Rassegna stampa 03 settembre 2019

02/09/2019 13.23 – quotidiano energia

Corte dei Conti Ue, faro sull’Industria 4.0

Verificare gli effetti delle politiche Ue per la promozione dell’Industria 4.0 e dell’innovazione digitale.
Con questo obiettivo la Corte dei Conti europea ha avviato un audit sulle misure per il sostegno e il finanziamento alla digitalizzazione delle imprese del Vecchio continente. In particolare, i giudici del Lussemburgo vogliono verificare se la Commissione è in grado di fornire agli Stati membri un supporto efficace per la digitalizzazione delle rispettive industrie anche attraverso la creazione di “un contesto giuridico idoneo”, precisa una nota. La Corte vuole, poi, approfondire l’assistenza alle start-up e alle piccole e medie imprese.

Un’operazione – spiega Iliana Ivanova, componente della Corte responsabile dell’audit – che nasce dalla consapevolezza della necessità di “sostenere le imprese nella trasformazione in corso”, se la Ue vuole restare “competitiva” rispetto alle altre grandi economie del mondo. Ivanova aggiunge anche che “ci si attende che entro il 2025 vengano fatti notevoli passi in avanti verso l’industria 4.0” mentre le imprese di tutta la Ue, e in particolare le Pmi, “dovrebbero prepararsi ad adattare le loro modalità di lavoro tradizionali alla più recente tecnologia digitale”.

Nel documento preliminare all’audit che la Corte ha pubblicato giovedì, si ricordano anche le iniziative avviate a livello Ue per creare un mercato unico e per digitalizzare l’industria con interventi nel campo dell’economia basata sui dati, dell’IoT e del cloud computing. Nel 2016, la Commissione ha varato l’iniziativa “Digitalizzazione dell’industria europea” con fondi per 11,5 mld € forniti tramite Horizon 2020 e il Fondo europeo di sviluppo regionale. Bruxelles stima che l’iniziativa stimolerà investimenti pubblici e privati per quasi 40 mld € entro il 2020 e prevede di continuare a finanziare l’innovazione digitale nel periodo 2021-2027.

La Corte analizzerà una serie di progetti e potrebbe effetuare visite in Germania, Ungheria, Polonia e Portogallo. La pubblicazione della relazione di audit è prevista nel 2020.

02/09/2019

Gestione integrata delle garanzie sui mercati dell’energia MGP ed MI e sul mercato spot del gas (MP-GAS) – netting: approvazione del Testo Integrato della Disciplina del Mercato Elettrico e della Disciplina del mercato del gas naturale.

Con Decreto del Ministro dello Sviluppo Economico (MiSE), sono state approvate le modifiche al Testo Integrato della Disciplina del Mercato Elettrico e alla Disciplina del mercato del gas naturale. La data di acquisto di efficacia delle modifiche, ovvero di avvio operativo del netting, è il giorno di negoziazione 28 novembre 2019. Si informa inoltre che al fine di consentire agli operatori interessati di testare le nuove modalità di gestione delle garanzie il GME organizzerà delle sessioni di prove in bianco nel periodo 21/10 – 31/10.  Link sito GME  per il comunicato completo.

03/09/2019 – Il Sole 24 Ore
Utility che studiano da banca: test sui pagamenti elettronici

SERVIZI
Enel, Hera, A2A, Acea, Eni analizzano nuovi business grazie alla direttiva Psd2 Focus sul numero di clienti e sulla possibilità di gestire direttamente le bollette
Il mondo delle utility è in fermento in vista della lberalizzazione dell’ ultimo miglio dei conti correnti bancari prevista dalla direttiva Psd2 sui pagamenti elettronici. Una rivoluzione per le transazioni online che però difficilmente scatterà dal 14 settembre, data dalla quale entreranno in vigore le nuove regole. In paesi come l’ Italia, in cui il cliente difficilmente autorizzerebbe un operatore di cui non ha piena fiducia a operare sul proprio conto corrente, la apertura vera e propria del mercato richiederà tempo. Ma intanto le società che vendono energia, elettrica e gas, stanno cominciando a muoversi per valutare le nuove opportunità di business collegate alla gestione dei pagamenti. A fare da apripista nei mesi scorsi è stata EnelX, società dei servizi innovativi del gruppo Enel, che ha chiesto e ottenuto dalla Banca d’ Italia l’ autorizzazione a diventare un istituto di moneta elettronica, una sorta di mini banca. Ma altre società hanno avviato valutazioni per capire come entrare nel nuovo business. Tra queste Hera, A2A e Acea, mentre Eni ha deciso di affidarsi a Postepay per la gestione di queste attività. Al vaglio delle due società ci sono varie opzioni di servizi finanziari, come il pagamento dei bollettini premarcati e il prelievo di contante in combinazione con l’ erogazione di carburante. Postepay è forse uno degli operatori più attrezzati in Italia per queste attività: la società creata dal gruppo Poste a fine 2018 è già diventata Imel ed ha nei fatti costituito quello che nel settore viene definito un “ecosistema” tra mondo fisico, digitale e di telefonia mobile. Esso si basa sulla convergenza di milioni di clienti dei prodotti tradizionali postali (conti correnti, risparmio postale), con quelli delle carte di debito (27 milioni le carte gestite), e le app di pagamento (24,5 milioni) con le potenzialità del mondo digitale che si combinano con la telefonia (in Postepay lo scorso anno è confluito l’ operatore di telefonia Poste Mobile). Postepay, tra l’ altro, ha stretto un’ alleanza con GooglePay che le consente di offrire i suoi servizi all’ 80% di clienti italiani di telefonia mobile che usano il sistema Android. Tornando al mondo dell’ energia, l’ utility che è più avanti, dopo Enel, negli approfondimenti è il gruppo Hera, che comunque era già all’ avanguardia nel settore considerati gli accordi già stipulati in passato con banche e con la società delle infrastrutture dei pagamenti Sia (controllata da Cdp e Poste) per le transazioni via cellulare attraverso Jiffy. Come tutti gli altri operatori, Hera mantiene il riserbo su cosa bolle in pentola. Va ricordato il fatto che anche EnelX per entrare nel settore – non solo in Italia ma a livello globale – ha stretto una partnership con Sia, affidandole la realizzazione della piattaforma dei pagamenti e la consulenza. Non è da escludere che Hera stia pensando a qualcosa di simile, anche se nessuna conferma ufficiale viene fornita. Va detto che l’ ingresso diretto nei pagamenti elettronici(senza affidarsi a soggetti terzi autorizzati) può assumere varie vesti: l’ Imel è quella più articolata e complessa (consente emissioni di carte di credito e prestiti fino a 12 mesi), ma ci sono versioni più semplici, come l’ istituto di pagamento. «Il Gruppo Hera guarda con attenzione alla direttiva europea Psd2 sui pagamenti elettronici, che apre nuove opportunità nella relazione con i clienti. Sul fronte della digitalizzazione di infrastrutture e servizi, infatti, Hera è da tempo impegnata per fornire ai propri clienti maggiori e più agili opportunità di pagamento, intercettando un pubblico sempre più smart e connesso. Proprio per questo, Hera sta approfondendo anche le opportunità offerte dalla direttiva Psd2, valutandone possibili sviluppi per ampliare ulteriormente la gamma di servizi offerti al cliente e per migliorare la user experience», spiega una nota della società. Sono molte le opportunità per le utility schiuse dalla Psd2 che, ricordiamo, consente a nuovi operatori – previa autorizzazione del clienti e attivabili attraverso le app – di entrare nel conto corrente per disporre addebiti diretti e proporre nuovi servizi (finanziari e non solo) agli utenti, disintermediando le banche. Le potenzialità sono legate all’ elevato numero di clienti e alla emissione delle bollette (energia, gas, acqua, rifiuti etc): basti pensare che poter gestire l’ addebito diretto consente di ridurre i casi di evasione e porta i guadagni sulle transazioni alla stessa azienda. Ma questo è solo il punto di partenza: EnelX, ad esempio, intende gestire direttamente anche tutti i pagamenti legati alla mobilità elettrica (le ricariche in particolare) e non solo. Anche A2A si è mossa per tempo: in questa fase l’ utility lombarda guidata da Valerio Camerano sta avviando fasi di test su pagamenti legati all’ offerta di nuovi servizi. Anche qui i dettagli sono lesinati. L’ utility capitolina Acea, guidata da Stefano Antonio Donnarumma, ha avviato una fase di studio. «Acea sta guardando con interesse alle opportunità che l’ applicazione della normativa Psd2 potrà portare ai business in cui opera – spiega la società -. Al momento nessun progetto è stato avviato, sicuramente l’ interesse primario è quello di offrire al cliente un servizio sempre migliore, in questa ottica si muoverà l’ azienda». © RIPRODUZIONE RISERVATA. Laura Serafini

