Rassegna stampa 26-27 giugno 2019

25/06/2019 – Staffetta Quotidiana

Caso dispacciamento, sospese altre due restituzioni

Tre le sospensive concesse finora

Anche i trader SG Energia Spa e Eroga Energia Srl hanno ottenuto dal Consiglio di Stato la sospensione dell’obbligo di restituzione degli “extraprofitti” realizzati arbitrando tra mercato dell’elettricità e quello dei servizi nell’ambito del cosiddetto “caso dispacciamento” del 2016-17. Nelle scorse settimane una serie di sentenze di merito del Tar Lombardia hanno dato torto ai trader rendendo esecutive richieste di restituzione a Terna di profitti per molte decine di milioni di euro. Nei giorni scorsi però, accogliendo le domande cautelari delle due aziende, rappresentate dagli avvocati Claudio Guccione e Maria Ferrante, il Cds ha sospeso la restituzione imposta dall’Autorità per l’energia. Come nel caso di Velga, che nei giorni scorsi aveva a sua volta ottenuto la sospensiva (v. Staffetta 19/06), il Cds non ha richiesto neppure la prestazione di una corrispondente garanzia. L’udienza di merito è fissata per ottobre prossimo. In allegato le due ordinanze, pubblicate rispettivamente il 3 e il 18 giugno 2019. © Riproduzione riservata

25/06/2019 – Quotidiano Energia

Extra-costi Msd, CdS sospende due provvedimenti prescrittivi Arera

Accolte le istanze cautelari di Eroga Energia e SG Energia. Rinviato al merito l’approfondimento “sull’effettiva spettanza in capo all’Autorità del potere di emettere tali provvedimenti”

Prosegue la lunga battaglia giudiziale tra i trader e l’Arera sulla questione dei comportamenti non diligenti su Msd.  Nei giorni scorsi il CdS ha accolto le istanze cautelari di sospensiva dei provvedimenti prescrittivi dell’Autorità nei confronti di Eroga Energia e SG Energia. In entrambi i casi i giudici hanno rilevato la sussistenza del periculum in mora, “in quanto la richiesta di pagamento di un importo ingente (791.385,33 € nel caso di SG Energia, ndr), sia quanto al valore assoluto sia in rapporto ai mezzi propri della società quali risultano dal bilancio prodotto in atti, potrebbe produrre conseguenze non reversibili sulla possibilità per la società appellante di continuare la gestione”.

Quanto invece alla “effettiva spettanza in capo all’Autorità del potere di emettere tali provvedimenti”, il CdS rimanda a un “approfondimento nel merito”, che nel caso di Eroga Eenergia è fissato per il 24 ottobre.

Le ricorrenti sono state assistite da Claudio Guccione e Maria Ferrante, Partner di P&I-Guccione e Associati.

Va ricordato che lo scorso marzo (QE 29/3) il Consiglio ha respinto l’appello di Get Energy che però contestava una mancata o per lo meno ritardata notifica da parte dell’Arera del provvedimento prescrittivo con cui veniva chiesta la restituzione di 1,26 milioni €.

Infine, da segnalare che nei giorni scorsi il Tar Milano ha respinto il ricorso in primo grado di Axpo Italia.      © Riproduzione riservata

27/06/2019 – Quotidiano Energia

Extra-costi Msd, primo no del CdS ai trader

I giudici di appello respingono il ricorso di Spienergy: “Provata la non diligenza degli sbilanciamenti e l’Arera ha il potere di intervenire”

Se nelle ordinanze dei giorni scorsi il Consiglio di Stato sembrava dare qualche spiraglio ai trader sulla questione degli extra-costi Msd (QE 25/6), ora arriva la prima sentenza di merito del CdS che respinge il ricorso di Spienergy.

Lo scorso ottobre anche tale società aveva in realtà ottenuto la sospensiva del provvedimento prescrittivo Arera (QE 17/10/18), anche in forza dell’entità delle cifra richiesta in restituzione (2,6 mln €). Ora però i giudici di appello confermano la legittimità dell’intervento dell’Autorità.

In particolare, viene confermato il potere del Regolatore di intervenire nei rapporti contrattuali tra Terna e gli utenti del dispacciamento. “Quando il contratto rappresenta una componente del processo regolatorio – si legge nella sentenza – l’inadempimento delle relative obbligazioni non assume rilievo soltanto sul piano delle relazioni intersoggettive, bensì è idoneo a ripercuotersi sul funzionamento dell’intero mercato”. E “l’assetto negoziale dei singoli rapporti di utenza del servizio pubblico di dispacciamento è definito dall’Autorità in forza di una puntuale base legale”.

Venendo poi al merito della questione, “l’entità e la sistematicità degli scostamenti dei prelievi effettivi realizzati dall’appellante è spiegabile solo con il perseguimento di una strategia commerciale speculativa”, rimarca il CdS. confermando “il nesso causale tra gli sbilanciamenti effettivi e l’apprezzamento del c.d. uplift”, ossia l’impatto in bolletta di tali condotte.

Respinti poi tutti gli altri motivi, relativi in gran parte a questioni procedurali.

Intanto, da segnalare che il Tar Milano ha rigettato i ricorsi di Duferco Energia e di Dufenergy Trading.

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26/06/2019 – La Stampa (ed. Aosta)

“La joint venture creata da Iren e Cva in Italia sarebbe seconda soltanto a Enel”

I vertici dell’ azienda: “Con la fusione si superano i vincoli della legge Madia sulle società partecipate”
Iren riprende la scalata alla Compagnia Valdostana delle Acque. Dopo la «manifestazione di interesse» presentata all’ inizio dell’ anno e rimasta senza risposta, ieri pomeriggio la società multiservizi – attiva tra l’ altro nei settori dell’ energia idroelettrica, del teleriscaldamento, ma anche di gas e dei servizi idrici integrati – è tornata alla carica trasmettendo alla Regione, che tramite Finaosta è proprietaria di Cva, la proposta di realizzare una nuova società in cui far confluire tutti i beni e le attività che Iren e Cva hanno nel campo delle rinnovabili. «Quello che ipotizziamo è un accordo “win-win”, che cioè porterebbe vantaggi a entrambe le parti» dicono il presidente di Iren Renato Boero e l’ amministratore delegato Massimiliano Bianco, che ieri erano in Valle per un incontro – già fissato in precedenza per presentare iniziative sulla mobilità green – con le istituzioni regionali. L’ idea, spiega il presidente Boero, è quella di «dar vita ad un progetto industriale attraverso un nuovo operatore nel quale Iren e Regione Valle d’ Aosta sarebbero soci alla pari, con il 50 per cento delle quote ciascuno». Secondo le stime degli uffici Iren, se l’ operazione andasse in porto nascerebbe una società da oltre 1,5 gigawatt di capacità idroelettrica installata e più di 1,7 gigawatt complessivi: «Potremmo diventare il secondo più importante gruppo idroelettrico in Italia dopo Enel – dice Boero -. Sgombriamo il campo dalle interpretazioni fuorvianti. Non c’ è logica di conquista: Iren e Cva sono soggetti simili per molti versi. Immaginiamo di creare una “joint venture paritaria” ed è per questo che puntiamo al 50-50. Quando diciamo che i vantaggi sarebbero per entrambi pensiamo che una simile operazione consentirebbe di togliere i vincoli della Legge Madia sulle società partecipate che in questo momento condizionano Cva e soddisferebbe la ricerca di liquidità da parte della Regione che sta valutando la quotazione in Borsa». Cifre, per l’ affare, in questo momento non se ne fanno. Ma l’ ad Bianco dice: «Diciamo che, se il termine di paragone è la quotazione in Borsa, qualsiasi cifra che verrà ritenuta corretta per la quotazione sarà senz’ altro più bassa di quanto offriamo noi». Bianco aggiunge che «oltre a questo, va tenuto conto che tutti gli asset idroelettrici di Iren entrerebbero in questa nuova società. Tra questi, peraltro, ci sono anche le centrali che abbiamo sul versante piemontese del Gran Paradiso. Dubito esista un’ altra opzione in grado di garantire una simile crescita». Tra le audizioni che nei mesi scorsi si sono succedute nella commissione speciale Cva del Consiglio regionale, ci sono quelle di alcuni esperti che mettevano in guardia dall’ aprire le porte a operazioni di fusione: «Chi entra nel pacchetto societario di una azienda – era l’ obiezione – ha anche interesse a tenersi le leve decisionali». In Iren si sta ragionando su alcune regole da inserire nello statuto della nuova eventuale società fissando il principio secondo cui nessun socio potrà prendere decisioni senza il benestare dell’ altro. Boero e Bianco sono prudenti: «Ci sono molti modi per regolare la governance di una azienda. Noi di Iren siamo una società controllata per più del 50 per cento da 90 Comuni italiani e siamo dunque esperti di modelli di governance articolati. Noi abbiamo una idea progettuale ben definita, ma ciò non toglie che vorremmo avere un confronto di merito con la Regione, perché discutendo insieme si possono trovare soluzioni interessanti per entrambi». Sul piatto potrebbero trovare spazio anche collaborazioni in servizi diversi che Iren gestisce e che in questo momento non caratterizzano Cva, oppure l’ ingresso della Regione tra gli azionisti di Iren. BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI. DANIELE MAMMOLITI

