Rassegna stampa 04 settembre 2019

03/09/2019 10.41 – PUBLIC POLICY

GOVERNO, BOZZA PROGRAMMA: ACQUA PUBBLICA E REVISIONE CONCESSIONI AUTOSTRADE

(Public Policy) – Roma, 03 set – “Occorre tutelare i beni comuni, come la scuola, lacqua pubblica, la sanità. Anche le nostre infrastrutture sono beni pubblici ed è per questo che occorre avviare la revisione delle concessioni autostradali”. Questo uno dei punti dell’agenda di Governo Pd-M5s, inserito nella bozza di programma su cui il presidente del Consiglio incaricato Giuseppe Conte è a lavoro.

04/09/2019 – Il Sole 24 Ore
In controtendenza le utility, da A2A piano da 300 milioni

San Filippo Del Mela
Il progetto è stato illustrato ai sindaci che temono la deindustrializzazione
MESSINA Un piano che vale oltre 300 milioni per la riconversione green della centrale di San Filippo del Mela in provincia di Messina oggi alimentata a olio combustibile per una potenza complessiva di 960 Mw e da due impianti fotovoltaici per una produzione di oltre 800 Kw. Per il momento non c’ è nulla di ufficiale ma A2A, tramite la controllata A2A Energiefuture, ha accolto positivamente l’ invito arrivato dai sindaci della zona (di San Filippo del Mela, di Barcellona e Milazzo) e ha avviato un confronto sul futuro della centrale elettrica in vista della scadenza del primo gennaio 2022, quando l’ impianto non sarà più essenziale per il sistema elettrico. Gli amministratori temono per il futuro di un impianto che oggi dà lavoro a 160 persone cui se ne aggiungono quasi altrettante nell’ indotto. E temono che A2A possa decidere di tirare i remi in barca: l’ azienda, va ricordato, ha già incassato il no alla riconversione della centrale in termovalorizzatore. Nel corso dell’ incontro che si è svolto all’ inizio di agosto i vertici di A2A Energiefuture hanno illustrato una proposta industriale basata su tre capisaldi: transizione energetica (ciclo combinato a gas con contestuale fermata di tutti i gruppi ad olio combustibile e compensatori sincroni per servizi alla rete elettrica), in coerenza con quanto previsto da Piano nazionale di decarbonizzazione entro il 2025 già approvato dal Governo; economia circolare (un impianto Forsu il cui iter autorizzativo è già stato avviato e impianto per il recupero della plastica a valle della raccolta differenziata; fonti rinnovabili (fotovoltaico e storage elettrochimico). I sindaci si sono dichiarati favorevoli all’ idea progettuale presentata da A2A ma si sono riservati di fornire spunti più di dettaglio una volta che saranno avviati gli iter autorizzativi dei vari progetti. Il piano illustrato dall’ azienda, tra l’ altro, sarebbe coerente con un Piano di gestione della crisi complessa dell’ area che è già oggetto di confronto in altre sedi istituzionali. Di concreto dunque, per il momento, c’ è l’ investimento di 35 milioni per l’ impianto per la trasformazione della frazione organica dei rifiuti derivante dalla raccolta differenziata in biometano. Un impianto in grado di trattare circa 75.000 tonnellate all’ anno di frazione organica proveniente dalla provincia di Messina e di generare circa sei milioni di metri cubi di biometano green che, una volta immesso in rete, potrà coprire il fabbisogno di circa 5.000 famiglie. L’ impianto sarà anche in grado di produrre 15.000 tonnellate di compost certificato per l’ uso biologico . «Oltre a garantire la continuità operativa del sito, il Polo si configura come un’ opportunità per il territorio della Valle del Mela e una risposta concreta al fabbisogno impiantistico della Sicilia – spiegano dall’ azienda -. Coniuga infatti tre aspetti fondamentali: la sostenibilità ambientale, un miglioramento della qualità dell’ aria e un minor ricorso alle discariche grazie al recupero della frazione organica differenziata dai cittadini; la sostenibilità sociale, con la tutela dei livelli occupazionali del territorio; la sostenibilità economica, con gli investimenti previsti per la realizzazione del progetto». N.Am © RIPRODUZIONE RISERVATA.

