Rassegna stampa 09 settembre 2019

07/09/2019 – Corriere del Trentino

Il tandem Alperia-Dolomiti energia valuta la fusione Verona-Vicenza

Il tandem fra Alperia e Dolomiti energia, che si era formato per giocare con dimensioni adeguate la partita veneta di Ascopiave, potrebbe riproporsi anche in occasione dell’ alleanza fra le municipalizzate di Verona e Vicenza, che necessita di un partner esterno. Intanto lunedì è in programma il closing dell’ operazione con cui Alperia acquisirà il gruppo Green Power che guarda caso è un interessante player proprio del Veneto, in particolare di Mirano, nel veneziano. Sul Sole 24 ore di ieri si parlava dell’ interesse di Hera e A2a (Brescia) rispetto a questa nuova «preda» in terra veneta, vale a dire la probabile fusione fra la veronese Agsm e la vicentina Aim. Il presidente di Hera (multiutility di Bologna) Tomaso Tommasi di Vignano, l’ altro ieri lo ha esplicitato: «Sì, stiamo guardando anche a Verona e Vicenza, ma dobbiamo ancora capire che volontà ci sono dall’ altra parte. Abbiamo manifestato il nostro interesse ma non c’ è ancora un consolidamento dello scenario». Per Hera si tratterebbe di una nuova operazione in Veneto, dopo Ascopiave. Interessati a fare da partner all’ unione di Verona e Vicenza ci sarebbero però anche A2a e soprattutto il tandem Trento-Bolzano, vale a dire Dolomiti energia e Alperia. Da Trento la risposta è un «no comment», mentre da Bolzano si fa notare che l’ interesse è forte per il territorio veneto, oggetto dal piano di espansione che comprende la nuova acquisizione, il gruppo Green Power (Mirano), e in precedenza Bartucci (di Soave Verona) e Sum (zona Padova, Venezia, Rovigo). La partita su Agsm-Aim vede riproporsi il tandem con Dolomiti energia, che già hanno stretto un’ alleanza sulla mobilità elettrica (creando la società Neogy). Ieri il Gruppo Green Power ha comunicato i dati semestrali: ricavi netti per 10,14 milioni, un Ebitda da un milione e un utile netto di 358mila euro. Lo scorso 5 agosto Alperia ha firmato un accordo per la cessione del 71,9% della società veneziana. Ggp, che opera nel Nordest oltre che nelle Marche e nel Lazio, è attivo da molti anni nella fornitura di soluzioni domestiche per la produzione fotovoltaica e l’ accumulo di energia, oltre che di sistemi a pompe di calore e caldaie a recupero energetico. Ha al suo attivo 18.500 clienti ed 60 agenti monomandatari oltre ad una struttura di installatori per gestire 150 cantieri al mese. Dopodomani il closing con Alperia. Enrico Orfano

07/09/2019 – Il Secolo XIX (ed. Levante)
Ecco il progetto del depuratore a Chiavari : servirà 140 mila abitanti, costerà 71 milioni

L’ impianto a membrane, disposto su due livelli interrati, utilizzato anche da Lavagna, bassa val Fontanabuona, valle Sturla
Debora Badinelli / CHIAVARI Pronto il progetto definitivo del depuratore in Colmata, a Chiavari. L’ impianto, del costo (Iva compresa) di 70.922.705,97 euro, servirà un bacino massimo – nella configurazione estiva – di 140 mila abitanti equivalenti, destinati a scendere a 95 mila durante i mesi invernali. Avrà una portata media giornaliera di 22.400 metri cubi in estate e di 15.200 quando la popolazione calerà. La struttura, lunga 360 metri e larga tra 24 e 50, sarà distribuita su due piani interrati. La quota di massimo scavo sarà di 6,8 metri verso Est e di un metro a Ovest. L’ impianto sarà attraversato da un cunicolo realizzato perforando il terreno fino a quattro metri; ci saranno alcune vasche, profonde al massimo tre metri.La condotta sottomarina misurerà 14,5 chilometri, lo scarico di emergenza 500 metri. Al depuratore di vallata saranno collegate le reti fognarie dei Comuni di Chiavari, Lei vi, (la parte più a Levante di Zoagli), Lavagna, Ne, Cogorno, Carasco, Coreglia Ligure, San Colombano Certenoli, Borzonasca e Mezzanego. Un territorio attualmente servito da sei impianti di trattamento, inadeguati rispetto alle norme ambientali nazionali ed europee. Obiettivo del progetto (firmato dall’ ingegnere Marco Ceschi della padovana “Hmr srl” per conto di “Ireti spa”, società del gruppo Iren che si occupa della gestione del sistema idrico) è trattare in maniera centralizzata i reflui; dismettere, nel tempo, gli impianti esistenti; potenziare/adeguare impianti compartimentali e in stallare adeguati sistemi di sollevamento per il collettore delle fogne destinate al trattamento finale; bonificare le aree non più utilizzate a fini depurativi. L’ opera consortile sorgerà in piazza Giovanna Paolo II, la Colmata, a ridosso del porto turistico, e si avvarrà della tecnologia a membrane, la stessa adottata per gli impianti di Genova Quinto, Recco e Santa Margherita Ligure. Soluzione che, come si legge nella relazione generale allegata al progetto e pubblicata sul sito www.ambienteinliguria.it «consente di abbinare la provata affidabilità dei sistemi convenzionali a fanghi attivi e le elevate prestazioni della filtrazione su membrana». Per ridurre i consumi energetici, in inverno, verranno installate quattro linee di filtrazione funzionanti in parallelo in ognuna delle quali è inserito un doppio treno di membrane. In inverno verranno utilizzati tre nuclei su quattro e funzioneranno a rotazione tutti i gruppi per mantenere il più possibile omogeneo l’ uso delle membrane. L’ intervento comprende pure la risistemazione dell’ intera Colmata «in modo da mitigare e armonizzare l’ inserimento territoriale del nuovo impianto e, nel contempo, riqualificare l’ area con dotazioni al servizio della collettività». «La viabilità d’ ingresso all’ impianto è prevista dall’ accesso del porto – prosegue la relazione – Oltre al nuovo impianto sono previsti la realizzazione di un’ opera di difesa a mare, la riqualificazione complessiva delle aree attualmente destinate a parcheggio e la realizzazione di una vasta zona a verde e uso ricreativo». – badinelli@ilsecoloxix.it.

07/09/2019 – Italia Oggi
Iren punta a comprare Sorgenia

short list
Iren prosegue nel piano di acquisizioni e mette nel mirino Sorgenia. «Siamo nella short list di Sorgenia e ne siamo molto contenti», ha detto l’ a.d. Massimiliano Bianco. «Siamo veramente interessati al dossier perché ci farebbe fare un salto dimensionale per diventare protagonisti in Italia». Sorgenia conta oltre 275 mila clienti e centrali elettriche per una capacità installata superiore a 3 mila megawatt. Nel 2015 il tribunale di Milano aveva dato via libera al riassetto del debito di 1,8 miliardi di euro spalmati su 21 banche tra cui Mps, Intesa Sanpaolo, Unicredit e Banco Bpm. Parlando in generale di acquisizioni, l’ a.d. di Iren ha spiegato che in tre-quattro anni è stata fatta una ventina di operazioni: «Pensiamo di farne altrettante in futuro. Non faremo solo operazioni medio-piccole ma anche di dimensioni più grandi». © Riproduzione riservata.