26/06/2019 – Corriere della Sera
Il nuovo scontro sull’ autonomia E Di Maio vuole il blitz Autostrade

Vertice senza risultati. Salvini insiste sulle Regioni. No del M5S che propone la revoca della concessione
roma Altro che tregua. Il vertice sull’ autonomia di Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna è finito oltre la mezzanotte, dopo tre ore di diverbi e reciproche accuse. Per Salvini «i 5 Stelle fanno muro e si nascondono dietro i burocrati», mentre a sentire Di Maio «non c’ è nessun blocco, ma quando si governa le cose si fanno in due». Basta ultimatum, è il messaggio del capo del Movimento, seccato perché il leader della Lega nel bel mezzo di una riunione tesissima ha mollato Palazzo Chigi «per andarsene in tv da Bianca Berlinguer», cedendo la seggiola a Giancarlo Giorgetti: «È come se fossi io…». Quando Danilo Toninelli è arrivato, gli umori erano ormai tali che nemmeno sui destini incrociati di Atlantia e Alitalia è saltato fuori uno straccio di intesa. Governo bloccato e lo spettro del voto anticipato che aleggia tra Montecitorio e Palazzo Chigi. L’ accordo sull’ autonomia è lontano. La bozza che Salvini voleva approvare oggi stesso, non sarà nel pomeriggio sul tavolo del Consiglio dei ministri: tutto rinviato al prossimo mercoledì. Sono le sette quando il «Capitano» della Lega entra al vertice di Palazzo Chigi con alcune idee fisse nella testa. Battere cassa, forte della vittoria del «partito del sì» sul fronte delle Olimpiadi invernali. Accelerare su autonomia e flat tax. E stanare i 5 Stelle. «Basta frenare – si è sfogato il leader con i suoi – Io voglio governare quattro anni, ma un no al taglio delle tasse non lo accetto». Ci sono Fraccaro, Buffagni, Garavaglia ed Erika Stefani e al premier Giuseppe Conte tocca arbitrare l’ ennesimo braccio di ferro. Il capo politico del M5S non intende cedere ai diktat, né piegarsi al pressing della Lega che «strumentalizza Olimpiadi e Tav». E se Salvini ritiene che il testo base dell’ autonomia non abbia bisogno di emendamenti, Di Maio chiede di consentire alle commissioni parlamentari di esaminare e correggere il provvedimento. Deciso a incidere sulle materie da trasferire alle regioni del Nord produttivo, il capo del M5S invoca il tempo che serve a «sciogliere i nodi su ambiente, sanità, trasferimenti fiscali alle Regioni, scuola, trasporti». Sa di non poter fermare la corsa del Carroccio verso l’ autonomismo, perché il contratto lo prevede, ma vuole far valere le ragioni del M5S. «L’ ultima parola spetta al premier», avverte Di Maio, segnalando come i tecnici del Dipartimento affari giuridici e legislativi di Palazzo Chigi abbiano messo a verbale «una valutazione negativa» sulla bozza. Il ministro del Lavoro, che al mattino aveva fatto il punto con i ministri Costa, Grillo, Bonisoli e Toninelli, gioca d’ azzardo. Ma non è un bluff. Il Dagl in effetti ha messo a verbale come l’ applicazione dell’ articolo 116 della Costituzione non debba comportare un aumento della spesa complessiva nazionale per le materie oggetto di eventuale trasferimento. «Questi vogliono la secessione», è la battuta attribuita a Di Maio. Sospetti infondati, ribattono i leghisti: «La bozza non toglie nemmeno un centesimo alle regioni del Sud». E la tensione è tale che un accordo sul destino di Atlantia dopo il drammatico crollo del Ponte di Genova si rivela impossibile. Di Maio e Toninelli tentano il blitz, formalizzando la proposta di revocare la concessione ad Autostrade. Ma Salvini è contrario. Teme che stoppare la concessione impedisca di coinvolgere in Alitalia l’ azienda della famiglia Benetton (Atlantia), riducendo quasi a zero le possibilità di salvare la compagnia di bandiera. Monica Guerzoni

27/06/2019 – MF
Energia pulita, piano da 40 mld

Raccolti 50 progetti delle maggiori utility italiane per convincere Bruxelles
Repowering degli impianti rinnovabili, teleriscaldamento, fine dei sussidi alle fonti fossili. Così si risponde ai rilievi dell’ Ue sul Piano Nazionale Integrato Energia e Clima
Pronti per atterrare sul tavolo del ministro dello Sviluppo economico, Luigi Di Maio, ci sono 50 progetti per un controvalore di 40 miliardi di euro in 10 anni, che riguardano efficienza energetica, rinnovabili, mobilità sostenibile e decarbonizzazione, firmati da alcuni dei principali operatori italiani, da Enel a Snam, da Erg a Falck Renewables, Edison, Acea, etc. Tutti insieme, se realizzati, porterebbero a un taglio di 21 milioni di tonnellate di CO2, il 5% dei gas serra prodotti in un anno in Italia, e a un aumento della produzione di energia da fonti rinnovabili per oltre 24,5 miliardi di kWh, il 25% di quella prodotta attualmente dagli impianti italiani. Per ora i progetti sono stati presentati a Davide Crippa, sottosegretario del Ministero dello Sviluppo Economico, nella sede del Gse, il Gestore dei servizi energetici. Le proposte rappresentano anche la risposta italiana alle osservazioni della Commissione Europea sul Piano Nazionale Integrato Energia e Clima dell’ Italia, «promosso con riserva» da Bruxelles. I target dell’ Ue prevedono al 2030 il 32% di produzione energetica da fonti rinnovabili, e il 30% di riduzione delle emissioni. La Commissione ha chiesto all’ Italia di approfondire i temi della decarbonizzazione e sicurezza energetica sul mercato interno, il ruolo del gas nel mix energetico, le strategie per ottenere una forte penetrazione delle rinnovabili e utilizzarle in misura maggiore per la climatizzazione delle abitazioni. Allo stesso tempo, secondo la valutazione europea, servono un quadro normativo più chiaro e uno sforzo maggiore per eliminare le sovvenzioni alle fonti energetiche fossili. A mettere tutte insieme le proposte delle aziende italiane è stato Monitor Pec, l’ osservatorio sul Piano Energia e clima promosso da Agici Finanza d’ Impresa (società di ricerca e consulenza nei settori delle utilities, rinnovabili infrastrutture ed efficienza energetica), che per l’ occasione ha schierato A2A, Abb, Acea, Anigas, Cesi, Edison, Elettricità Futura, Enel, Erg Renew, Falck Renewables, Hera Luce, Iren, Italtel, Montello, Motus-E, Rilegno, Seci Energia, Snam, Toyota Motor Italia e Utilitalia. Vi rientrano gli interventi di revamping, sia per i parchi eolici più vecchi, che sarebbero così in grado di triplicare la produzione a parità di suolo occupato, che per quelli idroelettrici e geotermici. Nell’ elenco dei 50 progetti ci sono anche le nuove tecnologie per catturare il biometano dai rifiuti e immetterlo nella rete del gas, sistemi innovativi per il teleriscaldamento (fermo ora all’ 1,5%) ), riqualificazione dell’ illuminazione pubblica, ricarica super veloce per i bus elettrici e l’ elettrificazione dei porti per spegnere i motori alle navi e ai traghetti ormeggiati. (riproduzione riservata) ANGELA ZOPPO

