Rassegna stampa 18-19 giugno 2019

18/06/2019 – Corriere della Sera
Partnership Hera-Ascopiave da 865 milioni

EstEnergy
Alla fine l’ ha spuntata Hera, che così supera i 3 milioni di clienti e diventa il terzo operatore nel settore energia a livello nazionale (dietro a Enel ed Eni). Dal canto suo Ascopiave diventa il primo operatore gas del Nordest con 775 mila contatori gestiti, grazie al conferimento da parte di Hera della rete di distribuzione gas di Padova, Udine e Pordenone. Ieri i consigli di amministrazione di Hera (assistita da Lazard e dello studio Grimaldi) e di Ascopiave (assistita da Rothschild e da Bonelli Erede) hanno approvato la sottoscrizione di un term sheet vincolante per lo sviluppo di una partnership attraverso il potenziamento di EstEnergy, che già le società controllano (rispettivamente con il 52% e il 48%): la joint venture avrà un valore pari a 864,5 milioni di euro, un Ebitda di 69 milioni e oltre 1 milione di clienti energy. Per i 700 mila clienti di Ascopiave si erano fatti avanti nelle scorse settimane anche Edison, A2A, Eni ed Eon. L’ intesa verrà finalizzata in un accordo quadro entro il 31 luglio. Francesca Basso

 

19/06/2019 – Corriere del Veneto
«Così Ascopiave ha messo al sicuro il core business della distribuzione»

la partita del gas l’ accordo con hera
Il presidente Cecconato: «L’ offerta bolognese era nettamente la più vantaggiosa per noi»
treviso Il giudizio dei mercati è già eloquente: il giorno dopo l’ annuncio del matrimonio industriale con Hera, il titolo di Ascopiave ha chiuso le contrattazioni in Borsa a 3,82 euro, guadagnando il 4,8%. Tra le molte offerte ricevute per il suo pacchetto-clienti, Ascopiave è andata dritta su quella presentata dal gruppo bolognese: la società trevigiana cede i contratti di fornitura (alla controllata EstEnergy) e in cambio si prende la rete di distribuzione che Hera possedeva a Nordest. Clienti per tubi, si potrebbe sintetizzare. Presidente Nicola Cecconato, avete saltato a piè pari la fase della short list dei potenziali partner o della trattativa in esclusiva: quali aspetti particolari della proposta di Hera si sono rivelati così nettamente convincenti rispetto a quelle degli altri pretendenti? «L’ offerta di Hera nel suo complesso è risultata nettamente più vantaggiosa rispetto a quelle presentate da altre società, sia sotto il profilo economico e industriale ma anche per la tipologia, qualità e quantità di reti messe a disposizione. È risultata inoltre pienamente rispondente al nostro obiettivo primario di business di rafforzarci nel settore della distribuzione» Avete considerato nella decisione gli aspetti «geopolitici» relativi alla possibile formazione di una grande multiutility tutta veneta, secondo un disegno che avrebbe portato allora a privilegiare l’ offerta di Agsm Verona-Aim Vicenza? «Tutte le offerte sono state vagliate e ponderate con la massima attenzione. Non sono state fatte valutazioni di carattere geopolitico ma sicuramente geografico, con la finalità di creare sinergie ed efficienze di gestione degli impianti. Come abbiamo sempre dichiarato, le nostre valutazioni hanno privilegiato il soggetto più consono allo sviluppo del nostro piano industriale e al contempo al mantenimento della nostra identità». Ritenete che la soluzione individuata posso dare maggiore tranquillità anche ai vostri soci pubblici, dopo le tensioni dell’ ultimo periodo e il recesso dalla Holding deciso da alcuni Comuni? «Ascopiave ha sempre avuto come unico obiettivo il buon andamento dell’ azienda e la creazione di valore per tutti i propri stakeholder. Sono convinto che questa operazione darà sicuramente più tranquillità a tutta la compagine societaria, dal momento che saremo orientati verso un business regolato con redditività stabile. Inoltre, l’ investimento nel retail avviene in una realtà più grande e con un partner qualificato che ci consente di raggiungere una massa critica importante, in grado di rispondere ai requisiti necessari per questo business». Sostengono gli ex soci privati di Plavisgas che lo scambio «clienti per tubature», che sta alla base dell’ accordo con Hera, fosse esattamente il cuore della strategia che a suo tempo loro stessi avevano suggerito alla governance di Asco: era dunque possibile arrivare a questo stesso risultato, risparmiandosi le controversie legali e il costo dei recessi che c i sono stati nel frattempo ? «Le valutazioni strategiche poste alla base di questo progetto sono frutto di una attenta verifica svolta dal Cda, al termine di un ponderato e lungo percorso iniziato nell’ autunno del 2018 con approfondite analisi e studi. Ascopiave, che è una società quotata in Borsa, adotta le proprie scelte industriali in modo autonomo, mantenendo netta la distinzione tra il ruolo dell’ azionista e quello del management». Quali prospettive strategiche di medio-lungo termine può aprire l’ accordo con Hera sul mercato nazionale dell’ energia? «Per quanto ci riguarda, è stato messo al sicuro il core business della distribuzione gas; valuteremo eventuali e ulteriori possibilità di crescita nel settore attraverso la partecipazione alle gare d’ ambito e possibili nuove operazioni di M&A». In definitiva, chi ci guadagna di più dall’ accordo: Hera o Ascopiave? «Un buon accordo si fa sempre in due e deve portare, come in questo caso, soddisfazione a entrambi. Questo è un buon accordo». Alessandro Zuin

 

17/06/2019 12.50 – quotidiano energia

AU, a Unicredit Factoring la cessione di 400 mln € di crediti

L’Acquirente Unico ha selezionato Unicredit Factoring per la cessione pro solvendo su base mensile di tutti o parte dei crediti attuali o futuri derivanti dalla cessione di energia elettrica agli esercenti la maggior tutela per un importo massimo di 400 milioni €.

E’ quanto si apprende da un avviso pubblicato sulla Gazzetta Ue, dove si precisa che Unicredit ha battuto la concorrenza di altri due operatori aggiudicandosi un appalto da 1,5 milioni € più Iva.

L’avviso ricorda che in base al contratto “la società cessionaria metterà a disposizione dell’Acquirente Unico l’intero valore nominale del credito stesso”, mentre l’AU “provvederà a corrispondere il prezzo di cui al punto IV.2.1 del presente bando secondo le modalità che verranno indicate nello schema di contratto allegato al Disciplinare di gara”.

Come noto, la cessione di crediti si è resa necessaria per compensare lo sfasamento temporale tra pagamenti e incassi degli acquisti/vendite di energia dovuto al market coupling. Il sistema ha infatti comportato che l’AU debba pagare i produttori entro una settimana, mentre le tempistiche di incasso dagli esercenti sono rimaste a due mesi.

Da ricordare infine che la settimana scorsa l’Arera ha dato il benestare alla modifica del contratto di cessione dell’elettricità tra AU e i venditori in tutela in modo da consentire a questi ultimi una dilazione del pagamento delle fatture. Credito che sarà anch’esso ceduto a società di factoring.