03/09/2019 – Alto Adige
Il teleriscaldamento si amplia e servirà 40 mila cittadini

Comune. La giunta ha approvato la richiesta di Alperia per allargare la rete dell’ impianto sfruttando il calore prodotto dal termovalorizzatore. Addio alle vecchie caldaie
BOLZANO. La città, ormai da settimane, è un immenso cantiere: si scava per il WaltherPark, per il metrobus, per sostituire le vecchie tubature e, contemporaneamente, per il teleriscaldamento. Via libera ieri dalla giunta comunale all’ ampliamento dell’ ambito del territorio comunale che sarà servito da impianti di teleriscaldamento. «Si tratta -ha detto il Sindaco Caramaschi- dei progetti che Alperia ha presentato per l’ ampliamento della rete del teleriscaldamento utilizzando il calore prodotto dal termovalorizzatore in modo tale che alla fine della posa delle tubazioni, circa 40.000 cittadini di Bolzano potranno allacciarsi a questa fonte di calore assolutamente più economica e meno inquinante. Tutto ciò consentirà di spegnere le singole centrali dei condomini e ci sarà un controllo anche da un punto di vista tecnico, centralizzato e più efficiente. Con questo sistema contiamo di non disperdere l’ aria calda nel cielo di Bolzano, ma di utilizzarla per il riscaldare edifici pubblici, condomini e case private. I cittadini dovranno necessariamente sopportare i disagi dovuti ai lavori di posa delle tubazioni, ma in contemporanea con questi interventi verranno anche sostituite laddove necessario, le tubazione dell’ acqua e del gas in cattivo stato. Il teleriscaldamento comporta necessariamente un’ opera di ammodernamento infrastrutturale. Per quanto riguarda l’ ampliamento dell’ ambito di territorio servito dal teleriscaldamento approvato dalla giunta, i lavori potrebbero iniziare con la primavera del prossimo anno, mentre Alperia sta già concludendo in alcune zone della città, la posa delle condotte».Il vice sindaco Luis Walcher ha aggiunto che con i lavori del 7° lotto del teleriscaldamento, si andrà ad utilizzare tutto il potenziale di calore prodotto dal termovalorizzatore. A proposito di cantieri stradali, Walcher ha anche annunciato per questa settimana l’ avvio dei lavori nell’ ambito della realizzazione della corsia preferenziale per il trasporto pubblico sull’ asse di via Druso, nel tratto compreso tra via Palermo e piazza Adriano.

02/09/2019 – ANSA

Bei punta a nuova strategia, investimenti su energia pulita

Il 10/9 cda discute la proposta,voto Italia utile a svolta green

La Banca europea per gli investimenti (Bei) punta a cambiare obiettivo nella elargizione dei suoi finanziamenti in campo energetico con una svolta green: entro fine 2020 intende dire stop ai progetti che riguardano i combustibili fossili per concentrarsi sulle energie rinnovabili e sulle nuove tecnologie in grado di accelerare la de-carbonizzazione del mix energetico e la transizione energetica. La bozza di questa proposta sarà discussa il 10 settembre dal consiglio d’amministrazione della banca, composto dai ministri delle finanze degli Stati membri Ue.
La banca, che investe 10-12 miliardi di euro all’anno per sostenere il settore energetico, nel luglio scorso ha pubblicato la bozza di questa nuova politica di credito degli investimenti completamente allineata all’Accordo di Parigi sul clima del 2015 sulla riduzione delle emissioni di gas a effetto serra e sul contenimento dell’aumento della temperatura media del pianeta riconoscendo che le rinnovabili saranno la maggior parte delle fonti di energia a basse emissioni di CO2 entro il 2050.
L’Italia, storicamente il principale Paese beneficiario della finanza Bei, con quasi 200 miliardi di prestiti dal 1958, nel solo 2018 ha ricevuto 8,5 miliardi, pari allo 0,5% del Pil. La nuova strategia della Bei rappresenta, dunque, un’opportunità per l’elettrificazione dei sistemi energetici italiani e per le imprese che si occupano di sostenibilità. Dalla bozza della nuova strategia emerge che la banca vuole contribuire a colmare le lacune negli investimenti in efficienza energetica e nuove tecnologie a basse emissioni di carbonio.
“Il 10 settembre segnerà il primo test sulla svolta green del possibile nuovo Governo – osserva Luca Bergamaschi ricercatore associato del Programma Energia, clima e risorse dell’Istituto Affari internazionali (Iai) – E’ fondamentale che l’Italia giochi un ruolo di primo piano approvando senza esitazioni la proposta” della Bei. “Se approvata, diventerebbe la politica finanziaria più ambiziosa e allineata all’Accordo di Parigi a livello globale, mandando un segnale politico forte a tutto il mondo della direzione verso cui marcia l’Europa”.
Gli 8,5 miliardi di nuova finanza arrivati in Italia nel 2018 hanno sostenuto 77.500 Pmi e 897.000 posti di lavoro; tutti i comparti dell’economia hanno ottenuto finanziamenti, dalle infrastrutture all’energia, dalle tlc all’ambiente. L’anno scorso l’Italia è stato il secondo paese che ha goduto di più finanziamenti Bei (dopo la Spagna) di cui il 23% dedicato al clima (1,6 miliardi) in particolare ai trasporti sostenibili (ad esempio l’acquisto di nuovi treni in Lombardia), efficienza energetica, ricerca, sviluppo e innovazione, rinnovabili, adattamento. Altri finanziamenti per 250 milioni sono andati all’Enel per i contatori intelligenti di ultima generazione (il pacchetto è di un miliardo di cui i primi 500 milioni sborsati nel 2017, 250 milioni nel 2018 e i rimanenti nei prossimi mesi) e 10 milioni sempre a Enel per le colonnine di ricarica elettriche. L’approvazione della nuova strategia della Bei “darebbe un impulso significativo agli investimenti green in Italia – osserva Bergamaschi – che finora si sono mossi a rilento. Nel 2018 le rinnovabili hanno ricevuto solo 48 milioni di finanziamento, quattro volte in meno di quanto è stato destinato alle infrastrutture fossili, in particolare il gas il cui ruolo in Italia è sovrastimato e rischia di rallentare la transizione ecologica. Senza un cambio di rotta sul gas – responsabile del 30% dei consumi finali di energia e del 55% di emissioni di CO2 nel settore elettrico (molto di più del carbone che è responsabile del 30% delle emissioni di CO2 nel settore elettrico e conta meno del 2% nei consumi finali) – conclude l’esperto – sarà impossibile realizzare la de-carbonizzazione in Italia”. RIPRODUZIONE RISERVATA © Copyright ANSA

03/09/2019 – Italia Oggi
Partecipate in house, trasferimenti fondi con Iva

Il trasferimento di fondi da parte delle pubbliche amministrazioni alle società partecipate affidatarie in house di un servizio pubblico locale sono rilevanti Iva se le pattuizioni contrattuali evidenziano la sussistenza del presupposto oggettivo, intercorrendo tra le parti un rapporto giuridico sinallagmatico con rispettivi obblighi e/o doveri. Lo ribadisce l’ Agenzia delle entrate nella risposta 363/2019, rigettando l’ interpretazione di un comune che considerava l’ erogazione fuori campo. L’ ente riteneva che le somme oggetto del trasferimento alla società che gestisce in house per l’ attività di gestione post-operativa, sorveglianza e controllo di una discarica, non avessero natura di corrispettivo, in quanto trattasi di un mero trasferimento di un fondo accantonato negli anni per fronteggiare necessità future legate allo svolgimento di particolari attività che si sarebbero rese necessarie. Inoltre, per l’ interpellante, in presenza di affidamento diretto a una società in house, come nel caso prospettato, risulterebbe assente quella relazione intersoggettiva che dovrebbe essere il presupposto per configurare una determinata operazione rilevante ai fini dell’ Iva. Diversamente, tra le parti si instaura una relazione interorganica, attraverso la quale la società affidataria costituisce la longa manus del comune. In sostanza, l’ erogazione delle somme si traduce nella messa a disposizione di fondi per realizzare un’ attività che è regolata da leggi e atti di altri enti di controllo e non da appalti e il comune svolge un’ attività di controllo nei confronti della società. Di diverso l’ Agenzia che, richiamando precedenti di prassi, conferma l’ irrilevanza del modello «in house», dato che viene stipulato comunque con contratto di servizio e la rilevanza, viceversa, della natura societaria della partecipata, in base alla quale le operazioni svolte si considerano effettuate in ogni caso nell’ esercizio d’ impresa, in ragione del comma 2 dell’ art. 4 del dpr 633/72, anche se riconducibili a funzioni istituzionali dell’ ente di provenienza o appartenenza. L’ Agenzia, sulla base della circolare 34/E/2013, procede poi ad elencare, dettagliatamente, le clausole contrattuali che evidenziano la natura sinallagmatica del rapporto. Di conseguenza, l’ attività svolta dalla società a favore del comune costituisce un’ operazione rilevante ai fini Iva per la sussistenza sia del requisito soggettivo sia di quello oggettivo. © Riproduzione riservata. MATTEO BARBERO

