Rassegna stampa 5 giugno 2019

04/06/2019 14.06 – Quotidiano Enti Locali e Pa

Controllo pubblico, «no» all’interpretazione additiva delle sezioni regionali e del Mef

Le Sezioni riunite della Corte dei conti delineano la corretta portata della nozione di società a controllo pubblico, bacchettando l’interpretazione additiva delle sezioni regionali di con-trollo e del Mef (si veda il Quotidiano degli enti locali e della Pa del30 maggiore del 3 giugno). Con la sentenza n. 16/2019, le Sezioni Riunite hanno compiutamente delineato il perimetro delle società a controllo pubblico ponendo fine, si spera, alle creative interpretazioni sinora emerse del combinato disposto delle lettere b) e m) dell’articolo 2, comma 1 del Testo unico sulle società partecipate. Definizione e precedenti L’articolo 2, lettera m), del Tusp definisce «”società a controllo pubblico” le società in cui una o più amministrazioni pubbliche esercitano poteri di controllo ai sensi della lettera b)» e quest’ultima a sua volta definisce come «”controllo”: la situazione descritta nell’articolo 2359 del codice civile» e precisa inoltre che «Il controllo può sussistere anche quando, in applicazione di norme di legge o statutarie o di patti parasociali, per le decisioni finanziarie e gestionali strategiche relative all’attività sociale è richiesto il consenso unanime di tutte le parti che condividono il controllo». A partire dalla delibera n. 3/2018 della Corte dei conti per la Liguria, le sezioni regionali di controllo hanno espresso la convinzione che deve considerarsi «società a controllo pubblico» anche la società in cui una o più – congiuntamente – amministrazioni pubbliche esercitano poteri di controllo, estendendo, dunque, la nozione anche alla società a partecipazione pubblica frazionata, in cui nessuna amministrazione pubblica detiene la maggioranza del capitale sociale, pur in assenza di patto parasociale o di analogo strumento di costituzione di una maggioranza stabile. Questa lettura “estensiva” delle disposizioni del Tusp è stata affermata anche dalla Struttura di monitoraggio e controllo delle partecipazioni pubbliche istituita (articolo 15 del Tusp) dal ministero dell’Economia e delle finanze, che con l’orientamento del 15 febbraio 2018 ha ritenuto che il controllo pubblico sussista anche quando più pubbliche amministrazioni esercitano il controllo «congiuntamente e mediante comportamenti concludenti, pure a prescindere dall’esistenza di un coordinamento formalizzato». Successive deliberazioni di altre sezioni regionali (Piemonte, Emilia Romagna, Marche) di controllo della Corte hanno aderito alla interpretazione secondo cui il controllo sussiste, a prescindere dalla effettiva quota di maggioranza di una singola pubblica amministrazione o dalla adozione di patti parasociali, per il solo fatto che la maggioranza del capitale sociale sia in mano pubblica. Tra queste le deliberazioni giunte al vaglio delle Sezioni Riunite e da queste cassate. La decisione delle Sezioni riunite La Corte non ha condiviso l’interpretazione fornita dalla Sezione regionale di controllo che ha ritenuto che la frammentazione delle quote di partecipazione in capo a una pluralità di amministrazioni non osti alla configurabilità del controllo pubblico, richiamando l’atto di orientamento della Struttura di controllo e monitoraggio del Mef, secondo cui deve ritenersi che il legislatore del TUSP abbia voluto ampliare le fattispecie del “controllo” in maniera tale che, «in coerenza con la ratio del-la riforma volta all’utilizzo ottimale delle risorse pubbliche e al contenimento della spesa, al controllo esercitato dalla Pubblica Amministrazione sulla società appaiono riconducibili non soltanto le fattispecie recate dall’art. 2, comma 1, lett. b), del TUSP, ma anche le ipotesi in cui le fattispecie di cui all’articolo 2359 c.c. si riferiscono a più Pubbliche Amministrazioni, le quali esercitano tale controllo congiuntamente e mediante comportamenti concludenti, pure a prescindere dall’esistenza di un coordinamento formalizzato» concludendo che «sia l’interpretazione letterale sia la ratio sot-tesa alla riforma nonché una interpretazione logico-sistematica delle disposizioni citate, inducono a ritenere che la “Pubblica Amministrazione”, quale ente che esercita il controllo, sia stata intesa dal legislatore del TUSP come soggetto unitario, a prescindere dal fatto che, nelle singole fattispecie, il controllo di cui all’art. 2359, comma 1, numeri 1), 2) e 3), faccia capo ad una singola Amministra-zione o a più Amministrazioni cumulativamente». In proposito ha ritenuto il Collegio «che il richiamo alla nota di orientamento della struttura di controllo e monitoraggio non sia risolutivo, e che l’accertamento della sussistenza dello status di “società a controllo pubblico” … richieda precipua attività istruttoria volta a verificare se, nel caso concreto, sussistano le condizioni richieste dall’art. 2, lett. b) del TUSP» e «ai fini del decidere se (…) S.p.a. possa definirsi o meno società a controllo pubblico ovvero semplicemente società a partecipazione pubblica, assume rilievo decisivo lo scrutinio delle disposizioni statutarie e dei patti parasociali per verificare in che termini le pubbliche amministrazioni (enti locali) che detengono partecipazioni azionarie sono in grado di influire sulle “decisioni finanziarie e gestionali strategiche relative all’attività sociale”». Il controllo congiunto In proposito le Sezioni Riunite hanno rilevato che,alla stregua del chiaro disposto delle norme di diritto positivo contenute nel Tusp, le quali ad avviso del Collegio, circoscrivono in modo più rigoroso la nozione di controllo pubblico, va rivisto l’orientamento giurisprudenziale antecedente in relazione alla nozione pubblicistica di controllo congiunto (CdS, sezione I, parere n.1801/2014) elaborata sulla scorta delle Direttive 2014/24/Ue e 2014/25/Ue rispettivamente sugli appalti pubblici e sulle procedure di appalto degli enti erogatori nei settori dell’acqua, dell’energia, dei trasporti e dei servizi postali. Il Collegio ha rilevato che in particolare, l’articolo 2, lettera b), al fine della configurabilità della