è quella di un suo spostamento a Palazzo Chigi in veste di consigliere personale dell’ ex avvocato del popolo, con la conseguente promozione di un interno (come Bruno Valensise, da poco nominato vicedirettore vicario) a nuovo numero uno. Ma c’ è un’ altra opzione che non dispiacerebbe né a Conte né al Quirinale: lo spostamento del capo dell’ Aise Luciano Carta (generale stimato dall’ intero arco costituzionale) al Dis, e il contestuale avanzamento, come nuovo padrone della nostra sicurezza esterna, di Giovanni Caravelli. L’ uomo che da anni gestisce le deleghe del complicatissimo dossier libico. All’ Aisi, il nostro servizio interno, si lavora invece da tempo al successore di Mario Parente. Qualcuno dava in vantaggio l’ attuale vicedirettore (ed ex cacciatore di boss casalesi latitanti) Vittorio Pisani, ma il suicidio politico di Matteo Salvini – che lo stimava molto – potrebbe indebolire la sua candidatura. Il ritorno di Renzi come protagonista assoluto della politica nazionale rafforza invece quella di Valerio Blengini: dato solo qualche settimana fa verso il pensionamento, lo storico dirigente del servizio potrebbe giocarsi ora più di una fiches per la poltrona che coronerebbe la sua carriera. Su ogni nomina dei servizi, come quella degli apparati di sicurezza dello Stato, Polizia in primis, i partiti e il premier dovranno sempre fare i conti con Sergio Mattarella e i suoi consiglieri, che intendono esercitare tutta la loro moral suasion in caso di candidati considerati dal Quirinale non all’ altezza del compito. Tornando alle partecipate, Invitalia potrebbe essere ancora casa del potente Domenico Arcuri, l’ amministratore delegato in scadenza ma molto amato da Giuseppe Conte. Il presidente del Consiglio ha apprezzato anche il modo con cui il manager ha gestito, ad inizio anno, la partita del Contratto istituzionale di sviluppo della Capitanata: grazie al Cipe e all’ abilità di Arcuri, per la provincia di Foggia così cara al premier sono arrivati ben 280 milioni di euro, tutti a favore di Comuni e imprese locali. Anche Matteo Del Fante, ex renziano di ferro convertitosi al salvinismo, sta tentando di convincere il nuovo governo giallorosso a confermarlo ad di Poste spa. Un lavoro di persuasione affidato anche a Giuseppe Lasco, ex Guardia di Finanza che segue come un’ ombra Del Fante dai tempi in cui i due erano insieme a Terna: già direttore delle relazioni istituzionali e del personale, Lasco è da qualche mese pure vicedirettore generale del gruppo. Per qualche osservatore malizioso, è lui il vero uomo forte di Poste. Lust but not least, tra le nomine da sbrogliare con urgenza c’ è quella dell’ Anac (improbabile che a Raffaele Cantone succeda il numero due della procura di Roma Paolo Ielo, che non sembra disponibile) e quelle dei nuovi vertici del Garante della Privacy e dell’ Agcom. Qui, all’ authority per le Comunicazioni, si parla con insistenza del piddino Antonello Giacomelli, ma in lizza per la presidenza resta anche Vincenzo Zeno-Zencovich, che tanto piace al centrodestra. Il grillino Emilio Carelli – l’ ex direttore di Sky che ha perso la battaglia dei sottosegretari – potrebbe invece sedersi nel board come consigliere. A quel punto, difficile ce la facciano altri due candidati forti della vecchia maggioranza gialloverde. Ossia la dirigente del Mise Laura Ria, che comunque vanta un curriculum più che adeguato, e l’ avvocato Tommaso Paparo. Un outsider che ha buoni rapporti con il Movimento, qualche entrature nella Chiesa e pure nella comunità ebraica: siede infatti nel collegio sindacale della Fondazione Museo della Shoah. La grande abbuffata è solo all’ inizio. Ma i piatti in tavola sono così golosi che in tanti scommettono che il Conte bis, nato debole e già terremotato dalla mossa di Renzi, sopravviverà. Almeno finché tutti i territori del risiko delle nomine non saranno stati spartiti tra i nuovi padroni dell’ esecutivo. EMILIANO FITTIPALDI

