Rassegna stampa 09 luglio 2019

08/07/2019 13.07 – Quotidiano Enti Locali e Pa

Turbativa d’asta alla società che nell’emergenza concorda con il Comune l’affidamento diretto

Con la sentenza n. 24898/2019, la Corte di cassazione penale, sezione VI, offre alcuni spunti d’interesse in ordine alla fattispecie della turbativa del procedimento di scelta del contraente che il codice penale ascrive tra i delitti dei privati contro la Pa. La vicenda La pronuncia ha preso le mosse dal ricorso proposto dal Procuratore della Repubblica contro la decisione con cui il Tribunale di Catanzaro, sezione specializzata per il riesame, ha annullato in sede di appello l’ordinanza del Gip con la misura cautelare interdittiva del divieto di esercitare attività imprenditoriali per la durata di un anno a carico dell’amministratore unico di una società di igiene ambientale. Questi aveva concorso con il sindaco di un Comune e alcuni suoi dirigenti a porre in essere un accordo collusivo, finalizzato a ottenere l’affidamento senza gara del servizio rifiuti, con l’adozione di un’ordinanza contingibile e urgente. Nel caso di specie, l’ordinanza d’urgenza si era resa in effetti necessaria a seguito dell’intervenuta definitività del provvedimento di interdittiva antimafia nei confronti del precedente gestore del servizio di raccolta dei rifiuti urbani. In queste circostanze, un’interruzione del servizio pubblico sic et simpliciter avrebbe inevitabilmente determinato gravi problemi ambientali, d’igiene e di salute pubblica, per cui si è imposta l’esigenza di adottare ogni misura utile per la continuazione del servizio. Di qui l’ordinanza sindacale che, secondo l’impostazione accusatoria del primo giudice, avrebbe dato luogo al delitto di turbata libertà del procedimento di scelta del contraente, a causa della scelta del soggetto gestore avvenuta «in maniera riservata, diretta e rapidissima», senza alcun tipo di evidenza pubblica. Per contro, in sede di riesame il Tribunale di Catanzaro non ha ravvisato indizi sufficienti a provare un accordo fraudolento tra il Comune e il nuovo gestore, giungendo alla decisione di annullare la misura cautelare emessa a carico dell’amministratore privato. La decisione Secondo la Cassazione, il principio di legalità di rango costituzionale che deve orientare l’interpretazione del diritto penale porta da un lato a escludere il divieto di analogia e la retroattività della sanzione, e, dall’altro, a delimitare tassativamente la sfera di applicazione della norma incriminatrice. In questa prospettiva, i giudici osservano che l’articolo 353-bis del codice penale va applicato tenendo presente che la “collusione” va intesa come «ogni accordo clandestino diretto ad influire sul normale svolgimento delle offerte, mentre il “mezzo fraudolento” consiste in qualsiasi artificio, inganno o menzogna concretamente idoneo a conseguire l’evento del reato, che si configura non soltanto in un danno immediato ed effettivo, ma anche in un danno mediato e potenziale dato che la fattispecie prevista [dalla norma] si qualifica come reato di pericolo». Quest’ultimo aspetto viene ulteriormente sviluppato dalla Corte con la precisazione che il «mezzo fraudolento» consiste «in qualsiasi attività ingannevole che, diversa dalle condotte tipiche descritte dalla norma incriminatrice, sia idonea ad alterare il regolare funzionamento della gara, anche attraverso anomalie procedimentali, quali il ricorso a prestanomi o l’indicazione di informazioni scorrette ai partecipanti, e a pregiudicare l’effettività della libera concorrenza, la quale presuppone la possibilità per tutti gli interessati di determinarsi sulla base di un corretto quadro informativo».

