Rassegna stampa 18 luglio 2019

18/07/2019 – Il Messaggero

Agricoltura 4.0, Leonardo e A2a nel capitale di Ibf Servizi per ottimizzare la competitività

Ottimizzazione dei processi produttivi, riduzione dei costi, miglioramento della qualità e sostenibilità ambientale. Sono gli obiettivi di IBF Servizi per migliorare la competitività dell’ agricoltura italiana. Nata dalla partnership tra pubblico e privato (Ismea e Bonifiche Ferraresi), IBF Servizi da ieri ha due nuovi partner: A2A (che partecipa attraverso la controllata Smart City) e Leonardo (che invece partecipa attraverso e-Geos società di Telespazio e dell’ Agenzia spaziale italiana). Due nuovi ingressi dai quali ci si attende ora il vero salto di qualità di IBF Servizi che punta a diventare un vero hub delle nuove tecnologie applicate all’ agricoltura. In particolare e-Geos è tra i protagonisti nell’ osservazione satellitare della Terra mentre A2A Smart City sviluppa infrastrutture tecnologiche abilitanti per servizi digitali integrati e connessi in rete.

18/07/2019 – La Gazzetta del Mezzogiorno (ed. Brindisi)
«La A2A conferma la disponibilità ad un piano integrato di investimenti»

ENERGIA & AMBIENTE LA FILCTEM-CGIL PLAUDE ALLA DETERMINAZIONE DELLA SOCIETÀ DI GARANTIRE LA PROPRIA PRESENZA NEL TERRITORIO
«La società A2A conferma a Brindisi un Piano integrato di investimenti». Lo annuncia la Filctem-Cgil a margine di un incontro sulle iniziative di sviluppo della centrale di Brindisi nord, tenutosi con l’ Ammi nistratore Delegato Giuseppe Monteforte, i segretari delle categorie del comparto elettrico e i componenti della Rsu di stabilimento. «Nel corso dell’ incontro – dichiara Antonio Frattini, segretario della Dilctem-Cgil – si è discusso sull’ obiettivo ambizioso, del phase -out carbone al 2025 confermato dal Piano Energia e Clima del Governo, con una riconversione energetica degli impianti a carbone esistenti, attraverso l’ uso di nuove tecnologie, nuovi impianti a gas, biometano, solare, eolico e accumulo. Sono stati valutati i contenuti dell’ incontro al Mise del 19 giugno scorso dove “Terna”, gestore della rete elettrica nazionale, ha relazionato sulle esigenze tecniche individuate per raggiungere la decarbonizzazione alla presenza delle aziende elettriche, associazioni ambientaliste, organizzazioni sindacali, Regioni e Comuni interessati, tra cui Brindisi». «Nello specifico – prosegue la nota sindacale – A2A ha illustrato le linee di indirizzo per Brindisi con un progetto integrato per la flessibilità della rete elettrica e l’ esigenza di generazione, attraverso impianti endotermici a gas che dovranno garantire la richiesta di energia per un limitato numero di ore, coincidenti con quelle di maggiore richiesta. Il progetto prevede, inoltre, impianti per il recupero di materia, in particolare vetro e plastica, concepiti in un’ ottica di economia circolare e impianti rinnovabili fotovoltaici innovativi, che si aggiungono al tetto fotovoltaico già esistente. Con il Piano Integrato di investimenti si aggiungerebbe nuova occupazione, sia per la gestione dei motori endo termici, sia soprattutto per i nuovi impianti di riciclo di vetro e plastica. Questi investimenti si aggiunge -, in parte dettati da esigenze di “Terna”, in parte in linea con il Piano Regionale dei Rifiuti, sono possibili anche a seguito della conclusione delle bonifiche della matrice suolo dello stabilimento, verificata da Arpa e certificata dalla Provincia il 5 marzo scorso. I nuovi investimenti si aggiungono ai due compensatori sincroni per la rete elettrica, che la società sta predisponendo, dopo essersi aggiudicata la gara da “Terna” per questo servizio, con l’ utilizzo degli alternatori recuperati dagli impianti a carbone. Sono stati confermati i lavori per lo smontaggio e la progressiva demolizione dei vecchi impianti, demolizione camini, nastri, condotti e così via». «Le organizzazioni sindacali – conclude Frattini – nel prendere atto del progetto integrato di investimenti, hanno riconosciuto alla multi utility A2A la forte determinazione nel confermare la propria presenza a Brindisi, rimodulando più volte il piano di investimenti proposto nel sito di proprietà, anche dopo la decisione unanime del Consiglio comunale di bocciare il progetto degli impianti di trattamento della frazione umida dei rifiuti. Un impianto indispensabile per l’ intera provincia che poteva contribuire a ridurre la continua emergenza rifiuti e magari gli altissimi costi della Tari a cui la collettività è sottoposta».

