Rassegna stampa 15 luglio 2019

15/07/2019 – Quotidiano di Puglia (ed. Brindisi)

Dalla giunta parere negativo sulla Brindisi Nord

IN MUNICIPIO
Dopo l’ annuncio da parte del sindaco Riccardo Rossi, arriva la formalizzazione da parte della giunta del parere sfavorevole al progetto di riconversione presentato da A2A per la centrale Brindisi Nord, spenta ormai dal 2012. Diverse le critiche mosse dall’ amministrazione ed elaborate dal settore Ambiente di palazzo di città. Innanzitutto, l’ assenza di un’ alternativa «in termini di differente soluzione progettuale, ad esempio con riferimento ai temi della retroportualità, della presentazione di soluzioni a favore dell’ economia circolare, che avrebbe potuto garantire una più ampia base di comparazione con riferimento al rapporto tra costi e benefici ambientali e socio-economici». L’ infrastruttura per il rifornimento del gas, inoltre, manca nella documentazione mentre «occorre che la progettazione sia unica ed integrata, comprendendo anche tale infrastruttura di approvvigionamento, al fine di non eludere la visione complessiva degli impatti ambientali, consumo di suolo, rischio di incidente rilevante e quant’ altro». E ancora incertezze e contraddizioni sul fronte della bonifica dei gruppi a carbone non più utilizzati, mancata considerazione dell’ effetto sul cambiamento climatico anche dell’ utilizzo del metano, assenza di misure di compensazione ambientale e sanitarie. Insomma, conclude l’ amministrazione, «l’ intero studio poggia su una comparazione tra lo scenario ex ante e post operam non correttamente impostato. Lo scenario ante operam, infatti, deve considerare l’ attuale stato dell’ arte, che vede i due gruppi di termogenerazione ancora presenti in stato di conservazione, non riattivabili se non previamente sottoposti agli interventi di ambientalizzazione, fin qui deliberatamente non intrapresi dal gestore in ragione di proprie valutazioni economiche. Lo scenario autorizzato con potenza nominale non può pertanto essere posto a base di comparazione, se non a costo di risultare del tutto inattuale ed astratto. A fronte del reale stato dell’ arte, gli interventi in progetto prefigurano un impatto ambientale incrementale netto di segno negativo sotto vari profili, emissivo, di rischio industriale, sanitario, di carico antropico e di effetti cumulativi sull’ ambiente». Per questi ed altri motivi, l’ amministrazione esprime «parere sfavorevole di Valutazione di impatto ambientale sull’ intervento progettuale di A2A Energiefuture Spa».

15/07/2019 – La Verità
Stefano Bonaccini: «Chiediamo maggiori poteri ma nemmeno un euro in più»