27/06/2019 – Il Tirreno
Con oltre 100 milioni Alperia acquisisce Enegan big toscano dell’ energia

grosseto
GROSSETO. Da una parte c’ è Enegan, società di luce e gas con 130mila dipendenti il 94% dei quali sono donne, dall’ altra Alperia, società a prevalente capitale pubblico con sede a Bolzano. Il matrimonio sembra essere stato celebrato a Milano, con il passaggio della prima alla seconda. In città, fonti vicine a Enegan, danno l’ affare per concluso. Era stato Il Sole 24 Ore, un mese fa, a riportare le indiscrezioni sulle trattative in corso. Enegan è una società dell’ energia appetita, in primo luogo per la rete commerciale consolidata e aggressiva. Per la sua acquisizione erano in corsa, fino a marzo, il gruppo napoletano Optima Italia, la stessa Alperia e due multinazionali estere: la portoghese Edp e la tedesca Eon. I rumors sull’ operazione, perfezionata a Milano, sono trapelati adesso anche tra i dipendenti grossetani di Enegan, che presto verranno informati sui dettagli operativi di questa transazione. In via Senegal non si registrano particolari fibrillazioni, il clima è sereno. Alla fine l’ advisor Dome Capital e lo studio legale Cleary Gottlieb, incaricati della mediazione, avrebbero chiuso con i trentini, l’ azienda più vicina a Enegan come mission. Sia Enegan che Alperia hanno infatti nel loro Dna i temi della sostenibilità e dell’ innovazione. Alperia avrebbe pagato Enegan più di cento milioni ma i dettagli dell’ acquisizione saranno rivelati solo tra qualche giorno. Oggi intanto, è in programma una riunione del consiglio di amministrazione della società che in Toscana ha una sede a Grosseto e una sede a Vinci. Nata nel 2010, Enegan in 9 anni ha raggiunto circa 250 milioni di euro di giro d’ affari e nell’ ultimo anno ha ulteriormente cambiato passo per darsi un profilo industriale. Circa mille gli agenti di vendita. Oggi sono 130mila i clienti, per la maggior parte in Lombardia e Toscana. Un vero colosso, che assomma all’ azienda principale alcune interessanti “spin off”. Alperia, invece, è nata nel 2015 dalla fusione delle più importanti società dell’ energia dell’ Alto Adige: Sel e Aew. Si tratta del terzo gruppo italiano nell’ idroelettrico e tra i principali soci vedella Provincia di Bolzano e i Comuni di Merano e Bolzano. Rilevare Enegan – scrive il Corriere dell’ Alto Adige – sarebbe una mossa importante perché confermerebbe l’ espansione del gruppo fuori dalla provincia di riferimento, dopo aver già rilevato in Veneto sia la Esco Bartucci sia il 70% di Sum. — G.B.

26/06/2019 – Italia Oggi
Tav, dall’Europa 1,6 miliardi in più all’Italia

La spesa per Roma scenderebbe da 3,1 miliardi a 2, 36 miliardi per il tunnel di base mentre la spesa per il collegamento che da Bussoleno a Torino da 1,7 miliardi a 850 milion..Toninelli: “Per aumentare i fondi serve un regoiamento Ue che non c’è”

di Giampiero Di Santo

Nuovo passo avanti per la realizzazione della Torino-Lione. L’Unione Europea, attraverso la coordinatrice del corridoio Mediterraneo Iveta Radicova, ha ufficializzato la volontà di alzare la quota di finanziamento comunitario anche per le tratte nazionali. Per l’Italia questo significa uno sconto complessivo di 1, 6 miliardi. La spesa per il governo di Roma scenderebbe da 3,104 miliardi per il tunnel di base a 2, 367 miliardi mentre la spesa per il collegamento che da Bussoleno, Valsusa, arriva a Torino verrebbe dimezzata da 1,7 miliardi a 850 milioni. La Francia  dovrebbe spendere 1,764 miliardi (erano 2,289) per il tunnel di base mentre resta da definire il risparmio per la realizzazione delle linee di accesso. Parigi sta rivedendo il progetto iniziale che prevede opere per 7 miliardi con l’intenzione di individuarne un altro low cost, sul modello italiano. In ogni caso Bruxelles contribuirà alla metà della spesa. Ieri in occasione della riunione del consiglio di amministrazione della Telt, società incaricata di realizzare la Tav, “la rappresentante dell’Ue ha annunciato che il cofinanziamento di Bruxelles sale al 55% per la parte internazionale mentre viene finanziato il 50% delle tratte nazionali”, ha spiegato il nuovo presidente del Piemonte, Alberto Cirio. Certo è che l’Ue per aumentare la sua parte di finanziamento, che dovrà comunque essere approvata dalla nuova commissione e dal nuovo europarlamento, chiede risposte in tempi rapidi a Italia e Francia sulla volontà di realizzare davvero le opere. La lettera europea è arrivata venerdì scorso a Roma e Parigi e  Bruxelles si aspetta una risposta entro 15 giorni.  Per accelerare il percorso e forzare un po’ la mano ai governi,  il consiglio di amministrazione di Telt ieri  ha autorizzato la pubblicazione degli avvisi di gara per la tratta italiana del tunnel di base. Si tratta appalti che valgono oltre 1 miliardo di euro. La procedura di assegnazione è sottoposta a un nuovo via libera dei due governi. E fonti del ministero delle Infrastrutture hanno  precisato che “resta la facoltà di rinuncia all’opera senza oneri né per Telt né per gli Stati”. La famosa clausola di dissolvenza di cui tanto si è parlato nei mesi primaverili, quando la polemica sulla analisi costi-benefici era in pieno svolgimento.  Oggi poi Radicova ha spiegato: “Il risultato dell’appuntamento di ieri a Parigi è chiaro: il progetto continua. Poi da parte dell’Europa c’è il pieno rispetto per le decisioni di ogni governo che può scegliere in qualsiasi momento di ritirarsi, di spendere oppure perdere il denaro messo a disposizione. Certo, se il governo italiano fermasse tutto sarebbe un errore per il futuro dell’Europa”. Immediata la replica del ministro delle Infrastrutture Danilo Torinelli “Non è partito alcun bando, si tratta di manifestazioni di interesse che prevedono clausole di recesso senza oneri come scritto nella lettera di Telt a Macron e Conte”. Radicova comunque ha sottolineato che “La questione tempo è cruciale, c’è un timing che va rispettato se non vogliamo perdere le risorse. Sulla Tav c’è un accordo di 27 paesi membri, tutti mettono impegno e risorse. Il progetto è stato deciso 24 anni fa, e confermato più volte. La Torino-Lione è una connessione che riguarda tutta l’Europa, ne abbiamo davvero bisogno”. Per quanto riguarda l’aumento del finanziamento europeo portato al 55% per la tratta internazionale, Radicova ha sottolineato che “vale per tutti i progetti cross-border, non solo per la Tav. L’idea è favorire la crescita delle connessioni transfrontaliere e la Torino-Lione può essere supportata con questo meccanismo”.Toninell ha di nuovo replicato:”Chi oggi afferma che c’è un aumento dei fondi europei al 55% dovrebbe con onestà dire che per aumentare i fondi serve un nuovo regolamento europeo in cui devono essere accettate le opere per cui aumentare i fondi e soprattutto l’approvazione del parlamento europeo e questo farebbe passare due anni”.

 

26/06/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Torino-Lione: dalla Ue altri 1,4 miliardi di finanziamenti, via libera ai bandi per i lavori in Italia

Filomena Greco

La decisione di Telt è arrivata dopo la riunione del consiglio di amministrazione del soggetto promotore, partecipato al 50% da Italia e Francia

Via libera alla procedura per la realizzazione per il tratto italiano del tunnel di base della Torino-Lione. La decisione di Telt è arrivata ieri mattina, dopo la riunione del consiglio di amministrazione del soggetto promotore, partecipato al 50% da Italia e Francia. Si tratta di lavori da 1 miliardo per la realizzazione dello scavo per il tunnel di base, in particolare per il tratto sul territorio italiano.

Con il passaggio approvato ieri di fatto la prima fase di procedura, quella degli affidamenti, è aperta per l’intero tunnel di base della futura Torino-Lione, i 57 chilometri di galleria che attraverseranno il confine Italo-francese, 12,5 dei quali su territorio italiano. Inoltre in apertura della riunione ieri la coordinatrice del corridoio mediterraneo, Iveta Radicova, ha ribadito la volontà dell’Europa di portare al 50% i suoi finanziamenti per i progetti transfrontalieri TEN-T, per la Torino-Lione in particolare ci sarà inoltre la possibilità di usufruire di un 5% in più proprio perché il progetto della nuova linea è gestito da un promotore pubblico binazionale. Il contributo di Bruxelles dunque passerebbe dal 40 al 55%. In valore assoluto, 4,7 miliardi di finanziamento contro i 3,4 finora considerati, un miliardo e 300 milioni in più da qui al 2029, a cavallo dei futuri periodi di programmazione europea. Somma a cui potrebbero aggiungersi due miliardi per realizzare la tratta nazionale della Torino-Lione, con un progetto preliminare che vale circa 4 miliardi.

