Rassegna stampa 17 giugno 2019

17/06/2019 – Affari & Finanza
Hera, i ricavi hanno un volto umano Serve la rigenerazione delle risorse

E’ nella città che si gioca la partita del futuro: perché è nei centri urbani che si consuma la stragrande maggioranza delle risorse. E proprio da qui si deve partire per realizzare i cambiamenti, affrontare la crisi ambientale e promuovere uno sviluppo sostenibile. Lo conferma anche la Carta per l’Ambiente, siglata in occasione del G7 proprio qui a Bologna, e che noi stessi abbiamo contribuito a definire». È la premessa con cui Tomaso Tommasi di Vignano, presidente esecutivo del gruppo Hera, apre il convegno Re-inventing the city: smartness and resilience to face news challenges, organizzato a Bologna dalla multiutility. Un appuntamento che è stato anche l’occasione per presentare il bilancio di sostenibilità 2018 del gruppo, che si è chiuso con 468 milioni di investimenti e quasi 2 miliardi di euro distribuiti a lavoratori, azionisti, finanziatori, istituti bancari, Pa, comunità locali e fornitori. Di cui 336 milioni di euro nella sola provincia di Bologna. L’approccio sostenibile trova conferma nel Mol a valore condiviso, cioè la quota parte del margine operativo lordo che deriva dalle attività di business in grado di rispondere agli obiettivi di sostenibilità dell’Agenda Onu 2030: nel 2018 raggiunge 375 milioni di euro, in aumento del 14% rispetto all’anno precedente, e previsto al 40% entro il 2022. Il presidente parla di «rigenerazione delle risorse» come modello di business dell’azienda: «È un termine ombrello: abbraccia tutto il nostro operato, con un impegno a 360 gradi». A partire dalla gestione e trattamento dei rifiuti: nel 2018 la quota di raccolta differenziata è pari al 62,5% (media Italia: 55,5%). Su questo aspetto Hera anticipa di quasi 20 anni l’obiettivo Ue in materia di economia circolare e si posiziona ai livelli dei paesi europei più virtuosi. l’impegno In questo ambito, l’impegno dell’azienda è proseguito con la recente realizzazione dell’impianto a Sant’Agata Bolognese, che trasforma i rifiuti organici in biometano e compost: «Un fiore all’occhiello, frutto di un investimento di 37 milioni di euro puntualizza Tommasi Grazie al biometano di questo impianto già oggi viaggiano a Bologna bus, taxi e auto: diamo vita, così, ad un importante progetto di mobilità sostenibile». L’investimento di Sant’Agata Bolognese si aggiunge a quello di Aliplast, la principale realtà italiana che opera nel riciclo e nella rigenerazione della plastica, entrata a far parte poco più di un anno fa del gruppo Hera. Poi c’è l’acqua: «Abbiamo progetti molto interessanti legati alla depurazione e al riuso. Siamo uno dei pochi territori in Italia senza infrazioni comunitarie nella depurazione. Più in generale, pianifichiamo forti investimenti per garantire la resilienza e l’efficienza delle reti. Senza dimenticare i progetti per l’efficienza energetica e l’illuminazione pubblica». Dei 3,1 miliardi di investimenti previsti dalla multi utility nel Piano industriale al 2022 ben 2 sono dedicati a iniziative che consentono di tutelare risorse naturali di primaria importanza come l’acqua, mitigando gli effetti dei cambiamenti climatici in corso. Sul fronte dell’energia, più in generale, continua l’impegno nella promozione delle rinnovabili, sia verso l’esterno con offerte commerciali dedicate ai clienti sia verso l’interno, con le attività aziendali alimentate da energia elettrica proveniente solo da fonti rinnovabili. Il tema della rigenerazione, infine, riguarda anche il consumo di suolo: il 75% dei nuovi impianti costruiti dal gruppo insiste su aree precedentemente già edificate, in modo tale da limitare al massimo il consumo di suolo vergine. i numeri Forte dei numeri dell’azienda, l’ad Stefano Venier è convinto che Hera giocherà un ruolo da protagonista nella transizione urbana. «Il nostro modello di città è incardinato su 3 driver fondamentali: sostenibilità sicurezza e smartness. Con questo modello intendiamo proporre la via per una città resiliente, rigenerativa, inclusiva e salubre che risulti capace di cambiare davvero il trend». Nei territori in cui Hera opera sta già lavorando da tempo sul fronte circular: «Oltre alla produzione di bioemetano, penso alle tante azioni che portiamo avanti sul riuso dell’acqua, senza dimenticare il nudging, cioè quella spinta gentile grazie alla quale mettiamo cittadini e società civile nelle condizioni di diventare protagonisti attivi del cambiamento». v.d.c.

14/06/2019 12.00 – Radiocor
Energia: ok Ue a regime aiuto Italia per elettricita’ da rinnovabili

Schema da 5,4 miliardi compatibile con norme europee (Il Sole 24 Ore Radiocor Plus) – Lussemburgo, 14 giu – La Commissione europea ha approvato un regime di sostegno alla produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili in Italia. La misura contribuira’ alla realizzazione degli obiettivi ambientali Ue senza falsare indebitamente la concorrenza. ‘Il regime da 5,4 miliardi di euro aumentera’ il livello della produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili in Italia e cio’ e’ in linea con gli obiettivi ambientali europei e con le nostre norme comuni in materia di aiuti di Stato’, ha indicato la commissaria alla concorrenza Margrethe Vestager. Aps (RADIOCOR) 14-06-19 12:25:52 (0279)ENE,EURO 5 NNNN

