Rassegna stampa 29 luglio 2019

28/07/2019 – Corriere del Veneto (ed. Vicenza)
Aim, l’ex amministratore Lago «Terzo partner? Serve la gara»

VICENZA Lo dice in modo chiaro e diretto: «Se si vuole valorizzare al massimo un gioiellino come Aim si dovrebbe scegliere il prossimo partner industriale tramite gara, come fatto da Ascopiave». Umberto Lago, 55 anni, è dottore commercialista, professore universitario a Bologna e consulente (anche dell’ Uefa). Ed è stato amministratore unico di Aim tra il 2017 e il 2018: nominato da Achille Variati si è dimesso dopo l’ elezione a sindaco di Francesco Rucco. Si parlava della fusione tra Aim e la veronese Agsm quando lei era a San Biagio e se ne parla ancora, ma senza passi avanti. Come mai? «Non mi sorprende: se ogni volta che arriva un nuovo sindaco si riprende tutto in mano con analisi e due diligence, il risultato è questo». A suo tempo cosa frenò la fusione tra le multiutility? «Dopo l’ elezione di Federico Sboarina a sindaco di Verona il Comune mise in discussione la governance, che prevedeva due amministratori delegati e il concambio. Sulla governance penso che avessero ragione, perché un’ azienda non funziona con due persone al comando. Ma in realtà il vero nodo era il concambio, ed è una questione attuale». In che senso? «La teoria di Vicenza è sempre stata quella di creare un soggetto nuovo dove far confluire Aim e Agsm ma dove in sostanza ci fossero parità di condizioni. Poi, siccome le due società hanno valore e dimensioni diverse, ci potevano essere compensazioni su altri piani, ma a Vicenza conviene solo se è un’ operazione paritaria. Altrimenti, se dobbiamo farci assorbire, tanto vale andare con grandi gruppi come A2a o Hera». In ogni caso la strategia ora guarda proprio a un terzo partner, sulla base dell’ assunto che le due venete assieme non sarebbero grandi a sufficienza per il mercato attuale. Lei che ne pensa? «In linea di massima è un’ idea che condivido, perché essere parte di un complesso aziendale più grande significa essere più solidi, specie per Aim, che è un gioiellino con l’ unico neo di essere di piccole dimensioni. Ma ritengo discutibile il metodo scelto». In che senso? «Visto che sono arrivate diverse manifestazioni d’ interesse, perché Vicenza e Verona non dovrebbero provare a fare quello che ha fatto Ascopiave, portando a casa un’ offerta a cui non si poteva dire di no? Su quale base diciamo che va bene A2a ma non, per esempio, Hera o Dolomiti?» Si parla di asset precisi, specie sul fronte ambientale. «Non credo proprio che Hera porti in dote meno asset di A2a, anzi. Il gruppo emiliano è già molto forte in Veneto e possiede un termovalorizzatore a Padova, mentre con A2a i rifiuti dovrebbero andare fuori regione, con i costi correlati». Quindi meglio una procedura di gara? «Direi di sì, almeno se si vuole valorizzare al massimo un bene comune dei vicentini. Altrimenti sembra molto un’ operazione dettata dalla politica e si rischiano pure risvolti di altra natura». Si spieghi meglio. «A fronte di diverse manifestazioni d’ interesse, se si sceglie di andare con un partner industriale senza conoscere cosa possono offrire gli altri, penso che si possa palesare il rischio di danno erariale. I consiglieri comunali che lo decidono a mio avviso dovrebbero chiedersi se stanno facendo il bene della città» Si dice però che la strategia di Hera sia acquisire le società, non aggregarsi. «Anche il disegno che è stato prospettato con A2a non va molto distante, visto che l’ ipotesi è che il gruppo lombardo abbia la maggioranza in Cda, nomini l’ amministratore delegato e abbia quote societarie non inferiori agli altri partner. Capisco che formalmente questa non sarebbe un’ acquisizione, ma la sostanza è la stessa». Gian Maria Collicelli

28/07/2019 – Corriere della Sera
«Il risanamento è completato Oltre 20 gruppi interessati a noi»

GIANFILIPPO MANCINI SORGENIA
L’ amministratore delegato: a giorni la short list delle manifestazioni non vincolanti
MILANO «I risultati della semestrale confermano che il risanamento dell’ azienda è completato». L’ amministratore delegato di Sorgenia, Gianfilippo Mancini, è l’ artefice del rilancio del gruppo energetico dopo il passaggio quattro anni fa della società da Cir e Verbund alle principali banche creditrici (Intesa Sanpaolo, Unicredit, Banco Bpm, Ubi Banca e Mps). Ora sta per cominciare una nuova fase: gli istituti di credito azionisti hanno deciso di passare la mano ed entro fine luglio è attesa una short list tra i gruppi che hanno manifestato un interesse non vincolante (ci sono A2A in cordata con Eph, i tedeschi Rwe-Eon, Iren, Met Holding e alcuni fondi di investimento). Il valore di Sorgenia è calcolato intorno al miliardo. Come procede la selezione delle offerte? «Il processo di apertura a nuovi investitori spetta agli azionisti, che stanno facendo le loro valutazioni. Sorgenia è oggi un’ opportunità di investimento che non ha pari in Italia. Lo testimonia la qualità e il numero di soggetti interessati, più di venti». Com’ è andato il primo semestre dell’ anno? «Molto bene, ancora in crescita su tutte le dimensioni chiave. Rispetto al primo semestre del 2018, i clienti sono aumentati del 30%, salendo a 310 mila, la produzione del 50% superando i 3 miliardi di KWh, il margine operativo lordo è cresciuto del 15%, attestandosi a circa 85 milioni. L’ utile netto è salito del 25% e supera i 30 milioni. Migliora anche la posizione finanziaria netta, che in un anno passa da 728 a 600 milioni. Sorgenia è un caso straordinario di rilancio, siamo un patrimonio per il Paese». Quali sono i prossimi obiettivi? «Abbiamo un piano di sviluppo con tre obiettivi ambiziosi entro il 2023. Completare 500MW di nuove rinnovabili, investendo mezzo miliardo di euro. La nostra pipeline ha diverse tecnologie: geotermia, solare, biometano, mini-idro ed eolico. Poi puntiamo a raggiungere un milione di clienti felici digitali. Già oggi cresciamo al ritmo di oltre 10 mila al mese. Infine vogliamo diventare il best place to work, il miglior posto in cui lavorare in Italia. Ora lo siamo tra le energy company e al settimo in assoluto in Italia, vogliamo diventare i primi». Quali sono i punti di forza del gruppo? «Sorgenia è non solo un caso di rilancio, ma un patrimonio per la decarbonizzazione e lo sviluppo del Paese. I nostri impianti a gas, tra i più flessibili ed efficienti sul mercato, sono fondamentali stabilizzatori per la rete elettrica. Integriamo poi sinergicamente questa produzione con la fornitura di energia e servizi ai clienti più evoluti che fanno uso abituale di internet e canali digitali». La fine della tariffa di maggior tutela dal primo luglio 2020 vi avvantaggerà? «La nostra strategia sui clienti non fa affidamento su questo, ma è chiaro che la liberalizzazione può portare molti clienti a scegliere un nuovo fornitore. Molti lo faranno affidandosi al web, e poiché oggi il 30% di costoro sceglie già Sorgenia, è chiaro come questa sia un’ opportunità interessante, per noi e per molti italiani». Che ruolo ha l’ innovazione in azienda? «Innovazione, persone e ambiente sono al centro della nostra strategia. Abbiamo stretto collaborazioni con realtà al di fuori del mondo dell’ energia, promettenti start-up italiane e colossi del digitale come Google, Amazon e Whatsapp, il che ci consente di essere i primi a testare e a portare sul mercato le più interessanti novità tecnologiche. Ma abbiamo innovato anche all’ interno dell’ azienda lavorando sulla sostenibilità sociale, per lottare contro il cambiamento climatico e impegnandoci in politiche di inclusione della disabilità e della parità di genere». FRANCESCA BASSO

