Rassegna stampa 11 luglio 2019

10/07/2019 13.10 – quotidiano energia

Gare gas, “nel Ddl Energia misure per sbloccare le procedure”

Gli interventi anticipati a QE dal sottosegretario Mise Davide Crippa in materia di gare gas saranno “proposti nel Ddl Energia in corso di predisposizione”.

Lo ha detto il vice ministro Dario Galli rispondendo a un’interrogazione presentata in X commissione Camera da Squeri e Barelli di FI.

“Intervistato dal Quotidiano Energia il 23 maggio 2019 – si legge nel testo – il Sottosegretario per lo sviluppo economico con delega all’energia, Davide Crippa, ha dichiarato che alcuni comuni e stazioni appaltanti avrebbero rilevato importanti criticità quali ‘il mancato riconoscimento dell’ammortamento degli impianti di loro proprietà, la corretta valorizzazione delle reti pubbliche ai fini della possibile vendita e il passaggio della proprietà delle reti degli Enti pubblici al gestore in caso di interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria’ tra i maggiori ostacoli allo svolgimento delle predette gare”.

Conseguentemente, “il Sottosegretario ha comunicato che – al termine di diversi incontri istituzionali e con l’Autorità di regolazione per energia reti e ambiente (Arera) – il Ministero ha ‘elaborato alcune modifiche legislative volte a superare le criticità (…) nel rispetto dei diritti degli stakeholder (…) tutelando al contempo i consumatori da aumenti delle tariffe’”.

I due deputati di FI chiedono quindi “quali siano i tempi previsti per l’adozione delle iniziative normative annunciate dal Governo e richiamate in premessa, per rimuovere gli ostacoli allo svolgimento delle gare”. Considerando che “oggi meno del 15 per cento delle gare risultano effettivamente bandite e soltanto due sono state assegnate”.

Galli sottolinea che il Mise “si è già attivato, dopo alcuni incontri istituzionali, e ha predisposto le modifiche necessarie per sbloccare la partenza delle gare, per promuovere una maggiore efficienza nel servizio di distribuzione, per sostenere gli investimenti necessari alla sicurezza e, infine, per preparare il settore alle modifiche tecnologiche e ai cambiamenti indotti dalla transizione energetica”.

Come detto, tali interventi entreranno nel Ddl Energia, come prospettato circa tre settimane fa da QE. Un percorso che però richiederà giocoforza tempi più lunghi rispetto a un decreto.

10/07/2019 13.34 – RADIOCOR
Acea: firmato disciplinare su rinnovo concessione acquedotto Peschiera-Le Capore

Da Azienda, Regione Lazio e Comune Roma. Scade nel 2031 (Il Sole 24 Ore Radiocor Plus) – Roma, 10 lug – E’ stato firmato oggi a Roma, alla presenza della presidente di Acea Michaela Castelli, della sindaca di Roma Capitale Virginia Raggi, del presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti e dell’amministratore delegato di Acea Stefano Donnarumma, nella sede della multiutility romana, il disciplinare che sancisce fino al settembre 2031 il rinnovo della concessione di derivazione dalle sorgenti del Peschiera-Le Capore, che alimentano l’acquedotto omonimo, principale infrastruttura per l’approvvigionamento idrico della Capitale. A firmare sono stati Wanda D’Ercole, direttore regionale Lavori Pubblici, Stazione unica appalti, Risorse idriche e Difesa del Suolo, Roberto Botta, vice direttore generale dei Servizi al territorio di Roma Capitale e Claudio Cosentino, presidente di Acea Ato 2. Con questa firma viene garantita, da parte della Regione Lazio, la concessione di grande derivazione delle sorgenti Peschiera-Le Capore a favore di Roma Capitale e, di conseguenza, in ragione della vigente convenzione di gestione, ad Acea Ato 2 quale soggetto affidatario pro-tempore dell’erogazione del servizio idrico integrato. com-amm