17/06/2019 – Affari & Finanza
SPESA PUBBLICA, LA FALSA SOLUZIONE DELLE AUTONOMIE LOCALI

Le regole dell’articolo 126 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione europea, che disciplinano tra l’altro la procedura di infrazione per debito eccessivo, dovrebbero essere modificate in profondità. Chi scrive lo sostiene da lungo tempo e non solo con riferimento al trattamento degli investimenti pubblici in capitale fisico e umano, in ricerca e sviluppo e protezione dell’ambiente accuratamente selezionati e realizzati. I nuovi Parlamento e Consiglio sono chiamati a porre in agenda la questione. Ma oggi occorre evitare la procedura d’infrazione sulla base delle disposizioni esistenti; è interesse comune ricercare una soluzione. Misure di drastica austerità finirebbero con l’avere effetti perversi sul debito e rimetterebbero in discussione l’ipotesi di uscita dall’euro e dall’Unione, che è avversata dalla maggioranza degli italiani. La posta è molto alta: sbaglia chi non comprende la posizione della Commissione, per certi versi obbligata. Al di là del presumibile seppur contenuto sforamento del deficit, il punto di fondo sta nel persistente divario il più elevato d’Europa fra l’onere del debito e la crescita nominale del prodotto. Nonostante l’avanzo primario (entrate superiori alle uscite al netto degli interessi) il rapporto debito prodotto continua a salire; viene proiettato al 135% nel 2020, rispetto al benchmark del 60%. Il fatto è che la crescita in Italia è da oltre vent’anni, da prima della moneta unica, la più bassa dell’Euroarea. La crescita della produttività totale dei fattori è prossima a zero. È questo il trilemma del debito: è possibile ridurre il rapporto debito/Pil, nel breve periodo, aumentando sia le spese pubbliche correnti sia quelle di investimento e diminuendo al contempo il carico fiscale? Perché ciò avvenga occorre ipotizzare che gli impulsi fiscali descritti sospingano rapidamente verso l’alto il prodotto e il tasso di crescita della produttività. I moltiplicatori devono essere tali da più che compensare le uscite certe, con le nuove entrate previste,collegate alla crescita indotta. I fattori di rischio percepiti non devono far lievitare il costo del debito e quello dei finanziamenti bancari. È vero che le imprese (e le famiglie) italiane che pagano le imposte sopportano aliquote soffocanti, ma non appare plausibile pensare a una cosiddetta curva di Laffer caratterizzata da condizioni di significativa/rapida elasticità di offerta, né si può pensare di rinviare le questioni alla prossima legge di bilancio. La modulazione è problema di oggi. Esistono in Italia molte aree di eccellenza e di crescita nelle imprese private e nello stesso settore pubblico, ma sono soffocate da lacci e lacciuoli. Occorre rimuovere questi vincoli per consentire ai moltiplicatori di operare. Ciò richiede comunque tagli alla spesa pubblica improduttiva che si annida negli eccessi di produzione di leggi e di norme e nel sovrapporsi di poteri politici e di livelli di pubblica amministrazione. Il decentramento e la promozione delle autonomie locali in base a principi di sussidiarietà sono diventati nei fatti fonte di accavallamenti e di interferenze. Stato, Regioni, Province e Comuni, in assenza di chiare regole di ingaggio, sono troppo spesso entrati in conflitti di attribuzione. Hanno generato enti aggiuntivi: città metropolitane, municipi, associazioni di comuni. Lo stesso Parlamento non ha snellito la propria produzione, recependo regolamenti e direttive dell’Unione, ma ha contribuito a creare nuove leggi, modificandole in continuazione. Si è dilatato il numero degli eletti dai cittadini con le connesse burocrazie. Ne sono derivati effetti perversi sull’imprenditorialità privata. La confusione delle regole e delle autorità preposte a farle osservare hanno alimentato fenomeni corruttivi. Anche in questi casi peraltro esistono benchmark di eccellenza che devono costituire modelli di riferimento ove si vogliano devolvere agli enti territoriali nuovi poteri. Occorrerebbe anche guardare ai nitidi modelli operanti nella Germania Federale e in Svizzera. Certo è necessario rivolgere anche lo sguardo critico agli eccessi di burocrazia dell’Unione europea, ma non si può non ricordare che il totale dei dipendenti diretti e delle municipalizzate del Comune di Roma è sostanzialmente analogo all’intera burocrazia europea, con totali in entrambi i casi dell’ordine di 50 mila unità. Rainer Masera

17/06/2019 – Il Sole 24 Ore
Nel nuovo Dup gli investimenti in opere sopra i 100mila euro

PROGETTAZIONI
Il decimo correttivo all’ armonizzazione impone di inserire il livello minimo
Al via l’ inserimento delle progettazioni di livello minimo nel Dup 2020-22, da presentare entro fine luglio, alla luce del decimo correttivo dell’ armonizzazione in vigore dal 26 marzo. Alla distinzione fra progettazione interna ed esterna va affiancata quella fra livello minimo e successivi. L’ iscrizione in contabilità cambia a seconda che l’ opera progettata superi o meno i 100mila euro. L’ inserimento nel programma triennale e nell’ elenco annuale delle opere di valore superiore a 100mila euro richiede infatti la preventiva validazione del livello minimo di progettazione. Quest’ ultimo, a seconda dei casi, può essere il documento di fattibilità della alternative progettuali, il progetto di fattibilità tecnica ed economica, il progetto definitivo, esecutivo o una soluzione progettuale con gli elementi previsti per i livelli omessi. La spesa di progettazione (livello minimo) potrà essere prevista al secondo titolo (piano finanziario U 2.02.03.05.001, incarichi professionali) prima dell’ iscrizione in bilancio dello stanziamento sull’ opera. Per dimostrare la volontà dell’ ente di attuare l’ investimento è però necessario che i documenti di programmazione sugli indirizzi generali (Dup, Defr) indichino le opere a cui la progettazione è destinata e la fonte di finanziamento. In caso di progettazione interna, la contabilizzazione seguirà la natura economica dei fattori, con la conseguenza che la spesa di personale sarà classificata nell’ ambito della parte corrente, mentre eventuali attrezzature saranno iscritte fra le spese in conto capitale. Se la progettazione è assistita da un contributo concesso nell’ anno successivo rispetto a quello di impegno della spesa, potrà essere destinato anche a spese correnti. Le spese di progettazione del livello minimo non rientreranno nel quadro economico dell’ opera. È invece necessaria la capitalizzazione attraverso le scritture della contabilità economico-patrimoniale (immobilizzazioni in corso fino al completamento dell’ opera). A fine esercizio, solo le risorse accantonate nel fondo pluriennale vincolato (per il finanziamento della progettazione minima) di importo superiore a 40mila euro non ancora impegnate, potranno essere conservate nell’ Fpv se saranno formalmente attivate le procedure di affidamento. Per procedura di affidamento attivata si intende la pubblicazione del bando, dell’ avviso di indizione della gara o di un avviso di preinformazione oppure la trasmissione agli operatori economici selezionati dell’ invito a presentare le offerte. In assenza di aggiudicazione definitiva entro l’ esercizio successivo, le risorse confluiscono del risultato di amministrazione. Per le opere sotto i 100mila euro, invece, la spesa di progettazione è stanziata in bilancio senza attendere l’ inserimento degli interventi nel programma triennale. © RIPRODUZIONE RISERVATA. P.Ruf.