04/09/2019 – Italia Oggi
Omesse dichiarazioni, gara ko

ILLECITI PROFESSIONALI/ Il Tar Puglia modifica un orientamento consolidato
La reticenza è causa di revocazione dell’ aggiudicazione
Le incomplete o reticenti dichiarazioni relative ad eventuali illeciti professionali richieste dal codice degli appalti tra i requisiti generali per la partecipazione alle gare costituiscono possibile causa di revoca dell’ aggiudicazione. Lo ha deciso il Tar Puglia con la sentenza della Sezione III 13 agosto 2019, n. 1144 che ha accolto il ricorso (patrocinatore l’ avv. Francesco Follieri), modificando un orientamento precedentemente consolidato sulla rilevanza delle omesse dichiarazioni di illeciti professionali non risultanti dal Casellario Anac. Nel caso di specie, una ditta classificatasi seconda nella graduatoria ha presentato ricorso al Tar contro l’ aggiudicazione della vincitrice evidenziando, a seguito dell’ accesso agli atti, l’ omissione di una serie di dichiarazioni che avrebbero dovuto essere esposte alla stazione appaltante, in osservanza dell’ articolo 80, comma 5, lettera c), del dlgs 50/2016, ai sensi del quale va disposta l’ esclusione dalla gara qualora la stazione appaltante dimostri con mezzi adeguati che l’ operatore economico si è reso colpevole di gravi illeciti professionali, tali da rendere dubbia la sua integrità o affidabilità». Le evidenze documentali avevano dimostrato che la ditta aggiudicataria era in precedenza decaduta (con sentenza passata in giudicato) da un precedente affidamento per non aver presentato la cauzione definitiva, in un altro precedente contratto il ritardo nei pagamenti aveva costretto il comune ad intervenire in via sostitutiva e nell’ appalto oggetto della controversia aveva presentato una fideiussione bancaria considerata insufficiente allo scopo. Il Tar Puglia richiama la giurisprudenza del Consiglio di stato (Sez. V, 3 settembre 2018, n. 5142), secondo la quale lo scopo dell’ articolo 80, comma 5, lettera c), del codice dei contratti è conferire alle stazioni appaltanti il potere di apprezzare le condotte dell’ operatore economico che possono integrare un «grave illecito professionale», sì da metterne in dubbio la sua integrità o affidabilità anche oltre le ipotesi elencate nel medesimo articolo, che hanno carattere meramente esemplificativo. A questo scopo, quindi, l’ amministrazione appaltante deve avere a disposizione quante più informazioni possibili. E l’ onere di fornire le informazioni di dettaglio grava sugli operatori economici, tanto che le omissioni di informazioni rilevanti implica grave errore professionale» che conduce all’ espulsione del concorrente solo se la stazione appaltante lo reputi idoneo a compromettere l’ affidabilità e l’ integrità dell’ operatore. L’ esclusione, dunque, non è automatica, ma le stazioni appaltanti debbono essere messe in condizione di effettuare una doverosa valutazione sulla professionalità dell’ operatore, da cui possa scaturire l’ adeguata motivazione dell’ esclusione o dell’ ammissione. Allo scopo, e questo è il punto saliente della sentenza del Tar Puglia, non sono sufficienti le indicazioni del casellario informatico. I giudici amministrativi richiamano le Linee Guida Anac n. 6 del 2016 (come modificate introdotta dalla delibera del Consiglio dell’ Autorità n. 1008 dell’ 11 ottobre 2017), ricordando che nel merito evidenziano l’ obbligo incombente sugli appaltatori di dichiarare, utilizzando il Dgue «tutte le notizie astrattamente idonee a porre in dubbio la loro integrità o affidabilità» (punto 4.3, attualmente vigente), con conseguente scomparsa della delimitazione dell’ onere di dichiarazione degli illeciti professionali alle sole notizie inserite nel Casellario Informatico gestito dall’ Autorità astrattamente idonee a porre in dubbio la loro integrità o affidabilità». Il Tar Puglia sottolinea che l’ aggiornamento delle Linee Guida 6 traggono origine proprio dall’ esperienza recente che ha registrato più volte l’ incompletezza e il mancato aggiornamento del casellario informatico (sul punto, Consiglio di Stato, parere del 23 ottobre 2018, n. 2626), con conseguente possibilità per la Stazione appaltante di poter accedere in ogni modo possibile alle notizie rilevanti ai fini della valutazione di affidabilità». Per queste ragioni il Tar ha accolto il ricorso, condannando la stazione appaltante alla riedizione del potere amministrativo», cioè all’ approfondimento istruttorio, per verificare se ricorrano o meno i presupposti per escludere dalla gara l’ aggiudicatario e, dunque, affidare l’ appalto alla ricorrente. © Riproduzione riservata. GIUSEPPE ALESSANDRI

04/09/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Sblocca-cantieri, Toninelli firma decreto che assegna 7,5 milioni a piccoli comuni

Q.E.T.

