Rassegna stampa 01 luglio 2019

28/06/2019 12.06 – Quotidiano Enti Locali e Pa

Obbligo per il Comune di aderire alla convenzione stipulata dal soggetto aggregatore regionale

Se il soggetto aggregatore ovvero la centrale di committenza regionale ha stipulato una convenzione, la pubblica amministrazione non può avviare una autonoma procedura di gara soprattutto se non esprime una adeguata motivazione. Ad affermarlo è il Consiglio di Stato con la sentenza n. 4190/2019 La vicenda La ricorrente, affidataria dell’accordo quadro stipulato con il soggetto aggregatore regionale per la fornitura di «servizi integrati di vigilanza armata, portierato e altri servizi» e del «servizio di vigilanza passiva (con portierato e accoglienza)», ha impugnato gli atti relativi al procedimento di gara «autonomo» avviato dal Comune.Secondo il ricorrente, le motivazioni adotte dalla stazione appaltante dovevano ritenersi inadeguate e generiche, in particolare il riferimento per giustificare l’appalto autonomo «ai propri specifici bisogni» e per mantenere la «stabilità occupazionale del personale impiegato negli appalti» come «da apposito protocollo d’intesa sottoscritto con le organizzazioni sindacali». Queste motivazioni, a detta dell’appaltatore, non potevano essere ritenute sufficienti a fondare la deroga all’obbligo della pubblica amministrazione, in relazione a un certo tipo di prestazioni (come da Dpcm 24 dicembre 2015, pur non citato in sentenza) e, nel caso, di specie relativamente all’appalto del servizio «di presidio e ricevimento del pubblico» (ritenuto riconducibile all’oggetto della convenzione). La sentenza Palazzo Spada ha accolto le censure in quanto, in presenza di una convenzione stipulata con accordo quadro bandita dalla centrale unica regionale per servizi sostanzialmente analoghi a quelli di specie, non è emersa dagli atti del procedimento «una motivazione sufficientemente idonea a costituire il presupposto dell’esercizio del potere di indizione di una gara autonoma, ai sensi dell’articolo 1, comma 510, della legge 208/2015». Nelle determinazioni del procedimento, non sono state evidenziate «le ragioni per le quali il servizio oggetto di convenzione non sarebbe» risultato idoneo al soddisfacimento dello specifico fabbisogno dell’amministrazione per mancanza di caratteristiche essenziali. È parsa inadeguata e generica, in particolare, la stessa motivazione adotta circa la necessità di applicare la clausola sociale per l’assorbimento, con mantenimento delle stesse condizioni economiche, del personale già operante nel servizio. In realtà, come si legge in sentenza, l’applicazione della convenzione, «e in particolare l’articolo 12 della stessa», avrebbe comunque consentito l’assorbimento del personale precedentemente impegnato nel servizio, «senza che vi fosse la necessità di ricorrere a nuove assunzioni». La decisione di non aderire alla convenzione non è quindi apparsa supportata da adeguati richiami idonei a superare i vincoli imposti dall’articolo 9, comma 3 del decreto-legge 66/2014, convertito con modificazioni dalla legge 89/2014, e del successivo Dpcm del 24 dicembre del 2015.Disposizioni che impongono l’obbligo per la pubblica amministrazione (e in certi casi anche per i Comuni), per alcuni tipi di prestazioni, di aderire alle convenzioni stipulate dal soggetto aggregatore regionale. A esempio, nel caso dei servizi di guardiania e vigilanza armata l’obbligo di adesione, si ripete, anche per i Comuni, insiste nel caso di appalto per importi pari o superiori, come nel caso di specie, ai 40mila euro.

28/06/2019 00.00 – Public Policy

ENERGIA, DA ARERA OK A DM SU CAPACITY MARKET. A SETTEMBRE TAVOLO CONSULTAZIONE

(Public Policy) – Roma, 28 giu – Arera ha dato parere favorevole al decreto ministeriale inviato dal ministero dello Sviluppo economico sul capacity market. Lo comunica una nota del Mise, che spiega: grazie alla modifica della disciplina del mercato della capacità avallata dalla Commissione europea sarà possibile fin da subito integrare nel sistema nuovi stringenti requisiti ambientali per le emissioni in capo agli operatori, con l’obiettivo di anticipare l’attuazione delle nuove norme europee volte alla decarbonizzazione adottate nell’ambito del Clean energy package for all europeans.

“L’introduzione del mercato della capacità – sottolinea il sottosegretario Davide Crippa – si inserisce in modo complementare nel quadro più ampio di interventi finalizzati a rendere i mercati dell’energia elettrica più efficienti, aperti alla partecipazione di tutte le risorse, con particolare attenzione all’integrazione della generazione da fonti rinnovabili, dei sistemi di accumulo e della gestione della domanda, e sempre più integrati a livello europeo. Fornirà un contributo fondamentale per gestire in sicurezza la transizione ad un sistema energetico decarbonizzato, in linea con il Pniec, con benefici attesi anche in termini di minori tensioni sui prezzi all’ingrosso e di minor rischio di interruzioni del carico”.

Era fondamentale l’approvazione del decreto sul capacity market entro il 4 luglio, data di entrata in vigore il Regolamento europeo sul mercato interno. Una volta adottato il decreto, sarà possibile effettuare le prime aste entro il 2019 e far rientrare le stesse nella cosiddetta clausola di salvaguardia che fa salvi i contratti di capacità stipulati entro il 2019.

QUADRO GENERALE

Il settore elettrico – ricorda il Mise – è interessato da qualche anno da rischi crescenti di inadeguatezza e di interruzione della erogazione del servizio elettrico in vaste aree del Paese, in particolare nell’area Nord e Centro Nord. Negli ultimi anni si è registrata una consistente riduzione della capacità programmabile disponibile per il sistema elettrico. Dal 2012 a oggi ci sono state dismissioni per circa 20 GW con una drammatica riduzione delle risorse necessarie a Terna per gestire in sicurezza il sistema anche in condizioni meteo estreme, oltre al concomitante basso contributo dell’import dai Paesi vicini. In più, la chiusura al 2025 degli impianti a carbone per altri 7 GW prevista dal Pniec, comporterà un’ulteriore contrazione delle risorse programmabili utili al sistema e un deterioramento delle condizioni di adeguatezza.

All’adeguatezza del sistema elettrico partecipano tutte le tipologie di risorse in funzione della maggiore o minore programmabilità della generazione. La generazione da fonti rinnovabili può dare un apporto importante ma la non programmabilità e soprattutto la non disponibilità con continuità della risorsa naturale, come ad esempio l’irradiazione solare nelle ore serali, è tuttora un limite importante. Gli impianti di generazione programmabile sono destinati a svolgere un ruolo prevalentemente nell’ambito dei servizi di rete, ovvero nella regolazione di frequenza e di tensione, con un numero ridotto di ore di funzionamento, mentre la copertura dei consumi finali sarà assicurata sempre più dalla generazione da fonti rinnovabili (il 55% al 2030 in base al Piano nazionale integrato energia e Clima).

A COSA SERVE IL CAPACITY MARKET

L’impatto sul mercato della massiccia penetrazione della generazione da fonti rinnovabili negli ultimi anni, se da un lato ha avuto l’effetto positivo di ridurre il prezzo all’ingrosso, dall’altro ha determinato condizioni per gli impianti di generazione programmabile (principalmente termoelettrici) via via meno remunerative, tali da metterne in discussione le ragioni di mantenimento in servizio. Ecco perché il capacity market rappresenta uno strumento necessario a garantire il passaggio in sicurezza ad un sistema elettrico carbon-free.

In accordo con il Piano nazionale per l’energia e il clima, lo sviluppo di sistemi di accumulo sia distribuiti sia di larga scala,potrà fornire un contributo utile. Nel breve periodo, a fronte dell’espansione della generazione da fonti rinnovabili, resta imprescindibile il ruolo fondamentale della capacità di generazione programmabile.

