Rassegna stampa 08 luglio 2019

08/07/2019 – Corriere della Sera – Economia

A2A SI PREPARA ALLA FINANZA VERDE

Domani a Milano il gruppo lombardo presenta il suo bilancio integrato. Ed è partito il roadshow europeo per un green bond
nel bilancio integrato che A2A presenterà domani a Milano (nel box i dettagli dell’ evento organizzato con L’ Economia), la sostenibilità non è solo un obiettivo, ma un work in progress. Così negli scorsi giorni, la multiutility lombarda ha cominciato a tastare il polso del mercato con un roadshow che illustra agli investitori il nuovo Green Financing Framework. A2A «andrà in passerella», dopo l’ esordio sotto la Madonnina (avvenuta in Borsa durante l’ Italian Sustainability Day, dedicato quest’ anno all’ economia sostenibile e al cambiamento climatico), anche ad Amsterdam, Londra, Parigi e in Germania. Al roadshow potrà seguire un green bond, per un ammontare atteso di 400 milioni di euro a tasso fisso e con una durata target di dieci anni, con cui finanziare i progetti legati ai quattro pilastri su cui si basa il piano industriale del gruppo: economia circolare, decarbonizzazione e lotta al cambiamento climatico, reti e servizi smart e affidabili, attenzione alle persone e alle comunità. A2A è in buona compagnia, in Italia e nel mondo, insieme ad aziende naturalmente non solo dell’ energia: quello dei green bond, secondo i dati del Climate Bonds Initiative, è un mercato che nel 2019 ha già raggiunto la cifra record di 109 miliardi di dollari e salirà, secondo stime, a 250 entro la fine dell’ anno. La multiutility aveva già mostrato di credere alle opportunità che possono arrivare dalla finanza sostenibile con l’ apertura della linea di credito da 400 milioni di euro e della durata di cinque anni, sottoscritta lo scorso anno tra le prime in Italia, e che vede il tasso di interesse del prestito ancorato al raggiungimento di determinati obiettivi ambientali combinati con il rating annuale Esg di Standard Ethics, basato sulle linee guida della Ue, dell’ Ocse e dell’ Onu. Intanto il gruppo da 6,5 miliardi di ricavi applicando un modello di business sostenibile, ha visto crescere il margine operativo lordo del 20% dal 2014 al 2018 e ha generato un valore condiviso di 1,8 miliardi di euro, oltre a 1,4 miliardi di euro di ordinato a fornitori, di cui il 92% circa è stato destinato a fornitori italiani, per la maggior parte Pmi. «Essere sostenibili per noi è operare nel territorio con una visione di lungo periodo nel rispetto di valori sociali, ambientali ed economici – dice Giovanni Valotti, presidente di A2A – . Significa creare e condividere valore, sentendoci responsabili di un cambiamento, che non viviamo come emergenza, ma come opportunità». Anche in azienda: tutti i manager del gruppo hanno obiettivi di sostenibilità a cui è legata una quota variabile della retribuzione. Il piano industriale, aggiornato per il quinquennio 2019-2023, prevede investimenti per 4.000 milioni di euro, in aumento del 111 % rispetto al periodo compreso tra il 2014 e il 2018, con un focus specifico sui territori. Tra gli obiettivi alla scadenza, raddoppiare la quota di energia verde venduta, mentre sul fronte dell’ economia circolare è prevista la costruzione di quattro nuovi impianti per il trattamento dell’ umido, con il recupero di compost e produzione di biometano. Nel frattempo, A2A può vantare un risultato di tutto rispetto: Milano, dove la multiutility punta a raggiungere il 65% di raccolta differenziata nei prossimi cinque anni, è la città best practice a livello mondiale per numero di cittadini raggiunti dal servizio.

08/07/2019 – La Sentinella del Canavese
Centrale elettrica A2A Spesi 19 milioni di euro sull’ efficientamento

chivasso
CHIVASSO. Giovedì scorso la centrale A2A di Chivasso ha ospitato la premiazione dei progetti vincitori della call Creiamo Piemonte, un’ iniziativa nata all’ interno del forum Ascolto organizzato da A2A nel novembre 2018, coinvolgendo una trentina di rappresentanti del territorio. La call puntava a individuare progetti che rispondessero alle esigenze delle comunità e dessero un nuovo impulso all’ utilizzo di fonti energetiche alternative e alla sensibilizzazione sui temi della sostenibilità. Durante l’ evento, i promotori dei 5 progetti finalisti, tutti incentrati sui temi della comunicazione e sensibilizzazione ambientale, hanno presentato la propria idea imprenditoriale alla giuria, che ha decretato vincitori il progetto “Mercato Circolare” e il progetto “Musicanti di Brema”. A queste idee imprenditoriali sarà garantito, oltre a un sostegno economico, un percorso di light incubation per lo sviluppo del progetto, curato dall’ incubatore SocialFare. Nel corso della serata, inoltre, A2A ha presentato il secondo bilancio di sostenibilità territoriale del Piemonte, che racconta i risultati e i fatti del 2018 relativi alla attività del gruppo. Anche quest’ anno, A2A ha scelto di redigere i bilanci di sostenibilità territoriali seguendo la logica del contributo che il gruppo ha dato al raggiungimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile definiti dall’ Onu. Tra gli obiettivi, uno ha coinvolto nello specifico Chivasso ed è la creazione di una infrastruttura resiliente e la promozione di innovazione: il gruppo ha concentrato i propri investimenti, pari a 19 milioni di euro, da un lato sulla centrale termoelettrica di Chivasso, per renderla più efficiente e flessibile per far fronte alle richieste del sistema elettrico, dall’ altro sul mantenimento e lo sviluppo degli impianti di trattamento dei rifiuti volti al recupero di materia (vetro, plastica e Css) e di energia (impianti biogas nelle discariche). Alla serata hanno preso parte anche esponenti dell’ amministrazione comunale. «La centrale, seppur diversa – ha commentato il sindaco Claudio Castello – è presente da oltre sessant’ anni. Solo vent’ anni fa si percepiva una situazione ambientale completamente diversa. Sono stati raggiunti obiettivi ambientali importanti. Ci piacerebbe mettere la ciliegina sulla torta con la realizzazione dell’ allacciamento del teleriscaldamento». –S.A.

08/07/2019 – Affari & Finanza
Chi dopo Autostrade? È l’Anas l’ultima tentazione del governo

A dispetto della propaganda sui pedaggi liberi, sono allo studio le gare per assegnare 2 concessioni. E dopo il voltafaccia sulle nozze con Fs, l’ ente delle strade è l’ unico che può mettere pressione ai gestori attuali
La battaglia che si è scatenata su chi gestirà in futuro le autostrade italiane conta già un disperso. Otto mesi fa, erano i primi di novembre, il governo gialloverde aveva spinto alle dimissioni il consiglio di amministrazione dell’ Anas, l’ ente che accudisce la rete delle strade statali e gestisce un pezzo di quella autostradale. L’ accusa del ministro Danilo Toninelli era che quel management, guidato da Gianni Armani, fosse lì in virtù di «uno stratagemma», e cioè il passaggio dell’ Anas sotto le Ferrovie dello Stato (Fs), voluto dal governo Gentiloni solo per una questione di poltrone, e che fosse necessario procedere al «distaccamento di Anas dalle Fs». Otto mesi più tardi i nuovi dirigenti scelti dal governo Lega-Cinque Stelle siedono ai vertici di entrambe le società pubbliche e del loro «distaccamento » nessuno parla più. Un progetto “missing in action”, verrebbe da dire, una volta ottenuto l’ obiettivo di conquistare le poltrone dell’ Anas. I motivi del fragoroso voltafaccia possono essere numerosi e, forse, possono in parte essere ricercati nell’ affondo che Toninelli e il suo capo-partito, il vice-premier Luigi Di Maio, hanno mosso in queste settimane contro Autostrade per l’ Italia, il maggior gestore autostradale nazionale, controllato dalla famiglia Benetton attraverso la holding Atlantia: «Sogno uno Stato in cui le autostrade non si pagano, come in Germania», ha scritto Di Maio su Facebook il 28 giugno, mentre Toninelli ripete che la revoca della concessione dopo la tragedia di Genova di agosto è «una scelta politica», visto che sul piano giuridico le condizioni ci sarebbero. Dello scontro molto si è detto. Si sa che la partita tra governo e Atlantia si incrocia con il salvataggio di Alitalia: Di Maio stenta a trovare candidati disposti a metterci quattrini veri e così ha messo nel mirino Atlantia, che già gestisce gli aeroporti di Fiumicino e di Ciampino. Si sa anche che la revoca della concessione aprirebbe uno scontro legale dagli esiti incerti. Ed è nota, infine, la ritrosia della Lega a seguire Di Maio sul sentiero di battaglia. C’ è però un aspetto cruciale, e che nessuno al governo ha mai affrontato pubblicamente: chi gestirebbe le autostrade tolte ad Atlantia? E che cosa succederebbe alle altre concessioni? Giorgio Ragazzi è un economista che si è battuto contro le rendite generate dal sistema delle concessioni, descritte in un suo libro del 2008, “I signori delle autostrade” (Il Mulino). Dice: «Se Di Maio vuole rendere le autostrade gratis, c’ è un metodo semplice per iniziare a farlo. Ci sono due concessioni scadute, Ativa e la Satap. Basta che lo Stato non le metta più in gara e affidi all’ Anas la manutenzione, azzerando i pedaggi ». Ativa è la società che gestisce la tangenziale di Torino e la parte piemontese della Torino-Aosta. Una quota di minoranza è degli enti pubblici ma il socio forte è il gruppo Gavio. La concessione è scaduta nel 2016. Il riferimento di Ragazzi alla Satap, che fa sempre capo a Gavio, riguarda invece il tratto Torino-Piacenza, la cui concessione è scaduta nel giugno 2017. A dispetto di chi vuole credere ai post di Di Maio, nei fatti il governo non sembra veramente intenzionato a trasformare le due arterie in autostrade gratuite. Lo scorso 30 aprile, infatti, il ministero di Toninelli ha annunciato che una norma appositamente inserita nel decreto “Sblocca cantieri” renderà possibile mettere in gara le due concessioni prorogate, più altre due in scadenza. La prima riguarda la Salt, nel tratto Sestri Levante-Livorno, la cui concessione termina a fine mese; l’ altra è l’ Autostrada dei Fiori tra Savona e Ventimiglia, in scadenza nel 2021. Entrambe fanno capo al gruppo Gavio. Nel comunicato diffuso il 30 aprile, Toninelli metteva nero su bianco l’ intenzione di far partire subito «due gare», il che ha fatto ipotizzare una diversa ripartizione delle concessioni, non più divise fra quattro aggiudicatari, ma fra due. Uno dei motivi per cui il governo potrebbe non voler optare davvero per il sistema “tutto pubblico” ipotizzato da Ragazzi è che il sistema delle concessioni genera un consistente trasferimento di denaro dalle tasche degli automobilisti alle casse dello Stato, e non solo a quelle dei concessionari. I dati dell’ Aiscat, l’ associazione dei concessionari, dicono che circa metà degli introiti lordi dei pedaggi vanno a finire allo Stato sotto diverse forme, tra canoni, Iva e altre imposte. Nel 2018 i pedaggi pagati al casello sono stati complessivamente pari a 8,3 miliardi, per cui la fetta dello Stato è stimabile in circa 4 miliardi. Se si passasse ai pedaggi gratuiti, lo Stato dovrebbe ovviamente rinunciare a queste entrate “occulte”, e spendere nella manutenzione (600-700 milioni l’ anno, stima sempre l’ Aiscat). «Che problema ci sarebbe?», si chiede Ragazzi, «in fondo chi usa l’ auto paga già allo Stato cifre mostruose per le imposte sui carburanti; si tratterebbe solo di trovare un po’ di risorse in più». L’ obiezione a questa argomentazione è che nel mondo ci sono ingenti capitali alla ricerca di infrastrutture in cui investire, e che concessioni equilibrate potrebbero attirarli, evitando che i lavori da fare gravino sulla spesa pubblica. A dispetto dei post propagandistici di Di Maio, a giudicare dalle gare annunciate nemmeno il governo sembra dunque volere autostrade gratuite. Ma come saranno effettuate? E chi parteciperà? Difficile immaginare che Autostrade per l’ Italia possa contenderle ai gestori uscenti, anche se la revoca non venisse attuata. Ed è legittimo dubitare che possano allettare gli investitori internazionali, visti i rapporti attuali tra concessionari e governo. Resta il gruppo Gavio, ovviamente, che ha un vantaggio: se i due attuali gestori – Ativa e Satap – non fossero confermati, vanterebbero nei confronti di chi li sostituirà un credito di subentro pari, rispettivamente, a 131 e 117 milioni. Potrebbe poi affacciarsi qualche nome nuovo: il gruppo Salini Impregilo, che ha ottenuto ingenti finanziamenti dalla Cassa depositi e prestiti (Cdp) a guida gialloverde per il salvataggio di Astaldi, negli anni scorsi ha tentato di aggiudicarsi la costruzione della Roma-Latina; sconfitto da un consorzio spagnolo, ha ottenuto in tribunale del progetto del viadotto sul fiume Polcevera, che sostituirà il ponte Morandi crollato il 14 agosto. I tronconi della vecchia struttura sono stati demoliti il 28 giugno l’ annullamento dell’ appalto. Chissà che, con la sponda governativa di Cdp, non mediti rivincite. E poi c’ è l’ Anas. La società era stata fatta confluire sotto Fs per frapporre un maggiore schermo rispetto all’ alveo della pubblica amministrazione. L’ indebitamento di Anas rientra infatti nel calcolo del debito pubblico, cosa che non accade per il sistema ferroviario, che ha un più consistente flusso di entrate definite sul mercato. La questione non è da poco: per poter rimborsare i fondi per la costruzione del passante di Mestre, ad esempio, l’ Anas e la Regione Veneto – soci della concessionaria Cav – hanno lanciato un project bond da 830 milioni, che verrà rimborsato entro il 2030. I pedaggi incassati genereranno risorse aggiuntive stimate in 600 milioni, destinate alla costruzione di altre infrastrutture, sempre nella regione. Ai fini contabili, però, il fatto che Anas e il Veneto siano socie alla pari nella joint venture fa sì che la società pubblica non debba consolidare il debito nei propri conti, e questo le ha dato la flessibilità necessaria per effettuare l’ investimento. Con alle spalle le Fs, l’ Anas era pronta a contendere agli attuali gestori le concessioni in scadenza, offrendo un’ alternativa che avrebbe permesso allo Stato di esercitare una maggiore pressione al ribasso sui profitti delle concessionarie. Chissà che ora, abbandonata l’ ipotesi di tornare a separare le due società, Toninelli e Di Maio non stiano meditando di rispolverare quei vecchi progetti del governo Gentiloni, un ©RIPRODUZIONE RISERVATA. Luca Piana