02/09/2019 – Italia Oggi

Boom di appalti in affidamento

In crescita per i contratti di lavori fino a 150 mila euro per effetto dello Sblocca cantieri. Il 19,7% delle procedure effettuate dagli enti locali

Pagina a cura di Andrea Mascolini

Nel 2018 le aggiudicazioni di appalti con procedure aperte sono risultate in aumento del 15,4% rispetto al 2017, le procedure ristrette del 22,8%; in lieve flessione gli affidamenti diretti (-11,2% rispetto al precedente anno, ma gli ultimi dati post decreto Sblocca cantieri già parlano di un boom di affidamenti diretti fino a 150 mila euro di lavori); continua a rimanere abbastanza significativa la quota del 35,8% relativa agli importi affidati con procedure negoziate o affidamenti diretti. Sono questi i dati, aggiornati fino a marzo 2019, sul mercato dei contratti pubblici che emergono dalla lettura della relazione annuale dell’Autorità nazionale anticorruzione al parlamento e al governo illustrata il 6 giugno a Roma.

La relazione Anac ha rilevato che, in termini di numero, con la procedura aperta sono state assegnate nel 2018 circa il 5% delle procedure totali. Mentre, complessivamente, nel 48% e 19,1% dei casi (per un totale di ben il 67%), le stazioni appaltanti sono ricorse ad una procedura negoziata (con o senza bando) o all’affidamento diretto.

Per quanto riguarda gli importi, anche nel 2018 la procedura aperta si conferma la modalità con cui si affida il maggior importo dei contratti pubblici (circa il 52,2%); modalità di affidamento che è aumentata rispetto al 2017 del 15,4% insieme alle procedure ristrette (+22,8). In aumento, a livello di importo, anche le procedure negoziate con bando (+37,8%), mentre, in contrazione quasi fisiologica abbiamo i sistemi dinamici di acquisizione (-57,8%) che diminuiscono dopo una rilevante crescita nel biennio precedente. In diminuzione, sempre a livello di importo, le procedure negoziate senza bando (-16,9%) e gli affidamenti diretti (-11,2%).

Se si guarda alle procedure di affidamento (numero, importi complessivi e percentuali) suddivise per tipologia di stazione appaltante (si parla nella relazione di circa 32mila stazioni appaltanti) emerge che il valore complessivo della domanda dei circa 139,5 miliardi di euro è associata per il 40,8% al settore servizi di interesse generale, quali enti, concessionari e imprese di elettricità, gas, trasporti, telecomunicazioni, servizi postali, gestione rifiuti, ecc. (con punte afferenti agli enti e concessionari in ambito di trasporto ferroviario 9,6% o in ambito di produzione, trasmissione e distribuzione di energia elettrica 6,1%); per il 19,7% al settore enti locali (con punte di cui ai comuni 9,2% e alle regioni 7,2%); per il 16,7% al settore sanità di cui l’8% afferente alle aziende del servizio sanitario nazionale; e per il 12,2% alle centrali di committenza (escluse le centrali di committenza del settore sanità), di cui il 6,4% afferente a Consip.

A livello di numero, pesano, anche quest’anno, di più i settori locali (30,1%), seguiti dal settore servizi di interesse generale quali elettricità, gas, trasporti, ecc. (23,9%) e da quelli relativi al settore sanità (23,4%).

Il settore dei servizi finanziari, bancari e assicurativi, gli organi centrali, il settore scientifico e il settore dei servizi di interesse generale (elettricità, gas, trasporti, telecomunicazioni, ecc.) risultano essere, stando ai dati Anac, quelli meno propensi nella scelta di procedure aperte e ristrette, utilizzando procedure negoziate e affidamenti diretti, rispettivamente per l’83,9, l’81,4, l’81,4 e il 61,1%. Tuttavia, a livello di importo, i quattro settori appena citati utilizzano le procedure aperte e ristrette rispettivamente per il 75,7, il 65,0, il 59,1 e il 51,2%.

Le centrali di committenza insieme al settore sanità sono quelle classi che sia a livello di numero sia a livello di importi effettuano, in assoluto, più procedure aperte o ristrette. © Riproduzione riservata

 

 

03/09/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Grandi opere/1. Ecco le 77 infrastrutture (per 38 miliardi di euro) in attesa del commissario

Giorgio Santilli

Il ministro Toninelli ha completato e inviato al ministero dell’Economia il lavoro fatto con Fs e Anas. Per il via ai lavori servono i decreti di Conte

Sono 77 le opere che avranno un commissario straordinario previsto dal decreto sblocca cantieri e valgono quasi 38 miliardi di euro. Ha messo insieme l’elenco il ministro delle infrastrutture, Danilo Toninelli, con l’aiuto fondamentale di Ferrovie e Anas, e lo ha trasmesso a fine luglio al ministero dell’Economia che deve “vistare” il piano e mandarlo al presidente del Consiglio per l’approvazione dei decreti di nomina dei commissari. Dall’elenco delle opere in attesa di commissario non manca nessuna delle grandi opere ferroviarie e stradali nazionali che devono essere accelerate. Nella lista di Toninelli fanno la parte del leone, sul piano degli importi, le 23 opere ferroviarie che valgono, in termini di costi, 30,5 miliardi.
L’opera più importante, in termini strategici e di importi, è l’alta velocità Brescia-Padova che vale più di 8,6 miliardi, mentre sull’asse verso il Brennero c’è il potenziamento della Fortezza-Verona (3,4 miliardi). In Lombardia un gruppo di cinque opere strategiche: Gallarate-Rho, Rogoredo-Pavia, Codogno-Cremona-Mantova, Bergamo-aeroporto Orio al Serio, Ponte San Pietro-Bergamo-Montello. C’è il collegamento per l’aeroporto di Venezia, la Pescara-Bari, la Roma-Pescara, la Ferrandina-Matera, il potenziamento della Venezia-Trieste, la Pontremolese.Molto diffuse sul territorio le opere stradali: in tutto sono 54 per un valore di 7,2 miliardi. Fra le più importanti (l’elenco completo è pubblicato a lato, sotto la carta geografica) vanno segnalati il raccordo autostradale fra la A4 e la Val di Trompia (258 milioni), i quattro lotti di ammodernamento della statale 106 Jonica (per un totale di 352 milioni), la variante tra Bari e Mola (250 milioni), i lavori della statale 121 a Palermo (376 milioni), la tangenziale di Gela (316 milioni), il collegamento fra il porto di Civitavecchia e Orte (466 milioni).
Nell’elenco ci sono anche il Terzo valico e il nodo ferroviario di Genova per cui il commissario è stato già nominato, con una scelta di prima qualità quale quella di Marco Rettighieri. Così come ci sono le opere stradali in provincia di Belluno per Cortina 2021 dove il commissario già nominato è il presidente dell’Anas Claudio andrea Gemme. Ovviamente non ci sono la Tav Torino-Lione e il Brennero che hanno già propri commissari, europei e nazionali. Non c’è neanche l’altra opera controversa di questo periodo, la Gronda di Genova, ma le opere delle concessionarie autostradali non erano contemplate nel decreto e un commissario straordinario per loro è ipotizzabile solo in caso di accordo. Non tutte le opere dell’elenco vedranno il cantiere a breve: ci sono interventi in corso, ma anche interventi in attesa di completare l’iter e interventi ancora in corso di progettazione, ma certo i commissari potranno dare l’accelerazione che tutti aspettano, soprattutto per ridurre quegli otto anni medi di iter oggi necessari per aprire un cantiere.
I commissari saranno prevalentemente dirigenti delle due società delle Fs, Rete Ferroviaria Italia e Anas, e ogni commissario avrà numerose opere nel proprio perimetro.È questo, insomma, il piano da cui ripartirà il nuovo governo giallorosso se Giuseppe Conte riuscirà a formarlo. È il piano da cui ripartirà lo stesso Conte che ha sempre mandato segnali di voler accelerare anche da Palazzo Chigi gli investimenti pubblici. Difficile che su un elenco di questo tipo il Pd non sia favorevole. Al netto, ovviamente, della questione autostradale su cui si è comunque registrata una prima intesa M5S-Pd (si veda Il Sole 24 Ore del 29 agosto) e di qualche correzione o chiarimento o aggiunta sempre possibili, quello messo a punto da Toninelli ha l’aria di essere un piano nazionale di ferrovie e strade su cui la convergenza dovrebbe essere ampia. Ora semmai serve che il ministero dell’Economia completi rapidamente la propria istruttoria e che Palazzo Chigi approvi.