Il provvedimento è stato controfirmato dal ministro dell’Economia Giovanni Tria

Il ministro delle Infrastrutture, Danilo Toninelli, ha firmato il Dm che attua la norma del decreto sblocca cantieri che finanzia opere pubbliche in Comuni sotto i 3.500 abitanti. Lo dice una nota del Mit aggiungendo che il provvedimento è stato controfirmato dal ministro dell’Economia, Giovanni Tria. Il decreto, spiega il comunicato, «individua le modalità e i termini di accesso al finanziamento per lavori di immediata cantierabilità relativi a: manutenzione di strade, illuminazione pubblica, strutture pubbliche comunali e abbattimento delle barriere architettoniche». Le risorse ammontano esattamente a 7.535.118,69 euro e verranno utilizzate per finanziare interventi in 1.152 comuni con meno di 3.500 abitanti. Il finanziamento massimo concesso per ciascun intervento è pari a 200mila euro.

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04/09/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

L’interdittiva antimafia del prefetto giustifica la revoca della Scia

Massimo Frontera

Il Consiglio di Stato: nell’ambito di «tutti i rapporti con la Pa» delle norme antimafia sono incluse anche le autorizzazioni (oltre a contratti e concessioni)

Un’impresa calabrese si è vista revocare la segnalazione certificata di inizio di attività a causa di interdittiva antimafia che la prefettura ha comunicato all’ente locale, in risposta alla richiesta di comunicazione antimafia liberatoria richiesta di quest’ultimo. La segnalazione di inizio attività si riferiva all’attività economica alberghiera, da svolgere in cinque diverse strutture. Strutture che, per effetto della revoca disposta dal comune dopo l’interdittiva antimafia comunicata dal Prefetto, sono state chiuse. Da qui il contenzioso, avviato dall’operatore economico, con ricorso al Tar Calabria e successivamente con ricorso in appello.
Il principale argomento difensivo opposto dall’impresa – e cioè il fatto che le attività soggette a Scia fossero di tipo «squisitamente privatistico» e, dunque, fuori dall’applicazione delle norme antimafia – è stato respinto sia dal Tar Calabria (sentenza n.1544/2018) sia dal Consiglio di Stato. Quest’ultimo, in particolare, con la sentenza pubblicata il 2 settembre scorso (n.6057/2019, Terza sezione), ha argomentato l’illegittimità dei motivi addotti dall’operatore economico, con una articolata argomentazione. Aggiungendo inoltre che il comune non solo la possibilità ma anche il dovere di verificare la veridicità di quanto autocertificato dall’operatore economico, anche attraverso la richiesta alla Prefettura.
Documentazione antimafia anche sulle autorizzazioni
Il punto centrale della tesi dei giudici poggia sulla interpretazione della legge antimafia, e più particolare sull’ambito applicativo affidato al legislatore delegato dalla legge 13 agosto 2010 , n.136 (piano straordinario contro le mafie, nonché delega al Governo in materia di normativa antimafia). Si cita in particolare l’articolo 2 che, tra le altre cose, delega il governo a istituire la banca dati nazionale unica della documentazione antimafia «con riferimento a tutti i rapporti, anche già in essere, con la pubblica amministrazione, finalizzata all’accelerazione delle procedure di rilascio della medesima documentazione e al potenziamento dell’attività di prevenzione dei tentativi di infiltrazione mafiosa nell’attività di impresa». Il fondamento dell’argomentazione dei giudici sta proprio in quel «tutti», riferito ai rapporti dell’operatore economico con la Pa. «È evidente – si legge nella pronuncia di Palazzo Spada – che l’art. 2, comma 1, lett. c) si riferisca a tutti i rapporti con la pubblica amministrazione, senza differenziare le autorizzazioni dalle concessioni e dai contratti, come fanno invece, ed espressamente, le lett. a) e b) e, dunque, la lettera c) si riferisce anche a quei rapporti che, per quanto oggetto di mera autorizzazione, hanno un impatto fortissimo e potenzialmente devastante su beni e interessi pubblici, come nei casi di scarico di sostanze inquinanti o l’esercizio di attività pericolose per la salute e per l’ambiente». Quanto poi alla sottoposizione delle attività economiche oggetto di Scia alla normativa antimafia, i giudici ricordano che è espressamente previsto proprio dal Dlgs attuativo della legge citata delega. Più in particolare si ricorda che, l’articolo 89, comma 2, del Dlgs. n.159/2011 «prevede espressamente, alla lett. a), che l’autocertificazione, da parte dell’interessato, che nei propri confronti non sussistono le cause di divieto, di decadenza o di sospensione, di cui all’art. 67, riguarda anche “attività private, sottoposte a regime autorizzatorio, che possono essere intraprese su segnalazione certificata di inizio attività da parte del privato alla pubblica amministrazione”».
Il comune deve verificare quanto autocertificato dall’impresa
Se poi, a seguito di richiesta di comunicazione antimafia, la prefettura riscontra indizi di tentativi di infiltrazione mafiosa si ricade nel caso previsto dall’articolo 89-bis del Dlgs, con l’interdittiva antimafia che tiene luogo della comunicazione richiesta. «È chiaro quindi – concludono i giudici – per lo stesso tenore letterale del dettato normativo e per espressa volontà del legislatore antimafia, che le attività soggette a s.c.i.a. non sono esenti dai controlli antimafia, diversamente da quanto assume l’appellante, e che il Comune ben possa e anzi debba verificare che l’autocertificazione dell’interessato sia veridica e richiedere al Prefetto di emettere una comunicazione antimafia liberatoria o, come nel caso di specie, revocare la s.c.i.a. in presenza di una informazione antimafia comunque comunicatagli o acquisita dal Prefetto». «Nulla infatti impedisce al Prefetto e, anzi, l’art. 89-bis del d. lgs. n. 159 del 2011 – che ha superato il vaglio di legittimità costituzionale: sent. n. 4 del 2018 della Corte costituzionale – espressamente gli impone di emettere una informazione antimafia, in luogo della comunicazione antimafia liberatoria richiesta dal Comune, laddove accerti la sussistenza di tentativi di infiltrazione mafiosa nell’impresa, anche quando tale richiesta sia effettuata in ipotesi di s.c.i.a. e/o durante i controlli che concernono le attività ad esse soggette, potendo le verifiche di cui all’art. 88, comma 2, essere attivate anche nel caso di autocertificazione, previsto dall’art. 89, comma 2, lett. a), anche per la s.c.i.a.».
La pronuncia del Consiglio di Stato
La pronuncia del Tar Calabria
La pronuncia della Corte Costituzionale n.4/2018