09/07/2019 – Brescia Oggi

A2A, il green bond fa il pieno e dà una mano all’ ambiente

L’ UTILITY. Prima emissione da 400 milioni della quotata. Richieste otto volte sopra l’ offerta
Camerano: «Un grande risultato che conferma la nostra credibilità Nel segno della finanza sostenibile realizzeremo altre operazioni»
A2A ha collocato con successo il primo green bond, nell’ ambito del piano recentemente presentato, destinato esclusivamente a investitori istituzionali a valere sul Programma Euro Medium Term Notes. L’ emissione, pari a quattrocento milioni di euro con durata dieci anni, eseguita dopo il roadshow che ha fatto tappa a Milano, Londra, Amsterdam, Parigi, Monaco e Francoforte, ha suscitato grande interesse negli operatori di tutta Europa, ricevendo ordini per 3,2 miliardi di euro, cioè 8 volte oltre l’ offerta. L’ ampia domanda – spiega una nota dell’ utility quotata in Borsa – ha consentito la riduzione dello spread, rispetto ai valori di lancio del prestito, a livelli record in Italia (-35 bps). IL GREEN bond ha una cedola annua pari a 1%, è stato collocato a un prezzo di emissione di 98,693%, con uno spread di 105 punti base rispetto al tasso di riferimento mid swap. I proventi netti derivanti dall’ operazione «andranno a finanziare e/o rifinanziare progetti di sostenibilità ambientale relativi all’ economia circolare, alla decarbonizzazione e alla smartness nelle reti e nei servizi», spiega il comunicato: investimenti nel trattamento dell’ acqua e dei rifiuti, nello sviluppo delle rinnovabili, nell’ efficienza energetica, nel trasporto sostenibile e nell’ ammodernamento delle reti. «SIAMO DAVVERO molto soddisfatti del risultato, che conferma, anche nella prospettiva dei mercati finanziari, la credibilità del nostro piano Industriale e, in particolar modo, la sua capacità di rispondere alle sfide future in modo sempre più green – sottolinea Luca Valerio Camerano, amministratore delegato della società presieduta da Giovanni Valotti -. Sono certo che nuove operazioni di finanza sostenibile seguiranno nel prossimo futuro». I titoli sono regolati dalla legge inglese e ne verrà richiesta l’ ammissione alla quotazione sul mercato regolamentato della Borsa del Lussemburgo dal 16 luglio prossimo, subordinatamente alla sottoscrizione della relativa documentazione contrattuale. © RIPRODUZIONE RISERVATA. MARTA GIANSANTI

09/07/2019 – Il Sole 24 Ore
Iter veloce, al via il 96% dei microappalti

Il modello spagnolo. Cantieri già aperti per quasi tutte le piccole opere finanziate con 400 milioni dalla legge di bilancio. Avanzamento lavori al 36% Iter semplificato. Fatto eccezionale nel Paese in cui passare dai fondi al cantiere richiede anni. Ance: potenziare lo strumento, renderlo permanente
La corsia veloce per i microappalti dei piccoli Comuni funziona: i 400 milioni stanziati dalla legge di bilancio per finanziare la messa in sicurezza di scuole, strade, edifici pubblici e patrimonio comunale sono stati appaltati per il 95%. E grazie alla mini-proroga arrivata con il Dl crescita, che sposta a domani il termine per l’ avvio dei lavori, si dovrebbe arrivare a impegnare il 100 per cento delle risorse. In autunno sarà poi la volta dei 500 milioni per risparmio energetico e mobilità sostenibile. I cantieri vanno avviati entro fine ottobre per non perdere il contributo, e i sindaci sono all’ opera. Lavori in corso, quindi, spesa effettiva, cantieri attivi, con uno stato di avanzamento che per la prima tornata ha già raggiunto il 36% da quando, il 15 maggio, è scaduto il primo termine per l’ avvio delle opere. Dei 366,7 milioni di euro appaltati ne sono stati già erogati 135,4. I numeri della Ragioneria generale dello Stato confermano che questa norma, ispirata al «modello spagnolo» proposto dall’ Ance (l’ associazione dei costruttori) circa un anno fa, costituisce una sorta di miracolo nel panorama italiano dei lavori pubblici. Un panorama che è stato fotografato più volte – dai rapporti della Presidenza del Consiglio a quelli più recenti dell’ Anas – e sempre con lo stesso risultato che servono anni (mediamente da due a otto, con punte di dieci) per passare dal finanziamento al cantiere. Riuscire ad appaltare in meno di cinque mesi praticamente tutti i lavori previsti è un fatto del tutto inedito ed eccezionale. Una specie di miracolo. I Comuni coinvolti sono 7.393 (di cui 5.499 con una popolazione inferiore ai cinquemila abitanti), i progetti finanziati 7.842 (5.621 sono quelli dei comuni piccolissimi). L’ operazione nasce, per una volta, da una concertazione efficace all’ interno del governo. Che, altro inedito, si è tradotta in grande attivismo nella fase attuativa. Il Viminale è partito subito, dieci giorni dopo la manovra, con le risorse e il sostegno ai Comuni. E a maggio, a stretto giro con il Dl crescita, il Mise ha approvato il decreto con la destinazione dei 500 milioni. Per il ministro dei Rapporti con il Parlamento Riccardo Fraccaro il gruppo delle norme pro investimenti locali vale in tutto 1,9 miliardi, compreso lo sblocco degli avanzi. E viaggia a ritmi che «hanno sorpreso molti burocrati». E sul versante delle piccole opere c’ è una novità, dal Viminale. «I Comuni che hanno avviato i lavori potranno tenere i soldi che riusciranno a risparmiare – anticipa il sottosegretario Stefano Candiani (Lega) – con meccanismo che incentiva chi riesce a fare le opere nel modo più efficiente». Grande soddisfazione dell’ Ance. «Il successo della norma – dice il presidente Gabriele Buia – da noi proposta, dimostra che un piano di piccole e medie opere per la messa in sicurezza e la manutenzione dei territori è necessario e nello stesso tempo rappresenta un grande fattore di crescita per tutto il Paese. Il nostro auspicio – continua Buia – è che ora lo strumento sia potenziato e divenga una misura permanente. Solo intervenendo sulle modalità di spesa dei soldi pubblici, come abbiamo segnalato più volte, è possibile far ripartire l’ economia facendo cose utili per la collettività». Alla replica però dovrà pensarci la manovra. Perché i tentativi di stabilizzare il meccanismo portati avanti nel cantiere del Dl crescita sono inciampati sul problema coperture. Alla fine, per i sindaci lontani da Roma e dalle altre sei città in crisi sono rimaste poche decine di milioni, pescate dal Fondo per i progetti di Industria 4.0. Troppo pochi per pesare davvero. © RIPRODUZIONE RISERVATA. Giorgio Santilli Gianni Trovati