17/06/2019 – Il Sole 24 Ore
Partecipate, i diritti del socio obbligano alla resa del conto

SCADENZE
Entro fine mese va fatto l’ invio dei documenti ai magistrati contabili
Scade a fine giugno il termine per l’ invio dei conti degli agenti contabili da parte di Comuni e Province. L’ articolo 233 del Tuel stabilisce l’ obbligo di trasmissione dei conti giudiziali alla sezione giurisdizionale della Corte dei conti entro 60 giorni dall’ approvazione del rendiconto. L’ inoltro riguarda i conti che l’ economo, il consegnatario di beni e gli altri agenti contabili sono tenuti a rendere all’ ente locale entro 30 giorni dalla chiusura dell’ esercizio. Tra gli agenti contabili sono annoverati anche gli incaricati della riscossione e tutti coloro che, pur senza legale autorizzazione, si ingeriscono di fatto negli incarichi attribuiti agli agenti, e il consegnatario delle azioni e partecipazioni. I titoli azionari e partecipativi sono annoverati tra i beni mobili per i quali sussiste l’ obbligo di resa del conto, indipendentemente dalla loro materializzazione documentale (sentenza n. 35/2018 sezione giurisdizionale Molise). Su questo punto la Corte dei conti, nella relazione di inaugurazione dell’ anno giudiziario, ha sostenuto l’ obbligo di resa del conto in capo al soggetto incaricato di esercitare i diritti di socio, indipendentemente dalla materializzazione in forma documentale dei titoli rappresentativi del capitale, e non all’ organismo partecipato che detiene o custodisce i titoli medesimi (sezione Giurisdizionale Umbria sentenza 86/1999). Al soggetto incaricato l’ ente deve avere impartito indicazioni puntuali per l’ esercizio dei diritti di socio. Il conto è finalizzato a documentare le modalità di esercizio della gestione da parte dell’ organismo partecipato e l’ applicazione delle direttive impartite dai titolari di azioni o partecipazioni pubbliche (sezione giurisdizionale Veneto sentenza 62/2012), e non il maneggio fisico dei titoli. Negli enti locali il consegnatario deve utilizzare il modello 22 approvato dal Dpr 194/1996, contenente la descrizione. la consistenza in quantità e il valore dei titoli a inizio e fine esercizio. Nel conto devono essere specificate le motivazioni delle variazioni durante l’ esercizio. I valori indicati e sottoscritti nel conto giudiziale devono convergere con quelli delle immobilizzazioni finanziarie nello stato patrimoniale attivo dell’ ente, e deve essere verificato trimestralmente dai revisori. L’ invio alla Corte dei conti deve essere effettuato dal responsabile del procedimento (che spesso coincide con il responsabile del servizio finanziario), al quale compete anche la tenuta e l’ aggiornamento dell’ anagrafe degli agenti contabili dell’ ente. L’ articolo 138 del codice di giustizia contabile (Dlgs 174/16) impone infatti la comunicazione e l’ aggiornamento alla sezione giurisdizionale territorialmente competente dei dati identificativi relativi ai soggetti nominati agenti contabili e tenuti alla resa di conto giudiziale. © RIPRODUZIONE RISERVATA. Anna Guiducci

14/06/2019 – Italia Oggi

Gare: Tar Lazio annulla decreto del mit
Compenso base 3 mila ai commissari è troppo

È nullo il compenso minimo fissato dal decreto ministeriale per i commissari di gara di appalti pubblici nominati ai sensi dell’articolo 77 del codice dei contratti pubblici. Lo ha affermato il Tar del Lazio con la sentenza del 31 maggio 2019 n. 6925 che ha annullato il decreto del ministero delle infrastrutture e dei trasporti del 12 febbraio 2018. Oggetto della censura dei giudici laziali il passaggio del decreto che determina il compenso lordo minimo (3 mila euro lordi) spettante ai componenti la commissione giudicatrice: in sostanza si afferma che il decreto è andato oltre la delega assegnata dalla legge, impedendo quindi alle amministrazioni di stabilire anche compensi più bassi.

Ad avviso dei giudici, «ferma restando l’illegittimità del decreto per le ragioni evidenziate, deve ulteriormente osservarsi che, se la ratio della censurata opzione, consistita di fatto in uno sconfinamento dal perimetro dei poteri normativamente attribuiti al ministero delle infrastrutture e dei trasporti, fosse da ravvisare nella volontà di dare decoro e dignità alla prestazione del commissario di gara, risulterebbe altresì irragionevole la soglia minima del compenso, così come livellata uniformemente in 3 mila euro pur a fronte di procedure di complessità e di valore significativamente diversi».

Nella sentenza si evidenzia inoltre che «molte gare bandite dai comuni sono rese possibili dall’utilizzo di finanziamenti europei Fesr, per i quali è espressamente previsto che le spese generali siano contenute nel limite massimo del 10-12%; limite che, di fatto, viene rispettato anche in gare non finanziate. Tuttavia, detto limite non potrebbe essere rispettato stanti i minimi tariffari fissati dall’impugnato decreto. Infatti, con un costo per il funzionamento della commissione non inferiore a 10.980 euro sarebbe impossibile bandire tutte le gare di importo inferiore o uguale a 91.500 euro perché già il solo costo della commissione risulterebbe superiore-uguale al 12% fissato per le spese generali». Di qui l’annullamento della parte del decreto che definisce il compenso minimo lordo dei commissari di gara. © Riproduzione riservata

 

14/06/2019 – Italia Oggi

Commissari, ruolo di InvestItalia

Deroghe anche per interventi contro il dissesto idrogeologico

di Andrea Mascolini

Deroghe ampie al Codice appalti per i commissari straordinari che si potranno avvalere di InvestItalia e di altre società pubbliche; possibile la revisione dei progetti delle opere in stallo. È quanto stabiliscono le disposizioni del decreto-legge Sblocca cantieri (all’articolo 4) che prevedono, per gli interventi infrastrutturali ritenuti prioritari, la nomina da parte del presidente del consiglio di uno o più commissari straordinari, individuabili anche nell’ambito delle società a prevalente capitale pubblico. Il loro compito sarà quello, se del caso, di rielaborare e approvare i progetti non ancora appaltati, operando in raccordo con i provveditorati interregionali alle opere pubbliche, anche mediante specifici protocolli operativi.

La norma stabilisce che l’approvazione dei progetti da parte dei commissari sostituirà ogni autorizzazione, parere, visto e nullaosta occorrenti per l’avvio o la prosecuzione dei lavori, fatta eccezione per quelli relativi alla tutela di beni culturali e paesaggistici e per quelli di tutela ambientale per i quali i termini dei relativi procedimenti sono dimezzati.

Per l’esecuzione degli interventi, i commissari straordinari possono essere abilitati ad assumere direttamente le funzioni di stazione appaltante e (è questa la parte di maggiore rilievo) a operare in deroga alle disposizioni di legge in materia di contratti pubblici. Sarà necessario un decreto attuativo ad hoc per definire le deroghe.

Su questa parte, il presidente dell’Anac Raffaele Cantone, nella relazione al parlamento presentata la scorsa settimana, ha avuto modo di criticare le «amplissime deroghe al codice concesse ai commissari straordinari» che sembrano «troppo attente all’idea del fare piuttosto che a quella del far bene».

Per le occupazioni di urgenza e per le espropriazioni delle aree occorrenti per l’esecuzione degli interventi, i commissari straordinari, con proprio decreto, potranno provvedere alla redazione dello stato di consistenza e del verbale di immissione in possesso dei suoli anche con la sola presenza di due rappresentanti della regione o degli enti territoriali interessati, prescindendo da ogni altro adempimento (comma 3).