L’ intervista
Il governatore dell’ Emilia Romagna: «Vogliamo gestire meglio le risorse che abbiamo Temo però che se nel governo prosegue questo scontro ideologico non se ne farà nulla»
luca telese Stefano Bonaccini, governatore dell’ Emilia Romagna, nel momento in cui esplode la grande polemica sulle autonomie, non teme di essere considerato un traditore della patria, almeno a sinistra? «La mia patria è l’ Italia, una e indivisibile, e il mio compito è far funzionare al meglio l’ Emilia-Romagna. Il resto sono chiacchiere che non parlano del merito». E il merito quale è? «La nostra è una regione con una profonda tradizione di buongoverno e di autonomia, mai disgiunta dall’ interesse nazionale e dalla solidarietà con gli altri territori». Lei sta sostenendo Lombardia e Veneto? «Sostengo l’ Emilia Romagna. E credo che il centrosinistra debba avere una propria proposta di buona autonomia, capace di coniugare l’ efficienza e la responsabilità di governo locale con l’ interesse nazionale». Questo modello per lei può diventare il progetto di tutto il Pd? «Perché no? Noi lo abbiamo condiviso con tutte le rappresentanze sociali e istituzionali del nostro territorio. Non ha ricevuto un solo voto contrario nell’ Assemblea legislativa regionale, neppure dall’ opposizione, Lega e 5 stelle compresi. Se il Pd facesse altrettanto sarebbe una buona cosa». A sinistra si pensa che l’ autonomia rischia di diventare la secessione delle regioni ricche che si separano, senza spargimenti di sangue, da quelle povere. «La nostra proposta non chiede allo Stato un euro in più di quanto già non stia spendendo sul nostro territorio. Dunque non togliamo nulla ad altri. Questa critica non può certo essere rivolta all’ Emilia Romagna». No? «Noi non abbiamo mai invocato i famosi residui fiscali né abbiamo accettato che ci si possa attestare sulla spesa media per funzione». E allora che cosa cambia? «Chiediamo che si definiscano sia i fabbisogni standard sia i livelli essenziali delle prestazioni, perché lo stesso diritto deve valere come tale in ogni parte del Paese». Il principio di sussidiarietà resterebbe intatto? «Siamo da sempre favorevoli al fatto che i territori più forti diano una mano a quelli più fragili, purché tutti si pongano il problema di essere più efficienti». Stefano Bonaccini. Modenese, 52 anni, governa l’ Emilia Romagna dal 2014. In questi mesi ha associato la sua voce – da sinistra – a quella di chi chiede più autonomia. In questa intervista spiega come, perché, e respinge ogni accusa di «fare il gioco del giaguaro». Con l’ autonomia l’ Emilia Romagna migliorerebbe la sua efficienza? «Di sicuro. Superare le sovrapposizioni istituzionali, ridurre frammentazione burocratica e tempi di risposta a cittadini e imprese, rafforzare la programmazione: sono gli obiettivi che ci siamo posti». E tutto questo senza un euro in più? «Non si tratta di avere più risorse, ma certezza e programmabilità per poter spendere bene». Mi faccia un esempio. «Glielo dice il presidente di una Regione tra le meno indebitate, che ha centralizzato gli acquisti risparmiando centinaia di milioni di euro, che è la più veloce nell’ impiego dei fondi nazionali ed europei, che è regione benchmark in sanità. Le basta?». In linea di principio sì. Ma facciamo un esempio concreto. «Noi abbiamo chiesto competenze in ambito di rigenerazione urbana, e abbiamo approvato una legge che blocca il consumo di suolo». E l’ autonomia che cosa c’ entra? «È decisivo avere organicità delle norme e un unico fondo regionale, in cui far confluire le nostre risorse e la quota parte di quelle nazionali che ci spettano». Che cosa cambierebbe? «Cosí potremmo garantire regole certe di intervento e risorse programmabili per il sostegno alla riqualificazione e al recupero degli spazi urbani nei Comuni». Non teme, ammesso che questo vostro sia un percorso virtuoso, di diventare il grimaldello che fa saltare il principio di sussidiarietà? «Al contrario: la sussidiarietà è quel principio per cui è giusto che una funzione sia gestita il più possibile vicino ai cittadini». Il rischio è che, un volta saltato il vecchio sistema nazionale, ne nasca uno nuovo in cui ognuno contratta per sé. «Noi non abbiamo chiesto più competenze per la Regione, ma per il sistema territoriale regionale, dove i Comuni sono protagonisti. Da noi nessuno paventa il rischio di un neocentralismo regionale: non è nel nostro dna. Il nostro compito è legiferare e programmare, la gestione spetta agli enti locali». La sua battaglia è la stessa di Zaia e di Fontana? O ci sono differenze? «Abbiamo svolto un percorso comune, ma su progetti diversi. Noi, ad esempio, non abbiamo mai chiesto la regionalizzazione della scuola, o delle concessioni autostradali, né la tutela ambientale e del patrimonio storico». Mi sembra di sentire un ragazzo che dice alla madre dopo una serata con gli amici: «Loro fumavano ma io non ho aspirato…».«Premesso che non ho mai fumato, sto parlando seriamente e al fondo c’ è questo: Veneto e Lombardia hanno chiesto quanta più autonomia possibile, mentre per noi l’ autonomia non è un fine, ma uno strumento con cui realizzare obiettivi di miglioramento». Ad esempio dove? «Messa in sicurezza di edifici e territorio, programmazione della gestione dei rifiuti, edilizia sanitaria. Per ogni obiettivo abbiamo fatto una ricognizione degli strumenti necessari e quelli abbiamo chiesto, non uno di più. E non ce n’ è uno che divida il Paese o penalizzi altre Regioni». Che cosa ha capito del progetto del governo? Che cosa le piace e cosa no? «Manca un disegno complessivo. Se devi rapportarti con tre o quattro Regioni, devi anzitutto chiarire sulla base di quali criteri accorderai o no determinate funzioni». E poi? «Manca la cornice del disegno: fabbisogni standard e livelli essenziali delle prestazioni». Bisogna dettagliare tutto prima di poter attuare l’ autonomia? «Devi fissare, con il Parlamento, e con tutte le Regioni, i paletti entro cui vuoi disegnare la devoluzione di determinate competenze». Con il ministro Stefani ci parla? «Ho un ottimo rapporto con la ministra, con lei la collaborazione è costante e leale. Ma un ministro, da solo, non può comporre il tutto se manca la volontà del governo nel suo insieme di determinare un risultato». E che cosa manca? «Da oltre un anno ogni settimana ci dicono: “La prossima settimana si chiude!”, aggiungendo roboanti interviste e annunci. Dopodiché non solo non accade nulla, ma aumenta la litigiosità tra Lega e M5s! Un teatrino imbarazzante e surreale». Si può immaginare un sistema a macchia di leopardo in cui alcune Regioni avocano le competenze su alcuni temi e alcune su altri temi? «Se hai definito la cornice e le funzioni che intendi trasferire sì, e non sarebbe un Paese a macchia di leopardo, bensì uno Stato in cui si ottiene autonomia differenziata su specifiche funzioni nell’ ambito di una cornice nazionale comune. Devolvere l’ organizzazione delle aziende sanitarie o la valorizzazione dei beni culturali non comporta un arlecchino, così come il riordino delle funzioni tra Regione, Province e Comuni nei procedimenti amministrativi in materia ambientale. Cosa diversa è invece se decidi di frantumare il reclutamento e la contrattualizzazione degli insegnanti. È decisamente più complesso, a parte le valutazioni politiche, tenere insieme a quel punto regimi diversi». Si può dare alle regioni la possibilità di assumere gli insegnanti senza passare per il ministero? «Credo che il sistema nazionale di istruzione sia oggi ancor più necessario di ieri, se vogliamo costruire cittadinanza. Per questo l’ Emilia Romagna non ha mai chiesto né di assumere gli insegnanti né di fare contratti territoriali». Però anche voi volete il controllo sugli organici. «Programmare, non controllare. Abbiamo chiesto di programmare i fabbisogni degli organici di concerto con il ministero, perché conosciamo i nostri andamenti demografici molto meglio del governo». Mi faccia un esempio. «È inaccettabile che ogni anno a settembre i nostri ragazzi inizino la scuola senza avere ancora gli insegnanti che li devono accompagnare tutto l’ anno!». Volete anche più poteri sull’ edilizia scolastica. «Abbiamo chiesto di gestire con Province e Comuni le risorse che già ci spettano, non un euro di più». Perché lo fate meglio? «Dopo il terremoto del 2012 tutti gli edifici furono danneggiati e resi inagibili. Eppure nessun ragazzo perse un solo giorno di scuola e oggi tutte le scuole sono più sicure e moderne di prima. Si chiamano efficienza e programmazione, che è quel che chiediamo». Lei rappresenta la Regione dove è nato il tricolore: questo processo di negoziazione mette a rischio l’ unità del Paese o no? «Se gestito con gli obiettivi e i paletti che ho indicato certamente no, è anzi una grande occasione di ammodernamento e semplificazione dal basso». C’ è un’ altra possibilità? «Se invece l’ esito fosse affidato a un braccio di ferro tra due forze politiche ogni esito diventa possibile». Lei che cosa prevede? «Temo che alla fine non se ne faccia nulla come spesso avviene in questo Paese». E che cosa può impedire questo risultato? «Ho sfidato il governo ad abbandonare lo scontro ideologico e assumere il nostro progetto come possibile impianto per coinvolgere tutti. Sarebbe una rivoluzione gentile ma concreta, responsabile».