18/07/2019 – Italia Oggi

Appalti pubblici senza conflitti d’interesse

L’Anac ha reso pubbliche le linee guida
di Andrea Mascolini

Al via le nuove linee guida Anac sui conflitti di interesse negli appalti pubblici, applicabili ai funzionari pubblici che gestiscono le gare, anche nell’ambito dei settori speciali; le stazioni appaltanti dovranno individuare le fattispecie di rischio dal punto di vista dell’imparzialità e trasparenza dell’operato del funzionario pubblico, generalmente il Responsabile unico del procedimento.

Sono state rese pubbliche (in attesa della pubblicazione sulla gazzetta ufficiale) le linee guida (non vincolanti) n. 15 dell’Autorità nazionale anticorruzione recanti «individuazione e gestione dei conflitti di interesse nelle procedure di affidamento di contratti pubblici».

Si tratta di ogni situazione in cui la sussistenza di un interesse personale di un soggetto operante nella stazione appaltante (o per conto di essa) in qualsiasi modo potrebbe influenzarne l’esito di una procedura in quanto potenzialmente idonea a minare l’imparzialità e l’indipendenza della stazione appaltante nella procedura di gara. La valutazione di queste fattispecie viene quindi effettuata ex ante rispetto all’operato concreto della stazione appaltante.

L’Anac precisa che si deve trattare di situazioni in cui l’interesse personale dell’ «agente» può essere di natura finanziaria, economica o dettato da particolari legami di parentela, affinità, convivenza o frequentazione abituale con i soggetti destinatari dell’azione amministrativa; inoltre deve essere tale da comportare la sussistenza di gravi ragioni di convenienza all’astensione, tra le quali va considerata il potenziale danno all’immagine di imparzialità dell’amministrazione nell’esercizio delle proprie funzioni.

Premesso che l’articolo 42 del codice appalti non individua fattispecie tassative, le linee guida chiariscono che la norma si applica a coloro che risultano coinvolti in una qualsiasi fase della procedura di gestione del contratto pubblico di appalto o concessione, sia nei settori ordinari che in quelli speciali (programmazione, progettazione, preparazione documenti di gara, selezione dei concorrenti, aggiudicazione, sottoscrizione del contratto, esecuzione, collaudo, pagamenti), o a coloro che possono influenzarne in qualsiasi modo l’esito in ragione del ruolo ricoperto all’interno dell’ente.

Le linee guida sono suddivise in quattro parti che riguardano le definizioni e l’ambito di applicazione del conflitto di interesse nelle procedure di gara; gli obblighi dichiarativi e di comunicazione, l’obbligo di astensione ed esclusione dalla gara del concorrente; la prevenzione del rischio. Nell’allegato IV sono esemplificati alcuni comportamenti

Di particolare interesse, nella tabella allegata alla Parte IV, l’indicazione dei comportamenti delle stazioni appaltanti che dovrebbero essere preventivamente individuate dalle stazioni appaltanti e che possono essere indice di un conflitto di interesse fra funzionario pubblico e operatore economico, con riferimento alle diverse fasi: si va dei requisiti o criteri di aggiudicazione eccessivamente restrittivi per favorire qualche concorrente, all’inserimento di clausole contrattuali vessatorie per disincentivare la partecipazione o a clausole vaghe per consentire modifiche in fase esecuzione o rendere di fatto inefficaci le sanzioni in caso di ritardi e/o irregolarità nell’esecuzione della prestazione. © Riproduzione riservata

18/07/2019 – Italia Oggi

Il contratto d’appalto non è frazionabile

Iva unitaria del 10% per la costruzione di un fabbricato
di Franco Ricca

Il contratto d’appalto relativo alla costruzione di un fabbricato a prevalente destinazione abitativa non di lusso (legge Tupini) non è frazionabile ai fini dell’applicazione di una differente aliquota Iva alle varie unità immobiliari che lo compongono, in relazione alle diverse destinazioni, ma va unitariamente assoggettato all’aliquota del 10%. Lo ha chiarito l’agenzia delle entrate nella risposta ad interpello n. 260/2019, pubblicata ieri. Il quesito era stato presentato da un imprenditore agricolo, che dovendo realizzare un fabbricato costituito da 5 appartamenti, di cui 4 da destinare ad attività agrituristica ed uno a propria abitazione “prima casa” (categoria catastale A/2), nonché da vani ad uso deposito di macchinari, attrezzature e prodotti agricoli (categoria D/10) e da alcune autorimesse (categoria C/6), chiedeva di sapere se, pur dovendo il fabbricato considerarsi un «edificio Tupini» in quanto a prevalente destinazione abitativa, potessero applicarsi al contratto d’appalto, previa distinzione dei corrispettivi, le diverse aliquote previste per la prima casa (4%), per le abitazioni non prima casa (10%) e per il deposito (22%).