Telt ha aperto dunque la fase definita degli Avis de Marches, una sorta di call di mercato a cui risponderanno le singole imprese o le Ati che vorranno candidarsi per acquisire il lotto di lavori. Si tratta della seconda procedura di questo genere avviata dal promotore pubblico, la prima è stata avviata in primavera ed ha riguardato il tratto francese del tunnel di base, con lavori per un totale di 2,3 miliardi. In entrambi i casi, c’è la possibilità di interrompere “senza obblighi e oneri“ la procedura di gara in ogni sua fase, come previsto dal Codice degli Appalti Pubblici francese. Una possibilità che ha permesso a Telt di aprire la procedura nonostante i problemi sul fronte politico. Anche se ora torna in primo piano la questione politica e l’urgenza di decidere sul futuro della Torino-Lione. Secondo la legge francese, nei sei mesi che seguono la pubblicazione sulla Gazzetta europea degli Avis de Marches, Telt potrà accogliere ed esaminare le candidature, cosa che sta già facendo per la tratta francese dei lavori. Solo in una seconda fase si passerà alla scelta delle società che, in base a requisiti tecnici e economici, potranno accedere alla gara vera e propria, con i capitolati in chiaro. Quest’ultima è la fase più delicata perché richiese l’ok da parte dei Governi dei due paesi. Da un lato dunque la “macchina“ amministrativa per indire le gare della Torino-Lione è in moto, come previsto dal Grant Agreement sottoscritto con l’Europa, dall’altro però la politica è ancora alle prese con una pesante incognita sul futuro dell’opera, vista la contrarietà del Movimento 5 Stelle.

È di venerdì scorso la lettera inviata dall’Europa ai due Governi per sollecitare una decisione definitiva sulla Torino-Lione. Lo ha ribadito anche la coordinatrice del corridoio Iveta Radicova che ha aperto la seduta con un intervento incentrato proprio sull’impegno europeo per il completamento del tunnel di base della Torino-Lione e delle vie di accesso nazionali. Alla riunione di ieri mattina ha partecipato anche il neo presidente della Regione Piemonte Alberto Cirio. «Torniamo da Parigi dopo aver consolidato un risultato importante» ha sottolineato Cirio che ha poi annunciato che scriverà una lettera al premier Conte, «perché l’Ue sollecita una parola chiara dal governo italiano sulla volontà di proseguire con l’opera». La Regione, aggiunge, chiede al Presidente del Consiglio di dare certezza all’Europa e «consentire a Telt di inviare i capitolati alle imprese che parteciperanno ai bandi approvati». © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

26/06/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Progetto Italia, si punta a chiudere per inizio luglio

R.Fi.

Massimo Ferrari: «Siamo agli ultimi minuti dei tempi regolamentari»

Per la definizione di Progetto Italia, il polo italiano delle costruzioni che nascerà attorno attorno ad Astaldi su iniziativa di Salini Impregilo, con il supporto di Cdp, «siamo agli ultimi minuti dei tempi regolamentari». Lo ha dichiarato ieri il general manager di Salini, Massimo Ferrari, a margine della ceo conference di Mediobanca, notando che «ai primi di luglio» si chiuderà l’operazione. Ferrari ha poi escluso che la richiesta di extra dividendo avanzata dal Governo alla Cdp possa cambiare qualcosa: «Non credo». Ferrari ha infine definito «prematuro» il dibattito sul nome del futuro presidente di Progetto Italia. Riguardo a ciò, il profilo è stato individuato, ora si tratta di chiudere.
Va detto, peraltro, che la data ultima per definire i contorni del Progetto Italia è il 15 luglio Anche perché, una volta trovato l’accordo Cdp-Salini andrà completata l’intesa anche con tutti gli altri soggetti invitati al tavolo. Da un lato quelli che potrebbero allargare le fila dei costruttori pronti a mettere capitale nel piano di rilancio del settore, tra i quali Pizzarotti, Caltagirone. E dall’altro quei soggetti destinati invece a venir inglobati nella nuova realtà perché in difficoltà, come Condotte e Trevi. Senza contare le banche, nel doppio ruolo di finanziatori e sostenitori. © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

27/06/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Torino-Lione/1. Gli industriali fanno quadrato. Boccia: no alla Tav leggera

Filomena Greco

Confindustria Piemonte e una delegazione del Medef Auvergne Rhône-Alpes hanno fatto il punto su impatto economico e prospettive di sviluppo per i corridori europei Ten T

Gli industriali fanno quadrato intorno alla Tav all’indomani dell’apertura della procedura per la realizzazione del tratto italiano del tunnel di base. Da Novara il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia si augura che la Tav Torino-Lione si realizzi secondo il progetto originario e alle indiscrezioni relative ad un progetto alternativo risponde dicendo: «Una Tav leggera? Assolutamente no, auspichiamo che non lo sia». A Torino invece Confindustria Piemonte e una delegazione del Medef Auvergne Rhône-Alpes , l’associazione degli industriali francesi, hanno fatto il punto su impatto economico e prospettive di sviluppo per i corridori europei Ten T. Da un lato, le prospettive in vista del progetto cinese di una nuova via della Seta, dall’altro le potenzialità per la logistica e lo sviluppo di servizi innovativi. Un settore, quello della logistica, che vale il 14% del Pil italiano.

Una buona logistica ha bisogno però di buone infrastrutture, lo sanno bene gli industriali che dunque tornano a chiedere un impegno chiaro al Governo. L’effetto combinato delle Olimpiadi Milano-Cortina, spiega Boccia, della Tav e dello sblocco di tutte le infrastrutture del Paese «danno sicuramente una dimensione di fiducia. Serve una politica anticiclica, che significa aprire cantieri e creare occupazione».

Dal punto di vista politico, la Tav torna in primo piano nell’agenda dell’Esecutivo senza però che il Governo abbia fatto veri passi in avanti. Per la Torino-Lione si torna a parlare di scadenze, di passaggi chiave. Il primo è collegato alla lettera inviata venerdì scorso dall’Europa ai due governi, Italia e Francia, per chiedere entro 15 giorni un impegno chiaro a sostegno dell’opera, come ribadito ieri a Torino dalla coordinatrice del corridoio mediterraneo Iveta Radicova. La seconda scadenza arriva invece a fine settembre: si tratta dei sei mesi di tempo a conclusione della prima procedura degli Avis de Marches aperta a marzo per i lavori sul tratto francese del tunnel di base (2,3 mld), quando si dovrebbe passare dall’esame delle candidature arrivate a Telt alla definizione dei capitolati e all’assegnazione dei lavori. Procedura che incrocia la seconda call approvata dal cda di Telt due giorni fa (1 mld) per i lavori sul tratto italiano del tunnel.
Ieri il ministro dei Trasporti Danilo Toninelli ha sottolineato che in realtà «non è partito alcun bando e che si tratta solo di una fase in cui le aziende potranno presentare le manifestazioni d’interesse», con tanto di la clausola di recesso senza oneri e senza alcuna motivazione da parte dello Stato interessato, che potrebbe essere l’Italia. Bruxelles dunque aspetta un segnale chiaro da parte del premier Giuseppe Conte, una decisione su cui potrebbe pesare, e non poco, la volontà politica espressa dall’Europa di portare il contributo ai progetti relativi ai grandi corridoi europei dal 40 al 50%, con una potenziale quota aggiuntiva del 5% per la Torino-Lione . Anche in questo caso però il ministro Toninelli butta acqua sul fuoco: «Chi afferma che sono stati aumentati i fondi europei dovrebbe avere l’onestà intellettuale di dire che serve un nuovo regolamento sul Cef, il Connecting Europe Facility, in cui devono essere deliberate e accettate le opere in cui aumentare eventualmente quei fondi, ma soprattutto deve esserci una approvazione da parte del Parlamento europeo».
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27/06/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Torino-Lione/2. Radicova: «La procedura di gara va avanti anche per l’Italia»

  1. Gre.

La coordinatrice del Corridoio mediterraneo: «Abbiamo chiesto a Toninelli un incontro subito dopo la pubblicazione dell’analisi costi-benefici, aspettiamo una risposta da mesi»

«Abbiamo affrontato l’emergenza più importante ieri (due giorni fa per chi legge, ndr) durante il Cda di Telt, la procedura di gara dunque va avanti, anche per l’Italia». Risponde così Iveta Radicova, la coordinatrice del Corridoio Mediterraneo alla domanda sulle scadenze più urgenti per la Torino-Lione. E poi aggiunge: «Se non avessimo deciso di aprire la procedura, l’Italia avrebbe perso i finanziamenti».