nozione di “controllo”, introduce un’altra fattispecie, estranea alla nozione civilistica introdotta dall’articolo 2359, affermando che «può sussistere anche quando, in applicazione di norme di legge o statutarie o di patti parasociali, per le decisioni finanziarie e gestionali strategiche relative all’attività sociale è richiesto il consenso unanime di tutte le parti che condividono il controllo». Elementi fondametali per una definizione Dalla lettura di questa disposizione, in combinato disposto con la lettera m), che per la definizione di «società a controllo pubblico» rimanda alla lettera b) si può evincere, proseguono le Sezioni Riunite, «che la situazione di controllo pubblico non può essere presunta in presenza di «comportamenti univoci o concludenti” ma deve risultare esclusivamente da norme di legge, statutarie a da patti parasociali che, richiedendo il consenso unanime di tutte le pubbliche amministrazioni partecipanti, siano in grado di incidere sulle decisioni finanziarie e strategiche della società». Questa interpretazione – che corregge anche quanto assunto dalla Sezione Autonomie della Corte dei Conti con la deliberazione n. 23/2018, nella quale si riteneva che, in caso di società a partecipazione pubblica frazionata, «deve presumersi che il controllo sia esercitato mediante comportamenti concludenti» – si impone essendo l’unica possibile alla stregua dei criteri di interpretazione delle norme di legge stabiliti dalle «Disposizioni sulla legge in generale» e, segnatamente, del fondamentale criterio dell’interpretazione letterale, che ha valenza assorbente nel caso in cui il testo sia chiaro e preciso, come nella specie, per cui «in claris non fit interpretatio».Con riferimento alla nozione di società a controllo pubblico, il Tusp, oltre a richiamare la nozione di controllo prevista all’articolo 2359 del codice civile, aggiunge un’ulteriore ipotesi nella seconda parte della lettera b) del comma 1 dell’articolo 2 che stabilisce che «Il controllo può sussistere anche quando, in applicazione di norme di legge o statutarie o di patti parasociali, per le decisioni finanziarie e gestionali strategiche relative all’attività sociale è richiesto il consenso unanime di tutte le parti che condividono il controllo». Quindi occorrono congiuntamente tre elementi: norme di legge o statutarie o, quantomeno, patti parasociali che istituiscano il controllo, previsione, in questi atti, di un consenso unanime delle parti che esercitano il controllo, relativamente alle decisioni finanziarie e gestionali strategiche societarie. Dunque, come correttamente rilevato dalle Sezioni Riunite la situazione di controllo pubblico non può essere presunta in presenza di “comportamenti univoci o concludenti” ma deve risultare esclusivamente da norme di legge, statutarie a da patti parasociali. Il dettato normativo Gli orientamenti contrati precedentemente delineati dalle Sezioni Regionali di contratto e dal Mef non possono essere condivisi in quanto vanno oltre il dettato normativo, ponendosi, anzi, in contrasto con la volontà del legislatore che ha espressamente e precisamente circoscritto la nozione di società a controllo pubblico, come ritenuto dalle Sezioni Riunite. In realtà, in nessun atto del legislatore esplicativo del Tusp compare il richiamo alla pubblica amministrazione come soggetto unitario atteso che, ancorché le finalità di ogni ente territoriale, in quanto elemento del più ampio corpo della pubblica amministrazione, siano tutte improntate al rispetto dei principi dell’articolo 97 della Costituzione, la società a partecipazione pubblica non può essere gestita con modalità diverse da quelle stabilite dal diritto societario per espresso dettato del Tusp (articolo 1, comma 3) .Analogamente, come rilevato dalle Sezioni Riunite, nel Tusp non viene mai utilizzata l’espressione «controllo congiunto» (coniata dalla giurisprudenza amministrativa e che evoca la possibilità di accordi più o meno formali tra pubbliche amministrazioni) cui le Sezioni Regionali hanno ancorato la loro interpretazione estensiva o, meglio, additiva della nozione di società a controllo pubblico, ma è previsto soltanto il «controllo analogo congiunto», che, tuttavia, rileva ad altri fini, non per assoggettare la società al peculiare regime previsto dal Tusp per le società a controllo pubblico, ma soltanto per consentire l’affidamento dei servizi da parte degli enti pubblici soci senza previa procedura di gara. Dunque, come hanno correttamente rilevato le Sezioni Riunite «laddove il legislatore avesse voluto intendere analoga modalità di azione fra pubbliche amministrazioni avrebbe usato identica terminologia. Peraltro, sotto il profilo normativo, nessuna disposizione prevede espressamente che gli enti detentori di partecipazioni debbano provvedere alla gestione delle partecipazioni in modo associato e congiunto: l’interesse pubblico che le stesse sono tenute a perseguire, infatti, non è necessariamente compromesso dall’adozione di differenti scelte gestionali o strategiche che ben possono far capo a ciascun socio pubblico in relazione agli interessi locali di cui sono esponenziali». Peraltro né il Tusp né nessuna altra disposizione legislativa prevede nemmeno la nozione di controllo tramite «comportamenti concludenti», richiamata in alcune delibere della Corte dei Conti, nozione che, dunque, va a integrare e ampliare indebitamente la nozione di controllo introdotta dall’articolo 2, comma 1, lettera b) del Tusp. In conclusione, con la sentenza in commento deve finalmente ritenersi esaurito il dibattito in merito alla delineazione del perimetro della «società a controllo pubblico»: tale è solo la società nella quale, alla stregua di espresse previsioni inserite nello statuto o in patti parasociali, possa effettivamente e concretamente, e non presuntivamente, comprovarsi che le pubbliche amministrazioni socie sono in grado di influire sulle «decisioni finanziarie e gestionali strategiche relative all’attività sociale» essendosi espressamente previsto che sia necessario il loro consenso unanime, come previsto dal secondo periodo della lettera b) dell’articolo 2, comma 1, del Tusp.