28/07/2019 – Il Fatto Quotidiano
L’ Anac è già archiviata: così il Carroccio vuole svuotarla

L’ addio. Anticorruzione – L’ idea: limitarla ai grandi appalti
Il presidente Raffaele Cantone non ha ancora svuotato la scrivania, lo farà a settembre, ma è già chiaro che il destino della sua Autorità anti-corruzione è segnato. Abolirla non si può, ma ridimensionarla è semplice, basta restringere il perimetro della sua azione. “Con Cantone abbiamo lavorato benissimo”, ha detto il vicepremier Luigi Di Maio alla notizia dell’ addio anticipato del magistrato dall’ Anac. Ma l’ opinione dei Cinque Stelle, che pure avevano avuto un inizio complicato di rapporto con l’ autorità introdotta dal governo Renzi, oggi conta meno di quella della Lega. E allora conviene prendere sul serio le parole di Massimo Garavaglia, viceministro leghista dell’ Economia: “L’ Anac era diventata la foglia di fico, ognuno ad ogni livello piuttosto che prendersi una responsabilità mandava una lettera all’ Anac”. E dunque, suggerisce Garavaglia, “l’ autorità andrebbe usata solo per le cose importanti altrimenti diventa inutile. Si può ragionare in termini di massimali, categoria o di materia”. Garavaglia non ha mai nascosto le sue opinioni, considera il Codice degli appalti sponsorizzato da Cantone “una boiata pazzesca”. Altri esponenti di vertice della Lega esprimono lo stesso concetto con altre parole. Come Giulia Bongiorno, ministro della Pubblica amministrazione: “Alcune linee guida e regolamenti dell’ Anac non riuscivano a coniugare l’ esigenza della trasparenza con quelle dell’ efficienza e della rapidità”. Ormai è diventato un luogo comune: l’ Anac ha bloccato gli appalti, il Codice degli appalti ha fatto crollare gli investimenti. In realtà nel 2018 il valore degli appalti pubblici di importo pari o superiore a 40mila euro è stato di 139,43 miliardi di euro, il più alto di sempre e in decisa crescita rispetto ai 132,36 miliardi del 2017. I problemi riscontrati nel 2016 al momento dell’ approvazione del Codice erano dovuti alla fase di transizione: quell’ anno gli appalti sono scesi da 121,3 miliardi del 2015 a 102. Ma già l’ anno successivo il livello era tornato alla normalità. Numeri che Cantone non ha potuto introdurre nel dibattito parlamentare sul decreto Sblocca Cantieri perché, per la prima volta, non è stato convocato in audizione. Giovanni Toti, Forza Italia, governatore della Liguria, ha le idee chiare: l’ Anac deve “tornare a essere un’ autorità di controllo e di garanzia solamente per gli appalti molto grossi () questa è una funzione sensata”. Peccato che gli appalti “molto grossi”, sopra i 5 milioni di euro, sono appena il 5% del totale. E quelli sopra il milione di euro soltanto il 10%. Proprio nella Regione di Toti, peraltro, c’ è il più grosso degli appalti, quello per la ricostruzione del ponte Morandi a Genova. Ma il commissario, cioè il sindaco della città Marco Bucci, prima ha chiesto la supervisione preventiva dell’ Anac sui contratti, poi non gliene ha sottoposto nessuno. Cantone, sentendosi preso in giro, si è sfilato dal protocollo d’ intesa. E grazie al decreto Sblocca cantieri, voluto sia da Lega che M5S , ora si può estendere a tutta Italia il “modello Genova” con un semplice decreto della presidenza del Consiglio, senza passare dal Parlamento: basta definire un cantiere “strategico” e resta in vigore soltanto il codice penale, senza i fastidiosi vincoli che il Codice degli appalti e quello civile prevedono per assegnare commesse pagate dai contribuenti. Quindi l’ Anac è già stata svuotata da sopra, il governo può escluderla dai dossier più rilevanti. Ora i leghisti promettono di svuotarla da sotto. Tornare al passato, come chiede Toti, significa sottrarre al controllo del successore di Cantone praticamente tutti gli appalti d’ Italia. L’ Anac può essere guardata con sospetto per i superpoteri che le ha attribuito il governo Renzi. Ma non è che prima la vigilanza pubblica sugli appalti avesse attraversato una stagione gloriosa: l’ ultimo presidente dell’ Avcp, l’ Autorità di vigilanza sui contratti pubblici, antenata dell’ Anac, è stato arrestato nel 2014 con accuse di corruzione. Stefano Feltri

 