Cosa potrà accadere nelle prossime settimane?

La cosa peggiore di sicuro è l’incertezza. L’unica cosa che noi stiamo chiedendo in maniera rispettosa , senza forzature né ultimatum, è di dirci se sulla Tav c’è un sì o un no.

Lei si aspettate una lettera dal Governo italiano nei prossimi giorni ?

Aspettiamo una semplice risposta. La procedura di gara è aperta, noi continuiamo il nostro lavoro per non perdere tempo. Resta il rischio di perdere i fondi, cerchiamo almeno di non perdere tempo e fare tutti gli step necessari a mantenere il finanziamento dell’opera. Abbiamo utilizzato tutte le possibili eccezioni al regolamento per dilazionare i tempi. Noi ribadiamo il pieno rispetto per l’autonomia dell’Esecutivo, se l’Italia deciderà di rinunciare potrà farlo, ma noi non potevamo perdere l’occasione di continuare se il Governo deciderà di andare avanti.

Questo spiega la scelta di avviare gli Avis de marches anche per il tratto italiano del tunnel di base?

Sì, questa è la competenza di Telt, che sta facendo quanto previsto dal suo status, sta semplicemente facendo il suo lavoro. Pur nel pieno rispetto dell’autonomia dei Governi, non c’è una via di mezzo in questa vicenda, il punto è usare i finanziamenti o perderli. E la possibilità di usare questi fondi per altri progetti in Italia non esiste, è contro il regolamento.

Ha parlato di recente con il ministro dei Trasporti Danilo Toninelli?

Abbiamo chiesto al ministro un incontro subito dopo la pubblicazione dell’Analisi Costi-Benefici, aspettiamo una risposta da mesi, nel frattempo ho incontrato già due volte il ministro dei Trasporti francese e tutti i ministri responsabili dei diversi corridoi europei. Io sono paziente, magari lo incontrerò durante le vacanze, che trascorrerò in Italia con la mia nipotina, potrebbe essere un’idea. © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

27/06/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Sblocca cantieri, contro il contenzioso torna in pista il Collegio consultivo tecnico

Roberto Mangani

Caratteristiche e limiti dello strumento che è stato nuovamente introdotto nel codice appalti per prevenire le controverse Pa-operatori nella fase esecutiva del contratto

Il Decreto sblocca cantieri ha reintrodotto il Collegio consultivo tecnico (articolo 1, commi da 11 a 14), dando così nuovamente spazio a un istituto che era presente nella versione originaria del D.lgs. 50/2016 e che era stato successivamente abrogato dal Decreto correttivo 56/2017. L’istituto dovrebbe trovare applicazione a qualunque tipo di appalto, e quindi anche per quelli di forniture e servizi. E ciò anche se nelle norme regolatrici si trova un indizio in senso contrario, giacché ai fini della individuazione dei componenti del Collegio si fa riferimento alla esperienza e qualificazione professionale adeguata alla tipologia dell’opera. La disciplina dettata riprende per molti aspetti quella originaria, anche se risulta memo articolata della precedente. Ma soprattutto diverge da quest’ultima su un aspetto fondamentale, che è quello relativo alla natura e agli effetti dell’accordo che venga eventualmente raggiunto dalle parti quale risultato dell’attività del Collegio consultivo tecnico. Va peraltro evidenziato che la disciplina reintrodotta dal Decreto sblocca cantieri ha una sua valenza solo fino all’entrata in vigore del Regolamento generale di attuazione del D.lgs. 50. Previsione che potrebbe lasciare intendere la volontà che l’istituto trovi una sua più compiuta e definitiva collocazione nell’ambito delle norme regolamentari di prossima emanazione.
A cosa serve il Collegio consultivo tecnico
La funzione dell’istituto si esplica nella fase di esecuzione del contratto, riguardando le possibili controversie che possono insorgere in questa fase. Si tratta di una funzione dichiaratamente preventiva, come risulta dalla formulazione testuale delle disposizioni (anche se con qualche incongruenza). Viene infatti previsto che il Collegio abbia come finalità di prevenire controversie relative all’esecuzione del contratto e, più precisamente, debba fornire assistenza per la rapida risoluzione di controversie suscettibili di insorgere.
L’istituto dunque è destinato ad operare per evitare l’insorgere di controversie, collocandosi quindi in una fase che potremmo definire di pre – contenzioso. In questo senso appare fuorviante l’espressione utilizzata al comma 13, che sembra far riferimento a controversie già insorte. Posto che ci collochiamo nella fase esecutiva, il Collegio tecnico consultivo sembra trovare il suo spazio naturale nel momento anteriore a quello in cui vi è stata l’iscrizione di riserve, che può considerarsi come elemento fondativo dell’insorgere di una controversia. Dunque il Collegio tecnico consultivo si può occupare di tutte le questioni che attengono alla fase esecutiva e su cui vi è divergenza di posizioni tra le parti che potrebbe sfociare in una vera e propria controversia. In questa logica la sua funzione si può pienamente dispiegare anteriormente all’iscrizione di riserve, che apre una fase diversa in cui non sembra possa esserci più spazio per un intervento che ha come finalità proprio quella di evitare che la controversia sorga e quindi la riserva sia iscritta.
Quando si costituisce il Collegio
Il Collegio viene costituito prima dell’avvio dell’esecuzione o, al più tardi, entro 90 giorni da tale data. L’avvio dell’esecuzione deve ritenersi coincidere con il verbale di consegna dei lavori, da cui decorrono tutti i termini contrattuali. Più nel dettaglio, il Collegio si intende costituito quando vi sia un accordo in questo senso sottoscritto dalle parti e da tutti i componenti designati. Naturalmente la costituzione del Collegio è un fatto meramente eventuale, nel senso che le parti, nell’ambito della loro autonomia, possono decidere di procedere in tal senso, senza che vi sia alcun obbligo o vincolo a loro carico. Una volta costituito, la sua durata è anch’essa rimessa alla volontà delle parti. Esso infatti può essere sciolto al termine dell’esecuzione del contratto ma anche in qualunque momento anteriore, secondo l’accordo tra le parti.
La composizione
Il Collegio è composto da tre membri dotati di esperienza e qualificazione professionale adeguata alla tipologia dell’opera. Le modalità di designazione dei componenti possono essere diverse. Vi può essere una nomina congiunta di tutti e tre i componenti, nel senso che le parti li designano di comune accordo; ovvero ogni parte designa il proprio componente e poi i due designati scelgono il terzo componente, che deve comunque ricevere l’approvazione delle parti. Peraltro in questa seconda ipotesi non è previsto alcun meccanismo per superare l’eventuale mancato accordo sul terzo componente, per cui si deve ritenere che al verificarsi di questa ipotesi il Collegio non venga costituito. Nulla viene detto per ciò che concerne i compensi dei membri del Collegio. In linea astratta si deve ritenere che gli stessi possano essere liberamente fissati dalle parti nell’ambito della loro autonomia; in concreto, qualche difficoltà è destinata a sorgere per il committente pubblico, che con difficoltà potrà individuare all’interno del suo bilancio delle voci che consentano l’erogazione dei compensi. Forse proprio considerando tali difficoltà la versione della disciplina originariamente contenuta nel D.lgs. 50 sembrava prevedere un compenso solo a favore del terzo componente, stabilendo peraltro che fosse determinato nei limiti stabiliti per gli arbitri.
Le modalità di funzionamento
Il Collegio opera secondo modalità procedurali del tutto informali. Esso può procedere all’ascolto informale delle parti e può convocarle per consentire l’esposizione in contraddittorio delle rispettive ragioni. Al di là di questi principi generici nulla è previsto dalla disciplina normativa. Ne consegue che il Collegio può procedere a svolgere la sua funzione con ampia libertà di azione, senza regole precostituite e fermo restando l’opportunità di autoregolamentare la propria attività, almeno con delle regole basilari, prima di dare avvio alla stessa.
La natura dell’accordo
È il vero nodo dell’istituto e per molti aspetti il suo punto critico. È infatti previsto che la proposta del Comitato sia eventualmente fatta propria dalle parti con uno specifico accordo che ne recepisce i contenuti. Tuttavia tale accordo non ha di regola natura transattiva, a meno che non vi sia in questo senso un’esplicita volontà delle parti stesse. La mancata natura transattiva dell’accordo significa che lo stesso non “chiude” una volta per tutte le questioni esaminate. Le parti non sono vincolate dall’accordo e restano quindi libere di riproporre l’oggetto della controversia in tutte le sedi competenti, a cominciare dall’eventuale iscrizione di riserve. Sulla base di questo assunto viene da chiedersi quale sia l’effettiva funzione dell’istituto e soprattutto la sua utilità pratica. Se tutta l’attività del Collegio e la proposta che esso formula sono trasfuse in un accordo che non ha natura transattiva e come tale non vincola le parti per il futuro, si deve concludere che l’unica funzione si riduce a una sorta di condizionamento psicologico. Esso si materializza nella remora che può avere la parte soccombente nel riportare davanti all’organo competente una questione su cui già un organismo qualificato si è pronunciato a suo sfavore. Tuttavia è evidente che in questi termini l’istituto del Collegio consultivo tecnico e l’attività che esso svolge finiscono per avere un interesse molto limitato. D’altronde non è un caso che nella disciplina originaria contenuta nel D.lgs. 50 fosse esplicitamente affermato il valore transattivo dell’accordo eventualmente concluso dalle parti a seguito della proposta del Comitato. Da quanto detto sembra ragionevole concludere che l’unico modo per dare una effettiva funzione all’istituto è quello di sfruttare la possibilità che la norma prefigura nel momento in cui attribuisce alla volontà delle parti la possibilità di attribuire natura transattiva all’accordo. Si deve ritenere che tale volontà vada manifestata fin dall’inizio, e quindi debba risultare da un atto formale che deve intervenire prima della costituzione del Collegio.
I rapporti con l’accordo bonario
La risoluzione delle controversie relative alla fase esecutiva è affidata anche ad un altro istituto regolamentato dall’articolo 205 del D.lgs. 50, l’accordo bonario. Esso interviene qualora l’importo delle riserve iscritte dall’appaltatore comporti una variazione dell’importo contrattuale ricompreso tra il 5 e il 15 % dell’importo originario. L’accordo bonario si riferisce a tutte le riserve iscritte che raggiungano i limiti suddetti e può essere reiterato più di una volta, ma entro il limite complessivo del 15% dell’importo del contratto. Il presupposto di attivazione dell’accordo bonario è dunque costituito dall’iscrizione delle riserve. Tale elemento dovrebbe segnare il discrimine ai fini del funzionamento dei due istituti. Il Collegio consultivo tecnico dovrebbe intervenire prima che siano iscritte riserve al fine di prevenire possibili controversie e quindi anche al fine di scongiurare l’iscrizione di riserve. L’accordo bonario, al contrario, interviene quando le riserve sono già iscritte al fine di dirimere le questioni oggetto delle stesse. L’articolo 205 delinea il procedimento per la conclusione dell’accordo bonario che si fonda essenzialmente su una proposta di accordo formulata da un esperto scelto d’intesa dall’ente committente e dall’appaltatore che ha iscritto le riserve. Va peraltro evidenziato che la proposta dell’esperto, se accettata dalle parti, vale come accordo bonario che, per esplicita indicazione del legislatore, ha natura transattiva. Proprio quest’ultimo elemento attribuisce dunque all’accordo bonario una forza cogente che, di norma, non si riscontra per il Comitato consultivo tecnico. Circostanza che evidentemente attribuisce ai due istituti chiamati ad operare a fronte di controversie insorte o suscettibili di insorgenza nella fase esecutiva un diverso peso specifico e una differente utilità pratica. © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