Previsto anche un forte raccordo fra i commissari e InvestItalia (struttura di missione alle dirette dipendenze del premier e lavora su ritardi di spesa e soluzioni, ndr) anche con riferimento alla sicurezza delle dighe e delle infrastrutture idriche. I commissari, operando come fossero project manager dell’opera, dovranno trasmettere al Cipe i progetti approvati, il cronoprogramma dei lavori e il relativo stato di avanzamento, segnalando semestralmente eventuali anomalie e significativi scostamenti rispetto ai termini fissati nel cronoprogramma di realizzazione delle opere, anche ai fini della valutazione di definanziamento degli interventi.

Nel passaggio parlamentare al senato è stato aggiunto alla disciplina generale che le deroghe si applicano anche agli interventi dei commissari straordinari per il dissesto idrogeologico in attuazione del Piano nazionale contro il dissesto e ai commissari per l’attuazione degli interventi idrici. Inoltre, le risorse assegnate per la realizzazione degli interventi, fino a un massimo di una quota del 2%, potranno essere utilizzate per attività di assistenza tecnica ai progetti e ai commissari attuatori.

Con decreti del presidente del consiglio dovranno poi essere definiti i termini, le modalità, le tempistiche, l’eventuale supporto tecnico, le attività connesse alla realizzazione dell’opera e il compenso per i commissari straordinari (comunque in misura non superiore a quella massima prevista a legislazione vigente). I commissari potranno avvalersi anche di strutture dell’amministrazione centrale o territoriale interessata nonché di società controllate dallo Stato o dalle regioni.

 

14/06/2019 – Italia Oggi

Sette bandi per l’energia pulita

L’Ue sblocca i fondi Horizon 2020 per innovazione e ricerca. Stesso countdown per tutti
In palio 114 mln di euro. Le domande entro il 27 agosto

Centoquattordici milioni di euro è la dotazione finanziaria complessiva dei sette topic Horizon 2020, aperti il 7 maggio e relativi allo sviluppo e promozione di energia verde, sicura ed efficiente. La scadenza per tutte e sette le calls è stata fissata per il 27 agosto alle ore 17,00. I nuovi topic fanno parte del bando «Secure, Clean and Efficient Energy». Sono finanziabili progetti in partnership con almeno tre partner (università, impresa, centro di ricerca ecc.) provenienti da tre diversi stati. Alcuni dei bandi devono riguardare Innovation actions (Ia) altri Research ed innovation actions (Ria).

Nel primo caso si tratta principalmente di attività direttamente finalizzate a produrre piani, progetti o disegni per prodotti, processi o servizi nuovi, modificati o migliorati. A tal proposito, possono essere inclusi: prototipazione, test, dimostrazione, azione pilota, validazione del prodotto su larga scala e applicazione commerciale. Il contributo non rimborsabile è pari al 70%, tranne che per i soggetti non profit che è pari al 100%.

Nel secondo caso, quello delle Ria, i progetti devono prevedere attività di ricerca di base e applicata, sviluppo tecnologico e integrazione, test e validazione di un prototipo su piccola scala in un laboratorio o un ambiente simulato. Per queste attività è riconosciuto un contributo pari al 100% dei costi agevolabili.

L’Unione europea finanzia costi direttamente imputabili al progetto quali: spese del personale che partecipa all’ideazione e realizzazione delle prove e dei prodotti e processi, i materiali di consumo utilizzati per i test, nonché le quote di ammortamento di strumenti e attrezzature impiegate nel progetto. Sono finanziabili anche i costi di viaggio e le consulenze prestate da professionisti esterni. I costi appena elencati corrispondono ai costi diretti ammissibili. Sono, inoltre, finanziabili spese generali per un massimo del 25% dei costi diretti ammissibili. Per visionare la documentazione di tutte le calls di Horizon e avere informazioni sulle modalità di presentazione delle proposte è disponibile l’apposito portale web, raggiungibile al seguente link: https://ec.europa.eu/info/funding-tenders/opportunities/portal/screen/home

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17/06/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Sblocca-cantieri: il focus con tutte le misure e la maxi-tabella con le 53 modifiche al codice

Mauro Salerno

Dalla procedura negoziata al regolamento unico: lo schema per orientarsi e valutare rapidamente l’impatto delle correzioni apportate al Dlgs 50/2016

Erano 81 sono diventate 53. Il passaggio parlamentare del decreto Sblocca-cantieri ha ridotto nel numero, ma non nella sostanza e nell’impatto riformatore le modifiche apportate al codice appalti, varato tre anni fa e rimasto largamente sulla carta. Effetto anche della scelta di sospendere o rendere temporanee alcune innovazioni (comuni non capoluogo, appalto integrato, commissari gara, subappalto, solo per citare le novità più rilevanti) invece di incidere direttamente sull’articolato del codice con modifiche strutturali. Resta comunque un tornado di correzioni che ora dovranno essere digerite da stazioni appaltanti e imprese, in attesa che prenda forma il nuovo regolamento unico attuativo.

Per offrire una prima bussola abbiamo condensato in questa tabella le novità del decreto post-conversione che impattano sulla disciplina degli appalti contenuta nel Dlgs 50/2016. Non sono dunque incluse nella tabella le novità che riguardano i commissari, le semplificazioni per i progetti in area sismica, la rigenerazione urbana e il capitolo terremoto.

Regolamento unico da varare entro 180 giorni 
L’ultima versione del decreto prevede che il vecchio sistema fatto di linee guida e regolamenti attuativi resti in piedi fino all’arrivo del nuovo regolamento da varare entro 180 giorni dal decreto. Norma ad alto rischio di lasciare stazioni appaltanti e imprese senza bussola. Non solo per il rischio ritardi ma anche perchè e stesse linee guida che rimangono in vigore fanno riferimento a un sistema precedente allo Sbloccacantieri. La novità introdotta con un emendamento nel passaggio parlamentare è il tentativo di rendere quanto più ordinato possibile il passaggio dal vecchio al nuovo sistema. Si spiega così la scelta di elencare puntualmente le materie di cui dovrà occuparsi il regolamento e la precisazione secondo cui anche le linee guida “facoltative” dell’Anac saranno spazzate via dal nuovo testo. Nel frattempo decreti e linee guida già in vigore potranno essere modificati soltanto per adeguare le regole italiane alle richieste avanzate da Bruxelles con la procedura di infrazione formalizzata a inizio anno.

Commissari straordinari per sbloccare le opere 
Il decreto Sblocca-cantieri spiana la strada a un ampio ricorso alla figura del commissario straordinario per sbloccare le opere in stallo. I commissari avranno pieni poteri, potranno svolgere le funzioni di stazione appaltante e by-passare ogni paletto normativo o autorizzazione, a eccezione delle disposizioni antimafia. I commissari saranno nominati con decreti del presidente del Consiglio su proposta del ministero delle Infrastrutture di concerto con l’Economia. Oltre a quelli che saranno nominati in base a una lista di infrastrutture prioritarie da individuare con successivi decreti è arrivato il via libera anche ai poteri in deroga per il completamento del Mose, per il rischio idrico del Gran Sasso e per il Nodo ferroviario di Genova. In più c’è il commissario per le strade siciliane e il comitato di vigilanza per la Lioni-Grottaminarda.