12/07/2019 – Italia Oggi

Interreg, fondi da Nord a Sud

Due nuovi bandi dei programmi Italia-Svizzera e Italia-Malta stanziano in totale 33,5 mln
di Massimiliano Finali

Promuovere l’innovazione e la competitività, contrastare il cambiamento climatico e sviluppare la mobilità sostenibile sono tra i principali obiettivi dei programmi europei di cooperazione territoriale. Lo scopo dei programmi è quello di mettere in connessione territori europei confinanti ma appartenenti a stati membri diversi, in modo da creare legami transnazionali. Tra i vari programmi di interesse per l’Italia, è possibile accedere a due nuovi bandi che interessano sia il nord che il sud del paese. In particolare, l’avviso del programma Interreg Italia-Svizzera 2014-2020 interessa le regioni Lombardia, Piemonte, Valle d’Aosta e la provincia autonoma di Bolzano. Al Sud, è la regione Sicilia ad essere interessata dal nuovo bando del programma Interreg Italia-Malta 2014-2020.

Bando da 17,5 milioni di euro per la cooperazione Italia-Svizzera

Il bando ha una dotazione di parte italiana di oltre 17,5 milioni di euro, mentre quella di parte svizzera è di oltre 9,9 milioni di franchi svizzeri. Al programma partecipano i cantoni Vallese, Ticino e Grigioni e le regioni Lombardia (province di Como, Sondrio, Lecco e Varese), Piemonte (province di Biella, Novara, Verbano Cusio Ossola, Vercelli), Valle d’Aosta, la provincia autonoma di Bolzano. Sono ammessi a partecipare al bando i soggetti pubblici, gli organismi di diritto pubblico e i soggetti privati aventi capacità giuridica. I progetti possono riguardare la mobilità integrata e sostenibile, puntando ad accrescere la qualità della mobilità transfrontaliera attraverso soluzioni di trasporto più efficienti, perché integrate, e più rispettose dell’ambiente. Possono inoltre riguardare i servizi per l’integrazione delle comunità, sostenendo l’introduzione di soluzioni condivise per migliorare la fruizione e la qualità dei servizi socio-sanitari e socio-educativi. Infine, i progetti possono mirare al rafforzamento della governance transfrontaliera, promuovendo le capacità di coordinamento e collaborazione delle amministrazioni. La quota europea del contributo pubblico per parte italiana per ogni singolo progetto non potrà essere inferiore a 100 mila euro e non potrà superare in nessun caso la soglia di un milione di euro per la mobilità sostenibile e di 700 mila euro per gli altri ambiti, ad eccezione degli «small projects» che avranno soglie più basse. La partecipazione minima di ciascun partner non potrà essere inferiore a 5 mila euro. Gli enti pubblici italiani potranno ottenere un contributo a copertura del 100% delle spese ammissibili. La scadenza del bando è fissata al 31 ottobre 2019.

Bando da 16 milioni di euro per la cooperazione Italia-Malta

Il bando del programma Interreg Italia-Malta riguarda le province di Palermo, Trapani, Caltanissetta, Agrigento, Ragusa, Siracusa, Enna, Catania e Messina. Per Malta, interessa le aree di Malta, Gozo e Comino. Gli enti locali possono partecipare a progetti per promuovere la crescita sostenibile ed intelligente attraverso la ricerca e l’innovazione, mirando ad aumentare l’attività di innovazione e ricerca per il miglioramento della qualità della vita e della fruizione del patrimonio culturale. I progetti possono anche riguardare la promozione della competitività dell’area transfrontaliera, attraverso la creazione e il potenziamento delle imprese (micro, piccole e medie) nei settori di intervento dell’area transfrontaliera oppure attraverso la mobilità dei lavoratori. I progetti possono infine essere rivolti a tutelare l’ambiente e promuovere l’uso efficiente delle risorse, salvaguardando la biodiversità terrestre e marina dell’area e promuovendo azioni di sistema e tecnologiche per mitigare gli effetti del cambiamento climatico e dei rischi naturali e antropici con particolare riferimento alle catastrofi provenienti dal rischio mare. Gli enti pubblici italiani possono ottenere un contributo fino al 100% della spesa ammissibile, su progetti con una dotazione finanziaria compresa tra un minimo di 500 mila euro e un massimo di 4 milioni di euro. Il bando scadrà il 30 luglio 2019. © Riproduzione riservata