26/06/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Sblocca cantieri, il Ppp amplia la platea degli investitori ma si «dimentica» del partner costruttore

Ilaria Gobbato (*)

Le novità – i rischi – delle modifiche all’articolo 183 del codice appalti.Porte aperte agli operatori finanziari ma scarsa attenzione al partner costruttore e gestore

Come noto, con il D.L. 18 aprile 2019, n. 32 (convertito con Legge di conversione 14 giugno 2019, n. 55: il cd. “Sblocca Cantieri”), il Governo ha introdotto una serie di modifiche al Codice degli Appalti volte – come si legge espressamente nella relativa Relazione al Senato – «in parte a semplificare le procedure di aggiudicazione degli appalti, recependo alcune indicazioni pervenute dagli stakeholder che operano nell’ambito dei contratti pubblici, che hanno partecipato alla consultazione pubblica indetta dal Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, e in parte a consentire il superamento della procedura di infrazione n.2018/2273». Le predette modifiche hanno pressoché lasciato invariata la disciplina dettata dal Codice Appalti in relazione a concessioni e Ppp: ciò seppur – come ampiamente evidenziato a diverso titolo dagli operatori di settore e dalla dottrina – si tratti di materia che, al contrario, dovrebbe essere profondamente innovata e – probabilmente – “estrapolata” dal Codice degli Appalti per essere oggetto di un autonomo intervento normativo. Fa eccezione – in attesa (o almeno cosi si auspica) di una revisione funditus della materia – la previsione di cui all’art. 1, co. 20, lett. cc) che ha modificato l’art. 183 del Codice Appalti ampliando il novero dei soggetti che possono presentare proposte di finanza di progetto ad iniziativa privata e dunque farsi propulsori della realizzazione di opere e servizi non inseriti negli strumenti di programmazione.
Ed infatti la menzionata previsione dello Sblocca Cantieri ha introdotto, all’art. 183, il comma 17-bis, ai sensi del quale “gli investitori istituzionali indicati nell’elenco riportato all’articolo 32, comma 3, del decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78, convertito, con modificazioni, dalla legge 30 luglio 2010, n. 122, possono presentare le proposte di cui al comma 15, primo periodo, associati o consorziati, qualora privi dei requisiti tecnici, con soggetti in possesso dei requisiti per partecipare a procedure di affidamento di contratti pubblici per servizi di progettazione». In sede di conversione peraltro la previsione è stata modificata includendo oltre agli investitori istituzionali «i soggetti di cui all’articolo 2, numero 3), del regolamento (UE) 2015/1017 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 25 giugno 2015, secondo quanto previsto nella comunicazione (COM(2015) della Commissione del 22 luglio 2015».
Tutti i possibili nuovi promotori di opere pubbliche
Nel nuovo assetto normativo, quindi, l’iniziativa privata di procedure di finanza di progetto spetta non solo ai soggetti in possesso dei requisiti dei concessionari e i soggetti con i requisiti per partecipare a procedure di affidamento di contratti pubblici anche per servizi di progettazione eventualmente associati o consorziati con enti finanziatori e con gestori di servizi, ma anche:
1) gli investitori istituzionali di cui all’art. 32, co. 3, del D.L. n. 78/2010 e dunque fondi partecipati esclusivamente da uno o più dei seguenti partecipanti: Stato o ente pubblico; Organismi d’investimento collettivo del risparmio; forme di previdenza complementare nonché enti di previdenza obbligatoria; Imprese di assicurazione, limitatamente agli investimenti destinati alla copertura delle riserve tecniche; Intermediari bancari e finanziari assoggettati a forme di vigilanza prudenziale; soggetti e patrimoni indicati nelle precedenti lettere costituiti all’estero in paesi o territori che consentano uno scambio d’informazioni finalizzato ad individuare i beneficiari effettivi del reddito o del risultato della gestione e sempreché siano indicati nel decreto del Ministro dell’economia e delle finanze di cui all’articolo 168-bis, comma 1, del Testo unico delle imposte sui redditi di cui al decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917; enti privati residenti in Italia che perseguano esclusivamente le finalità indicate nell’ articolo 1, comma 1, lett. c –bis) del d.lgs. 17 maggio 1999, n. 153 nonché società residenti in Italia che perseguano esclusivamente finalità mutualistiche; veicoli costituiti in forma societaria o contrattuale partecipati in misura superiore al 50 per cento dai soggetti indicati nelle precedenti punti;
2) gli istituti nazionali di promozione definiti dall’art. 2, numero 3, del Regolamento n.2015/1017 e dunque banche o istituti nazionali di promozione che espletano attività finanziarie su base professionale e cui è stato conferito da uno Stato Membro (o da un’entità di quest’ultimo) il mandato di svolgere attività di promozione.
Si tratta di un evidente tentativo di implementare l’uso del Ppp incentivando l’uso della procedura ad iniziativa privata (e dunque di quella particolare forma di affidamento che consente la massima partecipazione del privato nell’ideazione dell’iniziativa oltre che nel suo finanziamento) ad opera dei soggetti che dell’iniziativa poi dovrebbero essere finanziatori e che ad oggi, nella non felice storia che il Ppp ha avuto nel nostro Paese, venivano invece coinvolti ad iniziativa avanzata con conseguente dilatazione dei tempi del closing finanziario.

