Rassegna stampa 24 luglio 2019

23/07/2019 11.45 – RADIOCOR

Acea: ok a finanziamento da 100 mln per la controllata campana Gori

(Il Sole 24 Ore Radiocor Plus) – Roma, 23 lug – Si e’ conclusa positivamente l’operazione di finanziamento strutturato a lungo termine di 80 milioni a favore di Gori Spa, societa’ del Gruppo Acea a capitale misto pubblico-privato che gestisce dal 2002, in regime di affidamento trentennale, il servizio idrico integrato nell’Ambito distrettuale Sarnese-Vesuviano della Regione Campania. Si tratta di un territorio che comprende 76 Comuni delle Province di Napoli e di Salerno, con una popolazione residente pari a circa 1.460.000 abitanti

“Il finanziamento – si legge nella nota – concesso da Ubi Banca, Intesa Sanpaolo, Mps Capital Services Banca per le Imprese, Banco Bpm, Banca del Mezzogiorno – MedioCredito Centrale, Banca di Credito Popolare di Torre del Greco e da Banca Imi come agent, unitamente al finanziamento di 20 milioni accordato da Acea (socio industriale di Gori), rappresenta la piu’ importante operazione di finanza strutturata su base project nel settore del servizio idrico integrato in Campania. L’operazione di finanziamento e’ stata realizzata grazie all’impegno profuso dai soci pubblici (Ente d’Ambito e Asm Multiservizi di Pomigliano d’Arco) e da Acea, che hanno condiviso un percorso avviato con l’accordo industriale di novembre 2018 intervenuto fra la Regione Campania, l’Ente Idrico Campano e Gori”

“Il finanziamento e’ assistito da un pacchetto di garanzie di progetto standard ed e’ accompagnato dalla linea di credito concessa dal socio industriale a dimostrazione del rinnovato e tangibile impegno nella partecipata e dell’attenzione al territorio da parte di Acea. La societa’ potra’ cosi’ realizzare importanti interventi in infrastrutture idriche, fognarie e di depurazione. Fino al 2032 sono previsti, infatti, circa 400 milioni di nuovi investimenti”.

com-fil

24/07/2019 – Corriere del Veneto
Hera, Alperia, Asco: Agsm-Aim, lo stop su A2a riapre i giochi

VICENZA Gli scenari si ampliano, la holding del Veneto è svanita e quel che resta del risiko delle multiutility venete diventa un labirinto, tra politica ed economia. È lo stato dell’ arte della (complicata) partita della fusione tra la veronese Agsm e la vicentina Aim. Che si muovono in un mercato in cui però molte pedine sono andate a dama. Dopo l’ acquisizione cinque anni fa della padovana-triestina AcegasAps, il colosso emiliano-romagnolo Hera ha ora battuto tutti nell’ aggiudicarsi la maggioranza di Ascotrade, la società di vendita di gas ed elettricità sul libero mercato della trevigiana Ascopiave. Che ora getta il suo sguardo su Aim e Agsm. I due gruppi sono promessi sposi da più di due anni ma il matrimonio stenta a decollare. Anche perché alla prospettiva si era sovrapposta la fusione a tre. Per dirla con i numeri: Aim e Agsm, assieme, formerebbero una holding da 1,1 miliardi di euro di fatturato e circa duemila dipendenti ma l’ asticella delle società, anche per volontà dei soci pubblici ovvero i Comuni di Vicenza e Verona, si alza: «Dobbiamo competere con gruppi da 6 miliardi di fatturato – dichiara l’ amministratore unico di Aim, Gianfranco Vivian – dunque il nostro obiettivo è una realtà di almeno 1,8-2 miliardi di euro di ricavi». Da qui era nato l’ interesse delle due aziende per Ascotrade, con un’ offerta condivisa anche con il colosso lombardo A2a e che puntava a creare una holding veneta delle multiutility. Ma Ascopiave ha scelto l’ 0fferta irrinunciabile di Hera. E la strada si complica. La strada verso A2a è indicata dall’ advisor di Aim e Agsm; ma la politica ci mette lo zampino di fronte a un dubbio: l’ accordo con Milano-Brescia è un utile appoggio per dare dimensione a Verona-Vicenza o l’ anticamera di consegnarle al colosso lombardo? La Lega a Verona non vede di buon occhio e pure la maggioranza di centrodestra in Comune a Vicenza si sfalda, con Fratelli d’ Italia che chiede di mantenere il controllo pubblico e la Lega di valutare pure l’ ipotesi finanziaria: vendere al miglior offerente. Di fronte a tanta incertezza, e al rischio di spaccature, il cda di Agsm l’ altro ieri ha sospeso le decisioni fino a settembre. Dilatando i tempi: la scorsa settimana Vivian aveva annunciato che entro fine settembre sarebbe arrivato un progetto di fattibilità per la fusione Aim-Agsm con l’ identikit del futuro terzo partner; ora la frenata. Ma viste le incertezze, i giochi si riaprono. Perché nel frattempo i concorrenti di A2a tornano a farsi sotto. Con l’ obbligo per le due società, come ha confermato il presidente di Agsm, Daniele Finocchiaro, di andare al vedo. A farsi avanti gli altoatesini-trentini di Alperia-Dolomiti, la stessa Hera, ma pure Ascopiave. E i vertici delle società non nascondono la possibilità che altri chiedano di essere ascoltati, come ad esempio la mantovana «Tea», che già in passato era data vicina a entrare nella partita Aim-Agsm. Gian Maria Collicelli

24/07/2019 – Corriere Adriatico
«Biometano, dieci milioni da investire Risparmiamo e tuteliamo l’ ambiente»