07/09/2019 – Corriere della Sera
Burocrazia, con la riforma 146 miliardi di Pil in più

Ambrosetti Club: agire subito, alle imprese costa 57,2 miliardi l’ anno
La gestione dei rapporti con la pubblica amministrazione rappresenta in Italia un costo per le imprese pari a 57,2 miliardi (32,6 per sole piccole), equivalente allo stipendio annuale medio di 1,9 milioni di lavoratori e al 3,3% del Pil. Ma se allineassimo l’ efficienza della nostra burocrazia a quella media di Francia, Spagna, Germania e Gran Bretagna, in 5 anni si genererebbero 146 miliardi di Pil in più, pari al 9,1% del prodotto nazionale. Lo afferma la ricerca «La Pubblica Amministrazione da Peso Aggiunto a Potenziale Aiuto alla crescita del Paese», realizzata nell’ ambito di Ambrosetti Club con il contributo di Roberto Maroni, ex ministro ed ex presidente della Regione Lombardia, che ne presenta i risultati nel corso della 45esima edizione del Forum The European House-Ambrosetti a Cernobbio. La trasformazione da zavorra a beneficio è, secondo lo studio, indispensabile e possibile. Indispensabile perché la burocrazia eccessiva e di cattiva qualità rappresenta, oltre che un peso soffocante per i cittadini (che solo per pagare le tasse impiegano 238 ore l’ anno, circa 100 in più rispetto a Francia o Spagna), un freno alla crescita che il Paese non può più permettersi. A differenza di quanto accade altrove, la burocrazia da noi incide negativamente sull’ andamento del Pil e spiega circa la metà del calo delle energie (cioè della produttività multifattoriale, quella che non dipende direttamente da lavoro e capitale) del sistema Italia. Di cosa soffre la nostra burocrazia? Il rapporto parte da tre «falsi miti»: la pubblica amministrazione italiana non ha troppi dipendenti (la quota rispetto alla forza lavoro totale è pari al 13,6% contro il 21,4 della Francia o al 16,4% della Gran Bretagna); non li paga in modo eccessivo, anzi spesso è vero il contrario (sul totale della spesa il personale pesa per il 19,8%, contro il 25,7% della Spagna e al 22,6% della Francia); non si concentra di più al Sud (dove sono presenti 12,2 dipendenti pubblici ogni mille abitanti) che al Nord (dove la quota sale a 16,5). I problemi vanno dunque cercati altrove e lo studio ne sottolinea 10. Si va dalla non chiara ripartizione delle competenze alla mancanza di coordinamento, da un conferimento di responsabilità che incentiva inazione e atteggiamenti difensivi all’ eccesso di leggi che si sono sovrapposte nel tempo, dalla mancanza di valutazione e incentivazione al calo di prestigio del funzionario pubblico, dall’ assenza di analisi ex post delle riforme alla mancanza di visione di lungo periodo. Tutto ciò (e molto altro) rende la nostra burocrazia chiusa, autoreferenziale e resistente al cambiamento. Quindi inefficiente. Come è possibile trasformare questa “macchina” malfunzionante, poco motivata e spesso percepita come invasiva e nemica da peso a sostegno? Per non riproporre l’ ennesimo libro dei sogni (anche le riforme del resto non sono mancate), nella ricerca viene formulato un mix di interventi su tre livelli, in modo da agire su sintomi e cause profonde. Si parte da proposte “quick fix”, realizzabili subito, fra le quali l’ abolizione del reato di abuso d’ ufficio che paralizza la pubblica amministrazione con la “paura di fare” rendendola difensiva e non proattiva. Si passa poi a interventi “fondamentali”, di medio periodo, come lo sblocco del turnover e l’ adeguamento degli stipendi, l’ incremento degli investimenti pubblici del 5% l’ anno con logica sui ritorni e non solo sui costi, la redazione di testi unici abrogativi per eliminare le sovrapposizioni normative. Infine la riforma completa con un grande accordo multipartitico che parta da una Conferenza sullo stato della pubblica amministrazione. Lo studio dice che per questi interventi “terapeutici” è richiesto un orizzonte di lungo periodo, almeno 5 anni dall’ avvio delle iniziative di riforma. Quanto questa valutazione sia ottimistica lo diranno il tempo e i governi. Sergio Bocconi

07/09/2019 – Milano Finanza
È già febbre per le nomine di primavera nelle quotate di Stato

Un pugno di mesi separa il nuovo esecutivo dalla partita delle nomine nelle quotate di Stato. Con la Lega tagliata ormai fuori dai giochi, la nuova mappa del potere industriale che si ridisegnarà in primavera ora è in mano a Movimento 5 Stelle e Pd. L’ appuntamento è fissato tra aprile e maggio del 2020, quando con l’ approvazione dei bilanci 2019 arriveranno a scadenza i vertici dei pesi massimi, da Eni ad Enel, da Leonardo a Terna e Poste, solo per citare le quotate. Allargando alle partecipate non presenti sul listino, si arriva a quasi 150 poltrone. Se l’ ultima infornata di nomine, nel 2014, è avvenuta nel segno del Partito democratico, gli uomini di Nicola Zingaretti si ritrovano inaspettatamente in gioco anche per questa seconda tornata. Si misurerà la tenuta delle nomine renziane e l’ influenza che il senatore semplice, come Matteo Renzi ama definirsi, sul nuovo giro di poltrone. Ma sia rinnovi che eventuali riconferme dovranno misurarsi con le richieste dei grillini, che hanno un vantaggio di mesi e hanno mostrato già fin troppa disinvoltura nel mandare a casa manager non graditi, persino in anticipo sulla scadenza: basti pensare al vertice delle Fs, con l’ ad Renato Mazzoncini sostituito l’ estate scorsa da Gianfranco Battisti, avvicendamento anticipato irritualmente su Facebook dall’ allora ministro dei Trasporti Danilo Toninelli. Neanche il tempo di insediarsi, e Battisti si è trovato a dover gestire la grana del salvataggio Alitalia, al 51% pubblico come da diktat M5S. Lo spoils system post-elettorale si è abbattuto anche su Gianni Armani, rimosso anzitempo dal vertice dell’ Anas (che ora nessuno vuole più separare da Fs). Ma quando si è trattato di quotate, il precedente esecutivo si è mostrato più prudente, confermando per esempio Giuseppe Bono a capo di Fincantieri e lasciando che venisse rinnovato Stefano Cao in Saipem. La fotografia più fedele di come Lega e 5 Stelle hanno inteso i rapporti con i manager di Stato riporta all’ incontro di quasi un anno fa, il 10 ottobre 2018, con le quotate pubbliche convocate a Palazzo Chigi a dare sostegno alle misure previdenziali e occupazionali del governo, in due parole quota 100. In prima fila Eni, con l’ ipotesi di 1.700 pensionamenti a fronte di 3.600 assunzioni in 4 anni. Seguiva Leonardo, con un ciclo di nuove assunzioni e l’ impegno a investire in Italia 700 milioni l’ anno al 2022. Immancabile Enel, con l’ intesa per l’ uscita di circa 6 mila dipendenti entro il 2020 e il graduale inserimento di 3 mila neo-assunti. Quella sorta di roadshow fatto in casa 11 mesi fa, vale ancora un’ apertura di credito ai manager delle partecipate pubbliche? Sì, ma non solo. Tra i sostenitori dell’ ad di Eni, Claudio Descalzi, per esempio, c’ è il premier Giuseppe Conte. E non solo per quella promessa di assumere da due a tre giovani per ogni dipendente avviato alla pensione, ma anche per l’ incessante espansione internazionale del gruppo. C’ era Conte accanto a Descalzi ad Abu Dhabi alla firma del maxi-contratto da 3,3 miliardi di dollari per l’ acquisizione di Adnoc Refining. E il premier gli ha ribadito la fiducia anche in momenti delicati. Su Descalzi pende però una spada che in tempo di nomine ha il suo peso: il processo in corso per presunta corruzione internazionale legato alla concessione di un giacimento in Nigeria. Più che solide le quotazioni di un altro manager che ha saputo stringere un buon rapporto anche con la componente 5 Stelle del governo, in nome della sostenibilità e delle rinnovabili: Francesco Starace. Col nuovo esecutivo ritrova interlocutori famigliari nei ranghi del governo e potrebbe vedere allentarsi anche la pressione su una partita che non l’ ha mai entusiasmato: la rete unica Tim-Open Fiber. Starace se ne è smarcato parlando a Cernobbio, («non è una super-priorità»), preferendo spendere parole per gli obiettivi del nuovo governo. «C’ è una rinnovata enfasi su sostenibilità, transizione energetica, rinnovabili e digitalizzazione», ha detto, «cose già nell’ agenda del precedente governo, ma qui mi sembrano più a fuoco e più in sintonia con quello che a livello europeo si sta cercando di fare». Più complessa la questione Leonardo. L’ ad Alessandro Profumo non ha esitato a dire no alla chiamata dei gialloverdi al capezzale di Alitalia, ha ricevuto in passato attacchi dai grillini, ma ha resistito e ora ritrova appoggio in area Dem. Una delle ipotesi che già ha preso a girare, nonostante il governo abbia pochi giorni di vita, è un suo approdo in Cdp. I vertici della Cassa non sono in scadenza, ma da mesi si parla di un possibile addio del presidente Massimo Tononi, stanco degli ambienti romani e della difficile convivenza con l’ ad Fabrizio Palermo. (riproduzione riservata)