 

18/06/2019 – ANSA
Ponte Genova: impresa vicina a camorra, due arresti

Operazione Dia su vertici Tecnodem srl, già esclusa da lavori

Gli amministratori della ‘Tecnodem srl’ di Napoli, impresa impegnata nella ricostruzione del ponte Morandi, sono stati arrestati dalla Dia nell’ambito di un’inchiesta coordinata dalla Dda di Genova. L’ordinanza di custodia cautelare è stata emessa dal Gip nei confronti dell’amministratore di fatto e di una donna, considerata un prestanome. Dalle indagini è emerso che l’amministratore era contiguo a clan camorristici. La società era già stata esclusa dai lavori lo scorso maggio.

La ‘Tecnodem’ aveva lavori in subappalto per centomila euro nell’ambito delle opere di demolizione del ponte, in corso in queste settimane. Ma le indagini degli uomini della Direzione investigativa antimafia, sulla base dei primi accertamenti di carattere amministrativo, avevano consentito agli inquirenti di emettere già maggio scorso un’interdittiva a carico dell’azienda, che era così stata estromessa dai lavori. Oltre agli arresti, d’intesa con la Dda di Napoli, sono in corso una serie di perquisizioni e sequestri preventivi tra Genova e Napoli.

In manette, nell’operazione della Dia di Genova coordinata dal sostituto procuratore Federico Manotti, sono finite Consiglia Marigliano, amministratrice e socio unico della Tecnodem e Ferdinando Varlese, pregiudicato di 65 anni di Napoli domiciliato a Rapallo. Secondo gli investigatori era lui il vero amministratore della ditta. L’accusa è di intestazione fittizia di beni aggravata dall’aver commesso il fatto per agevolare il clan D’Amico, del rione Villa di Napoli. Tra le condanne riportate da Varlese, emerge la sentenza emessa dalla Corte d’appello di Napoli nel 1986 per associazione a delinquere. Tra i coimputati vi erano affiliati al clan “Misso-Mazzarella-Sarno”, già appartenente all’organizzazione camorristica denominata “Nuova Famiglia”, i cui boss erano Michele Zaza e suo nipote Ciro Mazzarella. Altra sentenza rilevante, secondo la Dia, è quella della Corte d’appello di Napoli del 2006 per estorsione tentata in concorso, con l’aggravante di aver commesso il fatto con modalità mafiose, da cui si evincono in maniera circostanziata i legami di Varlese con il sodalizio camorristico “D’Amico”, cui risulta legato da rapporti di parentela.

RIPRODUZIONE RISERVATA © Copyright ANSA

 

18/06/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Imprese in crisi/4. L’84% degli appalti si bloccano già nella fase pre-gara

Giorgio Santilli

Il 9% bloccate dal codice appalti. Le cause di blocco delle 630 opere ferme monitorate per un valore di 54,4 miliardi

L’84% delle opere ferme risulta bloccato prima dell’apertura dei cantieri per cause procedurali amministrative (nel 43% dei casi), per cause finanziarie (36%) o per decisioni politiche che non arrivano prima della gara (19%). Per un terzo dei casi si presenta più di una causa di blocco (questo spiega anche perché il totale del grafico pubblicato in pagina dà un totale superiore a 100). Le opere ferme per «complessità del quadro normativo di riferimento in materia di appalti pubblici» – e in particolare il codice appalti – sono invece soltanto il 9%. A dirlo è l’Ance (Associazione nazionale costruttori edili) che ha completato il primo report sulle cause di blocco delle 630 opere (per un valore di 54,4 miliardi) monitorate con l’Osservatorio sbloccacantieri. La gran parte delle opere segnalate e monitorate sono al Nord: 430 interventi per un importo complessivo di 33,1 miliardi (66% del totale).
Al centro sono 70 opere per 9,6 miliardi, al Sud 130 opere per 11,7 miliardi. Gli interventi sopra i 100 milioni sono 53 e assorbono la grande maggioranza dell’importo, 50,6 miliardi. Ora toccherà allo sblocca-cantieri appena convertito in legge intervenire su questa massa di interventi fermi. Più che dalla riforma del codice saranno i commissari, quando verranno nominati dal governo, a giocarsi le carte per riavviare gli interventi.Una mappa Ance ripartisce le opere principali per causa di blocco: fra gli interventi fermati da cause procedurali/amministrative ci sono il 1° lotto autostradale fra la A4 e la Val Trompia, la superstrada dell’itinerario Valsugana Valbrenta-Bassano, il progetto del Sarno. Fra le opere fermate da cause finanziarie il pacchetto di 228 interventi di messa in sicurezza ponti e viadotti, dissesto idrogeologico della provinca di Vercelli e il completamento del raddoppio ferroviario Genova-Ventimiglia (tratta Andorra-Finale) per cui sono disponibili 266 milioni su 1,5 miliardi di costo.Come esempi di opere bloccate dalle decisioni politiche che non arrivano ci sono, nella fase pre-gara, la Gronda di Genova, che aspetta il via libera del ministero delle Infrastrutture al progetto, e la strada statale Maglie-Leuca, opera da 300 milioni ideata 24 anni fa, con un progetto preliminare approvato 14 anni fa.
Fra i lavori già avviati e bloccati dalle decisioni politiche non potevano mancare la Tav Torino-Lione e l’Alta velocità Brescia-Verona (1° lotto funzionale). Non mancano problemi collegati alle concessioni autostradali, in particolare per l’autostrada regionale Cispadana e per il raccordo Ferrara-Porto Garibaldi, mentre le regole del mercato degli appalti hanno bloccato – secondo il report Ance – le opere di depurazione delle acque in Sicilia e l’adeguamento sismico delle scuole friulane. Si evidenzia che in genere a pesare è la richiesta, fatta dal codice del 2016, di progetti esecutivi (che non ci sono) per andare in gara.Crescenti anche i casi di lavori bloccati per motivi di contenzioso (autostrada Roma-Latina e schema depurativo agglomerato Reggio Calabria), per problemi finanziari dell’impresa esecutrice (nodo ferroviario di Genova), per varianti, carenze tecnico-progettuali e contenziosi connessi (il 3° lotto della Nuova Aurelia e il nuovo ospedale di La Spezia).Il capitolo più innovativo sul piano dell’analisi è però quello che lancia il concetto di «trappola dell’efficienza».
Per due terzi delle opere, come detto, c’è più di una causa a bloccare e dall’analisi «emerge un vero e proprio circolo vizioso»: sono infatti numerosi i casi in cui «ritardi amministrativi e procedurali determinano un aumento del costo di realizzazione dell’opera e, conseguentemente, impongono una revisione del progetto e una nuova decisione politica per l’approvazione, che spesso viene richiesta in un contesto politico diverso, sia a livello nazionale sia a livello locale.Nella «trappola dell’inefficienza» finiscono così le opere «per le lungaggini amministrative che caratterizzano il contesto italiano, che spiega non solo il blocco per mesi o anni di alcune opere ma anche i tempi lunghissimi di realizzazione delle infrastrutture nel nostro Paese».
LA MAPPA DELLE OPERE FERME © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

18/06/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Imprese in crisi/3. Buia (Ance): non ci sono solo i big, vanno pagate anche le Pmi

Massimo Frontera

Il presidente dell’Ance chiede trattamento con «pari dignità» tra imprese: «Nel settore non ci devono essere figli e figliastri»