09/07/2019 – Il Sole 24 Ore
Scuola-autostrade, nodo autonomia da 10 miliardi

FEDERALISMO
Ancora stallo su istruzione e concessioni, aperture su ambiente, cultura e sanità M5S chiede la perequazione: ipotesi di quote flessibili delle tasse da trasferire
ROMA Sull’ autonomia differenziata il vertice di ieri ha prodotto «passi avanti», giurano entrambi i partner di governo. Ma ha generato anche una nuova riunione a Palazzo Chigi, per le 9 di dopodomani. Per le 11.30, sempre giovedì, è convocato un consiglio dei ministri, che potrebbe ospitare un nuovo giro di tavolo per le pre-intese. Ce la faranno? «Sono ottimista di natura», spiega il vicepremier leghista Salvini. «Ma c’ è ancora molto da fare», avverte il collega a Cinque Stelle Di Maio. Gli ostacoli principali si concentrano fra le richieste di Lombardia e Veneto, e riguardano due temi chiave: la scuola, che da sola costa 8,5 miliardi nelle due regioni del Nord, e le concessioni di autostrade e ferrovie. In discussione restano anche le sovrintendenze, e alcune competenze ambientali. In tutto, si può calcolare in circa 10 miliardi la spesa statale sulle funzioni che Milano e Venezia chiedono per sé senza ottenere il via libera, mentre carte emiliano-romagnole sono decisamente più leggere sul piano finanziario perché puntano soprattutto ad allargare gli spazi decisionali su programmazione e gestione delle competenze. «Non chiediamo un euro in più», taglia corto il governatore Stefano Bonaccini. Anche se Bologna, come Lombardia e Veneto, punta a stabilizzare le quote attuali dei fondi nazionali come quelli dello spettacolo o del trasporto pubblico. Ipotesi che fatica a farsi strada al Mef. Fondi e «perequazione» Sui soldi la tensione continua a essere alta, insieme alla confusione. L’ ipotesi di garantire alle Regioni un finanziamento pari alla spesa media pro-capite, che avrebbe spostato un miliardo solo per la scuola in Lombardia e Veneto, è caduta da tempo. Il trasferimento delle funzioni avverrà a «spesa storica», cioè regionalizzando ciò che lo Stato spende oggi per le competenze che saranno trasferite. Ma entro tre anni bisognerà costruire gli standard misurati sui livelli essenziali delle prestazioni, come da richiesta M5s. Sempre i Cinque Stelle chiedono un fondo di perequazione. Lo scopo è chiaro, sintetizzato da Di Maio con il fatto che «l’ autonomia non deve andare a discapito delle altre regioni». Ma come? Per il momento testi sul tema non sono arrivati sui tavoli delle trattative. Un’ ipotesi è prevedere una banda di oscillazione delle quote di tributi riconosciuti alle Regioni per finanziare le funzioni trasferite. In pratica, la quota di compartecipazione (dell’ Irpef, per esempio) serve a finanziare una funzione trasferita (la scuola, per esempio). Ma se il Pil della regione ad autonomia differenziata cresce in modo più vivace del previsto, le ricadute fiscali si tradurrebbero in un iperfinanziamento di quella funzione, per cui andrebbe abbassata l’ aliquota di compartecipazione. Il meccanismo funzionerebbe anche al contrario, per evitare sottofinanziamenti in caso di crisi. Ma per ora è una discussione quasi solo teorica. E piuttosto cervellotica, per un meccanismo che sposterebbe pochi milioni. La battaglia sulla scuola Per passare a un piano più concreto, però, bisogna prima decidere il destino della scuola, che da sola assorbe l’ ampia maggioranza delle risorse legate alle competenze in discussione. Lombardia e Veneto chiedono di regionalizzare l’ istruzione, prevedendo ruoli regionali per gli insegnanti (opzionali, gli interessati potrebbero chiedere di rimanere negli elenchi nazionali), ma sul punto il «no» Cinque Stelle è netto. «La scuola regionale si farà», ha rilanciato in un’ intervista domenicale al Corriere del Veneto il ministro dell’ Istruzione Marco Bussetti, leghista. Ma lo stesso ministero ha firmato ad aprile con i sindacati un’ intesa che chiede di rafforzare il ruolo nazionale della scuola. Difficile che Salvini voglia fare le barricate su un tema come questo, che peraltro complicherebbe parecchio la vita delle Regioni. Ma bisogna trovare il modo di uscirne. E bisogna anche affrontare la questione della mobilità che negli ultimi anni ha visto uscire da Lombardia e Veneto quasi un quarto degli insegnanti che in Italia hanno cambiato regione (Sole 24 Ore di ieri). In arrivo invece ci sarebbe la piena regionalizzazione dei concorsi in sanità. La questione concessioni Il negoziato continua poi a incagliarsi sulla richiesta, sempre Lombardo-Veneta, di regionalizzare proprietà e concessioni di autostrade e ferrovie. Le grandi reti di trasporto devono restare nazionali, resiste il ministero delle Infrastrutture non senza argomenti validi. Ma dallo stesso ministero arrivano aperture sulle strade che non valicano i confini regionali, ma anche sulle competenze legate a governo del territorio, difesa del suolo e governance degli aeroporti. Cultura e ambiente Le distanze si avvicinano anche su cultura e Ambiente. Sulla regionalizzazione integrale delle sovrintendenze il Mibact guidato da Alberto Bonisoli (Cinque Stelle) continua a resistere ma un semaforo verde ieri si sarebbe acceso sul passaggio alle regioni delle competenze sui piani paesaggistici, che nell’ agenda delle sovrintendenze occupano un posto non secondario. Simile l’ atteggiamento del ministero dell’ Ambiente: «no» a passare alle Regioni l’ ultima parola sulle valutazioni d’ impatto ambientale, ma discussione aperta su rifiuti, bonifiche e disciplina del danno ambientale. gianni.trovati@ilsole24ore.com © RIPRODUZIONE RISERVATA. Gianni Trovati