08/09/2019 – Il Sole 24 Ore
Cinque opere pronte per il via: test cantieri per il governo

INFRASTRUTTURE STRATEGICHE
Av Bs-Pd e nodo Firenze, Campogalliano-Sassuolo, passante Bologna e Gronda
Sono cinque le grandi opere pronte per partire, dotate di tutti i pareri tecnici e delle approvazioni progettuali necessarie: su queste opere si misurerà subito la volontà del governo di accelerare le infrastrutture rispetto al precedente Esecutivo. Una di queste, l’ Alta velocità Brescia-Padova, in realtà è già partita con la pubblicazione dei bandi di gara e la verifica consiste semmai nel capire se il decollo avverrà effettivamente senza scossoni e nel rispetto del cronoprogramma. Le altre quattro opere sono sempre state molto dvisive fra M5S e Pd, a Roma e sui territori, e sono quindi il vero “test cantieri” per il governo e per il neoministro delle Infrastrutture, Paola De Micheli, che ha già dichiarato di voler eliminare i veti politici alle opere. Si tratta della Gronda di Genova, su cui il ministro si è già pronunciata a favore, ricevendo in cambio le primo bordate M5S, della bretella Campogalliano-Sassuolo, pronta da tempo ma rallentata dall’ ex ministro Toninelli per ulteriori analisi, del passante di Bologna, su cui il punto chiave è sempre il rapporto con Aspi, e del nodo Alta velocità di Firenze. Sull’ effettivo decollo di queste opere in tempi brevi si misurerà la capacità di De Micheli ma anche l’ atteggiamento del presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, che già nel suo discorso di domani dovrebbe provare a dare una linea unitaria al governo. Luigi Di Maio venerdì ha ribadito che spetta a Conte l’ ultima parola. Parlava, in particolare, dell’ intesa di maggioranza sulla concessione ad Aspi, ma il riferimento era all’ intero capitolo delle grandi opere. Proprio su questi temi il ruolo del premier è destinato a crescere, come arbitro e garante dell’ accordo di maggioranza, ma anche come collante e primo artefice della politica del governo. Conte da tempo batte sulla necessità di far ripartire gli investimenti e per questo ha potenziato Palazzo Chigi con la cabina di regia Strategia Italia e la task force tecnica Investitalia. I test sulle infrastrutture per il governo non si fermano qui, ma spaziano dalla riforma del codice appalti (che deve completarsi con il regolamento generale) alla nomina dei commissari sblocca cantieri su un elenco di 77 opere lasciato dall’ ex ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli al ministero dell’ Economia (si veda Il sole 24 Ore dell’ 8 settembre). Le cinque opere pronte ai blocchi di partenza hanno acquisito le condizioni per partire grazie al lavoro della struttura di missione guidata da Alberto Chiovelli di cui ora la ministra dovrà decidere la riconferma. Anche nell’ era Toninelli Chiovelli e la struttura di missione hanno continuato a lavorare per far avanzare l’ iter delle opere fra non poche difficoltà. La Gronda resta l’ opera più impegnativa per il governo. Non pesa solo la questione della revoca della concessione per la A10 chiesta da M5S. Prima di partire serve anche il recepimento dell’ accordo fatto in sede Ue sul piano economico-finanziario, con l’ allungamento della concessione dal 2038 al 2042 per finanziare l’ opera. © RIPRODUZIONE RISERVATA. Giorgio Santilli

09/09/2019 – La Repubblica
Privatizzazioni corsa contro il tempo per trovare 18 miliardi

