Rassegna stampa 02 luglio 2019

02/07/2019 – Corriere del Trentino

Alperia-Enegan, arriva la frenata

Multiutility, Il presidente toscano Guarducci: «Non c’ è stata un’ acquisizione» Il percorso insieme però può partire. «Stiamo valutando una collaborazione»
BOLZANO L’ operazione che vedrà protagoniste la multiutility altoatesina Alperia e la società toscana Enegan dovrebbe rimanere nell’ ambito della partnership, senza giungere a una acquisizione. È quanto si comprende difronte alle dichiarazioni del presidente di Enegan, Andrea Guarducci, che frena rispetto alle indiscrezioni apparse un mese e mezzo fa: «Enegan non è stata acquisita da Alperia». A metà maggio la notizia lanciata da Radiocor e non smentita da Bolzano: Alperia dovrebbe aver ricevuto l’ esclusiva per trattare con i quattro soci fondatori del gruppo toscano – le quattro famiglie Acciai, Bismuto, Guarducci e Pucci – l’ acquisto della maggioranza del capitale. Una simile svolta avrebbe dovuto superare la concorrenza della portoghese Edp, di Optima Italia e della tedesca E.On, che figuravano nella short list. Enegan è un player importante sul mercato italiano con i suoi 130mila clienti (che crescono al ritmo di 8-10mila al mese) diffusi soprattutto in Toscana e Lombardia, un margine operativo lordo di 13 milioni e ricavi intorno ai 300 milioni. Alperia ha chiuso il bilancio di 1,27 miliardi di euro e un utile di quasi 44 milioni. Gli investimenti effettuati nell’ anno hanno raggiunto gli 84 milioni di euro. Secondo quanto riportava il Sole 24 ore, nei mesi scorsi Enegan ha assegnato un incarico ai consulenti finanziari di Dome Capital Advisors e gli avvocati di Cleary Gottlieb per valutare la vendita. Alla fine avrebbe prevalso però la società altoatesina, assistita da Mediobanca. Il valore della compravendita, secondo le indiscrezioni, sarebbe superiore ai 100 milioni di euro. Il tutto faceva pensare a preparativi per un’ acquisizione, ancor più convinta dopo che nelle scorse settimane Alperia e la trentina Dolomiti energia (ma anche altro società nazionali) si erano viste superare da Hera sull’ importante dossier Ascopiave. A quanto pare dalla Toscana è però arrivato l’ ordine di frenare. «Enegan non è stata acquisita da Alperia. Stiamo valutando una possibile partnership collaborativa importante, che potrebbe vederci impegnati nei prossimi anni in un progetto congiunto di evoluzione. Un percorso nel quale comunque non si parla di cifre – dice il presidente Guarducci – L’ ipotesi di percorso è solo quella della realizzazione di una partnership. Che, se avrà sviluppo, non potrà che portare ad un positivo impatto complessivo e ad una notevole creazione di valore, sia per l’ azienda, sia per i territori dove Enegan opera. Per il momento, però, di concreto e definito non c’ è assolutamente niente». E. Orf.

02/07/2019 – Italia Oggi

Autostrade: dalle anticipazioni non emerge un inadempimento del contratto

La società dichiara di “non aver ricevuto alcuna comunicazione in relazione al procedimento in corso e di aver appreso solo da notizie di stampa dell’esistenza e dei contenuti della relazione della Commissione ministeriale insediata presso il Mit”