I riflettori sono accesi sui nomi delle grandi imprese in crisi e sulle misure che il governo sta predisponendo per il loro salvataggio (attraverso il cosiddetto Progetto Italia) – con il sostegno (interessato) del mondo del credito – e, infine, con la recente “benedizione” arrivata dai sindacati.
A valle dei big c’è invece un intero mondo di piccole e medie imprese sane e strutturate che sono entrate in difficoltà non per loro colpa ma a causa del ruolo di subappaltatori o subfornitori di marchi blasonati finiti in concordato preventivo o in amministrazione straordinaria: Astaldi, Cmc, Grandi Lavori Fincosit, tra i principali. Un indotto semi-sconosciuto e frammentato che è strettamente agganciato all’economia del territorio, e da cui dipendono migliaia di famiglie. «Nelle costruzioni non ci sono figli e figliastri: tutte le imprese meritano stessa dignità», ha attaccato il presidente dell’Ance Gabriele Buia, chiedendo al più presto di «approvare e rendere immediatamente operativa la norma contenuta nel Dl crescita in corso di conversione in Parlamento che prevede la costituzione di un Fondo salva opere a tutela delle imprese della filiera vittima della crisi dei grandi gruppi». Norma che, ha sottolineato il presidente dell’Ance, «senza costi aggiuntivi per le imprese, deve essere in grado di garantire il pagamento dei lavori già realizzati e di proseguire le opere in corso che rischiano altrimenti di rimanere incompiute».
Il presidente dell’Ance ha poi rilanciato la richiesta al governo di aprire un tavolo permanente di crisi del settore: «Serve un tavolo di crisi di coordinamento generale di sviluppo delle costruzioni presso il ministero dello Sviluppo economico. Non c’è più tempo. Le imprese sane stanno morendo».
I cantieri in crisi in Umbria-Marche, Sicilia e Sardegna
Uno spaccato significativo di questa realtà – poco raccontata – è emerso ieri nell’incontro avvenuto nella sede dell’Ance con i rappresentanti dei comitati delle imprese creditrici legate a tre aree di crisi in Italia: i grandi cantieri in Sicilia e Sardegna e il lavori di completamento del Quadrilatero Umbria-Marche. Imprese che in alcuni casi non vengono pagate dal gennaio 2018. I mancati pagamenti ammontano a 108 milioni di euro vantati da 168 imprese, in una crisi che sta coinvolgendo 3.600 addetti e relative famiglie. I numeri complessivi – che riguardano solo le imprese aderenti all’Ance e sono pertanto parziali rispetto al totale delle imprese e degli artigiani coinvolti nelle situazioni di crisi – sono stati illustrati nel dettaglio dagli imprenditori Corrado Bocci (Quadrilatero Umbria-Marche), Simona Pellegrini (Sardegna) e dai comitati creditori del territorio siciliano Salvo Ferlito e Piero Iacuzzo.
Più precisamente, nei lavori del Quadrilatero Umbria-Marche ci sono 28 imprese per 697 lavoratori che attendono 31.6 milioni di euro a causa della crisi delle imprese aggiudicatarie Glf, Cmc e Coci. I cantieri sono quelli Anas della Statale 77 Foligno-Civitanova (completata grazie al subentro di Strabag nei confronti degli altri soci dell’Ati, ma è il cui pagamento è fermo per un contenzioso in corso) e quelli della Statale 76 Perugia-Ancona, che ha visto tre fallimenti consecutivi (da parte di Btp, Impresa e Astaldi). Complessivamente, alla conclusione del Quadrilatero mancano 400 milioni di produzione (i cui lavori sono stati riaffidati ad Astaldi).
In Sicilia, la crisi di Cmc ha coinvolto 120 imprese – con 2.500 addetti e relative famiglie – che attendono complessivamente pagamenti per 60 milioni. I cantieri sono ancora una volta quelli stradali dell’Anas, come la Caltanissetta-Valle dei Templi-Palermo, cui mancano 250 milioni di produzione. Sempre in Sicilia, ci sono poi i tre lotti della metropolitana di Catania. I cantieri siciliani bloccati rischiano inoltre un ulteriore danno: quello del definanziamento dei fondi europei in caso di mancata spesa. In Sardegna i lavori interrotti – a causa del fermo-macchina delle imprese aggiudicatarie Glf, Oberosler e Astaldi – sono quelli Anas della Cagliari-Pula (arrivata al 30%) e della Sassari-Olbia (al 50%). In Sardegna, le imprese che aspettano di essere pagate sono 20, per 400 addetti coinvolti, con crediti per 16,4 milioni di euro.
Le parole di Corrado Bocci (Quadrilatero Umbria-Marche) riassumono l’amarezza e lo stato d’animo degli operatori: «Siamo sopravvissuti a 11 anni di crisi, abbiamo lavorato e realizzato i lavori con dignità e qualità. Non tocca a noi farci carico di questa situazione. Chiediamo con forza due cose: la rapida approvazione del decreto crescita con la misura del fondo salva imprese per risolvere le situazioni pregresse; e chiediamo, un istante dopo, di essere messi in condizione di tornare al lavoro e di finire i lavori».

© RIPRODUZIONE RISERVATA

 

19/06/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Speciale Sblocca-cantieri/3. Fino a fine 2020 appalti senza centrale anche per i piccoli comuni

Paola Conio

Gli effetti della sospensione sperimentale dell’obbligo di centralizzare gli acquisti dei Comuni non capoluogo

La legge di conversione del decreto “sblocca-cantieri” conferma, seppure solo temporaneamente, una delle scelte più dibattute del D.L. 32/2019, ovvero il superamento dell’obbligo dei Comuni non capoluogo di provincia di ricorrere a forme di aggregazione e/o centralizzazione della committenza per i propri acquisti.

Cambia, tuttavia, la tecnica normativa utilizzata. Se, difatti, il decreto “sblocca-cantieri” interveniva direttamente a modificare il quarto comma dell’art. 37 del D.Lgs. 50/2016, prevedendo che il ricorso agli acquisti aggregati o centralizzati passasse da obbligatorio a meramente facoltativo, la legge di conversione inserisce semplicemente la disposizione ora richiamata tra quelle temporaneamente sospese a «a titolo sperimentale».

Il periodo di moratoria si estende sino al 31 dicembre 2020 e le ragioni della temporanea disapplicazione dovrebbero risiedere nell’intento di rilanciare nei prossimi 18 mesi gli investimenti e facilitare l’apertura dei cantieri, posto che l’altra finalità richiamata dalla legge di conversione a giustificazione della sospensione sperimentale di alcuni articoli del codice contratti – ovvero, tener conto delle procedure di infrazione n. 2017/2090/ e 2018/2273 aperte dalla Commissione Europea nei confronti dell’Italia – non ha in questo caso alcun rilievo.

EÈ possibile che le ragioni dell’ammorbidimento della modifica vadano ricercate nel rendere meno brusco e netto quello che era apparso come un profondo cambiamento, si potrebbe dire “di rotta” rispetto al percorso tracciato – ancorché ad oggi rimasto sostanzialmente inattuato – dalla riforma del 2016, nella direzione della riduzione del numero delle stazioni appaltanti, che vedeva nell’obbligo di centralizzazione e aggregazione degli acquisti dei Comuni di minore dimensione uno degli strumenti possibili.
Ove non entrassero, nel frattempo, in vigore ulteriori modifiche normative, allo scadere del periodo di sospensione temporanea le norme elencate all’art. 1 del testo risultante dalla legge di conversione del decreto sblocca cantieri, tra le quali quella in commento, dovrebbero tornare pienamente applicabili ed efficaci.