08/07/2019 – Corriere della Sera – Economia
QUANTO È INVADENTE IL NUOVO STATO PADRONE?

Cisono due vie:se Alitalia, già costata 9 miliardi ai contribuenti, ridiventasse pubblica sarebbe un balzo nel passato, in stile Iri Ma se la Cdp favorisse il consolidarsi del polo delle costruzioni (Salini Impregilo con Astaldi) eserciterebbe un ruolo positivo che in altri sistemi viene svolto dagli investitori istituzionali
All’ apice della sua storia, l’ Iri, l’ Istituto per la ricostruzione industriale – creato da Benito Mussolini nel 1933 e affidato ad Alberto Beneduce e Donato Menichella che fascisti non erano – aveva mezzo milione di dipendenti. Ma perdeva soldi. Tanti. Nel 1993 aveva un’ esposizione di 70 mila miliardi di lire. Il gruppo pubblico verrà liquidato nel 2002. L’ Efim, un altro degli enti a partecipazione statale, costituito nel 1962, venne messo in liquidazione nel 1992. A quell’ epoca aveva un indebitamento di 18 mila miliardi di lire che diede luogo a una lunga querelle dello Stato con le banche estere. Provocò anche un declassamento del nostro rating. Lo smantellamento della finanziaria industriale pubblica terminò nel 2007. E costò altri 5 miliardi di euro. La crisi dello Stato padrone, che a un certo momento metteva insieme dall’ acciaio ai panettoni, dalla telefonia alle conserve di pomodori, fu a lungo finanziata dai contribuenti italiani. Attraverso i fondi di dotazione che ogni anno la Finanziaria, oggi legge di Bilancio, accantonava. I contribuenti erano soci, a loro insaputa, delle finanziarie pubbliche ormai preda dei partiti. E ne pagavano le conseguenze. Ma sarebbe ingeneroso giudicare così frettolosamente il ruolo dello Stato imprenditore nella Prima Repubblica. Senza quei gruppi pubblici – in un Paese con capitalisti senza capitali e diversi avventurieri – la Ricostruzione non sarebbe stata possibile. E nemmeno il miracolo economico. Nell’ immediato Dopoguerra, specie prima della costituzione del ministero delle Partecipazioni statali (1956), Enrico Mattei risollevò l’ Agip e lanciò l’ Eni; l’ industria siderurgica dovette il suo sviluppo alle intuizioni di Oscar Sinigaglia; la telefonia (Stet e Sip) alla visione di Guglielmo Reiss Romoli; le autostrade alla tenacia di Fedele Cova. Poi vennero anni bui. Le privatizzazioni degli anni ’90 furono rese necessarie dal doppio indebitamento dei gruppi pubblici e dello Stato. Le vendite di società statali consentirono un incasso di circa 200 miliardi di euro in 15 anni. Colsero in gran parte impreparati gli imprenditori privati. Non raramente attratti più dall’ occasione finanziaria che dall’ impegno industriale. Ma con qualche esempio riuscito di costituzione di holding internazionalizzate. Atlantia, dei Benetton, è una di queste. Oppure il gruppo De Agostini. Telecom, invece, il fallimento più clamoroso, ma per incapacità e fragilità dei privati. Privatizzazione e liberalizzazione delle telecomunicazioni hanno creato vantaggi per tutti in termini di tariffe più basse e occupazione. «Ma sarebbe sbagliato – commenta Bernardo Bortolotti, professore di Economia a Torino e presidente dell’ Osservatorio sui fondi sovrani in Bocconi – ritenere quel processo un errore. A quale livello ingestibile sarebbe arrivato il debito pubblico senza le privatizzazioni? Si sono creati dei campioni mondiali, come l’ Enel. L’ Eni, con lo Stato azionista unico, perdeva. Dalle privatizzazioni delle banche sono emersi due player internazionali, come Intesa Sanpaolo e Unicredit. Anche la Borsa era pubblica, non dimentichiamocelo. Oggi dove sarebbe? Con le vendite sono cambiate regole e governance delle aziende». Bortolotti ha fondato il Privatization Barometer della Fondazione Mattei, rimasto attivo fino al 2015, anno in cui si superarono nel mondo i duemila miliardi di dollari di incassi da vendite di partecipazioni statali. «La crisi del 2008 ha cambiato tutto perché senza il capitalismo di Stato, cinese, asiatico e dei Paesi del Golfo, Wall Street non sarebbe stata salvata. L’ intervento pubblico nelle banche e nelle assicurazioni americane fu reso possibile anche dalla collaborazione di quei fondi sovrani che Larry Summers sul FinancialTimes aveva da poco accusato di minare le fondamenta del capitalismo. Senza quei 100 miliardi di equity dei fondi sovrani di Paesi non democratici, la Storia avrebbe avuto esiti differenti. Lehman Brothers forse non sarebbe fallita se il Qatar Investment Authority non si fosse sfilato il giorno prima». E’ però innegabile che il vento sia cambiato nel momento in cui la globalizzazione ha visto l’ affermazione del capitalismo di Stato dei Paesi emergenti. Tutt’ altro che inclini alla reciprocità nell’ apertura dei loro mercati. La reazione occidentale, l’ impoverimento della classe media, gli effetti della deindustrializzazione sui «colletti blu», hanno alimentato il protezionismo alla Trump e i vari sovranismi. La cultura della concorrenza si è indebolita. Anche in nazioni di più solide tradizioni liberali. Alcuni Paesi, come Francia e Germania, che erano stati più cauti nelle privatizzazioni, hanno perseguito con maggiore determinazione gli interessi nazionali. Dove lo Stato resta azionista decide anche con poco (esempio Renault nel fallito per ora approccio di Fca). Bortolotti le chiama «privatizzazioni riluttanti». «Non c’ è grande leader oggi – è l’ analisi di Alberto Mingardi, direttore dell’ Istituto Bruno Leoni – che non voglia esercitare un potere discrezionale per imporsi contro le regole della concorrenza e le forze impersonali del mercato, facendo valere la ragion di Stato anche contro la logica economica». E aggiungiamo noi con un dividendo immediato in termini di consenso elettorale. «Non vedo però grandi nazionalizzazioni – prosegue Mingardi – quelle di auto e banche negli Stati Uniti, dopo la crisi, sono state temporanee. Ma centinaia di istituti di credito americani sono stati lasciati fallire preservando le regole di mercato». Mingardi vede due tipologie dell’ interventismo statale. Un ritorno, anche nostalgico, dello Stato azionista. E un ruolo di indirizzo più stringente dei governi in settori strategici o collegati alla sicurezza nazionale – come le telecomunicazioni per esempio – che può anche tradursi in una presenza azionaria. La discriminante è decisiva. L’ idea che lo Stato italiano, attraverso le aziende che ancora controlla, si ricompri l’ Alitalia costata finora al contribuente oltre 9 miliardi va nella prima direzione. Si torna al passato. Come quando c’ era l’ Iri. Il raggio d’ azione della Cdp, Cassa depositi e prestiti, si è ampliato in questi anni. Non soltanto con l’ attuale governo. Anche ai tempi di Berlusconi si pensava che potesse fungere da nuova Iri. Se la Cdp favorisse, come azionista paziente e di lungo periodo, il consolidarsi di un grande attore delle costruzioni (Salini Impregilo più Astaldi e non solo) eserciterebbe la funzione che in altri Paesi svolgono investitori istituzionali dei quali siamo poveri. Se fosse solo l’ antidoto pubblico ai fallimenti di mercato, oltre a snaturarsi investirebbe male i risparmi postali di cui è depositaria. Il confine è esattamente questo. Lo Stato può essere – e in alcuni casi deve essere – investitore di ultima istanza in attività strategiche per il futuro del Paese. Non gestore in perdita. Il declino delle imprese pubbliche nel secolo scorso cominciò quando furono chiamate ad accollarsi, per ragioni sociali e politiche, aziende decotte e senza futuro. Il consenso era assicurato. Il conto salato lo pagavano tutti. I contribuenti non se ne accorgevano. E le aziende soprattutto non si salvarono. Ebbero solo un’ agonia più lunga. Ferruccio de Bortoli

08/07/2019 – Il Sole 24 Ore
Troppe leggi e poche scelte, così la dirigenza è inutile