09/07/2019 – Il Messaggero
«Si farà ma come diciamo noi» Così i 5Stelle smontano il testo

Al tavolo Di Maio cita sua madre: io figlio di una prof, inaccettabili discriminazioni salariali Salvini: punta i piedi per ergersi a paladino del Sud, ma il Meridione lo garantisco io
IL RETROSCENA ROMA Dopo un paio d’ ore di braccio di ferro, davanti al premier, vicepremier, ministri e a decine di tecnici, capi di gabinetto e portaborse, Luigi Di Maio ha sfoderato l’ arma-mamma Paola: «Sono figlio di un’ insegnante di italiano e latino e mi corre l’ obbligo di dirvi che bisogna stare molto attenti. Sull’ istruzione rischiamo di creare dei meccanismi che potrebbero creare delle differenze salariali tra insegnanti del Nord e del Sud. E questo non possiamo permetterlo, sarebbe inaccettabile». Raccontano che è proprio a questo punto Matteo Salvini si è alzato e ha lasciato palazzo Chigi per andare al Viminale dove aveva convocato il Comitato per l’ ordine e la sicurezza. Poi, con i suoi, ha ostentato ottimismo. Il vicepremier leghista, impegnato in queste ore più nella battaglia navale contro i migranti che sul fronte dell’ autonomia differenziata, ha derubricato le obiezioni del leader 5Stelle a «riflessioni in corso». E si è detto convinto che alla fine i grillini diranno di sì a tutto. «Ormai c’ è un solo nodo da sciogliere: l’ istruzione. E lo affronteremo giovedì. Per il resto è tutto chiuso e blindato, compresa la delicata parte economica». Spiegazione per il nuovo muro alzato da Di Maio: «Vuole ergersi per ragioni elettorali a paladino degli interessi del Sud, ma il Sud lo garantisco io. Non c’ è nulla nella nostra riforma a danno del Meridione e dei meridionali». Di fronte al nuovo scontro, che dopo ben tre ore di riunione ha portato all’ ennesima fumata nera e a un ulteriore rinvio ad un vertice fissato alle 8.30 di giovedì (prima del Consiglio dei ministri), Giuseppe Conte ha cercato di mediare buttandola quanto più possibile sul piano tecnico: «Prima si studia il dossier, si ascoltano gli esperti cercando di sviscerare i problemi, poi trarremo le conclusioni politiche». Peccato, però, che in questa partita è difficile trovare mediazioni. «Si vince o si perde», dice una fonte grillina. E Di Maio, ora che si sta per chiudere la finestra che avrebbe permesso le elezioni in settembre, ha confidato di essere convinto che sarà lui a uscire vincitore: «Alla fine l’ autonomia si farà come volevamo noi, quella che chiedevano a Salvini i governatori Fontana e Zaia se la possono dimenticare. Non riusciranno a spaccare l’ Italia. In più, sarà il Parlamento a dire l’ ultima parola: epilogo che loro volevano assolutamente evitare…». IL MURO DI BONISOLI E non è stato solo Di Maio. Durante la riunione il ministro ai Beni culturali, Alberto Bonisoli, ha alzato un muro a difesa delle Sovrintendenze culturali: «E’ impensabile che passino alle Regioni». Lo stesso è accaduto su altri capitoli importanti. Tant’ è, che alla fine fonti 5Stelle hanno fornito un lungo elenco dei capitoli ancora aperti o sui quali c’ è un veto esplicito: «Siamo contro il costo medio, la valutazione ambientale strategica. E autostrade, porti e ferrovie non potranno mai passare sotto il controllo delle Regioni». Senza contare «che anche l’ assunzione diretta dei docenti è