11/07/2019 – Il Messaggero
Autonomia, sulle risorse ancora niente accordo

IL PROGETTO ROMA A poche ore dal «super-vertice» sull’ autonomia, come lo ha definito il ministro per gli Affari Regionali Erika Stefani, il nodo finanziario non è stato ancora sciolto. Lo stesso Matteo Salvini ha messo le mani avanti, dicendo che probabilmente l’ incontro di oggi non sarà risolutivo. «Ci vorranno probabilmente altre tre quattro riunioni», ha spiegato, «ma alla fine si farà». I nodi sono sempre gli stessi. Ieri il vice premier Luigi Di Maio ha provato a fare un fuoco di sbarramento preventivo. In un video postato su Facebook il ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico ha garantito che il fondo di perequazione, il cui scopo è traferire l’ extragettito delle tre Regioni più ricche e dinamiche del Paese verso quelle più bisognose, ci sarà. «Qualsiasi riparto di risorse economiche verso le regioni che la stanno chiedendo (l’ autonomia, ndr)», ha detto il ministro, «dovrà prevedere livelli essenziali di prestazioni per tutte le altre regioni e un fondo di perequazione per fare in modo che ci sia un meccanismo di solidarietà verso tutte le altre regioni». Di Maio ha anche detto che il Movimento si farà garante dell’ unità nazionale e che, in fin dei conti, quella che sta prendendo forma è un’ autonomia «light». Di tutt’ altro avviso sono i presidenti delle regioni interessate, soprattutto Veneto e Lombardia. «Evitiamo che qualcuno si inventi norme finanziarie come quella fatta circolare ieri per la quale l’ extragettito del Veneto dovrebbe diventare una nuova Cassa del Mezzogiorno», ha detto Luca Zaia. «L’ autonomia solidale di Di Maio?», gli ha fatto eco Attilio Fontana, «da quello che leggo sui giornali significherebbe che tutto quello che in Lombardia risparmiamo perché siamo bravi a efficientarci anziché trattenerlo dovremmo ridarlo agli altri. Praticamente l’ efficienza che finanzia l’ inefficienza. Se questa è la condizione io non ci starò». Dietro le quinte, in realtà, i tecnici stanno lavorando a un meccanismo che permetta di dire a Di Maio che il fondo perequativo esiste, ma che tenga buoni anche Zaia e Fontana facendo in modo che al suo finanziamento vada soltanto qualche briciola dell’ extragettito delle due regioni. IL MECCANISMO Come funzionerebbe? Per finanziare le funzioni trasferite, lo Stato cederebbe a Veneto e Lombardia un pezzetto di Irpef o di Iva. Il tema del contendere è a chi va il gettito in più che le imposte dovessero generare in caso di miglioramento dell’ economia. L’ idea che starebbe maturando al Tesoro sarebbe quella di fissare una sorta di benchmark. Solo se l’ extragettito supera questo parametro verrebbe ridistribuito. Ma il vero problema lo ha sollevato ieri in audizione in Parlamento l’ Ufficio parlamentare di Bilancio, l’ Authority indipendente che vigila sui conti pubblici. IL NODO CENTRALE Una questione fondamentale, ha spiegato Alberto Zanardi, è che di fatto il Parlamento rischia di essere chiamato a decidere al buio. Nessuno conosce gli effetti finanziari delle intese e le stesse intese rimandano queste quantificazioni ai dpcm attuativi che saranno emanati solo quando le stesse intese saranno già state approvate dalle Camere. Un procedimento all’ inverso. Inoltre, secondo l’ Ufficio di Bilancio, già le bozze pubblicate dal ministero degli Affari Regionali sono contradditorie nella parte finanziaria e potenzialmente potrebbero mettere a rischio il bilancio dello Stato e la solidarietà tra le regioni. Le nuove bozze, custodite gelosamente ma che continuano a circolare, raccontano anche altro. A partire da una presa d’ atto che gli accordi potranno comportare oneri per lo Stato. La novità è che questi costi dovranno essere coperti con tagli ai di spesa che dovranno incidere sulle voci delle funzioni trasferite. Detto in altre parole, se Veneto e Lombardia saranno autonome sull’ istruzione e questo comportasse un costo per lo Stato, quel costo dovrebbe essere coperto tagliando sempre i fondi per la scuola. Quelli di tutti. L’ altra novità è che le competenze richieste continuano ad aumentare. Il Veneto, per esempio, adesso ha aggiunto anche la richiesta delle competenze sulla gestione dei flussi migratori. Non proprio una funzione di secondaria importanza. Andrea Bassi © RIPRODUZIONE RISERVATA.