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04/09/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Interdittiva antimafia/2. Per l’informativa non servono prove ma bastano gli indizi

M.Fr.

La principale rassegna della giurisprudenza sull’interdittiva antimafia

Antimafia – Informativa interdittiva – Fondamento – Art. 84, comma 3, D.Lgs. n. 159/2011 – Interpretazione – Nozioni
Pur essendo necessario che nell’interdittiva antimafia siano individuati (ed indicati) idonei e specifici elementi di fatto, obiettivamente sintomatici e rivelatori di concrete connessioni o possibili collegamenti con le organizzazioni malavitose, che sconsigliano l’instaurazione di un rapporto dell’impresa con la Pubblica amministrazione, non è invece necessario un grado di dimostrazione probatoria analogo a quello richiesto per dimostrare l’appartenenza di un soggetto ad associazioni di tipo camorristico o mafioso, potendo l’interdittiva fondarsi su fatti e vicende aventi un valore sintomatico e indiziario e con l’ausilio di indagini che possono risalire anche ad eventi verificatisi a distanza di tempo.
Consiglio di Stato, Sezione 3 – Sentenza 3 luglio 2019, n. 4570

Sicurezza pubblica – Misure di prevenzione – Procedimento – Richiesta di accedere al controllo giudiziario previsto dall’art. 34 – Bis, comma 6, d.lgs. n. 159 del 2011 – provvedimento di rigetto – impugnabilità con ricorso per cassazione ex art. 127, comma 7, cod. proc. pen. – sussistenza – esclusione – ragioni
In materia di misure di prevenzione, il provvedimento di rigetto della richiesta di controllo giudiziario formulata dall’impresa destinataria dell’informazione antimafia interdittiva ai sensi dell’art. 34-bis, comma 6, d.lgs. n. 159 del 2011 non è impugnabile con ricorso per cassazione ex art. 127, comma 7, cod. proc. pen., in quanto il rinvio a detta norma non implica la completa ricezione del modello procedimentale ivi descritto, compreso il ricorso in sede di legittimità, ma riguarda la sola regola di svolgimento dell’udienza camerale, né può trovare applicazione l’art. 111 Cost., in quanto il provvedimento non incide sulla libertà personale e non ha carattere di definitività. (Vedi: SS.UU., n. 17/1992, Rv. 191786).
Corte di Cassazione, Sezione 6 penale – Sentenza 23 maggio 2019, n. 22889

