Rassegna stampa 22 luglio 2019

19/07/2019 12.07 – Quotidiano Enti Locali e Pa

Servizi pubblici, il Comune di Milano è l’azionista più ricco d’Italia

Il Comune di Milano è l’azionista più ricco sotto il profilo delle aziende che erogano servizi pubblici. Il suo portafoglio, comprendente le quote in Atm, Amsa, Metropolitana Milanese oltre che negli aeroporti con Sea (Linate e Malpensa) e Orio al Serio, vale 1,51 miliardi, praticamente il doppio rispetto a Torino e Bologna, che seguono con 755,2 milioni e 690,6 milioni. È quanto emerge da un’indagine realizzata sul settore dall’Area Studi Mediobanca, che sul quinquennio 2013-2017 ha esaminato i bilanci di 40 società che gestiscono quattro tipologie di servizio (idrico, igiene urbana, trasporto pubblico locale e aeroportuale) nei 10 capoluoghi di regione più popolosi d’Italia. Esclusi dunque dal campione business come la vendita di elettricità e gas, che come noto fanno capo alle principali multiutility italiane (A2A, Hera, Iren e Acea, tutte ancora controllante da enti pubblici) che dunque sono presenti solo marginalmente nel report realizzato dagli esperti di Piazzetta Cuccia. Va inoltre precisato che sono stati esclusi dall’indagine, per la mancata disponibilità dei dati 2017, il trasporto pubblico locale di Roma e Ama (sempre della capitale). In generale, emerge come l’Italia dei servizi pubblici continui a crescere con un aumento del fatturato aggregato, nel 2017, pari a 10,4 miliardi di euro (+0,7% sul 2016 ma +6,5% sul 2013) . Le società di trasporto pubblico locale vantano i maggiori ricavi nel 2017 (3,1 miliardi) mentre gli aeroporti i maggiori utili nel quinquennio 2013-2017 (1,6 miliardi) e le società idriche, sempre nei cinque anni, più investimenti (2,7 miliardi), che a livello aggregato sono stati pari a 8,1 miliardi. Nel lustro preso in considerazione gli utili netti cumulati hanno raggiunto 2,8 miliardi a fronte di una perdita netta di 1 miliardo del trasporto pubblico locale che – nei rapporti con la pubblica amministrazione – ha “assorbito” 10 miliardi in cinque anni, sottolinea l’Area Studi Mediobanca. Capitolo a parte meritano i dividendi. Sul risultato 2017 in tutto ne sono stati distribuiti per 709 milioni da 648 milioni del 2016, con un payout medio che resta piuttosto elevato e pari al 73,5%. Vanno fatti alcuni distinguo, tuttavia, tra città e città. Nel 2017 quella che è staccato più cedole è stata Roma con 290,1 milioni, seguita da Bologna con 160 milioni e Milano con 107 milioni. Quest’ultima, tuttavia, è decisamente più virtuosa delle altre sotto il profilo del payout (cioè la fetta di utili destinati alla remunerazione dei soci) visto che si è fermata al 56,8% contro il 94,2% di Roma e l’82,2% di Bologna. Queste due città, negli ultimi cinque anni, hanno distribuito dividendi rispettivamente per 1 miliardo e 700 milioni di euro. Infine, gli occupati nelle 40 società analizzate sono 76.865, con le aziende del trasporto pubblico locale di Roma, Milano e Torino regine per numero di lavoratori rispettivamente con Atac (11.411 dipendenti), Atm (9.798) e Gtt (4.646). Quanto alla governance, è ancora bassa la presenza femminile (30,6%) e dei Millennials (5,9%) nei board.

22/07/2019 – Affari & Finanza
Acqua, 1,9 miliardi investiti ma i tubi perdono ancora