TAVOLO DI CONSULTAZIONE

A settembre partirà il tavolo di consultazione che porterà all’adozione delle misure necessarie a traghettare il sistema dal 2024 in poi. Quindi, il meccanismo rimarrà in vigore per il 2022 e il 2023, in accordo con il gestore della rete elettrica e con l’Autorità di regolazione per energia reti e ambiente. Senza l’adozione del capacity market, non sarà possibile raggiungere l’obiettivo di dismissione della capacità a carbone al 2025 né quello della crescita ulteriore della generazione da fonti rinnovabili (+12 GW al 2025) assicurando al contempo l’adeguatezza del sistema e la sicurezza delle forniture.

Anche altri Paesi Ue (Francia, UK, Irlanda, Polonia, Belgio, Grecia) hanno adottato meccanismi analoghi per assicurare l’adeguatezza del sistema e una transizione energetica efficace, e la Commissione europea ha riconosciuto la validità del meccanismo ri-notificato dall’Italia, che vi ha introdotto, unica in Europa, i nuovi limiti di emissione che non consentiranno agli impianti a carbone e a quelli a gas meno efficienti di parteciparvi.

BENEFICIO ECONOMICO

Il beneficio economico netto atteso per il sistema con il capacity market è stimabile in circa 1,6 miliardi di euro/anno, sulla base di simulazioni effettuate per l’anno 2022, che indicano un costo in termini di erogazione del premio per i partecipanti a questo meccanismo pari a 1,75 miliardi di euro a fronte di minori costi sui mercati per 3,35 miliardi di euro, sulla base delle simulazioni effettuate per l’anno 2022, così determinabile: riduzione dei prezzi sul mercato dell’energia per 1,4 miliardi di euro; eliminazione dell’attuale meccanismo del capacity payment per risparmi di 200 milioni di euro; restituzione del corrispettivo variabile per effetto dei contratti di opzione che saranno conclusi dagli operatori per complessivi 340 milioni di euro; riduzione delle ore attese con interruzioni programmate di carico che dovranno essere attivate per far fronte a problematiche di adeguatezza dei sistema ed evitare blackout generalizzati. Poiché in queste ore il prezzo di mercato si dovrà chiudere a 3000 euro/Mwh, questo comporta una riduzione ulteriore dei prezzi sul mercato per 1,3 miliardi di euro; risparmio associato alla riduzione del valore dell’energia non fornita di circa 110 milioni di euro.

Pertanto, anche senza considerare l’effetto di calmierazione dei prezzi sul mercato dell’energia, il capacity market determina – secondo il Mise – un beneficio netto di circa 200 milioni all’anno. Quindi, per gli italiani il bilancio è assolutamente positivo. (Segue)

LE BOLLETTE

La mancata implementazione del capacity market avrebbe – per il Mise – un impatto economico in termini di aumento della bolletta dovuto ai costi delle situazioni di inadeguatezza e ad una minore concorrenza sul mercato. Resterebbero sul mercato impianti tradizionali spesso obsoleti inquinanti e poco efficienti che verrebbero utilizzati da Terna a prezzi più elevati di quelli attesi in presenza di mercato della capacità. Inoltre, senza il meccanismo del capacity market, avremmo: benefici ambientali in termini di minore riduzione delle emissioni di CO2 e di altri inquinanti; aumento del numero di ore a rischio di disalimentazione del carico con i connessi costi correlati alla energia non fornita. (Public Policy)

28/06/2019 00.00 – Mondo Utilities

Nasce la più grande realtà italiana dedicata alla gestione dei rifiuti industriali

Dall’1 luglio 2019 la toscana Waste Recycling, con le sue tre aree polifunzionali in provincia di Pisa, entra in Herambiente Servizi Industriali (Hasi). Si amplierà così il parco soluzioni per il trattamento dei rifiuti industriali. Un milione le tonnellate di rifiuti che verranno trattate annualmente

Dall’1 luglio, Waste Recycling, società controllata da Herambiente, si fonde per incorporazione con Herambiente Servizi Industriali (Hasi), che diventa così la più grande realtà italiana dedicata alla gestione dei rifiuti industriali con sede legale a Bologna e tre sedi commerciali a Ravenna, Padova e Pisa.

Hasi traguarda il milione di tonnellate trattate all’anno

L’obiettivo della fusione è di semplificare e razionalizzare ulteriormente la struttura complessiva dell’azienda e di rendere più agevoli le attività di coordinamento societario per conseguire economie di scala con un miglioramento generale dell’efficienza operativa.

L’ingresso in Hasi delle tre sedi polifunzionali toscane di Waste Recycling (due a Castelfranco di Sotto e una a Pisa, la ex Teseco) permetterà inoltre di ampliare la gamma clienti, consentendo ad Hasi il conferimento di più tipologie di rifiuto su una stessa piattaforma.

In Italia i rifiuti provenienti dalle attività produttive costituiscono l’80% di tutti quelli prodotti. Rispetto ai rifiuti urbani, quelli industriali richiedono sistemi di gestione altamente professionali e impianti di trattamento all’avanguardia. Con questa fusione, i volumi trattati da Hasi raddoppiano passando da 550.000 a un milione di tonnellate all’anno provenienti principalmente dai comparti chimico-farmaceutico, petrolchimico, siderurgico ma anche manifatturiero e alimentare. Lo stesso per i clienti, che da 1.500 diventano 3.000, piccole e medie imprese ma anche 250 grandi clienti.

I dipendenti della nuova Hasi incrementano a 200 dalla quarantina iniziale mentre il fatturato raggiunge i 140 milioni all’annuo contro i precedenti 50.

Al servizio delle imprese

Hasi è nata nel 2014 da una costola di Herambiente, la società del Gruppo Hera che è leader nazionale nella gestione dei rifiuti con oltre 6 milioni di tonnellate l’anno (tra urbani e speciali, pericolosi e non, originati dalla raccolta urbana e dalle attività industriali e produttive).

Grazie alla disponibilità dei circa 90 impianti certificati di Herambiente e a un network di fornitori qualificati sul territorio nazionale, Hasi è la società del Gruppo che offre servizi alle imprese oscillando tra la micro raccolta per le piccole attività commerciali e il trattamento e smaltimento di tutte le tipologie di rifiuto per le PMI e per i grandi gruppi industriali.

Nell’ottica di ridurre i costi e migliorare le performance di economia circolare delle aziende clienti, l’offerta di Hasi si è evoluta nel tempo andando ad aggiungere al trattamento e trasporto rifiuti, tutta una serie di servizi correlati a più alto valore: i cosiddetti servizi di Global Waste Management, soluzioni personalizzate per affiancare il cliente in ogni risvolto della gestione dei suoi rifiuti, sempre con attenzione al riciclo e recupero, come indicato anche dalle direttive Ue.

Le aziende che vengono affiancate da Hasi con servizi di Global Waste Management raggiungono, infatti, anche quote di recupero dell’80% circa, grazie ai piani di efficientamento proposti per una riduzione dei rifiuti prodotti e un miglioramento delle performance impiantistiche. Inoltre, la sinergia con le altre aziende del Gruppo Hera permette alle aziende clienti di accedere ad ulteriori servizi in ottica di economia circolare, quali piani di efficienza energetica e idrica, che si affiancano a quelli posti in essere da Hera sul trattamento dei rifiuti.

Ramonda, AD Herambiente: “Una gestione sostenibile dei rifiuti migliora la competitività dell’azienda”

“Oggi è un giorno importante per Herambiente. Nasce, infatti, una grande realtà per offrire alle imprese un ventaglio sempre più ampio di servizi capaci di migliorare le loro performance ambientali – commenta Andrea Ramonda, amministratore delegato Herambiente -. Desidero sottolineare, come sanno bene tutte le aziende che si affidano a noi, che una gestione sostenibile dei rifiuti, oltre a tutelare l’ambiente, rappresenta anche un elemento fondamentale per migliorare la competitività dell’azienda, perché impatta positivamente sull’ottimizzazione dei processi gestionali, e contribuisce positivamente alla politica di sostenibilità dell’azienda stessa”.