Dalle anticipazioni del dossier tecnico del Mit sul crollo del Ponte Morandi non è emerso alcun grave inadempimento da parte di Autostrade per l’Italia e in caso di revoca della concessione è previsto un obbligo di indennizzo per la società. Così Aspi risponde in una nota alle rivelazioni di stampa sull’esito dell’indagine condotta dalla Commissione tecnica del Ministero dei Trasporti. “Al fine di ristabilire un corretto quadro informativo, i termini della convenzione prevedono, nella denegata ipotesi di revoca, il pagamento di un cosiddetto indennizzo che corrisponde al giusto valore della concessione, secondo i criteri contrattualmente previsti”, spiega Aspi, precisando che “la sussistenza di tale obbligo di indennizzo, come riportato dalla stampa, è confermata anche dalla stessa relazione della Commissione”. Autostrade aggiunge che dalle anticipazioni “non sembrerebbe emergere alcun grave inadempimento agli obblighi di manutenzione ai sensi del contratto di concessione”. Aspi puntualizza poi di “non aver ricevuto alcuna comunicazione in relazione al procedimento in corso e di aver appreso solo da notizie di stampa dell’esistenza e dei contenuti della relazione della Commissione ministeriale insediata presso il Mit”. La società “contesta il metodo di diffusione alla stampa in modo pilotato e parziale di stralci di tale relazione, prima ancora che essa sia resa nota alla controparte, come è richiesto dal procedimento amministrativo in essere”. Le dichiarazioni di Aspi seguono le anticipazioni di stampa della relazione della Commissione del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti istituita dal ministro dei Trasporti Danilo Toninelli il 29 marzo scorso. Il crollo del ponte Morandi avrebbe comportato “la mancata restituzione di un bene la cui custodia la concessione aveva affidato ad Autostrade per l’Italia, che era tenuta a restituirlo integro. Cio’ configura un grave inadempimento che consente la revoca unilaterale della concessione”. La revoca unilaterale della concessione ad Autostrade sarebbe quindi legittima e non comporta il pagamento del risarcimento previsto dalle clausole che sanzionano la chiusura anticipata del contratto, che sarebbero nulle a causa del “grave inadempimento” del concessionario. Tuttavia, si legge nella relazione, non e’ escluso che la societa’ possa far valere in giudizio queste clausole, e ottenere invece il risarcimento stabilito. La revoca della concessione inoltre potrebbe non limitarsi alla sola Liguria, ma estendersi all’intera rete autostradale perche’ il crollo del ponte Morandi di Genova, avvenuto nell’agosto dell’anno scorso, lascia presupporre “gravi lacune del sistema di manutenzione che si possono ritenere sussistenti su tutta la rete autostradale”.

02/07/2019 – Italia Oggi

Appalti più facili e meno costosi

Le proposte Cifa per snellire il sistema delle gare pubbliche e ridurre i costi della giustizia
Occorre semplificare l’accesso ai bandi per le pmi

Il settore degli affidamenti pubblici deve essere disciplinato da regole chiare. Questa la strada che governo e parlamento stanno intraprendendo al fine di contemperare l’interesse pubblico alla corretta esecuzione degli appalti con quello delle imprese, specie pmi, a un agevole ingresso alle procedure di gara. La semplificazione dovrebbe costituire il nuovo principio ispiratore delle norme che regolano i criteri di selezione dei concorrenti e le modalità di partecipazione alle gare pubbliche. Oggi, il sistema è caratterizzato da molte disposizioni di attuazione del codice appalti demandate a organismi diversi e oggetto costante di modifiche. Il sistema, creato per assicurare la flessibilità del dato normativo, ha paralizzato l’azione amministrativa, spesso perplessa sulla regola effettiva da applicare. Ciò a discapito della certezza del diritto, data l’estrema frammentazione del dettato normativo. Se è vero che per ammodernare un sistema così ingessato non si può ricorrere a dannose deregulation, è altresì vero che anche regole definite pericolose, quali il criterio del massimo ribasso, andrebbero mitigate individuando parametri di costo ben definiti, tali da impedire di praticare ribassi «scellerati». Potenziare la fase iniziale della procedura, la direzione dei lavori e le verifiche in fase di esecuzione oltre al successivo collaudo assistito da un preciso sistema di rendicontazione della spesa permetterebbe di ovviare a ribassi così elevati da pregiudicare l’impiego di materiali e mezzi idonei a eseguire i lavori a regola d’arte.