04/06/2019 14.06 – Quotidiano Enti Locali e Pa
Consip, maxi-gara da 2,4 miliardi per l’energia della Pa

La premessa è nota: le pubbliche amministrazioni sono tra i principali consumatori di energia e il costo della bolletta è una voce importante dei bilanci che va ridotta. Non a caso, gli ultimi dati disponibili (2018) sull’esborso sostenuto per approvvigionarsi energeticamente parlano di 8,9 miliardi di euro, di cui 5,4 miliardi destinati solo alle commodity, dall’elettricità (che, da sola, comporta una spesa di quasi 2,8 miliardi) al gas (1,4 miliardi), fino al gasolio da riscaldamento (380 milioni). Ecco perché Consip, la società controllata dal Mef, ha bandito due gare che insieme valgono 2,4 miliardi di euro per rinnovare l’offerta energetica alle pubbliche amministrazioni di tutta Italia e per abbassare i costi. Con un risparmio medio stimato di circa il 15% rispetto ai prezzi medi di acquisto della Pa. In ballo ci sono 19 terawattora di energia, la quasi totalità della domanda pubblica italiana annuale di elettricità. «Le iniziative di efficienza energetica che Consip sta realizzando – spiega al Sole 24 Ore l’ad di Consip, Cristiano?Cannarsa – rappresentano per le amministrazioni un modo concreto di investire per ridurre la spesa corrente, rispettando i vincoli di bilancio, e per le imprese una prospettiva di ritorno economico per l’investimento in innovazione tecnologica. Sono, quindi, il perfetto paradigma del ruolo che Consip, in quanto centrale acquisti nazionale, deve svolgere: conciliare le esigenze di razionalizzazione della spesa con quelle di valorizzazione dell’innovazione che viene dal mercato». I bandi rinviano a due diversi tasselli: la convenzione “Energia elettrica 17” che consente alle amministrazioni di scegliere tra fornitura a prezzo fisso (per una durata di 18 mesi) o a tariffa variabile (aggiornata mensilmente in base ai prezzi rilevati nella Borsa elettrica italiana); l’accordo quadro riservato agli enti che non riuscissero ad aderire alla convenzione Consip perché sono valutati come rischiosi dagli operatori economici sotto il profilo dell’affidabilità dei pagamenti o perché non possono procedere all’acquisto per esaurimento della disponibilità. La convenzione è suddivisa in 17 lotti geografici, l’ultimo dei quali, denominato “Italia”, è riservato alle Pa che hanno diversi punti di prelievo dislocati sul territorio e consumi rilevanti in modo da poter gestire la fornitura con un unico contratto. L’accordo quadro, invece, rappresenta un’alternativa rispetto al servizio di salvaguardia che, fa notare la stessa Consip, comporta un notevole aggravio economico.