Giani, Direttore mercato industria Herambiente: “Con la nuova Hasi più sinergie impiantistiche e commerciali”

“Con questa fusione, Waste Recycling, società nata quasi trent’anni fa a Santa Croce sull’Arno, in provincia di Pisa, e rilevata nel 2016 dal Gruppo Hera – dichiara Maurizio Giani, direttore mercato industria Herambiente, alla guida della nuova Hasi – contribuisce alla nascita di un soggetto industriale più forte, in grado di creare nuove sinergie da un punto di vista sia impiantistico sia commerciale, e di conseguenza offrire un servizio sempre più adattabile alle esigenze del singolo cliente”.

 

01/07/2019 – Il Resto del Carlino (ed. Bologna)
Gas, scelta strategica per il futuro «Ma bisogna tutelare le utility e rivedere i meccanismi»

ROMA IL PIANO Nazionale Integrato Energia e Clima (PNIEC), approvato nel solco della Strategia Energetica Nazionale (SEN) del 2017, fa una scelta irreversibile a favore della decarbonizzazione. Quindi della sostenibilità delle scelte energetiche. Il piano prevede un passo fondamentale per la lotta ai cambiamenti climatici come la graduale eliminazione del carbone nella produzione di energia, fino a una totale interruzione nel 2025; la diffusione e l’ integrazione delle energie rinnovabili e la riduzione al minimo degli impatti ambientali, con priorità assegnata ad esempio agli impianti fotovoltaici sugli edifici per preservare il suolo, pompe di calore per evitare emissioni di particolato, biocarburanti avanzati per l’ uso di residui e rifiuti. L’ efficienza energetica sarà fondamentale per contribuire agli obiettivi di protezione ambientale e ridurre la dipendenza da combustibili fossili stranieri. Nella transizione energetica, come già nella Sen, il Pniec prevede un ruolo chiave assegnato al gas, che si vuole rendere il più possibile sostenibile. MA GLI OPERATORI delle utility gas sono preoccupati sulle modalità. «Al gas – osserva Francesco Macrì, presidente di Estra e vicepresidente di Utilitalia – si riserva pur sempre un ruolo strategico, ma ci si deve consentire di rivedere l’ assetto generale per centrare gli obiettivi di decarbonizzazione». Il piano prevede la diminuzione dei consumi di gas, e tendenzialmente una prevalenza di gas da rinnovabili, sintetico e biometano. E qui per le utility assume un ruolo decisivo la gestione dei meccanismi di gara, per i quali andrebbero rimessi in discussione i criteri di valutazione degli investimenti in modo da dare maggior rilievo agli interventi di reale innovazione tecnologica. «Si insiste sulle gare gas basate sul decreto 164 del 2000 – osserva Macrì – che non tengono minimamente in considerazione i futuri scenari energetici e neppure il dettaglio del piano integrato energia e clima. E per come sono concepite vanno a vantaggio dei grandi operatori che possono investire miliardi di euro. Invece il modello che ritengo migliore per l’ Italia è quello di utility strettamente legate al territorio». SE VOGLIAMO mantenere le infrastrutture eccellenti che abbiamo, prosegue il presidente di Estra, «dovremmo avere la forza di rivedere l’ intero assetto e orientare nuove politiche di investimento che valorizzino la struttura come network capace di diventare centro intermodale tra più fonti energetiche e tra impianti e reti. Se si rimane su quel binario datato si rischia di mettere in crisi un intero settore strategico come quello del gas perché avresti una infrastruttura scollegata dalle ulteriori opportunità che ci si pongono di fronte». AD UTILITALIA si pensa all’ accoppiamento di più fonti energetiche, a reti integrate. Una visione che richiede forti investimenti tecnologici e richiederebbe anche un saggio orientamento degli incentivi. «Consentiamo alle aziende – osserva Macrì – di allearsi e di fare sperimentazione. Di coprogettare. Se siamo in una stagione di forte stress concorrenziale, in assenza di forti incentivi da parte dello Stato, la sperimentazione è dei singoli. Invece bisogna unire le forze guardando ad un assetto futuro del sistema che a questo punto compete in un ambito europeo. Se nei prossimi 3-4 anni, per legge, saremo in gara tra di noi non potremo collaborare. E questo sarebbe un peccato. C’ è bisogno di fermarsi un attimo e rivedere i meccanismi di gara». © RIPRODUZIONE RISERVATA. Alessandro Farruggia

01/07/2019 – Corriere della Sera – Economia
VENTO, SOLE E DIGITALE LA RICETTA DI E.ON PER L’ ENERGIA 2.0

I piani dell’ utility germanica per l’ Italia. Il gruppo non ha più centrali da fonti fossili e ha conquistato il 10% del mercato fotovoltaico. Ma la vera sfida, racconta il numero uno Ilyés, è offrire soluzioni personalizzate a consumatori sempre più orientati al green
Nel mercato dell’ energia 2.0 le utilities non vendono più solo energia, ma soluzioni per la transizione energetica. Soluzioni per illuminare casa, riscaldare e rinfrescare gli ambienti in maniera sempre più sostenibile o per muoversi con l’ auto elettrica: luci a led, pannelli fotovoltaici, accumuli e colonnine di ricarica, termostati smart e pompe di calore intelligenti per ridurre gli sprechi di energia. La rivoluzione verde, secondo il numero uno di E.on Italia Péter Ilyés, passa per la digitalizzazione: «Ogni consumatore è diverso e a seconda delle sue abitudini utilizza l’ energia in maniera del tutto personale, ma i dati ci aiutano a capire meglio i nostri consumi e se si fanno le domande giuste è possibile compiere ogni giorno un passo avanti verso la sostenibilità». Per questo è fondamentale dotarsi di strumenti digitali capaci di monitorare i consumi. Con 30 miliardi di fatturato nel 2018 e oltre 30 milioni di clienti nel mondo, di cui 850 mila in Italia, E.on punta molto sull’ interazione con i consumatori. «Solo così si arriva alla personalizzazione dei servizi, un passo necessario per migliorare i comportamenti delle persone e delle imprese in materia di consumi energetici», sostiene Ilyés. In questa strategia rientra l’ acquisizione, appena conclusa, dell’ 80% di Solar Energy Group, attivo da oltre 35 anni nella progettazione e installazione di impianti fotovoltaici, sistemi di accumulo, impianti solari termici e pompe di calore agli utenti residenziali, con oltre 60 mila clienti. Con questo passo E.on arriva a una quota del 10% nel mercato del solare italiano, un mercato che Ilyés si aspetta di veder decollare grazie al Piano nazionale integrato energia e clima, che richiederebbe di decuplicare le installazioni fotovoltaiche in Italia, dai 400 megawatt attuali a 4 gigawatt all’ anno, per centrare il target stabilito al 2030. Prima ancora, E.on ha acquisito la Casa delle Nuove Energie, che si occupa di edifici a impatto zero. Completano la strategia le offerte ClimaSmart per il riscaldamento e raffrescamento domestico alla massima efficienza, e DriveSmart per la ricarica delle auto elettriche, in linea con le 4.000 colonnine già installate da E.on a livello europeo. L’ obiettivo è dare risposte al consumatore che accetta la sfida del cambiamento ed è disposto a investire, ma anche attirare il consumatore ignaro, quello più difficile da appassionare alla transizione energetica. «I cambiamenti più marcati vengono dal mondo industriale – rileva Ilyés -. Abbiamo grandi clienti che puntano ad azzerare completamente il proprio impatto ambientale e ci chiedono di passare all’ energia verde, anche con l’ acquisto diretto di capacità produttiva da fonti rinnovabili, e noi li seguiamo in tutto il percorso. Sono imprese che valutano la sostenibilità dei consumi come un fattore importante di competitività, in prospettiva». E.on non ha più centrali a fonti fossili, le ha vendute tutte nel 2016, ed è uno dei primi dieci operatori al mondo nelle fonti rinnovabili per capacità installata, con 15 terawattora di energia verde prodotta nel 2018. È il numero tre nel mondo per l’ eolico offshore e ha appena completato la costruzione del più grande parco nel Mar Baltico, Arkona, fra l’ isola tedesca di Rügen e la danese Bornholm, con 385 megawatt di turbine installate e 1,2 miliardi d’ investimento. «In Italia guardiamo con interesse all’ eolico e puntiamo a un potenziamento dell’ esistente: entro 3-4 anni avremo 4 gigawatt elici che arrivano a fine vita, di cui potremmo raddoppiare la potenza solo sostituendo gli impianti attuali con turbine più potenti, senza alcuna pressione aggiuntiva sul territorio e sulle bollette», sostiene Ilyés. E.on ha 10 parchi eolici in Italia in grado di soddisfare il fabbisogno di 180.000 famiglie, e sta per inaugurarne uno vicino a Benevento a fine mese.