Nel 2018 e 2019 i bandi di gara sono ripartiti ma la nostra rete è ancora un colabrodo perché si spende male: solo riparazioni mentre servono sostituzioni e più tecnologia
Una rete che fa acqua da tutte le parti. E nonostante, negli ultimi anni, gli investimenti siano sensibilmente aumentati, i “buchi” sono diventati ancora più grandi. È lo stato di “disservizio” del settore idrico in Italia, una infrastruttura che soffre soprattutto del fenomeno della “dispersione”: a causa di inefficienze, manutenzione insufficiente e ritardi nelle opere di sostituzione delle tubazioni più vecchie, il nostro paese è tra quelli che spreca più acqua mentre la porta nelle case dei cittadini. Bastano pochi numeri per capire il contesto. Rispetto all’ acqua immessa nelle reti di distribuzione, le perdite idriche totali sono passate dal 32% del 2008 al 41,4% del 2015 (secondo gli ultimi dati disponibili). Eppure, nel corso degli ultimi anni gli investimenti nel settore sono cresciuti, in particolare dopo il passaggio della competenza del settore all’ Arera (l’ ex Autorità per l’ Energia da poco diventata Autorità di Regolazione Energia Reti Ambiente). Nel 2012, le società che hanno in concessione il servizio (per oltre il 90% a controllo pubblico o con capitali misti pubblico- privato) investivano un cifra pari a 32 euro per abitante all’ anno; si è poi passati ai 51 euro del 2015 per salire fino ai 71 euro dello scorso anno. Nel 2018, i bandi per le gare nel settore idrico hanno raggiunto 1,9 miliardi, con una crescita del 44% rispetto ai dodici mesi precedenti. Ma le previsioni per il 2019 sono poco brillanti: è previsto un passo indietro, a 68 euro per abitante. Sono i numeri presentati poche settimana fa dal Cresme (Centro ricerche economiche e sociali del mercato dell’ edilizia) e dal network Euroconstruct (partecipato dai 19 più importanti centri di ricerca europei del settore). I problemi non riguardano solo la manutenzione ordinaria, ma coinvolge ancora di più l’ attività di sostituzione. Nonché i problemi legati al reperimento delle risorse e alle differenze nella qualità del servizio tra regioni centro-settertrionali e quelle del meridione, dove il tasso di dispersione è più elevato. Le infrastrutture idriche sono alquanto datate e andrebbero in gran parte sostituite: purtroppo, in Italia si rincorre quasi esclusivamente l’ emergenza e si effettuano per lo più interventi non programmati (pari al 92 per cento del totale). Risultato: i tassi di sostituzione sono di gran lunga inferiori a quelli che sarebbero necessari. Detto che la rete degli acquedotti in Italia è composta da oltre 337 mila chilometri di tubazioni, di questi 74 mila hanno più di 50 anni di vita, secondo una stima dell’ Arera. In altre parole, il nostro paese avrebbe bisogno – più di altri – di accelerare la sostituire delle tubazioni più vecchie. Invece, vanno registrati i soliti ritardi: il tasso di sostituzione – sempre secondo i dati dell’ Arera – è stato nel 2015 (ultimi dati disponibili) dello 0,42% all’ anno; se non altro in leggero miglioramento rispetto al 2014, che era pari allo 0,39%. Tutto questo mentre un tasso di sostituzione ideale, dovrebbe raggiungere almeno il 2% ogni dodici mesi. «Ai ritmi attuali – si legge negli atti del convegno – la sostituzione dei chilometri di rete che hanno più di 50 anni avverrà, a seconda delle stime che si utilizzano, tra i 52 e i 66 anni. Nel frattempo, tutto il resto della rete avrà superato i 50 anni di vita e ci troveremo a dover sostituire urgentemente oltre 250 mila chilometri di rete». Così stando le cose, non sorprende che le perdite vadano crescendo, e che si ponga il problema degli investimenti sempre più necessari. I quali non andrebbero destinati soltanto al rifacimento materiale dei tubi, ma anche all’introduzione di tecnologie al servizio dei sistemi di manutenzione. Lo dimostra il fatto che «le attività di ricerca delle perdite vengono realizzate con tecniche avanzate su appena 47 mila chilometri (pari al 14 per cento delle rete totale) e che solo 30 mila chilometri di rete sono distrettualizzati con sistemi attivi di telecontrollo o regolazione automatica di portata e pressione». Depurazione e sanzioni Ue Situazione analoga, se non peggiore, riguarda i servizi di fognatura e depurazione: una situazione di gravi lacune e di mancato rispetto delle direttive europee, per cui l’Italia ha già subito diversi procedimenti di infrazione. Per dire: ancora oggi, il 3% della popolazione del nostro paese risiede in Comuni o in aree prive completamente di fognature. Per la depurazione abbiamo due livelli di problema, con altrettante violazioni di regole comunitarie: il 2% dei cittadini non usufruisce di un servizio di depurazione delle acque reflue, con una quota che sale addirittura al 40% se si considera che il «carico potenziale civile non è adeguatamente trattato in impianti di depurazione di tipo secondario». Il che, tradotto, significa che le acque reflue vengano trattate ma non in modo soddisfacente e comunque non rispettando le regole dell’Unione Europea. Dove reperire i fondi Al momento, si legge ancora nel rapporto del Cresme e di Euroconstruct, la principale fonte di finanziamento per gli investimenti del settore idrico si ricava dalle bollette pagate ai cittadini, che coprono l’80% delle somme complessive. Tra il 2012 e il 2019, le tariffe applicate agli utenti sono salite del 2,7% all’anno. Potrebbe sembrare tanto, ma bisogna sempre ricordare il dato di partenza: le tariffe sono in media tra le più basse d’Europa. Il centro di ricerche Ref ha calcolato di recente che con un incremento delle tariffe del 3,6%, gli investimenti potrebbero raggiungere stabilmente gli 80 euro per abitante, cifra che pareggerebbe il livello dei paesi eupei più avanzati. (Foto) Giordano Colarullodir. generale di Utilitalia Luca Pagni

22/07/2019 – Corriere della Sera – Economia
La partita del mercato libero Acea spinge sul digitale

A luglio 2020 si conclude il regime tutelato per 20 milioni di utenti. Marra (Acea Energia): «Il cliente dovrà essere al centro della scelta, come nella telefonia». L’ utility romana si concentra sul canale online, con sconti ad hoc
Acea va a tutto gas verso il mercato libero. La multiutility romana, che oggi serve 1,3 milioni di clienti, ha l’ obiettivo di raggiungere il milione e 700 mila entro il 2022. «Saranno tutti del mercato libero, visto che il regime tutelato è destinato a concludersi a giugno del prossimo anno», spiega Valerio Marra, presidente di Acea Energia, società del gruppo Acea guidato da Stefano Donnarumma. La speranza, per Marra, è che la scadenza non slitti ancora una volta (sarebbe la terza). A vent’ anni dall’ inizio della liberalizzazione, sarebbe ora di completare l’ opera, ma in realtà non ci crede tanto nemmeno il presidente dell’ Authority, Stefano Besseghini, che nella sua recente relazione annuale ha sollecitato il governo a mettere a punto le regole che dovrebbero accompagnare la transizione al mercato libero di 20 milioni di clienti, quasi il 60% del mercato, a partire dal primo luglio 2020. Per arrivare preparati a questa svolta epocale mancano ancora diversi passaggi: non è chiaro nemmeno il tipo di processo che verrà utilizzato per far migrare milioni di consumatori da un sistema all’ altro. La migrazione, per Marra, dovrebbe avvenire in maniera graduale, con la piena consapevolezza dei consumatori che il mercato libero conviene, in modo che la decisione di abbandonare il regime di maggior tutela sia assunta dalle famiglie in piena libertà. «Non siamo d’ accordo con il sistema delle aste, che metterebbero in vendita pacchetti interi di utenti, trasferendoli da un operatore a un altro senza consentire la libera scelta dei singoli – ragiona Marra -. Lavoreremo, invece, perché il cliente venga messo al centro del processo, come avviene nella telefonia». Marra, che è approdato in Acea l’ anno scorso, conosce bene il mercato della telefonia, perché ci ha lavorato per più di vent’ anni, prima in Omnitel (oggi Vodafone) e poi in Wind. «Certo, la telefonia appassiona di più i consumatori – ammette -. Il mondo dell’ energia è molto più complesso, ma bisogna essere in grado di spiegarlo bene a tutti, altrimenti se il prezzo resta l’ elemento base dell’ offerta è come un cane che si mangia la coda. Se il cliente non è in grado di tutelare da solo i propri interessi, vuol dire che abbiamo fallito», rileva. Le principali azioni individuate da Acea Energia per realizzare i propri obiettivi sono la forte spinta commerciale, l’ incremento dei canali distributivi, tra i quali quello digitale, e lo sviluppo di servizi a valore aggiunto. «Se si riduce tutto alla questione del prezzo, è chiaro che il mercato libero dell’ energia sembra poco attraente, visto che gli sconti possono essere limitati in un Paese dove gli oneri generali di sistema restano molto alti», fa notare Marra. Proprio per questo Acea si è concentrata sugli aspetti della trasparenza e della cura della relazione con il cliente, che spesso può fare la differenza. Per facilitare i contatti, sono in via di apertura una decina di nuovi spazi dedicati nei vari quartieri di Roma, dov’ è il grosso della clientela di Acea, oltre a una sessantina di punti vendita Acea Energia presso negozi di elettronica e telefonia. Poi c’ è il canale digitale, che verrà potenziato, anche per veicolare un’ offerta molto vantaggiosa, che offre uno sconto del 20% a chi sceglie di avere solo relazioni online, senza bollette cartacee. Fra le altre offerte, la più trasparente è indubbiamente quella che consente anche alle famiglie, con un contributo mensile fisso, di pagare luce e gas alle condizioni del mercato all’ ingrosso, riservato di norma agli operatori energetici o alle grandi imprese energivore. In grande sviluppo sono anche le offerte a valore aggiunto, che affiancano alla pura e semplice fornitura di luce e gas nuovi sistemi di efficienza energetica per tagliare i consumi, dai dispositivi per la smart home alle caldaie innovative, passando per i cappotti termici per i condomini. Acea sta testando, inoltre, sistemi per la mobilità elettrica, con l’ installazione di colonnine dedicate per la ricarica. L’ utility romana si sta lanciando in queste nuove iniziative con l’ obiettivo di allargare la sua presenza territoriale, che ora è limitata all’ area della capitale e dintorni. «L’ idea è espandersi in maniera organica verso l’ alto Lazio, l’ Umbria e la bassa Toscana», prevede Marra. Una lenta risalita, lontana mille miglia dal risiko delle utilities di cui si parlava anni fa, quando sembravano imminenti grandi fusioni con altri leader di mercato come Hera o Iren, per creare dei colossi, di cui rimangono solo gli studi nei cassetti delle banche d’ affari. di Elena Comelli