L’ ANALISI
Gli Stati Generali della dirigenza pubblica sono stati l’ occasione per far emergere le proposte dei vertici amministrativi su diversi temi, tra i quali il reclutamento e la capacità della Pa di essere un buon datore di lavoro. Gran parte delle proposte sono volte a dare maggior ruolo ai dirigenti nella gestione. Alcuni esempi: la libertà nella scelta dei profili professionali e il coinvolgimento nella programmazione delle assunzioni e nei rinnovi dei contratti collettivi; un budget per premiare i migliori; poter assumere ai livelli economici superiori per attrarre il miglior capitale umano; superare l’ attuale ipocrisia dei sistemi di valutazione. Su quest’ ultimo punto si potrebbe stabilizzare una parte del trattamento accessorio e rendere veramente selettiva la parte restante. È necessario creare un vero mercato del lavoro nel settore pubblico, consentendo una piena mobilità e premiando la pluralità di esperienze. Non si possono offrire “posti” a vita o carriere statiche. Chiunque si demotiverebbe dopo poco. Così si allontanano i più bravi e non si riesce a ricoprire i posti con maggiori responsabilità (si pensi alle strutture di spesa, appalti, fondi Ue oppure le sedi disagiate nella scuola o la medicina d’ urgenza). Per questo occorre rendere flessibile la retribuzione. Il cattivo reclutamento delle Pa dipende anche da quanto non si fa prima e dopo i concorsi. Il paradosso è che proprio nel settore pubblico, dove l’ assunzione è «per sempre», si pone minore attenzione alla qualità del capitale umano che si recluta, alla sua motivazione e alla sua produttività. Nel confronto con il privato emerge che sono rari i rapporti con le Università per promuovere i bandi di concorso e attrarre i talenti, così come non si lavora sul brand employer, non si prevede la formazione iniziale e quindi non si cura l’ inserimento, non vi sono politiche di engagement, mancano percorsi di ridisegno delle competenze, i sistemi di inquadramento e carriera sono rigidi, non ci strumenti che consentano di mappare continuamente le competenze e di favorire la mobilità. Il periodo di prova è vissuto come un inutile orpello amministrativo. La garanzia del posto fisso porta a non preoccuparsi delle competenze e dell’ aggiornamento del personale. Il mancato utilizzo di questi strumenti contribuisce a rafforzare la cattiva reputazione della Pa che porta ancora oggi a non attrarre le persone più motivate e i talenti. Per questo sarebbe necessario rafforzare gli uffici del personale con professionalità come psicologi, addetti alla formazione, all’ engagement, alla conciliazione, non essendo più necessarie le competenze amministrative e contabili classiche. La scarsa attenzione ai dati come strumento di conoscenza per meglio governare impedisce alle amministrazioni di riflettere sulle competenze che si perderanno nei prossimi anni e sui gap generazionali, culturali e professionali che indeboliranno le strutture. Sappiamo quali competenze stanno andando via e quali serviranno? Non servono leggi per fare questo. La formazione, la mappatura delle competenze e la valutazione non dovrebbero essere imposte, ma diventare uno strumento naturale di gestione. La discrezionalità è stata ridotta ai minimi, perché fonte di rischi soprattutto nella gestione delle risorse umane. Il rischio, però, è che la dirigenza pubblica sia resa inutile, oggi dalla legge o dalla magistratura e domani da un algoritmo. Lo stesso Consiglio di Stato, sull’ assegnazione delle sedi di lavoro in fase di prima assunzione, si è pronunciato a favore dell’ utilizzo di un algoritmo piuttosto che di un dipendente. © RIPRODUZIONE RISERVATA. Francesco Verbaro

08/07/2019 – Italia Oggi Sette
Sblocca cantieri, per appalti e contratti arriva la controriforma