IL DEBITO PUBBLICO DA RIDURRE
Torna il piano Capricorn che sposta in Cdp quote di aziende di Stato per rispettare i vincoli Ue. Nomine: si parte dal cda della Cassa e da Sace
CERNOBBIO – Roberto Gualtieri non potrà sprecare un solo minuto. Gli basterà aprire i cassetti del suo predecessore al ministero dell’ Economia, Giovanni Tria, per comprendere le dimensioni della rogna. Fra i dossier che giacciono lì dentro ce n’ è uno che fa tremare le vene ai polsi: la promessa, fatta l’ anno scorso a Bruxelles (e ribadita a luglio), è di incassare 18 miliardi dalle privatizzazioni in modo da tenere sotto controllo il debito pubblico. E vanno incassati entro il 2019, vale a dire entro i prossimi cento giorni. Una promessa grazie alla quale il governo “Conte uno” ottenne il via libera di Bruxelles al bilancio scampando a una possibile procedura d’ infrazione. Ma che nemmeno Mandrake riuscirebbe ormai a mantenere. A oggi, 9 settembre, non è stato incassato neppure un euro, né si ha notizia di un collocamento sul mercato di qualche impresa pubblica. Quindi rischiamo di tornare sul banco degli imputati. Per salvare capra e cavoli non rimane a questo punto che il gioco di prestigio nel quale siamo specializzati: passare le aziende pubbliche dalla tasca destra a quella sinistra o viceversa. La via d’ uscita? Lo schema messo a punto dall’ amministratore delegato della Cassa Depositi e Prestiti Fabrizio Palermo, conosciuto come “Piano Capricorn”. Ossia il trasferimento alla stessa Cassa delle restanti partecipazioni detenute dal ministero dell’ Economia: operazione strategica, capace di ricostruire qualcosa di simile alle vecchie partecipazioni statali, più che finanziaria. Dunque controversa. Ma le esigenze del momento potrebbero far passare in secondo piano anche le più grosse perplessità. Perfino quelle, prevedibili, della Commissione europea. La Cassa è controllata dallo Stato, ma al suo capitale partecipano pure le fondazioni bancarie, enti privatistici: ma è piuttosto ardito sostenere per questo semplice dettaglio che la cessione di un’ azienda pubblica alla Cassa sia una privatizzazione con tutti i crismi. Vero è che il clima dei rapporti fra l’ Ue e il governo italiano è ora profondamente cambiato, ed è un dettaglio che potrebbe cambiare tutto. Le incognite circa la benevolenza europea, tuttavia, sono forse il problema minore. Parla chiaro la lista delle partecipazioni in società quotate che il Tesoro ha tuttora in pancia in rapporto alla loro capitalizzazione di Borsa. Fra Eni, Leonardo, Poste italiane, Enav e Montepaschi si arriva a malapena a una dozzina di miliardi. Non bastano. Ci sarebbe sempre il 23,59% dell’ Enel, che vale ai prezzi di venerdì scorso una quindicina di miliardi. Ma già diversi anni fa l’ Antitrust impose alla Cassa di liberarsi del 10% della società elettrica giudicando incompatibile la partecipazione nell’ Enel e in Terna. Dal cappello potrebbe magari uscire qualche altro coniglio, ma certo è un bel rebus. Un rebus che tira in ballo anche i rapporti fra i vertici della Cassa e il suo azionista, il ministro dell’ Economia. Le relazioni fra Palermo e l’ ex ministro Giovanni Tria erano pessime: questo è noto. Com’ è noto che Tria avrebbe voluto nominare al suo posto Dario Scannapieco, ma aveva dovuto digerire la differente indicazione del Movimento 5 Stelle. Che sosteneva, appunto, Palermo. Il che forse spiega pure il perché non ci sia particolare sintonia con il direttore generale del Tesoro, Alessandro Rivera. Ora però, con il Pd nuovamente al governo e un ministro democratico, potrebbe apparire tutto diverso. Di sicuro per il presidente Massimo Tononi, indicato dalle fondazioni bancarie, che durante il secondo governo di Romano Prodi era sottosegretario all’ Economia. Per Palermo, invece, è un terreno tutto da esplorare. E il primo test non potrà che essere il ricambio dei vertici della Sace, la società controllata dalla Cdp che assicura i crediti all’ esportazione. L’ idea di Palermo è che per sua natura dovrebbe essere una specie di divisione della Cassa. Gli attuali vertici sono contrari e anche per questo Palermo gliel’ ha giurata. Soprattutto l’ ha giurata all’ amministratore delegato Alessandro Decio, che però è ancora lì. Palermo non è riuscito ancora a sostituirlo, nonostante il suo mandato sia scaduto a marzo: Tria gliel’ ha sempre impedito. E lui non è riuscito in alcun modo a superare la sua opposizione, né quella di Rivera che spalleggiava l’ ex ministro. Al punto che il braccio di ferro su Decio ha rischiato di compromettere il piano industriale di Palermo, nel quale si rimette totalmente in discussione il ruolo della Sace. Adesso si riparte da zero, in un contesto completamente nuovo dopo una svolta politica che ha preso totalmente in contropiede il vecchio corso. Che già aveva dato prova di sensibilità al crescente peso della Lega di Matteo Salvini con l’ altrimenti imprevedibile nomina di Massimo Sarmi alla vicepresidenza della Sia, il consorzio per gli strumenti bancari di cui la Cassa ha poco meno del 50%. Sarmi è l’ ex amministratore delle Poste voluto dal centrodestra che Salvini aveva candidato per il vertice della Cassa, e al quale era stata affidata la presidenza dell’ Autostrada pedemontana lombarda. Un feudo leghista, al cui timone ora c’ è l’ ex ministro della Giustizia del Carroccio, Roberto Castelli. Che l’ aria sia cambiata si capisce dal fatto che la sostituzione del consigliere della Cdp Valentino Grant, eletto a Strasburgo nelle liste della Lega di Matteo Salvini, è stata congelata. Il posto era stato offerto all’ economista Giulio Sapelli, al tempo fra i candidati a guidare il governo grilloleghista: ma dopo la caduta del Conte uno l’ ipotesi pare tramontata. E anche il “Piano Capricorn”, se mai entrasse nella fase operativa per le ragioni che abbiamo visto, difficilmente potrebbe non fare i conti con i nuovi equilibri. A cominciare da certe idee che da tempo circolano intorno al ruolo della Fincantieri di Giuseppe Bono (di cui Palermo è una specie di figlioccio: Bono lo assunse e ha lavorato con lui dieci anni), e alla sua possibile integrazione con Leonardo. Gruppo oggi guidato da Alessandro Profumo le cui quotazioni, con il nuovo governo, oggi sono evidentemente in crescita. Diversamente, con ogni probabilità da quelle di Bono: grande amico di Giuliano Amato, ma da anni a capo dell’ impresa pu bblica più amata dai leghisti. In Italia, ahimé, funziona ancora così. ©RIPRODUZIONE RISERVATA 1% L’ impegno con l’ Europa Per tenere il rapporto tra il debito pubblico e il Pil a fine 2019 al 132,6%, l’ Italia si è impegnata a cedere asset per circa l’ 1% del Pil, cioè 18 miliardi. DAL NOSTRO INVIATO SERGIO RIZZO

09/09/2019 – Corriere della Sera
La rincorsa per le autonomie: duello tra i governatori e Boccia