11/07/2019 – MF
Adesso le Regioni chiedono troppo

sulle autonomie differenziate incombe il rischio incostituzionalità
Autonomie differenziate a rischio costituzionalità. E’ l’ allarme dei tecnici della presidenza del Consiglio dei ministri, che in un appunto per il premier Giuseppe Conte, sottolineano il rischio insito nella scelta di Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna di richiedere l’ attribuzione delle competenze relative a tutte (o quasi tutti) i settori previsti dalla Costituzione. «L’ attribuzione di tutte le materie di competenza concorrente sembrerebbe collidere col dettato costituzionale», in ragione «della circostanza per cui vanno dimostrati gli interessi peculiari da soddisfare per ogni singola Regione e che, tendenzialmente, non sembrano poter concretamente coincidere con tutte le materie», si legge nel testo visionato da MF-Milano Finanza. Non solo, se tutte le Regioni si comportassero come le tre oggi alle prese con il dossier autonomie, si potrebbe arrivare alla modifica di fatto della Costituzione, con la scomparsa della competenza concorrente, prevista dall’ articolo 117, continuano il ragionamento i giuristi del Dipartimento degli Affari giuridici e legislativi di Palazzo Chigi. La questione, insomma, è da maneggiare con le pinze e non solo per le materie scottanti già emerse pubblicamente, come la gestione dell’ istruzione o della sanità e le modalità di finanziamento dell’ autonomia rafforzata. Non è un caso che il dossier passi di rinvio in rinvio (l’ ultimo che risale a martedì scorso), quando l’ ennesimo vertice di governo si è concluso con un nulla di fatto e un probabile aggiornamento per la giornata di oggi. Ancora, l’ appunto per il presidente del Consiglio mette sull’ avviso circa «il potenziale impatto che il riconoscimento di ampie forme di autonomia differenziata a un numero crescente di Regioni di diritto comune è suscettibile di determinare sulle amministrazioni statali interessate, in termini di soppressione o ridimensionamento degli uffici e delle strutture». Ma soprattutto andrebbe verificato se alcune materie «risultino strutturalmente non devolvibili nella loro interezza alle Regioni». Sulle risorse da trasferire per le nuove competenze si sottolinea poi come le intese proposte prevedano che, se entro tre anni non saranno emanate le norme relative ai costi standard, si applichi un meccanismo che «implicherebbe un ingiustificato spostamento di risorse verso le regioni ad autonomia differenziata, con conseguente deprivazione delle altre», Proprio ieri anche l’ ufficio parlamentare di Bilancio ha stigmatizzato il sistema di finanziamento ipotizzato dalle bozze di intesa, in quanto «presenta elementi contraddittori che suscitano preoccupazione per i possibili rischi sia sulla tenuta di bilancio nazionale sia sulla garanzia della solidarietà interregionale». Pericolosa quindi la previsione, contenuta nelle bozze di intesa, di rinviare la valutazione degli effetti finanziari del nuovo assetto a decreti successivi all’ entrata in vigore delle autonomie stesse. (riproduzione riservata) LUISA LEONE

 

10/07/2019 – Affari Italiani

Appalti e corruzione, undici provvedimenti del Comune di Milano

Sulla scia dell’inchiesta “Mensa dei poveri”, il Comune di Milano prende contromisure: undici provvedimenti anti-corruzione, sette imprese escluse

Inchiesta “Mensa dei poveri”, il Comune di Milano prende contromisure per evitare altre brutte sorprese. E avvia undici provvedimenti preventivi anti corruzione. Li hanno illustrati ieri pomeriggio in Commissione Antimafia  il city manager Christian Malangone e il segretario generale del Comune Fabrizio Dall’Acqua. Oltre al trasferimento in un altro ufficio di due dipendenti finiti nel mirino della magistratura, il Comune, tramite la Direzione centrale unica Appalti, ha effettuato una ricognizione delle imprese coinvolte nelle indagini ch enell’ultimo triennio hanno stipulato contratti di appalto con il Comune o hanno presentato domanda di partecipazione a gare in corso. Nella seduta del Comitato per la legalità tenutasi già il 27 maggio era poi stato affrontato il tema degli eventuali “rimedi” che l’amministrazione può adottare nei confronti delle imprese coinvolte nelle indagini.

Recita una nota del Comune: “Tenendo conto dei suggerimenti ricevuti, e del parere espresso dalla  presidente del Comitato Antimafia la Direzione centrale unica Appalti ha adottato fino ad oggi undici provvedimenti: sette esclusioni, un annullamento di aggiudicazione e tre rigetti di subappalti. Sono state inoltre inviate otto comunicazioni di avvio del procedimento riferite ad altre tre gare d’appalto, due delle quali si concluderanno nel mese di luglio. Nel frattempo,  il 29 giugno, sono pervenuti due ricorsi al Tar con richiesta di sospensiva dei provvedimenti impugnati”. Come spiega al quotidiano Il Giorno Malangone, i due ricorsi sono partiti dalla stessa ditta, esclusa d adue appalti: uno per la riqualificazione dell’Arena Civica, l’altro per lo scavalcamento di alcuni sottopassi. L’udienza al Tar è in programma proprio oggi.