È, tuttavia, possibile che l’orizzonte del 31 dicembre 2020 sia stato fissato anche tenendo in considerazione il parallelo, seppur indipendente, iter di approvazione della legge delega per la complessiva riforma del Codice contratti o per la sua integrale sostituzione con un nuovo Codice (D.d.l. 1162) e, dunque, la teorica possibilità che il 2021 si apra già con uno scenario normativo ulteriormente modificato.

Qualificazione delle stazioni appaltanti e aggregazione/centralizzazione delle committenze
L’art. 37 del Codice contratti pubblici si inserisce nell’ambito del Titolo II, dedicato alla qualificazione delle stazioni appaltanti. La riforma del 2016, sulla scorta dei principi della Legge Delega (L. n. 11/2016) aveva previsto l’introduzione di un sistema di qualificazione delle stazioni appaltanti che, partendo dall’analisi di parametri obiettivi, ne misurasse l’effettiva capacità tecnica e organizzativa, con il fine di riorganizzarle e ridurne sensibilmente il numero, a vantaggio di una più elevata competenza e professionalizzazione.

Come noto, il sistema è rimasto di fatto sulla carta e, a tre anni di distanza dalla riforma, lo schema di Dpcm non ha ancora ricevuto l’approvazione della Conferenza Unificata Stato-Regioni, trattandosi come è facile immaginare di un tema assai delicato, visto che l’entrata in vigore del sistema – almeno stando alle previsioni dell’Anac – avrebbe determinato una riduzione del numero delle stazioni appaltanti attuali di circa il 75-80%.

Un tassello a parte, nell’ambito di questo processo, era rappresentato dalla disciplina relativa ai Comuni non capoluogo di Provincia, che in sostanza non avrebbero più potuto procedere in autonomia.

I Comuni non capoluogo di provincia
La legge delega del 2016, alla lettera dd) dell’art. 1, dava al legislatore delegato l’indicazione di procedere all’introduzione di adeguate forme di centralizzazione delle committenze e di riduzione del numero delle stazioni appaltanti, effettuate sulla base del sistema di qualificazione di cui si è detto al precedente paragrafo, con la possibilità di gestire contratti di diversa complessità a seconda del grado di qualificazione conseguito.

La medesima lettera dd) della citata legge delega prevedeva espressamente, tuttavia, che il nuovo codice contratti avrebbe dovuto perseguire gli obiettivi predetti «fatto salvo l’obbligo, per i comuni non capoluogo di provincia, di ricorrere a forme di aggregazione o centralizzazione delle committenze, a livello di unione dei comuni, ove esistenti, o ricorrendo ad altro soggetto aggregatore secondo la normativa vigente».

Tale obbligo, in effetti, era già stato previsto da precedenti disposizioni normative, con un termine di applicazione piena dapprima fissato al 31 marzo 2012 e poi successivamente prorogato. L’art. 37 comma 4, del Codice contratti del 2016, in attuazione del principio di delega, prevedeva che – fatto salvo quanto stabilito al precedente comma 1 e al primo periodo del comma 2, i comuni non capoluogo di provincia dovessero procedere necessariamente per i propri affidamenti:
a) ricorrendo a una centrale di committenza o a soggetti aggregatori qualificati;
b) mediante unioni di comuni costituite e qualificate come centrali di committenza, ovvero associandosi o consorziandosi in centrali di committenza nelle forme previste dall’ordinamento.
c) ricorrendo alla stazione unica appaltante costituita presso le province, le città metropolitane ovvero gli enti di area vasta.

Il primo comma dell’art. 37 – richiamato come si è visto dal comma 4 – dopo aver fatto salvi gli obblighi di utilizzo di strumenti di acquisto e di negoziazione, anche telematici, di cui alle vigenti disposizioni in materia di contenimento della spesa, prevede che le stazioni appaltanti, per l’acquisizione di forniture e servizi di importo inferiore a 40.000 euro e di lavori di importo inferiore a 150.000 euro, possano procedere direttamente e, in alternativa, possano operare attraverso l’effettuazione di ordini a valere su strumenti di acquisto messi a disposizione dalle centrali di committenza e dai soggetti aggregatori. Per gestire, invece, procedure di importo superiore alle soglie appena indicate è necessario il conseguimento della qualificazione.
Il primo periodo del comma 2 – anch’esso espressamente richiamato dal comma 4 – sempre facendo salvi i medesimi obblighi di acquisto aggregato di cui al comma 1, stabilisce che per gli acquisti di forniture e servizi di importo superiore a 40.000 euro e inferiore alla soglia europea, nonché per gli acquisti di lavori di manutenzione ordinaria d’importo superiore a 150.000 euro e inferiore a 1 milione di euro, le stazioni appaltanti qualificate possano procedere mediante utilizzo autonomo degli strumenti telematici di negoziazione messi a disposizione dalle centrali di committenza qualificate secondo la normativa vigente.

L’art. 37 comma 4 non richiama, invece, il secondo periodo del comma 2, che dà la possibilità alle stazioni appaltanti, in caso di indisponibilità degli strumenti telematici di negoziazione messi a disposizione dalle centrali di committenza qualificate, anche in relazione alle singole categorie merceologiche, di poter autonomamente utilizzare le procedure di cui al presente codice.
Alla luce di queste disposizioni, l’Anac aveva chiarito nelle proprie Faq che avrebbe provveduto a rilasciare il Cig ai Comuni non capoluogo di Provincia soltanto per:
•gli acquisti effettuati mediante il ricorso a strumenti di acquisto e di negoziazione, anche telematici, previsti dalle disposizioni vigenti in materia di contenimento della spesa;
•l’effettuazione di ordini a valere su strumenti di acquisto messi a disposizione dalle centrali di committenza;
•l’acquisizione di forniture e servizi di importo inferiore a 40.000 euro e di lavori di importo inferiore a 150.000 euro;
•all’acquisto di forniture e servizi di importo superiore a 40.000 euro e inferiore alla soglia europea, nonché all’acquisto di lavori di manutenzione ordinaria d’importo superiore a 150.000 e inferiore a 1 milione di euro mediante utilizzo autonomo degli strumenti telematici di negoziazione messi a disposizione dalle centrali di committenza qualificate. Al di fuori di queste ipotesi, il Comune non capoluogo di provincia non poteva procedere.

La sospensione temporanea della disposizione da parte della legge di conversione dello sblocca-cantieri
Come anticipato, la legge di conversione dello “sblocca-cantieri” non incide più direttamente sulla norma in commento, ma ne sospende l’applicazione a titolo sperimentale sino a tutto il 2020.
Quindi le tre modalità di acquisto aggregato descritte dalla norma e richiamate al paragrafo precedente divengono semplici alternative, tuttora comunque possibili anche in vigenza della sospensione temporanea, rispetto alla possibilità di procedere direttamente e autonomamente ai propri affidamenti.
La legge di conversione dello sblocca-cantieri si premura di precisare che la temporanea disapplicazione del comma 4 è disposta solo «quanto all’obbligo di avvalersi delle modalità ivi indicate”»pertanto, nulla si dice circa l’applicazione del comma primo del medesimo art. 37 e del primo periodo del comma secondo, cui il quarto comma dell’art. 37 fa riferimento.