12/07/2019 – Italia Oggi

Collaudatori senza albo e vincoli

L’effetto dello Sblocca cantieri esteso ai direttori lavori delle opere affidate a general contractor
Soppressi i criteri per i requisiti di nomina e per i compensi

di Andrea Mascolini

Soppresso l’albo dei collaudatori e direttori lavori delle opere affidate a contraente generale, salta anche il rinvio alla normativa attuativa su requisiti di moralità, competenza, professionalità e sui compensi. È questo l’effetto determinato dall’articolo 1, comma 20 lettera dd) del decreto legge Sblocca cantieri, n. 32/2019, convertito in legge 14 giugno 2019, n. 55 che abroga i commi 3 e 4 dell’articolo 196 del codice appalti.

Si tratta delle disposizioni che, rispettivamente, prevedevano l’istituzione dell’albo dei soggetti che possono ricoprire i ruoli di direttore dei lavori e di collaudatore negli appalti pubblici di lavori aggiudicati con la formula del contraente generale (comma 3) e rinviavano a un decreto per definire specifici requisiti di moralità, di competenza e di professionalità, le modalità di iscrizione all’albo e di nomina, nonché i compensi nei limiti normativi previsti (comma 4).

L’albo, ormai abrogato dal 18 giugno scorso, era previsto presso il ministero delle infrastrutture e dei trasporti e aveva natura di albo nazionale obbligatorio.

La disposizione dello Sblocca cantieri sopprime anche ogni altra indicazione in precedenza relativa alle procedure di nomina: si stabiliva in particolare che essa dovesse avvenire mediante pubblico sorteggio da una lista di candidati indicati alle stazioni appaltanti in numero almeno triplo per ciascun ruolo da ricoprire e prevedendo altresì che le spese di tenuta dell’albo fossero poste a carico dei soggetti interessati. Tutto questo doveva poi essere dettagliato in un decreto ministeriale, mai uscito, perché si era arrivati alla trasmissione di uno schema al Consiglio di stato che aveva emesso il parere a gennaio 2019. Nel frattempo veniva in soccorso l’articolo 216, comma 21 del decreto 50/2016 che precisava la necessità di scegliere soggetti «in possesso di requisiti professionali adeguati in relazione all’opera da dirigere» e quelli di cui all’articolo 216 del dpr 207/2010. D’altro canto l’obiettivo da cui muoveva la norma del decreto 50, sottolineato anche nel parere reso dal Consiglio di stato a gennaio scorso sullo schema di regolamento del Mit, poi mai uscito, era garantire la terzietà di queste figure e scongiurare i conflitti di interesse che avevano caratterizzato l’applicazione della disciplina del vecchio codice in materia di appalti di lavori affidati a contraente generale.

Il punto delicato della norma è che l’effetto soppressivo della disposizione è tale che non soltanto si elimina l’albo nazionale ma si cancella anche la previsione della fissazione di «criteri, specifici requisiti di moralità, di competenza e di professionalità» (oltreché le modalità di iscrizione all’albo e di nomina) nonché i compensi. Va osservato che sarebbe stato forse opportuno colmare questa lacuna inserendo un riferimento che potesse richiamare l’applicazione dei requisiti previsti in via generale dalle disposizioni del codice, cosa peraltro prevista nella norma iniziale del decreto legge 32 (art. 1, lettera gg) che poi si è persa nel corso del convulso esame parlamentare.

D’altro canto sullo schema che aveva messo a punto il ministero delle infrastrutture il Consiglio di stato aveva rilevato nello specifico criticità nella scelta (operata nello schema Mit) di restringere l’ingresso all’albo nazionale de quo ai soli dipendenti delle amministrazioni aggiudicatrici; i giudici avevano osservato come la scelta proposta non trovasse alcun aggancio normativo, non essendo assolutamente prevista nell’art. 196 del codice dei contratti pubblici, potendo in tal modo dar luogo ad un cospicuo contenzioso.

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12/07/2019 – Italia Oggi

Offerta tecnica, ok dare lo stesso punteggio a tutte

Anac: non viene violato il principio della collegialità del voto
In una gara d’appalto se in sede di valutazione dell’offerta tecnica i commissari di gara attribuiscono lo stesso punteggio a tutte le offerte, questo non vuole dire che sia stato violato il principio della collegialità del voto; nell’applicazione del criterio di aggiudicazione dell’offerta economicamente più vantaggiosa, l’attribuzione dei punteggi numerici, senza motivazione, relativamente all’offerta tecnica è legittima a condizione che siano prefissati i criteri di valutazione. Sono questi i principi desumibili dalla lettura della delibera dell’Autorità nazionale anticorruzione del 12 giugno 2019, n. 489 emessa a seguito di una istanza di precontenzioso.