22/07/2019 – Il Messaggero
Governo senza pace: duello su Autonomia, lavoro e grandi opere

La settimana decisiva
Zaia e Fontana: «Feriti dal premier» Ma lui adesso media: «Toni cambiati» Lite sui fondi tra Mef ed enti locali Salvini: osi fanno le cose o ce ne andiamo
LA GIORNATA ROMA La crisi di governo? Improbabile. Le fibrillazioni? Sono certe. Questa la minestra che si sta preparando anche per la prossima settimana con un Salvini che ieri sera in un comizio ha ribadito: «Abbiamo spettato anche troppo, o si fanno le cose o ce ne andiamo». E ha rincarato: «Sull’ autonomia non accettiamo un no». Il dossier sul quale si concentrerà il tira e molla sarà quello delle Autonomie regionali, sul quale la pressione del Nord su Salvini è fortissima. Ma sullo sfondo pesa anche la questione Russia (Conte ne parlerà in Senato mercoledì) e della Tav poiché venerdì il governo italiano deve chiarire all’ Ue cosa vuole fare pena la perdita dei finanziamenti europei. Sulle Regioni ieri lo scontro è ripartito. Il premier ha scritto una lettera al Corriere della Sera per chiedere uno stop agli insulti e i governatori di Lombardia e Veneto hanno scritto una controlettera sottolineando di «essere stati feriti dal premier». Tanto è bastato a Palazzo Chigi per registrare però un cambio di toni. I due governatori, nel mirino anche del Tesoro per la destinazione di quote di Iva e Irpef, sanno che nella loro offensiva su Conte possono triangolare con Salvini. Tuttavia il leader leghista è cauto. Il dossier Autonomia è spinoso anche per lui, perché deve tenere l’ equilibrio tra Nord e Sud. Salvini, raccontano fonti a lui vicine, attenderà il vertice di domani pomeriggio a Palazzo Chigi prima di prendere una decisione sull’ Autonomia. Certo, così come si va delineando, l’ intesa non piace anche a lui, soprattutto sul punto delle risorse finanziarie, che sarà sul tavolo delle riunioni convocate da Conte proprio martedì. LA SFIDA Il ministro dell’ Interno prima di domani non sarà a Roma. Al momento, la crisi è tutt’ altro che esclusa ma Salvini non ha ancora sciolto i suoi dubbi. I rapporti con Conte e Di Maio sono ai minimi termini, i contatti ridotti allo zero, gli eventuali incontri chiarificatori per ora solo annunciati. Del resto anche dalle parti di Palazzo Chigi quelle che sono definite come minacce di crisi a mezzo stampa, che arrivano un giorno sì e l’ altro pure, cominciano a infastidire. «C’ è un governo che, al di là delle minacce, lavora febbrilmente», fanno notare fonti governative ricordando l’ agenda fitta di riunioni che Conte ha avuto e avrà nei prossimi giorni, quando vedrà pure le parti sociali. E Di Maio? Prepara, raccontano fonti pentastellate, un’ offensiva sul taglio dei parlamentari, riforma centrale che, secondo il Movimento, potrebbe essere tra i motivi non detti della volontà della Lega di rompere. Sull’ Autonomia, per ora, il leader M5S non si esprime: nel Movimento si ribadisce come la riforma è nel contratto per i Cinque Stelle va fatta, ma bene, e la rivolta dei governatori non è altro che l’ apertura di un fronte interno alla Lega. Tanto che le uniche riflessioni della giornata Di Maio le dedica al salario minimo, tema sul quale Durigon della lega dice: «Deve essere a costo zero per le piccole imprese». «Chi frena il provvedimento pugnala i lavoratori», avverte il vicepremier M5s annuncia, sulla proposta di legge, «novità nei prossimi giorni». Novità che non si vedono, invece, sul fronte di eventuali riunioni tra il premier, o Di Maio, e Salvini. Ed è a Conte che, in questi giorni, il leader della Lega punta con forza, tanto da aver messo momentaneamente da parte anche il tema rimpasto. Così come secondario, al momento, appare il dossier del commissario Ue, al quale la Lega comunque non ha rinunciato. Ma prima c’ è da superare la prossima settimana e i suoi tre giorni di fuoco: domani i vertici sulla Autonomia, mercoledì l’ informativa di Conte sui fondi russi alla Lega, giovedì il possibile Consiglio dei ministri. Diodato Pirone © RIPRODUZIONE RISERVATA.