29/07/2019 – Affari & Finanza

Autonomie, Penisola divisa in due al Nord 15 miliardi in più in 5 anni

Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna non hanno interesse a fissare i fabbisogni standard perché dopo tre anni potranno aumentare le spese a scapito delle altre Regioni
Quello che all’ inizio sembrava agli osservatori più disattenti solo un vivace ma tutto sommato innocuo dibattito regionale senza gravi conseguenze politiche, una diatriba complicata sul piano tecnico e quindi indigesta per il grande pubblico, si è trasformato in un terreno di lacerante scontro politico, ed è ora uno dei motivi per cui rischia di andare in pezzi la maggioranza giallo-verde. Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna, tre Regioni del Nord che producono oltre il 40% del reddito nazionale, chiedono più autonomia, chiedono che lo Stato trasferisca loro una serie di funzioni, in nome di una presunta maggiore efficienza amministrativa nell’ offerta dei servizi pubblici. Dopo lunghi mesi di trattative quasi segrete con gli ultimi due governi, accompagnate dal più assoluto e sconcertante silenzio parlamentare, ci si è resi conto che le bozze di intesa scaturita da quella richiesta di autonomia e dai referendum consultivi in due delle tre regioni, sono state scritte in modo da prefigurare il rischio di una “secessione dei ricchi”, possibile pietra tombale sui principi di solidarietà e persino di unità nazionale. Un sistema in cui nei prossimi cinque anni le altre Regioni rischiano di dover rinunciare a una quindicina di miliardi per le spese pubbliche aggiuntive di lombardi, veneti, emiliani e romagnoli. C’ è una domanda basilare che si impone in questa vicenda. È possibile per una o più Regioni ottenere una maggiore autonomia senza pregiudicare l’ unità nazionale e i principi di solidarietà? Immaginiamo il seguente scenario, che l’ Ufficio parlamentare di bilancio, in una delle sue ultime audizioni, chiama “cooperativo”. Come prima cosa, lo Stato, insieme alle Regioni, indica le prestazioni essenziali che vanno offerte uniformemente su tutto il territorio nazionale non solo nella sanità ma anche nell’ assistenza, nell’ istruzione, nel trasporto pubblico locale e in altri servizi ancora. Sono i “livelli essenziali di prestazione”. Dopo di che, per ogni servizio, ci dice qual è la spesa da effettuare in condizioni di efficienza e considerando i diversi costi. Sono i cosiddetti “fabbisogni standard”. A questo punto il governo ascolta le richieste delle Regioni che vogliono poter gestire autonomamente una serie di funzioni. E chiarisce subito che non tutte possono essere trasferite. Non è solo il caso della difesa, della giustizia o dell’ ordine pubblico, per le quali è la stessa Costituzione a vietare la regionalizzazione. Sarebbe assurdo per esempio avere venti sistemi scolastici diversi o assunzioni regionali di docenti. L’ istruzione, dunque, è una di quelle materie che deve restare di competenza statale. E non è la sola. Detto questo, immaginiamo quale possa essere il sistema concesso dallo Stato a ciascuna delle Regioni che chiedono più autonomia. Seguiamo il possibile ragionamento dell’ esecutivo. “Io, governo, garantisco a te, Regione, una spesa standard per i servizi che vuoi gestire autonomamente. Te la finanzi con una parte del gettito fiscale che raccogli nella tua regione. Ma ogni eccedenza di quel gettito rispetto alla spesa standard non sarà di tua competenza: andrà alla fiscalità generale e in parte servirà ad aiutare le regioni meno ricche, che con le loro tasse non riescono a finanziare la propria spesa e magari non riescono a coprire le stesse prestazioni essenziali. Il sistema si chiama perequazione ed è previsto dalla Costituzione. Se non ci fosse, non esisterebbe più l’ Italia come Stato unitario. Lo strumento che userai per coprire le tue spese sarà dunque una quota percentuale dell’ Iva o dell’ Irpef. Ma bada bene: se questo gettito nel corso degli anni dovesse aumentare, io ti abbasserò la quota percentuale in modo che possa coprire la sola spesa standard che devi sostenere. Non un euro di più, non uno di meno. Se tu Regione vuoi avere dei servizi in più, sappi che io non posso appesantire le mie già martoriate finanze pubbliche. Dunque, hai due modi per finanziarli: o introduci nuove tasse locali oppure risparmi su altre spese. Tutto questo sistema (dai livelli essenziali di prestazione ai fabbisogni standard, fino alle compartecipazioni regionali alle tasse) sarà deciso dallo Stato e approvato dal Parlamento dopo un approfondito dibattito”. Ecco dunque lo scenario in cui l’ autonomia viene raggiunta all’ interno di un sistema che l’ Ufficio parlamentare di bilancio chiama “cooperativo”, in quanto non pregiudica la solidarietà e l’ unità nazionale. L’ alternativa a questo sistema è lo scenario indicato nelle bozze di accordi tra lo Stato e le tre Regioni che stanno domandando più autonomia – Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna – le quali pur partendo da un diritto riconosciuto dalla Costituzione si spingono troppo oltre e rischiano di pregiudicare i principi su cui si fonda lo Stato unitario e solidale. È lo scenario che sta spaccando proprio in queste settimane il Paese e la stessa maggioranza di governo. Vediamo come funziona. Lo Stato innanzitutto non si preoccupa affatto di indicare fin da subito i livelli essenziali di prestazione. È da anni, del resto, che non vengono indicati. Manca la base per calcolare i fabbisogni standard, la cui determinazione viene affidata invece a un futuro comitato Stato-Regioni, senza l’ indicazione preventiva di qualsiasi straccio di criterio. Di fronte alle richieste di trasferimento di tutti i servizi potenzialmente trasferibili, il governo non batte ciglio e accetta in blocco il pacchetto intero, senza eccezione alcuna. Salvo fare un tardivo dietrofront sulla scuola, suscitando le ire scomposte dei governatori di Veneto e Lombardia. Dopodiché, sempre nelle bozze di intesa, il governo si impegna ad assicurare alle tre Regioni una quota fissa di compartecipazione al gettito regionale Iva o Irpef, per finanziare i fabbisogni standard, tutti da stabilire. E garantisce che se il gettito regionale salirà oltre quei fabbisogni (perché magari aumenta il reddito), resterà a disposizione delle stesse Regioni. All’ opposto, se il gettito scenderà, sarà lo Stato a rifondere le risorse mancanti alzando la quota di compartecipazione. Insomma, due pesi e due misure. Questo significa che, con un aumento del gettito Irpef dell’ 1,6% l’ anno – spiegano i due economisti della Voce. info Leonzio Rizzo e Riccardo Secomandi Ma questo è solo l’ antipasto. Forse rendendosi conto che i fabbisogni standard sono destinati a restare dei fantasmi, lo Stato si impegna a sostituirli con qualcos’ altro se non verranno alla luce nei prossimi tre anni. Con che cosa? Con la garanzia che la spesa pro-capite statale in quelle regioni non sarà inferiore a quella pro-capite nazionale. E siccome la Ragioneria ci dice che oggi essa è inferiore in tutte le materie, questo significa che Lombardia, Veneto e Emilia Romagna avranno garantiti altri 2,7 miliardi in più all’ anno. Un ottimo incentivo a non far partire i fabbisogni standard. Da dove verranno queste risorse aggiuntive? Da nuove tasse locali? Neppure per sogno: le bozze autonomistiche lo escludono. Dalla finanza pubblica? No, lo Stato non può sborsare neppure un euro in più in tutta questa operazione. È ovvio allora che, se la somma deve fare zero, le risorse verranno inevitabilmente dalle altre regioni, soprattutto da quelle che non riescono a produrre un gettito fiscale sufficiente a coprire le spese. Insomma, una perequazione al contrario. Non solo, ma se l’ obiettivo della maggiore autonomia era quello di aumentare l’ efficienza, spunta un’ ultima domanda: che efficienza è adeguare la propria spesa alla media nazionale? ©RIPRODUZIONE RISERVATA. Marco Ruffolo