23/09/2019 – Il Sole 24 Ore

Varianti illegittime, ritardi, costi gonfiati: l’Anac stronca il maxi-appalto per il molo C di Fiumicino

Conclusa l’ispezione avviata nel 2016 sul cantiere da 170 milioni costato poi circa 300. Carte inviate al Nucleo Anticorruzione della Gdf e alla Corte dei Conti

Nell’autunno 2016 quando gli uomini della Guardia di Finanza inviati dal presidente dell’Anac Raffaele Cantone si fecero largo negli uffici di Fiumicino per acquisire documenti sullo stato di avanzamento dei lavori al Molo C, quel controllo improvviso nella sede della società Aeroporti di Roma (Adr, gruppo Atlantia che controlla anche Autostrade per l’Italia e Spea Engineering) non passò inosservato, anzi finì sulle pagine di tutti i giornali. Ora, a tre anni di distanza, il lavoro degli uomini dell’Anticorruzione per ricostruire l’andamento del cantiere da 170 milioni (a base d’asta), finito per costarne circa 300, è arrivato al termine. E risulta condensato nelle 39 densissime pagine di una dura delibera (n.759/2019) appena pubblicata dall’Autorità Anticorruzione.

Nel provvedimento, Cantone dà atto che il nuovo aeroporto di Fiumicino è un “gioiello” che miete premi e riconoscimenti in tutto il mondo per la qualità dei servizi offerti ai viaggiatori, ma non può fare a meno di sottolineare tutte le pesanti «criticità» rilevate nel corso della gestione dell’appalto per la costruzione del Molo C, uno dei pilastri su cui si è fondato lo sviluppo del terminal.

È lungo elenco delle contestazioni mosse ad Adr (e di riflesso anche all’Ati guidata da Cimolai assegnataria del maxi-contratto). Ci sono lavori che sforano tutti i tempi previsti ai tempi della gara e per paradossale contraltare un premio di accelerazione di 14,2 milioni riconosciuto alle imprese, a dispetto dei ritardi. Una sequenza di varianti che ha comportato extracosti per oltre 130 milioni, in alcuni casi non comunicate all’Anticorruzione come imposto dalle norme. E poi l’esecuzioni di parti importanti del contratto in assenza delle qualificazioni necessarie ,da parte della capogruppo Cimolai, dopo l’estromissione dall’Ati della società Gozzo Impianti, finita in concordato preventivo. E anche l’ assegnazione di subappalti «in patente spregio alla normativa dettata in tema di appalti». Bocciata anche la decisione di cambiare in corsa le «condizioni di contabilizzazione e pagamento dei lavori» che per rispetto della concorrenza non possono essere modificate a cantiere aperto.

Ma a finire nel mirino dell’Anticorruzione – che ha deciso di inviare le risultanze dell’ispezione al nucleo anticorruzione della Guardia di Finanza e alla Corte dei Conti – sono soprattutto la dilazione del termine di fine lavori – che avrebbero dovuto esser conclusi nel 2011 e invece sono arrivati al traguardo nel 2016 – e la lievitazione dei costi che alla fine ha fatto quasi raddoppiare il costo del cantiere a fronte di varianti e accordi transattivi giudicati in molti casi illegittimi.

Di qui il duro il giudizio finale di Cantone che, pur riconoscendo la complessità dell’opera, non esita a sottolineare che Adr «non si è mostrata idonea a gestire» l’appalto. Che, è la conclusione, «si è caratterizzato per la presenza di diversi profili di inefficienza e di illegittimità in grado di determinare effetti in contrasto con il principio, innanzitutto, di economicità nonché quello di correttezza, trasparenza e concorrenza che dovrebbero caratterizzare la gestione di un contratto pubblico». © RIPRODUZIONE RISERVATA

23/09/2019 – Il Sole 24 Ore

Rotazione, il Tar annulla il contratto riaggiudicato al gestore uscente: l’invito non motivato viola la concorrenza