Le censure dell’istante riguardavano prevalentemente le clausole del bando relative alla valutazione dell’offerta tecnica: si lamentava l’assenza della previsione di subcriteri e le modalità di attribuzione del punteggio, consistenti nella mera assegnazione di un numero. Veniva inoltre eccepita la presunta violazione del principio della collegialità del voto, avendo ciascun commissario attribuito, in relazione a ciascun parametro di valutazione, lo stesso identico punteggio alle offerte dei concorrenti.

In merito alla modalità di attribuzione del punteggio relativo all’offerta tecnica (consistenti nell’indicazione di un numero non accompagnato da ulteriori motivazioni), l’Anac ha precisato che è opinione unanime in giurisprudenza che il punteggio numerico assegnato ai singoli elementi dell’offerta economicamente più vantaggiosa integra una motivazione sufficiente ed adeguata, purché siano stati prefissati criteri di valutazione sufficientemente precisi e che i relativi giudizi espressi dalla commissione di gara, da intendersi afferenti al perimetro della discrezionalità tecnica ad essa riservata, possano essere giudicati illegittimi solo se affetti da vizi di manifesta irragionevolezza o di macroscopica erroneità.

Nel caso di specie, ha rilevato l’Anac, il bando di gara aveva dettagliato i criteri di attribuzione del punteggio tecnico (cui era previsto un massimo di 60 punti), suddividendoli in due macroelementi (progetto tecnico organizzativo e curriculum) ed individuando per il primo cinque subcriteri e per il secondo sei subcriteri. Questi elementi hanno fatto concludere l’Anac nel senso di escludere la possibilità di qualsiasi arbitrio da parte della commissione valutatrice. D’altro canto, ha notato l’Autorità, il conseguimento del massimo punteggio in relazione all’offerta tecnica presentata «è la prova più evidente che gli elementi di valutazione della stessa sono stati adeguatamente compresi e rispettati».

Non è stata accolta dall’Anac neanche l’eccezione inerente la paventata violazione del principio della collegialità del voto: a tale riguardo la delibera ha evidenziato che la riferibilità individuale dell’attività valutativa non può intendersi smentita dalla uniformità dei punteggi assegnati dai commissari, posto che l’identità delle valutazioni non può ritenersi, di per sé (e in difetto di altri concordanti indizi), un indice univocamente significativo del carattere collegiale dello scrutinio della qualità dell’offerta tecnica.

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12/07/2019 – Italia Oggi

Gare, firma digitale su tutti i documenti

Se manca è causa di esclusione
Mancata apposizione della firma digitale sull’offerta economica non permette di attribuire certezza legale in merito alla provenienza ed integrità dell’offerta stessa; inapplicabile il soccorso istruttorio Lo ha affermato il Tar Lazio Roma, sezione terza-ter, con la sentenza del 2 luglio 2019 n. 8605 in merito ad una procedura aperta telematica per l’affidamento della fornitura di dispositivi medici di durata biennale per oltre 20 milioni. Nel disciplinare era prevista una netta differenza fra lo schema di offerta e il dettaglio di offerta: soltanto il primo aveva natura e valore di offerta economica ai fini della partecipazione al procedimento di gara, laddove il secondo risultava un documento accessorio recante gli elementi di specificazione ed illustrazione dell’importo complessivo indicato. Un concorrente era stato escluso in ragione della mancata apposizione della firma digitale al documento denominato «schema offerta economica-xls» (era stata apposta la sola marcatura temporale), mentre la firma digitale era presente nel documento denominato «dettaglio offerta economica».

I giudici hanno escluso che possa essere attribuita rilevanza, ai fini della valutazione sulla correttezza della domanda, all’invio, da parte del sistema, di una Pec contenente l’accettazione dell’offerta, «non avendo la stessa alcun valore ricognitivo circa il proprio contenuto e men che meno del rispetto delle prescrizioni della lex specialis di gara».

Ciò premesso, nel merito i giudici hanno confermato la legittimità dell’esclusione in quanto nell’ambito di una gara telematica, la mancata apposizione sul documento informatico costituente l’offerta economica della firma digitale non consente di attribuire certezza legale in merito alla provenienza e integrità dell’offerta stessa. Se da un lato, si legge nella sentenza, la marca temporale attesta il preciso momento in cui il documento è stato creato, trasmesso o archiviato, dall’altro soltanto la firma digitale è idonea a «rendere manifesta e a verificare la provenienza e l’integrità di un documento informatico». Inoltre, non è neanche possibile procedere all’attivazione del soccorso istruttorio in quanto l’art. 83 comma 9 del codice appalti esclude dal perimetro applicativo dell’istituto le carenze inerenti l’offerta economica.

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15/07/2019 – ANSA

Alitalia, quattro offerte per Alitalia. Di Maio, subito la scelta

Atlantia ma anche Toto, Claudio Lotito e il patron di Avianca, German Efromovich, hanno inviato a Mediobanca, advisor di Ferrovie, le offerte per la partecipazione alla newco

Come da copione arrivano tutte le offerte attese per Alitalia. Sollecitati i diretti interessati, Mediobanca ha ricevuto nei tempi previsti le lettere e le relative garanzie da Atlantia, Toto, Lotito e German Efromovich, patron di Avianca. Quattro possibili nuovi partner tra cui identificare chi andrà ad affiancare Ferrovie dello Stato nella nuova compagnia aerea. Luigi Di Maio parla di un successo che dimostra la bontà dell’operazione di mercato (anche se la maggioranza delle quote saranno in mano pubblica) e sollecita ancora una volta tempi rapidi per individuare entro domani “il quarto elemento”, uno o più partner da sommare a Fs, Mef e Delta, capaci di portare avanti un piano ambizioso e “non conservativo”. L’idea del vicepremier 5 Stelle resta quella di una compagnia in grado di volare sul lungo raggio, di portare turisti in Italia da ogni parte del mondo “a testa alta”.