05/06/2019 – Il Sole 24 Ore
Intesa Lega-M5S: più ampia la riforma del codice appalti

Il testo. Asciugata la sospensione biennale voluta dal Carroccio, torna la revisione a tutto campo con il regolamento generale e lo stop alle linee guida dell’ Anac. Tetto del subappalto al 40%
C’ è l’ intesa fra Lega e M5S sul codice degli appalti, dopo una notte di tensioni in cui si è rischiata la crisi di governo. L’ accordo sull’ articolo 1, che sarà depositato stamattina, si basa sull’ emendamento leghista (a firma Pergreffi) di sospensione per due anni del vecchio codice del 2016 asciugato di alcune norme e integrato di un lungo subemendamento M5S (a firma Patuanelli) che recupera anche il testo approvato dalle commissioni Lavori pubblici e Ambiente. Una sintesi che consente di tenere insieme la riforma del codice che piaceva ai Cinque stelle – compreso il pilastro del nuovo regolamento generale in sostituzione delle linee guida Anac e dei decreti ministeriali – e la bandiera leghista della sospensione biennale del vecchio codice. Un po’ intervento urgente, sia pure parziale, un po’ riforma vasta e a tutto campo. In questo assetto, che potrebbe ancora essere limato su aspetti secondari, non mancano sorprese. La prima riguarda la quota del subappalto, uno degli aspetti più delicati. Non passa l’ idea della Lega di liberalizzare completamente i subaffidamenti e si torna alla versione varata in commissione, con tetto massimo fissato al 40%. Si tratta di un livello di compromesso tra il 30% del codice e il 50% stabilito dal decreto sblocca cantieri in vigore dal 19 aprile. La vera novità però è che non si tratterà di un cambio definitivo, ma temporaneo. La soglia del 40% resterà in vigore fino a che non arriverà una riforma complessiva del codice del 2016 e comunque non oltre il 31 dicembre del 2020. A decidere la percentuale applicabile (tra zero e 40%) potranno essere le stazioni appaltanti decidendo volta per volta con i bandi di gara. Addio anche all’ obbligo di nominare una terna di subappaltatori, sia per i piccoli che per i grandi lavori. Restano in piedi tre delle misure di sospensione del codice previste nell’ emendamento presentato dalla Lega, su cui erano scoppiate le polemiche dei giorni scorsi. La prima riguarda la possibilità per tutti i Comuni, inclusi quelli di piccole dimensioni, di bandire le gare per beni, servizi e la vori completamente in proprio, senza passare da una centrale appalti. Salta così – almeno fino al 31 dicembre 2020 (ma poi non sarà facile tornare indietro) – l’ obbligo di centralizzare le gare. Congelato per lo stesso periodo anche l’ obbligo di servirsi di commissari indipendenti nominati all’ interno di un albo gestito dall’ Anac per valutare le offerte. Obbligo a dire il vero mai entrato in vigore, anche per la carenza di candidati. L’ ultima sospensione delle regole attuali riguarda l’ obbligo di affidare i lavori pubblici sulla base di un progetto esecutivo. Torna così l’ appalto integrato, anche se forse con una formula che alla fine potrebbe rivelarsi addirittura più restrittiva di quella prevista nella finestra temporale concessa dal decreto già in vigore. Potranno essere affidate sulla base di un progetto meno dettagliato (definitivo invece che esecutivo) anche i lavori di manutenzione, sia ordinaria che straordinaria, che non riguardino impianti e parti strutturali degli edifici. Tra le novità di matrice leghista va segnalato il ripristino del Collegio consultivo tecnico, un team composto da tre esperti (nominati dalle parti) che avranno il compito di risolvere le controversie nate in cantiere senza per forza arrivare in un aula di Tribunale. Una sorta di “arbitrato” in tempo reale, che all’ epoca si era attirato le obiezioni del presidente dell’ Anticorruzione Cantone. Confermato anche il ritorno dell’ affidamento diretto ibrido (consultazione di almeno tre imprese) per i lavori tra 40mila e 150mila euro e delle gare semplificate (procedure negoziate) per gli appalti fino a un milione di euro, con l’ obbligo di invitare un numero crescente di imprese, in base all’ importo della commessa. Un altro punto delicato riguarda i criteri di aggiudicazione. L’ intesa fa marcia indietro sull’ obbligo (introdotto proprio dallo sblocca cantieri) di aggiudicare i lavori di importo inferiore a 5,5 milioni al massimo ribasso, lasciando alle Pa la possibilità di valutare anche altri aspetti oltre al prezzo, senza obbligo di motivare questa scelta. Non sarà cancellata, ma sarà almeno allentata la stretta sulle irregolarità fiscali e contributive non accertate in via definitiva, che aveva sollevato le proteste delle imprese. Per escludere dalle gare un concorrente su questa base bisognerà perlomeno che l’ irregolarità sia «grave» e che sia contenuta «in atti amminsitrativi esecutivi». Spunta poi una norma a tutela delle Pmi: dovranno essere esclusi dal mercato degli appalti pubblici tutte le imprese riconosciute colpevoli di un «grave inadempimento nei confronti di uno o più subappaltatori». La violazione dovrà però essere accertata tramite una «sentenza passata in giudicato». © RIPRODUZIONE RISERVATA. Mauro Salerno Giorgio Santilli

05/06/2019 – La Repubblica

Governo, telefonata Di Maio-Salvini sancisce la tregua. Accordo sullo Sblocca-cantieri

In mattinata l’appello di Conte alla Lega: “Con l’emendamento su codice appalti si crea caos”. Poi la fumata bianca nella trattativa: la sospensione riguarderà alcuni punti del codice, ma saranno garantite le soglie in vigore per i subappalti. Il Pd attacca: “Non c’è traccia di un testo”. ll ministro dell’Interno sull’Ue: “Voglio starci, ma non con il cappello in mano”

di ALBERTO CUSTODERO

ROMA – Dopo i richiami di ieri ai suoi due vice, il premier Giuseppe Conte incalza Matteo Salvini sul decreto sblocca cantieri. E alla fine – dopo ore di trattative tra Lega e M5S – arriva la fumata bianca con un compromesso sul Codice degli appalti: ci sarà uno stop parziale alle norme. Sul decreto crescita, altro provvedimento oggetto di contrasti tra i due alleati, il governo sta valutando l’ipotesi della fiducia.