Il massimo ribasso incide negativamente sulle voci di offerta non ben specificate dalla stazione appaltante nel loro ammontare economico e, dunque, lasciate alla libera discrezionalità degli operatori economici. Il rischio di incentivare eccessive pratiche di risparmio e margini di utile a discapito della qualità di materiali e mezzi potrebbe essere evitato fissando parametri di costo oltre i quali l’offerta dovrebbe essere considerata anomala con automatica esclusione dalla gara. Regole semplici assicurano trasparenza e legalità, non garantite dalle attuali procedure di aggiudicazione che limitano l’accesso alle pubbliche selezioni delle pmi, oggi lasciate ai margini del mercato. Un sistema con regole chiare e fruibili è garanzia di legalità e trasparenza e rappresenta uno strumento di deflazione del contenzioso, oggi solo apparentemente ridotto, e non per merito del sistema di scelta del contraente da parte delle p.a., bensì in ragione degli ingenti costi della tutela giurisdizionale degli affidamenti pubblici. Costi che possono intaccare sino alla metà dei margini di utile se il valore della gara è inferiore al milione di euro. Così, molte imprese non impugnano i risultati di gara innanzi al Tar anche quando ci siano motivi fondati per farlo. Ciò garantisce l’impunità per le violazioni nelle gare d’appalto lasciando senza controllo la spesa pubblica. Per un appalto dal valore compreso tra 200 mila e 1 milione di euro ne servono 4 mila, per quelli da 1 milione in su servono 6 mila euro per il ricorso al Tar, e 9 mila per il Consiglio di stato, cifre che raddoppiano aggiungendo il costo dell’assistenza legale. A conti fatti, su un appalto da 50-60 mila euro, il ricorso rischia di erodere la metà del guadagno e spinge l’imprenditore a rinunciare. L’impossibilità di ricorrere agevolmente alla giustizia amministrativa crea uno stato di quasi totale anarchia e impunità nella gestione degli appalti, con conseguente grave lesione del diritto di difesa delle imprese impossibilitate a chiedere un controllo giurisdizionale sull’operato delle stazioni appaltanti. L’attuazione di qualsiasi modifica normativa rimarrà «pericolosamente affidata al buon senso» dell’amministrazione sino a quando la disciplina sui costi della giustizia non sarà modificata sostanzialmente. Senza interventi decisi, nessuna legalità potrà essere garantita. E ciò a dispetto dei principi dettati dalla Corte di giustizia che, nel 2015, rilevò la sostenibilità e la legittimità di tali costi. Oggi, i segnali che arrivano dagli imprenditori sono scoraggianti, considerata l’impossibilità per le pmi di affrontare le gare e, soprattutto, di sostenere i costi connessi alla tutela giurisdizionale. Cifa, confederazione nazionale che tutela gli interessi delle pmi, in esito a un percorso di confronto con le imprese, auspica la tempestiva introduzione di norme attuative del Codice appalti di agevole fruizione, che garantiscano partecipazione e competitività. Auspica, inoltre, l’avvio di un percorso di modifica normativa che porti ad una riduzione dei costi per l’accesso alla giurisdizione amministrativa in materia di appalti pubblici anche mediante l’allineamento con i costi previsti per l’accesso alle altre giurisdizioni. E ciò al fine di inverare i principi di efficacia, celerità, non discriminazione ed accessibilità di cui alla «Direttiva ricorsi», oltre che a garanzia dell’inviolabile diritto di difesa delle imprese. © Riproduzione riservata

02/07/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Aspi contro Toninelli: indennizzo con la revoca della concessione

Celestina Dominelli e Laura Galvagni

Il ministro: quella clausola è illegittima e incostituzionale. Titolo Atlantia -3,2% in Borsa

I cinquestelle tirano dritto nella battaglia contro Autostrade per l’Italia dopo il crollo del ponte Morandi, supportati dal parere dei giuristi ingaggiati dal ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti che, secondo l’esegesi ribadita ieri anche dal titolare del dicastero, Danilo Toninelli, consentirebbe la revoca della concessione sull’intera rete. L’ennesimo affondo contro Aspi provoca però la reazione di Forza Italia che fa scudo attorno alla controllata di Atlantia e preoccupa i sindacati che chiedono l’apertura di un confronto al ministero sul comparto autostradale, mentre il Pd sollecita Toninelli a riferire in Parlamento sulla richiesta di revoca.