Si attende l’ ufficialità per Anna Rita Montagna comandante della polizia locale. Nel concorso suo è il punteggio più alto
Il presidente di Aset ritiene migliore l’ opzione mediana delle tre ipotesi di Nomisma per l’ impianto
IL PROGETTO FANO La soluzione migliore, per la sostenibilità economica e ambientale dell’ impianto a biometano programmato da Aset per trattare i rifiuti organici e il verde degli sfalci, secondo l’ azienda dei servizi è quella mediana. La società Nomisma, incaricata dello studio preliminare, ha prospettato tre opzioni per l’ impianto: Caso 1: intervento in autonomia da parte di Aset con sfruttamento della capacità residuale di impianto anche mediante conferimenti di soggetti terzi (circa 25.000 tonnellate all’ anno di Forsu, frazione organica dei rifiuti solidi urbani); caso 2: intervento in sinergia con Marche Multiservizi, sfruttando un bacino di raccolta esteso al territorio della Provincia e possibilità di conferimenti da parte di altri soggetti terzi (circa 60.000 t/anno di Forsu); caso 3: intervento in sinergia con l’ Autorità territoriale di ambito 2 di Ancona, ampliando il bacino di raccolta su scala extraprovinciale e possibili conferimenti da parte di altri soggetti terzi (circa 100.000 t/anno di Forsu). «Lasciamo alla politica decidere quale opzione sviluppare – afferma il presidente di Aset, Paolo Reginelli -. Per quanto ci riguarda, riteniamo che sia più praticabile la soluzione di mezzo, quella per un impianto da 60mila tonnellate all’ anno e un bacino di raccolta esteso alla provincia di Pesaro Urbino. In questo caso l’ intervento sarebbe condiviso con Marche Multiservizi, l’ investimento richiesto è di 20 milioni di euro ed Aset è assolutamente in grado di sostenere la sua parte per 10 milioni. Le preoccupazioni espresse di recente in consiglio comunale su uno sforzo finanziario eccessivo per un’ azienda che ha un fatturato di 50 milioni di euro sono infondate». Le ragioni che giustificano la costruzione di questo impianto sono economiche e ambientali. «Innanzitutto applichiamo i principi dell’ economia circolare – sottolinea Reginelli – utilizzando scarti per produrre energia, biometano, e salvaguardiamo l’ ambiente perché questa frazione di rifiuti è destinata ad aumentare con la sostituzione della plastica con materiale compostabile». Il primo vantaggio economico è il risparmio delle tariffe pagate da Aset per conferire questi rifiuti a un impianto di Ravenna (1,3 milioni di euro nel 2018), a cui si aggiungono i ricavi della vendita del biometano incentivati per dieci anni con una sorta sovrapprezzo in base a un programma ministeriale. L’ incognita più rilevante è dove sarà costruito l’ impianto, il sindaco ha ribadito che non sarà a Fano. Il sito migliore è quello baricentrico in base alla distribuzione della popolazione, che ottimizza i trasporti, quindi non troppo lontano dalla fascia costiera. Lorenzo Furlani © RIPRODUZIONE RISERVATA.

24/07/2019 – Il Sole 24 Ore
«Iren punta all’ M&A In pista per Sorgenia»

INTERVISTAMASSIMILIANO BIANCOFIORE
«Ha risorse per operazioni di una certa dimensione» Anche Cva nel mirino «Board compatto e sostegno dei soci ai piani di sviluppo dell’ azienda»
«Iren ha una struttura finanziaria che oggi le permette di affrontare operazioni straordinarie di una certa dimensione, a partire da Sorgenia e da Cva». A pochi giorni dalla semestrale, il Ceo Massimiliano Bianco – confermato a fine maggio dall’ assemblea dei soci per un altro triennio – annuncia il cambio di passo per la multiutility controllata dai Comuni di Genova, Torino e Reggio Emilia. Lo richiede anche lo scenario energetico nazionale, sempre più sfidante, che prevede tra l’ altro nel luglio del 2020 la liberalizzazione completa del mercato di elettricità e gas. «Noi siamo pronti, il nuovo board è compatto e l’ armonia tra i soci si traduce in un pieno sostegno al disegno di sviluppo dell’ azienda», sottolinea Bianco, che rimarca a Radiocor come l’ obiettivo, in prospettiva, è anche rafforzare la leadership nella filiera ambientale (annunciata ieri l’ acquisizione di Territorio e Risorse in Piemonte, ndr) e nella sostenibilità, «che ci ha permesso di migliorare la visibilità sui mercati internazionali, emettendo due green bond per oltre 1 miliardo». Lei è alla guida di Iren da quattro anni. Come vede il futuro di medio periodo per la società? Dalla fine dell’ anno scorso è iniziata la fase due. Dopo tre anni dedicati alla razionalizzazione, in cui non sono comunque mancate acquisizioni mirate, oggi siamo focalizzati sullo sviluppo e sul miglioramento della redditività. L’ aggiornamento del piano a inizio autunno sarà coerente con questa strategia, che vede rilancio degli investimenti su tutte le filiere, perseguendo M&A di piccola taglia e digitalizzazione dei processi: i risultati si vedranno nel medio periodo. In vista del business plan stiamo anche ragionando sul nuovo capacity market, la remunerazione degli impianti termoelettrici per la flessibilità garantita al sistema, che è ormai in dirittura d’ arrivo e potrebbe darci alcuni benefici, oggi non computati. In ogni caso, Iren non cambierà la propria natura di multiutility che pone al centro il cliente ma diversamente dal passato, grazie al percorso di risanamento realizzato (il 2018 si è chiuso con una posizione finanziaria netta di 2,45 miliardi, 2,5 volte circa l’ Ebitda, ndr), oggi può guardare a operazioni di dimensioni significative che nascono da opportunità di mercato. Tra queste c’ è il big dell’ idroelettrico Cva, per cui avete manifestato interesse alla Regione Valle D’ Aosta. Abbiamo messo sul tavolo un’ ipotesi industriale molto solida: la creazione di una joint venture paritetica basata sulle rinnovabili che può creare un campione nazionale imperniato sulle dighe di Piemonte e Valle d’ Aosta. Al momento non ci sono evoluzioni ma siamo confidenti che verrà svolto un esame molto attento. Iren si propone come partner industriale, che consoliderebbe l’ investimento nel contesto di una governance concordata con la Regione. Un altro dossier su cui vi state muovendo è Sorgenia. Siamo fortemente interessati. Riteniamo di essere un candidato italiano credibile, anche perché la nostra offerta è completa e non prevede alcun spezzatino. Sorgenia, che ha svolto un eccellente percorso di ristrutturazione strategica e industriale, potrebbe essere complementare con il nostro disegno industriale. Hanno una gestione efficiente del parco di generazione termoelettrico e una base clienti full digital: sono entrambi punti di forza in comune con Iren che saranno cruciali nei prossimi anni. Tra noi e loro il fit sarebbe perfetto, per questo confidiamo di potere approfondire il dossier nei prossimi mesi. A proposito di clienti, le ultime operazioni – per esempio tra Hera e Ascopiave – hanno visto valutazioni molto alte. Qual è la vostra strategia? Abbiamo un target al 2023 di 2 milioni di clienti, oggi siamo a 1,8 milioni e dunque in linea. Non abbiamo messo a piano la liberalizzazione del mercato, prevista per l’ anno prossimo, che potrebbe darci una spinta in più. È indubbio che sul mercato oggi ci sia un’ iper valutazione del cliente, la cui giustificazione non può arrivare solo da attese di redditività ma anche dalla volontà di alcuni operatori di conquistare un posizionamento strategico di lungo termine. Poi c’ è anche il tema dell’ evoluzione della tipologia di clienti, che – nel caso di Iren oltre il 5% – non sono più legati alla commodity energetica ma a una serie di servizi a valore aggiunto. Avete deciso se esercitare il diritto di covendita a First State sul 49% del rigassificatore Olt? Abbiamo tempo fino a settembre. Non è un asset strategico ma ha prospettive interessanti. © RIPRODUZIONE RISERVATA. Cheo Condina