27/07/2019 – Il Sole 24 Ore
Preclusi gli appalti ante 19 aprile per chi è in concordato in bianco

SBLOCCA CANTIERI
La norma che anticipa il codice della crisi di impresa limitata alle nuove procedure Partecipazione esclusa per le gare iniziate prima della domanda
Le modifiche al Codice appalti (Dlgs 50/2016, articolo 110 comma 4) e all’ articolo 181 bis, comma 4 della legge fallimentare, in materia di concordato preventivo e affidamento di contratti pubblici, introdotte con il decreto legge sblocca cantieri (Dl 32/2019, articolo 2) a partire dal 19 aprile, non hanno natura interpretativa. E, quindi, si applicano solo alle nuove procedure. È il principio affermato dal Tar Lazio con la sentenza 9782 del 22 luglio scorso, con la quale è stato rigettato il ricorso di una società in concordato contro il provvedimento di estromissione da una procedura aperta per l’ affidamento di un contratto pubblico. Il ricorso è stato, quindi, deciso in base alla normativa precedente rispetto allo sblocca cantieri, entrato in vigore dopo l’ adozione del provvedimento di revoca dell’ aggiudicazione. Secondo i giudici del Tar, infatti, l’ applicazione del nuovo testo, che anticipando il Codice della crisi di impresa e dell’ insolvenza ammette la partecipazione alle gare in caso di concordato con riserva, è esclusa perché la «partecipazione alle procedure di affidamento di contratti pubblici», di cui parla il Codice appalti, riguarda le sole procedure che iniziano dopo la presentazione della domanda di concordato in bianco e non anche, come nel caso deciso, quelle in corso al momento del deposito della domanda. La decisione Nel caso esaminato dal Tar Lazio la ricorrente era parte, quale mandante cooptata, di un Rti aggiudicatario di un contratto pubblico. Dopo l’ aggiudicazione, la ricorrente aveva presentato domanda di concordato «in bianco». Dopo le verifiche, l’ ente appaltante aveva disposto l’ estromissione dalla procedura della società e il divieto a svolgere il ruolo di impresa cooptata, avendo riscontrato la mancanza dei requisiti dell’ articolo 80 del Codice appalti. Il provvedimento è stato confermato dal Tar, che ha ritenuto che la presentazione della domanda di concordato in bianco comportasse l’ esclusione della ricorrente dalla gara. Viene qui ribadito il prevalente orientamento dei giudici amministrativi, che hanno sempre affermato la ricorrenza della fattispecie escludente dell’ articolo 80 comma 5, lettera b) del Dlgs 50/2016 nel caso di imprese che abbiano presentato una domanda di concordato in bianco (si veda, tra molte, il Consiglio di Stato, sentenza 7289/2018 e il Tar Piemonte, sentenza 260/2019). I principi comunitari Come ricordato nella sentenza, questa interpretazione non contrasta con la normativa comunitaria. Con la sentenza del 28 marzo 2019, la Corte di Giustizia ha stabilito che è conforme al diritto dell’ Unione e, soprattutto, al principio di uguaglianza nella procedura di aggiudicazione di appalti pubblici per la legislazione nazionale escludere dalla partecipazione a un appalto un operatore economico che abbia presentato una domanda di «concordato in bianco», piuttosto che non escluderlo (paragrafo 48); l’ articolo 45, paragrafo 2, primo comma, lettera b), della direttiva 2004/18 deve essere interpretato nel senso che non osta a una normativa nazionale che consente di escludere da una procedura di aggiudicazione di appalto pubblico un operatore economico che, alla data della decisione di esclusione, abbia presentato un ricorso per essere ammesso al concordato preventivo, riservandosi di presentare un piano che preveda la prosecuzione dell’ attività (paragrafo 50). Per i giudici amministrativi, proprio la diversità (confermata dalla sentenza della Corte di Giustizia) delle situazioni che caratterizzano le due fasi, quella precedente e quella successiva all’ ammissione al concordato, induce a ritenere inapplicabile a questo caso l’ articolo 3 della Costituzione e, quindi, a reputare manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale dell’ articolo 80 comma 5 lettera b) del Codice appalti. © RIPRODUZIONE RISERVATA. Giovanni Battista Nardecchia

 

28/07/2019 – Il Giornale

“Troppo tempo perso su Alitalia In fumo 1 miliardo”

Veneziani: «Il piano del governo è sbagliato, problemi irrisolti»

Chiediamo al segretario Marco Veneziani: avete fatto pace con Alitalia? «Niente affatto risponde il sindacalista -. Lo sciopero è rinviato al 6 settembre perché in quella data potremo farlo di 24 ore, oggi sarebbe stato depotenziato a quattro».

Perché protestate?

«Nei due anni di amministrazione straordinaria l’azienda ha bruciato oltre un miliardo di denaro pubblico, non è stata ristrutturata, è priva di strategia. Può bastare?».

Cosa pensa della cordata Fs-Atlantia-Delta-Tesoro che si è formata per rilevarla?

«Non siamo prevenuti. Atlantia è un partner forte che ha esperienza nel settore, Fs, Tesoro, Delta sono soggetti grossi».

Il piano industriale?

«Non è un buon piano. È sbilanciato sugli interessi di Delta e di Air France, con un ridimensionamento di Alitalia nella joint venture atlantica».