Per l’azienda, che ha appreso dalla stampa del parere ministeriale, dalle anticipazioni «non sembrerebbe emergere alcun grave inadempimento agli obblighi di manutenzione ai sensi del contratto di concessione», si legge in una nota diffusa ieri. Né l’obbligo di custodia (articolo 1177 del codice civile) – in virtù del quale, secondo la relazione ministeriale, Aspi era tenuta a restituire il bene in concessione nelle stesse condizioni in cui l’ha ricevuto – rientra tra quelli previsti dalla concessione (articolo 3), che riguarda non un singolo asset ma l’intera rete. Quest’ultima, argomentano i legali, «è in continua evoluzione» e sarà giocoforza diversa quando, come prevede lo stesso documento, sarà restituita al concedente alla scadenza del contratto (2038). Nel caso del Morandi, come avvenuto per altri crolli (si pensi all’incidente sullo snodo di Borgo Panigale dell’agosto scorso), l’obbligo del concessionario si estrinsecherebbe quindi nel dovere della ricostruzione che, peraltro, Aspi si era offerta di portare avanti per il ponte di Genova e che sta comunque sostenendo finanziariamente pur essendo stata esclusa dalla cordata incaricata. Un’esclusione contro cui l’azienda ha fatto ricorso al Tar della Liguria chiedendo anche di anticipare la prima udienza, fissata a ottobre, e impegnandosi comunque a finanziare il nuovo viadotto anche se i giudici amministrativi ne accogliessero l’impugnativa.

Quanto alla presunta «illeggittimità e incostituzionalità» dell’indennizzo in caso di revoca per inadempienza, invocata ieri da Toninelli, Aspi rimanda agli articoli della convenzione (9 e 9 bis) e si limita a sottolineare che il documento è stato approvato con una legge del Parlamento. Ieri, poi, la società ha commentato anche il video sul crollo della pila 9 del Morandi, ripreso da una telecamera di sicurezza dell’azienda Ferrometal e desecretato dalla procura di Genova, che secondo gli investigatori sarebbe la prova regina delle cause del collasso. Una tesi confutata degli esperti di Autostrade secondo i quali, a oggi, «sulla base del video e dei parziali risultati del primo incidente probatorio (il secondo dovrebbe avvenire a metà dicembre, ndr) non è possibile affermare che il crollo sia stato determinato dal cedimento degli stralli».

La battaglia attorno ad Aspi, dunque, continua e, per ora è costata alla controllante Atlantia 1,3 miliardi di euro di capitalizzazione in meno. Da quando il 25 giugno scorso il vice premier Luigi Di Maio e il ministro delle Infrastrutture, Danilo Toninelli, hanno messo nuovamente sul piatto la richiesta netta della revoca della concessione in capo ad Aspi per la tragedia del Ponte Morandi, il titolo della holding è sceso da 23,76 euro a 22,17 euro, prezzo segnato alla chiusura di ieri. Si tratta di un calo del 6,7% frutto, come spiegano gli operatori di Borsa, esclusivamente del rinnovato attacco politico alla compagnia. «Chi ha sbagliato pagherà», ha prima avvertito Di Maio assicurando di voler marciare diritto verso la revoca fino ad arrivare a dichiarare, il 27 giugno, che Atlantia è un’azienda «decotta». Al punto da costringere il gruppo a intervenire: «Le dichiarazioni perturbano l’andamento del titolo». Una prima risposta agli attacchi a cui si aggiunge un altro fronte di battaglia. Se il governo si muoverà nella direzione annunciata, Atlantia chiederà l’indennizzo. Gli stessi tecnici del Mit fanno intendere nella relazione che esiste il rischio concreto che questo possa avvenire. E se accadrà la convenzione stabilisce già come deve essere calcolato «il giusto valore della concessione», questo a prescindere dal fatto che vi sia stato o meno grave inadempimento.

Di fatto vanno calcolati i ricavi netti di Aspi da qui al 2038 depurati di alcune voci tecniche e di una potenziale sanzione. Nel 2018 Autostrade per l’Italia ha registrato 4 miliardi di giro d’affari, di qui l’ipotesi che lo Stato si possa trovare nella condizione di dover riconoscere alla compagnia fino a 25 miliardi di euro. Con il rischio, peraltro, che azionisti e obbligazionisti danneggiati possano a loro volta chiedere il conto. Senza contare i possibili riverberi su tutti i settori regolamentati nel momento in cui si dovesse mettere in crisi l’affidabilità dei contratti di concessione. © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

02/07/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Imprese, Consorzio Integra riduce i ricavi (a 597 milioni), ma aumenta le acquisizioni