REGIONI
Fontana: sulla scuola pronti a una legge regionale De Luca: la sanità unica in tutto il Paese non si tocca
DALLA NOSTRA INVIATA CERNOBBIO L’ autonomia, uno dei punti centrali del governo della Lega di Matteo Salvini, è già terreno di scontro tra i governatori delle Regioni del Nord e il ministro per gli Affari Regionali dell’ esecutivo targato Pd-M5S, Francesco Boccia. Ma la disputa coinvolge e contrappone anche il Sud. Il governatore lombardo Attilio Fontana va all’ attacco: «Se alla Lombardia non sarà concessa la competenza sulla scuola, la Regione è pronta a varare una legge. C’ è una sentenza della Corte Costituzionale che dichiara che le Regioni possono organizzare una parte di questa materia», dice al Forum Ambrosetti, che si è chiuso ieri a Cernobbio. Parole che fanno infuriare il presidente della Campania, Vincenzo De Luca. «La regionalizzazione della scuola non si farà mai, non ci sarà mai una scuola di serie A e di serie B», contrattacca infiammando il panel moderato dal direttore del Corriere , Luciano Fontana, a cui partecipano anche i governatori di Emilia Romagna e Liguria, Stefano Bonaccini e Giovanni Toti. Ma la sfida del governatore lombardo è indirizzata soprattutto al ministro Boccia, che dalla Puglia avverte: «La Costituzione va onorata. L’ autonomia che ho in mente deve avere un collante, tenere per mano il Paese che è uno e crede fortemente nell’ Europa; le sue autonomie sono un valore da difendere». Anche Toti è sul piede di guerra. «Noi andremo avanti», avverte riferendosi all’ iter già avviato nel consiglio regionale ligure. «Se dovesse servire un referendum, saremmo pronti a farlo, ma se si possono risparmiare i soldi dei cittadini è meglio». Accanto alla scuola c’ è anche la sanità a dividere. E se per difendere le sue sposizioni il Nord è pronto a scendere in piazza, per De Luca sull’ autonomia è possibile «un’ intesa ragionevole», solo «a patto di non toccare la scuola pubblica e la sanità pubblica e poi difendere le ragioni del Sud». Bonaccini prova a mediare: «Vogliamo un’ autonomia che non aumenti il divario tra il Nord e il Sud. Io mi sento italiano prima che romagnolo. Noi non chiediamo un euro in più per le Regioni ma, come prevede la Costituzione, chiediamo solo di gestire maggiori competenze». «Nostri interlocutori saranno il presidente del Consiglio, che ha dichiarato il suo impegno formale, e sicuramente il ministro», insiste il governatore lombardo. Boccia, a distanza, si dice disponibile: «La casa comune delle Regioni è il ministero, è a loro disposizione. Vorrei che la Conferenza Stato-Regioni lavorasse molto meno sulle leggi da impugnare. Voglio rassicurare Fontana: andrò da lui, da Toti, Zaia, Bonaccini. Dobbiamo improntare il rapporto su una collaborazione senza verità inconfutabili, non reagirò a provocazioni». Giuliana Ferraino

09/09/2019 – Italia Oggi

De Micheli: la Tav si farà e sulla Gronda nessuna obiezione politica

Il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti detta linea su due tra le grandi opere più discusse

Il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Paola De Micheli, mette subito le cose in chiaro e sgombra il campo da eventuali dubbi o possibili polemiche. “L’Alta velocità si farà. Non ci sono più dubbi. Sì. Sì. Ovviamente quello è un dossier che ha avuto un percorso, in questi 14 mesi, faticoso e adesso stiamo andando ad individuare le eventuali questioni amministrative per accelerare il percorso, ma il nodo sul piano politico è definitivamente sciolto”, ha detto Paola De Micheli. Il ministro delle Infrastrutture ha poi aggiunto che anche “sulla Gronda a Genova non ci sono obiezioni di tipo politico. Questa opera rientra nel piano collegato alle concessioni autostradali. Deve essere chiaro che non c’è un obiezione politica, quindi il ministero si occuperà di sviluppare un percorso che acceleri e porti all`obiettivo”.

 

07/09/2019 – Italia Oggi

L’università soggiace al codice degli appalti

Le regole Anac per gli organismi non statali riconosciuti

Le università non statali legalmente riconosciute devono essere ritenute destinatarie dell’obbligo di applicazione della normativa anticorruzione e del codice appalti. Lo ha stabilito l’Autorità nazionale anticorruzione con l’atto di segnalazione n. 7 del 23 luglio 2019, dopo avere in passato ricondotto queste strutture anche all’applicazione del codice appalti. La segnalazione riguarda l’applicazione della normativa sulla prevenzione della corruzione e sulla trasparenza da parte delle università non statali legalmente riconosciute, cioè le università non statali, altrimenti denominate «libere università», legalmente riconosciute e autorizzate, con provvedimento avente forza di legge, a rilasciare titoli accademici relativi all’ordinamento universitario di valore legale identico a quelli rilasciati dalle università statali. Queste strutture sono sottoposte ad autorizzazione e a controllo del ministero competente (Miur).

Nella segnalazione l’Anac ricorda come si sia a lungo dibattuto in dottrina e in giurisprudenza sulla natura giuridica delle libere università, ma l’Anac giunge alla conclusione che queste università sono tenute all’obbligo del rispetto della normativa sulla trasparenza, partendo dall’analisi della legge generale sul procedimento amministrativo n. 241 del 1990 (art. 11, comma 1-ter) che ha positivizzato l’istituto dell’esercizio privato di funzioni pubbliche prevedendo che «i soggetti privati preposti all’esercizio di attività amministrative assicurano il rispetto dei criteri e dei principi di cui al comma 1, con un livello di garanzia non inferiore a quello cui sono tenute le pubbliche amministrazioni in forza delle disposizioni di cui alla presente legge». Il parallelo che viene fatto nella segnalazione è alle attività delle Società di attestazione (Soa), società private preposte all’attività di attestazione della qualità degli esecutori di lavori pubblici, che derivano la legittimazione a svolgere le funzioni loro demandate oltre che dalla legge, anche e soprattutto dal provvedimento di autorizzazione emanato dall’Autorità (previa verifica di determinati requisiti organizzativi stabiliti dalla legge). Dal momento che le disposizioni di prevenzione della corruzione si pongono in rapporto diretto con il principio di imparzialità (soprattutto per la parte relativa alla gestione dei conflitti di interessi) e la trasparenza, nell’accezione di accessibilità totale alle informazioni concernenti l’organizzazione e allo svolgimento dell’attività di pubblico interesse, l’applicazione della normativa sulla trasparenza risponde proprio allo scopo di favorire forme diffuse di controllo sul perseguimento delle funzioni pubbliche e sull’utilizzo delle risorse pubbliche.

Da qui l’invito al legislatore a ricomprendere «espressamente e in maniera inequivoca, tali enti nell’ambito di applicazione della normativa anticorruzione». E questa conclusione si pone anche in linea con quanto affermò la stessa Anac nel 2015 (delibera n. 30 del 20 aprile 2015): «In virtù della sua natura di «ente pubblico non economico» l’art. 3, comma 25, del dlgs. n. 163/2006 la qualifica come «amministrazione aggiudicatrice», obbligata pertanto, ai sensi dell’art. 32, all’osservanza del Codice dei contratti».

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07/09/2019 – Italia Oggi

Equivalenza con limiti

Non apre a offerte inappropriate

Il principio di equivalenza contenuto nelle specifiche tecniche non può essere impiegato per ammettere offerte inappropriate.

Lo ha precisato il Consiglio di Stato sezione quinta con la pronuncia del 25 luglio 2019 n. 5258 in relazione allo spettro applicativo del principio di equivalenza. I giudici di Palazzo Spada riprendono i contenuti della giurisprudenza che in passato si era occupata della disciplina delle specifiche tecniche contenute nei capitolati d’appalto riaffermando che nell’ambito dei paesi appartenenti all’Unione Europea, come è evidente dai commi 4, 5 e 6, dell’articolo 68 del dlgs n. 163 del 2006 che recepì le direttive Ue di allora, oggi corrispondente all’art. 68 del dlgs n. 50 del 2016, «il presidio dell’equivalenza è diretto ad evitare che le norme obbligatorie, le omologazioni nazionali e le specifiche tecniche potessero essere artatamente utilizzate per operare indebite espulsioni di concorrenti, con il pretesto di una non perfetta corrispondenza delle soluzioni tecniche richieste».