La legge 55/2019 reinterviene sul settore, ma per gli amministrativisti ci sono luci e ombre
Pareri contrastanti tra i professionisti sul cosiddetto «Sblocca cantieri» Il provvedimento, che è stato convertito in legge dal Parlamento lo scorso 12 giugno (legge 14 giugno 2019, n. 55 di conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 18 aprile 2019, n. 32), contiene, tra le altre cose, la riforma del Codice degli appalti, la previsione di commissari straordinari per le opere prioritarie e nuovi aiuti alle zone colpite dai terremoti. I primi giudizi tra gli addetti ai lavori però sono piuttosto contrastanti. «Occorre evidenziare che il continuo cambiamento delle norme di legge che governano la materia crea un serio problema di tenuta del sistema, genera disorientamento tra gli operatori di mercato (sia stazioni appaltanti che imprese)», commenta Alessandro Botto, partner di Legance, «e questo crea una barriera all’ ingresso sul mercato per gli investitori, che mirano invece ad avere una regolamentazione stabile nel tempo che consenta di effettuare delle scelte razionali e non soggette (eccessivamente) al rischio del change of law. Prendiamo in esame poi alcune scelte operate: nel subappalto viene sospeso fino al 31 dicembre 2020 l’ obbligo di indicare preventivamente la terna dei possibili subappaltatori e sempre fino alla data indicata è aumentato l’ importo massimo subappaltabile (portato al 40%). Ora, a parte la durata provvisoria di tali previsioni, desta perplessità la scelta di fissare al 40% la quota di subappaltabilità, poiché non è aumentando del 10% la quota di subappalto che si risolve il problema che, com’ è noto, è anche all’ esame della Commissione europea (che ha avviato una procedura d’ infrazione anche su questo punto): è stata infatti contestata all’ Italia proprio la scelta di un limite astratto e generalizzato, mentre tale scelta dovrebbe essere collegata alla particolare natura delle prestazioni da svolgere, in una valutazione tecnico discrezionale rimessa in concreto alla stazione appaltante. Ebbene, risulta difficile comprendere come si possa rispondere all’ obiezione mossa dalla Commissione aumentando del 10%, sempre in via generale e astratta, il limite del subappalto. D’ altronde, se la preoccupazione in materia di subappalto è quella che mediante tale strumento possano fare il loro ingresso nel mondo degli appalti anche soggetti legati alla criminalità organizzata, questa preoccupazione può essere superata mediante un rigoroso screening in capo ai subappaltatori del possesso dei requisiti soggettivi di moralità previsti dallo stesso codice e non fissando un limite di «tollerabilità». Neanche lo zero virgola a questo fine infatti dovrebbe essere ammesso!». Si tratta di un’ operazione normativa il cui obiettivo è stato quello di provare a eliminare, o quantomeno attenuare, alcune delle numerose criticità riscontrate nella fase di ideazione e progettazione dell’ appalto, in quella di scelta del contraente e, infine, di esecuzione del rapporto contrattuale, nell’ auspicio di accelerare i processi decisionali e l’ esecuzione delle opere. «Il risultato finale, frutto di un compromesso tra due posizioni radicalmente opposte (quella di sospendere per un certo numero di anni il codice dei contratti e l’ altra, più minimalista, di apportare solo dei ritocchi in attesa di una riforma organica) è sostanzialmente deludente», afferma Antonio Lirosi, partner dello studio legale Gianni, Origoni, Grippo, Cappelli & Partners, «vi sono aspetti positivi, ma sono superati da molti aspetti negativi che non consentono di affermare il raggiungimento di un’ effettiva riduzione e semplificazione dei processi decisionali delle stazioni appaltanti e di ottimizzare i procedimenti di gara. È facilmente intuibile come detta operazione ha determinato notevoli perplessità e forte scetticismo. Non si può che guardare con favore l’ abolizione del rito super speciale che costringeva spesso i partecipanti alle gare a proporre inutili ricorsi, non sorretti da alcun interesse concreto, con il risultato di aumentare a dismisura il numero dei giudizi e congestionare ulteriormente un sistema già di per sé congestionato e lento. Non a caso come noto era già stata proposta questione di legittimità costituzionale di tale rito. È innegabile che la riforma della disciplina dei contratti sotto soglia e della normativa sui commissari di gara susciti delle perplessità alla luce di quanto accaduto in passato. A ciò si aggiunga che l’ apparente maggiore autonomia attribuita alle stazioni appaltanti comporta per le stesse una maggiore responsabilità nel compimento delle proprie scelte sia sulle modalità, sia sui soggetti da invitare nell’ ipotesi di affidamento sotto soglia. Si dubita se in concreto le stazioni appaltanti decideranno di esercitare ed in che modo tale maggiore autonomia che implica anche scelte discrezionali e quindi come tali astrattamente maggiormente criticabili». Il decreto ha luci e ombre, secondo Andrea Guarino, fondatore dello studio legale Guarino. «Io ho il sospetto, anzi la certezza, che sia stato fatto più che dai politici dai tecnici del ministero. Alcune cose sono state fatte bene sia dal punto di vista tecnico (le norme non sono scritte male) sia per il loro contenuto. La reintroduzione, seppur a titolo sperimentale, dell’ appalto integrato, in cui il concorrente presenta un’ offerta che includa anche la progettazione dell’ opera, è molto positivo. Per due ragioni. Senza voler mancare di rispetto a nessuno, non sono tantissime le stazioni appaltanti che sono molto aggiornate tecnicamente. Non sempre un progetto redatto da una stazione appaltante è il migliore possibile. La seconda ragione è che incentivando l’ appalto integrato si incentiva lo sviluppo tecnologico delle imprese italiane, che oggi sul campo internazionale sono meno forti rispetto a quelle straniere, proprio perché la progettazione non sempre è aggiornata e non sempre si ha la possibilità di svilupparla. La questione di cui si è parlato del subappalto in realtà è un falso problema. Io capisco benissimo quali sono le preoccupazioni, visto che il subappalto può facilitare le infiltrazioni mafiose e creare confusioni. A parte che ci sono sentenze della Corte di giustizia che affermano che il subappalto deve essere ammesso senza limiti, il problema è che nessun subappaltatore dovrebbe individualmente fare la maggior parte dell’ opera. Ma non vedo nulla di male nella presenza di una molteplicità di subappaltatori che, in percentuale anche molto significativa, con l’ appaltatore principale mantiene la responsabilità dell’ opera. Questo faciliterebbe l’ ingresso di imprese minori. L’ ipotetica commistione tra sub appaltatori e criminalità si risolve facendo dei controlli sull’ affidabilità. Su questo punto Il decreto presenta un errore: sospende le verifiche in corso di gara. Questo non è un fattore positivo. Sono invece interessanti i commi da 11 a 14, dove si introduce una sorta di super accordo bonario preventivo. Si istituisce una commissione che ha il compito di dirimere le varie controversie che possono sorgere. Si tratta di un meccanismo un po’ meno formale rispetto all’ accordo bonario previsto dal codice appalti pubblici». «La modifica delle norme che sostengono l’ attività contrattuale della pubblica amministrazione, disposta dalla legge 55/2019, deve essere accolta, in buona parte, come necessaria e rispondente ad allineare la disciplina di settore a esigenze che vengono presentate da molti degli attori coinvolti come prioritarie», commenta l’ avvocato amministrativista Silvano Mazzantini, docente di Diritto amministrativo alla Luiss Guido Carli. «Per altro verso, d’ altronde, non può non rilevarsi che negli ultimi 25 anni le modifiche effettuate in materia di affidamento dei contratti pubblici sono state molto più simili a una riorganizzazione (più o meno capace) di regole preesistenti che a un vero rinnovamento e ciò anche in occasione dell’ emanazione del primo «Codice» del 2006. Di questo, gli operatori continuano a pagare un costo molto alto, così come il Paese, che pare non trovare più una chiara via di accesso ove far passare le regole della «decisione» pubblica. Perché, in definitiva, ciò che sta offuscando la dinamica dell’ attività contrattuale pubblica, nelle sue più disparate declinazioni, è proprio il dissolvimento della capacità decisionale, costretta tra l’ autoreferenzialità dei principi dell’ azione amministrativa se non tradotti in strumenti operativi di cristallina funzione – nell’ evidenza pubblica in particolare – e le monadi punitive delle varie responsabilità amministrative, contabili, disciplinari, civili e penali, che possono colpire chi «mal decide», ma molto più difficilmente colpiranno chi non decide. In questo senso la riforma fa i conti con necessità di dettaglio, lasciando aperta la questione della riforma vera e propria di un settore che vede nell’ articolazione della «responsabilità» dei soggetti coinvolti la necessaria chiave di lettura del rinnovamento. In questo senso le modifiche alla modalità di acquisto di lavori, servizi e forniture per i comuni non capoluogo di provincia tramite centrali di committenza (art. 37) il divieto di appalto integrato (art. 59) l’ ennesima sospensione dell’ albo degli esperti tenuto dall’ Anac (art. 77), subappalto, regolamento unico (confermato, dopo alcune esitazioni durante l’ iter di conversione), esclusione per violazioni tributarie non definitivamente accertate (fortunatamente non tradotta in sede di conversione), sono istituti assai eterogenei da cui deriva necessariamente una difficoltà di coordinamento degli effetti che, in alcuni casi, devono dirsi – quantomeno – instabili». Per Elena Giuffrè, partner a capo del dipartimento di diritto amministrativo Ashurst Milano, le misure introdotte dal Decreto «possono ritenersi complessivamente apprezzabili, con qualche eccezione. Sicuramente positiva è la previsione del regolamento unico delle disposizioni di attuazione ed esecuzione del Codice Appalti, che semplifica e da certezza alla disciplina applicabile. Ci auspichiamo che esso venga emanato nei termini previsti, anche al fine di colmare alcune disposizioni rimaste ancora inapplicate sin dall’ entrata in vigore introduzione del dlgs 50/2016, quale ad esempio la definizione dei livelli di progettazione. Altra misura positiva è quella che consente alle stazioni appaltanti di poter utilizzare l’ offerta economicamente più vantaggiosa per l’ affidamento di contratti sotto soglia. L’ esperienza ha dimostrato che il criterio del massimo ribasso puro, in alcuni casi, ha inutilmente costretto le stazioni appaltanti ad affidare contratti di scarsa qualità, specie nel caso di prestazioni a elevata complessità tecnica. Per le medesime ragioni è apprezzata anche l’ eliminazione dell’ obbligo di motivare il ricorso all’ offerta economicamente più vantaggiosa per i contratti sopra soglia, pur con il limite del 30% riservato al punteggio per l’ offerta economica. Degna di nota è anche la semplificazione relativa alle procedure negoziate fino ad un milione di euro, unita alla riduzione, in alcuni casi, del numero minimo di concorrenti da invitare. Starà alle stazioni appaltanti evitare che tale previsione venga irragionevolmente applicata causando un’ eccessiva limitazione della concorrenza anche per gli affidamenti di limitate dimensioni. Con riguardo al subappalto, invece, a parte la disciplina transitoria che solo fino al 2020 innalza il limite massimo di quota di subappaltabile al 40%,in luogo del 30% a regime (che comunque è ridotto rispetto all’ originaria percentuale del 50% prevista nel decreto), non si comprende la scelta di consentire alle stazioni appaltanti la limitazione del subappalto nel bando. Positiva è invece la conferma della possibilità per gli investitori istituzionali di presentare proposte di PPP per opere non presenti negli strumenti di programmazione, i quali, in considerazione delle risorse finanziarie di cui dispongono, potrebbero dare impulso a diverse iniziative infrastrutturali». Il decreto Sblocca cantieri modifica profondamente la struttura del Codice dei contratti pubblici, in alcuni punti molto delicati, con profondi chiaro-scuri. «Il dato principale, sul piano dell’ impostazione di fondo, è il superamento della logica del Codice unitario, che contiene tutta la disciplina, e il ritorno al modello tradizionale, antico, della disciplina legislativa – contenuta nel Codice – integrata da un regolamento. Si tratta di una scelta che ne contiene molte altre, non tutte positive», commenta Luca Perfetti, partner di BonelliErede. «Sul versante negativo è evidente il largo clima di incertezza della normativa, che probabilmente condurrà a un fortissimo rallentamento nel settore degli appalti: a fronte di una disciplina – quella del Codice per come modificato dal decreto sblocca-cantieri – destinata a venire integrata da un regolamento che non interverrà prima di sei mesi, le gare si fermano per via dell’ incertezza circa le norme da applicare. Il risultato è che il decreto sblocca-cantieri produce un blocco dei cantieri. Inoltre, poiché vi sono opere che non possono attendere e sono incerti i tempi di approvazione del regolamento è facile prevedere il succedersi di deroghe, discipline transitorie, norme speciali, che sono sempre – per definizione – in violazione del principio costituzionale di uguaglianza e foriere di liti e incertezze. Sul versante positivo, è chiaro che il decreto sblocca-cantieri depotenzia in modo molto significativo il ruolo dell’ Anac e, in particolare, del suo potere di dettare norme – totalmente al di fuori della teoria delle fonti normative nello Stato di diritto – destinate a integrare la disciplina di legge. Si tratta – ed era uno degli assi portanti del Codice approvato nel 2016 – della cosiddetta soft regulation: in sostanza, di un insieme di regole che un’ agenzia governativa – e non un’ autorità indipendente – come Anac era legittimata ad adottare senza che avessero la forma e la sostanza di regolamenti, talvolta dettate caso per caso e facili a modificarsi nel tempo, alterando profondamente le garanzie dello Stato di diritto e foriere di incertezze e applicazioni a casi singoli – in contrasto netto con l’ idea che le regole debbano essere generali ed astratte». Per Tommaso Paparo partner dello studio Regulanetwork «il codice dei contratti pubblici, approvato con dlgs 18 aprile 2016 n. 50, dopo un primo decreto correttivo, ha palesato in questi tre anni di applicazione tutti i suoi limiti e le contraddizioni al punto da portare il Parlamento, con la legge 16 giugno 2019 n. 55, di conversione del dl 18 aprile 2019 n. 32 (c.d. «dl Sblocca cantieri»), a riconoscere la necessità di una «complessiva revisione del codice» (art. 1, comma 18, dl cit.) e, nelle more, la sospensione di alcune disposizioni critiche per gli anni 2019 e 2020, verificandone successivamente gli effetti (art. 1, commi 1 e 2, dl cit.). Questo crisi di apporto e l’ incapacità di tradurre le istanze del mercato e del lavoro in un codice di facile applicazione e determinante nell’ economia nazionale, quella dei contratti con la p.a., si è ripercossa sulla stessa impalcatura culturale che ha portato, il legislatore del 2016, a compiere scelte penalizzanti per il settore produttivo. Significativi sono gli interventi posti in essere con il dl Sblocca cantieri sull’ erogazione dei finanziamenti e delle risorse finalizzate all’ esecuzione dei lavori (art. 1, commi 4 e 5), sulla progettazione (art. 1, comma 6), sul Consiglio superiore dei lavori pubblici (art. 1, commi 6, 7, e 8), sulla risoluzione del controversie relative alle riserve (art. 1, commi 10, 11, 12 e 13), sull’ anticipazione del prezzo per tutti gli appalti (con modifica dell’ art. 35, comma 18, del Codice dei contratti pubblici, immediatamente precettiva per integrazione ex lege dei contratti in essere ai sensi dell’ art. 1339 cod. civ.), sulle procedure sottosoglia (con modifica dell’ art. 36 del Codice). Il cambio di assetto culturale si registra essenzialmente nell’ introduzione del comma 27-octies all’ art. 216 del Codice: la materia dei contratti pubblici torna così nel suo alveo naturale della responsabilità dell’ amministrazione attiva, con superamento della logica paralizzante insita nelle linee guida dell’ Anac». Il decreto «Sblocca cantieri» ha introdotto numerose previsioni finalizzate a semplificare il quadro normativo a beneficio di amministrazioni e imprese, alcune delle quali vanno senz’ altro salutate con favore. «A destare qualche perplessità, semmai, è la tecnica legislativa utilizzata», spiega l’ avvocato Davide De Lungo dello studio legale Marini, «In sede di conversione, il testo ha fatto per certi versi «marcia indietro» rispetto ad alcune previsioni contenute nella versione originale, sospendendo in via sperimentale e per un periodo temporale limitato alcune disposizioni, di cui in un primo momento si era invece operata una più incisiva modifica o l’ abrogazione tout court: l’ obbligo per i Comuni non capoluogo di Provincia di avvalersi delle centrali di committenza; il divieto di appalto integrato; l’ obbligo di ricorrere all’ Albo dei commissari dell’ Anac, per la nomina dei componenti delle commissioni. La sospensione, «nelle more della riforma complessiva del settore» per utilizzare le parole del legislatore, opera fino al 31 dicembre 2020; entro il 30 novembre 2020 il Governo deve presentare alle Camere una relazione sugli effetti della sospensione, al fine di consentire al Parlamento di valutare l’ opportunità del mantenimento o meno della sospensione stessa. Anche gli altri interventi realizzati, per la quasi totalità, consistono in deroghe solo temporanee alla disciplina vigente, per l’ orizzonte 2019-2020. Ora, il problema è questo: la sospensione e la deroga temporanea, per quanto consentano di dare risposte immediate, rischiano tuttavia di alimentare dubbi e incertezze, specie in un Paese dove nulla è più permanente del transitorio; l’ evocazione di un’ ulteriore riforma della riforma, poi, in questa prospettiva non aiuta. Regole del gioco chiare e certe sono necessarie a tutti gli operatori del settore: sia alle imprese, per calcolare con esattezza le proprie strategie d’ investimento, sia alle amministrazioni, per tarare adempimenti e procedure, senza la proverbiale «paura della firma». È auspicabile, quindi, che il legislatore non pratichi l’ epoché, cioè non sospenda il giudizio, ma stabilizzi e semplifichi con mano ferma il tormentato settore dei contratti pubblici». © Riproduzione riservata. PAGINE A CURA DI ANTONIO RANALLI