Mauro Salerno

La produzione 2018 sconta le difficoltà del mercato e di alcune associate. Il presidente Onorato: anno comunque eccezionale, crisi superate senza ripercussioni

Un anno difficile sul fronte della produzione, ma buono sul fronte dell’acquisizione dei nuove commesse e sui risultati di gestione grazie a un ebitda migliorato oltre le aspettative a dispetto di un risultato netto chiuso in perdita per 6,2 milioni. In estrema sintesi sono questi i dati salienti del bilancio 2018 del Consorzio Integra, nato tre anni fa dall’evoluzione dell’ex Consorzio cooperative costruzioni (Ccc), illustrato durante l’assemblea generale dei soci tenutasi lo scorso 29 giugno.

L’anno scorso il Consorzio ha raggiunto un valore della produzione di 597,3 milioni di euro in calo del 10 per cento rispetto ai 665 milioni raggiunto un anno prima e un margine operativo lordo di 2.7 milioni di euro (triplicato rispetto alle previsioni del piano industriale). «L’andamento dei ricavi – spiega il presidente del Consorzio Vincenzo Onorato – riflette da vicino il cambiamento di pelle di Integra che è nato per “integrare” appunto lavori, servizi e manutenzioni». Un cambiamento visibile nella composizione del portafoglio ordini che ormai è composto per il 44% da lavori, per il 15% da manutenzioni, per il 28% da servizi, per il 6% da general contractor e per il 7% da Concessioni e Ppp. «È aumentata la quota di manutenzioni e servizi – aggiunge Onorato – dunque di contratti pluriennali che generano valori della produzione annuale mediamente più bassi che in passato perché spalmati su più esercizi».

Sull’andamento dei ricavi ha pesato anche l’impasse di alcuni grandi cantieri causata dalla crisi di grandi imprese partner del consorzio. «In due anni abbiamo dovuto fare fronte a 18 procedure concorsuali che toccavano nostre associate», spiega Onorato . In 16 casi su 18, queste procedure, si legge nel bilancio, «hanno portato alla completa cessazione dell’attività delle cooperative (liquidazione coatta amministrativa o fallimento)» e «in molti casi – si legge ancora – si trattava di cooperative con cui il Consorzio intratteneva un importante scambio mutualistico». In diversi cantieri anche importanti, in Sicilia e in Toscana, Integra ha dovuto fronteggiare il blocco dei lavori e richieste risarcitorie di fornitori e subappaltatori. «Per questo – sottolinea Onorato – dal nostro punto di vista il 2018 è stato un anno comunque eccezionale. Siamo riusciti a reggere l’urto di situazioni non banali».

Dal valore delle acquisizioni arrivano le notizie più positive. Il Consorzio ha chiuso l’anno con acquisizioni per 887 milioni di euro. «Un risultato dell’11% superiore al già ambizioso obiettivo e del 13% superiore alle acquisizioni del 2017», spiega il bilancio. Significativamente aumentata risulta l’attività di partecipazione alle gare. L’analisi degli ultimi tre anni dimostra che si è passati dalle 240 gare per un importo a base d’asta di circa 2,9 miliardi del 2016 alle 689 gare per 5,8 miliardi dell’anno scorso.

Il budget 2019 mantiene l’obiettivo di acquisire contratti per 850 milioni, di cui 415 milioni già garantiti dall’attività svolta nei primi quattro mesi. Ora si attendono gli effetti del Dl Sblocca-cantieri su un mercato ancora poco brillante. Secondo i dati dell’Osservatorio Integra nei primi mesi dell’anno sono cresciute le gare d’appalto sotto i 2 milioni (+27%), ma sono scese quelle di importo superiore a questa soglia (-8%). «L’approvazione del decreto da parte di Governo e Parlamento è un segnale di attenzione importante per la crisi del settore – conclude Onorato -. Anche se ci sono alcune contraddizioni di cui bisognerà misurare gli effetti sul campo» © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

02/07/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Sblocca-cantieri, poca chiarezza e nuovo rischio contenzioso dalla riforma dei motivi di esclusione

Alessandro Zuccaro (*)

Le norme sui requisiti costituiscono da sempre la base giuridica di un voluminosissimo contenzioso che, le modifiche introdotte, corrono il rischio di incrementare

Significative incertezze investono le modifiche apportate dal decreto Sblocca-cantieriai motivi di esclusione disciplinati dall’art. 80 del Codice. La disposizione costituisce da sempre la base giuridica di un voluminosissimo contenzioso che, le modifiche introdotte, corrono il rischio di incrementare.