A rischio l’appalto integrato libero
Il decreto sospende fino al 31 dicembre 2020 il divieto di affidamento congiunto di progetto e lavori. Resta in vita però la norma che prevede che i lavori «sono affidati ponendo a base di gara il progetto esecutivo» e che l’affidamento congiunto, «sulla base del progetto definitivo», può riguardare solo i lavori ad alto tasso tecnologico e deve essere motivato nella determina a contrarre. Nonostante l’intenzione della maggioranza sia chiara – aprire le porte all’appalto integrato – è difficile che, messi di fronte all’incertezza, i funzionari pubblici decidano di percorre fino in fondo questa strada con il rischio di finire di fronte a un Tar.

Appalto integrato per manutenzioni
Fino al 2020 ok alle gare su progetto definitivo per i lavori di manutenzione ordinaria e straordinaria, ad esclusione degli interventi che prevedono rinnovo o sostituzione della parti strutturali di opere e impianti

Subappalti gara per gara con tetto al 4o% fino al 2020
Sale rispetto al 30% del codice, ma scende rispetto al 50% previsto dal testo originario del decreto Sblocca-cantieri la quota di contratto subappaltabile dall’impresa principale. La misura di compromesso è stata trovata al 40%. Confermata la cancellazione della terna. Le due novità sono che la percentuale di subappalto ammissibile dovrà essere stabilita gara per gara con i bandi dalle amministrazioni e che la soluzione sarà temporanea (fine 2020) e non definitiva.

Tornano le procedure negoziate 
Lo sforzo di semplificazione si concentra soprattutto nella fascia delle opere sotto la soglia Ue di 5,5 milioni. Qui il criterio del prezzo più basso diventa una scelta pienamente legittima in alternativa all’offerta più vantaggiosa (che prima era invece obbligatoria sopra i due milioni), con l’obbligo di escludere le offerte anomale, cioè quelle con percentuali di ribasso superiori alla media. Resta a 40mila euro la soglia per gli affidamenti diretti da parte dei funzionari delle Pa. Da questa soglia a 150mila euro basterà consultare tre imprese. Tra 150mila e 350mila si sale a 10. Tra 350mila e un milione si passa a 15. Oltre ci vuole la gara.

Commissari di gara 
La norma, richiesta dallo stesso presidente Anac, Raffaele Cantone, che concedeva alle stazioni appaltanti di formare le commissioni di gara (anche solo parzialmente ) con esperti interni, in caso di indisponibilità di professionisti iscritti nell’albo, viene sostituita con il congelamento dell’elenco fino a fine 2020. Deluso Cantone: «Metteremo a bilancio un posta negativa di oltre 500mila euro per gli investimenti già fatti».

Piccoli Comuni: addio obbligo di centralizzare gli appalti 
I Comuni non capoluogo potranno gestire da soli le procedure di gara di maggior rilievo, senza ricorrere a centrali uniche di committenza o stazioni uniche appaltanti.
Il decreto, congela fino a tutto il 2020 l’obbligo per le amministrazioni comunali non capoluogo di ricorrere a formule di aggregazione per l’acquisizione di lavori, beni e servizi oltre certe soglie. I Comuni non capoluogo, pertanto, dal momento dell’entrata in vigore del decreto-legge possono scegliere se gestire in proprio le procedure di gara per appalti di valori superiori alle soglie dell’articolo 35 del Codice per beni e servizi o superiori alle soglie interne stabilite dallo stesso articolo 37 per i lavori, oppure continuare a fare ricorso alle centrali uniche di committenza o alle stazioni uniche appaltanti

Gare e imprese in crisi 
Lo sblocca-cantieri anticipa le norme del decreto sulle crisi d’impresa. Le novità vengono introdotte attraverso la riscrittura dell’attuale articolo 110 del codice . Tra le norme di impatto più immediato c’è la cancellazione della possibilità – ammessa dall’attuale articolo 110 del codice – che l’impresa fallita, ma in esercizio provvisorio di continuità, possa partecipare a nuove gare, sia direttamente sia come subappaltatore. Resta la possibilità di portare a termine i contratti in essere. Viene inoltre equiparato il concordato in continuità al concordato liquidatorio, in linea appunto con il nuovo codice sulle crisi d’impresa.

Qualificazione più facile per i costruttori 
Finora per dimostrare i requisiti tecnico-economici le imprese potevano attingere ai risultati ottenuti negli ultimi dieci anni. Ora questo limite viene innalzato a 15 anni. Un modo per permettere ai costruttori di superare all’indietro gli anni peggiori delle crisi cominciata nel 2008, andando a pescare risultati non influenzati dal crollo produttivo causato alla crisi del mattone che dura, appunto, proprio da dieci anni.

Pareri più veloci per il Consiglio superiore dei lavori pubblici 
Scende da 90 a 45 giorni il tempo massimo concesso al Consiglio superiore dei lavori pubblici per rilasciare i pareri sui progetti . Sale da 50 a 75 milioni invece la soglia oltre la quale va richiesto l’intervento del Consiglio.

Opere legge obiettivo: niente passaggio al Cipe per le varianti 
Per velocizzare l’approvazione dei progetti arriva una misura che congela fino a tutto il 2020 l’obbligo di un nuovo passaggio al Cipe per l’approvazione delle varianti alle infrastrutture strategiche previste dal vecchio piano della legge obiettivo. La norma vale per le varianti che determinano aumenti di costo contenuti entro il 50% del valore del progetto definitivo già approvato dal Cipe. E si applicherebbe sia nella fase di approvazione del progetto esecutivo che in quella di realizzazione dei lavori. In questo caso ad approvare la variante sarebbe la stessa stazione appaltante.

Anticipazione e pagamento diretto ai progettisti 
Nel decreto trova spazio anche l’estensione dell’anticipo del 20% del prezzo a tutti i tipi di appalti e non sono a quelli di lavori. In futuro dunque ne beneficeranno anche progettisti e fornitori. Prevista anche la possibilità di pagamento diretto dei progettisti esterni all’impresa da parte delle stazioni appaltanti negli appalti integrati. L’indicazione della modalità di erogazione del compenso deve essere indicata nei documenti di gara.

Ok alle riserve anche sui progetti validati
Nel passaggio parlamentare è arrivato anche l’ok a proporre riserve sugli aspetti progettuali oggetto di validazione. In realtà la norma, letteralmente, si riferisce alle riserve relative agli aspetti archeologici visto che la novità fa riferimento all’articolo 25 del codice. Letta così la norma non avrebbe però alcun significato. Si tratta di un evidente errore materiale che probabilmente potrà essere oggetto di un errata corrige. Facendo riferimento all’articolo 26 infatti tutto torna visto che l’articolo 205, di cui si stende l’applicazione, non consentiva le riserve proprio sugli aspetti oggetto di verifica progettuale (articolo 26). Senza correzione, però, è impossibile che la norma venga applicata.