Mauro Salerno

Nelle procedure negoziate sottosoglia bisogna evitare di creare «posizioni di rendita anticoncorrenziali in capo al contraente uscente»

Viola il principio di rotazione, che tutela l’assegnazione dei piccoli appalti, il Comune che torna ad aggiudicare lo stesso contratto al gestore uscente. La conseguenza è la cancellazione dell’aggiudicazione e l’assegnazione del contratto al secondo classificato, che aveva presentato ricorso al Tar contestando proprio la violazione della norma del codice degli appalti (articolo 36, del Dlgs 50/2016) posta a garanzia della concorrenza nel mercato presidiato dalle piccole e piccolissime imprese.

Il caso nasce a Pordenone dove il Comune ha rimesso in gara il servizio di manutenzione degli ascensori in funzione negli edifici dell’ente per due anni al massimo ribasso. Ad aggiudicarsi l’appalto, sottosoglia, era stato il vecchio gestore (grazie a un maxisconto del 65% sulla base d’asta). Scatta così il ricorso del secondo classificato (ribasso del 42,8%) che contesta l’invito alla procedura negoziata del gestore uscente.

Il Tar (sentenza n.376/2019, pubblicata il 16 settembre) accoglie il ricorso ribadendo i paletti previsti dall’obbligo di rotazione degli inviti nei piccoli appalti, ricordati anche dal Consiglio di Stato (sentenza n.3831/2019). « Il principio di rotazione – si legge nella sentenza – si riferisce propriamente non solo agli affidamenti ma

anche agli inviti». Perché rappresenta una sorta di «contropartita al carattere “fiduciario” della scelta del contraente allo scopo di evitare che il carattere discrezionale della scelta si traduca in uno strumento di favoritismo». In caso contrario la decisione di invitare anche l’appaltatore uscente deve essere motivata puntualmente «facendo in particolare riferimento al numero (eventualmente) ridotto di operatori presenti sul mercato, al grado di soddisfazione maturato a conclusione del precedente rapporto contrattuale ovvero

all’oggetto e alle caratteristiche del mercato di riferimento». Cosa non avvenuta in questo caso.

Di più il Tar, revocando l’aggiudicazione e disponendo il subentro del secondo classificato, ha accolto anche il secondo motivo di ricorso secondo cui l’offerta dell’appaltatore uscente era carente di una delle prestazione richieste. Carenza motivata dall’impresa con il fatto che la prestazione era già stata resa nel corso del precedente appalto. Motivo in più, osserva il Tar, per evidenziare le «vischiosità» e le «incrostazioni» che si creano con la ripetizione degli appalti senza cambiare gestori e che «convince sull’opportunità del principio legislativo di rotazione volto ad evitare posizioni consuetudinarie e dominanti nei rapporti degli operatori economici con le amministrazioni».© RIPRODUZIONE RISERVATA

23/09/2019 – Il Sole 24 Ore

Lettonia, Crew (Italferr) sviluppa la riqualificazione della stazione di Riga

Al. Le.

L’intervento è uno dei più importanti progetti del programma Rail Baltica, finanziato dall’Ue per la realizzazione di una nuova linea che collegherà la Polonia alla Finlandia

Crew, società di architettura controllata di Italferr (Gruppo FS Italiane), svilupperà il progetto di riqualificazione e ampliamento della stazione ferroviaria Riga Centrale in Lettonia.

La società affiancherà nelle attività di progettazione la joint venture composta dal contractor belga Besix e dall’italiana Rizzani De Eccher.

Il progetto prevede un nuovo ponte di oltre un chilometro di lunghezza sull’estuario del fiume Daugava, l’ampliamento della stazione esistente con la costruzione di un nuovo fabbricato dedicato ai viaggiatori e la ricucitura del tessuto urbano di Riga, oggi diviso dal rilevato della stazione.

La riqualificazione della stazione Riga Centrale è uno dei più importanti progetti del programma “Rail Baltica”, finanziato dall’Unione Europea per la realizzazione di una nuova linea ferroviaria che collegherà la Polonia alla Finlandia.