Come chiarito dalla circolare n. 1/1994, il contratto di appalto per la costruzione di un fabbricato Tupini, composto da case di abitazione e da immobili strumentali (entro i limiti dimensionali previsti dalla legge), commissionato da un soggetto che non lo realizza per destinarlo alla successiva rivendita, va inquadrato nella voce n. 127-quaterdecies) della tabella A, parte III, allegata al dpr n. 633/72, ed assoggettato quindi all’aliquota del 10%. Nella risoluzione n. 164/1998, è stato poi precisato che l’aliquota del 4%, prevista per la prima casa, non è applicabile qualora una persona fisica stipuli un appalto per la costruzione di un intero edificio Tupini comprendente più unità abitative, poiché tale fattispecie non concretizza l’ipotesi della costruzione della prima casa, attesa la inscindibilità del relativo contratto di appalto. Puntualizza inoltre l’Agenzia che i documenti di prassi richiamati dall’interpellante, con i quali si riconosce l’applicabilità di un regime Iva differenziato alle diverse unità immobiliari dell’edificio, si riferiscono a fattispecie diverse rispetto al caso in esame; in particolare, riguardano ipotesi di contratti contenenti più operazioni distinte, ciascuna soggetta ad aliquote Iva differenti, oppure di contratti contenenti più beni soggetti a regimi tributari diversi (Iva o imposta di registro), o criteri di ripartizione delle quote di spese edilizie detraibili ai fini dell’Irpef. Non è quindi percorribile la soluzione proposta dal contribuente, in quando nella fattispecie il contratto di appalto non riguarda prestazioni diverse, ognuna delle quali soggetta ad aliquote differenti, ma ha ad oggetto la costruzione di un intero immobile, unitariamente considerato, avente i requisiti della legge Tupini, per cui dovrà scontare l’aliquota del 10%, a nulla rilevando che nel contratto siano specificati i corrispettivi per ogni unità immobiliare con destinazione diversa.

L’aliquota Iva applicabile sull’appalto, precisa infine l’Agenzia, prescinde dal criterio che dovrà poi applicare il committente allorquando dovrà ripartire le spese sostenute tra le diverse attività svolte e la sua sfera privata, ai fini dell’eventuale esercizio del diritto alla detrazione dell’Iva. © Riproduzione riservata

18/07/2019 – Italia Oggi

Salini, presentata la proposta per salvare Astaldi con Cdp. L’Ance protesta: “Intervento Stato distorce concorrenza”

L’Associazione nazionale costruttori edili: “Il settore è in crisi da dieci anni, sono scomparse circa 130mila imprese. E nessuno si è accorto di questa ecatombe che ha riguardato soprattutto le piccole e medie. Ora che riguarda le grandi si muove lo Stato”. Con un intervento che si annuncia consistente: la Cassa dovrebbe metterci 250 milioni. Sullo sfondo restano i dubbi antitrust

di Fiorina Capozzi

Braccio di ferro su Progetto Italia fra il tandem Cassa Depositi e Prestiti-banche e Salini-Impregilo. Con l’Associazione nazionale costruttori italiani che chiede al governo di affrontare la crisi del settore nel suo insieme e non singolarmente. Così mentre il gruppo di Pietro Salini ha presentato una prima proposta per rilevare Astaldi in concordato preventivo, le negoziazioni continuano serrate nel pieno delle polemiche. Il gruppo controllato dal Tesoro e gli istituti di credito (Cdp, IntesaUnicreditBpmBnp e Mps) hanno confermato “la disponibilità a proseguire le negoziazioni”, ma hanno anche chiesto a Salini-Impregilo un supplemento informativo che verrà discusso nel prossimo cda della Cassa in data ancora da definirsi. E senza peraltro che si sia mai parlato della richiesta di risarcimento da 700 milioni avanzata ai danni dello Stato dal consorzio Eurolink,capitanato da Salini-Impregilo, per il dietrofront sul Ponte sullo Stretto.