08/07/2019 – Italia Oggi Sette
Marcia indietro sugli appalti

La Sbloccacantieri cambia 53 articoli del Codice. Si torna a regolamento, commissari interni e minor prezzo. I professionisti: rischio disorientamento
Si scrive Sbloccacantieri, si legge Riformacantieri. La legge 55 del 2019 interviene massicciamente sul cosiddetto Codice appalti. Con l’ obiettivo di semplificare le procedure di aggiudicazione, recependo alcune indicazioni pervenute dagli stakeholder che operano nell’ ambito dei contratti pubblici e che hanno partecipato alla consultazione pubblica indetta dal ministero delle infrastrutture. E in parte per consentire il superamento di procedure di infrazione derivanti dal mancato rispetto di direttive europee in materia di contratti pubblici. Ma già il fatto che vengano modificati 53 articoli dell’ attuale Codice può far parlare di una sorta di controriforma. Soprattutto il cambio di rotta sulla «filosofia» della regolamentazione, consente di usare questo termine. La legge Sbloccacantieri, infatti, abbandona la soft law rappresentata dalle linee guida dell’ Authority anticorruzione a favore del ritorno al regolamento del codice appalti. L’ Anac era la «sfida» di Renzi e dei suoi consulenti giuridici ma le pubbliche amministrazioni hanno preferito avere norme cogenti sulle quali poggiarsi. In realtà, a dirla tutta, il beneficio della soft law, che dovrebbe consistere nell’ adattare le regole più velocemente e con maggiore flessibilità, non si è di fatto verificato: per modificare una linea guida dell’ Anac ci è sempre voluto molto tempo, quasi come cambiare un decreto. Il ritorno al regolamento risolve invece il problema più grande del Codice di Renzi: gli oltre 60 provvedimenti di attuazione. La Sbloccacantieri fa marcia indietro sull’ aggregazione delle stazioni appaltanti consentendo ai comuni non capoluogo di provincia di derogare all’ obbligo di utilizzare le centrali di committenza, mentre il Codice del 2016 puntava molto sulla riduzione delle stazioni appaltanti e sulla loro qualificazione. Per non parlare dei commissari di gara esterni alla p.a.: la nuova legge sancisce di fatto la rinuncia a essi e sino a fine 2020 si potranno di nuovo nominare commissari interni alle amministrazioni senza obbligo di sceglierli dall’ elenco Anac. Peraltro poco popolato e con compensi per i commissari in alcuni casi ridicoli considerando le responsabilità. La legge 55 reintroduce la possibilità di affidare lavori sulla base del solo elemento economico (il cosiddetto «minor prezzo»), fino alla soglia dei 5,4 milioni stabilita dall’ Europa; oggi c’ è invece obbligo di affidare con il criterio dell’ offerta economicamente più vantaggiosa che tiene conto dei profili qualitativi e non del solo prezzo. Mentre si abbandona il principio della centralità del progetto esecutivo consentendo di affidare all’ impresa un compito che oggi è del progettista. E poi l’ affidamento diretto con richiesta di tre preventivi per lavori fino a 150 mila euro, oggi possibile fino a 40 mila euro, e l’ eliminazione della terna obbligatoria dei subappaltatori, facendo saltare il divieto di indicare come subappaltatore una impresa che aveva partecipato alla gara senza vincerla. Il presidente dell’ Anac, Raffaele Cantone, ha parlato di incentivo a delinquere ed espresso forti critiche su questo punto. Critiche a quanto pare non isolate, come dimostra l’ inchiesta condotta da ItaliaOggi Sette tra i maggiori avvocati amministrativisti i quali mettono in evidenza soprattutto il rischio di rimanere disorientati per l’ affastellarsi di norme in poco tempo. © Riproduzione riservata. MARINO LONGONI MLONGONI@CLASS.IT

08/07/2019 – Italia Oggi Sette

APPALTI PUBBLICI

Il via libera allo Sblocca cantieri accantona il Codice Delrio. E la palla ora passa agli avvocati
Appalti, è controriforma

di Roberto Miliacca

Ci sono pochi settori del diritto che, per la loro complessità, meritano di essere definiti «materia per addetti ai lavori». Uno di questi settori è sicuramente quello degli appalti pubblici, che, per difficoltà, ma soprattutto per costante «turnover» della normativa, è una di quelle in assoluto più complesse. L’ultimo cambiamento della disciplina degli appalti è avvenuto solo pochi giorni fa, con la conversione in legge, con modifiche, del cosiddetto decreto Sblocca cantieri (legge n. 55 del 14 giugno 2019, di conversione del dl 32/2019, entrata in vigore il 18 giugno 2019), norma che praticamente riscrive il cosiddetto Codice appalti dell’ex ministro delle infrastrutture Delrio. L’articolo 1 dello Sblocca cantieri apporta modifiche al codice dei contratti pubblici, di cui al dlgs 18 aprile 2016, n. 50, puntando «a semplificare», come si legge nella relazione di accompagnamento del dl, «le procedure di aggiudicazione degli appalti, recependo alcune indicazioni pervenute dagli stakeholder che operano nell’ambito dei contratti pubblici, che hanno partecipato alla consultazione pubblica indetta dal Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, e in parte a consentire il superamento della procedura di infrazione n. 2018/2273 «Non conformità dell’ordinamento interno rispetto ad alcune disposizioni delle direttive europee in materia di contratti pubblici». La legge 55 funzionerà o no? Affari Legali lo ha chiesto, questa settimana, ad alcuni tra i maggiori amministrativisti, gli «addetti ai lavori» che si occupano della materia. Che vedono nel provvedimento, e nella sua reale capacità di «sbloccare» i cantieri, come vorrebbe il governo Conte, alcune luci, ma anche diverse ombre.

08/07/2019 – ANSA

Porti: Trieste, società pubblica ungherese acquista area

Stimati 100 milioni investimento. Presenti Salvini e Szijjarto

(ANSA) – TRIESTE, 5 LUG – Una società pubblica ungherese ha acquisito un’area a Noghere, di 320 mila mq, del Porto di Trieste. Si tratta della zona ‘ex Aquila’, fino a ieri di proprietà di due privati italiani, Teseco e Seastock.
L’investimento è di 100 milioni di euro, che comprende acquisto, messa in sicurezza ambientale e sviluppo del progetto, e dovrebbe portare alla realizzazione di un nuovo terminal multipurpose. L’accordo è stato siglato alla Regione Fvg alla presenza, tra gli altri, del Vicepremier Matteo Salvini e del Ministro degli Esteri ungherese Péter Szijjártó.
L’intesa accresce il ruolo del porto di Trieste nello scacchiere portuale, commerciale e logistico internazionale. In particolare, consolida un rapporto commerciale già intenso tra i due Paesi: negli ultimi 3 anni lo scalo, grazie alle connessioni ferroviarie merci, è divenuto punto di riferimento per catene logistiche da e verso l’Ungheria (come automotive), raggiungendo la quota di 14 coppie di treni/settimana tra Trieste e Budapest. “L’accordo è il compimento di un lavoro durissimo iniziato nell’autunno del 2017 e, nel contempo, è solo l’inizio di una fase più concreta di sviluppo”, ha annunciato il Presidente dell’Autorità di Sistema Portuale del Mare Adriatico Orientale Zeno D’Agostino. “Il regime di Porto Franco ha avuto un ruolo essenziale nel convincere l’Ungheria, che è uno dei mercati più dinamici con cui stiamo dialogando”, conclude il presidente del porto. L’area era sede dell’impianto di raffinazione petrolifera Aquila, e viene ora restituita a commercio e logistica. Essa è caratterizzata da una banchina con un pescaggio di 13 metri e sarà destinata in prevalenza al commercio estero ungherese. Comprensivo di un’ampia area logistica di retro- banchina adatta a stoccaggio e manipolazione delle merci, il sito oggetto di compravendita offrirà anche un’occasione di sviluppo per i traffici di interesse per il porto, nelle componenti marittima e logistica. La zona, collocata a Sud-Est dello scalo giuliano, è servita dalla ferrovia. Il protocollo agevolerà la risoluzione di alcune temi come le questioni dello stato di Sito Inquinato di interesse Nazionale (SIN) presso il Ministero dell’Ambiente e la Regione Fvg; la possibilità di attivare sul sito il regime di Porto Franco; ripristino e adeguamento dei raccordi ferroviari pubblici esistenti con la stazione Aquilinia. (ANSA).

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08/07/2019 – ll Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Dl Crescita, per il fondo salva opere (e salva imprese) esordio con incertezza

Paola Conio e Luca Leone

Il Dm attuativo dovrà, tra l’altro, sciogliere l’mbiguità sulla destinazione «nella misura massima del 70%»: del credito insoddisfatto o del fondo?