22/07/2019 – La Repubblica
Il conto del federalismo Al Sud 3,3 miliardi in meno

IL DOSSIER Se si uniformassero i trasferimenti dello Stato alle Regioni alla spesa media pro capite il Lazio dovrebbe restituire 1,7 miliardi, la Campania 600 milioni, la Calabria 260
ROMA – Il federalismo fiscale rischia di spaccare l’ Italia e di presentare un duro conto alle Regioni meridionali. Se le carte in tavola non dovessero cambiare e il dispositivo normativo restasse quello oggi, sul tavolo del governo si metterebbe in modo un diabolico meccanismo ad orologeria. Entro tre anni dall’ approvazione le tre Regioni, Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna, avrebbero dallo Stato trasferimenti in più per 2,7 miliardi. Al contrario le Regioni più deboli, soprattutto, quelle del Sud, perderebbero risorse nette per 3,3 miliardi: l’ Abruzzo perderebbe 64 milioni di trasferimenti, la Basilicata 150 milioni, la Calabria 260, la Campania 696, il Lazio 1.770, la Liguria 318. Nel ribaltone ci guadagnerebbero anche Regioni intermedie o con costi pro capite particolarmente bassi (Marche, Puglia, Toscana e Piemonte) alle quali andrebbero 676 milioni in più. A queste cifre va aggiunto il gettito aggiuntivo, dovuto alla compartecipazione all’ Irpef, alle tre regioni locomotiva fornirebbe un bonus di 296 milioni. L’ analisi viene da due economisti dell’ Università di Ferrara, collaboratori della voce. info, Leonzio Rizzo e Riccardo Secomandi. L’ autonomia differenziata La cosiddetta autonomia differenziata è una versione del federalismo fiscale che riguarderebbe solo le tre regioni, Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna, che hanno tenuto appositi referendum consultivi nel 2017. Per ora, dopo una lunga trattativa, è stata formalizzata nel “testo concordato” pubblicato dal Dipartimento per gli Affari Regionali e per le Autonomie. Si attende il consiglio dei ministri della prossima settimana per vedere il testo definitivo. Quali funzioni alle tre Regioni Le funzioni da regionalizzare secondo l’ ultima bozza nota sono 23 per il Veneto, 20 per la Lombardia, 16 per l’ Emilia Romagna. Si tratta di funzioni che costano 16,2 miliardi, di cui 11,4 per l’ istruzione, che sembrerebbe tuttavia uscita dalla partita negli ultimi giorni di scontro politico. Nello specifico si tratta di istruzione scolastica e universitaria, sviluppo sostenibile e tutela del territorio, politiche per il lavoro, tutela e valorizzazione dei beni culturali e paesaggistici, diritto alla mobilità e sistemi di trasporto (per Emilia Romagna si escludono porti e aeroporti civili), competitività e sviluppo delle imprese, energia (tranne Emilia Romagna), protezione civile, comunicazioni (non in Emilia Romagna), commercio internazionale. La questione dei costi Per capire la sostanza dell’ operazione bisogna andare alle radici economiche della questione del federalismo fiscale. I leghisti dai tempi di Bossi e delle ampolle lamentano che le Regioni del Nord danno di più in termini di gettito fiscale pro capite di quanto ricevono in termini di trasferimenti per i servizi dallo Stato. Questo è vero per alcune proiezioni, ma molti economisti dicono che le risorse che vanno al Nord spesso non emergono dalle statistiche e ciò riduce il conto per circa il 43% cento. Di conseguenza la differenza tra dare e avere delle Regioni settentrionali, il cosiddetto “residuo fiscale”, sarebbe molto più basso del semplice saldo tra entrate e uscite. L’ esigenza di cambiare sistema, tuttavia, fa parte del programma di governo e il testo attuale prevede che si cambi registro. Invece di decidere dal centro i trasferimenti, sulla base della spesa storica cioè a pie’ di lista, si metterà in piedi un altro sistema. Si stabiliranno dei fabbisogni standard per i servizi, cioè degli equilibrati indicatori di costo, calcolati su bisogni ed efficienza, e le tre Regioni del Nord si pagheranno i servizi perché potranno contare su una percentuale fissa del gettito regionale dell’ Iva. I punti deboli Questa architettura, oltre ai punti deboli di fondo appena accennati, presenta un grosso rischio. Le bozze del provvedimento prevedono una clausola di salvaguardia: se entro tre anni non si riusciranno ad elaborare e a trovare un accordo sui fabbisogni standard, scatterebbe un sistema per cui le risorse nazionali sarebbero ripartite in base al costo medio. Il sistema appiattirebbe le esigenze e soprattutto spaccherebbe il paese con le cifre illustrate all’ inizio. Il costo medio delle funzioni trasferite è infatti 976 euro pro capite e le tre Regioni “separatiste” sono tutte sotto quella cifra: dunque avrebbero diritto a maggiori risorse dato il nuovo criterio. Le Regioni del Sud, spesso meno efficienti, ricevono più risorse pro capite per dare gli stessi servizi e subirebbero un taglio netto. La compartecipazione alle tasse Senza contare che rimarrebbe in vita nel frattempo la compartecipazione fissa all’ Iva o all’ Irpef del territorio: visto che Veneto, Lombardia ed Emilia corrono di più, avranno più Pil e più gettito Iva, e – secondo le bozze – potranno utilizzare liberamente queste risorse aggiuntive. Secondo lo studio Rizzo-Secomandi che apparirà sulla voce.info, il maggior gettito dovuto alla dinamica più forte dell’ economia delle tre Regioni è di circa 296 milioni annui, circa la metà dell’ incremento totale di tutte le Regioni. ©RIPRODUZIONE RISERVATA. DI ROBERTO PETRINI

22/07/2019 – Il Fatto Quotidiano

Veneto, il bando per le mense ospedaliere è illegittimo. L’Anac ordina di rifarlo, ma il centrodestra si rifiuta e diserta il Consiglio

Tutti i consiglieri che appoggiano la giunta di Luca Zaia si sono alzati dai loro scranni, a Palazzo Ferro Fini, per far cadere il numero legale. E così la “risoluzione 115” ha ottenuto 9 inutili voti a favore (M5S, Pd, Liberi e Uguali), le astensioni sono state due, mentre tutti gli altri consiglieri hanno lasciato l’aula.

di Giuseppe Pietrobelli

Un appalto da 300 milioni di euro ritenuto “non regolare” e una risoluzione che la maggioranza di centrodestra a trazione leghista in consiglio regionale del Veneto non voleva neppure votare. Di approvarla, poi, non se ne parla nemmeno, visto che avrebbe rimesso in discussione i criteri di assegnazione di un affare enorme, la ristorazione in tutti gli ospedali regionali, che è stato vinto da un solo gruppo, Serenissima Ristorazione. Infatti, come accaduto due settimane fa, tutti i consiglieri che appoggiano la giunta di Luca Zaia si sono alzati dai loro scranni, a Palazzo Ferro Fini, per far cadere il numero legale. E così la “risoluzione 115” ha ottenuto 9 inutili voti a favore (M5S, Pd, Liberi e Uguali), le astensioni sono state due, mentre tutti gli altri consiglieri hanno lasciato l’aula.