Dal canto suo, Salini-Impregilo vorrebbe chiudere la partita entro fine luglio, ma l’impressione è che la strada per trovare un accordo con i futuri soci sia ancora lunga. Le discussioni in corso riguardano infatti non solo il futuro peso dei soci, ma anche il governo societario, l’ipotesi di introdurre due tipologie di azioni. Opzione gradita a Salini che manterrebbe così il controllo azionario della nuova realtà industriale che nascerà dopo le nozze con Astaldi. In linea di massima, anche Cdp e le banche vogliono chiudere la partita in tempi ragionevoli, ma non a tutti i costi. L’operazione è del resto complessa e ha messo in allerta l’Associazione nazionale costruttori che teme l’intervento della mano pubblica finisca solo col distorcere la concorrenza. “Il settore è in crisi da dieci anni nel corso dei quali hanno perso il lavoro oltre 600mila addetti e sono scomparse circa 130mila imprese – spiega il presidente dell’Associazione nazionale costruttori edili (Ance), Gabriele Buia– Nessuno si è accorto di questa ecatombe che ha riguardato soprattutto le piccole e medie imprese. Ora che la questione riguarda anche le società più grandi, allora arriva un intervento pubblico che è distorsivo della concorrenza. Il piano – di salvataggio di Astaldi da parte di Salini-Impregilo – sta in piedi perché c’è l’intervento pubblico. Mi chiedo allora se forse anche un’altra quotata avrebbe potuto evitare il peggio grazie alla mano dello Stato”.

Sulla base di queste osservazioni, in più occasioni, l’Ance ha chiesto al ministero dello Sviluppo di aprire un tavolo che affronti complessivamente la crisi. “Non abbiamo nulla contro questa operazione, ma lo Stato deve affrontare la crisi diversamente, nel suo insieme – prosegue –. Il decreto crescita ha dato il via al fondo Salvaopere che riteniamo sia un’iniziativa valida, ma sin d’ora è evidente che le risorse non sono sufficienti”.

Su Progetto Italia se tutto filerà per il verso giusto, lo Stato interverrà invece con un esborso consistente. Il piano prevede infatti che Salini-Impregilo proceda ad una ricapitalizzazione da 600 milioni. Salini Costruttori metterà 50 milioni, mentre Cdp dovrebbe partecipare con 250 milioni. Il resto toccherà al mercato e alle banche creditrici con la conversione in azioni di parte dei finanziamenti concessi a Salini-Impregilo. A catena poi, Salini-Impregilo ricapitalizzerà per 225 milioni Astaldi che dovrebbe ricevere anche nuove linee di credito. Alla fine dell’intera operazione, il neonato gruppo di costruzioni sarà leader indiscusso del mercato italiano con un fatturato che supera i nove miliardi. E sarà pronto ad inglobare altre realtà in difficoltà. Intanto, in attesa di chiudere il cerchio su Astaldi, Salini ha fatto già un passo in avanti presentando una manifestazione d’interesse per Condotte, in concordato preventivo, con l’obiettivo di ampliare rapidamente il perimentro del futuro campione nazionale delle costruzioni. Sullo sfondo restano però i dubbi antitrust: dalle nozze fra Salini-Impegilo e Astaldi nascerà un gruppo che avrà i due terzi del mercato italiano dei lavori di importi inferiori a cento milioni e un quarto di quelli sopra la soglia europea dei cinque milioni.

18/07/2019 – ANSA

La strategia di Delta all’interno della nuova Alitalia

Gli interessi del colosso americano nel consorzio della compagnia italiana ricalca una strategia già adottata in altri casi in giro per il mondo

di GIANDOMENICO SERRAO

Entrare con quote di minoranza nelle compagnie con cui si stringono joint venture non per comandare ma per dividere ricavi e costi, fare sinergie, accordi commerciali, ottimizzare le risorse. Questa la strategia del colosso dei cieli americano Delta che le ha permesso di diventare tra le maggiori compagnie mondiali e che pochi giorni fa ha chiuso il secondo trimestre con un utile di 1,44 miliardi di dollari, in crescita del 39%.

Delta prenderà parte al consorzio insieme a Fs, Mef e Atlantianel rilancio di Alitalia. Analizzando la strategia che ha adottato finora a livello globale si nota che c’è coerenza e un modus operandi sempre uguale. Coniugare una partnership di tipo industriale a una partecipazione di minoranza nelle compagnie con cui si stringe l’alleanza, con una presenza nel Cda. (

È il caso della trans-Atlantic con Air France-Klm e Alitalia a cui piu di recente si è aggiunta Virgin Atlantic di cui Delta ha acquistato il 49% e Air France-Klm il 31%. O la joint venture con la messicana Aeromexico di cui detiene il 49% per trarre i maggiori vantaggi dall’intenso traffico aereo che c’è tra Stati Uniti e Messico.

Caso simile è quello della partnership con la brasiliana Gol di cui Delta ha acquistato una partecipazione del 10%. C’è poi la partecipazione intorno al 4% in China Eastern con la quale ha rilevato il 20% di Air France (il 10% ciascuno). Si creano contratti stringenti, le compagnie restano separate ma tutto viene coordinato dai prezzi, alle salette lounge negli aeroporti, alle miglia che i clienti possono accumulare.