01/07/2019 – Corriere della Sera – Economia
Veti «politici» sulle grandi opere e le piccole? ferme

ELE PICCOLE? FERME
Quale sarà l’ efficacia dello Sbloccacantieri sulle tantissime opere rimaste ferme così a lungo? La domanda è lecita, visto che la pressione esercitata sul governo e il Parlamento affinché il decreto fosse convertito senza indugi al fine di accelerare i lavori, è stata fortissima. Ci sono due filoni operativi lungo i quali si muove la nuova normativa: il primo è quello delle grandi opere, rispetto alle quali il legislatore, allo scopo di superare alcuni ostacoli spesso di natura politico-amministrativa, si è orientato all’ utilizzo del vecchio strumento del commissariamento, variamente modificato. L’ altro filone è quello delle opere ordinarie, per le quali il Codice ridisegna una cornice normativa che dovrebbe semplificarne l’ iter. Occorre sgombrare il campo da un equivoco: non è vero che la maggioranza delle cause di blocco delle opere pubbliche sia addebitabile a eventi che si realizzano prima dell’ apertura dei cantieri, e che perciò non potranno essere risolte dalla nuova normativa, sempre che questa ne abbia le capacità. O almeno non è vero per le opere medio-piccole. Un’ analisi più approfondita condotta dall’ Ance (Associazione nazionale dei costruttori) sulle 70 opere di maggiori dimensioni estratte dall’ elenco delle 630 che l’ Osservatorio ha censito come bloccate, ha individuato nelle regole del mercato degli appalti la causa che per ben il 42% dei casi le tiene ferme. A questo risultato l’ associazione è giunta verificando che a molte delle 70 opere contenute nell’ elenco, e finora conteggiate come un unico cantiere, in effetti ne corrispondevano molti di più. È il caso, per fare qualche esempio, del «potenziamento delle linee tranviarie lombarde» oppure dell’«adeguamento sismico delle scuole del Friuli». In tutto perciò i cantieri analizzati dall’ Ance arrivano a essere circa 230. Molti di questi, come dicevamo, sono medio-piccoli. Ebbene, proprio questa tipologia sembra essere stato maggiormente penalizzata dalle regole farraginose del vecchio Codice degli appalti, alcune delle quali sono state rimosse. Quanto alle altre cause individuate dall’ Ance, per il 43% dei cantieri sono di tipo finanziario; per il 33% sono procedurali-amministrative. Seguono, con una percentuale limitata al 6%, le decisioni politico-amministrative in fase di gara e per il 3% quelle in corso di esecuzione. Solo il 2% dei cantieri ha problemi legati alla concessione o al contenzioso in fase di gara. Infine l’ 1% si ferma per problemi finanziari dell’ impresa esecutrice o per carenze tecnico-progettuali (varianti) e contenziosi. Rispetto al totale delle opere analizzate, circa i due terzi presenta una criticità principale che ne ha determinato il ritardo. Per l’ altro terzo, le cause principali sono almeno due. Resta da capire se lo Sbloccacantieri sarà in grado di sciogliere questi nodi. Per ora l’ Ance segnala una «proliferazione di strutture con ruoli ridondanti a tal punto che servirebbe istituire un Coordinatore dei coordinatori». Il riferimento è alle nuove strutture del governo: Investitalia, Strategia Italia, Struttura tecnica di progettazione. Ma anche alla società in house Italia Infrastrutture spa, creata presso l’ omonimo ministero. E al nuovo dipartimento dell’ Economia dedicato agli investimenti. Per le opere di maggiori dimensioni è evidente che lo stallo ha spesso una causa politica. Basta vedere quello che è successo e sta succedendo alla Tav Torino-Lione. Per questo tipo di opere lo Sbloccacantieri sceglie la strada del commissariamento. La legge indica solo alcuni cantieri da commissariare, per poi rifarsi genericamente a quelli che verranno indicati via via dal presidente del Consiglio dei ministri tramite decreto. Alcuni dubbi sull’ indeterminatezza di questa procedura sono già stati espressi dai tecnici di Camera e del Senato nel dossier preparato per i lavori parlamentari. Il problema, si osserva, è che non si capisce quali siano queste opere da commissariare, poiché un elenco esplicito nel testo approvato non c’ è. Nel dossier i tecnici ricordano che dal 2015, essendo ministro Graziano Delrio, è stata avviata una fase di revisione della programmazione delle infrastrutture strategiche attraverso una selezione di priorità, che sono state individuate negli allegati al Documento di economia e finanza (Def) in vista dell’ approvazione di uno strumento più organico: il primo Documento pluriennale di pianificazione (Dpp). Che però non è mai stato varato. Nelle more, «valgono come programmazione degli investimenti» gli strumenti già approvati secondo le procedure vigenti all’ entrata in vigore del vecchio Codice. Se così fosse, il governo Conte dovrebbe rifarsi all’ allegato al Def 2017, nel quale erano stati inclusi programmi e interventi prioritari con un contratto approvato o oggetto di accordi internazionali (dunque di certo la Tav), più ulteriori interventi prioritari non inclusi nella vecchia programmazione, ma contenuti nei contratti di programma Anas e Rfi e nel Piano del ministero delle Infrastrutture finanziato dal Fondo per lo sviluppo e la coesione. I tecnici del Parlamento sollecitano un chiarimento: lo Sbloccacantieri attribuisce al presidente del Consiglio la facoltà di ritenere prioritari interventi infrastrutturali non classificati come tali nel Def 2017? E se sì, quali? Il punto andrebbe chiarito ma il dibattito in corso su opere come la Tav all’ interno della coalizione sembra rendere difficile rispondere a questa semplice domanda. Basterebbe trovare un accordo sulle priorità infrastrutturali. Che al momento non c’ è. di Antonella Baccaro

01/07/2019 – Il Sole 24 Ore
Aiuti alle piccole opere, al via i certificati per la seconda rata