Cassa depositi e fondi immobiliari nel Ppp 
Fondi Immobiliari e istituti nazionali di promozione (tra i quali Cassa Depositi e prestiti) potranno presentare proposte in partenariato pubblico-privato per progetti non previsti dai programmi di lavori pubblici delle Pa.

Ricorsi: addio al rito superaccelerato 
Confermato anche l’addio al rito superaccelerato negli appalti, che imponeva di contestare subito ammissioni ed esclusioni e stabiliva una corsia accelerata per la decisione dei giudici. Da questo punto di vista il decreto cancella i riferimenti al rito speciale contenuti nel codice del processo amministrativo.

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17/06/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Consiglio di Stato: consultabili con l’accesso civico anche i documenti di gara relativi agli appalti

Roberto Mangani

Con una sentenza che accoglie l’orientamente più estensivo Palazzo Spada apre alla consultazione da parte di tutti. Alcuni limiti però forse restano

Anche la materia degli appalti pubblici è soggetta alla disciplina sull’accesso civico generalizzato contenuta all’articolo 5- bis del D.lgs. 33/2013. Di conseguenza gli atti delle procedure di gara e quelli attinenti alla fase esecutiva del relativo rapporto contrattuale sono, almeno in linea generale, accessibili a tutti, senza che operino le limitazioni previste dalla disciplina sull’accesso agli atti di cui alla legge 241/90, che presuppone un interesse specifico e qualificato del richiedente l’accesso.

Si esprime in questi termini il Consiglio di Stato, Sez. III, 5 giugno 2019, n. 3780, che interviene a fronte di orientamenti giurisprudenziali contrapposti, accogliendo – almeno come affermazione di principio – la linea interpretativa più estensiva.

Il fatto
Nell’ambito di una procedura di gara per l’affidamento del servizio di manutenzione e riparazione di automezzi un operatore economico del settore aveva formulato istanza di accesso civico generalizzato, riferita sia agli atti della procedura che a quelli relativi all’esecuzione del rapporto contrattuale.

L’ente appaltante aveva respinto l’istanza, ritenendo che la disciplina sull’accesso civico generalizzato non trovasse applicazione nella materia degli appalti pubblici.
Questa posizione veniva confermata dal giudice amministrativo di primo grado. Secondo quest’ultimo costituisce elemento dirimente la previsione contenuta al comma 3 dell’articolo 5 – bis del D.lgs. 33/2013 che esclude dall’accesso civico generalizzato, tra l’altro, i casi in cui l’accesso è subordinato dalla disciplina vigente al rispetto di specifiche condizioni, modalità o limiti, inclusi quelli di cui all’articolo 24, comma 1 della legge 241/90.
A sua volta l’articolo 53, comma 1 del D.lgs. 50/2016 stabilisce che nella materia dei contratti pubblici il diritto di accesso agli atti è disciplinato, salvo le disposizioni particolari in esso contenute, dall’articolo 22 della legge 241/90.

Dalla combinazione di queste due norme il giudice amministrativo di primo grado ha tratto la conclusione, riassumibile nei seguenti termini: l’accesso civico generalizzato non trova spazio laddove una specifica norma preveda l’applicazione della diversa disciplina dell’accesso di cui all’articolo 21 della legge 241, e siccome l’articolo 53 del D.lgs. 50 si esprime in questi termini, la materia dei contratti pubblici è sottratta all’accesso civico generalizzato.

La posizione del Consiglio di Stato
Diametralmente opposte sono le conclusioni cui è giunto il Consiglio di Stato.
In via preliminare il massimo giudice amministrativo evidenzia come attraverso la disciplina dell’accesso civico generalizzato il legislatore abbia voluto introdurre uno strumento che consente a chiunque di accedere agli atti della pubblica amministrazione, a prescindere da un interesse specifico e qualificato.

Inoltre, ricorda che sulla questione specifica dell’applicazione dell’istituto alla materia dei contratti pubblici si sono contrapposti due diversi orientamenti dei giudici di primo grado, il primo a favore di detta applicazione e il secondo contrario.

Ciò premesso, anche per il Consiglio di Stato la soluzione della questione va cercata nella lettura coordinata delle diverse norme che si occupano di accesso agli atti e in particolare del comma 3 dell’articolo 5 – bis del D.lgs. 33/2013 e dell’articolo 53 del D.lgs. 50/2016. Ma di questa lettura coordinata offre un’interpretazione opposta a quella accolta dal Tar.
Infatti, la prima norma, come visto, esclude l’accesso civico nei casi in cui la disciplina vigente subordini l’accesso al rispetto di specifiche condizioni, modalità e limiti, ivi compresi quelli dettati dalla legge 241/90. Tuttavia il riferimento a quest’ultima legge non può essere inteso come volontà di escludere l’accesso civico generalizzato tutte le volte che ne venga richiamata l’applicazione.

Il richiamo alle condizioni, modalità e limiti va inteso come riferito a casi specifici che possono realizzarsi nell’ambito di una determinata materia, ma non come possibilità di escludere dall’accesso civico un’intera materia.
D’altronde con specifico riferimento alla materia degli appalti una diversa interpretazione porterebbe all’esclusione della stessa dall’accesso civico generalizzato, proprio laddove dovrebbe trovare massimo spazio il principio di trasparenza, di cui l’accesso generalizzato costituisce espressione.

Sotto quest’ultimo profilo occorre considerare che l’accesso civico generalizzato tende a superare i limiti soggettivi dell’accesso, consentendolo ad ogni cittadino, con la sola fissazione di un numero definito di limiti oggettivi, a tutela di interessi giuridicamente rilevanti. Questa diversa prospettiva tende a favorire forme diffuse di controllo della pubblica amministrazione nel perseguimento delle sue funzioni istituzionali e nell’utilizzo di risorse pubbliche.

In questo contesto è lo stesso D.lgs. 33/2013 a individuare specifiche materie che, in relazione alla necessità di mantenere riservate determinate informazioni, sono sottratte all’accesso. Si tratta in particolare della politica estera e della sicurezza nazionale. Al di là di queste materie, vi possono essere solo casi specifici in cui l’accesso deve essere negato, nell’ambito di una materia che è comunque sottoposta all’accesso.
E’ proprio questo che avviene nella materia degli appalti pubblici, che in linea generale deve ritenersi soggetta all’accesso civico generalizzato, non potendo rilevare ai fini della sua esclusione il richiamo alla disciplina dell’accesso di cui alla legge 241/90 contenuto nell’articolo 53 del Dlgs. 50/2016.