La legge di conversione del D.L. n. 34/2019 (L. 58 del 28/06/2019), recante “Misure urgenti di crescita economica e per la risoluzione di specifiche situazioni di crisi” ha, tra l’altro, istituito un nuovo Fondo, c.d. “salva-opere” che dovrebbe far fronte, almeno in parte, all’eventualità – ormai non così rara – dei mancati pagamenti nei confronti di sub-appaltatori e sub-contraenti in genere da parte di appaltatori o, nel caso di opere affidate tramite contraenti generali, da parte degli affidatari di questi ultimi, assoggettati a procedure concorsuali.
La norma è stata fortemente voluta, in particolare da Ance, per tentare di superare l’impasse che, nei recenti tempi di crisi, si era più volte determinata a seguito del ricorso agli strumenti del concordato preventivo da parte di colossi del settore delle costruzioni. Dati gli effetti paralizzanti della richiesta di concordato – così come della dichiarazione di fallimento – a partire dalla quale non è più possibile per i creditori dell’impresa avviare o proseguire azioni individuali volte al recupero di quanto loro dovuto, tanto le opere quanto i sub-contraenti degli appaltatori e/o degli affidatari dei general contractors, restavano prigionieri delle procedure di gestione della crisi avviate dai loro danti causa, sospesi in un pericoloso limbo che spesso poteva condurre, in un inesorabile effetto domino, al travolgimento anche della filiera degli imprenditori coinvolti nei cantieri. In buona sostanza, in tempo di crisi soccombere schiacciati dal peso dei propri crediti sembrerebbe altrettanto (se non più) probabile che cedere sotto quello dei propri debiti.
La “seconda chance” per l’imprenditore in crisi e il rovescio della medaglia
Come noto, negli ultimi anni, anche per impulso del legislatore europeo, il tema della crisi di impresa si è fortemente evoluto, sino a culminare nella recente riforma della materia che ha, tra l’altro, persino bandito dal lessico ufficiale il termine «fallimento», sostituito da un più politically correct «liquidazione giudiziale». La normativa ha visto il progressivo mutamento dell’approccio nei confronti dell’imprenditore in difficoltà: da punitivo e orientato all’eliminazione dal mercato, a tutelante e finalizzato alla conservazione dei valori ancora potenzialmente esistenti all’interno dell’azienda. Il cambio di prospettiva, certamente comprensibile e anche condivisibile date le recenti contingenze economiche che hanno spinto verso la crisi anche imprenditori storici, con dimensioni ed esperienza più che ragguardevoli, ha però un rovescio della medaglia che oggi mostra tutta la sua insidiosità.
Se all’imprenditore in crisi vengono offerte svariate soluzioni alternative al fallimento, che comportano anche la possibilità di proseguire nello svolgimento delle pubbliche commesse e, a determinate condizioni, di aggiudicarsene delle nuove, e all’imprenditore fallito, in regime di esercizio provvisorio, si consente di procedere nell’esecuzione dei contratti pubblici, dall’altro i soggetti che si sono visti in precedenza affidare sub-contratti rischiano di rimanere intrappolati nelle maglie della crisi senza avere strumenti adeguati per far valere le proprie ragioni e i propri diritti nei confronti dell’appaltatore o dell’affidatario del general contractor, con conseguente paralisi anche delle attività dagli stessi svolte per il completamento delle opere pubbliche o l’erogazione di servizi. È esattamente a questo rischio che il Fondo c.d. salva-opere spera di far fronte.
Istituzione del Fondo e risorse in dotazione
Il Fondo è istituito presso il Mit e conterà su una dotazione iniziale di 12 milioni di euro per il 2019 e 33,5 milioni di euro per il 2020, da utilizzare in relazione a procedure concorsuali aperte dal 1° gennaio 2018 al 30 giugno 2019, data di entrata in vigore della legge di conversione del decreto. Dall’entrata in vigore della legge di conversione, il fondo verrà alimentato attraverso un contributo pari allo 0,5% del valore del ribasso offerto dall’aggiudicatario delle gare di lavori pubblici con importo a base d’appalto pari o superiore a 200.000 euro e di servizi e forniture con importo a base di appalto pari o superiore a 100.000 euro. Ovviamente, mancando allo stato dati statistici relativi all’ammontare annuale medio della dotazione che si otterrebbe versando al Fondo un importo pari allo 0,5% dei predetti ribassi e, di contro, quale sia l’importo annuale dei crediti insoluti vantati da sub-appaltatori, sub-affidatari e sub-contraenti di appaltatori o affidatari di contraenti generali assoggettati a procedure concorsuali, risulta assai difficile valutare se si tratti o meno di una misura risolutiva del problema o, quanto meno, effettivamente significativa. Indubbiamente la situazione con il Fondo istituito è migliorativa della situazione precedente in cui il Fondo non esisteva affatto.
La destinazione delle risorse delle Fondo
La disposizione non è in effetti chiarissima. Il comma 1-bis dell’articolo 47, introdotto appunto dalla legge di conversione, prevede, testualmente, che «le risorse del Fondo sono destinate a soddisfare, nella misura massima del 70 per cento, i crediti insoddisfatti dei sub-appaltatori, dei sub-affidatari e dei sub-fornitori nei confronti dell’appaltatore ovvero, nel caso di affidamento a contraente generale, dei suoi affidatari di lavori, quando questi sono assoggettati a procedura concorsuale, nei limiti della dotazione del Fondo». Così scritta, la norma potrebbe significare: i) che il Fondo, fino a concorrenza delle risorse disponibili, viene utilizzato per pagare i crediti insoluti vantati dai soggetti di cui sopra nella misura massima del 70%, oppure ii) che il 70% delle risorse disponibili del Fondo vengono utilizzati per pagare i crediti insoluti vantati dai soggetti di cui sopra, anche nella misura massima del 100%. Si segnala che il Dossier elaborato dal Servizio Studi del Senato sul provvedimento di conversione sembrerebbe condividere la prima delle due interpretazioni, mentre il Servizio Bilancio decisamente la seconda.
A sommesso avviso di chi scrive, l’interpretazione corretta dovrebbe essere la prima, anche in relazione alla disposizione secondo cui il Ministero, surrogato nei diritti del sub-appaltatore, sub-affidatario o sub-fornitore, in deroga all’art. 1205 del codice civile, viene preferito ai predetti soggetti nei riparti effettuati nel corso della procedura concorsuale, fino all’integrale recupero della somma pagata. Si ricorda che l’art. 1205 c.c. prevede che, in caso di pagamento parziale, il terzo surrogato e il creditore concorrono nei confronti del debitore in proporzione di quanto è loro dovuto. Difatti, se il Fondo facesse fronte all’intero credito del subappaltatore e venisse conseguentemente surrogato interamente nei diritti di quest’ultimo, non si porrebbe il problema della preferenza nel riparto delle somme nell’ambito della procedura, in quanto sarebbe solo il Ministero a concorrere. Viceversa, se il soddisfacimento fosse parziale, nella misura del 70%, la disposizione che prevede la deroga all’art. 1205 c.c. avrebbe senso in quanto il Ministero e il subappaltatore parzialmente soddisfatto concorrerebbero entrambi per il riparto delle somme e, quindi, in carenza della deroga, verrebbero soddisfatti pro quota. Grazie alla deroga, invece, il pagamento del residuo importo dovuto al subappaltatore (30%) potrebbe avvenire solo una volta che il Ministero fosse stato integralmente soddisfatto dell’importo pagato (70%).
Ove si optasse per la seconda interpretazione, invece, la deroga all’art. 1205 c.c. avrebbe senso nel momento in cui, terminate le risorse a disposizione, il subappaltatore i-esimo in graduatoria venisse soddisfatto solo in misura parziale. Inoltre, l’interpretazione sub ii) presupporrebbe che il 30% delle dotazioni del fondo non utilizzate per pagare i crediti insoluti venisse destinato ad altre finalità. In effetti il 30% residuo potrebbe essere presumibilmente impiegato per «garantire il rapido completamento delle opere», come indicato al comma 2-bis. Tuttavia nell’articolo non ci fa cenno a tale impiego, a meno di non voler ipotizzare che lo stesso verrà determinato con il Decreto del Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, di concerto con il Ministro dell’Economia e delle Finanze da adottarsi entro 30 giorni dall’entrata in vigore per «individuare i criteri di assegnazione delle risorse e le modalità operative del Fondo salva-opere». Anche l’integrazione della rubrica dell’articolo – ancorché come noto non indicativa – disposta dalla legge di conversione recita «disposizioni per la tutela dei crediti delle imprese sub-affidatarie, sub-appaltatrici e sub-fornitrici», lasciando supporre che l’obiettivo del rapido completamento dell’opera non venga perseguito in via diretta, ma come effetto mediato della predetta tutela.
Le procedure di utilizzo
Il comma 1-ter dell’art. 47 prevede che il sub-appaltatore, sub-affidatario o sub-fornitore, al fine di ottenere il pagamento da parte del Fondo dei crediti maturati prima della data di apertura della procedura concorsuale e alla stessa data insoddisfatti debba trasmettere all’amministrazione aggiudicatrice o al contraente generale, in caso di affidamento tramite quest’ultimo, la documentazione comprovante l’esistenza del credito vantato e il suo ammontare. I predetti soggetti, effettuate le opportune verifiche, certificano l’ammontare del credito, trasmettendo la relativa certificazione – che costituisce prova del credito nei confronti del fondo – al Mit il quale, accertata la sussistenza delle condizioni per il pagamento dei crediti, provvede all’erogazione delle risorse. La norma non indica la tempistica delle diverse fasi di accertamento e neppure precisa quali siano in concreto le condizioni da verificare da parte del Mit, eventualmente ulteriori rispetto alla sussistenza della dotazione. Si suppone, quindi, che debba attendersi l’adozione del Decreto già citato per comprendere nel dettaglio le modalità operative di funzionamento. Tale decreto contemplerà anche l’ipotesi di affidare a soggetti terzi in possesso di idonei requisiti tecnici, organizzativi e di terzietà, selezionati mediante gara, il compito di effettuare l’istruttoria delle pratiche. L’adozione del decreto potrà, altresì, sciogliere i dubbi interpretativi sulla destinazione delle risorse disponibili.
Il rapporto con la procedura concorsuale in atto
Il comma 1-ter prevede che la certificazione del credito fatta dall’amministrazione aggiudicatrice o dal contraente generale non sia opponibile alla massa dei creditori concorsuali. Il Servizio Bilancio del Senato, nella propria relazione tecnica, aveva paventato che ciò potesse mettere a repentaglio l’effettiva operatività della surroga e della preferenza in deroga all’art. 1205 c.c., di cui si è accennato. In effetti, tuttavia, sembrerebbe più opportuna la scelta dell’inopponibilità operata dal legislatore, in quanto l’ipotesi di una certificazione formata al di fuori della procedura concorsuale che renda incontestabile la sussistenza di un credito, sottraendola di fatto all’accertamento del suo giudice naturale, non sarebbe apparsa congruente con il sistema. Si è già detto al precedente paragrafo («La destinazioned del fondo») della disposizione che prevede, opportunamente, la surroga del Ministero nei diritti del subappaltatore, subaffidatario o subcontraente nel limite degli importi agli stessi pagati e della deroga all’art. 1205 c.c. in forza della quale i crediti residui vantati dai predetti soggetti potranno essere soddisfatti solo una volta che il Ministero abbia ottenuto, attraverso i riparti disposti nel corso della procedura, la restituzione integrale delle somme versate.
Conclusioni
Certamente un meccanismo che tuteli gli anelli più deboli della filiera dell’appalto evitando che su di essi si scarichi il rischio dell’insolvenza del contraente principale è da salutare con favore. Non vi è dubbio, tuttavia, che per valutare compiutamente l’efficacia dello strumento introdotto dalla legge di conversione del decreto-crescita si dovrà attendere non solo l’adozione del decreto attuativo previsto dalla norma per la compiuta disciplina dell’operatività del Fondo, ma anche il concreto funzionamento delle procedure che da tale decreto verranno previste. Va anche rammentato che il Fondo opera solo con riferimento agli appalti di competenza statale e non può, quindi, essere attivato per le gare aggiudicate da Comuni, Città Metropolitane, Province, anche autonome, e Regioni. © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

08/07/2019 – ll Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Sblocca cantieri/2. Il «sentiero stretto» di Cdp come proponente di infrastrutture in public private partnership

Remo Dalla Longa (*)

Se Cassa depositi e prestiti assumesse il rischio d’impresa perderebbe la caratterizzazione di “market unit” esterna alla Pa, secondo la definizione di Eurostat