Eppure si trattava di poche parole, limpide e semplici, che non facevano altro che riprendere le affermazioni dei giudici del consiglio di Stato e di Raffaele Cantone, presidente dell’Autorità Nazionale Anticorruzione: “La Giunta regionale si impegni, nel solco di quanto deliberato dall’Anac, alla corretta riedizione della gara per l’affidamento del servizio di mensa ospedaliera a favore delle Ulss Venete”. In particolare, chiedeva alla giunta di rifare tutta la gara “in ossequio all’articolo 51 del codice dei contratti pubblici e dei principi comunitari di libera concorrenza, partecipazione, proporzionalità e non discriminazione”. Ma anche nel rispetto “dei principi costituzionali di efficacia, economicità, efficienza, imparzialità, pubblicità, trasparenza e giusto procedimento”.

“La politica deve rimanere fuori dalle gare e dagli appalti” aveva detto il 5 luglio il capogruppo leghista Nicola Finco, come se il consiglio regionale non si debba occupare di uno dei più grandi appalti mai assegnati con “gara a procedura aperta”. Concetto ribadito per la seconda volta dalla fuga dei consiglieri davanti al voto.

Rimasto a lungo sottotraccia, lo scandalo del maxi appalto da 300 milioni di euro per i pasti di pazienti e personale ospedaliero è deflagrato. Ma non è bastato a far recedere la maggioranza il precedente consiglio regionale straordinario che si era occupato della gara bandita due anni fa da Azienda Zero, con l’assegnazione di tutti i sei lotti al gruppo Serenissima Ristorazione dell’imprenditore vicentino Mario Putin. “In definitiva, la struttura della gara appare una scelta discrezionale viziata sotto il profilo funzionale in quanto manifestamente diretta ad attuare un notevole ed ingiustificato favore di uno dei concorrenti, in violazione delle regole della corretta concorrenza nel mercato delle imprese del settore”. Così avevano sentenziato alcuni mesi fa i giudici del Consiglio di Stato, annullando la procedura. Il motivo? I punteggi e le clausole che richiedevano l’utilizzo di cucine esterne e un sistema di preparazione basato sul raffreddamento dei cibi, ha di fatto portato a far vincere quel concorrente.

Un autentico bubbone amministrativo, un’ombra che attraversa le ultime amministrazioni regionali, se è vero che Serenissima ha vinto molti appalti già all’epoca in cui era governatore il forzista Giancarlo Galan e ha continuato a farlo con il leghista Luca Zaia. Si tratta di un’azienda importante, con 7 mila dipendenti, 50 milioni di pasti all’anno, un fatturato di 320 milioni di euro e una dozzina di società controllate. “La Regione avrebbe dovuto chiarire, chiedere scusae tagliare col sistema Galan” è il commento di Jacopo Berti del M5S. “Per un anno non hanno risposto a una mia interrogazione, poi i giudici amministrativi d’appello hanno accolto le richieste della società Dussmann Service, arrivata seconda, che lamentava – come avevamo denunciato – l’illegittimità del capitolato specialenella parte in cui si prevedeva l’obbligo del concorrente di avvalersi di uno o più centri di cottura esterni alle strutture delle Aziende sanitarie”. Il sistema di cucinare fuori e di raffreddare i cibi comporta che le cucine degli ospedali servano solo per la cosiddetta “rigenerazione dei cibi“. “Nell’istruttoria è emerso che il sistema di produzione utilizzato da Serenissima sarebbe stato più costoso mediamente di 1 euro in più a persona per giornata alimentare” conclude Berti, citando i giudici. “Forse crea qualche imbarazzo togliere l’appalto a Serenissima, già beneficiata di 12 milioni di euro di finanziamento pubblico per costruirsi il centro cottura, elargiti dall’allora amministrazione Galan“.

Il Consiglio di Stato ha spiegato: “L’unico centro di cottura esterno, non di proprietà delle Aziende Sanitarie che produce in ‘cook and chill’ (cucinare e raffreddare, ndr), è proprio il centro di Boara Pisani di proprietà della Serenissima Ristorazione”. E Anac ha a sua volta concluso: “L’intera struttura della gara risulta viziata sotto il profilo discrezionale e funzionale in quanto disposta in violazione del codice dei contratti pubblici e dei principi comunitari di libera concorrenza, partecipazione, proporzionalità e non discriminazione”. Sono le stesse parole della risoluzione che la maggioranza del consiglio regionale non ha voluto approvare. La motivazione data dall’assessore Manuela Lanzarin (gruppo Zaia Presidente) si riferiva al fatto che Azienda Zero apporrà dei correttivi alle gare, aumentando il numero dei lotti, inserendo nuovi criteri di valutazione delle offerte e diminuendo da 7 a 4 anni la durata dell’appalto. “Viste le procedure in corso, non è opportuno che il Consiglio si esprima”.

Tra le prescrizioni dell’appalto c’era la “disponibilità del centro di cottura al momento della stipula del contratto e del relativo avvio del servizio”. Un requisito che sembrava perfetto per il gruppo Putin. I giudici amministrativi hanno appurato che “moltissime Aziende sanitarie erano dotate di centri di cottura interni ed utilizzavano sia il sistema produttivo dei pasti fresco-caldo, sia il sistema cook and chill, sia quello misto; l’unico centro di cottura esterno non di proprietà delle Aziende sanitarie che produce il cook and chill è proprio il Centro di Boara Pisani di proprietà della Serenissima Ristorazione”. Un gruppo predestinato perché, annotava Anac, quel centro di cottura è frutto di “un affidamento in ‘project financing’ disposto dalla ex Ausl 16 di Padova”. Insomma, è stato pagato con soldi pubblici.