24/07/2019 – Il Mattino
Autonomia, così il Nord guadagna 1,3 miliardi

IL FOCUS ROMA Un impatto finanziario più limitato, ma comunque significativo: se come pare ormai assodato l’ istruzione non sarà tra le competenze trasferite alle Regioni, il conto finale a vantaggio di Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna resterà comunque del tutto vantaggioso. Nell’ ipotesi di assegnazione delle risorse in base al valore medio nazionale pro capite le tre Regioni che hanno richiesto il trasferimento delle funzioni avrebbero un surplus di 1,3 miliardi, mentre a perderci sarebbe soprattutto il Lazio, con una perdita teorica di olre 1,6 miliardi. Proprio il criterio di attribuzione delle risorse sarà uno dei nodi da sciogliere nelle riunioni dei prossimi giorni; ma l’ orientamento è quello di far saltare la clausola di salvaguardia prevista dall’ articolo 5 delle intese, che rimanda appunto al valore medio nazionale in caso di mancato accordo tra Stato e Regioni sull’ adozione dei fabbisogni standard. Si tratta di criterio quanto mai rozzo, che porrebbe il Paese di fronte ad un dilemma: o sottrarre alle Regioni sopra la media i fondi da assegnare a quelle che invece sono sotto, rispettando in questo modo il principio di invarianza finanziaria della riforma, oppure prelevare risorse aggiuntive dal bilancio dello Stato (con nuove tasse o tagli di spesa) per compensare la differenza. Se alla fine il riferimento alla clausola sarà effettivamente abbandonato, il dossier dell’ autonomia si trasformerà in una mini-riforma destinata probabilmente ad essere giudicata inutile da chi a suo tempo l’ aveva proposta. Un’ analisi dettagliata delle conseguenze dell’ approccio basato sul costo medio (che scatterebbe dopo tre anni di mancato accordo sui fabbisogni standard) è stata fatta da Leonzio Rizzo e Riccardo Secomandi dell’ Università di Ferrara in un articolo uscito ieri sul sito lavoce.info. Nel testo vengono prese in considerazione le due ipotesi: regionalizzazione di tutte le funzioni richieste dalle Regioni, oppure stralcio dell’ istruzione scolastica e universitaria. Nel primo caso, ci sarebbe in ballo (in base ai numeri della Ragioneria generale dello Stato) un importo complessivo di 16,2 miliardi, che diventerebbero 4,8 sottraendo gli 11,4 di scuola e università, che dunque valgono oltre i due terzi del totale. In entrambe le situazioni, ciascuna Regione dovrebbe confrontare la propria spesa regionalizzata pro capite con quella media nazionale: lo sbilancio moltiplicato per il numero di abitanti dà l’ ordine di grandezza delle risorse in eccesso o in difetto. Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna avrebbero diritto a 2,7 miliardi in più e nel complesso vedrebbero incrementarsi del 17 per cento la spesa. La somma scende a 1,3 miliardi (con un aumento del 21 per cento) se si esclude l’ istruzione come suggeriscono gli ultimi sviluppi della trattativa politica. LA RINUNCIA La rinuncia al trasferimento dei docenti e del restante personale nei ruoli regionali avrebbe un effetto positivo per alcune Regioni del Sud, che sono al di sopra della media per quanto riguarda l’ istruzione ma non per le altre funzioni. Mentre l’ esito resterebbe comunque disastroso per il Lazio, il cui scostamento complessivo dipende in larga parte proprio dalle funzioni diverse da scuola e università: un conto da 1,6 miliardi, solo di poco inferiore a quello che si avrebbe con la cessione di tutte le funzioni istruzione compresa. Sulla questione il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia ieri ha posto un limite chiaro alle autonomie: «Non devono diventare nuovi centralismi», ha detto. «Il rischio – ha aggiunto – è che al centralismo nazionale se ne aggiungono altri 20 regionali, che invece di semplificare complicano le cose». Luca Cifoni © RIPRODUZIONE RISERVATA.