Società separate ma che agiscono sui mercati come se fossero fuse. Ci sono rigidi meccanismi di ripartizione degli utili. Per cui vengono a cadere le obiezioni secondo cui ad Alitalia non converrebbe l’alleanza con Delta per via della remuneratività delle rotte americane. Anzi, vale l’esatto contrario. Il problema di Alitalia finora è stato proprio quello di essere una compagnia troppo piccola. Vedremo se la presenza di Delta riuscirà farla volare anche a livello finanziario.

 

18/07/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

L’Anac indica la strada per sterilizzare i conflitti di interesse nelle gare d’appalto: ok alle linee guida per la Pa

Mauro Salerno

Accolto l’invito del Consiglio di Stato a prevedere la possibilità di escludere le imprese solo come «extrema ratio»

Prevenire il rischio di conflitto di interesse, dando le indicazioni sui soggetti che devono astenersi dal partecipare alle procedure di gara. È lo scopo delle nuove linee guida n. 15 appena pubblicate dall’Autorità Anticorruzione. Il documento, di natura non vincolante, definisce il campo di applicazione delle regole sul conflitto di interessi contenute nel codice appalti (articolo 42) offrendo anche una tabella con cui le Pa potranno orientarsi nella caccia alle situazioni di rischio e dunque prevenirle.

No all’esclusione dei concorrenti
Il punto più rilevante delle linee guida riguarda il comportamento da tenere nei confronti delle imprese in caso ci si trovi di fronte a una situazione di potenziale conflitto. Sul punto l’Anac si è adeguata all’indicazione arrivata dal Consiglio di Stato secondo cui la soluzione del conflitto di interesse non può passare per la scorciatoia dell’esclusione dalla gara delle imprese a rischio.

Per questo motivo l’Autorità ha riformulato il passaggio, contenuto nella bozza di linee guida, in cui si consentiva l’eslusione dei concorrenti. Ora questa ipotesi viene prospettata soltanto come «extrema ratio, quando sono assolutamente e oggettivamente impossibili sia la sostituzione del soggetto che versa nella situazione di conflitto di interesse, sia l’avocazione dell’attività al responsabile del servizio, sia il ricorso a formule organizzatorie alternative previste dal codice». «L’impossibilità di sostituire il dipendente, di disporre l’avocazione o di ricorrere a formule alternative – si spiega -, deve essere assoluta, oggettiva, puntualmente ed esaustivamente motivata e dimostrata» © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

18/07/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Appalto integrato, l’indicazione dei progettisti da parte delle imprese non fa scattare l’avvalimento

Roberto Mangani

Il principio appena precisato dal Tar Campania e le ultime novità del decreto Sblocca-cantieri sui requisiti dei professionisti

Nell’appalto integrato il concorrente può limitarsi ad indicare i progettisti di cui intende avvalersi che devono rilasciare le relative dichiarazioni di impegno, fermo restando che tali progettisti non assumono la veste di concorrenti e che la suddetta indicazione non dà luogo ad un avvalimento in senso proprio. Si è espresso in questo senso ilTar Campania, 11 luglio 2019, n. 1273con una serie di affermazioni che, ancorché rese con riferimento alla vigenza del D.lgs. 163/2006, mantengono la loro validità anche in relazione alla normativa vigente. Ed anzi l’interesse della pronuncia è accresciuto dalle novità introdotte dal Decreto sblocca cantieri, che come è noto ha reintrodotto in via sperimentale la possibilità di ricorrere all’appalto integrato.

Il fatto
Un ente appaltante aveva bandito una gara per l’affidamento di un appalto integrato di progettazione ed esecuzione avente ad oggetto il risanamento ambientale di corpi idrici. A fronte dell’intervenuta aggiudicazione il concorrente secondo classificato proponeva ricorso, articolando una serie di censure tutte incentrate su ritenute carenze dell’offerta dell’aggiudicatario, in relazione all’indicazione dei progettisti di cui quest’ultimo intendeva avvalersi per lo svolgimento dell’attività di progettazione.

La tempestività del ricorso
Prima di entrare nel merito il giudice amministrativo ha affrontato la questione pregiudiziale relativa alla tempestività del ricorso.
Infatti, poiché il ricorso riguardava una questione attinente ai requisiti di ammissione di un concorrente, veniva in rilievo la previsione dell’articolo 120, comma 2 – bis del Codice del processo amministrativo – introdotto dall’articolo 204 del D.gs. 50/2016 – secondo cui il provvedimento che determina le ammissioni (e le esclusioni) alle procedure di gara va impugnato entro trenta giorni dalla sua pubblicazione sul profilo del committente, ai sensi dell’articolo 29 del medesimo D.lgs. 50.
Tale previsione va tuttavia coordinata con quella contenuta nel medesimo articolo 29 – nella versione modificata ad opera del D.lgs. 56/2017 (Decreto correttivo) – secondo cui il termine per proporre l’impugnazione decorre dal momento in cui il provvedimento di ammissione (o di esclusione) è reso in concreto disponibile, corredato dalla relativa motivazione.