 

11/07/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Progetto Italia/1. Costruttori contro: non tutela tutto il comparto. La replica: sulla concorrenza timori infondati

Mauro Salerno

L’Assemblea dell’Ance contesta l’operazione Salini-Cdp: non garantisce la tutela delle Pmi

Costruttori contro il Progetto Italia, l’iniziativa che vede la Cassa depositi a fianco di Salini Impregilo per costruire un “campione nazionale” delle costruzioni attraverso l’aggregazione di alcune grandi imprese italiane, a partire da ex big come Astaldi e Condotte, finiti da tempo in crisi. A prendere ufficialmente posizione è stata l’assemblea dell’Ance, riunita ieri a Roma. «Sulla base degli elementi finora acquisiti – si legge nel comunicato diramato al termine dell’assemblea dell’associazione – , il Progetto Italia non garantisce la tutela dell’intero sistema imprenditoriale». Per questo, «pur condividendo l’obiettivo di creare un grande player internazionale che andrebbe a formarsi con l’accorpamento di alcuni gruppi industriali del settore delle costruzioni», fanno sapere i costruttori, « l’operazione non convince le imprese aderenti all’Ance per gli effetti sul mercato».

A preoccupare le piccole e medie imprese dell’Ance sono gli effetti sulla concorrenza che deriverebbero dall’ingresso sul mercato italiano di un colosso partecipato da Cassa depositi, con in prima fila Salini Impregilo (6 miliardi di fatturato) più quello che resta, di appetibile, degli altri grandi big del passato coinvolti nell’operazione, che dovrebbe essere chiusa entro la fine del mese.

Timori che i protagonisti dell’iniziativa respingono come infondati. Le imprese coinvolte nel progetto, viene sottolineato negli ambienti che stanno lavorando all’operazione, coprono soltanto il 4,2% del fatturato complessivo del mercato delle costruzioni italiane. Anche perchè buona parte dei ricavi viene conquistata all’estero. Mentre il piano industriale dell’iniziativa prevede la partecipazione a gare per appalti di dimensione non inferiore a 250 milioni di euro. Dunque, si rileva, fuori dal mercato contendibile delle Pmi.

«Stiamo dialogando, abbiamo fatto molto per le piccole medie imprese italiane, sia in Italia, sia all’estero (5,7 mld di ordini ad aziende italiane tra Salini e Astaldi negli ultimi 5 anni), faremo senz’altro di più con il Progetto Italia», è quello che viene riferito. Il segmento delle grandi opere «ha bisogno di grandi aziende, grandi disponibilità di garanzie e di referenze per competere nel mercato internazionale. Questa è la precondizione per garantire occupazione e continuità dei cantieri in corso e per dare prospettive alla filiera e alle piccole medie aziende che negli ultimi anni hanno sofferto una drammatica contrazione».

Negli stessi ambienti si sottolinea infine come i promotori del progetto abbiano «confermato la disponibilità ad aprire tavoli con tutti i soggetti rappresentativi della filiera». © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

11/07/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Progetto Italia/2. Cassa depositi è pronta: arriva il rimborso di Fortress

Celestina Dominelli e Carlo Festa

Nuovo cda in settimana chiamato a formalizzare una comfort letter di Cdp. Istituti di credito al lavoro per fissare gli ultimi dettagli sul finanziamento di Astaldi

La convocazione ufficiale ancora non c’è, ma entro la fine della settimana (con molta probabilità venerdì) il cda di Cassa depositi e prestiti dovrebbe tornare a riunirsi per un ulteriore punto sul Progetto Italia, il piano per un maxi polo delle costruzioni voluto da Salini Impregilo partendo dal salvataggio di Astaldi. Il prossimo board, però, non ufficializzerà ancora il via libera all’operazione, ma potrebbe portare a formalizzare una comfort letter – in cui verrà messa nero su bianco la volontà degli azionisti della Cassa (ministero dell’Economia e fondazioni bancarie) di proseguire le negoziazioni -, da allegare, insieme all’impegno delle banche, alla documentazione che sarà presentata al Tribunale di Roma entro la scadenza ormai vicinissima del 15 luglio per strappare qualche settimana in più ai giudici.