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03/09/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Grandi opere/2. Tante parole, zero cantieri: serve un cambio di passo

Giorgio Santilli

Gli ultimi otto mesi sono stati uno spettacolo indecente. Il braccio di ferro sulla Tav ha fatto male a tutti. Basta discussioni. Partire subito

Soltanto parole: liti, discussioni infinite, politica della peggiore specie. Parole su carta: decreti, correzioni, contro-correzioni parlamentari, emendamenti annunciati e poi ritirati, una catena infinita di atti attuativi. Parole di una politica sterile, parole di burocrazia senza fine. Zero cantieri. Gli ultimi otto mesi sono stati uno spettacolo indecente e il risultato è che all’analisi, giusta, sulla necessità di sbloccare i cantieri, non sono seguiti i fatti.È forse un paradosso che il primo atto concreto venga da un ministro che sta facendo le valigie e che è stato considerato un uomo che ha frenato e non ha accelerato. Il braccio di ferro sulla Tav ha fatto male a tutti.
Il piano presentato da Toninelli alla presidenza del consiglio – via ministro dell’Economia – è comunque un atto concreto cui deve rispondere una decisione operativa in tempi rapidissimi. Abbiamo bisogno di aprire subito i cantieri ovunque possibile e di accelerare le progettazioni per aprirli il prima possibile. Il premier si faccia garante di questo e la nuova maggioranza lo aiuti in questa direzione. L’ultima cosa di cui ora abbiamo bisogno è ricominciare a discutere norme e progetti, questo sì, quello no, magari dividendosi su colpe e responsabilità. Partiamo da quello che c’è e facciamo subito. Subito. E se ci sono cose da aggiungere, si aggiungano, senza riaprire discussioni che sono una ferita per il Paese.

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02/09/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Concessioni, sì alla riforma: sulle revoche decide il premier

Giorgio Santilli

Accordo M5S-Pd su una «revisione» generale per una tariffa che premi chi investe davvero. Il premier terrà conto del parere che evidenzia forti rischi

«Le nostre infrastrutture sono beni pubblici ed è per questo che va avviata la revisione delle concessioni autostradali, che garantisca maggiori investimenti, manutenzioni, tutela degli utenti e che rafforzi il sistema della vigilanza in ordine alla sicurezza infrastrutturale». Le tre righe nel documento programmatico congiunto preparato da M5S e Pd per il premier incaricato Giuseppe Conte danno già un’idea chiara di dove le due forze politiche vogliono andare a parare per risolvere, con un compromesso onorevole, una delle questioni più spinose del programma di governo. Si tratta di archiviare pesanti contrasti alzando l’orizzonte. Il documento dà la direzione di marcia ma non dice ancora tutto. Direzione di marcia verso l’accordo confermata ieri da uno dei mediatori al tavolo programmatico, l’ex ministro delle Infrastrutture Graziano Delrio: «Una revisione delle concessioni pubbliche, non solo quella di Autostrade, ci trova perfettamente d’accordo.
Non c’è alcuna timidezza su questo. L’obiettivo è una maggiore protezione dei beni pubblici».Due sono gli elementi da aggiungere per completare il quadro e capire che il compromesso raggiunto, almeno in questa fase, è più solido delle tre righe di sintesi inserite nel documento di programma. Il primo elemento è che cosa significhi una «revisione» che accresca investimenti e manutenzioni e tuteli gli utenti. Chi, come Delrio, conosce bene la materia, non ha problemi a cercare il riferimento giusto. E il riferimento trovato è alla delibera 71/2019 dell’Autorità di regolazione dei trasporti che ha avviato, lo scorso giugno, il processo di riforma delle tariffe autostradali, definendo un solo metodo tariffario per tutte le concessionarie: un vero price cap (inflazione programmata meno X di efficientamento) che premi i miglioramenti di efficienza della gestione e l’effettiva e tempestiva realizzazione degli investimenti programmati. Ci sarà spazio nella definizione di dettaglio, lasciata in prima battuta al presidente del consiglio incaricato, per capire se – rispetto alla proposta dell’Autorità – vadano introdotte correzioni soprattutto per tutelare gli investimenti in corso.
La base per la revisione, però, è in quel provvedimento che, per altro, sarebbe già operativo dal 2020 essendo stato previsto dal primo decreto Genova. Il meccanismo su cui sta maturando la convergenza M5S-Pd prevede anche una penalità applicabile nel caso in cui il ritardo nell’effettuazione degli investimenti sia imputabile al concessionario. Le regole varrebbero per tutti i concessionari.Una «revisione» seria e condivisa della materia concessoria – che potrebbe poi allargarsi ad altri settori – consentirebbe di prendere tempo e smorzare il confronto sull’altro tema, spinosissimo ma assente dalla bozza di accordo, della revoca della concessione ad Aspi. E qui subentra il secondo elemento da tenere presente nell’ambito delle pre-intese di governo. I Cinquestelle non intendono ammainare la bandiera. Lo conferma la dichiarazione di uno degli uomini-chiave M5S nella trattativa con il Pd, Stefano Patuanelli, pontiere della prima ora, capogruppo al Senato e – fatto tutt’altro che trascurabile – candidato in pole position per il ministero delle Infrastrutture. «Siamo convinti – ha detto ieri – che quando si parla di concessioni autostradali è giusto parlare di revisione ma non possiamo giocare con le parole: il crollo del ponte Morandi deve portare a una revoca delle concessioni.
È un tema che dovremo affrontare», dice Patuanelli. Lui stesso aggiunge, però, le parole fondamentali: «Deciderà Conte». Una tregua sembra profilarsi, quindi, almeno in termini di tempi di discussione e di arbitro nella contesa. Il Pd è nettamente contrario ad avventurarsi in un procedimento amministrativo di revoca della concessione che esporrebbe il governo al rischio di pesanti risarcimenti e bloccherebbe i principali investimenti autostradali. Basta leggere il parere giuridico della commissione ministeriale insediata dall’attuale ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli per capire che il rischio è serio. «Meglio rinegoziare la concessione anziché revocarla», è la conclusione di quel parere che non può ignorare neanche la delegazione M5S. L’intesa è di lasciare a Conte, che conosce bene la materia e può valutarla anche da professore, la valutazione, partendo proprio da quel parere. In casa Pd sono convinti che l’esito di questa valutazione porterà a prudenza sui tempi e sulle decisioni da adottare. © RIPRODUZIONE RISERVATA

02/09/2019 – La Voce del Trentino

Appalti, si cambia: maggiore autonomia ai territori

Redazione Trento

Più autonomia alle amministrazioni territoriali trentine nella gestione degli appalti.

Lo ha deciso in pre adozione la Giunta provinciale, su proposta del presidente Maurizio Fugatti.

Ora, l’iniziativa che prevede la qualificazione di queste realtà sarà sottoposta al parere del Consiglio delle autonomie locali.

“Lo snellimento delle procedure è fondamentale per assicurare a Comuni, Comunità di Valle, enti strumentali della Provincia e amministrazioni aggiudicatrici la possibilità di rispondere in tempi rapidi ai bisogni che emergono nei territorievidenzia il governatore Fugatti.