E gli esuberi?

«Alitalia ha bisogno di un piano espansivo e coraggioso, così non ci sarebbero esuberi, o sarebbero minimi».

Qual è un buon piano?

«Deve riequilibrare le tratte atlantiche, allo scopo di guadagnare e non solo di alimentare l’attività dei partner. E deve avere una lucida strategia di network: in questi anni sono state aperte e chiuse destinazioni un po’ a casaccio, perdendo sempre del denaro».

Ha fiducia nel governo e nel ministero dello Sviluppo?

«La loro colpa è di aver perso tempo, un piano e una cordata così si potevano fare in quattro mesi, invece siamo finora a 26 mesi. Ai cittadini tutto questo è costato più di un miliardo, tra prestiti e interessi, e la compagnia continua a perdere».

Come hanno lavorato i commissari?

«Male. Oggi Alitalia è ai minimi storici, in due anni ha perso ulteriori competenze, all’interno non ci sono più professionalità di trasporto aereo di livello».

In realtà il declino è iniziato molti anni fa…

«Ma non è stato arrestato e si è aggravato».

Il progetto attuale filerà liscio?

«Credo che alla fine ne usciremo, ma saranno ancora dolori…».

Questo salvataggio di Alitalia sarà duraturo?

«Dipende dal piano e da come sarà amministrata la compagnia. Servono persone capaci, esperte di trasporto aereo. Senza la guida giusta, tra due anni saremo da capo».

 

28/07/2019 – Il Giornale

Salini, Astaldi e il maxi-cantiere per Italia

Nicola Porro

Mancano pochi passi perché vada in porto il cosiddetto «Progetto Italia». Anche se, basta un solo passo falso, perché salti tutto. Cerchiamo di farla semplice.

I tecnici ci scuseranno, ma spero che il lettore possa apprezzare. Il settore delle costruzioni in Italia è di una fragilità estrema. C’è un’impresa relativamente grande Salini, che comprò Impregilo; una pattuglia di taglia poco inferiore ma con conti traballanti, e una miriade di piccole e micro imprese. Una di queste aziende, storiche, di una famiglia come si deve, con bellissimi contratti vinti all’estero, ma che non ha retto la crisi, è la romana Astaldi.

Progetto Italia, in fondo, è il tentativo di mettere insieme un gruppetto di persone interessate al settore: Salini, capofila, Astaldi, nel ruolo di salvata prima di essere sommersa, le banche che hanno crediti dubbi nei confronti di tutti e la Cassa Depositi & Prestiti. La manona pubblica che servirebbe da collante per il progetto. Mal calcolata questa operazione dovrebbe, con altri relativamente piccoli innesti, generare un gruppo da una quindicina di miliardi di fatturato e ordini già in portafoglio per una sessantina, con un patrimonio vicino ai cinque miliardi. Non si tratta ancora di una dimensione da favola.

Questo è un settore dove se sbagli, o hai le spalle larghe o muori: parliamo di grandi opere, di contratti in giro per il mondo da miliardi. Basti pensare a cosa sta succedendo ai contratti vinti congiuntamente da Salini, quotata e in bonis, con Astaldi, in procedura diciamo così prefallimentare: rischiano di essere bloccati per il flop di uno dei partner in affari. Ecco perché la dimensione qui conta. Eccome. La quindicina di miliardi della nuova Salini&co è niente rispetto ai 41 miliardi di Vinci, i 33 di Bouyges, i 23 di Hochtief, e via andando per i campioni nazionali di cui è piena l’Europa. Il settore in Italia vale 1,4 milioni di addetti e soprattutto quando un’impresa italiana vince una commessa all’estero si porta un pezzetto di made in Italy: la filiera, il condizionale è d’obbligo, ne dovrebbe trarre beneficio.

La situazione però si è complicata. Entro il primo agosto si doveva mettere apposto la situazione societaria e poi cercare di far uscire (la diciamo male) Astaldi dalle secche giudiziarie in cui si trova. Si tratta di procedure lunghe. Astaldi è infatti quotata e ci sono assemblee dei creditori che devono essere convocate per votare e omologhe di tribunali, che ad agosto vanno in ferie. Insomma se mai si ottenesse una proroga, che in molti oggi auspicano, si andrebbe comunque alle calende greche, con lavori là fermi e in attesa di ossigeno finanziario. Che non arriva finchè non si sblocca la situazione societaria. La struttura dell’operazione vede infatti l’ingresso della Cassa con 250milioni di euro e un aumento di capitale della Salini (la capofila ovviamente di tutto e che in Borsa capitalizza circa 800 milioni) da 600 milioni. Ciò fa sì che Fabrizio Palermo e i suoi uomini controllerebbero circa il 20 per cento della nuova entità. Ma nelle ultime ore è emerso che quasi la totalità del 75 per cento del capitale non quotato della Salini è in pegno ad una banca francese. In genere i pegni si possono escutere se un titolo va male, scende sotto una certa soglia. I manager della Cassa si sono comprensibilmente irrigiditi. Insomma fare affari con un soggetto che non si sa bene chi domani possa essere, comporta qualche rischio. Ovviamente le soluzioni tecniche si possono trovare.

Resta una questione fondamentale. In questo Paese manca, nonostante una grande tradizione, un’azienda di dimensioni internazionali nel settore costruzioni, anche e soprattutto perché il mercato domestico è un grande casino: bloccato e pieno di regole. Tutti i grandi campioni europei hanno nei loro rispettivi mercati domestici una forte presenza e soprattutto le opere pubbliche si fanno. Da noi è più o meno tutto bloccato. In questi mesi, le cose sono andate anche peggio. Ci troviamo davanti a una trappola micidiale. Se il mercato domestico non inizia a rivitalizzarsi, non ci saranno mai operazioni finanziarie che tengano: quelle in essere possono solo ritardare il nostro declino. Se il mercato italiano dovesse finalmente darsi una svegliata rischiamo di vedere assegnati appalti, inevitabilmente europei, ad aziende non italiane: semplicemente perché quelle di dimensioni buone non ci sono più. Un po’ come abbiamo fatto con il fotovoltaico. La più grande bufala finanziaria della storia: in cui le bollette degli italiani hanno finanziato pannelli cinesi e tedeschi e private equity di tutto il mondo, che sono venuti qui a papparsi incentivi da favola.