INVESTIMENTI LOCALI
Va attestato l’ avvio dei lavori. Per i ritardatari scadenza al 10 luglio
Al via la piattaforma telematica del ministero dell’ Interno per l’ invio del certificato di collaudo o di regolare esecuzione dei lavori per gli interventi finanziati dal fondo da 400 milioni per le piccole opere nei Comuni fino a 20mila abitanti stanziato dalla legge di bilancio. L’ invio (al sito della Finanza locale del Viminale, area certificati – Tbel, altri certificati)è necessario per poter incassare la seconda metà del contributo. Per chi è in ritardo, invece, l’ avvio dei lavori dovrà avvenire entro il nuovo termine del 10 luglio. Mancano pochi giorni per sfruttare la proroga (la precedente scadenza era il 15 maggio), concessa dal decreto sblocca-cantieri, per avviare i lavori di messa in sicurezza di scuole, strade, edifici pubblici da parte dei Comuni con meno di 20mila abitanti. Le amministrazioni che hanno avviato la progettazione per la realizzazione degli investimenti alla data di entrata in vigore del decreto (19 aprile), avranno dunque tempo fino al 10 luglio per procedere all’ avvio dell’ esecuzione dei lavori (comma 25 articolo 1 Dl 32/2019). Il calendario ritoccato prevede anche lo slittamento al 31 luglio (rispetto al precedente 15 giugno) del termine entro il quale il ministero dell’ Interno provvederà alla revoca, totale o parziale, del contributo concesso a coloro che non avranno iniziato i lavori o che avranno utilizzato il contributo solo in parte. Slitta poi al 15 novembre (dal 15 ottobre) la data ultima per l’ avvio dei lavori da parte dei Comuni beneficiari della riassegnazione dei contributi revocati. Il decreto sblocca-cantieri ha anche concesso le deroghe per permettere il completamento dei lavori di messa in sicurezza di edifici e territorio finanziati lo scorso anno dalla manovra del 2018. Nello specifico, c’ è tempo fino al 31 dicembre 2019 per affidare i lavori (articolo 4- bis del Dl 32/2019), posto che i Comuni abbiano espletato, entro i termini previsti, le attività preliminari all’ affidamento dei lavori rilevabili attraverso il sistema di monitoraggio delle opere pubbliche. Inoltre, la revoca del contributo erogato non si verifica nei casi in cui il mancato rispetto dei termini sia causato da un contenzioso riguardante la procedura di assegnazione. Nel calendario delle scadenze dei contributi per investimenti compare poi il 31 ottobre. Entro questo termine occorre infatti avviare i lavori finanziati con i contributi per l’ efficientamento energetico e lo sviluppo territoriale sostenibile, erogati attraverso il decreto crescita. Il mancato rispetto della scadenza determina la decadenza automatica dall’ assegnazione del contributo, che interessa, in misura diversa in funzione del numero dei residenti, tutti i Comuni. Questi fondi possono essere utilizzati per rendere più efficienti l’ illuminazione e gli edifici pubblici, installare impianti di produzione di energia da fonti rinnovabili ed incentivare lo sviluppo territoriale sostenibile (tra cui mobilità sostenibile, abbattimento delle barriere architettoniche adeguamento e messa in sicurezza di scuole, edifici pubblici, patrimonio comunale e di edilizia residenziale). L’ ultima data da segnare interessa i contributi per la messa in sicurezza degli edifici e del territorio, concessi, per l’ anno in corso, dalla manovra del 2018. Il Comune beneficiario del contributo assegnato con decreto 6 marzo 2019 è invece tenuto ad affidare i lavori per la realizzazione delle opere pubbliche entro 8 mesi dalla data del decreto. In caso di inosservanza del termine, il contributo già trasferito è recuperato dal ministero dell’ Interno e non si procederà all’ erogazione della parte restante della quota inizialmente attribuita. La supervisione delle opere finanziate è effettuata attraverso il sistema di Monitoraggio delle opere pubbliche della Banca dati delle pubbliche amministrazioni. Dal 2020 questi contributi seguiranno la nuova procedura prevista dal decreto crescita: saranno destinati, in egual misura, solo ai Comuni con popolazione inferiore ai mille abitanti. Ma per la fase operativa di quest’ ultima norma occorrerà ancora attendere. © RIPRODUZIONE RISERVATA.  Patrizia Ruffini

01/07/2019 – La Repubblica
Poteri alle Regioni italiani alla ricerca di più autonomia

MAPPE Sondaggio Demos & Pi il 59% considera importante aumentare l’ auto-governo anche se questo porterà tensioni tra i partiti e tra i governatori meridionali e del Nord
La riforma sull’ autonomia regionale rischia di alimentare tensioni. Fra le diverse aree del Paese. Ma anche fra i principali partiti. Dentro allo stesso governo. Negli ultimi giorni, in particolare, il deputato del Pd, Francesco Boccia, e il Governatore della Calabria, Mario Oliverio, hanno evocato apertamente il rischio concreto di divisione. Fra Nord e Sud. Meglio ancora: fra il Lombardo-Veneto, insieme all’ Emilia Romagna, e il Mezzogiorno. D’ altra parte, la riforma è in avanzato stadio di elaborazione. In Parlamento. Principale autrice: la ministra degli affari Regionali e delle Autonomie, Erika Stefani. Leghista vicentina. Garante delle attese e delle domande dei suoi elettori. D’ altronde, proprio in Veneto e in Lombardia, due anni fa, si svolse il referendum per l’ autonomia regionale. In Veneto partecipò il 57% dei cittadini. Un afflusso molto più largo che in Lombardia, dove la partecipazione si fermò al 38%. Eppure, se osserviamo i dati del sondaggio condotto da Demos, circa un mese fa, il consenso dei cittadini al progetto, nel Paese, appare ampio. E diffuso. Quasi 6 elettori su 10 considera importante concedere “maggiore autonomia alle Regioni”. Con punte massime nel Nord ma anche nel Centro Nord. Più ridotte nel Centro Sud e nel Sud. C’ è, dunque, l’ impressione, di un clima d’ opinione favorevole verso l’ autonomia regionale. Almeno, un mese fa, prima che il dibattito, nel merito, si accendesse. Tuttavia, questo atteggiamento dipende, almeno in parte, dal significato attribuito all’ “autonomia”. Percepita, anzitutto, come “auto-governo”. Attribuzione di maggiori poteri rispetto allo Stato centrale. Verso il quale la sfiducia dei cittadini resta ampia. Nonostante una certa ripresa del consenso, emersa nell’ ultimo Rapporto “Gli Italiani e lo Stato”. Le Regioni, i Comuni, i Governatori e i Sindaci, sono, così, divenuti una sorta di “difensori del popolo” di fronte allo Stato Centrale. Un super-potere, che suscita sospetto e diffidenza. Ora, però, la riforma dell’ autonomia rischia di cambiare in fretta questo sentimento. E di complicarlo, aggiungendo, alla sfiducia verso lo Stato, la sfiducia reciproca, fra le Regioni. Fra i cittadini delle Regioni. Per una ragione evidente. L’ autonomia “differenziata” potrebbe produrre, benefici e costi “differenziati”, fra le Regioni. Soprattutto fra Nord e Sud. In base al diverso grado di risorse e ai diversi indici di sviluppo delle diverse aree e delle diverse regioni. Non per caso il governatore della Calabria spinge per redigere una proposta unitaria delle Regioni del Mezzogiorno. Per ora, comunque, non è chiaro cosa succederà. Come sarà definita la riforma. E se davvero verrà realizzata. Un sondaggio di Demos per l’ Osservatorio Nord Est, pubblicato sul Gazzettino lo scorso febbraio (di)mostra che metà dei veneti ritengono l’ autonomia un obiettivo irraggiungibile. Che lo Stato non concederà mai. Tuttavia, in questa fase, l’ opinione pubblica non sembra particolarmente preoccupata del problema. La sua attenzione è intercettata da altre emergenze. Per prima: l’ immigrazione. Una paura “trasportata”, di volta in volta, da una nave carica di qualche decina di disperati. E in-seguita da telecamere e giornalisti. Minuto per minuto. È, tuttavia, interessante osservare come gli orientamenti, in base alle preferenze politiche, mostrino differenze non del tutto prevedibili. Gli elettori della Lega, in particolare, non risultano i più “autonomisti”. Non solo perché gli alleati di FI si dimostrano più favorevoli all’ autonomia, rispetto a loro. Ma perché la quota di quanti considerano l’ autonomia “differenziata” uno dei due provvedimenti più importanti avviati o discussi dal governo, fra gli elettori della Lega, è limitato. Più ridotto rispetto alla base di FI e perfino del PD. Certo, ciò riflette il valore attribuito dai leghisti ad altri provvedimenti. In particolare, “quota 100” e la “legittima difesa”. Ma conferma una mutazione politica e culturale, in corso da tempo. La Lega di Salvini, infatti, è profondamente diversa dalle Leghe del passato. Non è più quella “regionalista” delle origini. Al tempo della Liga Veneta, della Lega Lombarda. Dell’ Union Piemonteisa Tantomeno, è la Lega nordista e padana, di Bossi e Maroni. Oggi è una Lega “Nazionale”, proiettata a Destra. Alle recenti elezioni europee, ha occupato le regioni, un tempo “rosse”. Di sinistra. E marcia verso Mezzogiorno. Così, nel percorso verso l’ autonomia differenziata, la Lega è destinata a scontrarsi con gli alleati di governo del M5s, che hanno la loro base residua a Centro Sud. La Lega di Salvini, oggi, è, a sua volta, al crocevia fra interessi e spinte contrastanti. Perché deve rivolgersi ai nuovi settori del suo “mercato elettorale”, posizionati nel Mezzogiorno. E nelle Isole. Come si è visto alle recenti elezioni. Europee e Regionali. Ma non può permettersi di ignorare le rivendicazioni delle sue tradizionali “zone di forza”. Espresse ad alta voce dai Governatori del Lombardo Veneto, Attilio Fontana e Luca Zaia. Così è facile immaginare, anzi, prevedere che il per-corso dell’ autonomia non sarà facile. Si presenterà, piuttosto, come una corsa ad ostacoli. Condizionata da vincoli geo-politici complessi. Perché le Italie non sono solamente due. Non ci sono solo il Nord e il Sud. Le Italie sono molte. Molti Nord e molti Sud. Per non parlare del Centro. E hanno esigenze diverse. Interessi, spesso, contrastanti. Così, non è azzardato prevedere che, alla ricerca dell’ autonomia, il Paese si perda ©RIPRODUZIONE RISERVATA DI ILVO DIAMANTI