Nello specifico, si tratta di una novità che consente alle amministrazioni del territorio provinciale di condurre autonomamente le procedure di gara senza dover obbligatoriamente ricorrere all’Agenzia provinciale per gli appalti e i contratti.

Apac resterà comunque a disposizione delle amministrazioni che non ritengano opportuno svolgere le procedure di gara in autonomia.

Nei primi due anni dopo l’approvazione della delibera, sarà consentito a tutte le amministrazioni aggiudicatrici di svolgere autonomamente le attività di affidamento di contratti pubblici di lavori, servizi e forniture.

In precedenza, questa possibilità era riservata solo al Comune di Trento e alle realtà amministrative interessate dalla gestione associata dei servizi.

Ora sarà consentito, soprattutto alle municipalità di maggiori dimensioni, di svolgere in autonomia le procedure di importo superiore alle soglie europee (5.548.000 euro per i lavori e 221mila euro per i servizi). All’Apac sarà riservato un compito di controllo collaborativo.

Concluso il periodo transitorio di due anni, una commissione di valutazione istituita all’interno della Provincia (Audit) avrà il compito di verificare il raggiungimento degli requisiti fissati per ottenere la qualificazione.

A quel punto, solo le realtà che avranno ricevuto questa sorta di “marchio di qualità”potranno continuare a svolgere le attività di affidamento dei contratti pubblici in autonomia.

La qualificazione sarà suddivisa per ambiti di attività, soglie di importo e tipologie di affidamento (lavori, servizi e forniture).

In particolare, gli ambiti di attività riguardano: programmazione e progettazione, scelta del contraente e infine gestione e controllo dell’esecuzione del contratto.

Per ciascun ambito di attività, tipologia di affidamento e soglia di importo vengono ora fissati determinati requisiti che le amministrazioni devono possedere per ottenere la qualificazione.

Le singole amministrazioni, a loro discrezione, possono peraltro decidere di qualificarsi per tutti gli ambiti, per tutte le fasce di valore economico, per tutte le tipologie di affidamento oppure solamente per alcuni di essi.

Intanto, presto sarà sottoscritto un protocollo d’intesa con il Consorzio dei Comuni di via Torre Verde per garantire una formazione coordinata con Trentino school of management in tema di appalti, secondo quanto previsto dall’ultima manovra di assestamento di bilancio.

02/09/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Valutazione ambientale/2. Alla Pa amplissimi margini discrezionali, illegittimità limitata ai vizi «abormi»

M.Fr.

La rassegna della principale giurisprudenza in materia di valutazione di impatto ambientale e valutazione di impatto ambientale strategica