 

28/07/2019 – ANSA

Barriere di sicurezza in autostrada, Mit emana linee guida

Per sostituzione e riqualificazione, dopo prescrizione a società

L’Ufficio ispettivo territoriale di Roma del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti ha notificato alle società concessionarie autostradali di competenza le innovative linee guida per la sostituzione e la riqualificazione delle barriere di sicurezza installate sulle infrastrutture.
Si tratta – spiega una nota del Ministero – di un documento messo a punto da un tavolo tecnico ad hoc, costituito dopo che, lo scorso 24 giugno, la Direzione generale vigilanza autostrade del Mit ha prescritto a tutte le società concessionarie di procedere alla riqualificazione delle barriere di sicurezza. La finalità è quella di diminuire gli incidenti mortali su strada, come ad esempio quello che nel 2013 ad Acqualonga, Avellino, uccise 40 persone.
Le linee guida emanate per le società concessionarie di competenza dell’Uit di Roma possono essere valide anche per tutte le strade e autostrade italiane e definiscono alcuni criteri che consentono di individuare le priorità degli interventi in base alla pericolosità delle arterie, grazie a un indice prestazionale generale che calcola velocità di progetto, incidentalità del tratto, classe di contenimento della barriera ed esposizione della strada stessa (ad esempio in prossimità di ferrovie, ospedali, scuole o aree urbanizzate). Anche così il Governo, tramite i tecnici del Mit – prosegue la nota – vuole dunque dare grande impulso alla messa in sicurezza delle infrastrutture, impartendo ai concessionari direttrici chiare e obbligandoli a sostituire, a partire dai tratti più pericolosi, le barriere di sicurezza vetuste esistenti con sistemi di nuova generazione più performanti.
“Anche se i nuovi dati Istat ci dicono che nel 2018 le vittime di incidenti stradali in Italia è in leggero calo, sulle strade italiane si verificano ancora troppi incidenti mortali: sono oltre 3000 all’anno i morti e più di 240mila i feriti tra automobilisti, motociclisti, ciclisti e pedoni. Accogliamo dunque con favore la notizia dell’emanazione da parte del Mit delle linee guida per le società concessionarie autostradali in merito alle nuove linee guida per la sostituzione e la riqualificazione delle barriere di sicurezza installate sulle infrastrutture”. Così in una nota i portavoce del MoVimento 5 Stelle in commissione trasporti alla Camera.
“Tutti i concessionari hanno ora a disposizione direttrici chiare sui lavori da effettuare e dovranno procedere alla sostituzione e riqualificazione delle barriere di sicurezza, a partire dai tratti stradali più pericolosi. Questo intervento si va ad aggiungere a quanto già fatto in tema di sicurezza, ad esempio con le nostre proposte di modifica al Codice della Strada, che mirano a tutelare gli utenti vulnerabili, come pedoni, ciclisti e motociclisti, o con il decreto ‘salvamotociclisti’, che prevede l’obbligo di installare specifiche barriere protettive per l’incolumità di scooteristi e motociclisti. Sin dal nostro approdo al Governo il Mit, nella figura del ministro Toninelli, si è attivato per riammodernare e mettere in sicurezza tutte le infrastrutture nazionali: questa è la strada che continueremo a seguire per tutelare tutti gli utenti della strada e migliorare così la qualità della vita di tutti i cittadini”, concludono i deputati pentastellati.
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28/07/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Concordato in bianco/1. Regole congelate per gli appalti in corso

Giovanni Battista Nardecchia

Tar Lazio: la norma che anticipa il codice della crisi d’impresa limitata alle nuove procedure

Le modifiche al Codice appalti (Dlgs 50/2016, articolo 110 comma 4) e all’articolo 181 bis, comma 4 della legge fallimentare, in materia di concordato preventivo e affidamento di contratti pubblici, introdotte con il decreto legge sblocca cantieri (Dl 32/2019, articolo 2) a partire dal 19 aprile, non hanno natura interpretativa. E, quindi, si applicano solo alle nuove procedure.

È l’importante principio affermato dal Tar Lazio con la sentenza 9782 del 22 luglio scorso, con la quale è stato rigettato il ricorso di una società in concordato contro il provvedimento di estromissione da una procedura aperta per l’affidamento di un contratto pubblico.

Il ricorso è stato, quindi, deciso in base alla normativa precedente rispetto allo sblocca cantieri, entrato in vigore dopo l’adozione del provvedimento di revoca dell’aggiudicazione. Secondo i giudici del Tar, infatti, l’applicazione del nuovo testo, che anticipando il Codice della crisi di impresa e dell’insolvenza ammette la partecipazione alle gare in caso di concordato con riserva, è esclusa perché la «partecipazione alle procedure di affidamento di contratti pubblici», di cui parla il Codice appalti, riguarda le sole procedure che iniziano dopo la presentazione della domanda di concordato in bianco e non anche, come nel caso deciso, quelle in corso al momento del deposito della domanda.

La decisione

Nel caso esaminato dal Tar Lazio la ricorrente era parte, quale mandante cooptata, di un Rti aggiudicatario di un contratto pubblico. Dopo l’aggiudicazione, la ricorrente aveva presentato domanda di concordato «in bianco». Dopo le verifiche, l’ente appaltante aveva disposto l’estromissione dalla procedura della società e il divieto a svolgere il ruolo di impresa cooptata, avendo riscontrato la mancanza dei requisiti dell’articolo 80 del Codice appalti.

Il provvedimento è stato confermato dal Tar, che ha ritenuto che la presentazione della domanda di concordato in bianco comportasse l’esclusione della ricorrente dalla gara. Viene qui ribadito il prevalente orientamento dei giudici amministrativi, che hanno sempre affermato la ricorrenza della fattispecie escludente dell’articolo 80 comma 5, lettera b) del Dlgs 50/2016 nel caso di imprese che abbiano presentato una domanda di concordato in bianco (si veda, tra molte, il Consiglio di Stato, sentenza 7289/2018 e il Tar Piemonte, sentenza 260/2019).

I principi comunitari

Come ricordato nella sentenza, questa interpretazione non contrasta con la normativa comunitaria. Con la sentenza del 28 marzo 2019, la Corte di Giustizia ha stabilito che è conforme al diritto dell’Unione e, soprattutto, al principio di uguaglianza nella procedura di aggiudicazione di appalti pubblici per la legislazione nazionale escludere dalla partecipazione a un appalto un operatore economico che abbia presentato una domanda di «concordato in bianco», piuttosto che non escluderlo (paragrafo 48); l’articolo 45, paragrafo 2, primo comma, lettera b), della direttiva 2004/18 deve essere interpretato nel senso che non osta a una normativa nazionale che consente di escludere da una procedura di aggiudicazione di appalto pubblico un operatore economico che, alla data della decisione di esclusione, abbia presentato un ricorso per essere ammesso al concordato preventivo, riservandosi di presentare un piano che preveda la prosecuzione dell’attività (paragrafo 50).