01/07/2019 – La Repubblica
I tecnici di Toninelli “Via le concessioni ad Autostrade dei Benetton”

“Grave inadempimento nel crollo di Genova”. Ma rischio mega indennizzo Per il gruppo “scorretto attribuire responsabilità ancora da accertare”
ROMA – La revoca unilaterale della concessione ad Autostrade è legittima e non comporta il pagamento del risarcimento previsto dalle clausole che sanzionano la chiusura anticipata del contratto, che sarebbero nulle a causa del «grave inadempimento » del concessionario. Anche se, si legge nella relazione della commissione tecnica istituita dal ministro dei Trasporti Danilo Toninelli il 29 marzo scorso, e presieduta da Hadrian Simonetti, non è escluso che la società possa far valere in giudizio queste clausole, e ottenere invece il risarcimento stabilito. La revoca della concessione inoltre potrebbe non limitarsi alla sola Liguria, ma estendersi all’ intera rete autostradale perché il crollo del ponte Morandi di Genova, avvenuto nell’ agosto dell’ anno scorso, lascia presupporre «gravi lacune del sistema di manutenzione che si possono ritenere sussistenti su tutta la rete autostradale ». Le conclusioni della relazione, anticipate ieri sera dalle agenzie di stampa, che ne hanno diffuso ampi stralci, erano nell’ aria da giorni, e in qualche modo erano state anticipata dall’ attacco del vicepremier Luigi Di Maio di giovedì scorso: «Atlantia è decotta, non può essere coinvolta», aveva affermato, riferendosi alla possibilità di coinvolgere la holding della famiglia Benetton che controlla Autostrade nella cordata di imprenditori che dovrebbe far ripartire Alitalia, possibilità che invece è ben vista dalla Lega. Una dichiarazione che aveva sollevato fortissime polemiche, e che aveva avuto serie ripercussioni in Borsa. E che era stata anche stigmatizzata dall’ altro vicepremier, il leghista Matteo Salvini: «Prima di dare giudizi sommari, quando ci sono di mezzo posti di lavoro io sono sempre molto attento». Ma Di Maio non recede, e ieri a maggior ragione ha insistito sulla correttezza di una revoca uniterale tempestiva della concessione: «Noi ci stiamo muovendo nel rispetto del contratto di concessione e nel solco dei contratti in essere. Andiamo avanti, come un treno!». In mattinata un articolato intervento anonimo sul Blog delle Stelle aveva sostenuto che «lo stop alla concessione pubblica è un dovere morale». Eppure, anche a fronte di conclusioni che sembrano inequivocabili, la revoca non va considerata scontata: fonti vicine al M5S assicurano che Di Maio e Toninelli non si muoveranno così rapidamente, e che per il momento potrebbero limitarsi a utilizzare la relazione per indirizzare le decisioni rispetto ad altri dossier aperti. Soprattutto c’ è l’ ostacolo della Lega, che non ha preso una posizione ufficiale, ma è evidente che non condivide le stesse istanze di urgenza, lo stesso “dovere morale”. A pronunciarsi con chiarezza sul tema nella parte leghista del governo finora solo il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti, che ha invitato i colleghi a non prendere in considerazioni decisioni prima di una sentenza definitiva. D’ altra parte neanche il concessionario accetterebbe una revoca unilaterale senza difendersi. Fonti vicine al dossier spiegano che è giuridicamente scorretto dare per scontato che il crollo del Ponte Morandi sia conseguenza della cattiva manutenzione. Non c’ è nessun automatismo causa/effetto: il processo è ancora alle prime battute, non c’ è stato neanche l’ incidente probatorio. Altra assunzione contestata è quella secondo la quale il concessionario è stato un cattivo custode del bene, e non sia in grado di restituirlo: il Ponte verrà ricostruito, e già molto prima della scadenza stabilita della concessione sarà funzionante. Osservazioni che potrebbero essere considerate ragionevoli in un tribunale, facendo scattare le clausole risarcitorie per il ritiro anticipato della concessione: la commissione non quantifica la cifra, nei giorni passati lo hanno fatto Mediobanca e altri analisti, parlano di 22-25 miliardi di euro. Oggi intanto all’ apertura di Borsa si vedranno le prime ripercussioni sui mercati. ©RIPRODUZIONE RISERVATA Il ministro Danilo Toninelli guida i Trasporti. DI ROSARIA AMATO

01/07/2019 – ANSA

Autostrade: Aspi, se revoca c’è indennizzo

Società, conferma da stessa relazione Commissione Mit

(ANSA) – ROMA, 1 LUG – “I termini della Convenzione prevedono, nella denegata ipotesi di revoca, il pagamento di un cosiddetto indennizzo che corrisponde al giusto valore della concessione, secondo i criteri contrattualmente previsti”. E’ quanto ribadisce Autostrade per l’Italia in una nota dopo le notizie di stampa sugli esiti della relazione della Commissione ministeriale insediata presso il Mit. “La sussistenza di tale obbligo di indennizzo, come riportato dalla stampa, è confermata anche dalla stessa relazione della Commissione” rileva la società che “contesta il metodo di diffusione alla stampa in modo pilotato e parziale di stralci di tale relazione, prima ancora che essa sia resa nota alla controparte, come è richiesto dal procedimento amministrativo in essere”.

 

01/07/2019 – Italia Oggi

Autostrade: dalle anticipazioni non emerge un inadempimento del contratto

La società dichiara di “non aver ricevuto alcuna comunicazione in relazione al procedimento in corso e di aver appreso solo da notizie di stampa dell’esistenza e dei contenuti della relazione della Commissione ministeriale insediata presso il Mit”