24/07/2019 – Corriere della Sera
«Nel popolo sale la tensione Il premier vedrà i governatori, toccherà a loro l’ ultima parola»

L’ intervista
Stefani: noi non ci fermiamo, la trattativa più dura sarà sui fondi
«Ho appena finito di parlare al telefono con il premier Conte. La volontà della Lega è di arrivare fino in fondo, l’ autonomia non si ferma. Lui è d’ accordo». Ministra Erika Stefani, però ieri sono saltati gli annunciati tavoli con i ministeri della Cultura e dell’ Economia. «Per ragioni d’ agenda, non politiche. Così mi ha assicurato Conte. Domani ci vedremo con il ministro della Cultura Bonisoli e all’ inizio della prossima settimana con il ministro dell’ Economia Tria. E il premier mi ha annunciato che fisserà un incontro con i presidenti di Veneto e Lombardia per valutare con loro il testo dell’ intesa, prima dell’ approdo in Consiglio dei ministri». Nell’ attesa si sono parlati a mezzo lettera. Lo scambio l’ ha sorpresa? «Mi ha fatto piacere, penso abbia fatto bene alla causa. Il confronto, anche aspro, chiarisce le posizioni in campo. La critica che spesso viene mossa alla riforma è di essere “segreta”: più trasparente di così! Lo scambio è oramai quotidiano, pubblico, apertissimo. Zaia e Fontana hanno fatto intendere che non stanno scherzando». Nella Lega cresce la voglia di rompere. «La tensione sta salendo e non solo nella Lega. Quando abbiamo fatto campagna per il referendum, in Veneto, accanto a me sul palco c’ erano esponenti del M5S, di Forza Italia, perfino del Pd. Quando torno a casa, a Vicenza, non posso andare dal fruttivendolo senza che qualcuno mi domandi: “Ma allora, l’ autonomia?” La speranza è diventata aspettativa, poi diritto e infine pretesa. Ora siamo alla diffida del popolo». Può cadere il governo? «Quello tra noi e il M5S non è un matrimonio fondato sull’ amore ma su un contratto. Se non viene rispettato, è dura andare avanti. I fronti aperti sono tanti ma io sono fiduciosa, in un anno abbiamo dato risposte importanti al Paese e anche sull’ autonomia essere arrivati a far incontrare premier e governatori la considero una vittoria. È una rivoluzione lenta, anche se a volte la trattativa è frustrante». Il ministro Toninelli ieri ha dato per chiusa l’ intesa per quel che lo riguarda. «Piano. L’ intesa sarà chiusa quando i presidenti di Regione diranno sì alla controproposta elaborata dal governo. Tocca a loro l’ ultima parola». Dunque anche sulla scuola l’ intesa non è fatta? «Mi ha infastidito il trionfalismo dei Cinque Stelle dopo quel tavolo, perché nelle occasioni precedenti nessuno aveva mai gridato alla “vittoria della Lega”, anche se ce ne sarebbe stato motivo. Sia chiaro: in quella sede io non ho avallato alcun compromesso. Da mediatore ho preso atto delle richieste del vicepremier Di Maio e del sottosegretario Giuliano. Le sottoporrò ai governatori, vedremo che diranno». Riuscirete a chiudere la norma finanziaria? «Senza quella non c’ è autonomia, sarebbe come un condominio privo di fondamenta. Lì ci attende la vera trattativa, la più dura». Salvini sarà al suo fianco? Ultimamente pare guardare con distacco a questa partita. «Non c’ è stato un solo momento in cui io abbia dubitato di lui. È vicepremier, ministro, segretario della Lega: la sua agenda fa paura. Ma il suo sostegno all’ autonomia non è in discussione». Marco Bonet

24/07/2019 – Corriere della Sera
L’ addio di Cantone «Anac, ciclo chiuso Il clima è diverso»

Tornerà magistrato. I dissidi con il governo
ROMA «Un ciclo si è definitivamente concluso, anche per il manifestarsi di un diverso approccio culturale nei confronti dell’ Anac e del suo ruolo», scrive Raffele Cantone, annunciando l’ addio al vertice dell’ Autorità anticorruzione con otto mesi di anticipo sulla scadenza. Una decisione «maturata progressivamente», il che significa che con il governo grillino-leghista i rapporti si sono sempre più deteriorati, fino a spezzare quel rapporto di fiducia con l’ autorità politica che cinque anni fa lo nominò presidente dell’ Anac. Quando c’ erano Matteo Renzi a palazzo Chigi e un’ altra maggioranza in Parlamento. Cantone torna a vestire la toga indossata la prima volta 28 anni fa, anche per dare il suo contributo «in un momento difficile per la magistratura». Ma al di là della voglia di rientrare nei ranghi, è evidente che l’ uomo-simbolo del contrasto alla corruzione non si sente a suo agio con un governo che ha quasi sempre mostrato di soffrire (e ignorare) i punti di vista e le posizioni dell’ Anac. «Progressivamente», appunto. Cantone l’ ha detto anche al Presidente della Repubblica, il primo ad essere avvisato della decisione comunicata ieri con una lettera sul sito dell’ Autorità. Le ultime incomprensioni – ma si possono tranquillamente definire contrasti – sono emerse sul decreto Sbloccacantieri. L’ Anac aveva indicato diverse «criticità» al governo, alle commissioni parlamentari competenti, nella relazione annuale: certe riforme, come l’ innalzamento a 150.000 euro della soglia dei lavori sotto la quale si possono assegnare lavori con procedure semplificate, «aumentano certamente il rischio di scelte arbitrarie, se non di fatti corruttivi». Allarmi ignorati, come quelli sulla possibile incostituzionalità delle deroghe al codice degli appalti e i poteri straordinari ai commissari. La risposta del governo è sempre arrivata con sbrigative dichiarazioni: «La corruzione c’ è dove c’ è complicazione ed eccesso di burocrazia», replicava Matteo Salvini elogiando lo Sbloccacantieri. E il ministro pentastellato delle Infrastrutture, Danilo Toninelli, pur riconoscendo «legittimità» alle opinioni del presidente dell’ Anac, ricordava l’ approvazione della legge Spazzacorrotti. Mettendo l’ accento sulla repressione anziché sulla prevenzione, e rivelando così un atteggiamento diverso – se non opposto – a quello dell’ Autorità anticorruzione. Ecco perché Cantone mette l’ accento sulla divaricazione di «approccio culturale». Che era già evidente, prima ancora delle disquisizioni tecniche sulle norme, in ciò che il presidente disse sul nome che i Cinque Stelle avevano scelto per battezzare la loro riforma anticorruzione (peraltro condivisa da Cantone in molte parti): «Spazzacorrotti è un termine che mi piace poco perché i corrotti non vanno spazzati via, ma evitati». Nel suo discorso di insediamento, il premier Giuseppe Conte aveva manifestato delusione per i risultati conseguiti dall’ Anac, «e forse avevamo investito troppo», disse. In un anno e più il feeling non è mai decollato, e ora Cantone se ne va sottolineando che dal 2014 «abbiamo compiuto grandi passi avanti nel campo della prevenzione della corruzione, tanto da essere divenuta un modello di riferimento all’ estero». Anche grazie all’ Anac. E grazie gli ha detto il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, mentre il vicepremier Luigi Di Maio gli fa gli auguri per il futuro, riconoscendogli «lealtà». Silenzio da Salvini e dal suo partito. L’ opposizione del Pd, invece, protesta: «Non hanno eliminato la corruzione, e l’ anticorruzione è diventata un peso», accusa il presidente Paolo Gentiloni. GIOVANNI BIANCONI