Ambiente – Norme della regione autonoma Valle d’Aosta – Norme in materia di valutazione di impatto ambientale [via] – Provvedimento di via – Rapporti tra provvedimento di via e autorizzazione – Modalità di acquisizione dei pareri – Elenco dei progetti da assoggettare a procedura di via regionale – Elenco dei progetti sottoposti alla verifica di assoggettabilità regionale. – Questione di legittimità costituzionale: artt. 10, 12, 13 e 16, c. 1°, della legge della regione autonoma Valle d’Aosta 20/03/2018, n. 3, nonché gli allegati a e b contenuti nell’allegato a della medesima legge. – Illegittimità costituzionale – Illegittimità costituzionale parziale
Va dichiarata l’illegittimità costituzionale degli artt. 12, 13, della legge della Regione autonoma Valle d’Aosta 20 marzo 2018, n. 3: Il provvedimento unico regionale, introdotto nel cod. ambiente dal d.lgs. n. 104 del 2017, è finalizzato a semplificare, razionalizzare e velocizzare la VIA regionale, nella prospettiva di migliorare l’efficacia dell’azione delle amministrazioni a diverso titolo coinvolte nella realizzazione del progetto. Detto istituto non sostituisce i diversi provvedimenti emessi all’esito dei procedimenti amministrativi, di competenza eventualmente anche regionale, che possono interessare la realizzazione del progetto, ma li ricomprende nella determinazione che conclude la conferenza di servizi. Il provvedimento unico ha, dunque, una natura per così dire unitaria, includendo in un unico atto i singoli titoli abilitativi emessi a seguito della conferenza di servizi che, come noto, riunisce in unica sede decisoria le diverse amministrazioni competenti, e non è quindi un atto sostitutivo, bensì comprensivo delle altre autorizzazioni necessarie alla realizzazione del progetto. Esso rappresenta il «nucleo centrale» di un complessivo intervento di riforma che vincola anche le regioni a statuto speciale, in quanto norma fondamentale di riforma economico sociale, riproduttiva – in aggiunta – di specifici obblighi internazionali in virtù della sua derivazione comunitaria. La normativa regionale si pone dunque in contrasto con la disciplina statale, laddove fraziona il contenuto del provvedimento di VIA, limitandosi a contenere le informazioni e le valutazioni necessarie a stimare e a contenere l’impatto ambientale del progetto autorizzato. Nella disciplina posta dalla Regione autonoma Valle d’Aosta/Vallèe d’Aoste, il provvedimento di VIA è, infatti, autonomo rispetto agli altri atti autorizzatori connessi alla realizzazione dell’opera, in evidente deroga all’assetto unitario e onnicomprensivo del provvedimento unico previsto dall’art. 27-bis del cod. ambiente.
Corte Costituzionale – Sentenza 19 giugno 2019, n. 147
Via, vas e aia – Artt. 5, 22 e 26 del d.lgs. n. 104/2017 – Allineamento dei diversi schemi e modelli procedimentali – Norme fondamentali di riforma economico-sociale
L’art. 5 del d.lgs. n. 104 del 2017, il quale ha introdotto l’art. 7-bis cod. ambiente, e gli artt. 22 e 26 del medesimo d.lgs. n. 104 del 2017 sono le disposizioni che – in attuazione degli obiettivi di semplificazione, armonizzazione e razionalizzazione delle procedure di valutazione di impatto ambientale e di rafforzamento della qualità della procedura di valutazione di impatto ambientale – determinano un tendenziale allineamento dei diversi schemi e modelli procedimentali, assegnando allo Stato l’apprezzamento dell’impatto sulla tutela dell’ambiente dei progetti reputati più significativi e, così, evitando la polverizzazione e differenziazione delle competenze che caratterizzava il previgente sistema. L’unitarietà e l’allocazione in capo allo Stato delle procedure relative a progetti di maggior impatto ambientale ha risposto, pertanto, ad una esigenza di razionalizzazione e standardizzazione funzionale all’incremento della qualità della risposta ai diversi interessi coinvolti, con il correlato obiettivo di realizzare un elevato livello di protezione del bene ambientale. In ragione del loro essere «nucleo essenziale della riforma», tali disposizioni sono state qualificate come norme fondamentali di riforma economico-sociale.
Corte Costituzionale – Sentenza 18 aprile 2019, n. 93
Via, vas e aia – Giudizio di valutazione di impatto ambientale – Profili di discrezionalità amministrativa – Limiti del sindacato giurisdizionale 
Nel rendere il giudizio di valutazione di impatto ambientale, l’Amministrazione esercita una amplissima discrezionalità che non si esaurisce in un mero giudizio tecnico, in quanto tale suscettibile di verificazione tout court sulla base di oggettivi criteri di misurazione, ma presenta, al contempo, profili particolarmente intensi di discrezionalità amministrativa e istituzionale in relazione all’apprezzamento degli interessi pubblici e privati coinvolti; la natura schiettamente discrezionale della decisione finale risente inevitabilmente dei suoi presupposti, sia sul versante tecnico che amministrativo. Di conseguenza, le posizioni soggettive delle persone e degli enti coinvolti nella procedura sono pacificamente qualificabili in termini di interesse legittimo ed è altrettanto assodato che le relative controversie non rientrano nel novero delle tassative ed eccezionali ipotesi di giurisdizione di merito sancite dall’art. 134 c.p.a. Proprio in ragione di tali particolari profili che caratterizzano il giudizio di valutazione di impatto ambientale, la valutazione di legittimità giudiziale, di cui va escluso il carattere sostitutivo, deve essere limitata ad evidenziare la sussistenza di vizi rilevabili ictu oculi, a causa della loro abnormità, irragionevolezza, contraddittorietà e superficialità. Da ciò deriva che il sindacato sulla motivazione delle valutazioni discrezionali deve essere rigorosamente mantenuto sul piano della verifica della non pretestuosità della valutazione degli elementi di fatto acquisiti; non può avvalersi di criteri che portano ad evidenziare la mera non condivisibilità della valutazione stessa; può disporre c.t.u. o verificazione al fine di esercitare più penetranti controlli, con particolare riguardo ai profili accertativi.
Tribunale Amministrativo Regionale Lazio – Roma, Sezione 2-bis – Sentenza 14 gennaio 2019, n. 449
Acque – Tribunali delle acque pubbliche – Tribunale superiore delle acque pubbliche – Giurisdizione in sede di legittimita’ – Controversie assoggettate progetto per la realizzazione di una mini centrale idroelettrica – Assoggettamento del progetto alla valutazione d’impatto ambientale – Decreto amministrativo regionale – Impugnazione – Giurisdizione del tribunale superiore della acque pubbliche – Sussistenza – Fondamento
Appartiene alla giurisdizione del Tribunale superiore delle acque pubbliche la controversia relativa all’impugnazione del decreto amministrativo con cui una Regione assoggetta alla valutazione d’impatto ambientale un progetto per la realizzazione di una mini centrale idroelettrica, atteso che, ai sensi dell’art. 143, comma 1, lett. a) del r.d. n. 1775 del 1933, sono devoluti alla cognizione di tale tribunale tutti i ricorsi avverso i provvedimenti che, pur costituendo esercizio di un potere non propriamente attinente alla materia, riguardino comunque l’utilizzazione del demanio idrico, incidendo in maniera diretta e immediata sul regime delle acque pubbliche.
Corte di Cassazione, Sezioni Unite civile – Ordinanza 28 dicembre 2018, n. 33656
Interventi edilizi – Stabilimento balneare – Area protetta – Riserva naturale – Area di tutela – Individuazione – Valutazione di compatibilità con il vincolo cui l’area è assoggettata e verifica del suo impatto
La realizzazione sull’area in concessione dello stabilimento balneare di un nuovo corpo di fabbrica da destinare ad ufficio informazioni, bar, servizi igienici e solarium non è assentibile se parte dell’area interessata dall’ampliamento ricade, anche se in parte, nel perimetro della riserva naturale protetta. In presenza di tale dato di fatto, certo ed obiettivo, infatti, da un lato non è consentito l’esercizio di un potere discrezionale escludente la tutela ambientale sebbene minima, dall’altro la libertà di iniziativa economica è limitata dalla protezione che è accordata dalla Costituzione al principio di precauzione ambientale.
Consiglio di Stato, Sezione 5 – Sentenza 28 dicembre 2018, n. 7292
Via, vas e aia – Modifica a progetto già autorizzato e sottoposto a VIA – Nuova sottoposizione a valutazione d’impatto ambientale – Non è richiesta 
Non richiede sottoposizione a VIA l’intervento che rappresenta una modifica ad un progetto già autorizzato e sottoposto a VIA, consistente nella realizzazione di un nuovo fabbricato finalizzato ad ottimizzare gli spazi complessivi dell’impianto destinato alla produzione del compost di qualità, che lasci invariata la potenzialità complessiva di trattamento attualmente autorizzata.
Tribunale Amministrativo Regionale UMBRIA – Perugia, Sezione 1 – Sentenza 14 dicembre 2018, n. 680
Via, vas e aia – Giudizio di valutazione ambientale – Potere esercitato dall’amministrazione – Profili di discrezionalità amministrativa e istituzionale – Limiti del sindacato giurisdizionale
Nel rendere il giudizio di valutazione di impatto ambientale, l’Amministrazione esercita una amplissima discrezionalità che non si esaurisce in un mero giudizio tecnico – in quanto tale suscettibile di verificazione tout court sulla base di oggettivi criteri di misurazione – ma presenta, al contempo, profili particolarmente intensi di discrezionalità amministrativa e istituzionale sul piano dell’apprezzamento degli interessi pubblici e privati coinvolti e della loro ponderazione rispetto all’interesse all’esecuzione dell’opera o del progetto. Tale apprezzamento è sindacabile dal giudice amministrativo soltanto ove ricorrano – e siano riscontrabili – emersioni inficianti sub specie della manifesta illogicità o del travisamento dei fatti, nel caso in cui l’istruttoria sia stata omessa, ovvero svolta in modo inadeguato.
Tribunale Amministrativo Regionale Lombardia – Brescia, Sezione 1 – Sentenza 20 novembre 2018, n. 1098
Via, vas e aia – Giudizio di via – Profili di discrezionalità amministrativa 
Nel rendere il giudizio di valutazione di impatto ambientale, l’amministrazione esercita una amplissima discrezionalità che non si esaurisce in un mero giudizio tecnico, in quanto tale suscettibile di verificazione tout court sulla base di oggettivi criteri di misurazione, ma presenta al contempo profili particolarmente intensi di discrezionalità amministrativa e istituzionale in relazione all’apprezzamento degli interessi pubblici e privati coinvolti; la natura schiettamente discrezionale della decisione finale risente dunque dei suoi presupposti sia sul versante tecnico che amministrativo (cfr. Cons. Stato, V, 22 marzo 2012, n. 1640).
Tribunale Amministrativo Regionale Molise – Campobasso, Sezione 1 – Sentenza 24 ottobre 2018, n. 621
Via vas e aia – Valutazione di impatto ambientale – Determina di approvazione del progetto preliminare – Definitività agli effetti edilizi e paesaggistici – Decisione di non sottoporre il progetto a VIA – Impugnazione immediata 
La valutazione di impatto ambientale costituisce atto immediatamente impugnabile, sia nell’ipotesi in cui essa si concluda con esito negativo, sia che la medesima abbia un epilogo positivo (Consiglio di Stato, sez. IV, 13 settembre 2017, n. 4327). Analoga conclusione deve affermarsi nell’ipotesi, in cui l’amministrazione abbia ritenuto di non sottoporre a v.i.a. un progetto preliminare che, tuttavia, è definitivo quanto agli effetti edilizi e paesaggistici. In questo caso, l’interesse all’impugnazione da parte dei soggetti interessati (residenti in loco e associazioni ambientaliste) è immediato e diretto, potendo (e dovendo), il vizio, a pena di inoppugnabilità, essere necessariamente speso nei confronti di tale atto (la determina di approvazione del progetto preliminare) e non già nei confronti del successivo livello di progettazione definitiva (Consiglio di Stato sez. IV, 9 gennaio 2014 n. 36).
Consiglio di Stato, Sezione 4 – Sentenza 5 aprile 2018, n. 2122
Ambiente – Valutazione di impatto ambientale 
La valutazione di impatto ambientale (Via) può essere svolta anche dopo l’approvazione del progetto e potrebbe anche concludersi con l’esclusione dell’assoggettamento del progetto stesso alla valutazione. A confermarlo non è solo il Tar Toscana (sentenza 156 del 30 gennaio 2018), ma anche la Corte di giustizia europea che, dopo un primo pronunciamento di luglio 2017, è nuovamente intervenuta con la sentenza C-117/27 del 28 febbraio scorso.

Via vas aia – Impianto per la produzione di energia elettrica da biomasse – Autorizzazione a effettuare lavori – Annullamento – Verifica dell’assoggettabilità a valutazione di impatto ambientale – Regolarizzazione a posteriori dell’autorizzazione in base a nuove disposizioni di diritto nazionale successivamente dichiarate incompatibili – Nuova procedura di valutazione – Necessità – Direttiva 2011/92/UE – Diritto dell’energia – Produzione di energia elettrica da biomasse 
Qualora un progetto di potenziamento di un impianto per la produzione di energia elettrica non sia stato sottoposto a una verifica preliminare di assoggettabilità a una valutazione di impatto ambientale ai sensi di disposizioni nazionali successivamente dichiarate incompatibili quanto a tale aspetto con la direttiva 2011/92/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 13 dicembre 2011, concernente la valutazione dell’impatto ambientale di determinati progetti pubblici e privati, il diritto dell’Unione prescrive che gli Stati membri eliminino le conseguenze illecite di detta violazione e non osta a che tale impianto formi oggetto, dopo la realizzazione di tale progetto, di una nuova procedura di valutazione da parte delle nuove autorità competenti al fine di verificare la conformità ai requisiti di tale direttiva e, eventualmente, di sottoporlo a un valutazione di impatto ambientale, purché le norme nazionali che consentono tale regolarizzazione non forniscano agli interessati l’occasione di eludere le norme di diritto dell’Unione o di esimersi dall’applicarle. Occorre altresì tenere conto dell’impatto ambientale intervenuto a partire dalla realizzazione del progetto. Tali autorità nazionali possono considerare, ai sensi delle disposizioni nazionali in vigore alla data in cui esse sono chiamate a pronunciarsi, che una tale valutazione di impatto ambientale non risulti necessaria, nei limiti in cui dette disposizioni siano compatibili con la direttiva di cui trattasi.
Ambiente – Valutazione di impatto ambientale – Esame postumo – Progetto già realizzato – Rspetto di precise condizioni
L’esame “postumo” di un progetto già realizzato per verificare se vada sottoposto a Via è possibile, ma nel rispetto di precise condizioni.
Corte di Giustizia dell’Unione europea, Sezione 6 – Sentenza 28 febbraio 2018, n. 117/17