Sicurezza pubblica – Misure di prevenzione – Procedimento – Richiesta di accedere al controllo giudiziario previsto dall’art. 34 – Bis, comma 6, d.lgs. n.159 del 2011 – Provvedimento di rigetto – Ricorso per cassazione ex art. 127, comma 7, cod. proc. pen. – Ammissibilità – Vizi deducibili
In materia di misure di prevenzione, il provvedimento di rigetto della richiesta di controllo giudiziario formulata dall’impresa destinataria dell’informazione antimafia interdittiva, ai sensi dell’art. 34-bis, comma 6, d.lgs. n.159 del 2011, è impugnabile con ricorso per cassazione ex art. 127, comma 7, cod. proc. pen., il cui oggetto può concernere esclusivamente la ricorrenza di eventuali illegittimità del procedimento ex art. 34-bis d.lgs. citato, ovvero l’errata valutazione dei presupposti di legge per ammettere il controllo giudiziario, e non anche l’illegittimità delle misure interdittive antimafia adottate dal prefetto, la cui valutazione resta riservata alla competenza della giustizia amministrativa in sede di ricorso giurisdizionale.
Corte di Cassazione, Sezione 2 penale – Sentenza 3 maggio 2019, n. 18564

Antimafia – Interdittiva antimafia – Provvedimento di conferma – Rischio di inquinamento mafioso – Valutazione in base al criterio del più probabile che non – Fattispecie – Permanenti elementi indizianti
La sopravvenienza di fatti favorevoli all’imprenditore colpito da un provvedimento di interdittiva antimafia e da questi rappresentati impone di verificare nuovamente se persistano ragioni di sicurezza e di ordine pubblico tali da prevalere sull’iniziativa e sulla libertà di impresa del soggetto inciso; l’attualità degli elementi indizianti, da cui trarre la sussistenza dei tentativi di infiltrazione mafiosa, infatti, permane inalterata fino al sopraggiungere di fatti nuovi ed ulteriori che evidenzino il venir meno della situazione di pericolo
Consiglio di Stato, Sezione 3 – Sentenza 2 maggio 2019, n. 2855

Sicurezza pubblica e forze di polizia – Misure di prevenzione – Misure di prevenzione patrimoniale – Controllo giudiziario delle aziende – Richiesta dell’azienda “interdetta” di applicazione del controllo – Apprezzamento del tribunale – Contenuto – Occasionalità dell’infiltrazione – Fattispecie. (Decreto legislativo 6 settembre 2011 n. 159, articoli 34, comma 1, 34-bis, comma 6, 83 e seguenti)
Il controllo giudiziario su richiesta dell’impresa sottoposta a interdittiva antimafia, ex articolo 34 bis, comma 6, del decreto legislativo 6 settembre 2011 n. 159, può essere riconosciuto soltanto nell’ipotesi in cui si tratti di infiltrazione mafiosa avente carattere “occasionale”, giacché l’occasionalità dell’infiltrazione è presupposto necessario del controllo giudiziario, anche se richiesto dalla società interessata (nella specie, la Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso della società avverso il provvedimento di diniego, evidenziando come il tribunale avesse adeguatamente motivato, per escludere l’occasionalità dell’infiltrazione, attraverso la valorizzazione dei dati di fatto che accreditavano un costante rapporto tra la società istante e società facenti capo a esponenti dei contesti di criminalità organizzata operanti sul territorio e che accreditavano, altresì, come tali legami fossero fondati non soltanto su rapporti societari, ma anche su vincoli familiari, in termini tali da infiltrare la società in modo non occasionale).