Se dunque da un lato la previsione si pone nella scia delle modifiche che il Codice Appalti aveva già introdotto rispetto al D.Lgs. n. 163/2006 nella logica della bancabilità (si pensi all’art. 165 del Codice Appalti che impone di sottoscrivere il contratto di concessione solo a fronte di idonea documentazione inerente il finanziamento e che prevede la risoluzione del contratto stesso qualora il contratto di finanziamento o il collocamento delle obbligazioni emesse della società di progetto non avvenga entro il termine fissato dal bando o comunque entro 18 mesi dalla data di sottoscrizione del contratto di concessione), dall’altro la stessa è manifestazione del ruolo propulsivo anche in materia di infrastrutture e più in generale di Ppp attribuita dal Governo a Cassa depositi e prestiti Spa che – con la Legge di Stabilità 2016 – è stata individuata (e lo si legge peraltro nello stesso Dossier 11 giugno 2019 alla legge di conversione) come «istituto nazionale di promozione ai sensi della normativa europea sugli investimenti strategici e come possibile esecutore degli strumenti finanziari destinatari dei fondi infrastrutturali e di eventuali fondi apportati da Amministrazioni ed Enti Pubblici o privati».
Associazione con un partner progettista (ma non costruttore o gestore)
Va evidenziato che la previsione dello Sblocca Cantieri precisa – nel rispetto delle regole generali per cui il soggetto proponente deve essere «qualificato» in relazione ai requisiti necessari per presentare la proposta – che tali «nuovi soggetti proponenti» debbano, qualora privi dei requisiti tecnici, associarsi «con soggetti in possesso dei requisiti per partecipare a procedure di affidamento di contratti pubblici per servizi di progettazione».
Tuttavia, la ratio del riferimento ai soli progettisti e/o società di progettazione (e non già più in generale a tutti i soggetti previsti dall’art. 183, co. 17) non è chiara. Non si comprende, infatti, perché, ove un fondo immobiliare sia intenzionato a presentare una proposta di finanza di progetto e non abbia i requisiti tecnici, debba associarsi necessariamente con un progettista e/o una società di progettazione e non con i cd. «soggetti in possesso dei requisiti del concessionario» di cui per l’appunto al menzionato comma 17: il ché è tanto più rilevante se solo si considera – più in generale – che, ai fini di una corretta implementazione di un’operazione in Ppp, è sicuramente utile coinvolgere, fin dal principio, tutti i soggetti che a diverso titolo ne prenderanno parte (dal costruttore al gestore che, peraltro, occupandosi della parte cui è connessa la remunerazione del concessionario a seguito dell’investimento dovrebbe più propriamente essere il driver di un’iniziativa in Ppp).
Requisiti e qualificazione del cotruttore
Non è chiaro peraltro – muovendo dall’assunto che dunque la compagine del proponente ai sensi dell’art. 183, co. 17-bis, non includa costruttore e gestore – come quest’ultimi verranno selezionati dal proponente nel caso di aggiudicazione della gara. Se per un verso, infatti, parrebbe doversi applicare l’art. 177 del Codice che esclude gli obblighi di esternalizzazione nel caso di contratti affidati con la finanza di progetto, non può non rilevarsi che la norma si inseriva in un contesto in cui il proponente privato di un’iniziativa in project financing era «qualificato». Oggi invece – dato il testo dell’art. 183, co. 17-bis – così non è. Quand’anche, nella logica dell’allocazione sul privato del rischio operativo e al fine di evitare l’ulteriore dilatazione dei tempi conseguenti all’espletamento delle procedure di gara, si volesse per l’appunto lasciare nelle “mani” del proponente l’individuazione “a proprio rischio” dei costruttori e dei gestori, parrebbe comunque necessario – nell’interesse dei soggetti pubblici – che i contratti di Ppp prevedano, in capo al fondo e/o al soggetto di promozione, l’obbligo di individuare, ai fini dell’esecuzione dei contratti, soggetti che siano quantomeno dotati dei requisiti generali e speciali per l’esecuzione delle attività richieste. Peraltro – anche al fine di non “svuotare” il contenuto propulsivo dello strumento cosi come modificato dallo Sblocca Cantieri attraverso l’instaurazione di contenziosi – andrebbero certamente fornite alle Stazioni Appaltanti linee guida operative su come gestire la procedura di gara (con specifico riferimento ai requisiti di ammissione) che venga bandita a seguito dalla dichiarazione di pubblico interesse di una proposta ex art. 183, co. 17-bis. Se si consolida il principio per cui il proponente, eccezion fatta per i requisiti di progettazione, non deve essere qualificato e può esternalizzare le attività senza gara in applicazione dell’art. 177, infatti, diventa assolutamente necessario definire le modalità di partecipazione che non siano lesive della concorrenza a fronte della diversa natura dei soggetti che alle procedure possono partecipare.
(*) L’autrice è Managing Counsel Dentons © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

27/06/2019 – Finanza on line

Salini-Astaldi al rush finale, 6 luglio il D-Day per Progetto Italia. Cdp mette sul piatto 250 mln di Titta Ferraro

E’ pronto al decollo Progetto Italia, il polo italiano delle costruzioni attorno a Salini Impregilo e che vedrà Cassa depositi e prestiti (Cdp) e un poker in prima fila. L’operazione porterà al salvataggio di Astaldi.  Martedì il direttore generale di Salini, Massimo Ferrari, ha confermato che ormai per l’intesa si è “agli ultimi minuti dei tempi regolamentari” e già nei primi giorni di luglio si dovrebbe chiudere l’operazione. Il top manager di Salini ritiene che la richiesta di Ferrari ha poi escluso che la richiesta di extra dividendo avanzata dal governo alla Cdp non cambierà le carte in tavola.

Il calendario prevede domani un cda di Cdp che tratterà l’argomento, ma il cda decisivo dovrebbe essere quello di settimana prossima (6 luglio).

Manovre in vista della ricapitalizzazione

Nei giorni scorsi un importante incontro si è tenuto a Milano che ha permesso di dettagliare il piano e alcune banche (Intesa e Mps) avrebbero obiettato circa i tempi stretti.  Il piano poggia su una ricapitalizzazione da 600 milioni per Salini impregiloe a cascata rafforzerà Astaldi per 225 milioni. La Cdp, stando a quanto riportato dai giorni scorsi da Il Messaggero, avrebbe ritirato la sua proposta di alzare a 800 milioni l’entità dell’aumento di Salini.

Progetto Italia vede coinvolti Salini, Cdp e quattro banche (Intesa, Unicredit, Banco Bpm e Bnp Paribas). Stando a quanto riporta oggi Repubblica, domani nel cda di Cdp ci sarà una nuova informativa sul processo che porterà al salvataggio di Astaldi, all’aggregazione di altre realtà sane (in una seconda fase, ma con uno schema già delineato) e persino al cambio di nome di Salini, post aumento di capitale. La ricapitalizzazione sarà di 600 milioni. L’ipotesi probabile, rimarca sempre il quotidiano fondato da Eugenio Scalfari, è che Cdp ne sottoscriva 250 mln, Pietro Salini 50 mln, le quattro banche 150 mln complessivi e altri 150 il mercato, con la garanzia di Bofa, forse insieme a Morgan Stanley. Nel cda di domani si ragionerà sia sull’impegno economico che sui dettagli legati alla governance (numero consiglieri , poteri del management e il ruolo del Comitato strategico).

Per la presidenza in pole ci sarebbe Claudio Costamagna, già presidente sia del gruppo Salini e anche di Cassa Depositi e Prestiti. Per la guida operativa, Pietro Salini dovrebbe essere confermato amministratore delegato, mentre Massimo Ferrari sarà il general manager.

Il nuovo polo delle costruzioni dovrebbe vedere confluire, oltre ad Astaldi, anche gli asset di Condotte, Cmc, Trevi, Vianini, Pizzarotti, Grandi Lavori Fincosit (GLF).