Poche sono di fatti le notazioni di merito o le novità capaci di destare un interesse positivo.
La prima riguarda la modifica apportata al co. 2 che, richiamando espressamente quanto previsto dall’art. 34-bis, co. 6 e 7 del d.lgs. n. 159/2011, determina l’allineamento, più volte auspicato dall’Anac , tra l’ambito di applicazione soggettivo delle condanne penali rilevanti ai fini delle procedure di gara e quello dei controlli antimafia rispetto alle società a capitale ristretto.
La seconda, che però dovrà esser verificata alla luce della prassi e del contenzioso che certamente ne deriverà, è l’inserimento, al co. 5 del medesimo art. 80 della lett. c-quater). La norma include il grave inadempimento posto in essere nei confronti di uno o più subappaltatori riconosciuto o accertato con sentenza passata in giudicato tra le situazioni che assumono rilievo ai fini dell’ammissione in gara.

Per il resto, le criticità emergenti dalla disamina del testo varato dal Parlamento sono molteplici e sono tutte particolarmente significative.

Un primo elemento critico riguarda la mancata conversione della modifica che il testo originariamente adottato dal Governo apportava al co. 4. La disposizione, infatti, riconosceva alle stazioni appaltanti il potere di escludere dalle procedure di gara gli operatori in caso di violazione di obblighi di pagamento di imposte o tributi anche se non definitivamente accertata ma comunque adeguatamente dimostrata. La soluzione mirava chiaramente a soddisfare le indicazioni emerse nell’ambito della procedura di infrazione avviata dalla Commissione europea . Certo, come segnalato dall’Anac, sarebbe stato necessario adeguare la norma in modo da circostanziare i poteri di esclusione in un’ottica di maggiore proporzionalità, ma aver lasciato cadere la modifica non consente certo di risolvere le criticità già emerse nel dialogo con la Commissione.

Altro tema critico riguarda il mancato coordinamento tra quanto previsto dai nuovi co. 10 e 10-bis dell’art. 80 e quanto stabilito, invece, dall’art. 317-bis del codice penale in merito all’interdizione da applicare, nel caso in cui la sentenza di condanna in sede penale si limiti a stabilire la durata della pena principale, comminando la reclusione per un tempo non superiore a due anni.
Ebbene con riferimento a questa specifica ipotesi, a seguito delle modifiche varate dal Parlamento, le disposizioni citate appaiono particolarmente contraddittorie. In tal caso, infatti, ai sensi di quanto previsto dal co. 10 dell’art. 80, l’interdizione dovrebbe essere pari a sette anni; secondo quanto previsto dal successivo co. 10-bis, la medesima interdizione, invece, dovrebbe avere durata pari alla durata della pena principale (e quindi non potrebbe essere superiore a due anni); mentre, stando a quanto previsto dall’art. 317-bis c.p., la stessa identica misura interdittiva dovrebbe avere durata non inferiore a cinque e non superiore a sette anni. La difficoltà di coordinamento tra le norme è palese e, peraltro, era puntualmente stata segnalata dall’Anac nell’ambito della propria audizione parlamentare. Ciononostante, la criticità è rimasta tal quale nel testo definitivo ora convertito in legge.

Ulteriori perplessità riguardano lo stesso co. 10-bis nella parte in cui disciplina il regime interdittivo applicabile in caso di situazioni escludenti non derivanti da sentenze penali di condanna. La norma limita espressamente l’applicazione dell’interdizione dalle gare alle sole ipotesi contemplate dal co. 5. Diversamente dal regime previgente, pertanto, è ora escluso che la sanzione possa trovare applicazione nei confronti in caso di violazioni gravi e definitivamente accertate agli obblighi di pagamento di imposte, tasse o contributi previdenziali di cui al co. 4 del medesimo art. 80. La novità, per quanto potrebbe lasciar perplessi in termini di opportunità, appare coerente con quanto previsto dall’art. 57, co. 7 della Direttiva 2014/24/UE che non include, infatti, tali ipotesi tra quelle soggette al periodo massimo di interdizione stabilito dagli Stati Membri .