D’ altronde ritenere che il richiamo alla legge 241 comporti di per sé la non applicazione della disciplina sull’accesso civico significherebbe precostituire una strada per depotenziare quest’ultimo istituto, in contrasto con la volontà del legislatore di riservare sempre maggiore spazio al controllo diffuso dell’attività della pubblica amministrazione.

Con specifico riferimento alla materia degli appalti pubblici va inoltre considerato che il D.lgs. 50/2016 è anteriore all’introduzione dell’accesso civico generalizzato – avvenuta con il D.lgs. 67/2016 che ha modificato il D.lgs. 33/2013 – cosicché si deve ragionevolmente ritenere che l’entrata in vigore di quest’ultimo istituto abbia implicitamente superato il riferimento alla legge 241/90 contenuto nell’articolo 53 del D.lgs. 50.
Da tutto quanto precede consegue la conclusione del Consiglio di Stato: l’accesso civico generalizzato trova applicazione nella materia degli appalti pubblici, consentendo a chiunque di accedere, almeno in termini generali, agli atti di gara e a quelli inerenti l’esecuzione del rapporto contrattuale.

D’altronde la normativa sull’accesso civico generalizzato non è funzionale a consentire a chiunque di accedere agli atti per mera curiosità o per accaparrarsi dati sensibili, ma vuole assicurare una forma di controllo diffuso sull’operato della pubblica amministrazione e, nel caso specifico, degli enti appaltanti. Per quanto riguarda poi l’accesso agli atti delle procedure di gara, una volta che la stessa si sia conclusa non sussiste più la necessità di tutelare il principio della par condicio, la cui tutela poteva costituire un ostacolo al pieno dispiegamento del diritto di accesso. D’altro canto, garantire il diritto di accesso generalizzato nella materia degli appalti pubblici significa anche contribuire a perseguire la finalità di trasparenza cui devono essere ispirate le procedure di gara.

Una volta affermato il principio generale dell’applicabilità dell’accesso civico generalizzato alla materia degli appalti pubblici, il Consiglio di Stato opera qualche considerazione aggiuntiva rispetto alla concreta applicazione dell’istituto nel caso di specie.
In primo luogo, a limitare l’accesso non può essere invocata una ritenuta eccessiva voluminosità degli atti, non potendosi addurre motivazioni strettamente pratiche – spesso di natura strumentale – per limitare un diritto riconosciuto.
In secondo luogo, la natura degli atti di cui si richiedeva l’accesso era sostanzialmente amministrativa e contabile, cosicché non poteva essere invocato alcun segreto industriale che poteva risultare violato dall’accesso medesimo.

I limiti dell’articolo 53 e l’accesso civico generalizzato
L’affermazione di principio secondo cui l’accesso civico generalizzato costituisce istituto che opera anche nella materia degli appalti pubblici non esclude che vi siano comunque dei limiti al suo utilizzo.

Va infatti ricordato che lo stesso comma 3 dell’articolo 5 – bis del D.lgs. 33/2013 esclude la piena operatività dell’accesso civico generalizzato nei casi in cui una norma vigente la subordini al rispetto di specifiche condizioni, modalità o limiti. E questo sembra proprio essere l’ipotesi contemplata dall’articolo 53 del D.lgs. 50, che detta una disciplina specifica diretta a differire ovvero a vietare l’accesso in alcuni casi specificamente individuati.
In particolare, al comma 2 vengono stabiliti alcuni limiti al diritto di accesso che, relativamente alla fase della gara, sono preordinati a tutelare i principi di concorrenzialità e trasparenza. Vanno in questo senso la postergazione dell’accesso rispetto all’elenco dei soggetti invitati alla procedura ristretta, che possono essere resi noti solo quando sia scaduto il termine di presentazione delle offerte; ovvero rispetto alle offerte e ai contenuti del procedimento di verifica dell’anomalia, in relazione ai quali l’accesso può essere esercitato solo dopo l’avvenuta aggiudicazione.

Relativamente alla fase esecutiva, il successivo comma 5 prevede poi un vero e proprio divieto di accesso per taluni atti, quali le informazioni fornite in sede di offerta che costituiscano segreti tecnici o commerciali, i pareri legali acquisiti dagli enti appaltanti, le relazioni riservate del direttore lavori e dell’organo di collaudo. Si tratta di divieti finalizzati a preservare le esigenze di riservatezza o dei concorrenti o delle stazioni appaltanti, che impongono di escludere in assoluto il diritto di accesso.

È vidente che la disciplina richiamata risponde a logiche e finalità del tutto peculiari al settore dei contratti pubblici. Appare quindi corretto preservare tali finalità, evitando che le stesse siano contraddette da un ricorso indiscriminato all’accesso civico, che finirebbe per introdurre un controllo omnicomprensivo e generalizzato anche rispetto ad atti che il D.lgs. 50 ha inteso far rimanere riservati o per i quali esigenze di trasparenza e concorrenzialità hanno indotto a prevedere un accesso postergato.

In definitiva si deve ritenere che l’accesso civico, seppure ammesso in via di principio anche nella materia degli appalti pubblici secondo l’indicazione contenuta nella pronuncia del Consiglio di Stato, sia comunque soggetto agli specifici limiti stabiliti dall’articolo 53 del D.lgs. 50, limiti che possono valere in considerazione del rinvio contenuto nel medesimo articolo 5- bis del D.lg. 33/2013.

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17/06/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Tar Lazio: illegittimo modificare l’importo degli oneri di sicurezza durante la verifica di anomalia dell’offerta

Roberto Mangani

Ribadito anche il principio secondo cui il soccorso istruttorio non può mai essere utilizzato per supplire a carenze della proposta tecnico-economica

L’importo dei costi relativi agli oneri di sicurezza aziendali indicati dall’impresa in sede di offerta non può essere modificato nell’ambito del procedimento di verifica dell’anomalia.
Si esprime in questo senso il Tar Lazio, Sez. I bis, 27 maggio 2019, n. 6614, che richiama e ribadisce il principio di immodificabilità dell’offerta, con affermazioni che hanno riflessi anche sui limiti di utilizzo del soccorso istruttorio.

Il caso
Un ente appaltante aveva indetto una procedura negoziata per l’affidamento di un appalto di lavori. A fronte dell’intervenuta aggiudicazione il concorrente secondo classificato proponeva ricorso, contestando la mancata esclusione dell’aggiudicatario.
Rilevava il ricorrente che l’aggiudicatario aveva indicato in sede di offerta un importo per i costi di sicurezza aziendale assolutamente irrisorio. Ciò avrebbe dovuto comportare l’esclusione dell’aggiudicatario stesso dalla gara in quanto quest’ultimo da un lato avrebbe fornito una quantificazione degli oneri di sicurezza aziendali incongrua e assolutamente inattendibile; dall’altro tale quantificazione darebbe luogo a una carenza di natura sostanziale, non passibile di correzione nel corso della procedura, rendendo così irrimediabilmente inattendibile l’offerta stessa.