Per i giudici amministrativi, proprio la diversità (confermata dalla sentenza della Corte di Giustizia) delle situazioni che caratterizzano le due fasi, quella precedente e quella successiva all’ammissione al concordato, induce a ritenere inapplicabile a questo caso l’articolo 3 della Costituzione e, quindi, a reputare manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale dell’articolo 80 comma 5 lettera b) del Codice appalti. © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

28/07/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Concordato in bianco/2. In prospettiva il conflitto è risolto

  1. B. N.

La decisione del Tar Lazio ribadisce l’esistenza di un contrasto interpretativo tra i giudici amministrativi e quelli ordinari

La decisione del Tar Lazio ribadisce l’esistenza di un contrasto interpretativo tra i giudici amministrativi e quelli ordinari.

Per questi ultimi, l’impresa che ha presentato domanda di concordato preventivo con riserva, in base all’articolo 161 comma 6 della legge fallimentare, può partecipare alle gare per l’affidamento dei contratti pubblici, con l’autorizzazione del tribunale, che valuta i diversi interessi della Pa e dei creditori, purché proceda ad una adeguata «disclosure» del piano non ancora depositato (in questi termini, Tribunale Bolzano, 9 gennaio 2018; Tribunale Roma 7 dicembre 2018 e 8 gennaio 2019).

Un contrasto plasticamente evidenziato nel caso appena esaminato: il Tribunale di Roma aveva autorizzato la ricorrente ad aderire al Rti per l’esecuzione dell’appalto oggetto di causa. Per dirimere questo contrasto, lo sblocca cantieri ha modificato l’articolo 110 del Codice appalti, che testualmente dispone ora che: «Alle imprese che hanno depositato la domanda di cui all’articolo 161, sesto comma, del regio decreto 16 marzo 1942, n. 267 si applica l’articolo 186-bis del predetto regio decreto. Per la partecipazione alle procedure di affidamento di contratti pubblici tra il momento del deposito della domanda di cui al primo periodo ed il momento del deposito del decreto previsto dall’articolo 163 del regio decreto 16 marzo 1942, n. 267 è sempre necessario l’avvalimento dei requisiti di un altro soggetto».

Con lo stesso provvedimento il Governo ha anche modificato l’articolo 186 bis della legge fallimentare riscrivendolo: «Successivamente al deposito della domanda di cui all’articolo 161, la partecipazione a procedure di affidamento di contratti pubblici deve essere autorizzata dal tribunale, e, dopo il decreto di apertura, dal giudice delegato, acquisito il parere del commissario giudiziale ove già nominato».

In definitiva il decreto legge ha permesso di sciogliere i dubbi interpretativi, affermando l’applicazione della normativa del concordato preventivo in continuità anche alle imprese che abbiano presentato solo una domanda cosiddetta «in bianco». © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

28/07/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Napoli Est 2.0, tram o Brt? Concorso internazionale per progettare la nuova linea di trasporto

Alessandro Lerbini

Invitalia promuove la gara per l’area di Ponticelli. Compenso di 468mila euro di cui 150mila come premio per il primo classificato

Un concorso internazionale di progettazione per potenziare i trasporti a Napoli. Invitalia ha pubblicato il bando in unico grado per la realizzazione di interventi infrastrutturali con sistemazione delle aree verdi e la realizzazione di una linea tram oppure Brt (Bus rapid transit) nell’ambito del piano «Riqualificazione Napoli Est 2.0».
Il costo complessivo degli interventi – ripartito sulle tre aree Brt 1, Cappio via Mario Palermo e Invariante tram – è di 33,1 milioni.
Il valore totale stimato del concorso è pari a 468.905 euro. Lo stesso è stato calcolato sommando il valore del premio (150mila euro), il valore massimo stimato per le eventuali indagini (40mila euro) e il valore dell’appalto pubblico di progettazione definitiva ed esecutiva relativo alla tratta Brt 1 (278.905 euro), da affidare eventualmente al vincitore del concorso. La stazione appaltante si riserva la facoltà di esternalizzare o meno le attività di progettazione definitiva ed esecutiva e, quindi, di non affidare al vincitore – previa motivazione – i successivi livelli di progettazione.
L’intervento persegue l’esigenza dell’amministrazione comunale di potenziare e riorganizzazione le soluzioni delle linee del trasporto pubblico all’interno di un’area in radicale trasformazione dal punto di vista dell’assetto insediativo, del tessuto produttivo ed economico e dei servizi, in funzione di una strategia più generale di riqualificazione e valorizzazione, urbanistica e ambientale di un territorio per molti anni rimasto periferico e, poi, contrassegnato da dismissioni, “vuoti” e limitate interconnessioni, attive e funzionali, con il centro della città e con le aree esterne. A tal fine, il Comune intende implementare un sistema Brt con linee bus o tranviarie nella zona di Ponticelli, nell’area orientale di Napoli.
Gli interventi infrastrutturali sono compresi nel patto per lo sviluppo della Città di Napoli, siglato il 26 ottobre 2016 tra il Presidente del Consiglio dei Ministri e il sindaco metropolitano di Napoli, finanziato con risorse FSC.
L’intervento interessa l’area orientale di Napoli, cerniera tra la città e i territori vesuviani, oggetto di importanti trasformazioni urbanistiche di iniziativa pubblica e privata.
Il territorio dell’area orientale, un tempo a vocazione prevalentemente agricola, oggi luogo di industrie, in molti casi dismesse, si presenta come un’area dalle molteplici potenzialità. In luogo delle industrie dismesse, in quest’area troveranno sede nel prossimo futuro nuove residenze pubbliche e private, attività terziarie, alberghiere, commerciali, secondo quanto previsto dal piano regolatore generale e dai piani urbanistici attuativi, cui si rinvia per maggiori approfondimenti.
L’obiettivo che l’amministrazione intende perseguire con l’intervento di riqualificazione Napoli est 2.0 è realizzare un percorso di trasporto pubblico locale di tipo green-way, che possa fungere da trait d’union tra la stazione di piazza Garibaldi e l’area di Ponticelli, con particolare riferimento all’Ospedale del Mare, con sviluppo lungo gli assi già definiti nello studio di prefattibilità ambientale. Il percorso attraverserà quindi aree dalle diverse caratteristiche: l’area di piazza Garibaldi, con il suo tessuto storico e fortemente urbanizzato, quella del centro direzionale, sede di uffici e attività direzionali, la via Argine, asse portante della prevista riqualificazione, l’Ospedale del Mare, nuova centralità urbana.
Il concorso di progettazione è finanziato dal Fondo Sviluppo e Coesione 2014-2020. Le proposte dovranno pervenire entro il 18 settembre.  © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