Non ridimensionata dunque come potrebbe essere se seguisse ad esempio le indiscrezioni circolate finora sul piano elaborato da Delta. Non a caso Di Maio, pur dicendosi ufficialmente immune a preferenze e pregiudizi nei confronti dei pretendenti, sembra invece sponsorizzare l’ingresso del gruppo Toto, che non prevede alcun esubero e punterebbe ad una compagnia effettivamente internazionale. Agli occhi dei 5 Stelle, Toto rappresenterebbe inoltre un contraltare ad Atlantia, ben vista invece dalla Lega, nonostante la tragedia del Ponte Morandi e la questione, parallelamente in cerca di soluzione, delle concessioni autostradali. La holding della famiglia Benetton non ha peraltro fatto mistero della volontà di allungare i tempi, lasciando all’amministratore delegato Giovanni Castellucci la possibilità di valutare attentamente il possibile piano industriale e la compagine azionaria della nuova compagnia, sottoponendo poi le sue conclusioni al cda. Se così fosse, la soluzione definitiva per Alitalia non potrebbe che arrivare dopo l’estate, considerando anche la pausa agostana. Il prossimo passo concreto, al momento, è comunque il consiglio di amministrazione di Fs convocato domani in tarda mattinata. Di Maio auspica subito una scelta, ma non è escluso che Ferrovie comunichi al Mise solo il pacchetto di partner interessati e che da quel momento partano le trattative, che potrebbero durare appunto un paio di mesi, per arrivare a formulare in un secondo momento l’offerta vincolante. Le quote di partecipazione restano infatti ancora da definire. In un ultimo post su Facebook, Di Maio ha esplicitato solo quella del Mef, stabilita per legge in base alla conversione degli interessi sul prestito ponte, quindi non superiore al 15%. Una percentuale simile dovrebbe andare a Delta, che non ha però escluso di salire ulteriormente in una seconda fase, magari fino al 20%. Fs dovrebbe detenere il 35%, come sempre detto, ma, se Toto non potrà che avere una quota minoritaria, resta soprattutto l’incognita Atlantia.

 

15/07/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Gare telematiche, Tar divisi sugli effetti della mancata sottoscrizione dell’offerta

Roberto Mangani

I giudici della Sardegna condannano l’esclusione dell’impresa. Il Tar Lazio conferma il cartellino rosso. Ma le procedure elettroniche garantiscono di per sé la provenienza della proposta

Le gare telematiche rappresentano una realtà sempre più diffusa ai fini dell’affidamento dei contratti pubblici. Anche in considerazione delle particolari modalità di svolgimento di tali gare, profondamente diverse da quelle tradizionali, stanno sorgendo alcune questioni sulla corretta individuazione delle stesse. Tra queste ha assunto un particolare rilievo quella relativa agli effetti conseguenti alla mancanza della firma digitale dell’offerta, a fronte di una documentazione per tutti gli altri aspetti completa.

È emblematico della mancanza di un chiaro indirizzo sul punto la circostanza che recentemente siano intervenute, a un solo giorno di distanza l’una dall’altra, due sentenze del giudice amministrativo che rispetto alla questione evidenziata hanno proposto due soluzioni diametralmente opposte.

La tesi «positiva»
Secondo una prima interpretazione la mancanza della firma digitale dell’offerta non sarebbe di per sé causa di esclusione dalla gara. In questo senso si è pronunciato il Tar Sardegna, Sez. I, 1 luglio 2019, n. 593, che si è espresso in relazione a una procedura di gara aperta in modalità telematica relativa all’affidamento di prodotti farmaceutici.
La stazione appaltante aveva proceduto all’esclusione dell’offerta in quanto, nonostante il relativo file fosse stato caricato a sistema in maniera corretta e secondo le tempistiche prefissate, risultava marcato temporalmente ma privo della firma digitale.

Il provvedimento di esclusione veniva impugnato dal concorrente interessato. A sostegno del ricorso veniva evidenziato che nelle gare gestite con procedure telematiche il difetto della firma digitale non potrebbe costituire una causa di esclusione dalla gara in quanto le stesse modalità di svolgimento della gara telematica sono di per sè in grado di offrire adeguate garanzie sia per ciò che concerne l’inviolabilità dell’offerta che per ciò che attiene alla sua provenienza.

Ciò in quanto la gestione telematica della gara richiede l’accreditamento degli operatori a un sistema informatico, il rilascio di credenziali personali a ciascun operatore per poter accedere all’area riservata, l’accesso alla piattaforma on line per la presentazione della domanda di partecipazione e dell’offerta, l’utilizzo di sistemi di marcatura temporale. In particolare la marcatura temporale garantisce l’integrità del documento marcato, che non è più modificabile, e stabilisce in maniera certa l’ora dell’avvenuta marcatura.

Tenendo conto di tali presupposti il ricorrente concludeva nel senso che la presenza della marcatura temporale certificata costituisce sicura garanzia della provenienza dell’offerta, con la conseguenza che la mancanza della firma digitale non può essere considerata legittima causa di esclusione dalla gara.