Sospesi alcuni punti del Codice

Il presidente del Consiglio in mattinata aveva lanciato un appello alla Lega: “Il tempo è poco, mi raccomando. Il super-emendamento che rimette in discussione tutto un impianto cui abbiamo lavorato per mesi con gli amici della Lega raccogliendo tutte le istanze degli operatori e stake-holder rischia di creare un caos”. All’ora di pranzo, l’annuncio dell’intesa. In un primo momento arrivano versioni contraddittorie.  Fonti della Lega sostengono che lo stop al Codice degli appalti per due anni – chiesto con instistenza da Salvini – resterà. Mentre fonti M5S dicono: “Nessuna sospensione”. Poi arriva la versione dei due capigruppo al Senato, Romeo e Patuanelli: “Dopo esserci confrontati anche con i relatori, proporremo al Senato quanto già concordato in sede di commissione, vale a dire un emendamento che prevede la sospensione di alcuni punti rilevanti del codice degli appalti per due anni, in attesa di una nuova definizione delle regole per liberare da inutile burocrazia le imprese”. E precisano: “In particolare saranno garantite le soglie già in vigore per i subappalti e salvaguardati gli obblighi di sicurezza per le imprese”. Ma il  presidente dei senatori dem, Andrea Marcucci, attacca: “Cercano di allentare le maglie dei controlli”. Mentre Dario Stefano – vicepresidente dei senatori dem e Alan Ferrari, segretario d’aula – dicono: “Il viceministro Garavaglia si rifiuta di dare conto della soluzione trovata all’impasse e non c’è traccia di un testo sul quale la commissione si possa esprimere”.  Il provvedimento dovrebbe arrivare domani in aula al Senato. Ma intanto la commissione Bilancio è stata riaggiornata alle 8.30.

Il superemendamento

Il compromesso sul quale hanno trovato un’intesa M5s e Lega è stato inserito in un superemendamento. Accoglie alcune delle novità già approvate dalla commissione, tra le quali la soglia al 40% del possibile ricorso al subappalto e le modalità, fissate a più scaglioni, per l’affidamento dei lavori senza gare ma con diverse procedure negoziali. L’emendamento, che è composto da oltre 14 pagine ricche di rimandi e di correzioni all’emendamento originario, prevede che alcune norme siano valide solo per il 2019 e il 2020 fino ad una riforma del codice degli appalti.

La telefonata Di Maio-Salvini

L’appello del premier comunque sembra essere stato raccolto anche a giudicare dalla telefonata avvenuta in mattinata tra i due vicepremier, in un clima definito “positivo”. E’ stato Di Maio a prendere l’iniziativa. Una telefonata, la sua, attesa dal responsabile del Viminale per seppellire l’ascia di guerra. Nonostante le difficoltà, lo scambio tra i due avrebbe ora riportato un po’ di sereno. E non è escluso, a questo punto, che un incontro potrebbe tenersi a breve, forse già domani. Di Maio più tardi è salito al Quirinale per rassicurare il presidente della Repubblica sulle intenzioni dei cinque stelle e sulla tenuta dell’esecutivo.

E Conte si dice soddisfatto. Il presidente del Consiglio ha valutato “positivamente il fatto che dopo la sua conferenza stampa di ieri i leader delle due forze di maggioranza siano tornati a parlarsi”.

Da Torino l’appello di Conte alla Lega: “Codice degli appalti, c’è poco tempo”

La mattinata si era invece aperta con un Salvini piuttosto minaccioso, che diceva: “Se tra 15 giorni ci ritroviamo con gli stessi ritardi, rinvii, allora è un problema. Entro oggi pomeriggio c’è l’accordo, in Italia si torna a lavorare, a scavare”. E in effetti, una svolta sembra esserci stata.

Governo, Salvini: “Avanti con Conte, non c’è alternativa a questa squadra”

A fine giornata, arriva anche la dichiarazione di Di Maio sulla soluzione trovata per lo Sblocca-cantieri. “Sono contento che non ci sia stato un intervento di sospensione sulle norme di sicurezza sul lavoro perché dobbiamo fare di più sul tema e non togliere garanzie”, ha detto.

Decreto crescita verso la fiducia

Il governo intanto potrebbe porre la questione di fiducia sul decreto crescita. “Potrebbe esserci questa ipotesi”, ha confermato la presidente della commissione Finanze della Camera, Carla Ruocco, sottolineando che “la discussione in commissione è stata abbastanza ampia ed esauriente, dando spazio alle opposizioni e accantonando istanze che rientreranno”.