incostituzionale, come dimostra una sentenza della Consulta redatta nel 2013 da Mattarella…». L’ ASSENZA DI TRIA Non solo. Complice l’ assenza del ministro dell’ Economia Giovanni Tria, impegnato in una riunione dell’ Eurogruppo, i grillini hanno riaperto anche il capitolo economico. E ora invocano, «per garantire una riforma più equilibrata, due principi cardine». Il primo è «l’ individuazione dei livelli essenziali delle prestazioni, ovvero i Lep (Livelli essenziali di prestazione): livelli di servizi che devono essere garantiti ad ogni italiano indipendentemente da dove vive». Il secondo riguarda il Fondo di Perequazione: «Una volta trasferita una quota di gettito alla Regione, se la situazione economica dello Stato dovesse cambiare è necessario che parte del maggiore gettito venga indirizzata alle altre Regioni, proprio per garantire medesimi servizi ad ogni italiano». Di fronte a questo muro, la ministra leghista agli Affari regionali, Erika Stefani, ha tuonato: «Si va avanti a oltranza». E Salvini, stretto d’ assedio dai governatori Attilio Fontana (Lombardia) e Luca Zaia (Veneto), ha spiegato la frenata dei 5Stelle con il classico gioco di interdizione per provare a sedare le forti divisioni interne al Movimento. Solo giovedì si capirà chi la spunterà. Senza contare che poi la parola passerà al Parlamento che adesso, dopo aver chiesto per mesi di aggirarlo, la Stefani definisce «principe e padre della riforma». Alberto Gentili © RIPRODUZIONE RISERVATA.

09/07/2019 – Italia Oggi

Alitalia, Tria: sulla quota del Mef si deciderà dopo la presentazione del piano industriale

Il ministro dell’Economia: è possibile uno slittamento del termine per chiudere il dossier

Il Ministero dell’Economia e delle Finanze deciderà la quota che deterrà in Alitalia, “dopo che sarà presentato il piano industriale, che ancora non c’è”. E siccome il 15 luglio è vicino e le incognite sono ancora diverse “è possibile uno slittamento del termine” per la cessione della compagnia in amministrazione straordinaria. Lo ha detto il ministro dell’Economia e delle Finanze, Giovanni Tria, a MF Dow Jones, in volo verso Bruxelles per partecipare all’Eurogruppo oggi e all’Ecofin domani. “Aspettiamo di conoscere il piano industriale di Alitalia” che sarà definito una volta che tutte le tessere del puzzle saranno completate e “poi decideremo la quota” azionaria che il Mef avrà nella newco, ora intorno al 15%. L’ingresso dello Stato è per “un rilancio di Alitalia, non per un salvataggio”, ha puntualizzato il ministro. In settimana, ha proseguito, “si vedra'” se ci saranno incontri con Fs, capofila del consorzio per rilanciare Alitalia, che ora vede in campo Delta con una quota tra il 10-15%, oltre al Mef. Le prossime riunioni serviranno a scegliere chi sarà il quarto socio in Alitalia, tra il gruppo Toto, il patron della Lazio Claudio Lotito e German Efromovich di Avianca. Il countdown è cominciato, lunedì prossimo scade il termine per la cessione di Alitalia ma “è possibile uno slittamento” per chiudere il dossier, ha affermato Tria aggiungendo tuttavia che “c’è ancora una settimana di tempo” per chiudere il cerchio della della newco Alitalia, quindi “aspettiamo e vediamo”. Si apre dunque una settimana decisiva per il futuro di Alitalia, che ha tanto bisogno di certezze.