Però, precisano i giudici, il principio non può assolutamente essere invocato per ammettere offerte tecnicamente inappropriate. Il principio di equivalenza delle specifiche tecniche è infatti diretto ad assicurare che la valutazione della congruità tecnica non si risolva in una mera verifica formalistica, ma consista nella conformità effettiva e sostanziale dell’offerta alle specifiche tecniche inserite nella lex specialis.

Con riguardo al caso sottoposto all’esame dei giudici, si precisa quindi che il principio «non può essere postumamente invocato nel differente caso che l’offerta comprenda una soluzione la quale, sul piano oggettivo funzionale e strutturale, non rispetta affatto le caratteristiche tecniche obbligatorie, previste nel capitolato di appalto per i beni oggetto di fornitura».

Nel caso di specie la previsione del peso del prodotto, lungi dal configurare uno standard tecnico-normativo dettagliato passibile d’equivalenza, valeva a definire in termini generali l’oggetto della fornitura. Il richiamo al principio di equivalenza in un siffatto caso avrebbe avuto l’effetto di distorcere l’oggetto del contratto rendendo sostanzialmente indeterminato l’oggetto dell’appalto. © Riproduzione riservata

 

09/09/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Codice appalti sotto esame ma non ferma i bandi di gara

Giorgio Santilli

A giugno e luglio ripresa dell’attività delle amministrazioni: avviati progetti rispettivamente per 4,4 e 4,7 miliardi

Dalla «revisione» delle concessioni autostradali ai cantieri per modernizzare il preoccupatissimo Nord (ma anche il Centro e il Sud), dalla nomina dei commissari straordinari per le 77 opere lasciate dal suo predecessore Toninelli al regolamento del codice appalti che andrebbe messo a punto entro ottobre per ottemperare alle scadenze dello sblocca cantieri, da una possibile riforma dello stesso sblocca cantieri al dossier Alitalia, alla neoministra delle Infrastrutture e dei Trasporti, Paola De Micheli, i dossier fonti di preoccupazione non mancano di certo. Eppure, una preoccupazione che al momento non sembra esserci è il blocco totale del mercato degli appalti conseguente proprio al decreto legge sblocca cantieri. Da molte parti si era pronosticato quel che sembrava “naturale”, che, a valle della riscrittura del codice degli appalti e in attesa del nuovo regolamento generale, la situazione di incertezza giuridica avrebbe comportato il blocco totale dell’attività delle amministrazioni pubbliche in materia di lavori pubblici, aggravando la già difficilissima situazione del settore.

La situazione del settore resta gravissima, ma il blocco non c’è stato.I numeri messi insieme dall’Osservatorio appalti Cresme-Sole 24 Ore smentiscono infatti che questo sia successo, almeno nei mesi di giugno e luglio. I bandi di gara pubblicati dalle amministrazioni dicono anzi che c’è stato un inatteso boom dopo la stasi registratasi ad aprile e maggio. Partiamo dai numeri. A luglio sono stati pubblicati 2.161 bandi di gara per un importo di 4,709 miliardi di euro dopo che a giugno erano stati pubblicati 1.920 bandi per un importo 4,459 miliardi. Se si fa eccezione per il dato di dicembre 2018, giunto a un importo di 5,567 miliardi e influenzato dalla legge di bilancio e dalle chiusure di anno, i mesi di giugno e luglio costituiscono un dato record per gli ultimi 19 mesi. Più del doppio della media. Viceversa, nei mesi di aprile e maggio, cioè subito dopo la pubblicazione del decreto legge sblocca cantieri, si era registrato un crollo: 1.964 bandi per un importo di 1,682 miliardi ad aprile e 1.773 bandi per 1,303 miliardi a maggio. Numeri che stanno nella coda della classifica degli ultimi 19 mesi.Quello che probabilmente è successo è che il decreto sblocca cantieri, imponendo la riapertura della stagione delle modifiche al codice, con un orientamento molto incerto e conflittuale fra Lega e M5S, avesse provocato effettivamente una caduta del mercato, mentre le correzioni apportate nel corso dell’esame parlamentare devono aver tranquillizzato gli operatori della pubblica amministrazione o quantomeno indotti a pubblicare rapidamente i progetti nel cassetto.

Questo nonostante l’incertezza legata all’attesa di un nuovo regolamento generale dopo la totale inversione di marcia con l’abbandono della soft law.A questo trend di giugno e luglio fanno ovviamente eccezione i piccoli lavori di importo sotto i 150mila euro per cui il nuovo codice elimina l’obbligo di pubblicazione del bando. In questa fascia di importo delle opere c’è stato nel luglio 2019 rispetto al luglio 2018 una caduta del 24% del numero dei bandi e del 29% degli importi messi a gara. Dato pressoché scontato perché in questo caso la norma è diretta e dà appunto la possibilità alla Pa di assegnare lavori senza fare una gara formale.Per la neoministra De Micheli dai dati di mercato un assillo in meno, che non toglie però l’urgenza di dare al più presto al settore una normativa stabile e certa. © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

09/09/2019 – Il Giornale

Bilanci, appalti e finanziamenti: la trasparenza resta lettera morta

Nel 2015 l’impegno a rendere pubblici i principali dati della propria attività. Ma non tutte le fondazioni hanno mantenuto la promessa

«Fondazioni, operazione trasparenza». Venne salutata così nell’aprile 2015 la firma del ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan e del presidente dell’Acri, Giuseppe Guzzetti, sul protocollo di riforma delle fondazioni di origine bancaria. Con la sigla dell’accordo, le fondazioni bancarie si erano impegnate a rendere pubbliche sui propri siti web informazioni complete sulla loro attività. A distanza di quattro anni, però, molte delle disposizioni previste dal protocollo d’intesa sono rimaste lettera morta.

Lo studio di comunicazione The Skill, guidato da Andrea Camaiora, specializzato in litigation pr, comunicazione trasparente e di crisi, ha analizzato i siti web di venti tra le principali fondazioni bancarie italiane. Il Protocollo d’intesa Acri-Mef impegna, all’articolo 11, le fondazioni bancarie a rispettare nove parametri di trasparenza, e in particolare a pubblicare statuto, regolamenti, bilanci, documenti programmatici previsionali, informazioni concernenti appalti affidati di importo superiore a 50.000 euro, bandi, curricula dei componenti degli organi, documenti relativi ai risultati della valutazione effettuata ex post in merito all’esito delle varie iniziative finanziate. L’analisi di The Skill mostra, però, un’adesione solo parziale ai parametri richiesti. In particolare spicca la mancata pubblicazione da parte di tutte le fondazioni eccezion fatta per Compagnia di San Paolo e, in misura minore, Fondazione Cassa di risparmio di Alessandria sui propri siti internet della valutazione ex post sull’esito delle varie iniziative finanziate, con riferimento ai costi e agli obiettivi raggiunti (anche di carattere sociale, laddove misurabili). Dallo studio emergono alcuni casi virtuosi. La Compagnia di San Paolo risulta rispettare tutti i criteri di trasparenza. Bene anche Fondazione Cassa di risparmio di Alessandria, di Bologna, della Spezia e di Venezia. La misurazione del valore dell’impatto dei vari progetti finanziati e l’effetto leva generato è una questione fondamentale su cui da sempre si ragiona per capire se le fondazioni sono in grado di lasciare un segno sul territorio, evitando assegnazioni incongrue e incrostazioni clientelari. Dal 2000 le 88 fondazioni di origine bancaria hanno erogato oltre 22 miliardi, attraverso 400mila iniziative in campo sociale. Numeri che dovrebbero indurre alla massima attenzione sulla trasparenza e l’efficacia dei finanziamenti.