24/07/2019 – Italia Oggi

Tav, Conte: non farla costerebbe molto di più che completarla. M5s insorge

Il premier detta la linea e spacca i grillini: i fondi europei sono assicurati solo per la realizzazione e non potremmo farne un uso alternativo

Il premier Giuseppe Conte mette la parola fine alla discussione sulla Tav: si deve fare. Quanto basta per fare insorgere il Movimento 5 stelle ed esultare la Lega e le opposizioni che chiedono la testa del ministro delle Infrastrutture, Danilo Toninelli da sempre schierato per il no. “I fondi europei sono assicurati solo per la realizzazione del Tav e non potremmo farne un uso alternativo. Alla luce di questi nuovi finanziamenti comunitari non realizzare il tav costerebbe molto più che completarlo e dico questo pensando all’interesse nazionale che è la stella polare che guida il governo. Questa è la posizione del governo, ferma restando la piena autonomia del Parlamento”, scrive il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, in un video su facebook. “Solo il Parlamento può decidere di non realizzare il Tav”, aggiunge Conte, ricordando poi che “la Francia si è espressa per la conferma della realizzazione di quest’opera: l’assemblea nazionale francese ha approvato il 18 giugno scorso la legge sulla mobilità confermando gli impegni alla realizzazione del Tav. Se volessimo bloccare l’opera e se fosse possibile un progetto alternativo non lo potremmo fare condividendo il percorso con la Francia. Non potremmo confidare sul mutuo dissenso degli altri due protagonisti, la Francia e la commissione europea. A queste condizioni solo il Parlamento potrebbe adottare una decisione unilaterale viste anche le leggi di ratfiica adottate su questo punto in passato”.La linea di Conte è quindi chiara. “Sono intervenuti dei fatti nuovi, elementi di cui tenere conto nella risposta che venerdi il governo dovrà dare all’Inea, l’agenzia europea per le infrastrutture e le reti per evitare la perdita dei finanziamenti europei. L’Europa si è detta disponibile ad aumentare il finanziamento della tratta transfrontaliera dal 40 al 55%. Questo ridurrebbe lo stanziamento dei fondi che l’Italia deve destinare alla Tav con un notevole risparmio”. “Per quanto riguarda la tratta nazionale che impiega molte risorse nell’ordine di 1,7 miliardi circa l’Italia potrebbe beneficiare di un contributo dalla commissione europea pari al 50% e anche qui saremmo di fronte a un sostanzioso risparmio. Ulteriori finaziamenti europei sarebbero disponibili grazie all’impegno del ministro Toninelli che ringrazio”, sottolinea il premier. “La decisione di non realizzare l’opera comporterebbe una perdita di finanziamenti e ci esporrebbe a costi derivanti da una rottura dell’attuale accordo con la Francia. Queste decisioni sono state approvate prima dell’arrivo di questo governo. Il dato nuovo con cui fare conti è che l’impatto finanziario per l’Italia è destinato a cambiare dopo l’apporto della commissione europea e i costi a ridursi in seguito all’interlocuzione con la Francia in ordine al riparto delle nuove quote di finanziamento della tratta transfrontaliera. Siamo impegnati con la massima determinazione anche se allo stato un nuovo riparto non è garantito”, conclude Conte. Musica per le orecchie del leader della Lega. “La Tav si farà, come giusto e come sempre chiesto dalla Lega. Peccato per il tempo perso, adesso di corsa a sbloccare tutti gli altri cantieri fermi”, dichiara Matteo Salvini. Note stonate invece per il Movimento 5 stelle. “Alla luce delle dichiarazioni del presidente del Consiglio Giuseppe Conte, che ringraziamo per l`impegno, chiederemo che sia il Parlamento ad esprimersi e in aula vedremo l`esito della votazione. Vedremo chi è a favore di un progetto vecchio di 30 anni e chi invece sceglierà di avere coraggio”. Così, in una nota congiunta, i capigruppo del Movimento 5 Stelle al Senato e alla Camera, Stefano Patuanelli e Francesco D`Uva. “In merito al tav la posizione del MoVimento 5 Stelle non cambia. Il nostro No a un`opera che rischierebbe di nascere già vecchia è deciso”, concludono Patuanelli e D`Uva. Poco dopo insorge il leader. “No alla Tav Torino-Lione”, scrive Luigi di Maio sul suo profilo Facebook. “Questo è un no forte, convinto, deciso.
Uno di quei NO che fanno bene – si legge nel post – Sappiamo di stare dalla parte giusta della storia. Qui lo sviluppo non c`entra un bel nulla, qui gli interessi sono altri”. “Ho ascoltato attentamente le parole del Presidente Conte, che rispetto – prosegue Di Maio nel post – Il Presidente è stato chiaro, ora è il Parlamento a doversi esprimere. Sarà il Parlamento, nella sua centralità e sovranità, che dovrà decidere se un progetto vecchio di circa 30 anni e che sarà pronto tra altri 15, risalente praticamente alla caduta del muro di Berlino, debba essere la priorità di questo Paese”. “Sarà il Parlamento – prosegue il post di Di Maio – ad avere la responsabilità di avallare un progetto prevalentemente di trasporto merci (e sottolineo trasporto merci) mentre non esiste ancora l`alta velocità per le persone in moltissime aree del Paese. Sarà il Parlamento a dover decidere se è più importante la tratta Torino-Lione, cioè se è più importante fare un regalo ai francesi e a Macron, piuttosto che realizzare, ad esempio, l`alta velocità verso Matera, capitale europea della cultura, o la Napoli-Bari”. “Nel corso del tempo – prosegue Di Maio – si sono succeduti nove governi, sono passati quasi 30 anni. Non esisteva ancora l`iPhone, non esistevano nemmeno gli smartphone, non esisteva il web come lo conosciamo oggi quando si discuteva della Torino-Lione. Parliamo di un`era oramai remota, eppure qualcuno, adesso, vorrebbe farci credere che la priorità del Paese sia questa. Media, giornali, apparati, tutto il sistema schierato a favore. Non noi. Non il MoVimento 5 Stelle. Per noi la Torino-Lione era e resta un`opera dannosa”. E’ un fiume in piena Di Maio. Sulla vicenda Tav “Il MoVimento 5 Stelle presenterà un atto per dire che le priorità sono altre, un atto che non è altro che il cambiamento che abbiamo promesso: entrare al governo e decidere diversamente da come avrebbe deciso un Pd o un Berlusconi qualsiasi”. Aggiunge il vicepremier pentastellato: “Non abbiamo paura di restare soli, siamo sempre stati soli davanti ai partiti ed è sempre stato motivo di orgoglio. Avremmo anche potuto governare da soli, se tutti gli altri non si fossero messi d`accordo per fare una legge elettorale, poco prima del voto, che ci impedisse di guidare autonomamente il Paese”. “Negli ultimi giorni – prosegue Di Maio – abbiamo ricevuto attacchi fantasiosi, letto ricostruzioni farneticanti di una nostra presunta alleanza in Europa col Pd. Tutto falso. Pura diffamazione. Ma fra non molto potremo vedere con i nostri occhi chi decide di andare a braccetto con Renzi, Monti, Calenda, la Fornero e Berlusconi. Il Parlamento restituirà a tutti la verità dei fatti. “Noi non molleremo mai – conclude – Noi non lasceremo mai il Paese a questa gente!”. Fonti vicine al leader del Movimento fanno sapere che Beppe Grillo ha sentito Luigi Di Maio e ha espresso pieno sostegno all’azione che il Movimento 5 stelle sta portando avanti sul no alla Tav.