Pertanto, nel momento in cui dovesse diventare operativo il sistema di qualificazione di cui all’art. 38 anche i comuni non capoluogo dovranno necessariamente qualificarsi per poter procedere agli affidamenti di importo superiore a 40.000 euro per le forniture e i servizi e a 150.000 euro per i lavori. Si rammenta che, nel periodo transitorio, la qualificazione viene provvisoriamente fatta coincidere con l’iscrizione all’Ausa (ovvero all’Anagrafe Unica delle Stazione Appaltanti).

Restano, altresì, invariati gli obblighi di utilizzo di strumenti di acquisto e di negoziazione, anche telematici, previsti dalle vigenti disposizioni in materia di contenimento della spesa, quindi in sostanza gli obblighi di acquisto aggregato previsti dalle varie leggi finanziarie per determinate tipologie di affidamenti, come ad esempio gli acquisti informatici.

La sentenza Tar Brescia n. 266/2019
La sospensione dell’obbligo di ricorrere ad acquisti aggregati/centralizzati, peraltro fortemente voluta dall’Anci (lAssociazione dei comuni), è certamente sostanziale, in quanto consente ai Comuni non capoluogo di cimentarsi in via diretta e autonoma anche nelle procedure di gara per gli acquisti di maggior rilievo, sottraendosi all’obbligo di aggregazione.

È interessante comunque notare come una recente sentenza del Tar Brescia (sent. n. 266 del 2019) abbia affermato – con riferimento ad una procedura per l’affidamento in concessione trentennale di una farmacia comunale bandita da un Comune non capoluogo di provincia – che la violazione del principio di aggregazione e centralizzazione delle committenze, anche nei casi previsti dall’art. 37 comma 4 del D.Lgs. n. 50 del 2016 – ovviamente nella formulazione precedente allo sblocca-cantieri – non sarebbe stata comunque sanzionabile con l’annullamento dell’intera procedura di gara in mancanza di parametri precostituiti che consentissero di misurare la sproporzione tra la complessità della procedura e le competenze tecniche della stazione appaltante. Questi parametri, ad avviso del Tar Brescia, avrebbero potuto essere forniti solo dal Dpcm deputato ad individuare i requisiti tecnico-organizzativi per la qualificazione delle stazioni appaltanti, come detto non ancora emanato. Prima di quel momento, dunque, secondo l’interpretazione contenuta nella sentenza richiamata, a prescindere dallo sblocca-cantieri, la violazione dell’obbligo di procedere con l’acquisto aggregato e centralizzato non avrebbe avuto conseguenze sulla legittimità della procedura. © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

18/06/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Speciale Sblocca-cantieri/2. Ecco come cambiano gli appalti sottosoglia importo per importo

Roberto Mangani

La novità più forte è la creazione di una nuova formula di affidamento diretto “ibrido” per i lavori tra 40mila e 150mila euro

Una ridefinizione delle varie soglie che per gli importi minori introduce l’affidamento diretto previa valutazione di tre preventivi mentre conferma per i lavori fino a un milione di euro il ricorso alla procedura negoziata, diversamente articolata quanto al numero degli inviti in relazione a due fasce di importo.

Questo è in estrema sintesi il risultato delle modifiche introdotte a seguito della conversione del Decreto sblocca cantieri in tema di affidamento dei contratti di importo inferiore alla soglia comunitaria.

Si deve peraltro ricordare che in materia era già intervenuta la Legge di bilancio 2019 (legge 30 dicembre 2018, n. 145) modificando in via temporanea – fino al 31 dicembre 2019 – la disciplina contenuta nel D.lgs. 50/2016. E le principali novità contenute nel Decreto sblocca cantieri riproducono in via definitiva quanto la Legge di bilancio aveva introdotto in via transitoria.

Per avere un quadro compiuto della normativa che viene a regolare i contratti sottosoglia è opportuno partire dalla situazione esistente sulla base delle norme contenute all’articolo 36 del D.lgs. 50.

La disciplina del D.lgs. 50
L’articolo 36 del D.lgs. 50/2016, nella sua versione originaria, prevedeva in primo luogo la possibilità di affidamento diretto per i contratti fino a 40.000 euro.
Al di sopra di tale importo venivano poi disegnate tre diverse fasce di importo, rispetto a ognuna delle quali era prevista una specifica disciplina.
La prima fascia riguardava le prestazioni di importo ricompreso tra 40.000 e 150.000 euro per i lavori e le soglie comunitarie per le forniture e i servizi. Per il loro affidamento era previsto lo svolgimento di una procedura negoziata a cui dovevano essere invitati, se esistenti, almeno dieci operatori economici. La scelta di questi ultimi doveva avvenire tramite indagine di mercato o elenchi precostituiti, garantendo il principio della rotazione.
L’Anac, nelle Linee guida n.4, aveva fornito ulteriori indicazioni circa le modalità di svolgimento delle indagini di mercato e la tenuta degli elenchi di operatori economici, volte a garantire una sostanziale apertura del mercato attraverso in primo luogo idonee forme di pubblicità.

La seconda fascia di importo ricomprendeva i lavori tra i 150.000 e 1 milione di euro. Anche per l’affidamento dei contratti rientranti in tale fascia era previsto lo svolgimento di una procedura negoziata secondo i medesimi criteri illustrati per la fascia precedente, con l’unica differenza che gli operatori da invitare dovevano essere almeno quindici.
Infine, la terza e ultima fascia riguardava i lavori di importo superiore a 1 milione di euro. Per questi contratti l’affidamento doveva avvenire attraverso l’espletamento di procedure ordinarie, venendosi quindi ad operare, quanto alle modalità di affidamento, una sostanziale equiparazione con i contratti di importo superiore alla soglia comunitaria.

Le novità del Decreto sblocca cantieri
A seguito della legge di conversione del Decreto sblocca cantieri le fasce di importo diventano cinque.
Nessuna variazione viene introdotta per la prima relativa ai contratti di importo più contenuto, cioè quelli fino a 40.000 euro, per i quali è mantenuta la possibilità di affidamento diretto.

Oltre tale soglia le fasce di importo diventano quattro. La prima ricomprende i contratti tra 40.000 euro e inferiori a 150.000 euro, per i quali è stabilita una disciplina diversa a seconda che si tratti di lavori ovvero di forniture e servizi.
Così per i lavori è previsto l’affidamento diretto previa valutazione di almeno tre preventivi, peraltro ove esistenti; mentre per le forniture e i servizi è previsto sempre il ricorso all’affidamento diretto ma previa consultazione, ove esistenti, di almeno cinque operatori economici individuati sulla base di indagini di mercato o tramite elenchi di fiducia.

La seconda fascia riguarda solo i lavori, e ricomprende i contratti di importo pari o superiore a 150.000 euro e inferiore a 350.000 euro. Per questi contratti l’affidamento deve avvenire ricorrendo alla procedura negoziata previa consultazione, ove esistenti, di almeno dieci operatori economici individuati sulla base di indagini di mercato o tramite elenchi di fiducia, e comunque nel rispetto del criterio di rotazione degli inviti.