FdF

 

09/09/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Interdittiva antimafia, Palazzo Spada: ecco come il giudice deve valutare la correttezza del prefetto

Massimo Frontera

Occorre guardare all’esattezza e alla sostanza dell’informativa. L’unico limite del prefetto è il «fatto inesistente o non sintomatico»

Il Consiglio di Stato puntella ulteriormente l’istituto dell’interdittiva antimafia, precisando anche il ruolo del giudice amministrativo chiamato a esprimersi su un istituto posto sul delicato crinale tra l’abuso di potere e la protezione dai rischi di infiltrazione della criminalità organizzata nel tessuto sano della società civile. Ruolo che – ricordano i giudici – va svolto seguendo i binari della “tassatività sostanziale” e la “tassatività processuale”.

L’occasione per ritornare sui principi fondanti dell’informativa antimafia – sulla quale i giudici non nascondono «le preoccupazioni, espresse dalla dottrina e da una parte minoritaria della giurisprudenza amministrativa, circa la tenuta costituzionale» – è offerta da un contenzioso sorto a seguito di una informativa emessa dalla prefettura di Reggio Calabria nei confronti di un’impresa che opera nella ricettività e nell’assistenza ai migranti. I giudici di Palazzo Spada (sentenza n.6105/2019 pubblicata il 5 settembre – Terza Sezione) hanno respinto l’appello, confermando il precedente giudizio del Tar Calabria che a sua volta aveva respinto il ricorso. In particolare il Consiglio di Stato ha respinto l’ennesimo attacco degli appellanti al principio guida del “più probabile che non” alla base della informativa delle prefetture. E ha ritenuto che non ci fossero le condizioni né per sollevare la questione di legittimità costituzionale (sugli articoli 8, comma 4, e 91, comma 6, del Dlgs. n. 159/2011), né per sottoporre la questione all’adunanza plenaria.

Nel rinnovare la validità dei principi alla base dell’istituto, i giudici della Terza Sezione hanno però colto l’occasione di precisare e definire meglio il ruolo del giudice amministrativo, chiamato a sindacare il corretto esercizio del potere prefettizio in materia di infiltrazione mafiosa. «Il giudice amministrativo – afferma il Consiglio di Stato – è chiamato a valutare la gravità del quadro indiziario, posto a base della valutazione prefettizia in ordine al pericolo di infiltrazione mafiosa, e il suo sindacato sull’esercizio del potere prefettizio, con un pieno accesso ai fatti rivelatori del pericolo, consente non solo di sindacare l’esistenza o meno di questi fatti, che devono essere gravi, precisi e concordanti, ma di apprezzare la ragionevolezza e la proporzionalità della prognosi inferenziale che l’autorità amministrativa trae da quei fatti secondo un criterio che, necessariamente, è probabilistico per la natura preventiva, e non sanzionatoria, della misura in esame».

In sostanza, il giudice amministrativo, chiamato a sindacare il corretto esercizio del potere prefettizio «deve farsi attento custode delle irrinunciabili condizioni di tassatività sostanziale e di tassatività processuale di questo potere per una tutela giurisdizionale piena ed effettiva di diritti aventi rango costituzionale, come quello della libera iniziativa imprenditoriale (art. 41 Cost.), nel necessario, ovvio, bilanciamento con l’altrettanto irrinunciabile, vitale, interesse dello Stato a contrastare l’insidia delle mafie».

A fondamento del ruolo del giudice amministrativo circa l’eventuale abuso di potere del prefetto viene richiamata una recente sentenza della Corte Costituzionale (n.195 del 24 luglio 2019). Citando la sentenza, i giudici spiegano che «allorché si versi – come per le informazioni antimafia – al di fuori della materia penale, non può del tutto escludersi che l’esigenza di predeterminazione delle condizioni, in presenza delle quali può legittimamente limitarsi un diritto costituzionalmente e convenzionalmente protetto, possa essere soddisfatta anche sulla base “dell’interpretazione, fornita da una giurisprudenza costante e uniforme, di disposizioni legislative pure caratterizzate dall’uso di clausole generali, o comunque da formule connotate in origine da un certo grado di imprecisione”».

Ecco allora a quali elementi deve guardare il giudice chiamato a valutare il ricorso contro un interdittiva emessa dal prefetto. Sul piano sostanziale i giudici ricordano che «l’interpretazione giurisprudenziale tassativizzante seguita dal Consiglio di Stato consente ragionevolmente di prevedere l’applicazione della misura interdittiva in presenza delle due forme di contiguità, compiacente o soggiacente, dell’impresa ad influenze mafiose, allorquando, cioè, un operatore economico si lasci condizionare dalla minaccia mafiosa e si lasci imporre le condizioni (e/o le persone, le imprese e/o le logiche) da questa volute o, per altro verso, decida di scendere consapevolmente a patti con la mafia nella prospettiva di un qualsivoglia vantaggio per la propria attività».

Sul piano invece della tassatività processuale, deve scendere nel merito delle notizie, da cui deve emergere (secondo la regola del “più probabile che non”) la «gravità del quadro indiziario, posto a base della valutazione prefettizia in ordine al pericolo di infiltrazione mafiosa». Quadro indiziario che, nel caso particolare esaminato dai giudici di Reggio Calabria e ben illustrato anche dai giudici del Consiglio di Stato, è palesemente emerso in tutta la sua gravità e concretezza. «Le condizioni di tassatività sostanziale e di tassatività processuale, così enucleate – concludono i giudici – consentono una interpretazione costituzionalmente e convenzionalmente orientata della normativa in materia».

Nella valutazione delle «risultanze atipiche» che il prefetto indica nelle sue informative, l’unico confine da non superare è il fatto inesistente o il falso indizio: «solo di fronte ad un fatto inesistente od obiettivamente non sintomatico il campo valutativo del potere prefettizio, in questa materia, deve arrestarsi». Per il resto «la funzione di “frontiera avanzata” svolta dall’informazione antimafia nel continuo confronto tra Stato e anti-Stato impone, a servizio delle Prefetture, un uso di strumenti, accertamenti, collegamenti, risultanze, necessariamente anche atipici come atipica, del resto, è la capacità, da parte delle mafie, di perseguire i propri fini».

La sentenza del Consiglio di Stato n.6105/2019

La sentenza della Corte Costituzionale n.195/2019

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09/09/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Appalti truccati e corruzione, ordinanze cautelari per i lavori al Campo Humanitas di Pieve Emanuele

Q.E.T.