 

09/07/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Tav, Cirio: sulla Torino-Lione siamo ormai vicini al punto di non ritorno

Filomena Greco

Procedure aperte anche se resta il nodo politico e l’incognita sul Grant Agreement

«Siamo a un passo dall’irrevocabilità dell’opera». L’opera in questione è la Torino-Lione, a parlare è il nuovo presidente della Regione Piemonte Alberto Cirio che non esclude, venerdì prossimo, di incontrare a Torino il vicepremier Luigi Di Maio, atteso per un vertice con il Movimento 5 Stelle locale proprio sulla Tav. «Se Di Maio vuole incontrarmi io sarò ben disponibile, è il vicepresidente del consiglio. La mia posizione sulla Tav – aggiunge Cirio – non cambia, è un’opera su cui si gioca il futuro del Piemonte e dell’Italia».

La Torino-Lione dunque resta il convitato di pietra, tanto che Cirio ribadisce: «Abbiamo fatto un passo avanti enorme rispetto al passato, perché tutti i bandi sono pubblicati, quindi anche quelli italiani». Una settimana fa sulla Gazzetta ufficiale europea sono stati pubblicati gli Avis de Marchés per i lavori di realizzazione del tunnel di base in territorio italiano. Due lotti, per un valore di circa un miliardo di euro, con la possibilità, come previsto dal Codice degli Appalti Pubblici francese, di interrompere senza obblighi e oneri la fase di gara in ogni sua fase. Le imprese hanno tempo fino al 16 settembre per presentare la propria candidatura, dopo si aprirà una fase di valutazione per selezionare i candidati ammessi – in base a criteri tecnici ed economici – a presentare un’offerta vera e propria. Si trova in questa fase la procedura aperta a marzo scorso per i lavori – da 2,3 miliardi – da realizzare sul territorio francese, fase che dovrebbe concludersi a fine agosto.

Intanto sull’intera questione pesa tanto la lettera inviata dall’Inea – l’Agenzia europea che segue l’attuazione dei progetti – per chiedere al Governo italiano una decisione definitiva sull’opera quanto la necessità di rivedere il Grant Agremeent sottoscritto da Italia, Francia e Unione europea nel 2015. In ballo ci sono almeno 500 milioni di risorse europee non impegnate sull’intero ammontare di 813 milioni assegnato al tunnel di base al confine tra i due paesi. L’estensione di 24 mesi dell’attuale Grant Agreement, con un ulteriore periodo di 12 mesi di proroga, deve essere rinegoziata a breve, perché l’accordo scade a fine anno. Il rischio è quello sollevato già la primavera scorsa, perdere una quota delle risorse destinate dall’Europa al progetto. © RIPRODUZIONE RISERVATA

09/07/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Autostrade/2. Cassazione: sui danni chiesti ad Anas decide il giudice ordinario

F.M.G.

Il caso riguarda la richiesta di risarcimento avanzata dalla Strada dei Parchi per una una serie di presunti inadempimenti

Sarà il giudice ordinario, e non quello amministrativo, a decidere sulle richieste di danni (e di rimborsi) proposte da “Strada dei parchi” – la società che ha in concessione l’A24 e l’A25 (Roma-L’Aquila-Pescara) – per una serie di presunti «inadempimenti» contrattuali da parte di Anas. Lo hanno stabilito le Sezioni unite, con la sentenza n. 18267 pubblicata ieri, fissando un principio di diritto. Per la Cassazione infatti: «in tema di concessione di costruzione e gestione di opera pubblica e di concessione di servizi pubblici, la giurisdizione del giudice ordinario, riguardante le indennità, i canoni e altri corrispettivi, nella fase esecutiva del contratto di concessione, si estende alle questioni inerenti ai profili di adempimento e inadempimento della concessione e alle conseguenze risarcitorie, vertendosi nell’ambito di un rapporto paritetico tra le parti, fermo restando la giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo nei casi in cui l’Amministrazione eserciti poteri autoritativi tipizzati dalla legge».

In particolare, Strada dei parchi aveva chiesto al Tribunale di Roma: i danni per le omissioni nella manutenzione della rete autostradale, da parte di Anas, a seguito del terremoto di L’Aquila del 2009; il rimborso degli oneri sostenuti per alcune particelle oggetto di concessione ma non formalmente intestate all’Ente; la perdita del guadagno (per mancato incasso delle royalties) dall’affidamento delle aree di servizio ad operatori privati, rivendicate da soggetti terzi; il rimborso per gli oneri dei tributi locali, ecc. A giudizio di Anas però il giudice ordinario è competente soltanto su «indennità, canoni ed altri corrispettivi».