Nelle modifiche del codice dei contratti la partizione quarta sul Ppp non viene “toccata” dal decreto legge Sblocca cantieri (convertito con la legge n. 55/2019) se non su un punto, abbastanza marginale (articolo 183 comma 17-bis), in cui si indica che oltre agli operatori economici che possono presentare alle amministrazioni aggiudicatrici proposte di Ppp (relative alla realizzazione in concessione di lavori pubblici o di lavori di pubblica utilità) non presenti negli strumenti di programmazione approvati dall’amministrazione aggiudicatrici, vi sono anche gli investitori istituzionali il riferimento principale, anche se non esplicitato, è alla Cassa Depositi e Prestiti (Cdp). Il principio appare per alcuni versi dubbio e non pienamente comprensibile per differenti motivi.
Quando il neo-semplicismo si coniuga con la complessità
All’interno della partizione IV del Codice dei contratti (D.lgs 50 del 2016) l’articolo 183 appartiene alla tradizione, vale a dire che era già presente nel 2006 (D.lgs 163) ed ancor prima con la legge 109 del 1994 rivista nella sua stesura originale e completata dal regolamento del 1999 (DPR 554). Si tratta di un articolo per molti versi “critico” per la Pubblica amministrazione italiana lo è se non viene coniugato con gli articoli più innovativi della IV^ partizione sul Ppp (art.li 180-182). Il Ppp, come si è detto in più circostanze, è cosa diversa se si riferisce ad infrastrutture economiche (per es. a tariffa di un utente) o a quelle civili o sociali (es Ospedali, e non solo, regolate da un canone). Il termine concessione come indicato nel primo paragrafo del comma 15 dell’art. 183 è tra l’altro coerente (concessione e non contratto di Ppp). Questa distinzione è d’obbligo in quanto se non distinguiamo le tipologie delle infrastrutture e l’importanza che può avere il trasferimento del rischio, per semplicità, quello operativo per le concessioni e quello di disponibilità per i contratti di Ppp siamo destinati per quest’ultimi a operare regolarmente in on balance.
Vale a dire, sempre per semplicità, a un Ppp che non appare conveniente per la Pubblica amministrazione in quanto è più oneroso rispetto ad un appalto tradizionale e si iscrive anch’esso di regola nel debito pubblico. Ci sarà un motivo se il Regno Unito è riuscito a portare in off balance (fuori dal suo debito pubblico) asset per 42 miliardi di euro, mentre l’Italia solo 300 milioni di euro, lo 0,6% di quello del Regno Unito. La differenza la fa l’importanza della “programmazione”, non la parola che può anche essere interpretata come vuota, ma il concetto che è cosa differente e si acquisisce con una corretta formazione. La concessione non ha bisogno di una programmazione sofisticata da parte della Pubblica amministrazione in quanto questa è demandata agli operatori economici, al rischio operativo e al mercato. Lo è, eccome, per il contratto di Ppp e qui sta il contrasto con il primo paragrafo del comma 15 del art. 183 che prevede che l’operatore economico presentino proposte alla Pubblica amministrazione fuori dalla programmazione istituzionale; mancherebbe comunque, entro il tempo dato, alla Pa per rispondere all’operatore economico – o Cdp – che inoltra la proposta, di effettuare una programmazione sostanziale.
Spesso la Pa non ne è nemmeno conscia e non la saprebbe nemmeno fare se l’obiettivo è tenere sotto controllo i rischi trasferiti dentro la costruzione (Design & Construction) e soprattutto dentro la disponibilità (Operation & Maintenance), va da se che questa procedura se non è in grado di trovare gli stretti accorgimenti è quasi sempre foriera di un on balance (iscrizione dell’asset dentro il debito pubblico), lo dimostrano oramai i numeri e l’esperienza e la tracciabilità delle opere in Italia negli ultimi 20 anni. Il concetto di programmazione del rischio trasferito e la creazione dei sistemi di regia, di controllo e di verifica sono la vera emergenza del caso italiano in ambito applicativo di un contratto di Ppp. In Italia nell’ultimo anno l’utilizzo dell’art. 183 è uno dei maggiori accessi all’utilizzo del Ppp: si segue il sentiero già sperimentato in passato disinteressandosi per lo più degli effetti successivi che ciò produce in termini di debito pubblico. Sembrano sommarsi due interessi, l’esigenza dell’operatore economico di essere propositivo (proattivo) e una visione limitativa (visione di breve periodo) della sfera politica ed amministrativa della Pubblica amministrazione.
All’interno di questo scenario si innesta l’inserimento dell’accessoria integrazione del comma 17-bis inserito all’interno dell’art. 183 con il possibile coinvolgimento di Cdp come promotore. Sono utili a questo punto alcune considerazioni.
Il finanziatore che partecipa alla gara dall’inizio
Quello di un finanziatore che partecipi fin dall’inizio alla fase di impostazione del progetto è uno dei problemi reali di un Ppp e si traduce spesso in una scissione tra gara, individuazione di un contraente e successivo closing finanziario che in una fase di crisi per il rilascio del credito (credit crunch) produce una profonda asimmetria tra le fasi di iter di gara e reperimento del finanziamento per gestire correttamente il ‘montaggio’ del progetto. Tuttavia questo problema è risolvibile in altro modo per esempio attraverso la procedura del dialogo competitivo (art. 181 del D.lgs 50/2016) chiedendo che partecipi al dialogo anche il finanziatore ove all’interno del dialogo vengono affrontati principalmente due punti: i) la composizione del Piano economico e finanziario (PEF) e ii) il corretto trasferimento del rischio e nel post gara un congiunto closing finanziario che coinvolga, in tempi dati, gli attori del dialogo.
Se il finanziatore è Cassa depositi e prestiti
La Cdp non è un finanziatore qualsiasi ma è controllata per l’83% dal ministero delle Finanze quindi si presenta in una condizione particolare su più fronti. Dal 2003, con il suo statuto, è considerata da Eurostat (e Sec 2010) come una market unit, fuori dal perimetro della Pubblica amministrazione, in altri termini le sue passività non sono incluse nel debito pubblico e questo avviene anche per le analoghe Cdc francese (la Caisse de Dépôts and Consignations) e la Kfw tedesca (Kreditanstalt für Wiederaufbau), tutte considerate Istituti nazionali di promozione (National Promotional Institutions). Tra le funzioni principali della Cdp vi è anche il finanziamento di infrastrutture, 5,5 miliardi nel 2018 a favore di enti locali e pubblica amministrazione, sui 36 miliardi di finanziamento che includono anche l’internazionalizzazione (21, 4 miliardi) e le imprese (8,8 miliardi). Le infrastrutture rappresentano il 15% dei finanziamenti erogati dalla Cdp, salvo alcune eccezioni (es. Tangenziale esterna Milano, MM 4 e 5) si tratta prevalentemente, o quasi esclusivamente, di finanziamento di appalti e non di Ppp. Il quesito però è se la Cdp possa, o meno, intervenire all’interno di quanto sembra essergli affidato con l’art. 17-bis, e soprattutto non possiamo non chiederci qual è la convenienza di tutto ciò.
L’autonomia di Cassa depositi e prestiti
La Cdp è chiamata, lo dice il suo statuto del 2003, a un equilibrio di bilancio, ad una sostenibilità economica della gestione ed è, seppur in regime speciale, vigilata dalla Banca d’Italia. Il corridoio stretto all’interno del quale deve operare, pena perdere la funzione assegnata da Eurostat, è quella di non farsi guidare dalle scelte di Stato e quindi perdere la sua autonomia (questa nella coerenza con Sec 2010 ed Eurostat rimarrà sempre una spada di Damocle), non entrare nello spinoso tema degli aiuti di Stato (non può diventare neanche lontanamente, per intenderci, la nuova Gepi), oltre a perdere il suo market unit le sue passività verrebbero incluse nel debito pubblico. È vero che dal 2015 Cdp si è classificata come National Promotional Istitutions, è veicolo delle operazioni finanziarie ammissibili nel contesto del Piano Juncker ma questo non inficia i punti precedenti. In altri termini, nel caso l’unità non svolgesse la sua funzione di intermediario finanziario assumendo in proprio il rischio di impresa verrebbe inclusa all’interno del perimetro della Pubblica amministrazione.
Gli interventi di Cdp nei settori immobiliare e delle costruzioni
La Cdp già in passato, soprattutto nel Real estate (attualmente non supera l’1% dei finanziamenti della Cdp), è intervenuta con una sua Sgr, oltre che sul housing sociale, su alcuni progetti attinenti al patrimonio immobiliare pubblico. La procedura utilizzata aveva delle analogie con l’art. 183 con però delle significative differenze che vedremo più avanti. Uno dei primi casi è stato un intervento a Milano nel quadrilatero di via Sarpi, l’area del commercio cinese di Milano, su aree ed immobili di proprietà dell’Ospedale Policlinico di Milano (via Montello e via Canova), l’operazione era congeniata a fasi e riguardava 17,3 milioni di euro per l’acquisto del patrimonio dal Policlinico che cresceva però di valore nelle diverse fasi del “montaggio”. Il valore era regolato da uno Studio di fattibilità (SdF) e dal progetto di montaggio che ne seguiva. La consistenza riguardava 10.000 mq (Slp) di trasformazione urbana dentro un equilibrio di bilancio e una sostenibilità economica e finanziaria per Cdp. Si tratta di abbattere o risanare alloggi non più funzionali, ricostruirne altri e rivenderli per uso abitativo. La Cdp per il Real estate prendeva a prestito parte della procedura indicata dall’art. 183 (in precedenza già art. 153 del D.lgs 163 del 2006). Brevemente: 1) Cdp predisponeva uno Studio di fattibilità (SdF), mediamente complesso paragonabile ad un livello di progettazione (design) con all’interno una valutazione sul costo di vendita del patrimonio pubblico; 2) l’ente pubblico poteva non accettare i contenuti dello SdF in quel caso il ‘progetto’ rimaneva di proprietà di Cdp e non veniva utilizzato nella gara che doveva seguire alla volontà di vendita del patrimonio pubblico. Se invece lo SdF veniva accettato si definiva un protocollo d’intesa tra ente pubblico e Cdp per effettuare una gara come da SdF. L’ente pubblico si impegnava entro 60 giorni a pubblicare la gara altrimenti lo SdF “scadeva”, quest’ultimo diventava un documento di gara assieme a bando e note esplicative con una “virtual data room”. Se la gara andava deserta vi era l’acquisto del patrimonio immobiliare da parte di Cdp sulla base dell’offerta dello SdF e il progetto di esecuzione avrebbe dovuto essere vincolato al design interno allo SdF (tipologia di insediamento, funzioni, costo di vendita a mq e quindi si delineava anche il tipo di tessuto sociale che si andava ad insediare). Nel caso non vi fossero state offerte alla gara e questa fosse andata deserta o comunque chi ne usciva contraente era la Cdp, l’ente pubblico pagava lo SdF effettuato ex ante da Cdp. Se invece vi era offerta migliore non era l’ente pubblico che pagava lo SdF ma era il contraente. Nella procedura indicata risultavano elevate analogie di quanto avvenuto nel urban renewal con quanto indicato nell’attuale art. 183 del D.lgs 50/2016. Nel caso specifico di via Montello e via Canova a Milano, la gara non ha avuto concorrenti, fu Cdp ad acquisire il patrimonio immobiliare del Policlinico. Siamo nel 2013, due anni dopo Cdp non trasforma come da SdF ma vende a prezzo maggiorato gli “asset” acquisiti ad un’altra impresa di costruzione (Borio Mangiarotti) che giusto un anno fa (27/06/18) ottiene il permesso di costruire in via Montello 6 (82% dei mq di Slp dei 10.000 mq). Se il calcolo del SdF di Cdp era orientata al risanamento conservativo del patrimonio (costo di risanamento e vendita calmierati), la nuova impresa di costruzione rivede in forma non marginale i parametri dello SdF utilizzati da Cdp per vincere l’asta pubblica. Il nuovo acquirente ha dichiarato che «abbiamo valutato la possibilità di un risanamento conservativo come indicato dallo SdF di Cdp, ma l’abbiamo scartata perché il caseggiato è risultato degradato e fatiscente e per noi irrecuperabile», quindi vi è stato un completo sbancamento ed abbattimento di quanto vi era prima e una nuova costruzione di appartamenti di pregio, con un cambio non marginale rispetto al SdF di costi di vendita e di insediamento di tessuto abitativo e sociale. Proprio questa trasformazione tra l’altro contribuirebbe ad indebolire la gara e la procedura iniziale proposta da Cdp e la potrebbe condurre dentro forme di illegittimità; ma questo ci porterebbe su altri fronti. Quello che interessa qui è l’esperienza di Cdp dentro la procedura dell’attuale art. 183 (ex art. 153 del D.lgs 163 del 2006).
Come applicare l’articolo 183 del codice
L’applicazione del art. 183 del D.lgs 50/2016 non può essere solo procedura, come è avvenuto in passato, se così fosse sarebbe un errore culturale a cui si presterebbe anche la Cdp. Qual è il contendere? Gran parte dei Ppp per essere vantaggiosi per la Pubblica amministrazione devono essere “montati” in off balance. Vale a dire che gli asset (costruzione e gestione dell’opera o infrastruttura – Dc&Om) non debbono essere iscritti nel bilancio pubblico e quindi nel debito pubblico. Questo per il nostro paese, inutile dirlo, è un passaggio strategico nel propendere per un Ppp o nel rimanere dentro un tradizionale appalto in cui Cdp già opera come finanziatrice di opere. L’off balance non lo si ottiene con una procedura (art. 183 del D.lgs 50/2016) o con un contratto che ne segue, ma con la capacità dell’ente pubblico di saper gestire i rischi trasferiti all’operatore economico. È un problema di programmazione e di cultura che si acquisisce con la formazione di chi è chiamato a “montare” il Ppp, vale a dire la stazione appaltante qualificata o comunque il committente pubblico. Il ruolo della Cdp è molto limitato su questo fronte, e ovviamente non sostitutivo a quello del committente. La Cdp è quindi chiamata a comportarsi come intermediario finanziario, non può dare garanzie e non può, come istituto bancario seppur speciale, nemmeno assumersi i rischi trasferiti dal committente pubblico che rimangono in capo all’operatore economico non finanziatore.
Inoltre l’equity (Ke) se si sommasse alla linea di finanziamento ordinario di indebitamento (Kd) dovrebbe avere le caratteristiche di capitale di rischio con tassi di rendimento superiori agli oneri finanziari del Kd altrimenti non sarebbe capitale di rischio ma sarebbe derubricabile a garanzia pubblica e minerebbe l’off balance di Eurostat. Per inquadrare meglio il comma 17-bis bisognerebbe poi, come già indicato all’inizio, distinguere la procedura, vale a dire se si opera per un’infrastruttura economica (tariffa) o per una civile e sociale (canone). E questa è una base di partenza imprescindibile per poter fare delle considerazioni successive, l’impressione che quanto sopra indicato sia tutto meno che scontato in chi cercherà di applicare il comma 17-bis. Cdp potrà, se lo ritiene, affinare quanto indicato nel precedente capitolo (Gli interventi di Cdp nei settori immobiliare e delle costruzioni) ma quanto indicato in quel punto non è un Ppp e quindi si rischia con il comma 17-bis un aggancio all’art. 183 per la procedura e non per la sostanza del Ppp. Fatte tali considerazioni serve sgombrare il tavolo da un possibile neo-semplicismo che si sostituisce ad una complessità che va aggredita con una formazione adeguata e permanente degli operatori economici e soprattutto di quelli pubblici che devono saper montare un Ppp all’interno dell’ente in cui viene esercitato il Long Term Contract. Il tema della Cdp dentro il Ppp si può affrontare, senza scorciatoie, valutare i possibili vantaggi, non scontati, che Cdp può apportare ai Ppp, ma questo va fatto su una base chiara di partenza che attualmente non pare esservi.
(*) docente presso l’Università Bocconi/Sda, coordinatore scientifico dell’Osservatorio Public real estate management di SDA Bocconi e coordinatore di GePropi (Gestione dei processi realizzativi di opere pubbliche ed infrastrutture)  © RIPRODUZIONE RISERVATA