Ciò significa che il termine per l’impugnazione non può farsi decorrere semplicemente dalla pubblicazione sul profilo del committente del provvedimento di ammissione (o di esclusione), poiché la mera pubblicazione dello stesso non garantisce la concreta disponibilità dell’atto corredato dalla relativa motivazione. Ciò vale in particolar modo proprio per le ammissioni, giacché queste di regola si basano su una mera presa d’atto da parte dell’ente appaltante del possesso dei requisiti richiesti, senza che vi sia alcuna documentazione di supporto. Con la conseguenza che affinché sia integrata la concreta disponibilità dell’atto e fornita la relativa motivazione – necessarie per mettere il concorrente eventualmente interessato all’impugnazione nelle condizioni di promuoverla – è necessario che tale documentazione di supporto sia messa a disposizione. Solo dall’esame di tale documentazione il concorrente è posto nelle condizioni di valutare se proporre l’impugnazione ed eventualmente di articolare compiutamente i motivi di ricorso.
In questo senso si è peraltro espressa recentemente la Corte di Giustizia UE, 14 febbraio 2019, che ha ritenuto le previsioni della legislazione nazionale sull’obbligo di immediata impugnazione dei provvedimenti di ammissione ed esclusione compatibili con l’ordinamento comunitario solo a condizione che detti provvedimenti siano accompagnati dall’indicazione dei motivi alla base degli stessi e che tali motivi siano resi conoscibili al concorrente eventualmente interessato a proporre l’impugnazione.

Nel caso di specie la mera messa a disposizione del verbale di gara da parte dell’ente appaltante non era sufficiente allo scopo, giacché dallo stesso non risultava alcun elemento da cui poter eventualmente cogliere le ragioni della ritenuta illegittimità del provvedimento di ammissione. Solo a seguito dell’esercizio del diritto di accesso agli atti il concorrente ha potuto prendere visione della documentazione amministrativa relativa all’ammissione dell’aggiudicatario e quindi avere piena cognizione dei ritenuti profili di illegittimità della stessa. Con la conseguenza che è solo da tale momento che decorre il termine di impugnazione di trenta giorni previsto dalla normativa.

Il ruolo del progettista nell’appalto integrato
Entrando nel merito della controversia il giudice amministrativo si è espresso in merito alle modalità con cui i progettisti possono essere coinvolti ai fini della loro partecipazione a un appalto integrato.
La norma di riferimento vigente all’epoca dei fatti era l’articolo 53, comma 3 del D.lgs. 163/2006. Tale norma prevedeva che qualora il concorrente non fosse di per sé in possesso dei requisiti previsti per la progettazione – essendo titolare di una Soa per progettazione ed esecuzione – aveva due possibilità: poteva partecipare in raggruppamento con i progettisti ovvero indicare questi ultimi in sede di offerta.

La prima alternativa porta alla costituzione di un raggruppamento tra esecutore e progettista che deve qualificarsi di tipo misto, nel senso che vi partecipano soggetti chiamati a svolgere prestazioni ontologicamente diverse (esecuzione e progettazione). Tutti i componenti del raggruppamento assumono la qualità di concorrenti.
La seconda alternativa si sostanzia nella semplice indicazione dei progettisti che, qualunque sia la forma del loro coinvolgimento (progettisti singoli o raggruppamento di progettisti), non assumono la qualifica di concorrenti.

Peraltro, non essendo concorrenti in senso proprio, non sono neanche soggetti alle norme relative al possesso dei requisiti generali. In questo senso si è infatti espressa la giurisprudenza, anche se si tratta di una deroga significativa ai principi generali che regolano l’esecuzione dei lavori pubblici, posto che si consente che l’accertamento in ordine al possesso dei suddetti requisiti non venga operato nei confronti di soggetti che sono comunque coinvolti nel processo di realizzazione dell’opera.

Quanto alla qualificazione, se i progettisti indicati sono una pluralità è possibile che gli stessi si ripartiscano le attività per quantità e tipologia, senza tuttavia che tale ripartizione dia luogo alla costituzione di un raggruppamento temporaneo. Si tratterebbe quindi di una forma organizzativa peculiare, distinta da quella tipica del raggruppamento, che trova spazio esclusivamente nell’appalto integrato.

L’indicazione dei progettisti deve avvenire in sede di offerta, e deve essere accompagnata da una dichiarazione di impegno di questi ultimi. Tuttavia questo meccanismo di indicazione/impegno non va assimilato all’avvalimento in senso proprio, come disciplinato dalla specifica norma (all’epoca l’articolo 49 del D.lgs. 163).