Dalle anticipazioni del dossier tecnico del Mit sul crollo del Ponte Morandi non è emerso alcun grave inadempimento da parte di Autostrade per l’Italia e in caso di revoca della concessione è previsto un obbligo di indennizzo per la società. Così Aspi risponde in una nota alle rivelazioni di stampa sull’esito dell’indagine condotta dalla Commissione tecnica del Ministero dei Trasporti. “Al fine di ristabilire un corretto quadro informativo, i termini della convenzione prevedono, nella denegata ipotesi di revoca, il pagamento di un cosiddetto indennizzo che corrisponde al giusto valore della concessione, secondo i criteri contrattualmente previsti”, spiega Aspi, precisando che “la sussistenza di tale obbligo di indennizzo, come riportato dalla stampa, è confermata anche dalla stessa relazione della Commissione”. Autostrade aggiunge che dalle anticipazioni “non sembrerebbe emergere alcun grave inadempimento agli obblighi di manutenzione ai sensi del contratto di concessione”. Aspi puntualizza poi di “non aver ricevuto alcuna comunicazione in relazione al procedimento in corso e di aver appreso solo da notizie di stampa dell’esistenza e dei contenuti della relazione della Commissione ministeriale insediata presso il Mit”. La società “contesta il metodo di diffusione alla stampa in modo pilotato e parziale di stralci di tale relazione, prima ancora che essa sia resa nota alla controparte, come è richiesto dal procedimento amministrativo in essere”. Le dichiarazioni di Aspi seguono le anticipazioni di stampa della relazione della Commissione del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti istituita dal ministro dei Trasporti Danilo Toninelli il 29 marzo scorso. Il crollo del ponte Morandi avrebbe comportato “la mancata restituzione di un bene la cui custodia la concessione aveva affidato ad Autostrade per l’Italia, che era tenuta a restituirlo integro. Cio’ configura un grave inadempimento che consente la revoca unilaterale della concessione”. La revoca unilaterale della concessione ad Autostrade sarebbe quindi legittima e non comporta il pagamento del risarcimento previsto dalle clausole che sanzionano la chiusura anticipata del contratto, che sarebbero nulle a causa del “grave inadempimento” del concessionario. Tuttavia, si legge nella relazione, non e’ escluso che la societa’ possa far valere in giudizio queste clausole, e ottenere invece il risarcimento stabilito. La revoca della concessione inoltre potrebbe non limitarsi alla sola Liguria, ma estendersi all’intera rete autostradale perche’ il crollo del ponte Morandi di Genova, avvenuto nell’agosto dell’anno scorso, lascia presupporre “gravi lacune del sistema di manutenzione che si possono ritenere sussistenti su tutta la rete autostradale”.

 

01/07/2019 – La Stampa

Alitalia, scende in campo Toto: siamo solidi e affidabili

Toto scende formalmente in campo per Alitalia, confermando per la prima volta la sua partecipazione alla cordata per rilanciare la ex compagnia di bandiera. In una lettera inviata al Messaggero, la società spiega le «sue credenziali» per entrare in Alitalia, in particolare la sua «affidabilità, esperienza imprenditoriale e risorse economiche adeguate per confrontarsi con altrettanto validi partners con professionalità, competenza e serietà». Il gruppo Toto «che nel passato è stato con AirOne, la prima società a fare concorrenza alla compagnia di bandiera, è oggi un gruppo sano con oltre 500 milioni di euro di ricavi e 1.300 dipendenti, attivo nelle energie rinnovabili con profitto in Italia e soprattutto negli Stati Uniti, nelle opere pubbliche, nelle concessioni autostradali e nelle manutenzioni di impianti», viene sottolineato nella missiva, scritta dall’ad Lino Bergonzi e Riccardo Toto, ed in cui vengono smentite anche «alcune strane leggende» intorno al gruppo, come quelle che riguardano «i risultati della sua trascorsa esperienza nel trasporto aereo, i presunti debiti con Anas» e la vicenda «New Livingston».

Il termine per presentare le offerte e mettere a punto la cordata per far decollare la nuova Alitalia è il 15 luglio. Oltre a Toto e al patron della Lazio Claudio Lotito, che ha presentato una manifestazione di interesse, nelle ultime ore si è fatto avanti anche l’imprenditore colombiano German Efromovich, azionista di maggioranza della compagnia di bandiera colombiana Avianca. «Abbiamo scritto una lettera alle Ferrovie dello Stato e all’advisor Mediobanca due settimane fa dicendo che siamo disponibili a comprare fino al 30% della Nuova Alitalia. Ma vogliamo partecipare alla gestione, per fare la ristrutturazione», ha detto Efromovich in una intervista al Sole 24 Ore. «Dovrei essere l’amministratore delegato, almeno all’inizio», ha precisato. «Non sto cercando un modo di spendere 200 milioni di dollari. Alitalia è un’ottima compagnia e non capisco come possa perdere soldi», ha aggiunto, sottolineando che «in sei mesi si può risanare».

In tutta l’operazione le Ferrovie dello Stato hanno il ruolo di regista e devono completare il consorzio, che dopo sette mesi di lavoro è ancora fermo a circa il 60%: Fs entrerebbe con il 30-35%, Delta e il Tesoro con il 15% ciascuno. L’ipotesi Atlantia, anche se la società non ha fatto mai nessun passo formale per entrare nella cordata, sembra definitivamente tramontata dopo che il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Giancarlo Giorgetti, ha detto che è «assolutamente inopportuno intavolare negoziati di qualsiasi tipo con qualcuno con cui sei in contenzioso», riferendosi allo scontro sulle concessioni autostradali. Per mercoledì, intanto, è atteso al Mise l’incontro tra il vicepremier Luigi Di Maio e i sindacati. © TUTTI I DIRITTI RISERVATI

01/07/2019 – Italia Oggi

Alitalia, Di Maio: Fs deve aumentare la propria quota

L’idea del vicepremier pentastellato dal 30% ipotizzato finora fino ad una quota anche superiore al 50%

Qualora nella trattativa per il salvataggio di Alitalia non si dovesse trovare alcun socio forte, nell’esecutivo circola un’ipotesi estrema, ovvero chiedere a Ferrovie dello Stato – che è il perno dell’operazione – di aumentare la propria quota dal 30% ipotizzato finora fino ad una quota anche superiore al 50%. Lo scrive la Stampa spiegando che il vicepremier Luigi Di Maio, che non ha intenzione di far fallire la società, avrebbe infatti già accennato l’ipotesi all’amministratore delegato di Fs, Gianfranco Battisti. Ora che il governo ha deciso di escludere definitivamente dalle trattative per Alitalia la holding dei Benetton Atlantia, la partita per l’ex compagnia di bandiera si complica enormemente, mentre mancano appena 15 giorni per trovare la quadra. Tuttavia, si tratta di una prospettiva difficile da digerire per le Fs (controllate dal governo), visto che all’inizio di questa trattativa avevano deliberato di partecipare al piano solo al fianco di un partner solido che per ora non c’è. In Ferrovie e al Ministero dello Sviluppo si attendono le garanzie finanziarie: il gruppo Toto assicura di avere liquidità sufficiente (servono almeno 300 milioni), mentre il patron della Lazio Claudio Lotito sarebbe pronto a presentare garanzie bancarie. Si vedrà se nelle prossime due settimane verrà chiuso il cerchio, altrimenti si proverà il piano B con Ferrovie.

 

01/07/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Appalti, al via da oggi il Portale unico del Mit sulle gare di lavori, servizi e forniture

M.Fr.

Consultabili anche tutti i programmi (triennali e annuali) delle opere pubbliche delle amministrazioni regionali e locali

Il “Portale unico per la pubblicità delle gare e dei programmi di lavori, beni e servizi” promosso dal ministero delle Infrastrutture – pienamente operativo da oggi, lunedì 1 luglio – promette di essere l’aggregatore unico di «tutte le gare di appalto in corso in Italia, sia a livello nazionale che regionale». Il portale, spiega un comunicato del Mit, «è l’esito del progetto di cooperazione applicativa per la realizzazione del Sistema a rete Mit/Regioni e Provincie autonome, ed è stato realizzato grazie alla collaborazione tra la Direzione generale per la regolazione e i contratti pubblici del Mit, gli Osservatori regionali e provinciali dei contratti pubblici e Itaca».
IL PUNTO DI ACCESSO PER LA RICERCA DEI BANDI DEL MIT
La piattaforma, stando sempre a quanto assicura il Mit, dovrebbe semplificare «gli obblighi informativi a carico delle stazioni appaltanti e migliorare sia la trasparenza che la diffusione dei dati e delle informazioni relative a bandi, avvisi ed esiti di gara e alla programmazione di lavori, beni e servizi». Il tutto, ovviamente, «a portata di clic». L’entrata a regime del Portale è l’ultima tappa di un processo avviato nel corso del 2018, con un lavoro che è andato avanti sia sotto il profilo dell’innovazione tecnologica, sia soprattutto, sotto il profilo del dialogo interistituzionale con le regioni e gli enti locali. L’architettura della piattaforma, in larga parte già operativa, va molto al di là della consultazione dei bandi di gara. Il progetto è stato infatti concepito come uno strumento di erogazione di servizi alle amministrazioni locali, per esempio per il «supporto giuridico» (rivolto a «tutte le amministrazioni pubbliche accreditate») con pareri (non vincolanti) che vengono asseverati dall’Unità operativa di coordinamento del Mit e che sono conservati in archivio e consultabili on line.
L’architettura della piattaforma include inoltre l’accesso e la consultazione dell’elenco delle opere incompiute e tutti i programmi triennali e annuali delle amministrazioni regionali e locali.