Vi è poi la terza fascia di importo, anch’essa relativa solo ai lavori, che ricomprende i contratti tra i 350.000 euro e 1 milione di euro. Le modalità di affidamento sono le medesime stabilite per la fascia precedente, con l’unica differenza che i soggetti da invitare alla procedura negoziata devono essere almeno quindici, sempre se esistenti in tale numero.
Oltre l’importo di un milione di euro, sempre per i lavori, è previsto il ricorso alla procedura aperta e con possibilità di prevedere l’applicazione del meccanismo di esclusione automatica delle offerte anomale, purchè il numero delle offerte sia pari o superiore a dieci.

In sostanza due sono le novità introdotte, relative peraltro ai soli lavori. La prima consiste nella previsione secondo cui i committenti possono procedere ad affidamento diretto dei contratti ricompresi tra 40.000 e 150.000 euro previa consultazione, se esistenti, di tre operatori economici. La seconda novità consente per i contratti ricompresi tra 150.000 e 350.000 euro l’affidamento tramite procedura negoziata con invito di almeno dieci operatori economici.

La vera novità riguarda i lavori fino a 150.000 euro per i quali, invece della procedura negoziata precedentemente prevista, è introdotto il confronto tra tre preventivi.
In realtà il legislatore da un lato ha previsto l’affidamento diretto ma dall’altro immediatamente dopo ha specificato che tale affidamento deve di norma essere preceduto dalla consultazione di tre operatori.

In realtà la nozione di affidamento diretto nel suo significato proprio presuppone una assoluta libertà di scelta del contraente, che prescinde da qualunque forma di confronto competitivo. Di conseguenza prevedere la preventiva consultazione di tre operatori economici finisce per delineare una modalità di affidamento diretto ibrida, che si pone tra l’affidamento diretto puro e lo svolgimento di una gara, sia pure informale.

Va comunque sottolineato che la consultazione è qualcosa di diverso e di meno pregnante di una procedura, anche nella forma meno rigida della procedura negoziata. La consultazione è svincolata da qualunque regola procedurale e può svilupparsi nelle più diverse forme, e si deve ritenere caratterizzata da una estrema snellezza e semplificazione.
In sostanza sembra sufficiente che l’ente committente sia in grado di dimostrare che ha acquisito tre offerte da comparare, secondo modalità che non sono precostituite e la cui scelta rientra nella piena discrezionalità dell’ente stesso.

Anche l’individuazione dei soggetti con cui operare la consultazione è rimessa alla piena discrezionalità dell’ente appaltante. Non operano le previsioni dettate per la procedura negoziata, che impongono lo svolgimento di un’indagine di mercato o il ricorso ad elenchi precostituiti. L’unico vincolo che ragionevolmente dovrebbe sussistere anche nella consultazione è rappresentato dal criterio della rotazione, che impone di non svolgere la stessa sempre con i medesimi soggetti.

Quanto alla seconda novità introdotta, essa ha previsto lo svolgimento di una procedura negoziata con invito di almeno dieci operatori per gli appalti fino a 350.000 euro, innalzando quindi il limite che l’articolo 36 stabilisce in 150.000 euro. In sostanza la novità si riduce alla previsione secondo cui per i lavori ricompresi tra 150.000 e 350.000 euro la procedura negoziata prevede l’invito di soli dieci operatori e non di quindici, secondo la previsione originaria dell’articolo 36. Restano ferme le previsioni relative alle modalità di svolgimento della procedura negoziata, e cioè la selezione degli invitati per mezzo di indagini di mercato o di elenchi precostituiti nonché l’applicazione del criterio di rotazione per gli inviti.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

 

19/06/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Speciale Sblocca-cantieri/4. Rivive solo per due mesi il ritorno degli incentivi del 2% sui progetti della Pa

Silvia Lanzaro (*)

La norma non è stata convertita in legge. Gli incentivi restano legati alle attività di programmazione e controllo. I dubbi sull’applicazione nel periodo di vigenza del decreto

Sfuma definitivamente il tentativo di reintrodurre gli incentivi per le attività di progettazione, di coordinamento della sicurezza e di verifica preventiva della progettazione.
In sede di conversione, ha perso, infatti, efficacia la norma del decreto Sblocca-cantieri che aveva modificato l’art. 113 del D.Lgs. n. 50/2016, dedicato agli «incentivi per funzioni tecniche». Tra le novità che erano state inserite con il Dl 32/2019 2 vi era quella relativa alla reintroduzione degli incentivi per la progettazione, per il coordinamento della sicurezza e per la verifica preventiva della progettazione in luogo di quelli volti a premiare l’attività di programmazione della spesa per investimenti, di valutazione preventiva dei progetti, di predisposizione e di controllo delle procedure di gara e di esecuzione dei contratti pubblici.
La modifica era stata motivata, nella relazione di accompagnamento al decreto, dalla volontà di incentivare alcune attività, espletate all’interno dell’amministrazione, connotate da un maggiore impegno e responsabilità.

Come si è detto nel precedente commento dedicato alla modifica apportata nel testo governativo («Edilizia e Territorio» del 3 maggio 2019), la novità era stata accolta con favore da alcuni per gli indubbi risvolti positivi che avrebbe determinato nel senso di attribuire una maggiore coerenza, sul piano sostanziale, tra l’istituto degli incentivi ed il favor legislativo per la progettazione interna; si era anche ritenuto che la previsione di incentivi per i progettisti, i coordinatori ed i verificatori avrebbe maggiormente contribuito a realizzare l’esecuzione a regola d’arte dei lavori, nei tempi previsti dal progetto e senza ricorso a varianti in corso d’opera.

D’altro canto non erano mancate critiche volte a censurare una scelta tesa a privilegiare lo svolgimento di compiti che normalmente richiedono competenze altamente specialistiche e l’uso di moderne tecnologie, da parte di soggetti interni alle amministrazioni, spesso sforniti dei titoli e delle strumentazioni adeguate a tutto svantaggio degli studi professionali che operano sul libero mercato.

Tant’è che sulla disposizione prevista dall’art. 1, comma 1, lett. aa) del D.L. n. 32/2019, il Senato ha avuto un improvviso ripensamento con un emendamento approvato nel corso dell’esame congiunto da parte delle Commissioni Ambiente e Lavori pubblici del Senato, emendamento successivamente approvato dalla Camera. Il testo dell’art. 113 del D.Lgs. n. 50/2016, dopo la conversione in Legge n. 55/2019 del decreto Sblocca Cantieri resta, dunque, quello originario e le attività incentivabili continuano ad essere quelle relative alla programmazione della spesa per investimenti, alla valutazione preventiva dei progetti, alla predisposizione ed al controllo delle procedure di gara e di esecuzione dei contratti pubblici.

Se questo è il quadro che ci troviamo oggi di fronte, gli unici aspetti di rilievo su cui potrebbero sorgere dubbi interpretativi, dovrebbero essere legati ai problemi applicativi di carattere intertemporale dati dal, seppur breve, periodo in cui la modifica normativa ha prodotto i suoi effetti.

Potrebbero sorgere, infatti, dubbi in ordine all’attività da incentivare svolta nel periodo di tempo caratterizzato dal passaggio da un regime giuridico all’altro.