I tempi sono stretti, il decreto, in scadenza il 29 giugno, sarebbe dovuto approdare in Aula domani pomeriggio ma è probabile un ulteriore rinvio di 24 ore. Ma intanto – sulla scia dell’intesa sullo Sblocca-cantieri – sembra emergere una possibilità di accordo anche sul Salva-Roma. Sarebbe stata accolta la proposta della Lega di mettere insieme i problemi di tutti i Comuni in difficoltà. Verrebbe dunque riformulata, accogliendo anche le richieste delle opposizioni, la norma sul debito storico della Capitale che aveva portato ad addossare sostanzialmente tutto il debito miliardario ante 2008 al Campidoglio e non allo Stato. Critiche dal Pd. “La discussione sul decreto comincerà solo giovedì alle 18. Parlamento bloccato, poi venerdì la fiducia per zittire gli incerti”, dice Emanuele Fiano del Pd.

 Tensioni su autonomia e vincoli Ue

Nella giornata di pax gialloverde, due segnali di tensione. Salvini è tornato in pressing sull’autonomia. “È  nel contratto di Governo, ne ho parlato con il presidente del Consiglio, con lo stesso Di Maio, quello che c’è nei patti e che fa bene all’Italia si fa. L’autonomia fa bene all’Italia soprattutto al Centro e al Sud”. Dal sottosegretario agli Affari regionali, il 5Stelle Stefano Buffagni, è arrivata una frenata: “Il Movimento è un argine a qualsiasi divisione. Non tollereremo una scuola di seria A e una scuola di serie B così come per il riparto dei fondi sanitari”.

E sempre Salvini torna a fare la voce grossa sui parametri Ue, in contrasto con quella linea di dialogo che ieri il premier aveva voluto indicare: “Voglio continuare orgogliosamente ad essere parte di questa dell’Unione europea – ha detto il leader della Lega – ma senza più il cappello in mano usando per gli italiani i soldi degli italiani”.

 

05/06/2019 – Italia Oggi
Sblocca cantieri, pace fatta

Dopo il confronto Di Maio-Salvini, un subemendamento M5S trova la quadra
Dietrofront su subappalti, sicurezza, offerta economica
Stop ai subappalti senza paletti: il limite sale dal 30 al 40% ma viene scongiurata l’ ipotesi di una liberalizzazione totale. Dietrofront anche sulla mancata indicazione degli oneri di sicurezza aziendale che tornerà ad essere causa di esclusione dalla gara. Ritorno all’ antico anche per l’ obbligo di indicare la terna dei subappaltatori in sede di offerta per appalti di lavori, servizi e forniture di importo pari o superiore alle soglie comunitarie. E sempre per gli appalti sopra la soglia Ue, il peso dell’ offerta economica tornerà al 30%. Viene meno dunque il tentativo da parte della Lega di far contare di più il valore del prezzo offerto facendolo pesare per il 49%, quindi quasi quanto la componente tecnica. Confermato, infine, l’ affidamento diretto, previa valutazione di tre preventivi, negli affidamenti di importo compreso tra 40 mila e 150 mila euro. Questo a grandi linee il contenuto dell’ accordo sul decreto sblocca cantieri faticosamente trovato ieri da Lega e MoVimento 5 Stelle. A sbloccare l’ intesa, una telefonata tra i due leader politici (e vicepremier) Matteo Salvini e Luigi Di Maio dopo l’ appello al buon senso lanciato dal presidente del consiglio Giuseppe Conte. Il compromesso è stato trovato su un subemendamento che rispetto all’ emendamento presentato giovedì da Simona Pergreffi (si veda ItaliaOggi del 31 maggio 2019) tornerà all’ antico su molti punti, ripartendo da dove i lavori sul decreto erano rimasti, ossia dall’ accordo in commissione al senato, prima che la proposta di modifica della Lega sparigliasse le carte. Viene quindi scongiurata la liberalizzazione al 100% dei subappalti così come la sospensione dell’ obbligo di indicare la terna dei subappaltatori e, come detto, l’ offerta economica tornerà a contare per non più del 30%. Resta, invece, in piedi la deroga alle centrali di committenza per gli appalti dei comuni non capoluogo di provincia e la sospensione dell’ obbligo di scegliere i commissari di gara dall’ Albo dell’ Anac. Il tutto fino al 31 dicembre 2020, dead line che la Lega ha fissato per valutare l’ efficacia di questo piano di sospensione chirurgica del codice appalti da cui il partito di Matteo Salvini si augura possa scaturire una ripresa degli investimenti in infrastrutture e opere pubbliche. Dunque, la sospensione a tempo del codice ci sarà ma verrà sfrondata dai punti più controversi. Quelli, per intenderci, che avevano fatto gridare allo scandalo le opposizioni che, Pd in testa, giovedì avevano apertamente parlato di un regalo alla criminalità e alla corruzione. Resta invece confermato senza variazioni l’ emendamento M5S che ripristina l’ esclusione dalle gare delle imprese che non hanno pagato imposte, tasse e contributi e le cui violazioni non siano state ancora accertate in via definitiva (si veda ItaliaOggi del 1° giugno 2019). L’ esclusione dalle gare, anche per violazioni non definitivamente accertate, scatterà a due condizioni: le violazioni dovranno essere «gravi» e spetterà alla stazione appaltante valutarne la gravità, «anche con riferimento al tempo trascorso dalla violazione». In secondo luogo per far scattare l’ esclusione sarà necessario che le violazioni siano state contestate alle imprese in «atti amministrativi esecutivi» (avviso di accertamento per imposte e tasse e avviso di addebito per quanto riguarda i contributi previdenziali). Il subemendamento che ha sancito la pace tra i due litiganti (a firma del capogruppo del MoVimento 5 Stelle Stefano Patuanelli) è stato depositato ieri pomeriggio in commissione bilancio al senato per le valutazioni di copertura finanziaria. Frutto del lavoro congiunto con il capogruppo della Lega Massimiliano Romeo, d’ intesa con i relatori Antonella Faggi e Agostino Santillo, il subemendamento sarà da domani al centro dei lavori dell’ aula di palazzo Madama dove sicuramente sarà posta la questione di fiducia per blindare il decreto e velocizzarne l’ approvazione, visto che il provvedimento deve essere convertito in legge entro il 17 giugno e deve ancora passare all’ esame della camera. «Mi sembra un buon accordo», ha osservato Romeo. «Vengono sospese alcune parti del codice degli appalti che risultano più restrittive rispetto alla normativa europea». Il presidente dei senatori leghisti si è detto anche soddisfatto per il superamento delle criticità segnalate dalle associazioni di categoria (in primis l’ Ance, critica per il pericolo di un vuoto normativo che la sospensione a tempo del codice avrebbe generato, ma anche Confindustria che ha puntato il dito contro la norma che mira a eliminare la colpa grave, e quindi la conseguente responsabilità erariale a carico dei funzionari pubblici che firmino la revoca dei contratti di concessione autostradale). «Quel che è certo è che il codice degli appalti ha fermato le opere», ha concluso Romeo. «La legalità e la trasparenza si ottengono quando ci sono regole chiare e precise». FRANCESCO CERISANO