Sulla base di questi presupposti non poteva essere considerato legittimo il comportamento dell’ente appaltante che aveva accettato la modifica dell’importo degli oneri di sicurezza nell’ambito del procedimento di verifica dell’anomalia dell’offerta. Infatti all’interno di tale procedimento l’aggiudicatario, nel presentare un’analisi completa dell’offerta, aveva indicato un importo degli oneri di sicurezza aziendali totalmente difforme da quello contenuto nell’offerta originaria.

L’accettazione di questa modifica doveva considerarsi illegittima. Infatti l’indicazione di un importo degli oneri di sicurezza del tutto incongruo e inattendibile avrebbe messo in discussione il corretto adempimento degli obblighi di sicurezza, comportando una carenza sostanziale non eliminabile, posto che la variazione di tale elemento comporterebbe una violazione dei principi di par condicio e di immodificabilità dell’offerta.

In sostanza, l’accettazione del nuovo importo degli oneri di sicurezza aziendale avrebbe comportato una incertezza assoluta sul contenuto dell’offerta presentata, posto che nell’ambito della stessa procedura vi sarebbero due offerte distinte tra loro incompatibili.
A fronte di queste censure avanzate dal ricorrente, l’ente appaltante aveva replicato che l’importo originario degli oneri di sicurezza sarebbe stato il frutto di un mero errore di battitura, cosicché del tutto legittimamente il concorrente in sede di verifica dell’anomalia aveva espresso un valore diverso. Tale ultimo valore non andrebbe inteso come una modifica sostanziale del precedete importo, quanto piuttosto come una spiegazione con cui si dava evidenza di un mero errore materiale.

La posizione del Tar Lazio
Il giudice ammnistrativo ha accolto il ricorso, ritenendo quindi illegittimo il comportamento dell’ente appaltante.
La pronuncia ricorda in primo luogo alcuni principi che regolano il funzionamento del soccorso istruttorio, e ciò nonostante il caso in esame riguardasse una variazione dell’offerta intervenuta nell’ambito del procedimento di verifica dell’anomalia, e quindi in un contesto del tutto diverso dal procedimento del soccorso istruttorio.
Tra i principi richiamati vi è quello secondo cui il soccorso istruttorio non può mai essere utilizzato per supplire a carenze dell’offerta, cosicché non può essere consentito al concorrente negligente di completare l’offerta successivamente al termine finale stabilito nel bando, fatta salva la rettifica di errori materiali o di refusi.
Ciò significa che l’offerta iniziale non può essere modificata in alcuno dei suoi elementi, posto che ciò comporterebbe una inammissibile integrazione della stessa; l’unica cosa ammessa è il potere /dovere di consentire la rettifica di errori materiali riscontrabili nella formulazione dell’offerta stessa.

La giurisprudenza ha poi chiarito quando è possibile parlare di errore materiale, passibile di sanatoria. Si deve trattare di un errore immediatamente riconoscibile, nel senso che dal contesto dell’offerta deve essere possibile ricostruire in maniera inequivoca l’effettiva volontà del concorrente; e da tale ricostruzione deve dedursi senza alcun dubbio che la rettifica non è in alcun modo idonea a divenire uno strumento per modificare o integrare l’offerta. In questo senso l’errore materiale deve dar luogo a una divergenza del tutto casuale tra la volontà che il concorrente voleva esprimere e la sua traduzione letterale, che è stata fuorviata da una mera svista o disattenzione nella formulazione dell’offerta. In sostanza l’errore materiale non deve comportare alcuna attività correttiva delle valutazioni effettuate, bensì una semplice variazione testuale necessaria per riallineare la valutazione alla sua manifestazione estrinseca.

In definitiva l’integrazione o addirittura la modifica dell’offerta non è ammessa laddove sia indirizzata a colmare una iniziale e sostanziale inadeguatezza della stessa, “aggiustando” in corso di procedura una carenza dell’offerta iniziale. Al contrario è possibile provare, anche con integrazioni documentali, che l’offerta era in realtà fin da principio conforme alle previsioni della procedura di gara, e che l’apparente difformità era dovuta unicamente a un mero vizio formale o errore materiale.

Nel caso di specie il concorrente aveva modificato l’importo degli oneri di sicurezza senza fornire alcuna motivazione in ordine alle ragioni di tale modifica né tanto meno aveva indicato elementi che potessero far ritenere sussistente un errore materiale nella formulazione dell’offerta originaria.
Ed anzi la tesi dell’errore materiale era stata autonomamente proposta dall’ente appaltante, che in maniera unilaterale aveva considerato congruo l’importo degli oneri della sicurezza indicati in sede di verifica di anomalia, ritenendo che l’importo originariamente indicato fosse frutto di un refuso intervenuto in sede di formulazione dell’offerta. Non vi era stata infatti alcuna documentazione presentata dall’impresa insieme alla nuova indicazione dell’importo degli oneri di sicurezza, bensì delle mere giustificazioni successive rese in sede di procedimento di verifica di anomalia.

Ciò rendeva ancora più evidente l’illegittimità del comportamento dell’ente appaltante. D’altro canto, che non potesse trattarsi di un mero errore materiale si poteva ricavare dalla circostanza che l’importo da indicare in sede di verifica di anomalia poteva essere anche diverso da quello ritenuto congruo dall’ente appaltante, non essendoci alcun elemento univoco da cui potersi ricavare che l’importo dovesse essere necessariamente quello indicato dal concorrente in seconda battuta.
Da quanto detto emerge che il concorrente aveva nei fatti proceduto a una vera e propria modifica della sua offerta, non giustificabile alla luce di un presunto errore materiale in sede di offerta originaria. Conseguentemente andava escluso dalla gara, in aderenza ai principi di immodificabilità dell’offerta e di par condicio.

Il soccorso istruttorio e l’offerta
Come si è detto la fattispecie su cui si è pronunciato il giudice ammnistrativo si riferiva a una modifica dell’offerta intervenuta nell’ambito del procedimento di verifica dell’anomalia.
Si deve tuttavia ritenere che i principi affermati possano trovare applicazione anche all’istituto del soccorso istruttorio. Quest’ultimo consente di sanare qualunque mancanza, incompletezza o irregolarità della documentazione presentata dai concorrenti in sede di gara, ma con esplicita esclusione degli elementi afferenti all’offerta tecnica ed economica. Si deve ritenere che il divieto relativo all’offerta si riferisca sia ad elementi intrinsechi della stessa che a aspetti estrinsechi, quali la sottoscrizione.
Anche in questo caso opera senza eccezioni il principio di immodificabilità dell’offerta, che quindi costituisce un limite all’operatività del soccorso istruttorio. Unica deroga a questo principio resta anche in questo caso l’ipotesi dell’errore materiale, che tuttavia va inteso nei ristretti limiti sopra ricordati, la cui ricorrenza peraltro non è di agevole dimostrazione.

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