Nelle intenzioni del management di Cassa, l’obiettivo sarebbe quello di concludere a stretto giro tutti gli approfondimenti sui vari step del progetto (a cominciare dalla ricapitalizzazione di Astaldi), chiesti dai due soci, fondazioni e Tesoro – con quest’ultimo che potrebbe far pervenire nei prossimi giorni anche una benedizione formale all’operazione -, in modo da arrivare al disco verde definitivo entro fine mese.

Il supplemento di tempo permetterebbe così di affinare gli ultimi dettagli sulla struttura del progetto e sulla governance attorno ai quali il confronto è ancora in corso e su cui gli azionisti di Cdp vogliono vederci chiaro. La quadratura del cerchio per la Cassa dovrebbe quindi essere vicina e potrebbe essere superato anche il nodo Sace che, come si ricorderà, aveva sollevato dei rilievi in merito alla non adeguata rappresentazione di alcuni crediti vantati dalla stessa società e dalla sua controllata Sace Fct (factoring) nella proposta concordataria presentata al tribunale di Roma da Astaldi, il cui salvataggio è la prima tessera dell’intero percorso.

Nel frattempo, si sta definendo anche la partecipazione delle banche al Progetto Italia e al finanziamento del general contractor romano: proprio negli ultimi giorni ci sarebbero stati colloqui e contatti ripetuti (con la presenza degli advisor di Houlihan Lokey e dei legali di Linklaters) anche se restano da risolvere diversi aspetti più di dettaglio. I 200 milioni che verranno forniti dalle banche ad Astaldi serviranno per una quota di 75 milioni di euro a rimborsare il prestito di Fortress, concesso nel febbraio scorso a interessi elevati dall’alternative fund statunitense. I restanti 125 milioni saranno invece disponibili per altre necessità di cassa a breve termine. Infine, saranno disponibili altri 350 milioni di euro come fidi a garanzia delle commesse in corso d’opera.

Gli stessi istituti parteciperanno con un’iniezione di 150 milioni di euro alla ricapitalizzazione di circa 600 milioni di Salini Impregilo, iniezione fondamentale per Progetto Italia. Altri 250 milioni, come da piano, dovranno essere forniti da Cdp, 50 milioni da Pietro Salini e 150 milioni dal mercato. E, data l’imminenza della scadenza del tribunale di Roma, gli istituti presenteranno per ora delle «comfort letter», mentre le delibere dei rispettivi consigli dovrebbero concretizzarsi entro fine mese.

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11/07/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Lo Sblocca-cantieri schiude le porte del Ppp agli investitori istituzionali, ma ancora non basta

Mauro Salerno

Merola (Arpinge): progetti per centinaia di milioni restano nei cassetti per colpa di norme che penalizzano gli investitori istituzionali

Investimenti, potenziali, per centinaia di milioni che rimangono fuori dalle porte dei cantieri per colpa di una normativa che ostacola l’intervento degli investitori istituzionali nelle infrastrutture. A volerlo riassumere sbrigativamente è questo il succo di un report messo a punto da Arpinge, società di investimento in infrastrutture nata nel 2014 per iniziativa di tre casse di previdenza legate alle professioni tecniche (Inarcassa, Cassa Geometri e Eppi, la cassa dei periti industriali). Il dossier, che mette in luce il gap tutto italiano in questo campo, porta alla richiesta di un’ulteriore modifica alle norme di settore, dopo la correzione apportata dal decreto Sblocca-cantieri che per la prima volta apre un varco più ampio all’intervento degli investitori istituzionali nel finanziamento delle infrastrutture con capitale privato (Ppp).

Di cosa parliamo? Grazie al decreto Sblocca-cantieri, che ha introdotto il comma 17-bis all’articolo 183 del codice appalti, Cassa depositi e prestiti (in qualità di Istituto nazionale di promozione) e altri investitori istituzionali (Fondi pensione, casse di previdenza, assicurazioni, fondazioni bancarie tra gli altri) potranno presentare alle amministrazioni proposte di partenariato anche fuori programmazione. «È un passo in avanti ma ancora insufficiente a sbloccare la situazione – dice Federico Merola, amministratore delegato di Arpinge -. Togliere di mezzo i paletti che bloccano l’intervento di questi soggetti nelle infrastrutture: questo sì che sarebbe un vero sblocca-cantieri».