24/07/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Anas, oggi al Cipe l’aggiornamento del contratto di programma con 12,5 miliardi di investimenti in più

Manuela Perrone

Servono alla manutenzione di straordinaria di ponti, viadotti e gallerie oltre al piano per mondiali di Cortina e olimpiadi invernali

Piatto ricco per il Cipe che si riunisce oggi, all’insegna dello sblocco dei cantieri caro alla Lega. In cima all’ordine del giorno c’è l’aggiornamento del contratto di programma 2016-2020 tra ministero delle Infrastrutture e Anas, con un piano per la manutenzione straordinaria di ponti, viadotti e gallerie e un programma per Cortina in vista dei Mondiali 2021 e delle Olimpiadi invernali 2026. Il contratto aggiunge 12,5 miliardi di investimenti alla dotazione attuale di 36 miliardi, che include i 2,9 miliardi della legge 145/2018 e i 3,2 miliardi di produzione residua di interventi in fase di attivazione o in via di esecuzione.

Ma ce n’è anche per la rete ferroviaria. È atteso infatti anche il parere favorevole del Comitato interministeriale per la programmazione economica – le cui “chiavi” sono nelle mani del segretario Giancarlo Giorgetti, sottosegretario alla presidenza del Consiglio – all’aggiornamento del contratto di programma di Rfi 2017-2021 per gli anni 2018 e 2019. L’updating prevede la contrattualizzazione di circa 15,4 miliardi, al netto di 503 milioni di definanziamenti: 7,3 miliardi di investimenti arrivano da fondi della legge di bilancio 2019, 5,9 da quella precedente, 2,2 miliardi dal Fondo di sviluppo e coesione per il periodo 2014-2020.

Disco verde in arrivo inoltre per l’accordo di cooperazione tra Mit e le Regioni Friuli-Venezia Giulia e Veneto relativo alle ex Autovie Venete e alle tratte autostradali A4 Venezia-Trieste, A23 Palmanova-Udine, A28 Portogruaro-Conegliano, A57 Tangenziale di Mestre per la quota parte e A34 raccordo Villesse-Gorizia. Un’intesa ritenuta dal Governo un esempio di efficiente cooperazione pubblico-privato nella gestione del rapporto concessorio. “Sì” quasi scontato anche per il progetto definitivo del nono lotto della superstrada “Due mari” E78 Grosseto-Fano, che vale 828 milioni, e della strada statale 372 “Telesina” in Campania, raddoppio strategico per la viabilità del Sannio in stand by da anni. Sul tavolo del Comitato approda anche la Satap Torino-Milano (A4) e soprattutto la revisione della concessione e dei piani economico-finanziari della Asti-Cuneo, ma l’ok alla ripresa dei lavori non è assicurato: potrebbe slittare ancora.