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01/07/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Sblocca-cantieri, commissari e regolamento appalti: i sei mesi «caldi» dell’attuazione

Massimo Frontera

Tra il 2 luglio e 16 dicembre pioggia di scadenze per nominare i commissari e scrivere il regolamento appalti. Entro domani Commissario emergenza Gran Sasso (e Dm Interno su deroghe)

Commissari straordinari e regolamento del codice appalti dominano le scadenze dei prossimi 4-6 mesi fissate dal decreto-sblocca cantieri, in vigore dal 18 giugno. L’entrata in vigore – in prossimità per periodo estivo – non si concilia troppo con la serrata serie di scadenze attuative indicate dal provvedimento, convertito in legge. Scadenze che si concentrano prevalentemente nei 30-60-180 giorni successivi all’entrata in vigore della legge di conversione.
I commissari di governo
Il primo dossier è quello dei Commissari straordinari per accelerare le opere che sono incagliate o che vanno a rilento o che presentano vari problemi non conciliabili con norme e procedure ordinarie. Ad aprire la partita è il commissario straordinario per la gestione dell’emergenza Gran Sasso, il cui decreto di nomina (Dpcm su proposta del Mit) è atteso entro domani, 2 luglio. Dopo l’incontro interlocutorio del 20 giugno scorso tra il ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli e il presidente della Regione Abruzzo Marco Marsilio, si attende l’ufficializzazione del nome. Il cuore del provvedimento di nomina non è però il nome quanto le deroghe alle procedure ordinarie, insieme eventualmente alle risorse, che saranno concesse al commissario. Con un decreto del ministero dell’Interno – sempre entro il 2 luglio prossimo – devono essere indicate le «speciali misure amministrative di semplificazione per il rilascio della documentazione antimafia, anche in deroga alle relative norme».
Lo stesso discorso vale per gli altri commissari straordinari, i cui decreti di nomina sono attesi entro il 18 luglio prossimo. Tra questi c’è il Commissario alla viabilità della regione Sicilia. «La regione – ha anticipato il 26 giugno scorso il presidente della Sicilia Nello Musumeci nel corso del Forum organizzato da Radiocor Sole 24 Ore – ha proposto il responsabile delle Opere pubbliche in Sicilia Gianluca Ievolella». «Ma ancora più importanti del nome – ha aggiunto Musumeci – sono altri due fattori: le deroghe alle vigenti procedure sugli appalti per accelerare gli interventi, e poi le risorse su cui poter contare. Noi abbiamo bisogno di 5-600 milioni di euro, che non abbiamo nel nostro bilancio».
Sempre entro il 18 luglio 2019, sono attesi i decreti di nomina per la gestione del Mose di Venezia. Per l’emergenza della Laguna di Venezia, peraltro, lo Sblocca-cantieri ha previsto anche una anticipazione al biennio 2018-2019 dei 265 milioni di risorse originariamente distribuite sull’arco del più ampio periodo 2018-2024. Il riparto dovrà essere effettuato con Dpcm su proposta del Mit (senza data di scadenza).
Da Venezia alla Lioni-Grottaminarda, in Campania. Entro il 18 luglio prossimo, dovrà essere costituito – con decreto Mit-Mise – l’apposito «Comitato di vigilanza per l’attuazione degli interventi». La struttura che di fatto dovrà definire il completamento dell’opera attraverso l’individuazione dei lotti funzionali.
Dalla Campania a Genova. Sempre entro il 18 luglio prossimo dovrà essere nominato il Commissario unico per il completamento del Terzo Valico, del porto storico e del nodo ferroviario di Genova.
C’è invece più tempo per attuare una misura che riguarda l’emergenza legata alcompletamento delle opere di depurazione e bonifica necessarie per disinnescare due procedure di infrazione contro l’Italia aperte dalla Commissione Ue in tema di gestione del ciclo idrico. Entro il 17 agosto prossimo, è previsto il subentro del nuovo commissario unico a tutti i commissari finora nominati.
Per tutte le altre situazioni emergenziali che riguardano le infrastrutture, lo Sblocca-cantieri fissa due scadenze. Entro il 16 dicembre prossimo (180 giorni dall’entrata in vigore della legge di conversione) sono attesi i Dpcm per individuare «gli interventi infrastrutturali ritenuti prioritari», su indicazione del Mit, sentito il ministero dell’Economia (previo parere delle commissioni parlamentari) con relativa nomina dei commissari straordinari. Entro il 31 dicembre 2020, il presidente del Consiglio potrà individuare «ulteriori interventi prioritari per i quali disporre la nomina di Commissari straordinari».
Il regolamento attuativo del codice appalti
A parte il lavoro la partita dei Commissari, il ministero delle Infrastrutture dovrà, entro la fine dell’anno – stando alle scadenze fissate dallo Sblocca-cantieri – portare a termine la stesura del nuovo regolamento attuativo del codice appalti. Lavoro che include sia l’attuazione delle norme modificate dall’ Sblocca-cantieri, sia, più in generale, il superamento della effimera stagione della “soft law”. Non si tratta di poca cosa. Ma, soprattutto, il tempo non è moltissimo (vista anche la prossima pausa estiva). Lo Sblocca-cantieri, fin dalla stesura originaria del Dl, ha dato 180 giorni di tempo per produrre il regolamento. Tale termine è rimasto, anche se il comma che riportava tale termine è stato poi riscritto, con modifiche approvate in sede di conversione. Pertanto, come confermano anche al Mit, il termine di 180 giorni decorre dalla data di entrata in vigore della conversione in legge, e cade quindi il 16 dicembre prossimo. In ogni caso, data la complessità del lavoro da fare, è assai probabile che la scadenza non sarà rispettata. Anche se, al Mit ricordano che il tavolo per la stesura del regolamento è stato già avviato con le amministrazioni interessate (centrali, territoriali e locali) con – per la prima volta – anche le associazioni di operatori portatori di interesse in qualità di auditori.
Oltre al sistematico smantellamento delle linee guida Anac previsto dallo Sblocca-cantieri (che resteranno comunque in vita fino all’entrata in vigore della nuova disciplina attuativa), il regolamento, tra le altre cose, dovrà definire: a) nomina, ruolo e compiti del responsabile del procedimento; b) progettazione di lavori, servizi e forniture, e verifica del progetto; c) sistema di qualificazione e requisiti sia degli esecutori di lavori, sia dei contraenti generali; d) procedure di affidamento e realizzazione dei contratti di lavori, servizi e forniture di importo inferiore alle soglie Ue; e) direzione dei lavori e dell’esecuzione; f) esecuzione dei contratti di lavori, servizi e forniture, contabilità, sospensione e penali; g) collaudo e verifica di conformità; h) affidamenti dei servizi di architettura ed ingegneria e relativi requisiti degli operatori economici; i) lavori riguardanti i beni culturali.
Italia Infrastrutture Spa
Con la fine delle vacanze agostane dovrebbe arrivare anche Italia Infrastrutture Spa, la società che dovrebbe essere costituita a partire dal 1 settembre 2019. La società avrà un capitale di 10 milioni (del Mef) e sarà sottoposta al controllo del ministero delle Infrastrutture. Dovrà supportare sotto l’aspetto tecnico-amministrativo le direzioni
generali in materia di programmi di spesa che prevedano il trasferimento di fondi a regioni ed enti locali. L’attuazione prevede un Dpcm (proposta Mit, concerto Mef) per adottare lo statuto e un decreto Mit concerto Mef per nominare i vertici.

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