05/06/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Opere Anas, due anni in più. L’Ad Simonini: progetti e autorizzazioni in ritardo, ma i soldi restano

Massimo Frontera

Il dibattito sulle Infrastrutture nell’assemblea degli industriali di Napoli. Boccia: approvare lo sblocca-cantieri. Gentile (Rfi): Napoli-Bari terminata nel 2026

«Non c’è nessun definanziamento delle opere, ma solo un problema legato alla rimodulazione dell’accordo di programma. Abbiamo analizzato gli interventi e abbiamo cercato di rimodularli per cercare di dare il massimo dello sviluppo ai cantieri. È stata fatta semplicemente una valutazione di ogni singolo intervento e, in base allo stato della progettazione, allo stato dei pareri acquisiti – e alla difficoltà nell’acquisirne altri – le opere sono state traslate di un anno o due anni. Questo non significa che non c’è il finanziamento. Il finanziamento rimane». Dopo la recente “scoperta” dello slittamento di uno-due anni delle opere programmate dall’Anas, l’amministratore delegato dell’Azienda stradale Massimo Simonini, parlando ieri agli imprenditori di Napoli, riuniti nell’assemblea annuale (dedicata a “Infrastrutture, sviluppo e competitività del Mezzogiorno”) è costretto a un intervento in difesa in cui assicura che i fondi per le opere Anas non si toccano e che anzi con il governo è stata concordata una «rimodulazione al rialzo per un piano che cuba 29,9 miliardi».
Meno di un mese fa – il 10 maggio scorso – l’amministratore delegato delle Ferrovie, Gianfranco Battisti, presentando il piano industriale 2019-2023 annunciava lo sblocco di 1.600 cantieri, «di cui mille di Ferrovie, per 3,7 miliardi di investimenti da parte nostra, e il resto di Anas». «Gran parte degli investimenti partirà entro quest’anno – ha sottolineava l’Ad di Ferrovie e il resto nel 2020», riferendosi anche alle opere Anas. La liste di quei cantieri non è stata mai comunicata dall’Anas. Ora, il decreto sblocca-cantieri – che contiene norme per commissariare le opere più in difficoltà – sta pagando il prezzo di un contrasto interno alla maggioranza, che ha reso necessario un irrituale intervento del presidente del Consiglio dei ministri, Giuseppe Conte, per richiamare gli alleati di governo a un senso di responsabilità. Infine, è arrivata la novità, trapelata recentemente dall’Anas, di uno slittamento di uno-due anni nella cantierizzazione di molte opere.
Una scoperta commentata con preoccupazione e con toni non proprio compiaciuti, dal presidente degli industriali di Napoli Vito Grassi, intervenuto prima di Simonini. Parlando delle negative conseguenze per lo sviluppo dovuto al ritardo nell’attuare le infrastrutture, Grassi ha ricordato «che è di questi giorni la notizia, riferita dalla stampa, che Anas ha dovuto prendere atto che, per motivi burocratici, importanti opere non potranno non slittare di un anno o addirittura di due anni» «Ci metteremmo la firma su due anni di ritardo!», ha aggiunto poi con una battuta. Grassi ha invece avuto parole di apprezzamento per le scelte di investimento di Ferrovie. «Non possiamo non apprezzare – ha detto il presidente degli industriali napoletani – l’impegno espresso dalle Ferrovie dello Stato di destinare 16 miliardi di euro al Mezzogiorno, pari al 38% dell’intera spesa programmata» dal piano industriale presentato recentemente. Da parte sua, l’Ad di Rfi, Maurizio Gentile, intervenendo dopo Grassi, ha ricordato la tabella di marcia del completamento della Napoli-Bari. «Abbiamo l’obiettivo – ha detto – di approvare entro il 2019 tutti i lotti costruttivi della Napoli-Bari, e nell’arco del 2020 di aver appaltato tutto, con la prospettiva di concludere al 2026 l’intera opera entro il 2026, con degli step intermedi: aprire entro il 2023 la Napoli-Cancello e, a seguire, i vari altri lotti». nella cornice dell’assemblea degli industriali di Napoli.
Il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, a conclusione dell’assemblea degli industriali di Napoli, ha voluto, tra le altre cose, invitare ad approvare il decreto sblocca-cantieri. «Evitiamo di smontare lo sblocca-cantieri per altre proposte, non avendo già iniziato con lo sblocca-cantieri, in modo tale che non realizziamo neanche lo sblocca-cantieri. Tutto è migliorabile», ha detto Boccia riferendosi al contrasto tra le forze delle maggioranza che si è scaricato sulla discussione parlamentare al Senato del provvedimento. «Abbiamo un decreto crescita e uno sblocca cantieri – ha aggiunto Boccia -: è il primo passo verso un punto in cui questo governo comincia a pensare che la crescita è un fattore determinante per risolvere la questione sociale. Nella prima parte questo governo non aveva questa consapevolezza». © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