08/07/2019 – ll Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Progetto Italia verso la proroga ma c’è l’impegno delle banche

Laura Galvagni

Ferma la scadenza del 15 luglio in Tribunale per le comfort letter degli istituti. In questo modo il giudice potrebbe concedere alle parti altre due settimane

Si torna al lavoro su Progetto Italia, il piano di rilancio delle costruzioni voluto da Salini Impregilo in asse con Cdp. I tempi sono stretti e al momento c’è la quasi certezza che il progetto non potrà passare al vaglio dei consigli di amministrazione delle banche creditrici entro la scadenza fissata dal Tribunale di Roma del 15 luglio. Per questo si starebbe già lavorando a una sorta di piano B che dovrebbe consentire alle parti di strappare ancora qualche settimana ai giudici.

Nel dettaglio, l’intezione è di incassare l’impegno degli istituti e di ottenerlo attraverso la firma di alcune comfort letter che entro il 15 verranno presentate in Tribunale a dimostrazione della volontà delle banche di dar seguito a Progetto Italia. Questo dovrebbe consentire di posticipare la data ultima per la presentazione del piano al 31 luglio. In modo tale da poter ottenere con certezza anche il sigillo della Cdp che sul tema, per il momento, ha tenuto solo un primo consiglio informativo. Un secondo cda, sempre informativo, fondamentale per poter poi procedere con una delibera, è stato convocato per martedì 9 luglio. Un passaggio cruciale in vista del via libera definitivo a Progetto Italia.

Anche per questo le parti sono tornate al tavolo. Con Sace, peraltro, di nuovo a regime sul dossier. Ieri Alessandro Decio, amministratore delegato della società controllata da Cdp, ha rassicurato sia Astaldi sia Salini Impregilo in merito alla volontà dell’azienda di voler far parte di Progetto Italia. Aspetto che, dopo la missiva inviata dalla Sace giovedì 4 luglio alle banche creditrici, sembrava tutto fuorché scontato. Nella comunicazione la società aveva infatti scritto: «Non siamo nella posizione di proseguire nelle discussioni circa le richieste di supporto al piano di concordato, in relazione al quale occorre valutare le iniziative da adottare». E rispetto alle quali Sace «è in attesa di incontrare i consulenti legali di Astaldi». Una posizione che, sulla carta, appariva piuttosto netta ma che concretamente è stata messa nero su bianco con l’intento di veder riconosciuta un’istanza già fatta presente in passato, ossia il fatto di venir trattati come creditori privilegiati, a fronte di un credito di circa 75 milioni vantato nei confronti del general contractor, la cui salvezza è il primo tassello per la realizzazione di Progetto Italia.

Venerdì 5 luglio dunque, si è tenuto un nuovo vertice tra banche e advisor per proseguire nella definizione dei dettagli della manovra. Operazione complessa e che, al di là del piano di concordato per Astaldi, ruota attorno all’ipotesi che Salini Impregilo promuova un rafforzamento di capitale di 600 milioni di euro per poter poi inglobare altre aziende in crisi come Condotte, Glf e Cossi. Di quei 600 milioni, circa la metà sarebbero a carico della Cassa, mentre 150 milioni dovrebbero arrivare dalle banche.

Sul progetto si sono espressi anche i sindacati. In particolare, in una nota congiunta Cgil, Sil e Uil e le federazioni di categoria hanno affermato: «Ci aspettiamo già nelle prossime ore dal Governo un sostegno esplicito al progetto di rilancio industriale delle grandi imprese italiane di costruzioni, anche al fine di tutelare decine di migliaia di lavoratori e migliaia di imprese dell’indotto. Serve una politica di sistema che a partire dall’operazione di salvataggio di Astaldi attraverso un protagonismo di Salini Impregilo, Banche e Cassa Depositi e Prestiti, possa sbloccare realmente decine di cantieri strategici per il Paese. Il Governo, in queste ore decisive per il futuro della seconda grande azienda del Paese, Astaldi, deve fare la propria parte e sostenere esplicitamente e concretamente l’operazione».

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08/07/2019 – ll Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Imprese in crisi, Sace alza il prezzo per le nuove garanzie di Astaldi

Laura Galvagni

La mossa della controllata della Cdp può complicare la strada del Progetto Italia

In una fase assai delicata per il destino di Astaldi e di conseguenza per il buon esito di Progetto Italia, Sace, controllata al 100% da Cassa Depositi e Prestiti, la stessa chiamata a dare man forte a Salini Impregilo nel piano di rilancio del comparto costruzioni, complica il salvataggio del general contractor. A quanto si è appreso, la società ha inviato ieri una comunicazione ad Astaldi e alle banche coinvolte nella ristrutturazione, in virtù di un credito vantato verso l’azienda di circa 75 milioni sia come Sace spa che come Sace Fct, sostenendo di meritare lo status di creditore privilegiato. In ragione di questo, come corollario, Sace di fatto avrebbe “congelato” la sua partecipazione al piano che la vedeva coinvolta assieme agli altri istituti di credito nella ristrutturazione della compagnia.
Nel dettaglio, le banche, nell’ambito del salvataggio di Astaldi, sono chiamate a intervenire su due fronti distinti: da una parte nuova cassa e dall’altra nuove garanzie. Sul fronte cassa sono state stimate necessità per circa 200 milioni di euro mentre sul piano delle garanzie si è parlato di una cifra compresa tra i 300 e i 400 milioni. E Sace si sarebbe impegnata a fare la propria parte proprio su quest’ultimo fronte. Nella missiva inviata, visionata da Il Sole, ieri a tutte le banche coinvolte la società avrebbe però messo nero su bianco che i suoi eventuali obblighi in merito rimangono sospesi in attesa che si risolva la situazione. In particolare, ha scritto: «Non siamo nella posizione di proseguire nelle discussioni circa le richieste di supporto al piano di concordato, in relazione al quale occorre valutare le iniziative da adottare».
E rispetto alle quali Sace «è in attesa di incontrare i consulenti legali di Astaldi». Di fatto la società lamenta il fatto che tutti i creditori verranno raggruppati in un’unica categoria mentre per la parte dei crediti di Sace spa la società dovrebbe essere considerata come creditore privilegiato. Allo stesso modo, i crediti della parte factoring dovrebbero essere prededucibili rispetto agli altri. In ragione di tutto questo la società ha ritenuto giusto alzare la mano nel tentativo di far valere le proprie ragioni già prospettate peraltro lo scorso febbraio e delle quali, è scritto sempre nella comunicazione inoltrata ieri, non si è tenuto conto. Un atto, viene spiegato dalla società, in sostanza dovuto. La tempistica rispetto all’intervento evidentemente non è un aspetto marginale. Mancano dieci giorni alla scadenza fissata con il Tribunale di Roma per presentare il piano di concordato definitivo di Astaldi, a cui è legata la realizzazione di Progetto Italia.
Progetto, quest’ultimo, che per raggiungere la quadra definitiva deve ancora superare alcuni passaggi cruciali e che trova in questa mossa di Sace un ulteriore elemento di complessità. Sace, come detto, è controllata al 100% da Cassa Depositi e Prestiti che a sua volta è al fianco di Salini Impregilo nel tentativo di dar vita a Progetto Italia. Alcuni interpretavano la comunicazione inviata da Sace come un segnale di ulteriore tensione tra il vertice delle controllante e quello della controllata, o quantomeno di scarsa interazione. Rumor definito «falso» nella misura in cui da Sace hanno precisato che la mossa non è altro che un passaggio tecnico per tutelare un credito importante della compagnia. © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

08/07/2019 – ll Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

L’Aeroporto di Fiumicino «vede» la quarta pista: Adr ha comprato i terreni per 15 mln

G.D.

Le aree sono state acquistate da «Alitalia Lai», ormai con pochissime attività da dismettere, affidata a una terna di commissari

Il gruppo Atlantia, attraverso la controllata al 99,38% Aeroporti di Roma, ha comprato i terreni adiacenti lo scalo di Fiumicino su cui da anni era aperta una trattativa con i commissari della vecchia Alitalia pubblica, finita in amministrazione straordinaria nel 2008, quando entrarono in campo i Capitani coraggiosi. Il terreno, detto Pianabella, è stato pagato circa 15 milioni di euro, insieme ad altri immobili aeroportuali. Il progetto di AdR è di costruirvi la quarta pista dell’aeroporto di Fiumicino, che in pochi anni potrebbe arrivare a saturazione. Nel 2018 Fiumicino ha avuto 42,99 milioni di passeggeri (+4,9%). Il venditore è una società separata e autonoma dall’«Alitalia Sai» commissariata il 2 maggio 2017, che sta trattando la cessione delle attività alla cordata Fs-Delta-Mef. Invece la venditrice dei terreni è «Alitalia Lai», ormai con pochissime attività da dismettere, affidata a tre commissari: Stefano Ambrosini, Gianluca Brancadoro, Giovanni Fiori.
Sono i successori di Augusto Fantozzi, dimessosi il 19 luglio 2011.Con quest’operazione il gruppo Atlantia conferma l’interesse allo sviluppo di Fiumicino mentre su Alitalia, pur avendo avuto contatti con Fs sul piano di salvataggio, finora Atlantia non ha presentato una manifestazione d’interesse ad entrare come quarto socio nella «Newco» tra Fs e Delta. Secondo la relazione dei commissari di Alitalia Lai del primo semestre 2018, AdR aveva «formulato una proposta di acquisto cumulativa per tutti gli immobili delle procedure collocati nell’area aeroportuale per un prezzo complessivo di 15,38 milioni». «Tale proposta di acquisto è da intendersi unitaria ed inscindibile, quindi, formulata sul presupposto dell’acquisto cumulativo del Terreno di Pianabella, dell’Hangar 7 e dell’Officina Motori (…)». I primi tentativi di vendere Pianabella cominciarono con Giancarlo Cimoli nel 2006, a un prezzo di 105-120 milioni. Poi provò Maurizio Prato nel 2008, quindi Fantozzi (stima di 73 milioni). Due sentenze del Tar (2007) e Consiglio di Stato (2009) hanno ridotto la possibilità di edificare e abbattuto il valore dell’area. © RIPRODUZIONE RISERVATA