Se infatti è vero che la dizione testuale dell’articolo 53 collega l’indicazione dei progettisti alla volontà di avvalersi degli stessi, si deve ritenere che il concetto di avvalimento non vada riportato allo specifico istituto disciplinato dall’articolo 49, ma vada inteso in senso generico come volontà di utilizzare l’opera di progettisti qualificati per lo svolgimento di alcune delle prestazioni tipiche dell’appalto integrato.

Di conseguenza nell’appalto integrato i progettisti indicati in sede di offerta non assumono la veste di partecipanti alla gara ma neanche quella di ausiliari, tipica dell’avvalimento in senso proprio. Non sono quindi in alcun modo parti contrattuali e non entrano in rapporti diretti con l’ente appaltante, ma solo con il concorrente che li ha indicati in sede di gara. Non valgono quindi le specifiche disposizioni che le norme speciali sull’avvalimento dettano per l’impresa ausiliaria, prima fra tutte quella che sancisce la responsabilità solidale nei confronti dell’ente appaltante in relazione alle prestazioni oggetto del contratto di avvalimento.

In sostanza i progettisti indicati svolgono le loro prestazioni esclusivamente nell’ambito e in esecuzione del rapporto contrattuale in essere con il concorrente, senza assumere alcuna obbligazione diretta nei confronti dell’ente appaltante.

Il Decreto sblocca cantieri
Il Decreto sblocca cantieri ha reintrodotto la possibilità di ricorrere all’appalto integrato in via ordinaria fino al 31 dicembre 2020. Nel contempo ha integrato la disciplina normativa attraverso l’inserimento di alcune specifiche previsioni relative proprio alla progettazione, contenute nel comma 1 – bis dell’articolo 59 del D.lgs. 50/2016.

In primo luogo viene previsto esplicitamente – sancendo quindi in via normativa una prassi che in realtà era già consolidata tra gli enti appaltanti – che nei documenti di gara devono essere indicati espressamente i requisiti necessari per l’attività di progettazione, in conformità a quanto previsto dalle norme legislative e regolamentari.

Quanto alle modalità di dimostrazione di tali requisiti viene replicata la triplice possibilità già prevista in passato.

La prima opzione è che le imprese concorrenti abbiano un’attestazione per progettazione e costruzione. Al riguardo viene tuttavia introdotta un’importante precisazione. Le imprese concorrenti, nonostante siano di per sé in possesso di un’attestazione per progettazione ed esecuzione, devono dimostrare che il proprio staff di progettazione possiede i requisiti richiesti dal bando. In caso contrario si deve ritenere che debbano comprovare il possesso di detti requisiti in una delle altre due modalità previste dalla norma.

Viene infatti confermato che i concorrenti possono sia riunirsi in raggruppamento con progettisti in possesso dei requisiti richiesti che limitarsi ad indicarli in sede di offerta. In entrambi i casi valgono le considerazioni sviluppate dal Tar Campania e sopra riportate. © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

18/07/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Dissesto, obiettivo cantieri per 1,7 miliardi nel 2019

M.Per.

Riunione a Palazzo Chigi sul piano Proteggi-Italia. Il punto sui fondi disponibili

«Mettere il turbo» ai cantieri per l’emergenza e la prevenzione del dissesto idrogeologico. Giuseppe Conte ieri mattina ha radunato a Palazzo Chigi i tecnici del Mef, il capo della Protezione civile Angelo Borrelli, Invitalia e le Regioni. Obiettivo del premier: favorire il decollo rapido del piano “Proteggi Italia” per la messa in sicurezza del territorio, varato a febbraio. E garantire che entro fine anno vengano spesi i fondi sul piatto: 1,274 miliardi (frutto della flessibilità concordata con l’Ue) per 6.543 interventi coordinati dalla Protezione civile nelle Regioni e nelle Province autonome colpite dal maltempo lo scorso anno, 102 milioni per 57 interventi in capo al ministero delle Politiche agricole e 315 milioni per 57 opere di prevenzione, gestita dal dicastero dell’Ambiente.

Nella disponibilità del ministro Sergio Costa dovrebbero arrivare altri 150 milioni per ulteriori 63 interventi, che fanno salire il totale di fondi disponibili per il 2019 a 1,7 miliardi. Sarà il Cipe, il 24 luglio, ad approvare il piano ambiente e a definire la procedura semplificata, attraverso la conferenza dei servizi, per sbloccare le risorse aggiuntive. Alla stessa riunione sarà sottoposta la soluzione trovata al nodo del personale specializzato che dovrà affiancare i governatori nella loro veste di commissari straordinari per il dissesto. Si è deciso di puntare sul supporto di società in house: Invitalia, a sostegno della Protezione civile, e Sogesid, a supporto dell’Ambiente, metteranno a disposizione un pool di esperti per accelerare la realizzazione delle opere programmate.