Ciò in quanto l’art. 1, comma 2 della Legge di conversione n. 55/2019, pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 17.6.2019 ed entrata in vigore il giorno successivo, prevede che «restano validi gli atti e i provvedimenti adottati e sono fatti salvi gli effetti prodottisi e i rapporti giuridici sorti sulla base dell’articolo 1 del medesimo decreto legge 18 aprile 2019, n. 32».
Tale previsione determina la necessità di considerare l’ipotesi che anche l’art. 1, comma 1 lett. aa) del D.L. n. 32/2019 abbia prodotto effetti durante il periodo di vigenza del decreto Sblocca-cantieri.

Quali allora potrebbero essere state le conseguenze?

Il diritto all’incentivo è stato qualificato dalla giurisprudenza della Corte di Cassazione (Sez. Lavoro, 19 luglio 2004, n. 13384) come un vero e proprio diritto soggettivo di natura retributiva che inerisce al rapporto di lavoro in corso nel cui ambito va individuato l’obbligo per l’amministrazione di adempiere, a prescindere dalle condizioni e dai presupposti per rendere concreta l’erogazione del compenso. In sostanza dal compimento dell’attività nasce il diritto al compenso, considerato intangibile dalle disposizioni riduttive sopravvenute, che non hanno alcuna efficacia retroattiva. Di conseguenza si è ritenuto che il corrispettivo vada calcolato con riferimento alle regole in vigore nel preciso momento in cui viene posta in essere in concreto l’attività incentivabile.

In altri termini è stato considerato rilevante, ai fini della nascita del diritto, il compimento effettivo dell’attività tanto che, per le prestazioni di durata, cioè quelle che non si esauriscono in una puntuale attività quali quelle legate alla progettazione o al coordinamento della sicurezza ma si svolgono lungo un certo arco di tempo, è stata presa in considerazione la frazione di attività compiuta.

Se questo è vero è anche vero che, ai fini del legittimo riparto tra gli aventi diritto delle risorse accantonate sul fondo, è pacificamente reputata dalla Corte dei Conti condizione essenziale l’adozione da parte delle amministrazioni aggiudicatrici del regolamento previsto dall’art. 113 del D.Lgs. n. 50/2016.

Ciò in quanto solo il regolamento, nella sistematica della legge, è destinato ad individuare le modalità ed i criteri della ripartizione, oltre alla percentuale dovuta che comunque non può superare il tetto massimo fissato dalla legge. Non può, pertanto, aversi ripartizione del fondo tra gli aventi diritto se non dopo l’adozione del prescritto regolamento i cui effetti non potranno essere retroattivi.
Se allora, come detto, il diritto all’incentivo potrebbe esser sorto nel momento in cui l’attività tecnica è stata espletata dal dipendente nella more della conversione in Legge del decreto Sblocca Cantieri, non è detto che a fronte di tale attività siano state effettivamente corrisposte somme di denaro.

Come chiarito il diritto all’incentivo sarà nato solo se dette attività saranno state in concreto poste in essere, in tutto o in parte, a decorrere dal 19 aprile 2019 ed il regolamento sarà stato adottato o modificato dopo la stessa data con la precisa individuazione della quota parte di incentivo destinata a progettisti e coordinatori della sicurezza.

Ora, difficilmente le amministrazioni aggiudicatrici avranno provveduto all’adozione o modifica del più volte menzionato regolamento con la conseguenza che, altrettanto difficilmente, avranno provveduto alla liquidazione delle somme dovute.
È lecito però ritenere (perché già accaduto in passato) che la mancata adozione o modifica del regolamento non impedirà a qualche funzionario di chiedere l’incentivo per il lavoro svolto. Di qui forse la necessità di un ennesimo chiarimento della Corte dei Conti costantemente impegnata a rincorrere i continui ripensamenti del Legislatore in materia.

(*) Studio Piselli & Partners

© RIPRODUZIONE RISERVATA

19/06/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Speciale Sblocca-cantieri/5. Il passaggio in Parlamento non fuga i dubbi sui consorzi stabili

Alessio Cicchinelli

Chiarito che l’affidamento alle consorziate non è subappalto, ma resta il vuoto normativo sulla qualificazione

Le modifiche apportate al Dl n. 32/19 in sede di conversione sono state numerose e rilevanti; dall’introduzione di regimi normativi sperimentali e a termine, sino alla tipologia di procedure previste per l’affidamento dei contratti sotto-soglia, il Legislatore ha introdotto l’ennesimo profondo cambiamento nel sistema della contrattualistica pubblica.
Così non è avvenuto per la disciplina dei consorzi stabili, il cui contenuto rispecchia fedelmente quello approvato in sede di adozione del Dl n. 32/19.

In particolare, viene confermata l’introduzione di regimi di qualificazione differenti per i consorzi stabili di lavori e quelli di servizi e forniture, superando definitivamente l’impostazione apparentemente unitaria seguita dall’art. 47, Dlgs n. 50/16, come precedentemente modificato dal cd. decreto correttivo.

Dunque, per quanto riguarda il settore dei lavori, viene riproposta in sede legislativa la disciplina contenuta nell’art. 94, co. 1, Dpr n. 207/10 sulla non configurabilità del subappalto nel caso di esecuzione dei lavori da parte delle consorziate indicate in sede di gara, ferma la responsabilità solidale delle stesse nei confronti della stazione appaltante. Analoga disposizione viene prevista anche per i consorzi fra società cooperative di produzione e lavoro e i consorzi tra imprese artigiane, sulla scia di quella giurisprudenza e prassi amministrative che ne parificano la disciplina con quella dei consorzi stabili, in virtù dell’elemento comune rappresentato dal rapporto di carattere organico che in entrambe le tipologie di consorzi si viene a creare tra la struttura consortile e le singole consorziate.

Sempre nel settore dei lavori, continua l’omissione di ogni riferimento al regime di dimostrazione dei requisiti di qualificazione nelle gare, salvo il rinvio al successivo regolamento unico di cui all’articolo 216, co. 27-octies, D.Lgs. n. 50/16. Sul tema, come già in precedenza sottolineato, nelle more dell’approvazione di tale atto attuativo, continuano ad applicarsi le norme regolamentari contenute nella parte II, titolo III del Dpr n. 207/10, con particolare riferimento all’art. 81, Dpr n. 207/10 secondo il quale «I requisiti per la qualificazione dei consorzi stabili sono quelli previsti dall’articolo 36, comma 7, del codice».

Pertanto, prima dell’adozione del regolamento unico ed attraverso una costruzione giuridica non priva di debolezze, sembra uscire rafforzata la tesi di una sorta di ultra-vigenza dell’art. 36, co. 7, Dlgs n. 163/06, quale norma di riferimento per l’operatività della cd. regola del cumulo dei requisiti di qualificazione nei lavori, secondo cui il consorzio stabile si qualifica sulla base delle qualificazioni possedute dalle singole imprese consorziate, senza alcuna distinzione tra consorziate designate per l’esecuzione e non designate.

Di nuovo, dunque, l’attuale regime di qualificazione dei consorzi stabili nei lavori pubblici troverebbe il proprio riferimento normativo non attraverso una fonte di rango primario, ma mediante un sistema di rinvii e rimandi il cui punto di arrivo, almeno sino all’adozione dell’atto attuativo, si collocherebbe in una norma del Dlgs n. 163/06 ormai abrogata.
Per quanto riguarda il settore dei servizi e delle forniture, il Legislatore, nel confermare la modifica introdotta con il Dl n. 32/19, ha solo parzialmente colmato il vuoto normativo caratterizzante la previgente disciplina del Dlgs n. 50/16.