Sul capitolo autostrade c’è un altro documento cruciale all’esame del Cipe: la proposta del ministero delle Infrastrutture per definire un «criterio generale» per i periodi transitori conseguenti alla scadenza delle concessioni, ovvero per le fasi intermedie tra la fine del contratto e il subentro di un nuovo operatore. Un tassello che aiuta a definire il cosiddetto “valore di subentro”, nell’intenzione di accelerare in un quadro di certezza giuridica le nuove gestioni e i nuovi affidamenti. L’auspicio della Lega è che sia «equilibrato», nel senso di garantire una remunerazione congrua attraverso piani finanziari idonei a garantire la gestione ordinaria del servizio e l’esecuzione dei lavori di manutenzione e di adeguamento per la sicurezza delle infrastrutture.

La riunione odierna chiude anche il cerchio per l’attuazione del Piano anti-dissesto idrogeologico, con i suoi 1,8 miliardi disponibili già per il 2019 anche grazie al lavoro di raccordo operato dalla Cabina di regìa Strategia Italia istituita a Palazzo Chigi per volontà del premier Giuseppe Conte. Il Cipe approverà la parte in capo al ministero dell’Ambiente (315 milioni per 263 opere di prevenzione immediatamente cantierabili entro l’anno) e dovrebbe definire la procedura semplificata, attraverso la conferenza dei servizi, per sbloccare altri 150 milioni per ulteriori 63 interventi. Sotto la lente del Comitato finirà anche la soluzione trovata al nodo del personale specializzato che dovrà affiancare i governatori nella loro funzione di commissari straordinari anti-dissesto: Invitalia per la Protezione civile e Sogesid per l’Ambiente metteranno a disposizione un pool di esperti. I presidenti delle Regioni ottengono un’ulteriore facilitazione: per gli interventi contro il dissesto la percentuale di anticipazione delle risorse provenienti dal Fondo di sviluppo e coesione 2014-2020 sale per la singola opera dal 10 al 30 per cento. © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

24/07/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Tav, Cascetta: «È un asset strategico, in gioco c’è anche il futuro delle merci»

Carlo Marroni

Il professore, già coordinatore della Struttura di missione del Mit: le città raggiunte dall’alta velocità hanno un Pil pro capite superiore del 30%

«Voglio credere che prevalga il buon senso, sarebbe un autogol da tutti i punti di vista per il nostro Paese, molto peggio del no alle Olimpiadi di Roma». Mancano due giorni alla scadenza per la scelta sulla Tav Torino-Lione, e Ennio Cascetta, professore di Pianificazione dei Sistemi di Trasporto alla Federico II di Napoli, docente di “Advanced Modelling of Transportation Systems” presso il Massachusetts Institute of Technology (Mit) e già coordinatore della struttura di missione del Ministero delle Infrastrutture e Trasporti, mette in guardia sui gravi rischi di un no al completamento dell’opera. «Gli avvenimenti di questi ultimi giorni di Firenze dimostrano che il Paese ha bisogno di un sistema ad alta velocità ferroviaria: pensiamo cosa sarebbe il caos di lunedì vissuto in maniera permanente. Ormai all’alta velocità gli italiani sono abituati, non si può tornare indietro». Ma il è sistema dei trasporti nel suo insieme che va considerato, osserva Cascetta, autore del volume “Perchè Tav” edito da Il Sole 24 Ore. «La Torino-Lione, che ricordiamo risale al 1871, non va considerata come una tratta a sé, ma come parte integrante di un insieme. Pensiamo ad un fatto molto singnificativo: le città che sono raggiunte dall’alta velocità hanno registrato un Pil pro capite superiore del 3o% rispetto a quelle dove non arriva. Insomma, per essere chiari: manca un pezzo, e va completato, come è stato per le autostrade». Per Cascetta oltre alla Torino-Lione vanno conclusi altri pezzi molto importanti: «Sul tavolo c’è un’opera fondamentale: il completamento dell’alta velocità da Milano a Venezia, che potrebbe essere portata come simbolo delle Olimpiadi invernali 2026».

Cascetta è stato per anni a capo della struttura di missione del dicastero dei Trasporti e Infrastrutture, e in quella veste ha operato anche una projet-review dei costi della Torino-Lione di due miliardi, «ma senza fermare il progetto dell’opera, senza metterlo in discussione. Questo credo sia uno dei problemi più gravi del nostro sistema di governo, quella che io chiamo la Sindrome di Penelope. Cioè il continuo rimettere in discussione le decisioni prese, soprattutto se riguardano il bene del Paese. Io, ripeto, mi auguro che prevalga il buon senso e si proceda alla fase successiva della procedura, con le gare per l’aggiudicazione dei lavori. È questa la condizione per non perdere i finanziamenti destinati ad un’opera che collega l’Italia al resto dell’Europa». L’importanza della linea Torino-Lione non è solo per i passeggeri, ma anche per le merci, «e parlo del Tem, Treno merci europeo, che è un treno lungo, pesante e alto, che invece di far viaggiare i camion lungo i valichi alpini carica i semirimorchi. Così senza inquinare possono attraversare la Alpi». Una cifra per rendere l’idea: su percorrenze superiori ai 300 chilometri, il 30% del trasporto di merci su strada entro il 2030 ed il 50% entro il 2050, dovrà viaggiare su ferrovia con treni Tem.

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24/07/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Corruzione per l’appalto di due dighe, il Kenya chiede l’estradizione dei vertici di Cmc

Matteo Meneghello

La coop nega qualsiasi illecito, aggiungendo di essere certa della correttezza del proprio lavoro e dei propri rappresentanti, in Italia e all’estero

Il ministro delle finanze del Kenya, Henry Rotich, è stato arrestato nell’ambito di una inchiesta per corruzione e frode sulla costruzione di due dighe ad Arror e Kimwarer, nella zona occidentale del paese. L’inchiesta coinvolge anche la Cmc di Ravenna e per questo motivo è stata chiesta l’estradizione dei vertici dell’azienda.