28/07/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Risorse idriche, raggiunta l’intesa con le regioni sul piano acquedotti: al via 26 interventi per 80 milioni

  1. E. T.

Tra le opere più importanti la realizzazione di reti e impianti a Calvisano per 7,6 milioni e la nuova centrale di sollevamento dell’acquedotto di Venezia e Chioggia per 8,2 milioni

La Conferenza unificata, su proposta del Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Danilo Toninelli, ha raggiunto l’intesa sul primo stralcio della sezione “acquedotti” del Piano nazionale degli interventi nel settore idrico, elaborato sulla base della proposta di Arera (Autorità di regolazione per energia, reti e ambiente).
Il piano stralcio approvato finanzia 26 interventi che, grazie agli 80 milioni previsti dalla legge di bilancio per il 2019 per le prime due annualità 2019 e 2020, possono attivare ulteriori risorse da tariffa per complessivi 540 milioni. Tra quelli più importanti, sono previste la realizzazione di reti e impianti acquedottistici nel Comune di Calvisano (Brescia) per 7,6 milioni, la nuova centrale di sollevamento dell’acquedotto di Venezia e Chioggia per 8,2 milioni, la progettazione delle interconnessioni delle adduttrici degli ATO 3,4 e 5 nelle Marche per 6,1 milioni e il risanamento della rete acquedottistica dell’ATO 2 di Catania, per 5 milioni.
L’adozione definitiva del piano stralcio, diretto alla riduzione della dispersione dell’acqua potabile, al risparmio delle risorse idriche (idropotabili) e a migliorare l’efficienza delle reti di trasporto idrico, avverrà ora con un decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, su proposta del ministro delle infrastrutture e dei trasporti di concerto con i ministri dell’Ambiente, dell’Agricoltura, dei Beni culturali e dell’economia e delle finanze, sarà ora definitivamente adottato questo primo stralcio.
Gli stanziamenti resi disponibili dal Governo per il settore idrico, considerando anche gli ulteriori investimenti provenienti dalla tariffa del Sistema Idrico Integrato, arrivano all’ingente somma di 1 miliardo di euro, grazie alle risorse rese disponibili da questo piano stralcio che si vanno ad aggiungere a quanto previsto dal Piano straordinario, adottato dal ministro Toninelli a dicembre scorso, e dallo stralcio “invasi” del Piano nazionale, adottato con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri dello scorso 17 aprile.

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28/07/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Firenze, al via la riconversione dell’ex Manifattura tabacchi chiusa dal 2001

Paola Dezza

Il progetto (joint venture tra Cassa depositi e prestiti e fondo di investimento PW Real Estate III LP – Aermont capital) prevede un investimento di circa 200 milioni

Una serie di eventi temporanei terranno aperta in città la ex Manifattura tabacchi di Firenze, importante complesso industriale firmato dalla mano di Pier Luigi Nervi e chiuso dal 2001.

Oggi l’area è oggetto di un imponente recupero, dopo essere stata fulcro dell’attività produttiva della città negli anni 30. Il progetto, portato avanti dalla joint venture tra Cassa depositi e prestiti insieme al fondo di investimento PW Real Estate III LP che fa capo a Aermont capital (al suo primo progetto in Italia) interessa una serie di edifici industriali per circa 100mila mq di superficie e prevede un investimento di circa 200 milioni di euro. Con l’obiettivo di finire il complesso, che in tutto vale 98mila metri quadri, nel 2022.

La riqualificazione trasformerà l’area in un polo di aggregazione, connesso e sostenibile dove formazione, cultura, turismo e creatività (dal prossimo 2 settembre e per sei mesi sei giovani artisti lavoreranno in Manifattura riflettendo sul tema della Meraviglia) diventeranno nuove opportunità per la città.

«La joint venture prevede che Aermont e Cdp operino in regime di coinvestimento per costruire un vero e proprio quartiere – spiega Giovanni Manfredi, managing director di Aermont capital -. Non si tratta di un puro intervento immobiliare, ma di una rigenerazione a 360 gradi». Cdp nel tempo cederà quote per ridurre la propria partecipazione.

Secondo il masterplan nell’ex Manifattura Tabacchi i metri quadri saranno per un terzo destinati a residenze, per un terzo a uffici e per l’ultimo terzo a ristoranti, negozi e strutture ricettive, tra cui un hotel di 100 camere e uno studentato di 350 camere.

«Di recente abbiamo presentato il building prototipo, chiamato B9 – spiega Michelangelo Giombini, head of product development di Manifattura Tabacchi -. Una stecca a due piani lunga oltre 100 metri che si affaccia verso la ferrovia che diventerà la linea tramviaria e verso nord sul cortile della ciminiera. Sarà uno spazio per eventi. Ma abbiamo già iniziato a lavorare all’edificio B8, a fianco del B9, che ha già subito una prima fase di rinnovamento. Dopo aver ospitato residenze d’artista, diventa uno spazio di produzione di arte contemporanea». Lo scorso aprile è stato approvato il piano di recupero e firmata la convenzione urbanistica. «Entro l’anno consegneremo il primo edificio restaurato che è la terza sede cittadina di Polimoda, primo tenant che ha anche l’opzione di acquisto da esercitare nei prossimi due anni. Da fine anno arriveranno quindi qui 700 studenti» conclude Giombini.

Il masterplan è stato affidato a Concrete Architectural Associates, studio d’architettura olandese, che ha interpretato il futuro di questi spazi. In tutto ci sono ben 15 edifici da riqualificare, per i quali muove i primi passi la commercializzazione. Qui arriverà anche una struttura The Student hotel di 14mila metri quadrati. Sono in atto alcune conversazioni con operatori che possano fungere da richiamo, «puntiamo sul mondo dell’educazione» dicono dal team. Ma ci sono trattative in corso per programmare anche altre soluzioni di ospitalità. © RIPRODUZIONE RISERVATA