Una delle vicende indagate riguarda i lavori di urbanizzazione i cui costi sarebbero stati gonfiati per ottenere scambi di favori

Il nucleo di polizia economico-finanziaria della Guardia di Finanza di Milano ha eseguito dieci ordinanze cautelari, tra cui gli arresti domiciliari per un dipendente del Comune di Pieve Emanuele ed ex responsabile del servizio edilizia e urbanistica del Comune di Basiglio, Arturo Guadagnolo, una misura sospensiva dall’esercizio dai pubblici uffici per 6 mesi per Piero Angelo Riffaldi, dipendente del settore tecnico di Pieve Emanuele, e 8 obblighi di presentazione alla polizia giudiziaria per una serie di imprenditori e per due dipendenti del gruppo ospedaliero Humanitas di Rozzano, gli architetti Marco Gaiazzi e Renato Restelli. Lo riferisce l’Ansa, aggiungendo che anche il gruppo Humanitas risulta indagato per la legge sulla responsabilità amministrativa degli enti. L’inchiesta, coordinata dal pm di Milano Luca Poniz, vede al centro una serie di episodi di corruzione e nove turbative di gare d’appalto per un importo di oltre 8,6 milioni di euro.

In particolare, una delle vicende al centro delle indagini riguarda la realizzazione del “Campus della Pieve” a Pieve Emanuele, un polo sanitario e universitario dell’Humanitas. In questo caso, secondo l’accusa, i due professionisti Gaiazzi e Restelli, che erano in rapporti stretti con Guadagnolo, avrebbero garantito sulla carta lavori di urbanizzazione per circa 3,2 milioni di euro effettuandone, in realtà, molti meno. E il dipendente comunale di Pieve Emanuele in cambio avrebbe ottenuto un incarico per il figlio della compagna alla Fondazione Humanitas, la promessa di altre assunzioni per suoi parenti e anche la possibilità di saltare le liste d’attesa in ospedale.

In un altro dei molti capi di imputazione dell’inchiesta, poi, Guadagnolo è accusato sempre di corruzione per aver ottenuto un incarico a favore del cognato, la promessa di una casa e di 100mila euro come tangente per favorire con varianti e modifiche del piano di governo del territorio di Basiglio (una presunta turbativa d’asta), dove era all’epoca responsabile per l’edilizia in Comune, la società Green Oasis interessata ad ottenere un permesso a costruire. Trentadue gli indagati in totale nell’inchiesta per fatti che sarebbero stati commessi tra il 2015 e il 2016. I militari del Nucleo di polizia economico-finanziaria hanno eseguito in tutto oggi anche 12 decreti di perquisizione.

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09/09/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Progetto Italia, Pietro Salini: «Pronti all’aumento di capitale»

Cheo Condina

«Dal Governo aspettiamo una sterzata sulle infrastrutture»

«Progetto Italia parte: siamo pronti a fare tutto quello che serve sia per l’aumento di capitale sia per servire l’offerta Astaldi, anche per salvaguardare i valori che sono in gioco e le persone». All’indomani del via libera da parte del cda di Salini Impregilo, il numero uno del gruppo Pietro Salini conferma il pieno impegno sul dossier, per il quale è stata appena convocata l’assemblea straordinaria il prossimo 4 ottobre. Allo stesso tempo Salini dice di aspettarsi dal nuovo Governo «una sterzata sulle infrastrutture perché sono quelle che mobilitano l’occupazione, creano fiducia che è quello che ci serve per far ripartire il Paese», confermando la disponibilità di Salini Impregilo a costruire il nuovo Ponte di Genova, che «sarà una dimostrazione importante che quando le cose si vogliono fare si possono fare».

Per quanto riguarda il salvataggio di Astaldi, Salini ieri ha sottolineato come i processi siano diversi: «da una parte c’è l’aumento di capitale dall’altra il processo tecnico che segue le esigenze del Tribunale ma in ogni caso sono strettamente correlati. Noi ci concentriamo su quello che dobbiamo fare noi che è l’aumento di capitale; l’altro spetta al Tribunale che ha sicuramente le idee ben chiare sulla situazione», ha precisato parlando a margine del Infrastructure Day nell’ambito dell’Italian Equity Week organizzata da Borsa Italiana. Un altro tema caldo è poi il possibile allargamento del perimetro del progetto ad altre società – nei mesi scorsi sono circolati i nomi di Pizzarotti e Rizzani de Eccher e tra le potenziali acquisizioni Grandi Lavori Fincosit, Condotte, Trevi – e su questo punto Salini ha chiarito come si stanno coinvolgendo tutti, anche se «ora i tempi sono dettati prima di tutto dalla prima operazione che è quella di Astaldi, che è anche la più concreta (e dovrebbe concludersi per fine anno), mentre le altre sono situazioni che stiamo guardando e poi vedremo, analizziamo e decidiamo».

Infine, interpellato sul processo di internazionalizzazione del gruppo, Salini ha fatto notare come l’Australia sia «un Paese molto importante» senza trascurare il Middle East «che continua a crescere» e gli Usa «dove spero di avere presto notizie importanti». «Questo è un anno importantissimo per noi con un record sulle acquisizioni di ordini. Ed è un anno in cui abbiamo davanti a noi l’opportunità di fare un salto dimensionale vero con l’operazione di Progetto Italia, creando un grande gruppo per il futuro sia italiano che internazionale», ha concluso

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09/09/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Si sblocca il tunnel del Brennero, Fs nomina Cartola nella Spa italo-austriaca

G.Sa.

IIl presidente del consiglio di sorveglianza (Lanfranco Cardia) ha messo all’odg del 17 settembre il rinnovo degli amministratori

Si sblocca la vicenda del tunnel del Brennero dopo un braccio di ferro che dura da alcuni mesi fra i due amministratori del consiglio di gestione della società italo-austriaca Bbt Se, l’italiano Raffaele Zurlo e l’austriaco Konrad Bergmeister. Il presidente di turno del Consiglio di sorveglianza, Lanfranco Cardia, ha infatti messo all’ordine del giorno per la riunione del 17 settembre il ricambio di entrambi gli amministratori, che sono di nomina delle due società ferroviarie partecipanti all’opera, Fs e Obb. Dal lato italiano, Fs procederà certamente al cambio mettendo al posto di Zurlo Gilberto Centola, che ha avuto un ruolo importante nella realizzazione delle gallerie dell’Alta velocità italiana. Per Zurlo è previsto il rientro all’interno del gruppo Fs, da cui proviene: dovrebbe andare a Firenze a occuparsi del progetto della stazione dell’Alta velocità.

La risoluzione del dissidio nella gestione dei lavori del Brennero dovrebbe consentire di evitare rallentamenti e anzi accelerare l’opera che vale 8,2 miliardi complessivamente (per gli austriaci si arriverebbe a 9,2 per un diverso conteggio del costo della vita) e dovrebbe essere completata, secondo la tabella di marcia, nel 2028. Si tratta di una galleria di 64 chilometri, la più lunga d’Europa. Al momento lo stato di avanzamento è all’incirca a un terzo dei lavori e finora non ci sono stati problemi con il territorio, come successo per altre grandi opere. Quanto al finanziamento, diviso in parti uguali fra Italia e Austria, dovrebbe concretizzarsi comunque un contributo dell’Unione europea fino al 40% del costo complessivo.

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