19/07/2019 – Italia Oggi

Boom di interdittive antimafia

Rapporto Anac sul casellario imprese. Whistleblowing, dagli appalti il 22% delle segnalazioni
Erano 122 nel 2014. Hanno toccato quota 573 nel 2018

pagina a cura di Andrea Mascolini

Sono ben 2.044 le aziende destinatarie di interdittive antimafia fra il 2014 e il 2018; il 22,6% delle segnalazioni di whistleblowing (comunicazioni su attività illecite) riguardano il settore degli appalti. Sono questi i dati resi pubblici dall’Autorità nazionale anticorruzione in questi ultimi giorni, a partire dal rapporto elaborato sulla base delle informazioni contenute nel casellario informatico delle imprese. Va ricordato che fra le notizie per le quali è prevista l’annotazione nel casellario rientrano anche fatti che possono comportare il divieto di partecipare a gare pubbliche: gravi negligenze nell’esecuzione di lavori, risoluzioni contrattuali per gravi inadempienze contrattuali, false dichiarazioni sul possesso dei requisiti di partecipazione o sulle irregolarità contributive, omissioni su condanne penali, violazioni delle norme in materia salute e sicurezza sul lavoro, sentenze di condanna o di patteggiamento per reati contro la pubblica amministrazione. Le interdittive antimafia emesse dai prefetti, sebbene limitatamente ai soggetti qualificati per partecipare a procedure di gara indette dalla pubblica amministrazione, si aggiungono alle annotazioni frutto delle segnalazioni inviate dalle stazioni appaltanti Nel periodo considerato (il quinquennio 2014-2019) si è registrata una crescita costante e generalizzata delle interdittive antimafia in ogni zona del Paese, che sono passate dalle 122 del 2014 alle 573 del 2018, con un incremento di 3,7 volte. Nel rapporto si evidenzia come non sia affatto da escludere che questo aumento possa essere in parte dovuto a un miglioramento del flusso informativo in entrata, cioè a comunicazioni più puntuali effettuate dalle prefetture all’Anac.

Allo stesso modo, il trend di crescita sembra essere anche la prova di una sempre più penetrante attività investigativa dell’Autorità giudiziaria, che spesso trasmette agli Uffici territoriali del governo le risultanze che man mano emergono dalle indagini in funzione preventiva.

Per l’Autorità presieduta da Raffaele Cantone una simile tendenza è anche «una conferma ulteriore che non esistono zone immuni dalle infiltrazioni mafiose e che il comparto degli appalti pubblici è uno dei più a rischio in assoluto. Se del resto si considera che il settore nel 2018 ha sfiorato i 140 mld, è comprensibile per quale ragione esso rappresenti uno dei terreni di caccia preferiti del crimine organizzato».

Dal punto di vista territoriale colpisce in particolare l’incremento delle interdittive registrato in contesti geografici diversi da quelli autoctoni delle mafie: ad esempio in Emilia Romagna si è passati dalle 8 aziende interdette del 2014 alle 51 del 2017, così come il numero di interdittive emesse ogni 100 mila abitanti nella provincia di Reggio Emilia (8,3) e di Ravenna (7,9) risulta poi essere più del doppio rispetto alla media nazionale (pari a 3,3). Così come in provincia di Como o Mantova si hanno 24 e 21 aziende interdette nel quadriennio, entrambe hanno un tasso superiore al dato nazionale (rispettivamente 4 e 5,1 interdittive ogni 100 mila abitanti).

A questi dati si devono collegare, poi, anche quelli desunti dal Report 2018 sul whistleblowing, illustrati in settimana dal presidente Anac e dai quali emerge che tra le tipologie di illeciti segnalati i più frequenti si confermano gli appalti illegittimi (il 22,6% delle 783 segnalazioni giunte all’Anac) si ha la conferma di un settore, quello degli appalti, denso di criticità sotto diversi profili e da più punti di vista (operatori privati e funzionari pubblici). © Riproduzione riservata

 

19/07/2019 – Italia Oggi

Il divieto di subappalto non vale per l’archeologo

Delibera dell’Autorità anticorruzione sui bandi di gara
Se il bando non distingue la natura delle prestazioni (principali e secondarie) da affidare il raggruppamento deve essere orizzontale; l’archeologo può essere oggetto di una consulenza specialistica non soggetta al divieto di subappalto. Lo afferma l’Anac nella delibera del 12 giugno 2019 n. 561 per una gara per la redazione di un progetto di fattibilità tecnico-economica. Un raggruppamento aveva ritenuto necessario includere nel raggruppamento anche un archeologo per la relazione archeologica.

La stazione appaltante nel bando di gara aveva previsto che i requisiti di partecipazione economico-finanziari e tecnico-organizzativi dovessero essere posseduti cumulativamente dal raggruppamento e che il mandatario doveva «in ogni caso possedere all’interno del raggruppamento i requisiti in misura percentuale superiore rispetto a ciascuno dei mandanti». Il problema che veniva posto era se l’archeologo dovesse o meno documentare i requisiti previsti dall’art. 46 del codice (dal titolo di ingegnere/architetto ai requisiti di capacità tecnica ed economica). Si tratta di un problema adesso risolto dalla novella introdotta dal decreto sblocca cantieri che ha espressamente inserito nell’articolo 46 del codice anche la figura dell’archeologo, ma nella gara oggetto del parere Anac la questione era del tutto attuale.

Il primo punto riguardava la mancata indicazione delle prestazioni principali e secondarie, elemento utile ai fini della tipologia del raggruppamento, in particolare in quella del raggruppamento verticale.

L’Anac ricorda che se negli atti di gara non viene fatta distinzione tra prestazioni principali e prestazioni secondarie, il raggruppamento temporaneo di progettisti non può che essere di tipo orizzontale.

L’Anac aggiunge che è precluso al partecipante alla gara procedere di sua iniziativa alla scomposizione del contenuto della prestazione, distinguendo fra prestazione principali e secondarie, onde ripartirle all’interno di un raggruppamento di tipo verticale. Da ciò discende che, a prescindere dalla ripartizione delle attività all’interno del raggruppamento, tutti i componenti assumono (a differenza del raggruppamento di tipo verticale) la responsabilità solidale nell’esecuzione di tutte le prestazioni oggetto della procedura e che, considerato il regime di solidarietà imposto dall’art. 48, comma 5 del Codice, in caso di raggruppamento orizzontale discende che tutte le imprese (in questo caso i professionisti) componenti il raggruppamento devono essere necessariamente dotate dei requisiti richiesti dalla lex specialis per poter svolgere le attività oggetto dell’appalto.