A fronte di queste argomentazioni l’ente appaltante replicava che l’assenza di sottoscrizione dell’offerta, sia pure nella forma della firma digitale, costituirebbe un vizio insanabile in quanto determinerebbe la mancanza di una volontà negoziale imputabile al concorrente. Come tale, il difetto di sottoscrizione non potrebbe essere sanato neanche con il ricorso al soccorso istruttorio, la cui attivazione comporterebbe la violazione del principio di parità di trattamento tra i concorrenti.

Né si potrebbe in alcun modo accettare l’equiparazione tra firma digitale e marcatura temporale. Quest’ultima infatti ha la sola funzione di dare prova certa in merito all’esatta collocazione temporale del documento; mentre solo la firma digitale è in grado di assicurare la provenienza dell’offerta, di cui attesta l’autenticità.

A fronte di queste tesi contrapposte il giudice amministrativo ha accolto le ragioni del ricorrente. In via preliminare ha ricordato che la sottoscrizione dell’offerta è essenziale nelle gare pubbliche ed assolve a due funzioni: verificare la coincidenza tra il soggetto autore dell’offerta e il sottoscrittore e assicurare che il sottoscrittore faccia proprio il contenuto dell’offerta stessa. In sostanza la sottoscrizione dell’offerta costituisce la garanzia della veridicità e autenticità della stessa. Di conseguenza essa, in linea generale, costituisce uno degli elementi essenziali per l’esistenza e l’ammissibilità dell’offerta.

La naturale conseguenza è che, in linea di principio, le offerte prive di sottoscrizione devono essere considerate inammissibili e devono quindi essere escluse dalla gara.

Tuttavia il giudice ammnistrativo aggiunge che a fronte di questa affermazione di principio vi è un orientamento giurisprudenziale che si presenta meno rigoroso nelle conclusioni. Esso ha ritenuto che le offerte prive di sottoscrizione non determinino l’esclusione dalla gara quando in base alle circostanze concrete dello specifico caso vi sia la possibilità di accertare che l’offerta risulta con assoluta certezza riconducibile e imputabile a un determinato operatore economico. Ciò sulla base del riconosciuto interesse dell’ente appaltante a non escludere un concorrente qualora, sia pure a fronte di un’offerta imperfetta in quanto mancante di sottoscrizione, vi sia la possibilità di accertare con assoluta certezza la provenienza dell’offerta sulla base di altri elementi comunque acquisibili nell’ambito della procedura di gara.

Secondo il giudice ammnistrativo questo orientamento è pienamente applicabile al caso della gara telematica. Quest’ultima presuppone infatti che la partecipazione alla gara e la presentazione dell’offerta siano possibili solo attraverso l’accesso al sistema effettuato attraverso un apposito account, con l’effetto che ogni offerta era necessariamente abbinata a uno specifico account.

Tali elementi inducono a ritenere che nelle gare telematiche sussistono tutti gli elementi che, anche in mancanza della firma digitale, consentono di superare ogni incertezza in ordine alla provenienza dell’offerta, rendendo quindi illegittima l’esclusione dalla gara determinata dalla suddetta mancanza.

La tesi «negativa» 
A conclusioni diametralmente opposte è giunto il Tar Lazio, Sez. III quater, 2 luglio 2019, n. 8605, che si è pronunciato su una fattispecie analoga a quella presa in considerazione dal Tar Sardegna.

Anche in questo caso, a fronte di una corretta e tempestiva marcatura temporale, l’offerta era carente della firma digitale. Da qui il provvedimento di esclusione adottato dall’ente appaltante, impugnato dal concorrente sulla base della motivazione fondamentale secondo cui la funzione della firma digitale sarebbe in qualche modo assolta dalla marcatura temporale.

Il giudice amministrativo ha tuttavia respinto questa impostazione. Ha infatti evidenziato che non appare ammissibile affermare la sostanziale equivalenza tra marcatura temporale e firma digitale. Infatti, la marcatura temporale ha la sola funzione di attribuire a un documento informatico la certezza della data e dell’ora, nel senso che accerta il preciso momento in cui il documento è stato creato e trasmesso. Di contro, solo la firma digitale è idonea ad assolvere allo scopo di verificare la provenienza e l’integrità del documento informatico.

La diversa finalità della marcatura temporale e della firma digitale comporta che la presenza solo della prima e la mancanza della seconda consente di attribuire certezza legale solo alla data e ora di formazione del documento, ma non permette di garantire anche la sua provenienza e integrità.

La conclusione di questo ragionamento è netta: l’offerta priva della firma digitale si deve ritenere carente della sottoscrizione e di conseguenza l’ente appaltante non può che procedere alla relativa esclusione. Né appare ammissibile ricorrere al soccorso istruttorio. Infatti, l’articolo 83, comma 9 del D.lgs. 50/2016 esclude esplicitamente dall’ambito applicativo dell’istituto le carenze relative all’offerta, la cui mancata sottoscrizione non può quindi in alcun modo essere sanata.

Le particolarità delle gare telematiche
Le peculiari modalità di svolgimento delle gare telematiche impongono di utilizzare, ai fini di verificarne la legittimità, dei parametri non sempre coincidenti con quelli propri delle gare tradizionali in forma cartacea. Proprio la questione della mancata sottoscrizione dell’offerta con firma digitale si presenta emblematica della necessità di modificare l’approccio con cui valutare il corretto svolgimento delle procedure telematiche.