In particolare, il comma 2-bis dell’art. 47, Dlgs n. 50/16 ripropone il testo dell’art. 277, co. 2, Dpr n. 207/10, secondo cui la sussistenza in capo ai consorzi stabili dei requisiti richiesti nel bando di gara per l’affidamento di servizi e forniture è valutata in capo ai singoli consorziati, ma non il successivo comma 3 dell’art. 277 citato, ai sensi del quale era possibile per i consorzi stabili di servizi e forniture cumulare con riferimento alle consorziate esecutrici i requisiti economico-finanziari e tecnico-organizzativi diversi dalla disponibilità delle attrezzature e dei mezzi d’opera.

In via generale e cercando di seguire il percorso compiuto dal Legislatore, dall’intervento riformatore del 2016 sino alla conversione del Dl n. 32/19, si nota come la disciplina dei consorzi stabili si caratterizza per il progressivo, ma ancora parziale, recupero delle norme previgenti, sia per quanto riguarda il regime di qualificazione nei lavori, addirittura attualmente contenuto in una norma del Dlgs n. 163/06, sia per quello nel settore dei servizi e forniture, tramite la mera riproposizione delle norme regolamentari presenti nel Dpr n. 207/10. Ove questo fosse l’intento del Legislatore, sarebbe stato forse più opportuno che, in sede di conversione del Dl n. 32/19, l’operazione di recupero della previgente normativa fosse completa, mediante l’intera riproposizione delle norme previgenti riguardanti le forme consortili; il tutto, peraltro, in vista dell’ennesima e già preannunciata “riforma complessiva del settore”.
Studio Legale Associato Piselli & Partners

© RIPRODUZIONE RISERVATA

18/06/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Imprese in crisi/1. Condotte, ok delle banche al prestito ponte da 60 milioni

Carlo Festa

Al finanziamento parteciperanno 7 istituti: Credit Agricole, che è anche banca capofila, Unicredit, Intes Sanpaolo, Bnl, Mps, BancoBpm, Banca Alpi Marittime

Entra nel vivo il salvataggio delle attività del gruppo Condotte in amministrazione straordinaria. È stato infatti raggiunto ufficialmente ieri con le banche l’accordo per un prestito ponte di 60 milioni, finanziamento già approvato dalla Ue e che sarà garantito dallo Stato. Al finanziamento parteciperanno 7 istituti bancari (Credit Agricole, che è anche banca capofila, Unicredit, Intes Sanpaolo, Bnl, Mps, BancoBpm, Banca Alpi Marittime) e dalla Cassa Depositi e Prestiti. Il finanziamento avrà una durata di 6 mesi come previsto dalla normativa.

L’operazione di finanziamento è stata un passaggio cruciale per avviare il programma di cessione dei perimetri di Condotte.

Ora, con il via libera del Ministero dello Sviluppo Economico, è così pronta a partire l’asta sulle attività e sul perimetro “core” del gruppo, quelle che in particolare riceveranno le risorse del finanziamento da 60 milioni. Al lavoro ci sono i commissari del gruppo e l’advisor Mediobanca, che ha già partecipato alla definizione dell’accordo di finanziamento con le banche.

Tramite un bando pubblicato qualche giorno fa, è stato chiesto ai potenziali interessati di manifestare interesse per questo perimetro: i tre driver sono il mantenimento dei livelli occupazionali, la salvaguardia delle competenze e del know how, oltre ovviamente alla massimizzazione del beneficio economico per i creditori. L’invito a manifestare interesse scadrà il 15 luglio dopo di che partrà un’analisi dei potenziali acquirenti da parte dei commissari e del’advisor Mediobanca. Inizierà una fase di due diligence che si concluderà con la richiesta di inoltrare delle offerte vincolanti.

In corsa, già ora, ci sono diversi gruppi industriali e gruppi finanziari. Un’offerta dovrebbe infatti arrivare dal gruppo Salini Impregilo, impegnato a trovare un accordo su Progetto Italia, il maxi-progetto di polo delle costruzioni, con la Cassa Depositi e Prestiti, fra l’altro già finanziatrice di Condotte.

Altro partecipante al processo dovrebbe essere la Illimity di Corrado Passera, che ha dichiarato più volte di essere interessato a una parte delle commesse di Condotte. © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

18/06/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Terzo Valico, Pavimental firma contratto da 282,5 milioni per interconnesione Voltri

Massimo Frontera

La società del gruppo Autostrade ha perfezionato l’aggiudicazione dell’appalto con il Consorzio Cociv

Il Consorzio Cociv perfeziona l’aggiudicazione a del lotto “Interconnessione di Voltri e completamento Polcevera” del Terzo Valico con l’impresa Pavimental. Ne dà notizia il Consorzio specificando che l’impresa del gruppo Autostrade ha sottoscritto il contratto di appalto del lotto in questione al valore di 282.540.272,07 euro (rispetto alla originaria base d’asta di 343 milioni circa). L’aggiudicazione a Pavimental era stata disposta l’aprile scorso.
Come si ricorderà, l’originale aggiudicatario del lotto era l’Ati guidata da Cmc di Ravenna (con Icm Spa e Sposato Costruzioni Srl). L’aggiudicazione a Cmc – comunicata nell’ottobre 2018 – è stata improvvisamente revocata a marzo scorso proprio nei giorni in cui è scoppiata la crisi della coop ravennate. Astaldi, secondo in graduatoria, si era dichiarato non interessato all’appalto, offrendo a Pavimental la possibilità di acquisire il lavoro, la cui concretizzazione è stata comunicata ieri.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

 

18/06/2019 – Diritto 24

Gli studi nell’integrazione tra ASTM e SIAS

ASTM e SIAS – assistite rispettivamente da Chiomenti e BonelliErede – hanno approvato un’operazione di integrazione, da realizzarsi mediante la fusione per incorporazione di SIAS in ASTM, finalizzata alla semplificazione della catena di controllo attraverso la creazione di una “One Company” quotata, leader nel mercato delle infrastrutture e delle costruzioni.

Prima dell’integrazione è previsto che ASTM lanci un’Opa parziale sul 5% di SIAS a un prezzo unitario di 17,5 euro.

I Consigli di Amministrazione di ASTM e SIAS hanno altresì deliberato di convocare le rispettive assemblee straordinarie per l’approvazione del progetto di fusione.

Il perfezionamento dell’operazione è atteso entro la fine dell’anno.

BonelliErede ha affiancato SIAS con un team composto dal partner Mario Roli e dalla managing associate Livia Cocca, rispettivamente leader e membro del Focus Team Energia Reti e Infrastrutture, e dal partner Alessandra Piersimoni e dalla managing associate Federica Munno, entrambe membri del Focus Team Capital Markets, coadiuvati da Giovanni Maria Fumarola, Matteo Garofalo e Filippo Emanuele Sani.

Chiomenti ha assistito ASTM con un team composto dai partner Carlo Croff e Marco Maugeri, dalla senior Chiara Delevati e dagli associate Edoardo Cossu e Gabriele Lo Monaco