Cosa che non era possibile per l’archeologo. Però, dice l’Anac la relazione sulla verifica preventiva dell’interesse archeologico poteva ben «essere predisposta da un professionista (fornito di specifici titoli universitari e iscritto ad un apposito elenco istituito presso il Mibact) incaricato dai progettisti, ovvero che si trovi in un mero rapporto di collaborazione o di dipendenza con uno dei componenti del raggruppamento temporaneo». In sostanza non era necessario raggruppare l’archeologo, bastava indicarlo come consulente specialistico. © Riproduzione riservata

 

19/07/2019 – Italia Oggi

Ok l’offerta del candidato prequalificato

Corte di giustizia Ue

In una procedura ristretta è legittimo ammettere una offerta presentata da un candidato prequalificato che si impegni a incorporare un altro candidato a sua volta prequalificato, in forza di un accordo di fusione, concluso tra la fase di selezione e quella di presentazione delle offerte e attuato dopo tale fase di presentazione dell’offerta. Lo afferma la Corte di giustizia europea con la sentenza dell’11 luglio 2019 (causa C-697/17) dopo avere premesso che è sempre interesse dell’amministrazione aggiudicatrice che, quando i candidati sono stati prequalificati, essi mantengano la loro capacità economica e tecnica nel corso dell’intera procedura. Se invece un candidato rafforza la sua capacità economica e tecnica dopo la prequalifica, dice la Corte Ue, non c’è violazione dell’interesse pubblico e questo può avvenire con l’incorporazione parziale o completa di un operatore economico, incluso un operatore economico che partecipa alla stessa procedura negoziata di aggiudicazione di un appalto pubblico.

La dimostrazione del permanere dei requisiti, dice la Corte, è soddisfatto per definizione in una situazione in cui la sua capacità sostanziale sia solamente aumentata. Altro profilo affrontato dalla Corte è se vi sia un deterioramento della situazione concorrenziale degli altri offerenti. A tale proposito i giudici europei notano che, anche se in altri campi alcune norme mirano specificamente a garantire che l’esistenza di una concorrenza libera e non falsata nell’ambito del mercato interno non sia minacciata da operazioni di fusione, nell’ambito degli appalti pubblici «non si può ritenere che la partecipazione a un’operazione siffatta possa, in quanto tale, comportare un deterioramento della situazione concorrenziale degli altri offerenti per il semplice fatto che l’entità creata con la fusione godrà di una capacità economica e tecnica rafforzata». Ciò detto, dice la Corte, non si può escludere che informazioni sensibili riguardanti la procedura di aggiudicazione dell’appalto abbiano potuto essere scambiate tra le parti interessate dalla fusione prima che quest’ultima venisse realizzata, con la conseguente esclusione dell’offerta laddove si dimostri un «fatto collusivo».

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21/07/2019 – ANSA

Toti: ‘Basta con il listino dei nominati, nel 2020 nuova legge regionale’

Governatore contro i 5S: 2Hanno doppia morale: Atlantia è ok per Alitalia e non va bene per la Gronda

(ANSA) – GENOVA, 21 LUG – Il tema delle infrastrutture e l’atteggiamento dei Cinque Stelle sono al centro di una intervista del governatore della Liguria Giovanni Toti al Secolo XIX. A proposito dell’idea del M5s di una Mini-Gronda, Toti osserva che sulla Gronda ‘c’è un progetto esecutivo pronto, sono già stati eseguiti gli sgomberi, il tracciato approvato è uscito da un débat public durato anni e non mi sembra il caso di ricominciare quel percorso. Ma il primo tema che non mi convince – aggiunge – è la doppia morale del MoVimento che applicano a tutto: perché Atlantia, guidata da Castellucci, va bene per salvare Alitalia e non per costruire un’infrastruttura essenziale per la città di Genova? Senza contare che per la compagnia è un costo, pertanto Toninelli sarebbe il primo a far loro un regalo, bloccandola’.
Toti parla anche dell’ultimo anno di governo regionale.
‘Presto porteremo in aula l’assestamento di bilancio e il documento di programmazione finanziaria regionale per il prossimo biennio. Abbiamo in programma molti investimenti sulla sanità, dall’ospedale di Taggia ai nuovi padiglioni per il San Martino e il Santa Corona. Ci saranno incentivi per l’ambiente per chi rottama gli scooter inquinanti. E altre misure orientate alla crescita e ai giovani, come il rinnovo delle case a due euro al giorno per gli studenti fuori sede dell’ ateneo genovese. Quella del 2020 – afferma il presidente dela Liguria – sarà l’ultima legge di stabilità della legislatura e completiamo il ciclo del grow act’.
Il governatore affronta anche il tema delle elezioni regionali. Il voto delle regionali del prossimo anno si avvicina, lei qualche tempo fa aveva ipotizzato di cambiare la legge elettorale. “Infatti, è un tema su cui abbiamo raggiunto un sostanziale accordo nella maggioranza: il punto cardine è che il premio di maggioranza alla coalizione vincitrice resterà di sei consiglieri, ma non saranno più nominati arbitrariamente”. Addio al listino? “Sì. I sei posti andranno ai consiglieri più votati in rapporto ai voti riportati dalle liste vincitrici”. Dovrete introdurre la doppia preferenza di genere? “Non è un obbligo di legge e io non amo le “riserve indiane”, ma su questo il Consiglio è sovrano. Auspico che si possa ragionare con l’ opposizione, cercheremo un’ ampia convergenza. Un’altra cosa che vorrei introdurre è l’obbligo di lasciare il posto in consiglio per chi fa l’assessore, come avviene in Lombardia ad esempio. E se l’ assessore si dimette per qualsiasi ragione può tornare a fare il consigliere”.
 

22/07/2019 – Diritto 24

Legance con Iccrea Bancaimpresa nella concessione di un finanziamento su base Project Finance in favore di Italidro

Legance – Avvocati Associati ha agito quale project counsel in favore di Iccrea BancaImpresa S.p.A. nella concessione di un finanziamento su base project finance in favore di Italidro S.r.l., società del gruppo Giuggia Costruzioni che diversifica così i propri investimenti nel ramo delle energie rinnovabili.