La fase progettuale si concluderà a settembre del 2020. Successivamente, in fase di costruzione, è previsto un impegno nelle attività di direzione artistica dei lavori.

Italferr, con l’acquisizione di Crew Cremonesi Workshop di Brescia nel 2018 (7,7 milioni di fatturato), punta a incrementare le competenze e la specializzazione nella progettazione integrata di modelli architettonici e ingegneristici con la metodologia Building Information Modeling (Bim), per committenti pubblici e privati in tutto il mondo.

Crew Cremonesi Workshop è una società di progettazione architettonica e di ingegneria delle infrastrutture (stazioni metropolitane, autostrade, strade e ponti) attiva, dal 1987, nel mercato italiano e in quelli esteri, con importanti esperienze in Medio Oriente e Africa. © RIPRODUZIONE RISERVATA

23/09/2019 – Il Sole 24 Ore

La rigenerazione urbana di Roma parte dal bando per l’area di San Lorenzo

Paola Pierotti

Collaborazione tra pubblico e privato e coinvolgimento del territorio. Parte da qui il bando lanciato dal Comune di Roma per la riqualificazione di San Lorenzo, sotto i riflettori anche dopo la tragica morte della sedicenne ritrovata in uno spazio abbandonato del quartiere, meno di un anno fa. Entro fine novembre, possono essere presentate le proposte preliminari che saranno poi oggetto di una consultazione online aperta ai cittadini. «È una call rivolta a gruppi interdisciplinari con progettisti e stakeholder interessati allo sviluppo e al miglioramento di San Lorenzo. Si tratta di un primo tentativo di portare un piano di rigenerazione urbana in aree private – spiega Luca Montuori, assessore all’Urbanistica della Capitale – e ci rivolgiamo agli investitori perché con i privati propongano progetti innovativi».

Esclusi grandi centri commerciali e interventi residenziali, quasi tutto il resto è possibile. Il programma punta alla riqualificazione di un’area di circa 10mila mq, la cui proprietà è solo in piccola parte comunale e per il resto suddivisa tra proprietari privati e immobili sottoposti a pignoramento e affidati a custodi giudiziari. Un’opportunità anche per gli studi locali di architetti e ingegneri che potranno essere dei riferimenti per creare il ponte tra investitori e operatori non romani, con i proprietari, oltre a investire in creatività per la propria città. «Entro l’estate 2020 la gara conclusa e la variante impostata – dice Montuori – entro il 2021 i cantieri».

Si scaldano così i motori in vista di Reinventing Cities che, dopo l’esperienza milanese, nel bando del prossimo autunno vedrà protagonista anche la capitale con 4 o 5 aree, alcune già selezionate nell’ambito del manifesto Reinventiamo Roma. Anche per queste, in generale, si escludono proposte per Gdo e complessi residenziali, ma si incentiva il mix di funzioni. La procedura internazionale, all’interno della quale il Campidoglio si inserisce, prevede che investitori, progettisti, start up e tenant si riuniscano per proporre un piano di fattibilità e un concept per rilevare e valorizzare aree pubbliche. A Roma la partita si giocherà sull’area dell’ex Miralanza, un edificio industriale abbandonato dietro il teatro India, circa 10mila mq, ma anche sull’ex filanda di San Giovanni. Molto probabilmente anche FS Sistemi Urbani proporrà un’area come ha fatto a Milano con l’ex scalo Greco Breda. Tra le altre ci sarà anche una scuola della periferia da riconvertire, «anche facendo tesoro di un laboratorio-modello sperimentato a Parigi – commenta Montuori – dove l’investimento finanziario sarà minore e la sfida si giocherà sul sociale».

Dal settore Urbanistica arriva anche un “ufficio progetti qualità” per chi fa innovazione in modo non ordinario con «interventi che abbiano obiettivi green e di decarbonizzazione – dice Montuori – o con progetti di valorizzazione con un forte impatto sulle persone e la città». È entrato a pieno titolo in questa corsia l’iter per il Poligrafico (ex Zecca di Stato) ma anche la valorizzazione della sede Enel. Ai blocchi di partenza anche la riqualificazione dell’ex Fiera sulla Colombo.

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