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02/09/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Valutazione ambientale, niente nuovo esame se il progetto viene migliorato

Massimo Frontera

Le «estensioni» o le «modifiche» al progetto originario, dicono i giudici di Palazzo Spada, non sono sempre soggette a Via

Non devono essere necessariamente sottoposte a valutazione di impatto ambientale – o alla verifica di assoggettabilità – le «estensioni» o le «modifiche» apportate al progetto originario che, in base alla normativa sopravvenuta, non devono essere obbligatoriamente soggetti a Via. Tuttavia, resta sempre possibile per la Pa decidere di sottoporre il progetto alla valutazione se ritiene che questo possa determinare «impatti ambientali significativi e negativi», dandone però adeguata motivazione.
Questa la conclusione dei giudici del Consiglio di Stato che si legge nella pronuncia pubblicata lo scorso 29 agosto (Sezione IV – n. 5972/2019) che ha riformato il precedente giudizio del Tar Lazio.
Il caso in questione riguarda il progetto di un parcheggio interrato proposto dalla società Cam all’interno del centro storico di Roma (i cui lavori sono ormai conclusi da tempo).
Contro l’iniziativa si sono schierati i comitati di quartiere e le associazioni ambientaliste. L’iniziale progetto – redatto nel periodo 2007-2010 – è stato esaminato dalla commissione regionale sulla Via. Successivamente, il promotore ha apportato modifiche al progetto, la cui nuova versione (del 2014), anche a seguito di perizie effettuate nel corso del contenzioso, è risultato oggettivamente ridimensionato, sia nella volumetria complessiva sia nel numero dei posti auto. L’amministrazione capitolina, con una delibera del luglio 2014, ha pertanto approvato la variante al progetto. Cui è seguito, nel gennaio 2015, il rilascio del permesso di costruire. Nel frattempo però ambientalisti e residenti avevano avviato il contenzioso impugnando al Tar la delibera capitolina sostenendo, tra le altre cose, l’illegittimità della delibera capitolina in quanto il nuovo progetto, modificato, avrebbe dovuto essere nuovamente sottoposto a valutazione di impatto ambientale.
La valutazione del Tar Lazio
Nel febbraio 2016, il Tar Lazio (Sezione II – pronuncia n.3875/2017) dà ragione ai ricorrenti, accogliendone la principale argomentazione relativa alla Via. L’argomento fa leva sulla considerazione che «sebbene l’art. 7 lett. b) dell’allegato IV alla parte Seconda del d.lgs. n. 42 del 2004 prevede la verifica di assoggettabilità, tra i progetti di infrastrutture, ai parcheggi di uso pubblico con capacità superiori a 500 posti (per cui in tale fattispecie non rientra il parcheggio in questione previsto per n. 293 posti), l’art. 8, lett. t) dello stesso allegato prevede l’assoggettabilità per le modifiche o estensioni di progetti di cui all’allegato III o all’allegato IV già autorizzati, realizzati o in fase di realizzazione, che possono avere notevoli ripercussioni negative sull’ambiente ed il progetto è stato già assoggettato a valutazione di impatto ambientale, per cui è stato verosimilmente ritenuto rientrare in tale previsione normativa».
In sostanza, come affermano sempre i giudici del tar Lazio «Il “cuore” della controversia riposa nell’accertare se il progetto di variante approvato con l’impugnata delibera n. 195 del 2014 abbia determinato una modificazione sostanziale del progetto originariamente approvato, atteso che, in tal caso, sarebbe stato necessario sottoporre lo stesso ad una rinnovata valutazione di impatto ambientale da parte dell’organo competente, con conseguente illegittimità della delibera giuntale che avrebbe proceduto all’approvazione della variante al progetto in sua assenza, impugnata con l’atto introduttivo del giudizio, e del conseguente rilascio del permesso di costruire, impugnato con i motivi aggiunti». A fronte della discrezionalità legata al concetto di «notevoli ripercussioni negative sull’ambiente», i giudici concludono che «la norma debba essere interpretata in modo ampio e particolarmente rigoroso, atteso che gli interessi tutelati, quali la salute, l’ambiente e il paesaggio, hanno uno spiccato rilievo costituzionale, sicché, nel caso di specie, l’integrazione del concetto di “notevole” ripercussione negativa sull’ambiente deve ritenersi sussistere laddove sia certo che una modifica sostanziale, ancorché di non elevata entità, tra i due progetti, solo il primo dei quali sottoposto a VIA, vi sia stata». In particolare, i giudici ritengono che la variazione di quota assoluta di 90 centimetri di profondità in più del secondo progetto rappresenti una modifica sostanziale con effetti potenzialmente negativi, nonostante il promotore abbia apportato al nuovo progetto una riduzione di superfici, volumetria e posti auto.
Il parere del Consiglio di Stato
I giudici di Palazzo Spada, con la pronuncia del 29 agosto scorso, hanno ribaltato la sentenza dei giudici di primo grado, ritenendo che il nuovo progetto non debba essere sottoposto a Via e ritenendo inoltre che le modifiche al progetto fossero migliorative.
La norma dell’Allegato IV alla Parte II del d.lgs. n. 152 del 2006, punto 8, lett. t, secondo cui devono essere sottoposte a verifica di assoggettabilità a Via le «modifiche o estensioni di progetti di cui all’allegato III o all’allegato IV già autorizzati, realizzati o in fase di realizzazione, che possono avere notevoli ripercussioni negative sull’ambiente», affermano i giudici, va letta nel senso che la sottoposizione alla Via può riguardare solo progetti che non sono stati già sottoposti a Via: «siffatta interpretazione risponde a ragioni d’ordine logico: la sottoposizione di modifiche od estensioni di progetti alla procedura di Via si spiega solo se il progetto modificato od esteso sia, a sua volta, ancora da sottoporre a Via». «Né – si legge nella pronuncia – è ragionevole opinare che, per il solo fatto che ab origine un progetto fu sottoposto a VIA, ogni successiva estensione o modifica, pur se disposta a distanza di tempo, debba comunque e per ciò solo essere sottoposta a tale sub-procedimento: ciò, invero, significherebbe, da un punto di vista giuridico, ascrivere efficacia ultra-attiva alle norme che perimetrano l’ambito dei progetti da sottoporre a Via (od alla preliminare verifica di assoggettabilità), sterilizzando irreversibilmente l’efficacia normativa dell’eventuale disciplina sopravvenuta».
Peraltro, «se il progetto fosse stato presentato ex novo nel 2014, quindi, non avrebbe dovuto necessariamente essere sottoposto alla verifica di assoggettabilità, in considerazione del numero di posti previsto (293), ben inferiore ai 500: ne consegue, per le esposte ragioni logico-testuali, che la modifica in questione non era ex lege da sottoporre a verifica di assoggettabilità».
I giudici aggiungono ulteriori considerazioni sulla qualità delle modifiche apportate dal promotore al progetto, riconoscendo che quest’ultimo costituisca «prima facie una riduzione, un contenimento, un ridimensionamento del precedente». Alla stessa conclusione era arrivata anche la giunta capitolina, «che ha implicitamente escluso che fosse il caso di procedere alla (facoltativa) verifica di assoggettabilità a Via, in considerazione della complessiva riduzione dell’impatto ambientale recata dal nuovo progetto rispetto al pregresso, tale da non determinare alcuna “estensione” né alcuna “modifica” in senso potenzialmente deteriore per l’ambiente». In via generale, ricordano sempre i giudici, la Pa «può sempre disporre l’attivazione della verifica di assoggettabilità a Via anche al di fuori degli specifici casi prescritti dalla legge: evidentemente, tale scelta dovrà essere puntualmente motivata».
In conclusione
I giudici della IV sezione concludono ricordando che «la rinnovazione del giudizio di compatibilità ambientale – di regola doverosa allorché siano introdotte delle modificazioni progettuali che determinino la costruzione di un manufatto significativamente diverso da quello già esaminato – è superflua ogni qualvolta al progetto originario siano apportate modifiche che risultino più conformi agli interessi pubblici, determinando, in particolare, una più efficace mitigazione del rischio ambientale». «Laddove, dunque, le modifiche si sostanzino, come nella presente vicenda, in un generale ridimensionamento strutturale dell’opus proprio con riferimento a quegli aspetti (nella specie, il volume) potenzialmente pericolosi per gli specifici profili di sensibilità ambientale presi in considerazione (nella specie, quelli di carattere idraulico/idrogeologico), non vi è ragione di attivare il sub-procedimento di verifica di assoggettabilità a Via, anche alla luce della valenza generale rivestita dal principio di economicità dell’azione amministrativa». © RIPRODUZIONE RISERVATA