 

26/06/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Napoli-Bari, Consorzio Medil (cordata Cmc) ottiene la sospensiva sul maxi-lotto vinto da Pizzarotti

Massimo Frontera

Dopo il no del Tar Campania, il Consiglio di Stato (giudice monocratico) concede la sospensiva sull’aggiudicazione del lotto Frasso Telesino-Telese

Ennesimo colpo di scena per la tormentata aggiudicazione del maxi-lotto Frasso Telesino-Telese da 269 milioni di euro nell’ambito del potenziamento della linea ferroviaria Napoli-Bari mandato in gara da Rfi. La gara che, dopo l’ultima rocambolesca ridefinizione del punteggio, era stata assegnata alla cordata guidata da Pizzarotti (con Ghella, Itinera, Salcef, tra gli altri) resta in stand-by, e potrebbe di nuovo riaprirsi. Motivo? A meno di una settimana dal mancata concessione della sospensiva da parte del Tar Campania chiesta sia da Cmc sia, separatamente, da Consorzio Medil (in cordata con Cmc), il Consiglio di Stato – con il decreto pubblicato ieri – ha accolto l’appello di Consorzio Medil. Pertanto ha concesso la sospensiva che i giudici della Prima sezione del Tar Campania avevano negato, consentendo di ottenere a Medil lo stop della firma del contratto con Pizzarotti.
Occorre precisare che – proprio allo scopo di anticipare il più possibile i tempi – Consorzio Medil ha fatto appello con domanda di misura cautelare monocratica. L’appello è infatti stato concesso dal presidente della V sezione del Consiglio di Stato Giusepe Severini. Il giudice ha ritenuto che sussistessero «ragioni di estrema gravità ed urgenza tali da non consentire la dilazione neppure fino alla camera di consiglio dell’istanza cautelare d’appello, consistenti nella possibilità che, nelle more, possa essere stipulato il contratto pubblico così pregiudicando pienezza ed effettività dell’eventuale tutela cautelare». Il giudice pertanto, richiamandosi alle circostanze indicate nell’articolo 56 del Codice del processo amministrativo (appunto i casi di gravità e urgenza) ha decretato la sospensiva. Anche in questo caso, come già aveva deciso il Tar Campania, l’udienza viene fissata al prossimo 11 luglio, che diventa dunque la data da segnare sul calendario.
Vale la pena di ricordare che alla fine di marzo scorso, la commissione di gara ha modificato il punteggio revocando l’aggiudicazione alla cordata guidata da Cmc (con, tra gli altri Consorzio Medil) e assegnandola alla coordata guidata da Pizzarotti. Subito è scattata la richiesta di accesso agli atti da parte degli interessati, cui sono seguite due separate richieste di sospensiva al Tar Campania, una presentata da Cmc (e altre imprese), l’altra da Consorzio Medil. I giudici della prima sezione del Tar Campania (Napoli) hanno risposto negativamente sia a Cmc (con la pronuncia n.987 pubblicata il 19 giugno scorso), sia a Consorzio Medil (con la pronuncia n.988 pubblicata lo stesso giorno). L’aggiudicazione, di fatto, resta contesa.
Vale anche la pena di ricordare l’oogetto del contendere, che riguarda il punteggio premiale per chi non utilizza l’avvalimento. La gara si era riaperta dopo che alla commissione era stato segnalato che – diversamente dalla cordata guidata da Pizzarotti – sia la cordata di Impregilo, sia quella di Cmc, prevedevano un contratto di avvalimento con società di progettazione (l’intero potenziamento della rete ferroviaria Napoli-Bari prevede maxi-appalti integrati). Il risultato del nuovo conteggio ha rimescolato la classifica, con Pizzarotti balzata dalla terza alla prima posizione, Cmc scivolata dal primo al secondo posto e Impregilo finita dal secondo al terzo posto. Almeno fino all’11 luglio prossimo. © RIPRODUZIONE RISERVATA

27/06/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Olimpiadi 2026, Bormio e Livigno nella stretta delle vecchie infrastrutture

Enrico Netti

I treni arrivano solo a Tirano. La Valtellina fa i conti con l’isolamento causato dal deficit dei trasporti

Una sola via d’accesso per raggiungere il secondo villaggio olimpico a Bormio e le piste dove si svolgeranno le gare di sci alpino mentre le competizioni di snowboard saranno a Livigno. Il tallone d’Achille della Valtellina è sempre quello e si chiama isolamento perché l’unico collegamento tra la pianura e Bormio è la Statale 36-38 che porta alle Alte valli. Un nodo che si somma alla fragilità idrogeologica di un territorio soggetto a frane e smottamenti mentre la ferrovia arriva solo fino a Tirano.

«Il problema fondamentale è la viabilità mentre la ferrovia da Lecco a Tirano è a binario unico e il tratto che costeggia il lago ha delle limitazioni – spiega Roberto Volpato, sindaco di Bormio -. In una prospettiva di sviluppo ad ampio respiro e non limitato alle Olimpiadi chiedo un collegamento stabile e se non si coglie adesso questa opportunità sarà sempre più difficile ottenerlo». Una ferrovia che potrebbe essere anche a binario unico purché arrivi fino alla stazione sciistica. Damiano Bormolini, primo cittadino di Livigno, tra le problematiche segnala il passo del Foscagno che nei mesi invernali viene chiuso dopo le abbondanti nevicate che aumentano il rischio di valanghe. «Servirebbe la realizzazione di quasi un chilometro di paravalanghe per mettere in sicurezza quel tratto – dice Bormolini -. Un investimento da 12-13 milioni per mettere in sicurezza la statale tutto l’anno».

Anche in occasione dei Mondiali di sci alpino disputati sulle piste di Bormio nel 2005 dal territorio arrivavano segnali di isolamento e dopo tre lustri sembra non sia cambiato nulla. «Sono passati 15 anni e l’unica novità è nuova tangenziale di Morbegno lunga 20 chilometri ma con una sola corsia per senso di marcia – rimarca Lorenzo Riva, presidente di Confindustria Lecco e Sondrio -. I mondiali del 2005 ci hanno solo portato promesse e basta. Ora si parla di ferrovia da Milano a Bormio, dei trafori dello Stelvio e del Mortirolo di cui si parla da decenni. Speriamo non restino come tante altre cose nel libro dei desideri perché queste opere aprirebbero un collegamento alternativo tanto richiesto dai valtellinesi». Insomma le Olimpiadi come occasione unica per sperare nelle necessarie opere infrastrutturali «perché non possiamo permetterci una figuraccia e pensare di ospitarle nella situazione attuale sarebbe un suicidio» avverte Riva che segnala la crisi idrogeologica attiva in alcune aree delle province di Lecco e Sondrio tra cui, per esempio, lungo la nuova Statale 36 tra Lecco e Colico dove recentemente una frana ha colpito la carreggiata a Lierna mentre venerdì scorso dei calcinacci si sono staccati dalla volta della galleria di Fiumelatte. Insomma tra interventi straordinari e di manutenzione ordinaria sull’unica arteria per Bormio si viaggia tra disagi e difficoltà. Invece per quanto riguarda le nuove opere cantierabili nell’area olimpica c’è la tangenziale di Tirano per cui «si sta concludendo il progetto esecutivo e verrà ultima entro il 2024» fanno sapere dall’Anas.

Anche Roberto Galli, presidente Albergatori della provincia di Sondrio, e Antonio Rossi, direttore di stabilimento della Siderval, industria metalmeccanica di Talamona in provincia di Sondrio, rimarcano le criticità del territorio e l’handicap della ferrovia che arriva solo fino a Tirano. Sul fronte dell’industria dell’ospitalità «non sarà necessario realizzare nuove opere ma intervenire per aumentare la classificazione e il servizio degli hotel» premette Galli. La famiglia olimpica utilizzerà circa 4mila camere in 350 strutture «e per il 2026 servirà la riqualificazione di una camera su due – continua il presidente -. Speriamo in un pacchetto di agevolazioni, incentivi o un cofinanziamento per aumentare la classificazione e migliorare il servizio». Insomma un tre stelle passerà a quattro lavorando sulla qualità e gli investimenti ecosostenibili.

Rossi lamenta come per ferrovia le merci non possono viaggiare e i treni passeggeri siano molto spesso in ritardo. Le difficoltà logistiche a volte ostacolano le consegne dell’azienda che lavora per aziende che seguono il modello just in time. «La nostra società resta paralizzata e si rischia di perdere i clienti per questi colli di bottiglia» conclude. Un senso di isolamento per ora non mitigato da tratte alternative verso l’Italia e l’Europa.  © RIPRODUZIONE RISERVATA