05/06/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Sblocca-cantieri/2. Senza conversione a rischio appalti per 1,9 miliardi

Mauro Salerno

A tanto ammontano le gare di lavori bandite dal 19 aprile sulla base delle regole del Dl 32/2019. In caso di mancato accordo sul decreto servirebbe una norma di salvaguardia

Ammonterebbe a 1,9 miliardi – in gare a rischio di andare in fumo – il conto che verrebbe presentato al mercato degli appalti in caso di mancata conversione del decreto Sblocca-cantieri, su cui la maggioranza sta litigando da settimane al Senato.

In caso di mancata conversione, infatti, le gare bandite sulla base delle regole introdotte dal decreto Sblocca-cantieri si verrebbero a trovare senza alcuna copertura normativa e diventerebbero automaticamente irregolari. Come è noto, i decreti del governo non convertiti in legge ordinaria dal Parlamento perdono ogni efficacia sin dal momento della loro pubblicazione. In pratica, in base di quanto prevede l’articolo 77 della Costituzione, è come se non fossero mai esistiti. Per evitare il vuoto normativo, in questi casi, si fa leva sulla norma modificata dal decreto, che rientra pienamente in vigore in qualche modo espandendo i suoi effetti anche al periodo prima coperto dal decreto.

Senza copertura, dunque, le gare sarebbero destinate a cadere.Nello specifico – in base ai dati forniti dal Cresme – rischierebbero di essere travolte gare per 1,9 miliardi. Il dato è ampio perchè include tutte le gare bandite dal 19 aprile – data di entrata in vigore del decreto Sblocca-cantieri – a oggi. Magari non tutte queste gare poggiano su novità introdotte dal Dl 32 al codice appalti. E dunque una quota potrebbe salvarsi anche senza ulteriori interventi.

Di sicuro sarebbero a rischio le gare al di sotto della soglia comunitaria di 5,5 milioni. Perché al di sotto di questo importo il decreto Sblocca-cantieri ha imposto l’obbligo di aggiudicare le gare con il criterio del massimo ribasso, corretto dall’esclusione delle offerte con sconti giudicati eccessivi (offerte anomale). Mentre prima vigeva il principio opposto, con preferenbza all’offerta più vantaggiosa. Il Cresme ha calcolato che sotto l’importo di cinque milioni – dunque di sicuro sotto la soglia Ue – in questo periodo sono state bandite gare di lavori per quasi un miliardo (988 milioni di euro).

I vertici di maggioranza tenuti ieri sembrano aver spianato la strada a un accordo che metterebbe al sicuro l’approvazione del decreto, nonostante i tempi stretti (la conversione deve arrivare entro il 17 giugno e dopo l’ok del Senato mancherà ancora il sì della Camera).

Anche in caso di mancata conversione però sarebbe possibile mettere al sicuro le gare evitando contraccolpi per il mercato. L’ombrello normativo potrebbe essere costituito da una clausola di salvaguardia inserita in una norma di sanatoria approvata dal Parlamento, contestualmente alla comunicazione di mancata conversione del decreto, in cui fare salva la validità degli atti messi in campo sulla base delle regole previste dal decreto decaduto. © RIPRODUZIONE RISERVATA