In base ai dati forniti dal Dipartimento per la programmazione economica di Palazzo Chigi (Dipe), delle 39 operazioni di Ppp che hanno raggiunto il closing finanziario nel 2018, ben 21 hanno visto la partecipazione di investitori istituzionali (in particolare compagnie assicurative e fondi pensione). Situazione che si è verificata in otto diversi Paesi (dal Regno Unito alla Turchia, passando ovviamente per Francia e Germania) ma non in Italia.
Eppure, a sentire Merola, non è che mancherebbe l’interesse. «In Italia il risparmio istituzionale (fondi pensione, casse previdenza ecc.) ha raggiunto la quota di circa mille miliardi di euro ed è sempre più interessato agli investimenti in infrastrutture. Ma il coinvolgimento di questi soggetti si realizza solo a determinate condizioni di contenimento dei rischi».

E qui si arriva alle norme. La prima richiesta, piuttosto ambiziosa, sarebbe quella di separare il destino delle norme sulle concessioni da quello delle norme sugli appalti, «così come accade nelle direttive europee», dice Merola. Il secondo è quello di svincolare gli investitori interessati a proporre operazioni di Ppp dall’obbligo di presentarsi in associazione di impresa con i costruttori. E senza essere obbligati a costituire una società di progetto con le imprese, in caso di aggiudicazione. «Possiamo e vogliamo assumerci ampiamente il rischio di costruzione, ma non il rischio impresa (fallimento, comportamenti, performance). Anche perché si tratta di fornitori, dunque di controparti che invece in questo modo assumono un forte potere contrattuale a fronte di un impegno economico garantito da altri».

Nel report di Arpinge si sottolinea come il punto di partenza è un cambio di impostazione netto rispetto al modo di considerare le opere (soprattutto di taglia medio piccola come ospedali, scuole, parcheggi, progetti di riconversione urbana) che entrerebbero nel mirino di questo tipo di investitori. Soggetti “istituzionali” interessati a mettere in bilancio operazioni capaci di garantire ritorni stabili nel tempo e dunque sottratte alla volatilità tipica dei mercati finanziari. «Noi consideriamo le opere come uno strumento per fornire un servizio remunerato», dice Merola. Un’idea molto lontana da quanto accade nel mondo dei lavori pubblici dove si tende a massimizzare il rendimento del cantiere. «Non è un caso – viene sottolineato – come questo tipo di imposizioni siano presenti solo in Italia ». «In nessun altro Paese europeo – continua Merola – c’è l’obbligo per questi soggetti di costituire un’Ati o una società di progetto con un costruttore». Al contrario viene sempre garantita la possibilità di sostituire l’impresa eventualmente entrata in crisi. Mentre la garanzia che l’opera venga realizzata da un soggetto qualificato viene assolta attraverso la stipula di un contratto con un’impresa in possesso dei requisiti.

Intervenire su questi aspetti, è la conclusione, consentirebbe di aprire la strada agli investimenti dei soggetti che gestiscono forme di risparmio privato nelle realizzazione di nuove infrastrutture (progetti «greenfield» come si usa dire nel gergo anglosassone del mondo immobiliare).

Altre iniziative potrebbero riguardare anche il cosiddetto «brownfield», ovvero l’intervento in progetti già realizzati, attraverso l’acquisizione di concessioni in corso (per esempio parcheggi) o altri modelli di riqualificazione.

Anche per far decollare questo tipo di iniziative servirebbe però un intervento normativo. In questo caso a entrare nel mirino è l’articolo 177 del codice appalti: norma nata con l’obiettivo di alzare la quota di lavori da affidare in gara da parte delle concessionarie autostradali, ma che alla fine ha finito semplicemente per estendere il vincolo a servizi e forniture. «Questo significa – conclude Merola – rendere impossibile anche il subentro in concessioni in essere, perché l’investitore sarebbe poi costretto a scegliere il nuovo gestore o i fornitori con gare pubbliche. Ma non esiste nessun investitore istituzionale disposto a rischiare il risparmio privato gestito in operazioni altamente esposte al rischio di inefficienza legate per esempio al pericolo di ricorsi, ritardi, fallimenti».

A dire il vero sia l’Anac, nelle proprie linee guida (n.11), che il Consiglio di Stato (nel parere alle stesse linee guida) hanno assunto posizioni che libererebbero i soggetti privati da questi obblighi. L’interpretazione però non basta a fugare i dubbi di chi dovrebbe impegnare milioni di euro in questo tipo di operazioni. Di qui la richiesta di un nuovo intervento normativo utile a sgombrare il campo dagli equivoci, magari (se arriva in tempo) anche attraverso il nuovo regolamento attuativo unico messo in campo dallo stesso decreto Sblocca-cantieri. © RIPRODUZIONE RISERVATA

11/07/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Pedemontana Veneta: 81 operai in cassa integrazione dopo il sequestro di una galleria nel Vicentino

Q.E.T.