Il finanziamento è finalizzato alla realizzazione e al revamping di tre impianti idroelettrici siti nei Comuni di Zeri e Bagnone (MS), aventi una potenza complessiva di circa 865 kW.
Legance ha prestato assistenza in tutte le fasi dell’operazione, dalla due diligence alla strutturazione, negoziazione e sottoscrizione del finanziamento e della connessa documentazione finanziaria con un team coordinato dai partner Monica Colombera e Alessandro Botto e composto dal managing associate Alfredo Fabbricatore e dagli associate Emanuela Procario e Luigi Agostinacchio.

Gli aspetti di diritto amministrativo della due diligence sono stati curati dal counsel Valeria Viti e dalla managing associate Claudia Laterza.

 

19/07/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Consip, il Tar sospende le sanzioni da 235 milioni dell’Antitrust per le imprese della maxi-gara pulizie

Q.E.T.

La decisione: sospensione possibile a patto che venga depositata una polizza fideiussoria di pari importo

Maxisanzioni sospese, ma solo se sarà prestata una cauzione dello stesso importo con polizza fideiussoria. Così il Tar del Lazio, decidendo con ordinanza sette ricorsi proposti da altrettante aziende attive nei servizi di pulizia e manutenzione per contestare le sanzioni da 235 milioni di euro loro inflitte nel maggio scorso dall’Antitrust per un’intesa anticoncorrenziale nella gara pubblica denominata FM4, bandita nel marzo del 2014 da Consip per un appalto dal valore complessivo di circa 2,7 miliardi di euro.

Si tratta di un maxi appalto che riguarda l’esecuzione dei servizi di pulizia e di manutenzione in favore di tutti gli uffici pubblici presenti sull’intero territorio nazionale, nell’ambito della quarta edizione della gara relativa ai servizi cosiddetti di Facility Management. L’intesa sarebbe stata realizzata dai principali operatori del settore e, in particolare: C.N.S.-Consorzio Nazionale Servizi, Consorzio Stabile Energie Locali, Engie Servizi (già Cofely Italia), Exitone, Kuadra, Manital, Rekeep e Romeo Gestioni (l’unica non inserita in questi provvedimenti amministrativi, in quanto la discussione del suo ricorso è stata rinviata all’udienza di merito).

Per l’Autorità «l’intesa ha neutralizzato il confronto competitivo tra le parti nei vari lotti geografici posti a gara e, a prescindere dall’esito della procedura di gara non ancora aggiudicata dalla stazione appaltante, ha compromesso irrimediabilmente il fisiologico gioco concorrenziale che si sarebbe dovuto instaurare, in danno delle Pubbliche
Amministrazioni committenti».

Il Tar ieri ha considerato che «l’invocata tutela cautelare può essere accordata limitatamente alla sospensione della sanzione pecuniaria, subordinata alla prestazione» da parte delle società ricorrenti e in favore dell’Antitrust «di una cauzione di importo pari a quello della sanzione irrogata, anche tramite idonea polizza fideiussoria», nonché ritenuto che «tale cauzione debba essere prestata nel termine di sessanta giorni dalla data di notificazione o comunicazione della presente ordinanza, decorso il quale, in caso di mancata prestazione
della cauzione stessa, gli effetti della disposta sospensione decadranno». Udienza di merito già fissata il 6 maggio 2020. © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

19/07/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Appalti, crescono le aggiudicazioni: boom per i cantieri piccoli e medi assegnati dagli enti locali

Mauro Salerno

Dati Cresme sui primi sei mesi 2019: in aumento le assegnazioni tra 1 e 15 milioni. Crollano gli appalti oltre 50 milioni. Bene i Comuni, male l’Anas

Non solo più bandi (spesso etichettati come il “mercato di carta”), ma anche più commesse vicine alla firma dei contratti. Il primo semestre del 2019 porta le prime buone notizie per le imprese attive nel settore dei cantieri pubblici. Una potenziale boccata d’ossigeno, rispetto a una crisi che dura ormai da oltre 10 anni, arriva dai dati sulle aggiudicazioni degli appalti: l’ultimo atto formale prima della firma dei contratti e l’avvio dei cantieri, dove finalmente si può cominciare a generare spesa e investimenti.

In base ai dati raccolti dal Cresme il numero delle opere pubbliche aggiudicate nei primi sei mesi del 2019 è cresciuto del 40% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. I bandi assegnati sono stati in tutto 1404 contro 1.003. L’importo complessivo dei contratti è leggermente sceso: da 11,3 a 11 miliardi (-2,1 per cento), ma il dato non deve portare fuori strada: è l’effetto del calo delle aggiudicazioni di grande importo. Mentre è molto sensibile l’aumento sia nel numero che negli importo degli appalti di taglio medio-piccolo: quelli di maggiore interesse per il tessuto diffuso delle imprese di costruzioni italiane.

I dati dell’osservatorio
I dati rilevati dal Cresme si riferiscono agli appalti di importo superiore al milione di euro. Quindi si tratta di cantieri non proprio trascurabili.
I numeri più interessanti si scoprono scandagliandola tabella che distribuisce le aggiudicazioni sulla base dell’importo. L’aumento più consistente si trova nella fascia delle opere di importo compreso tra uno e cinque milioni. Qui l’aumento è tanto nel numero (+50,3%, da 177 a 266 ) che nel valore delle aggiudicazioni (da 1,6 a 2,5 miliardi +58,2%). Esplosiva anche la crescita rilevata nella fascia più bassa: quella che comprende i lavori tra uno e cinque milioni. In questo caso il salto è del 43,6% per il numero (da 693 a 995 contratti) e del 45,9% per il valore delle commesse assegnate salita da 1,5 a 2,3 miliardi. Sono invece in pesante contrazione le aggiudicazioni per i lavori di importo più alto: quelli del valore superiore a 50 milioni che subiscono un calo dell’11,5% nel numero e del 40,7% nel valore crollato da 4,4 a 2,6 miliardi.

Interessante anche la fotografia che viene fuori dall’analisi delle aggiudicazioni effettuate dalle varie stazioni appaltanti. Molto penalizzanti sono i numeri relativi all’Anas. Le aggiudicazioni della Spa delle strade, nei primi sei mesi dell’anno, complice forse anche un periodo di assestamento legato al cambio al vertice della società arrivato proprio sul finire del 2018, si sono dimezzate con un calo ancora più consistente nei valori crollati da 810 a 217 milioni. Molto meglio hanno fatto i Comuni, che non a caso hanno fatto registrare un aumento degli investimenti negli ultimi mesi, con percentuali in crescita di oltre il 40 per cento.

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