Nello specifico, la disposizione introdotta dal Legislatore nazionale prevede che tutte le situazioni escludenti di cui al co. 5 (ossia quelle non connesse a condanne penali o a inadempimenti fiscali e previdenziale) siano sanzionate con un’interdizione «pari a tre anni decorrenti dalla data di adozione del provvedimento amministrativo di esclusione ovvero, in caso di contestazione in giudizio, dalla data di passaggio in giudicato della sentenza». Stando a quanto stabilito dalla nuova disposizione, inoltre, «nel tempo occorrente alla definizione del giudizio, la stazione appaltante» dovrà «tenere conto di tale fatto ai fini della propria valutazione circa la sussistenza del presupposto per escludere dalla partecipazione alla procedura l’operatore economico che l’abbia commesso».

La norma, tuttavia, appare sproporzionata e priva di coordinamento sia rispetto alle ipotesi contemplate dal co. 5 sia rispetto alla corretta individuazione del momento da cui far decorrere l’interdizione. Ampi e poco circostanziati appaiono inoltre i poteri che le stazioni appaltanti potranno esercitare «nel tempo occorrente alla definizione del giudizio».
La disposizione, infatti, sanziona (o almeno stando agli intenti vorrebbe sanzionare) con un’interdizione di tre anni tutti gli illeciti di cui al co.5 benché per alcuni di essi la soluzione appaia sproporzionata se non confliggente con lo specifico regime per essi previsto.

È sproporzionata, ad esempio, rispetto alle ipotesi concernenti la mancata presentazione della certificazione relativa al rispetto della disciplina in tema di disabili (lett. l, co.5) o ancora rispetto alle ipotesi in cui sussista una situazione di controllo e/o collegamento sostanziale con altro concorrente (lett. m), co.5) o di conflitto di interessi (lett. d), co.5). Tutte queste situazioni, infatti, riguardano illeciti la cui efficacia temporale è circoscritta alla singola gara cui ineriscono. Sarebbe irragionevole, pertanto, disporre l’esclusione da tutte le gare del successivo triennio (ovviamente laddove la ragione escludente che ha determinato l’espulsione originaria sia venuta meno).

La stessa soluzione, poi, è priva di qualsiasi coordinamento con il regime interdittivo previsto dal co. 12 dello stesso art. 80 per le ipotesi in cui l’operatore economico abbia presentato false dichiarazioni o falsa documentazione, come nei casi previsti dalle lett. f-ter) e g) del precedente co. 5. In tali casi, infatti, la durata dell’interdizione non può essere pari a tre anni, ma è (o quanto meno dovrebbe essere) variabile e ha (o quanto meno dovrebbe avere) durata pari a quella di iscrizione al casellario Anac. Manca ogni coordinamento, inoltre, con l’ipotesi di violazione del divieto di intestazione fiduciaria di cui all’art. 17 della legge n. 55/1990 che la lett. h) del co. 5 dello stesso art. 80 sanziona con un’interdizione pari a un anno che, perciò, è incompatibile con quella triennale introdotta dal nuovo co. 10-bis.
Incerta e foriera di dubbi appare, inoltre, l’individuazione del momento dal quale far decorrere il periodo interdittivo. Nello specifico, il co. 10-bis prevede che i tre anni di interdizione decorrano «dalla data di adozione del provvedimento amministrativo di esclusione ovvero, in caso di contestazione in giudizio, dalla data di passaggio in giudicato della sentenza».
La norma cancella la precedente formulazione del co. 10 che già tanto aveva fatto discutere a mente della quale la sanzione interdittiva decorreva dalla data dell'”accertamento definitivo” della situazione escludente.