Sotto esame i matariali utilizzati per realizzare un tunnel da 6 km tra le opere più rilevanti dell’infrastruttura

Sono 81 gli operai del cantiere della superstrada Pedemontana che saranno interessati dalla Cassa integrazione dopo il sequestro da parte della Procura di Vicenza del lotto di tunnel fra Malo, nel Vicentino, e Cornedo. La Cig terminerà il 15 ottobre. La galleria è lunga 6 chilometri da Malo fino a Castelgomberto e scorre fra la valle dell’Agno e la zona di Thiene e Breganze. Si tratta dell’opera più rilevante della Pedemontana. Il sequestro è avvenuto con l’ipotesi di reato di frode in pubbliche forniture. In particolare, secondo una nota della Regione Veneto, per «frode nell’esecuzione della galleria ai danni della Regione per utilizzo di materiali non marcati Ce e miscele di calcestruzzo diverse da quelle previste dagli elaborati progettuali».

Sulla galleria gravano già altri due sequestri: il primo per un incidente stradale mortale sul lavoro avvenuto nel 2016 e il secondo dopo un cedimento del terreno nel 2017. I due provvedimenti sono ancora pendenti. Prima del terzo sequestro le previsioni erano che la galleria fosse ultimata entro luglio 2021. Gli indagati sono i dirigenti del cantiere Luigi Cordaro, Giovanni Salvatore D’Agostino, Fabrizio Saretta e Adriano Turso, mentre la Regione Veneto è parte civile. Come spiega il Corriere del Veneto, i rappresentanti sindacali di Fillea Cgil, Filca Cisl e Feneal Uil hanno incontrato i 150 operai che lavorano nel cantiere dell’Alto Vicentino per fare il punto della questione.

Degli 81 operai, 75 sono del Consorzio torinese Sis che sta realizzando l’opera, 6 di un’altra ditta. Ma i sindacati spiegano che soltanto 20 faranno effettivamente la Cassa integrazione. Infatti gli altri sono stati ricollocati nei cantieri lungo i 94 chilometri della Pedemontana che congiungerà le province di Vicenza e Treviso passando per 36 Comuni. Il costo dovrebbe arrivare a 2,258 miliardi di euro. I rappresentanti sindacali si sono detti preoccupati per i reati che sono stati ipotizzati dagli inquirenti, ma hanno anche sottolineato come da parte della dirigenza di Sis siano stati rassicurati sul fatto che i materiali utilizzati per costruire il manufatto tra Cornedo e Malo siano almeno tre volte migliori delle indicazioni progettuali del capitolato. © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

11/07/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Inchiesta Expo Milano, Pm Corte dei Conti chiede 2,2 milioni di danno erariale per l’appalto alla Mantovani

Q.E.T.

Richiesta a carico dell’ex manager di Expo Angelo Paris, dell’ex dg di Infrastrutture Lombarde Antonio Rognoni e dell’ex dipendente di Metropolitana Milanese Dario Comini

La Procura lombarda della Corte dei Conti ha discusso ieri in udienza, davanti ai giudici contabili, la richiesta di condanna al risarcimento di un danno erariale di oltre 2,2 milioni di euro a carico dell’ex manager Expo Angelo Paris, dell’ex dg di Infrastrutture Lombarde Antonio Rognoni e dell’ex dipendente di Metropolitana Milanese Dario Comini sul caso dell’affidamento diretto, senza gara, della fornitura di 6mila alberi all’impresa Mantovani. Società che vinse anche la gara sul maxi appalto per la Piastra dei Servizi per l’Esposizione universale e che poi subappaltò quella parte del capitolo “verde” del sito espositivo.

Già nel luglio del 2018 era emerso che i pm contabili, guidati dal procuratore Salvatore Pilato, in questo procedimento avevano, da un lato, archiviato la posizione del sindaco di
Milano e ex ad di Expo Giuseppe Sala e, dall’altro, avevano notificato un atto di citazione per un danno erariale di oltre 2 milioni di euro, subito dalla società Expo, alle tre persone.