Secondo l’accusa, Rotich ha fatto in modo che l’appalto venisse assegnato in qualsiasi caso alla coooperativa ravennate, pur essendo al corrente di violazioni procedurali e delle difficoltà finanziarie della società. Cmc è attualmente in amministrazione controllata e ha presentato le schede tecniche del progetto lo scorso febbraio, con quattro anni di ritardo, mentre il valore dello stesso progetto sarebbe stato gonfiato di 164,5 milioni di dollari (quasi 150 milioni di euro). Rotich, che n ega ogni coinvolgimento nella vicenda, è un alleato del vicepresidente William Ruto, che in febbraio aveva giustificato i pagamenti per le dighe, dicendo che «non andrà perso nulla» del denaro speso.

Tra i 28 ordini d’arresto emessi compare anche quello di Paolo Porcelli, direttore generale di Cmc. Il capo della Procura generale di Nairobi, Noordin Haji, ha dichiarato a Reuters che cercherà di ottenere l’estradizione di Paolo Porcelli, il direttore di Cmc, per permettergli di rispondere alle accuse di corruzione relative agli appalti sui progetti di due dighe nel Paese africano.

«Sappiamo della persona italiana, ma non si è ancora presentata quindi procederemo a farla estradare così che arrivi e possa affrontare le incriminazioni qui in Kenya. Emetteremo anche un mandato di arresto internazionale» ha detto Haji. La Cmc di Ravenna ha negato nei giorni scorsi qualsiasi illecito, aggiungendo di essere certa della correttezza del proprio lavoro e dei propri rappresentanti, in Italia e all’estero, in particolare su questa vicenda».

Ieri l’azienda ha aggiunto che «sta seguendo con attenzione gli sviluppi relativi alla vicenda, nel pieno interesse dei rappresentanti che ne sono coinvolti». La società «si sta già attivando presso l’autorità giudiziaria del Kenya per dirimere nel minor tempo possibile la vicenda». A questo scopo sono stati incaricati il legale americano Robert Amsterdam e l’avvocato Ermenegildo Costabile di Milano. Cmc ha ribadito ieri di essere «certa della correttezza dell’operato dell’azienda e dei suoi rappresentanti, sia in Italia sia all’estero, in particolare sull’appalto di cui si discute. L’accusa – prosegue la nota di Cmc – farebbe riferimento alle condizioni del finanziamento, da parte di banche di primario standing internazionale, delle opere pubbliche appaltate dal Kenya a Cmc», ma «Cmc e i suoi rappresentanti non hanno partecipato alle trattative» e per questo motivo la società «è certa potrà chiarire rapidamente la propria estraneità ao fatti oggetto dell’indagine».

Il caposaldo dell’accusa è che l’appalto avrebbe appesantito «inutilmente» il debito pubblico del paese, attualmente pari al 55% del prodotto interno lordo. Il budget previsto per i due progetti avrebbe dovuto ammontare all’equivalente di poco meno di 400 milioni di euro, ma il Tesoro ha prestato l’equivalente di oltre 540 milioni di euro. © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

24/07/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Imprese in crisi, Pessina Costruzioni pronta al concordato in bianco

Laura Galvagni

Anche la storica impresa milanese con un portafoglio di 890 milioni in procinto di depositare richiesta di continuità aziendale. Nomina del commissario possibile entro venerdì

Un’altra azienda del settore costruzioni, già martoriato da numerose procedure concorsuali e nel pieno del tentativo di un estremo rilancio con il Progetto Italia voluto da Salini Impregilo, si prepara a rivolgersi al Tribunale. Pessina Costruzioni, storica società del comparto che al momento ha un portafoglio ordini consolidato che vale 890 milioni, dei quali il 96% concentrato in Italia, sarebbe a un passo dall’avviare nei prossimi giorni le procedure che garantiscono la continuità aziendale. In particolare, oggi dovrebbe venir depositata la richiesta di concordato in bianco e si aspetta la nomina del commissario entro venerdì.

Secondo quanto è stato possibile ricostruire, i vertici della società avrebbero incontrato nelle ultime ore un pool di banche con l’obiettivo di mettere al corrente i creditori di quelle che saranno le prossime mosse, indispensabili per fronteggiare la situazione di crisi. Che dovrà essere di fatto “risolta” all’interno di un piano di concordato che le cui linee guida dovranno essere predisposte nell’arco dei prossimi 120 giorni.

Se il piano sarà in continuità diretta o indiretta molto dipenderà da come reagiranno le banche creditrici e gli altri enti finanziatori sui singoli cantieri. L’intenzione è di individuare nelle prossime settimane quali sono i lavori che garantiscono un’adeguata redditività e quelli invece che hanno differenti aspetti di criticità.

Quanto alle ragioni che hanno spinto Pessina Costruzioni a valutare questo passaggio, molto è da ricondurre alla sotto-produzione pesante registrata dai cantieri negli ultimi 12 mesi. Complici anche alcune situazioni delicate come quella dell’ospedale di La Spezia.

A riguardo, va sottolineato che il cantiere avviato tre anni fa, ha fino ad oggi generato 6 milioni di euro, rispetto a un valore complessivo di 120 milioni. Di fatto lo stallo ha causato una perdita di fatturato annua compresa tra i 30 e i 40 milioni. A ciò si somma il momento di grossa difficoltà che sta passando il settore delle costruzioni in Italia, zavorrato peraltro da un ammontare rilevante di crediti incagliati. Senza contare l’operazione Oberosler. Nell’ottobre 2018, Pessina Costruzioni aveva approvato un piano di sviluppo che prevedeva alcune operazioni finanziarie tra le quali il salvataggio della società di costruzioni altoatesina in concordato, di cui ha rilevato i cantieri e 50 dipendenti. Il piano prevedeva il perfezionamento di alcuni passaggi chiave entro lo scorso mese di febbraio. Termine poi slittato di qualche mese, abbastanza però per creare quella situazione di squilibrio che ha messo in difficoltà Pessina Costruzioni rendendo necessario il ricorso al concordato in bianco.

La situazione delle costruzioni non dovrebbe andare ad intaccare le altre attività del gruppo Pessina che si trovano in un buono stato di salute da un punto di vista economico e finanziario, di fatto il settore delle acque e quello immobiliare. © RIPRODUZIONE RISERVATA