Sicurezza pubblica e forze di polizia – Misure di prevenzione – Misure di prevenzione patrimoniale – Controllo giudiziario delle aziende – Richiesta dell’azienda “interdetta” di applicazione del controllo – Rigetto – Mezzi di impugnazione – Ricorso per cassazione. (Decreto legislativo 6 settembre 2011 n. 159, articolo 34-bis, comma 6; Cpp, articolo 127, comma 7)
Il provvedimento adottato dal tribunale ai sensi dell’articolo 34-bis, comma 6, del decreto legislativo 6 settembre 2011 n. 159, di diniego della richiesta applicazione del controllo giudiziario formulata dall’impresa destinataria dell’informativa antimafia interdittiva, è impugnabile con ricorso per cassazione ex articolo 127, comma 7, del Cpp.
Corte di Cassazione, Sezione 2 penale – Sentenza 23 aprile 2019, n. 17451

Contratti pubblici – Esclusione dalle gare – Indici di collegamento sostanziale con altra concorrente – Sanzione interdittiva – Impugnazione – Accoglimento – Non provo falso ideologico doloso
Nelle gare pubbliche di appalto, laddove la stazione appaltante esclude l’impresa perché sulla base di indizi ritiene esservi il collegamento sostanziale, la circostanza che il provvedimento di esclusione sia legittimo perché il collegamento sostanziale esiste, non implica necessariamente che l’impresa, nel dichiarare insussistente il collegamento sostanziale, abbia consapevolmente e volontariamente dichiarato il falso.
Consiglio di Stato, Sezione 6 – Sentenza 18 aprile 2019, n. 2518

Antimafia – Informativa prefettizia – Ratio dell’istituto – Individuazione
La ratio dell’informativa prefettizia antimafia è stata individuata nella salvaguardia dell’ordine pubblico economico, della libera concorrenza tra le imprese e del buon andamento della pubblica amministrazione: l’interdittiva antimafia, invero, comporta che il Prefetto escluda che un imprenditore – pur dotato di adeguati mezzi economici e di una adeguata organizzazione – meriti la fiducia delle Istituzioni (vale a dire che risulti “affidabile”) e possa essere titolare di rapporti contrattuali con le pubbliche amministrazioni o degli altri titoli abilitativi, individuati dalla legge.
Tribunale Amministrativo Regionale Calabria – Catanzaro, Sezione 1 – Sentenza 11 aprile 2019, n. 763

Mafia – Informativa antimafia – Presupposti – Vicinanza a soggetto collegato alla criminalità organizzata – condanna successiva all’incontro – Irrilevanza ex se
Ai fini dell’adozione dell’interdittiva antimafia non rileva che all’epoca degli accertati “incontri” tra il destinatario della misura preventiva e il soggetto vicino alla criminalità organizzata questo non avesse ancora subito condanne. La data della pronuncia di condanna infatti non cristallizza il momento in cui la persona si è avvicinata al sodalizio di stampo mafioso.
Consiglio di Stato, Sezione 3 – Sentenza 3 aprile 2019, n. 2211

Professionisti – Misure cautelari – Commercialista coinvolto negli affari illeciti dei clienti – Limiti
La misura interdittiva avente ad oggetto il divieto dell’attività del commercialista, accertato il coinvolgimento di questi negli affari illeciti dei clienti, disponga il termine massimo previsto dalla legge è privo di efficacia se il giudice della cautela, nel redigere la motivazione del provvedimento, non argomenti sufficientemente la ragione dell’applicazione del termine massimo della misura, in riferimento alla natura degli affari del professionista e il grado del coinvolgimento di questi negli stessi.
Corte di Cassazione, Sezione 5 penale – Sentenza 13 marzo 2019, n. 11278

Misure cautelari – Personali – Misure coercitive – In genere – – Applicazione cumulativa di misure coercitive e interdittive sin dalla fase genetica – Legittimità – Condizioni
In tema di misure cautelari personali, l’applicazione cumulativa di una misura coercitiva e di una misura interdittiva, ai sensi dell’art.275, comma 3, cod.proc.pen., non è limitata ai soli casi in cui il pubblico ministero richieda la custodia cautelare in carcere ed il giudice ritenga che le esigenze cautelari possano essere adeguatamente fronteggiate con la somma di misure personali meno gravose, atteso che la richiesta cumulativa di tali misure può essere anche originariamente formulata dal pubblico ministero.
Corte di Cassazione, Sezione 6 penale – Sentenza 8 marzo 2019, n. 10278

Informazione interdittiva antimafia – Fitta rete di interrelazioni familiari e societarie – Indici di pericolo di condizionamento – Pericolo infiltrativo nell’attività imprenditoriale – Sussistenza
L’esistenza di legami affettivi può costituire elementi rilevatori di una regia familiare dell’impresa, che assume rilievo alla luce della struttura stessa delle associazioni mafiose.
Consiglio di Stato, Sezione 3 – Sentenza 26 febbraio 2019, n. 1359

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