Rispetto «al prezzo effettivamente riconosciuto e liquidato da Expo 2015», infatti, hanno scritto i pm contabili, «risulta un extra-margine contrattuale riconosciuto in favore» della
Mantovani «per complessivi 2.274.206 euro che costituisce l’entità del danno pubblico imputato ai presunti responsabili». Danno che, secondo la Procura contabile, va imputato
all’ingegnere Comini, che curò «il progetto esecutivo propedeutico all’affidamento», e all’ex manager Expo Paris, ex «responsabile unico del procedimento, che ha curato i profili della definizione amministrativa ed economica dell’offerta contrattuale, risultata diseconomica e svantaggiosa per l’amministrazione». In più, anche a Rognoni, ex dg Ilspa, la cui condotta «ha comportato gravi vizi ed errori nell’espletamento delle attività di assistenza e di supporto al responsabile del procedimento ed alla stazione appaltante».

Dopo l’udienza di discussione di ieri nelle prossime settimane dovrebbe arrivare la sentenza della Corte dei Conti. © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

11/07/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Metro Napoli, progetto partecipato per la nuova uscita alla Sanità

Mau.S.

Aggiudicato il concorso per la realizzazione del corridoio tra cavità tufacee del ‘700. Vince un gruppo guidato daTecnosistem con i Giovani Architetti per la Sanità

Da “periferia del centro” il Rione Sanità di Napoli tornerà a essere finalmente connesso al tessuto urbano grazie alla nuova uscita della linea 1 della metropolitana di Materdei, che collegherà piazza Ammirato a via Fontanelle. Il corridoio che unirà Materdei alla Sanità sarà di poco più di 250 metri e sfrutterà un collegamento fatto di cavità in parte già esistenti realizzate nella metà del ‘700, utilizzata inizialmente per l’estrazione del tufo e, nel corso della Seconda Guerra Mondiale, come rifugio antiaereo.

Il progetto è al centro del concorso di idee bandito lo scorso agosto da Invitalia per conto del Comune di Napoli e ora aggiudicato a Tecnosistem, società di ingegneria napoletana, che nel per disegnare la nuova infrastruttura ha favorito la nascita dell’associazione professionale «Gaps – Giovani Architetti per la Sanità», otto architetti che vivono nel quartiere (Mario Pucciarelli, Raffaele Semonella, Costantino Diana, Mariachiara Rinaldi, Luigi Stanzione, Mario Giacca, Veronica De Falco, Marco Stradolini). Fanno parte del raggruppamento vincitore Sia Servizi per Ingegneria e Ambiente e l’architetto Pasquale Miano, docente di Composizione architettonica alla Federico II di Napoli.

L’oggetto del concorso prevedeva la realizzazione di una nuova uscita per la stazione Materdei a servizio del Rione Sanità attraverso il recupero di una cavità tufacea schedata al numero 82 dal Comune di Napoli nella mappatura delle aree di cava esistenti. La cavità risale al 1761 e fu utilizzata, prima, per l’estrazione del tufo e, a seguire, come rifugio antiaereo nella Seconda Guerra Mondiale. Essa è oggi accessibile su via Telesino da un passaggio di servitù interno all’area di proprietà del vicino ristorante e localizzato in adiacenza ad un trivio costituito dalle vie Fontanelle e Sanità con la Calata Fontanelle.
Tecnosistem Spa ha pensato che il miglior modo per progettare una nuova infrastruttura per il quartiere fosse quella di concepirla insieme a chi lo anima e così, nella fase di definizione del concept del progetto, sono state via via coinvolte in una serie di incontri tutti gli abitanti, i commercianti e le associazioni attive sul territorio in modo da disegnare una soluzione aderente alle persone prima che alle cose. «Da anni – precisa Salvatore Rionero, amministratore delegato di Tecnosistem – abbiamo scelto di affiancare all’eccellenza tecnica la logica della partecipazione quale driver di sviluppo della progettazione. Lo facciamo perché siamo convinti che sempre più ogni progetto debba essere pensato con coloro che beneficeranno dell’opera, innestandolo in contesto di esigenze, attese, coerenze sociali e culturali dei luoghi. L’uscita della metro alla Sanità ha rappresentato per noi un’occasione straordinaria di applicazione di questo metodo».

Oltre al recupero, al consolidamento, all’allestimento e alla valorizzaizone delle cavità tufacea centrale nel progetto pè anche il nuovo ingresso al sistema metropolitano dal quartiere Sanità che si materializza in una lamina di acciaio corten che taglia la scala di via Telesino e «diventa protagonista di un suggestivo scenario che invita l’utenza ad intraprendere una discesa nel sottosuolo», spèiegano i progettisti.

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