03/09/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Nuovo ospedale di Bari, Il Consiglio di Stato ratifica la vittoria di Astaldi contro Pessina

Massimo Frontera

Palazzo Spada respinge l’appello di Pessina Costruzioni contro l’aggiudicazione della gara da 96 milioni lanciata dalla Asl pugliese

Mentre sono in corso i lavori di fondazione del nuovo ospedale Sud-est barese Monopoli-Fasano, il Consiglio di Stato, con la pronuncia pubblicata ieri, chiude definitivamente a favore di Astaldi la gara da quasi 96 milioni di euro lanciata nell’ottobre del 2017 dall’Azienda sanitaria. L’aggiudicazione al raggruppamento costituito da Astaldi e Guastamacchia spa, era stata impugnata da Pessina Costruzioni, seconda classificata. Va aggiunto che anche il terzo classificato (il raggruppamento Consorzio Reasearch e Impresa Manelli) ha presentato ricorso al Tar Puglia (n.61/2019 – Bari), che lo ha respinto (anche se è tuttora pendente l’appello al Consiglio di Stato).
Palazzo Spada (con la sentenza n.6058/2019 – Terza sezione) conferma le conclusioni del Tar Puglia, avvalorando l’operato della commissione di gara. Tuttavia, diversamente dal giudici di primo grado, i giudici della Terza sezione del Consiglio di Stato, offrono una ricca e approfondita trattazione tecnica dei motivi del contendere che sostanzia la decisione del Tar, giudicata carente ed erronea, in quanto non suffragata da efficaci risposte nel merito tecnico alle questioni puntuali sollevate dal ricorrente. Più esattamente, la conclusione dei giudici del Tar viene giudicata corretta, ancorché «eccessivamente stringata», ma tuttavia «carente sul piano motivazionale, in quanto il primo giudice ha posto a fondamento di detta conclusione un’unica, stringata, ed erronea ratio decidendi e, cioè, quella secondo la quale il sindacato invocato dall’appellante avrebbe natura sostitutiva, afferendo al merito delle valutazioni tecnico-discrezionali espresse dalla Commissione, perché l’assenza di abnormi anomalie, indici dell’eccesso di potere sindacabile dal giudice amministrativo, sarebbe dimostrata “sia dalla complessità dell’iter argomentativo prospettato in ricorso sia dalla necessità di avvalersi di una perizia tecnica”».
«Si può concordare con l’appellante – si legge nella sentenza del Consiglio di Stato – quando afferma che questa motivazione è carente ed erronea perché né l’iter argomentativo particolarmente complesso del ricorso, con una molteplicità di censure piuttosto articolate sul piano tecnico in riferimento ai singoli, numerosi, sub-elementi di valutazione, né l’invocato esperimento di una attività istruttoria, a mezzo di verificazione o di consulenza tecnica d’ufficio, possono ritenersi indici del fatto che le censure afferirebbero al merito della valutazione tecnica, giacché l’anomalia della valutazione e l’abnormità dell’errore non sempre emergono ictu oculi, ma implicano la messa a fuoco e la comprensione di fatti particolarmente complessi, già sul piano tecnico, e richiedono non di rado al giudice amministrativo, proprio nella delicata materia delle gare pubbliche, cognizioni tecniche altamente specialistiche e differenziate, come dimostra il caso di specie, con un pieno accesso ai fatti che solo una doverosa attività istruttoria, in molte ipotesi, può garantire sul piano di una tutela giurisdizionale piena ed effettiva».
«È quindi evidente che tale motivazione, insufficiente e speciosa, è erronea e merita riforma poiché il giudice amministrativo, a fronte di censure tecniche numerose e particolarmente complesse circa la qualità tecnica dell’offerta dell’aggiudicataria, idonee a superare la c.d. prova di resistenza, non può trincerarsi dietro a una declaratoria di inammissibilità delle stesse per l’impossibilità di esercitare un sindacato sostitutivo se non ha proceduto almeno ad un sommario, essenziale, esame delle stesse, nella misura in cui appunto le ritenga idonee a superare detta prova, un esame dal quale si evinca motivatamente che dette censure non disvelano un’abnormità della valutazione, del tutto illogica e/o parziale, o un manifesto travisamento di fatti».
Pertanto, la sentenza prosegue trattando tutti i cinque motivi posti all’attenzione del giudice amministrativo da parte del ricorrente Pessina Costruzioni. Motivi che sono analizzati e valutati e, infine, giudicati infondati.
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02/09/2019 – Diritto 24

FFT vince al TAR con MEA – Manna Ecologia Ambiente per un appalto di servizi da circa 7 mln di Euro

La JV FFT – Fatigato Follieri Teta, con un team guidato da Francesco Follieri, socio di Enrico Follieri & Associati, ha ottenuto al TAR Puglia, Bari, l’annullamento dell’aggiudicazione di un appalto di servizi di igiene urbana da circa 7 mln di Euro, dopo averne già ottenuto anche la sospensione in sede cautelare.
La sentenza ottenuta da FFT è particolarmente significativa perché segna un cambiamento della giurisprudenza del TAR Puglia Bari (cui si erano accodati altri TAR e alcune sentenze del Consiglio di Stato) sulla rilevanza delle omesse dichiarazioni di illeciti professionali non risultanti dal Casellario ANAC.

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02/09/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

In Danimarca Cmb e Itinera aprono il cantiere dell’ospedale di Odense

M.Fr.

Il 28 agosto sono iniziati i lavori. Fine prevista nel 2022. Tra i progettisti anche l’engineering italiana Ati Project

Tre anni di intenso lavoro per realizzare il nuovo maxi-ospedale universitario di Odense, in Danimarca. Il contratto è stato acquisito nel 2017 dalla jv italiana composta da Cmb di Carpi (51%) e da Itinera del gruppo Gavio (49%) che il 28 agosto scorso hanno ufficialmente aperto il cantiere. La joint venture si era aggiudicata il contratto grazie alla migliore offerta in termini di rapporto qualità – prezzo, ed eseguirà la costruzione per mezzo di un contratto di tipo Early Contract Involvment (Eci) che prevede lo sviluppo e l’ottimizzazione del progetto insieme alla struttura tecnica del cliente. Il nuovo ospedale prevede la costruzione di molti reparti (ginecologia ed ostetricia, di stomatologia e psichiatria dell’ospedale pediatrico, di cardiologia, ortopedia, geriatria, oncologia, radiologia e malattie infettive).
Con una superficie totale di 250mila mq, il nuovo ospedale sarà tra i più grandi della Danimarca e, se tutto procede nei tempi stabiliti, sarà completato nel 2022. Nel team di progettazione c’è anche ATI Project, l’engineering fondata da Branco Zrnic con sedi a Pisa, Milano, Belgrado e, per ovvi motivi, anche a Copenhagen. Il contratto danese insieme a Cmb e Itinera è finora la sfida più impegnativa per la società. «Questo progetto – commenta Zrnic – ha rappresentato il vero inizio del percorso di internazionalizzazione dello studio, un fronte strategico sul quale investiremo molto ancora nei prossimi anni». «Dopo l’ospedale di Odense – chiosa il chief executive di Ati Projact Luca Serri – non ci spaventa più nulla». Le dimensioni del progetto sono notevoli. Basti pensare che la pianta 1:50 della struttura è lunga 15 metri. Ovviamente, l’intera progettazione e realizzazione è in Bim.  © RIPRODUZIONE RISERVATA