Una lettura bocciata dalla Suprema corte secondo cui «per radicare la giurisdizione esclusiva non è sufficiente la mera attinenza della controversia con una determinata materia, occorrendo pur sempre che la controversia abbia ad oggetto, in concreto, la valutazione di legittimità di provvedimenti amministrativi che siano espressione di pubblici poteri». «Perché quel che veramente conta – prosegue la decisione – è stabilire se, in funzione del perseguimento di quell’interesse, l’amministrazione sia o meno dotata di un potere di supremazia, in relazione – si intende – allo specifico oggetto del contenzioso portato dinanzi al giudice».

Non ha importanza dunque il fatto che il giudice ordinario debba conoscere e valutare «il contenuto delle obbligazioni» contenute nella concessione, «poiché non è la mera occasionalità del collegamento con il potere pubblico (di cui è espressione l’atto concessorio) a determinare il radicamento della giurisdizione». Non si capirebbe altrimenti, conclude la sentenza, «la ragione della riserva al giudice ordinario delle controversie in tema di “indennità, canoni e altri corrispettivi”, che ugualmente rivelano un collegamento indiretto con l’atto concessorio». © RIPRODUZIONE RISERVATA

09/07/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Regolamento appalti, il nodo delle norme sospese aumenta il rischio ritardi

Mauro Salerno

Il provvedimento deve essere varato entro questo autunno, in presenza della sospensione o dell’applicazione sperimentale di misure chiave del codice introdotte dal Dl Sblocca-cantieri

Portare a casa il regolamento appalti entro il prossimo autunno non sarà un impresa facile. La difficoltà emerge non soltanto dai precedenti (quattro anni per mettere a punto il regolamento attuativo del codice del 2006, il Dpr 207/2010) o dalla quantità di materia da normare nel dettaglio. A ben vedere esiste anche una questione ancora più oggettiva e di stampo più squisitamente tecnico, che la commissione ad hoc incaricata dal ministero non potrà fare a meno di affrontare.

Tutto nasce dal decreto Sblocca-cantieri. Meglio: dalla scelta operata con quel decreto di congelare fino al 31 dicembre 2020 l’applicazione di tutta una serie di norme del codice appalti e di sperimentare per lo stesso periodo tutta una altra serie di misure. È possibile regolamentare nel dettaglio l’attuazione di misure “sospese” o a di applicazione sperimentale prima che l’esperimento finisca? Secondo l’opinione di molti tecnici del settore è un’ipotesi piuttosto complicata a sostenere. Anche perché è lo stesso decreto sblocca-cantieri a prevedere che entro novembre del prossimo anno il Governo debba presentare al parlamento una relazione sugli effetti della sospensione delle misure congelate dal decreto «per consentire al parlamento di valutare l’opportunità del mantenimento o meno della sospensione stessa».

Facciamo qualche esempio. Tra le norme sospese fino al 31 dicembre 2020 c’è l’obbligo di nominare i commissari di gara all’interno dell’albo gestito dall’Anac. Da questo punto di vista quale sarà la scelta – strutturale – da fare nel regolamento? Ancora più chiaro è l’esempio che arriva dall’applicazione sperimentale della possibilità di esaminare le offerte economiche prima di verificare i requisiti fino alla fine del 2020. Si tratta della cosiddetta «inversione procedimentale», già possibile nei settori speciali, che il decreto sblocca-cantieri consente di applicare anche nel mercato ordinario fino alla fine dell’anno prossimo. Anche in questo caso sarà difficile affidare al regolamento il compito di stabilire procedure di dettaglio prima del termine previsto dalla sperimentazione.

C’è poi la questione della possibilità di proporre riserve anche sugli aspetti oggetto di validazione. Qui il nodo è doppio. Perchè oltre all’applicazione sperimentale fino al 31 dicembre 2020 ci sarebbe la necessità di correggere l’errore che – a causa di un errore materiale nella citazione dell’articolo del codice (25 invece che 26) – comporta il paradossale effetto di rendere possibili le riserve per i progetti su cui è stata effettuata la verifica archeologica preventiva invece che sui progetti validati come era nelle intenzioni.

La sperimentazione fino al 2020 rischia di porre qualche problema anche all’idea di dettare prima della scadenza norme di dettaglio sulla regolamentazione del subappalto. Non tanto sulla soglia del 40% (da stabilire gara per gara con i bandi) quanto per la sospensione dell’obbligo di indicare una terna di nomi con l’offerta e per le verifiche di rito previste in gara sui subappaltatori. Elementi che ci si aspetterebbe di trovare in un regolamento attuativo. E che, a occhio, difficilmente potrebbero trovare posto in un provvedimento varato entro l’autunno così come imporrebbero le scadenze previste dallo Sblocca-cantieri.