«In sei mesi siamo riusciti a fare un lavoro che prima a causa della burocrazia, di lungaggini e di impedimenti inaccettabili richiedeva anni», spiega Conte al Sole 24 Ore. «Con mio Dpcm abbiamo sbloccato fondi esistenti e inutilizzati, semplificato le procedure e di fatto abbiamo letteralmente messo il turno ai cantieri legati alla cura del territorio. Il Paese vuole correre e noi lo stiamo assecondando». Il piano “Proteggi Italia” include non a caso anche i 400 milioni ai Comuni per la messa in sicurezza di scuole, strade ed edifici pubblici stanziati con la legge di bilancio e appaltati al 95% grazie alla corsia veloce per i microappalti (si veda Il Sole 24 Ore del 9 luglio scorso). E pesa complessivamente quasi 11 miliardi nel triennio.

Risorse che il premier non vuole assolutamente sprecare. Da qui il raccordo operato dalla cabina di regia Strategia Italia, che si è riunita l’11 luglio per fare il punto su tutti i programmi di investimento. Anche sui Cis, i contratti istituzionali di sviluppo su cui il premier ha puntato moltissimo. In pista 500 milioni per 109 progetti subito cantierabili e già individuati: 43 per la Capitanata in Puglia e 66 in Molise. In autunno partiranno i Cis per la Basilicata e per Cagliari. Altri due sono saranno avviati con la Calabria, grazie a un miliardo dal Fondo di sviluppo e coesione. Chiaro il messaggio a chi, anche dentro il Governo, parla di Paese bloccato: Conte rivendica un metodo e «tempi record». © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

18/07/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Imprese in crisi, la siciliana Tecnis passa a D’Agostino: ok anche dai 148 lavoratori

Mauro Salerno

In ballo una decina di cantieri tra cui anche ospedale e circumetnea a Catania e nodo di Palermo. L’impresa campana acquirente ha fatturato 43 milioni nel 2017

Si avvia verso la svolta la complicata vicenda dell’azienda siciliana Tecnis, finita in gestione commissariale e passata anche per una procedura di vendita abortita alla Pessina. Ieri l’assemblea dei lavoratori ha infatti detto sì al passaggio dell’impresa all’azienda campana D’Agostino Costruzioni (sede principale in provincia di Avellino) che aveva risposto all’ultimo invito a manifestare un interesse vincolante a rilevare l’azienda in crisi.

Non sono ancora stati resi noti i termini economici dell’accordo, ma D’Agostino Costruzioni dovrebbe rilevare tutti i 148 lavoratori che fanno oggi capo all’azienda siciliana tra dipendenti diretti e manodopera relativa alle consortili attirate nella procedura.

Il passaggio di consegne tra la gestione commissariale di Tecnis e l’impresa campana è previsto per fine luglio. Sono circa una decina i cantieri che fanno capo a Tecnis, anche se alcuni nel frattempo sono stati “affittati” ad altre imprese, come spiegano i sindacati. In ballo ci sono i lavori per l’ospedale San Marco e la circumetnea a Catania, il nodo ferroviario di Palermo, il progetto Salerno Porta Ovest, alcune opere stradali come il raddoppio della via Tiburtina a Roma, un cantiere a Vallo della Lucania, un intervento sulla Potenza-Melfi, oltre a due ospedali in Pf in Calabria (Sibaritide e Gioia Tauro) e un lavoro in Tunisia.

«La vendita – spiegano i sindacati – prevede la ricollocazione di tutti i 148 dipendenti addetti ai cantieri e alla sede. Si tratta di un accordo che ci soddisfa – proseguono – perché non intacca i livelli occupazionali ed arriva alla fine di una vertenza lunga e difficile, in cui i lavoratori hanno dovuto affrontare momenti di grande tensione. Ci auguriamo che con l’arrivo dell’acquirente, la D’Agostino Costruzioni Srl, ci sia una immediata ripresa dei cantieri, a tutto vantaggio non solo delle maestranze ma anche delle aree interessate, che da tempo soffrono il sostanziale fermo produttivo e aspettano opere importanti per lo sviluppo e la competitività del territorio».

In base agli ultimi dati di bilancio disponibilid’Agostino ha chiuso il 2017 con un fatturato di 43,7 milioni un margine operativo lordo di 2,2 milioni e un utile di 769mila euro. Ha un raggio d’azione piuttosto differenziato: oltre alle costruzioni opera anche nel settore delle energie rinnovabili

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