La nuova formulazione, tuttavia, alimenta maggiori incertezze della precedente. Non è chiaro, infatti, a quale provvedimento occorra far riferimento. La stessa previsione, inoltre, non risulta coordinata con il coacervo di situazioni contemplate dal precedente co. 5. Non tutte, infatti, finiscono per esser cristallizzate in un provvedimento amministrativo, tanto meno di esclusione. È il caso, ad esempio, dei gravi illeciti professionali ravvisabili in comportamenti gravi tenuti dal concorrente nell’esecuzione di precedenti contratti che normalmente sfociano in risoluzioni contrattuali di natura privatistica. Rispetto a tali ipotesi non ha senso alcuno far decorrere il dies a quo della sanzione interdittiva dalla “data di adozione del provvedimento di esclusione”.

Non meno critico appare il mancato coordinamento con quanto previsto dall’art. 57, par. 7 della Direttiva 2024/24/UE che, in netta contrapposizione alla nuova disposizione nazionale, fa decorrere il periodo massimo di interdizione “dalla data del fatto”. Rispetto alla precedente formulazione nazionale, pertanto, sarà ben più arduo per la giurisprudenza ricondurre il dettato nazionale nell’ambito di un’interpretazione conforme al quadro eurounitario.

Un ulteriore elemento di incertezza, infine, deriva dall’ultimo periodo del nuovo co. 10-bis laddove stabilisce che “nel tempo occorrente alla definizione del giudizio, la stazione appaltante” dovrà “tenere conto di tale fatto ai fini della propria valutazione circa la sussistenza del presupposto per escludere dalla partecipazione alla procedura l’operatore economico che l’abbia commesso”.

La norma mira a porre rimedio ai rilievi formulati dalla Commissione europea che, nell’ambito della procedura di infrazione avviata, aveva ritenuto la precedente formulazione dell’art. 80 incompatibile con quanto previsto dagli artt. 57, par. 4, lett. c) e g) della Direttiva 2014/24/UE e 38, par. 7 lett. c) ed f) “giacché nel caso di offerenti che abbiano contestato in giudizio la risoluzione anticipata di un precedente contratto di appalto o concessione” precludeva “alle stazioni appaltanti ogni valutazione circa l’affidabilità di tali offerenti sino a quanto il giudizio non abbia confermato” la precedente risoluzione .
La ratio della nuova disposizione, pertanto, è chiara: evitare che gli operatori economici promuovano azioni giudiziali palesemente infondate contro provvedimenti o risoluzioni suscettibili di determinare l’interdizione al solo scopo di procrastinarne l’applicazione fino al passaggio in giudicato della relativa sentenza.

Tuttavia, nonostante gli intenti siano per certi versi condivisibili, la norma è formulata in modo troppo ampio e poco circostanziato e finisce per attribuire alle stazioni appaltanti uno spazio di discrezionalità eccessivo che, non è difficile immaginarlo, contribuirà senz’altro a incrementare il contenzioso in materia.

(*) Associate di Pedersoli Studio Legale b© RIPRODUZIONE RISERVATA

 

02/07/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Ingegneria, 3Ti Progetti si apre al business pubblico dei rilevamenti topografici e della geognostica

Mau.S.

Ottenuta la certificazione Soa che abilita a a partecipare direttamente a gare pubbliche per le categorie di lavori Os 20 A e Os 20 B

La società di ingegneria romana 3Ti Progetti si apre anche al business dei rilevamenti topografici e delle indagini geognostiche in campo pubblico. L’engineering ha infatti appena ottenuto da Soa Group l’attestazione per le categorie Os 20A, riguardante i rilevamenti topografici, e Os 20B, relative alle indagini geognostiche, entrambe in classifica II ossia per la partecipazione a gare pubbliche fino a un importo di 516 mila euro. Ciascuna classifica, specifica la società di ingegneria, abilita l’impresa in possesso di certificazione Soa a concorrere ad appalti di importi pari alla classifica accresciuta di un quinto.

«Si tratta di una attestato di rilevante importanza per la nostra società – spiega Alfredo Ingletti, presidente di 3Ti Progetti – perché ci consente di ampliare le opportunità di partecipare direttamente alle gare di appalto pubbliche». L’attestazione Soa arriva dopo l’acquisizione, avvenuta lo scorso anno da parte di 3Ti Progetti, del ramo d’azienda legato alle attività di progettazione geotecnica e monitoraggi strutturali della Dms Geotechnical Engineering. © RIPRODUZIONE RISERVATA