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09/07/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Autostrade/3. Intervento. «Il Mit si concentri sulla revisione delle concessioni piuttosto che sulla revoca»

Antonio Ortenzi (*)

Le Infrastrutture non hanno ancora indicato quale sarebbe la strada alternativa. In Italia ci sono pochi grandi player intenzionati a investire

La situazione delle infrastrutture italiane continua sempre più a creare confusione ed a destare preoccupazione sia tra gli operatori economici che tra gli utenti finali. In più c’è la questione strategica che mira ad un ritorno ad uno statalismo dal sapore stantio nei modi nei quali lo si narra e lo si vorrebbe applicare. I temi sui media sembrano girare tutti attorno a due operatori economici, ovvero concessionari autostradali e sulla diatriba della revoca delle concessioni a questi ultimi. Mentre Toto (Strada dei Parchi) inaugura il primo svincolo antisismico, Atlantia prepara le carte per portare lo stato italiano in tribunale e gli imprenditori si fanno i conti su come poter entrare in maniera conveniente in Alitalia.
La situazione paradossale è che i tecnici del ministero non individuano i presupposti per la revoca delle concessioni e che, se si dovesse verificare, aprirebbe scenari non facili da dirimere.

D’altronde realizzare una struttura statale che gestisca le autostrade non è cosa da poco in quanto la creazione di un’organizzazione almeno alla pari di quelle esistenti, se non migliori, comporterebbe un dispendio di risorse economiche ingente e soprattutto uno spreco di tempo intollerabile per il nostro paese. È vero, lo Stato deve tornare a fare lo Stato, ma non come 30 anni fa. Oggi è tutto cambiato e la velocità con la quale le infrastrutture si evolvono è davvero molto impattante, pertanto un’organizzazione statale snella dovrebbe concentrarsi più sul monitoraggio e controllo che sulla gestione.

Come Osservatorio siamo contrari alla revoca della concessione anche perché ad oggi il Ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli non ha indicato alcuna soluzione alternativa, nello specifico i tempi e le modalità dell’individuazione di un progetto di nazionalizzazione delle grandi vie di comunicazione gestite attualmente da Autostrade, progetto che non può essere improvvisato ma che, al contrario, deve essere contestualizzato all’interno di processi di portfolio management a livello strategico e di program/project management a livello gestionale, con la definizione anche delle competenze e delle risorse che dovranno essere utilizzate.

In buona sostanza è arrivato il momento della ridefinizione dei contratti di concessione non delle revoche, soprattutto quando nel quadro partecipativo si prospetta un partenariato pubblico privato con due operatori economici che son pronti ad investire in Alitalia e lo stesso Toto in un’udienza pubblica ha dichiarato di voler investire 4 miliardi nel porto di Ortona per favorire lo scambio di merci lungo la via della seta.

Eppure il grande incompiuto, cioè il Decreto Legislativo 18 aprile 2016, n. 50, qualcosa di buono, con la determina Anac che interveniva proprio sulla revisione dei contratti delle concessioni e sulla disciplina dei contratti di partenariato pubblico-privato, definiti all’art. 3, lo ha fatto. Nella determina, in particolare nella II parte della linea guida, si individuavano proprio gli strumenti per favorire non solo il controllo e il monitoraggio economico delle attività del concessionario, ma soprattutto veniva indicata quale direzione intraprendere nel caso di revisione del contratto, causata dalla inadempienza o inefficacia delle clausole contrattuali preesistenti, perché, ad esempio, sono venute meno le modalità che regolavano il rapporto ex ante. Inoltre, Anac insiste in modo puntuale sulla definizione della matrice dei rischi come strumento di controllo, sulla sua corretta analisi ed interpretazione, sul flusso di informazioni per il monitoraggio.

La questione, volendo traguardare un po’ più in avanti, è di tipo strategico e deve andare oltre la revoca si o no. In Italia grandi player che sono disposti a investire in una rete infrastrutturale vetusta ce ne sono davvero pochi e ancor meno sono coloro che hanno sviluppato un know how di alto livello utile a prendersi cura delle autostrade con una gestione virtuosa, senza parlare di quelli esteri che, al netto della Cina, nemmeno si avvicinano ad investire nel nostro paese a causa di una tassazione alta e dell’incertezza normativa. Se perdiamo questo patrimonio rischiamo davvero di infliggere un colpo mortale all’innovazione delle infrastrutture le quali, a dispetto della narrazione che se ne fa in questo momento, dovrebbero guardare all’innovazione e alla digitalizzazione. Per fare questo però servono lungimiranza e competenze.

(*) Vice presidente esecutivo Osservatorio infrastrutture Confassociazioni

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