Nelle gare tradizionali, infatti, la mancata sottoscrizione dell’offerta costituisce, per principio pacificamente acquisito, causa di esclusione dalla gara. Ciò in quanto la sottoscrizione costituisce la modalità con la quale viene garantito che l’offerta proviene da quel determinato soggetto ed è idonea a vincolarlo. La sottoscrizione crea cioè quel nesso indissolubile e incontestabile – avente piena efficacia giuridica – tra l’offerente e il contenuto dell’offerta. Specularmente, la sua mancanza comporta un’incertezza assoluta sulla provenienza dell’offerta e la carenza dell’indicato nesso.

Proprio queste considerazioni inducono però a ritenere che per le gare telematiche il ragionamento e le relative conclusioni possano essere diverse. La strutturazione di una gara telematica presuppone infatti un sistema di accreditamento dei concorrenti in base al quale questi ultimi sono dotati di un proprio account e di una specifica password che devono necessariamente utilizzare per partecipare alla gara e compilare i relativi documenti.
Si deve allora ritenere che proprio questo sistema di accreditamento crei quel nesso indissolubile tra concorrente e documento che ne attesta la provenienza e veridicità. E questo vale anche per l’offerta, che ancorché manchi della firma digitale può senz’altro essere ricondotta a un determinato concorrente in quanto il sistema consente con assoluta certezza di identificarne l’autore. © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

15/07/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Napoli-Bari, il Consiglio di Stato boccia la sospensiva chiesta da Cmc e Medil sul lotto da 269 milioni

Mauro Salerno

«Prevale l’interesse alla realizzazione dell’infrastruttura». Si va verso la conferma dell’aggiudicazione all’Ati Pizzarotti-Ghella

Pare avviarsi finalmente verso la conclusione latormentata aggiudicazione del maxi-lotto Frasso Telesino-Telese da 269 milioni di euronell’ambito del potenziamento della linea ferroviaria Napoli-Bari mandato in gara da Rfi.

Venerdì 12 luglio sono arrivate infatti le decisioni “gemelle”con cui il Consiglio di Stato ha bocciato le richieste di sospensiva presentate da Cmc e Consorzio Medil contro l’aggiudicazione del contratto al raggruppamento guidato da Pizzarotti (con Ghella, Itinera, Salcef, tra gli altri) .

Per il Consiglio di Stato, alla luce degli «interessi in gioco» prevale «l’interesse nazionale alla sollecita realizzazione dell’infrastruttura strategica». Per i giudici pesa anche «la mancata definizione della figura mandataria del raggruppamento», cioè l’ipotesi ventilata a un certo punto di sostituire Cmc nel ruolo di capogruppo dopo la formalizzazione della crisi della coop. Per questo i giudici rilevano che «l’appello cautelare non appare assistito dal pregiudizio grave ed irreparabile».

La decisione apre la strada alla firma del contratto da parte di Rfi, a cui i giudici rimettono in toto la scelta. L’udienza per la decisione nel merito della vicenda è fissata per il prossimo 6 novembre.

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15/07/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Terzo Valico, Nardinocchi in pole come commissario: Toninelli verso la nomina

Giorgio Santilli

A giorni la proposta del ministro delle Infrastrutture per l’attuale direttore tecnico della società di ingegneria del gruppo Fs, Italferr

C’è Andrea Nardinocchi, direttore tecnico della società di ingegneria del gruppo Fs, Italferr, in pole position per il ruolo di commissario straordinario sblocca cantieri del Terzo valico e delle altre opere del nodo ferroviario di Genova. A giorni arriverà la proposta del ministro delle Infrastrutture, Danilo Toninelli, per la nomina che avverrà subito dopo con decreto del presidente del Consiglio. Il termine per il decreto è il 18 luglio. Nardinocchi sarebbe preferito all’altro nome prestigioso, quello di Marco Rettighieri, perché Toninelli tenderà a privilegiare per i commissari sblocca cantieri uomini della struttura tecnica Fs per le opere ferroviarie e della struttura Anas per quelle stradali. Esclusa invece la nomina degli amministratori delegati di Fs Battisti e di Rfi Gentile, come era stato invece, per quest’ultimo, nel caso della linea ad Alta velocità Napoli-Bari.

Il progetto Terzo valico-nodo di Genova è l’opera più importante e più costosa fra quelle che saranno commissariate in attuazione del decreto sblocca cantieri, con una spesa di investimento complessivo di 6.853 milioni. Comprende, oltre al Terzo valico e alla linea Av Milano-Genova, il collegamento dell’ultimo miglio con il Porto storico di Genova, i progetti di potenziamento infrastrutturale Voltri-Brignole e il potenziamento Genova-Campasso, unificati in un Progetto unico.

Il terzo valico è una delle quattro opere che saranno commissariate con la corsia preferenziale prevista dallo stesso sblocca cantieri. È già stato nominato Gianluca Ievolella, attuale Provveditore interregionale delle Opere pubbliche per la Sicilia e la Calabria, quale commissario per la riqualificazione della viabilità della Sicilia, in seguito a un accordo fra Toninelli e il presidente della Regione siciliana Musumeci. Le altre due opere di imminente commissariamento sono il completamento del Mose di Venezia e il Gran Sasso, considerato più urgente dal ministero. Seguiranno poi, entro i 180 giorni previsti dallo sblocca cantieri, quindi non prima dell’autunno, i commissari per le altre opere da sbloccare.

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